Utilità della Self-Compassion e della Compassion-Focused Therapy nella terapia Cognitivo Comportamentale

di Nicola Petrocchi

Ci accorgiamo tutti di quanto sia cresciuto, solo negli ultimi anni, l’interesse verso i benefici della mindfulness, una componente centrale della filosofia e della pratica di meditazione di origine buddista. C’è un altro costrutto essenziale di questa filosofia che sta recentemente attirando l’interesse di clinici e ricercatori e che può, a mio parere, essere uno strumento molto potente in psicoterapia: è la pratica della compassione, in particolare della compassione di sé. La compassione è “una particolare sensibilità alla sofferenza di noi stessi e degli altri, unita al vissuto del desiderio di alleviarla”; rivolgerla a noi stessi vuol dire essere consapevoli e “toccati” dalla nostra stessa sofferenza e sperimentare un desiderio di benessere nei nostri confronti. In sintesi, è la disponibilità a dare a se stessi, soprattutto in momenti di sofferenza, lo stesso tipo di attenzione, cura e gentilezza che saremmo soliti riservare alle persone amate che si trovano in una condizione simile. Nel 2003, Kristin Neff, una psicologa e ricercatrice americana dell’università del Texas, ad Austin, ha introdotto il costrutto della Self-Compassion che descrive questa attitudine come la risultante di tre abilità di base: 1) la capacità di trattarsi con gentilezza, comprensione e perdono (ad esempio con un cambiamento intenzionale del proprio self-talk) piuttosto che con severa auto-critica; 2) la capacità di vedere le proprie esperienze negative e i propri difetti come aspetti condivisi dell’esperienza umana piuttosto che come elementi “anormali”, di separazione ed isolamento dagli altri; 3) la capacità di affrontare e contenere le proprie emozioni e pensieri dolorosi con consapevolezza piuttosto che iper-coinvolgimento ed identificazione (abilità di mindfulness). La Neff ha inoltre costruito uno strumento, la Self-Compassion Scale che è attualmente utilizzato in numerose ricerche internazionali e i dati ci dicono che correla con la maggior parte delle misure di benessere psicologico ben più di quanto possa fare un costrutto apparentemente simile, ma profondamente diverso, che è l’autostima. Di quest’ultima garantirebbe i benefici senza però gli ormai noti “effetti collaterali” tra cui aumento delle tendenze narcisistiche, chiusura cognitiva, tendenza a negare o accusare gli altri per i propri fallimenti ed ad esibire quello che è stato definito il better-than-average effect: il bisogno di sentirsi migliori degli altri come unico modo per sentirsi bene con se stessi.

E’ di Gilbert, un altro noto psicoterapeuta e ricercatore sul tema della compassione, il merito di aver strutturato un intervento per rendere le abilità della compassione utilizzabili in ambito psicoterapeutico. Gilbert (2009)  ha creato uno specifico training, il Compassionate Mind Training, che insegna come incrementare la compassione di sé e ridurre la tendenza all’autocritica, soprattutto in pazienti con una spiccata disposizione all’auto-invalidazione, come la definirebbe la Linehan.

Nel gennaio 2011 ho avuto la fortuna (anche perché era in un’assolata isoletta sperduta delle Canarie!) di partecipare a un corso di una settimana con Paul Gilbert dove ho imparato ad applicare il Compassionate Mind Training in terapia: queste idee hanno cambiato il mio modo di fare terapia e penso che possano dare un grande contributo a tutti noi che siamo alle prese con i problemi secondari (dei pazienti e nostri!). La riflessione su come le pratiche della compassione possano giovare ai pazienti continua: al recente forum di Assisi, ho pensato di dare un piccolo contributo allo sviluppo della ricerca in questo campo con un poster sulla validazione italiana della Self-Compassion Scale. I risultati sono stati interessanti e spero che possano essere d’aiuto a sviluppare nuove idee..

Neff, K. D. (2003).  Development and validation of a scale to measure self-compassion. Self and Identity, 2, 223-250.
Gilbert, P. (2009). The Compassionate Mind. London: Constable-Robinson. Oaklands CA.: New Harbinger

6 risposte a “Utilità della Self-Compassion e della Compassion-Focused Therapy nella terapia Cognitivo Comportamentale”

