Dico “sì” ma vorrei dire “no”

di Benedetto Astiaso Garcia

Ridurre ansia, stress, frustrazione e vittimismo imparando a dire di no: quali sono i timori e le paure che si celano dietro tale difficoltà?

Riuscire a dire di no significa mediare efficacemente i propri bisogni con quelli altrui, conferendo alle relazioni una necessaria connotazione di autenticità, trasparenza, onestà e chiarezza. Molto spesso, il desiderio di apparire gentili, il timore di essere rifiutati e la bramosia di essere amati, rispettati e accettati da tutti, rappresentano importanti ostacoli che, offuscando i propri bisogni emotivi, compromettono la capacità di stabilire dei limiti nelle relazioni interpersonali. Come illustrato dallo psicoterapeuta Giusti nel libro “L’assertività”, sono molti i condizionamenti che durante la crescita portano ad associare alla parola “no” una valenza di rifiuto personale e di offesa: in questo modo, quando si esprime il proprio diniego, si teme sempre di far sentire l’interlocutore rifiutato e ferito. Negare qualcosa a qualcuno, inoltre, innesca rappresentazioni mentali di abbandono e non accettazione, inducendo vissuti emotivi di colpa rispetto a un atteggiamento erroneamente considerato come egoistico, cattivo, presuntuoso e duro.

Un’eccessiva compiacenza, tuttavia, oltre a rendere sottomessi e iperadattati, rende impossibile una difesa dei propri spazi, finendo inevitabilmente con l’essere travolti da aspettative e richieste esterne. Di contro, sviluppare capacità comunicazionali assertive, ovvero capaci di bilanciare i propri bisogni con quelli altrui, arresta la tensione, riduce lo stress, diminuisce l’ansia e attenua risentimenti e frustrazioni.

L’infanzia della persona anassertiva è generalmente caratterizzata da figure genitoriali che, oltre a conferire eccessiva importanza agli aspetti formali dell’educazione, inibiscono l’espressione dei bisogni e dei desideri del bambino, colpevolizzandolo eccessivamente in caso di conflitto e rendendo il proprio legame affettivo precario e imprevedibile in termini di improvvisi e ingiustificati allontanamenti. Rispondere sempre positivamente alle richieste che arrivano da familiari, amici o colleghi, oltre a minare la salute psicofisica, genera forte malessere, insoddisfazione, abbassamento del tono dell’umore e feroce critica verso se stessi. Riconoscere i propri diritti senza cedere alle persuasioni altrui, invece, significa compiere un passo fondamentale verso lo stabilire i propri confini fisici e psicologici, mantenendo un buon equilibrio mentale ed evitando di esporsi a continui abusi e sfruttamenti. Valorizzare l’immagine di Sé, inoltre, permette di gestire i timori irrazionali prodotti da pensieri negativi e disfunzionali, quali per esempio: “Se subisco, tutti mi vorranno bene”, “Se dico di no, l’altro potrebbe sentirsi rifiutato o ferito”, “Se dico di no, gli altri mi rifiuteranno”, “Se dico di no, gli altri non mi accetteranno”, “I bisogni altrui sono più importanti dei miei”, “Se dico di no, rovino la relazione”, “Se dico no, l’altro si arrabbia”. Atteggiamenti sottomessi, indifesi e passivi, oltre a impedire l’espressione delle proprie richieste, inducono una canalizzazione della rabbia verso se stessi, generando scontentezza, frustrazione, inadeguatezza, timore del fallimento e paura del giudizio altrui. Dire sempre di sì, pur garantendo vantaggi a breve termine quali l’evitamento del conflitto e l’assunzione di minori responsabilità, genera importanti costi psicologici, dalla perdita progressiva di stima verso se stessi all’andare incontro a repentini e incontenibili scoppi d’ira. Compiacenza, iperadattamento e passività, pur illudendo inizialmente di tener salde le relazioni, finiranno con l’indurre rimpianti, autocritica e colpevolizzazione, non riuscendo a evitare i conflitti nel lungo periodo e provocando la rinuncia ad essere se stessi. Dire di no è un diritto fondamentale che necessita di essere riconosciuto a se stessi e agli altri.

Per approfondimenti:

GIUSTI E., TESTI A., “L’assertività”, Sovera Multimedia, Roma, 2014

 

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