L’autoregolazione degli obiettivi: un fattore utile per la prevenzione del suicidio

di Giulia Mangani
curato da Mauro Giacomantonio

Secondo il World Health Organisation circa un milione di persone muore ogni anno per suicidio in tutto il mondo. Partendo da tale dato, alcuni ricercatori si sono chiesti se una maggior conoscenza del ruolo di alcuni meccanismi di rischio prossimali, potesse essere utile a prevedere comportamenti suicidari.

All’interno di tale ambito, numerosi studi, hanno già sottolineato come la capacità di saper rinunciare a perseguire obiettivi irraggiungibili, aiuti ad evitare sentimenti di fallimento associati al rischio suicidario. Tale disimpegno dagli scopi impossibili da realizzare, risulta tuttavia adattivo, solo quando è accompagnato alla possibilità di investire in nuove mete realizzabili. In particolare, nella popolazione più anziana, il disinvestire da scopi irraggiungibili, senza potersi impegnare in nuovi obiettivi, è associato ad un basso livello di benessere mentre nei giovani adulti si riscontra una maggior difficoltà a rinunciare a mete impossibili da perseguire con la conseguente accresciuta percezione di “sentirsi intrappolati” e la possibilità di mettere in atto atti autolesionistici.

Partendo da tali analisi, la ricerca ha individuato come fattore che aumenterebbe la probabilità di mettere in atto agiti suicidari la percezione di “sentirsi sconfitti ed intrappolati” in una situazione da cui non si riesce a fuggire (O’Connor, 20011). In particolare, lo studio ha esaminato la funzione di due processi coinvolti nell’autoregolazione degli obiettivi che aumenterebbero la sensazione di “non avere via di scampo”: il disimpegno da mete irraggiungibili e l’investimento in nuovi scopi (Wrosch, 2010 ; Wrosch e Scheier, 2003).

I risultati, in linea con l’ipotesi di ricerca, hanno mostrato come siano fattori predittivi del reiterarsi di atti autolesionistici la difficoltà ad investire in nuove mete, una storia di ospedalizzazione per agiti autolesionistici e l’ideazione suicidaria. Inoltre è stato dimostrato come il non riuscire a disinvestire da obiettivi irraggiungibili porti ad una percezione di basso livello di benessere e ad una maggior probabilità di agiti suicidari.

Nello specifico, la difficoltà ad impegnarsi in nuove mete, è risultata elevata nei giovani quando accompagnata ad una difficoltà a disinvestire da scopi impossibili da realizzare mentre negli anziani è risultata elevata anche quando sono stati abbandonati obiettivi irrealizzabili. La capacità di rinunciare a perseguire mete irraggiungibili, sembrerebbe quindi essere utile sia a non sprecare preziose risorse sia ad evitare sentimenti di fallimento associati al suicidio ma, risulterebbe adattiva, solo nel caso in cui siano disponibili altri scopi da perseguire.

Sebbene i ricercatori abbiano sottolineato alcuni limiti della ricerca, le conclusioni dello studio suggeriscono alcune linee guida per i futuri interventi terapeutici. In particolare, i trattamenti dovrebbero mirare da una parte all’autoregolazione degli scopi, valutando la disponibilità e la motivazione dei soggetti ad intraprendere nuovi obiettivi e dall’altra dovrebbero aiutare le persone ad esplorare il significato personale del disimpegno dalla meta e ad impegnarsi nel perseguimento di ulteriori scopi. Infine sarebbe utile approfondire ed analizzare il ruolo giocato dal disinvestimento da obiettivi irraggiungibili, rilevante nel predire la messo in atto di agiti suicidari.

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