Chi meno sa, più crede di sapere

di Claudia Perdighe

 L’effetto Dunning Kruger: quanto più una persona è incompetente in un ambito, tanto più tende ad avere scarsa consapevolezza della propria mancanza di competenza

Qualche tempo fa un’amica mi racconta questo episodio. La figlia, che frequenta il secondo anno di liceo, ha fatto un compito di latino cui l’insegnante ha dato 9 come voto. Nel riceverlo, si accorge di aver fatto un errore di grammatica importante e lo segnala all’insegnante che non lo aveva rilevato. L’insegante, piuttosto che premiarla come mi sarei intuitivamente aspettata, corregge il voto da 9 a 8.

Perché l’insegnante abbassa il voto? La risposta banale è: l’insegnante non apprezza l’onestà. La risposta più colta è: l’insegnante con conosce l’effetto Dunning Kruger.

Il suddetto effetto, elaborato da Kruger e Dunning nel 1999, è la sistematica distorsione cognitiva per cui le persone tendono ad avere una visione eccessivamente ottimistica delle proprie abilità in molti ambiti sociali e intellettuali e tendono a collocarsi intorno e sopra la media statistica. Detto in altri termini, Dunning e Kruger dimostrano con una serie di brillanti studi (in cui viene chiesto a dei soggetti di eseguire dei compiti e poi autovalutarsi) che quanto più una persona è incompetente in un ambito, tanto più tende ad avere scarsa consapevolezza della propria mancanza di competenza; al contrario, chi è competente tende a sovrastimare la competenza degli altri e a sottostimare la propria. Simmetricamente gli incompetenti fanno fatica a riconoscere la competenza negli altri, cosa che mantiene l’incompetenza, dal momento che il confronto con altri più esperti è uno dei modi più efficaci per migliorare le proprie conoscenze.

Questo fenomeno, brillantemente espresso da Shakespeare  nella frase «Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio», ha una spiegazione? Come mai chi è incompetente, aggiunge a questo “dramma” anche la sua inconsapevolezza?

La spiegazione degli autori al fenomeno è che valutare la propria competenza è un’abilità metacognitiva che richiede competenze specifiche: per valutare le mie competenze in fisica, devo avere almeno una vaga idea dell’estensione delle conoscenze accumulate in fisica nel corso dei secoli. La sovrastima delle proprie conoscenze è dovuta, dunque, al fatto che le persone che sono incompetenti in un dato dominio, non solo giungono a conclusioni sbagliate e fanno scelte errate, ma l’incompetenza impedisce loro di avere consapevolezza della stessa. Il corollario, paradossale, di questo effetto, è che il miglioramento della capacità di autovalutazione passa attraverso l’aumento della competenza: per ridurre l’inconsapevolezza della propria incompetenza, è necessario diventare più competenti!

Questo fenomeno, come facile intuire o osservare digitando su Google “effetto Dunning Kruger”, ha innumerevoli applicazioni e implicazioni per i più vari ambiti, dalla politica alla medicina, dalla psicologia all’economia. Tra le tante, mi sembrano interessanti le implicazioni per due ambiti d’interesse di questo sito: la clinica e la didattica.

Molto spesso in clinica si osserva, infatti, come persone di grande valore (intellettuale, culturale, morale) abbiano un’autostima e un senso di sé fortemente compromessi nello stesso ambito in cui dall’esterno arrivano grandi conferme, come efficacemente espresso nel titolo di Goldhill “Is Imposter Syndrome a Sign of Greatness?” (2016). Proprio la grande competenza in un ambito rende questi pazienti difficili da rassicurare sul proprio valore, in quanto sono in grado di fare obiezioni puntuali e di usare argomenti sofisticati per dimostrarci “quanto poco valgono”.

Anche nell’insegnamento non è infrequente confrontarsi con il fatto che in una classe le notazioni critiche arrivano più facilmente dalle persone meno preparate mentre, invece, gli allievi più preparati sono spesso meno critici e meno consapevoli della propria competenza. Peraltro, come facile intuire, il “presumere di sapere” dell’allievo rende l’insegnamento più arduo, in quanto il didatta si trova a dovere aumentare negli allievi la consapevolezza della parzialità o scorrettezza delle loro conoscenze, per poter aumentare le loro competenze (ma per aumentare la consapevolezza deve prima renderli meno incompetenti!).

