Le impronte dei traumi non sono indelebili: come le esperienze correttive alterano la trasmissione epigenetica.

di Emiliana Stendardo
a cura di Maurizio Brasini

L’esposizione ad esperienze traumatiche durante le prime fasi di vita può incidere sullo sviluppo di particolari strategie di coping (ovvero sui meccanismi messi in atto dall’individuo per fronteggiare situazioni avverse, stressanti o di pericolo) o addirittura di quadri patologici che persistono per tutto l’arco di vita (Klengel & Binder, 2015). Alcune strategie di coping possono essere trasmesse alla prole senza che quest’ultima esperisca in modo diretto il trauma. Fortunatamente gli effetti delle esperienze traumatiche, anche di quelle più problematiche come i traumi infantili, sembrano poter essere ribaltati da fattori ambientali impedendo in tal modo la trasmissione alla progenie. Negli ultimi anni la ricerca epigenetica (una branca della genetica che studia i fattori coinvolti nelle alterazioni dell’espressione genica senza modificazioni del DNA) sta facendo luce sui meccanismi molecolari responsabili delle alterazioni fenotipiche dovute all’ambiente e sulla loro trasmissione transgenerazionale. Nella ricerca condotta da Gapp e colleghi pubblicata sulla rivista Neuropsychopharmachology nel 2016 gli autori hanno studiato gli effetti dei traumi precoci nei topi di prima e seconda generazione utilizzando una procedura di separazione materna imprevedibile. Gli autori hanno poi inserito una procedura di Arricchimento Ambientale: dopo il trauma i topi sono stati esposti ad un ambiente che favoriva la flessibilità comportamentale, l’apprendimento e la plasticità. I ricercatori hanno infine verificato gli effetti di tale ambiente sulle strategie di coping nella prima e nella seconda generazione. In particolare, hanno indagato le modificazioni comportamentali di coping e, attraverso tecniche di biologia molecolare, hanno misurato l’espressione del recettore Glucocorticoide GR, e la metilazione del DNA del promotore di tale recettore nelle regioni ippocampali e nelle cellule germinali paterne.

I risultati indicano che le esperienze avverse possono produrre modificazioni nelle strategie di coping nella prima generazione che si trasmettono anche alla successiva e, in particolare, che le esperienze avverse possono indurre la predisposizione ad un coping di evitamento attivo (per certi versi ritenuto resiliente ma, per altri, considerato di maggior allarme). Inoltre le successive esperienze di Arricchimento Ambientale interrompono la trasmissione intergenerazionale dei meccanismi di coping. A livello molecolare si è osservato un andamento simile riscontrando un aumento nell’espressione del recettore GR ed una diminuzione della metilazione del DNA nell’ippocampo dei topi esposti al trauma e nella loro progenie, effetti entrambi “corretti” dall’esposizione ad Ambiente Arricchito. Alterazioni simili sono state riscontrate, oltre che nelle regioni ippocampali, negli spermatozoi paterni. Infine, l’alterazione della metilazione del DNA nelle cellule spermatiche non è trasmessa a tutte le cellule della progenie ma la si riscontra solo in alcune aree in cui probabilmente avvengono dei fenomeni tessuto/regione specifici che sembrerebbero mediare gli effetti transgenerazionali e l’interazione tra traumi precoci e condizioni ambientali. In conclusione, futuri approfondimenti ci consentiranno di comprendere i fattori che influenzano il coping, i processi molecolari e di trasmissione transgenerazionale sottostanti in modo da prevedere e o “correggere” in terapia risposte di coping mal adattive in favore di fenomeni resilienti.

Gapp et al.,. 2016. Potential of Environmental Enrichment to Prevent Transgenerational Effects of Paternal Trauma. Neuropsychopharmacology. 41(11): 2749-58.

Klengel, Binder. 2015. Epigenetics of stress-related psychiatric disorders and gene x environment interactions. Neuron 86: 1343-1357.

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