    1. Cara Roberta,
      intanto grazie per la tua domanda (e scusa per il super ritardo della mia risposta!)
      Non sono un esperto di ACT però, da quello che so su quest’approccio, penso che si possano dire alcune cose. La ACT mette l’evitamento esperienziale come origine della psicopatologia e quindi l’accettazione delle proprie esperienze, anche dolorose, come veicolo della guarigione. La chiarezza sui propri valori e l’impegno a perseguirli darebbe lo scopo, la direzione e soprattutto la motivazione ad accettare questi stati affettivi disturbanti. Come sottolinea Hayes nel suo bel libro di auto aiuto (che francamente trovo un po’ complicato come libro di auto aiuto!), e che ormai è arrivato alla sua terza edizione in italiano (Smetti di soffrire e inizia a vivere, edito da Franco Angeli, 2010), ciò che può facilitare questo processo è il “come” viene condotto e un approccio compassionevole verso se stessi è di certo un buon “come”. Molti pazienti possono infatti cominciare a criticarsi aspramente quando vedono che alcuni esercizi non funzionano, o che sono “faticosi”, oppure funzionano più lentamente di quanto loro vorrebbero o si aspetterebbero. Il fatto di dare uno strumento per il cambiamento spesso non protegge il paziente dal “come” questo strumento viene utilizzato e non lo mette al riparo da uno stile autocritico, fortemente auto-invalidante, che spesso si riscontra in valutazioni come “comunque non capisco perchè mi ritrovo a dover fare queste cose, prima stavo tanto bene; gli altri non sembrano avere gli stessi problemi, non mi sembra che facciano la stessa fatica, c’è comunque qualcosa in me che non va ecc ecc ”. Una paziente che soffre di agorafobia recentemente mi ha spiegato che una delle ragioni per cui non si “espone” agli stati d’ansia evocati dalla metropolitana non è tanto perché teme ciò che potrebbe succederle se le viene un attacco di panico ma perché non vuole “fallire” e incorrere nella sprezzante autocritica che le si attiverebbe, in maniera quasi automatica, nel momento in cui non dovesse riuscire “appieno” nell’esercizio di accettazione. L’incapacità di diminuire il suo approccio autocritico sembra per lei essere un vero e proprio fattore di mantenimento perché di fatto le impedisce di esporsi. Un terapeuta ACT potrebbe affermare che uno dei tanti “mostri” da accettare è proprio la propria incapacità di essere “clementi” verso se stessi: accettare di non saper fare una cosa è però diverso da imparare a farla e forse, in un contesto di cambiamento, entrambe le strategie possono essere utili. In questi casi, focalizzarsi e “allenarsi” ( training) sulle tre dimensioni della Self- Compassion potrebbe risultare d’aiuto e facilitare il processo di accettazione e impegno della ACT.
      Ciao,
      Nicola

  1. Ciao Nicola, anch’io ho avuto modo di ascoltare una tua presentazione su questo approccio, che trovo decisamente suggestivo e umanizzante, così come altri della “terza onda”. Tuttavia nutro ancora delle perplessità sulla trasferibilità in ambito clinico, anche per problemi di natura culturale – a meno che chiaramente non si vogliano estrapolare delle tecniche e reinserirle in un altro modello. Che tu sappia, com’è la situazione italiana, esistono ricerche di esito in merito? O anche riflessioni sulle eventuali criticità rispetto alle variabili culturali?
    Grazie

  2. Ciao Nicola,
    neppure io ho conoscenze in merito alla self compassion per cui ho trovato il tuo post davvero interessante e stimolante la ricerca sull’argomento.
    Proprio recentemente sono stata a Bologna ad un congresso sull’entanglement all’interno del quale si è citata la compassione in terapia come pratica che favorisce l’interscambio energetico all’interno della relazione di cura. Si è parlato di compassione come desiderio che gli altri siano liberi dalla sofferenza e nel contempo come percezione di profonda connessione con l’altro e si è detto inoltre che meditare sulla compassione creerebbe nell’individuo una condizione di maggiore benessere (R. Davidson, 2008).
    Il tutto si è naturalmente mosso sullo sfondo della filosofia e della pratica di meditazione di origine buddhista, per cui la compassione è la più potente forza guaritrice.
    Mi domando e ti domando, ingenuamente forse data l’ignoranza in materia, se questo modo di intendere la “compassion therapy” sia distante dalla pratica della compassione a cui tu fai riferimento…?

    Grazie

  3. Hi Nicola Petrocchi, Is there some translation for Italian of the Self-compassion Scale? The reason is that I am thinking in collect data in Italy in one week, so I am wondering if you have already done some translation. Thanks a million, Diana Bast

  4. Mi permetto di ipotizzare che tutte queste pratiche dall’evidente tenore filosofico-orientaleggiante siano mere invenzioni dei soliti furbi d’oltremare che ritengono innovativi tutti questi miscugli di teorie, postulati e terapie tentando di imporsi sul mercato già saturo delle psicoterapie vendendo libri, CD e quant’altro… Ben poca psicologia ma molto fumo…

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