Possiamo trarre qualche conclusione da questa rivisitazione dell’effetto Dunning Kruger?

Innanzitutto, in era di internet per tutti e in cui concetti come autorevolezza, competenza, expertise rischiano di essere per pochi (per chi sa di non sapere!), mi sembra una cosa buona ridare valore alla “consapevolezza di non sapere” del sapiente. In termini concreti questo si traduce, per esempio, nell’affidarsi a un esperto nella valutazione di cose su cui non abbiamo competenza; ad esempio, se ho bisogno di capire se sia il caso di fare un vaccino, mi affiderò a un medico che io (a torto o a ragione) considero competente; se ho bisogno di farmi un’opinione su un aspetto legislativo, sentirò il parere di un giurista.

Più in generale, mi sembra si possa affermare che nella valutazione delle proprie competenze o qualità, è utile affidarsi a misure il più possibile oggettive piuttosto che alla propria sensazione di competenza e diffidare sia della sensazione di grande fiducia che di scarsa fiducia (che rischiano di tradursi da un lato in presunzione ed errori e dall’altra in depressione e autosvalutazione).

 

Per approfondimenti:

 

James Bryan, H. Lindsay (2017). The Dunning-Kruger effect in medical education: double trouble for the learner in difficulty. Canadian Journal of Emergency Medicine 19(S1), pp. 86-90.

David Dunning, Kerri Johnson, Joyce Ehrlinger & Justin Kruger (2003). Why people fail to recognize their own incompetence, in Current Directions in Psychological Science, vol. 12, nº 3, pp. 83-87.

David Dunning, Self-Insight: Roadblocks and Detours on the Path to Knowing Thyself, in Social Psychology, Psychology Press, 2005, pp. 14-15.

Joyce Ehrlinger, David Dunning (2003). How Chronic Self-Views Influence (and Potentially Mislead) Estimates of Performance, in Journal of Personality and Social Psychology, vol. 84, nº 1, pp. 5-17.

Olivia Goldhill (2016). Is Imposter Syndrome a Sign of Greatness? In: http://www.govexec.com/excellence/promising-practices/2016/02/imposter-syndrome-sign-greatness/125615/

Justin Kruger, David Dunning (1999). Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments, in Journal of Personality and Social Psychology, vol. 77, nº 6, pp. 1121-1134.

Khalid Mahmood (2016). Do People Overestimate their Information Literacy Skills? A Systematic Review of Empirical Evidence on the Dunning-Kruger Effect. Communications in Information Literacy, 10(2), 198-213.

William Shakespeare (1983). Come vi piace.  Rizzoli

Ti perdono, lo faccio per me!

di Antonella D’Innocenzo

Perdonare è una scelta che fa bene, prima di tutto, alla mente e al corpo di chi la compie

Vendetta, evitamento e perdono sono possibili risposte che un individuo può attivare in seguito a un’offesa percepita; a differenza dei primi due, quest’ultimo implica la rinuncia al diritto di provare rancore nei confronti dell’offensore e la modificazione di pensieri ed emozioni negative, insieme a un incremento di sentimenti di compassione e di benevolenza verso chi riteniamo ci abbia fatto del male.
Perdonare non equivale a giustificare, scusare, dimenticare o minimizzare: per farlo è necessario che l’evento sia ricordato e che si abbia chiara consapevolezza delle sue conseguenze dannose. Le modalità di questo processo, tuttavia, non sono rabbiose e dolorose, ma consistono nel ripercorrere e rielaborare la sofferenza in modo funzionale, allo scopo di poter essere capaci di riporla nella giusta dimensione: il passato.
Perdonare non coincide necessariamente con la riconciliazione con l’offensore, anzi, essa va evitata, se può mettere a rischio l’incolumità psicofisica della vittima: mentre per riconciliarsi è infatti opportuna la negoziazione tra offensore e vittima, il perdono è un atto unilaterale e può essere praticato in qualunque circostanza e situazione.
È utile perdonare? La ricerca sul perdono in ambito psicologico ha mostrato come gli adulti con una più elevata disposizione al perdono facciano meno uso di farmaci, siano meno depressi, meno rabbiosi, meno ansiosi, presentino una più elevata qualità del sonno, in generale una maggior soddisfazione di vita e benefici per la salute fisica.
Incrementando i comportamenti di perdono, aumenterebbero anche altre variabili di benessere, come la fiducia, la speranza, l’auto-efficacia e la gioia. Gli individui con una bassa disposizione al perdono tendono a essere più rabbiosi e a ruminare di più sulle offese passate; un’intensa rabbia disfunzionale sembra essere correlata a un rischio più alto di diverse problematiche psicologiche, inclusa la depressione. In effetti, avere difficoltà a perdonare può implicare la tendenza a mettere in atto comportamenti vendicativi, aggressivi o di evitamento, portando a rottura delle relazioni, isolamento, solitudine e mancanza di risorse affettive; condizioni che contribuiscono alla genesi e al mantenimento di stati depressivi. Il processo del perdono può essere invece considerato una forma efficace di autoregolazione emotiva, in grado di modulare i sentimenti negativi e di preservare e riparare le relazioni interpersonali.
Negli ultimi vent’anni, in psicoterapia, si è tentato di utilizzare il potenziale benefico del perdono per la riduzione del malessere e l’incremento del benessere psicologico.
Sono due i principali modelli d’intervento, connessi al perdono, utilizzati: quello di Robert Enright & Human Development Study Group e quello di Everett Worthington; entrambi lavorano per favorire la consapevolezza di come l’ingiustizia ricevuta abbia provocato sofferenza, al fine di motivare all’assunzione del perdono come via d’uscita da questa condizione.
In questo processo, si aiuta l’individuo a modificare pensieri, emozioni e azioni nei confronti dell’altro, nella direzione della benevolenza e della compassione.
In molte tipologie di disturbi mentali, i problemi dei pazienti possono essere legati a tematiche relazionali irrisolte, a difficoltà nello stabilire rapporti duraturi e a lasciare andare offese passate: incoraggiare il paziente al perdono può rappresentare un’ottima opportunità per aiutarlo a uscire dalla sofferenza che sta sperimentando.

 

Per approfondimenti:

Barbara Bracaccia, “Il perdono interpersonale: analisi del costrutto. Efficacia, rischi e benefici per il benessere psicologico della terapia del perdono”, RASSEGNA DI PSICOLOGIA, n.3, vol.XXXIV, 2017 ISSN: 1125-5196 pp. 55-66

Sono stato abusato? Forse no!

di Giuseppe Femia

I ricordi di un bambino nell’ambito di una triste vicenda collettiva di pedofilia, tra abusi irrisolti, disturbo post-traumatico da stress e protocolli violati

Tra il 1997 e il 1998, in due paesi dell’Emilia Romagna, Mirandola e Massa Finalese, sedici bambini vennero allontanati dalle loro famiglie e affidati ai servizi sociali della zona.

L’accusa, come ha raccontato il giornalista Pablo Trincia in questi mesi sul quotidiano “La Repubblica”, è delle più gravi: abusi reiterati da parte di genitori e parenti, nell’ambito di una lunga serie di rituali satanici all’interno di cimiteri. Gli adulti vennero condannati a decine di anni di carcere e non rividero mai più i loro figli; i bambini crebbero in nuove famiglie e non tornarono mai più a casa.

Tra quei bambini c’era Dario, ora trentenne, che agli albori della storia raccontava alla maestra e a una psicologa dei servizi sociali di alcuni gravi episodi che si verificavano durante le visite nella casa gialla, dove abitava la sua famiglia d’origine e dove, saltuariamente, continuava ad andare per far visita alla madre e al padre naturali. Riferiva di abusi, sia da parte dei genitori che del fratello maggiore; dichiarava, inoltre, di essere stato portato in alcuni appartamenti del paese e più volte al cimitero, dove era oggetto di pratiche sadomaso; diceva: “Ma non succede solo a me, nel giro ci sono anche altri bambini”.

La Polizia comincerà a indagare e a effettuare perquisizioni; nella casa gialla dei genitori naturali di Dario verranno trovati dei giornaletti pornografici. Da una vicina, invece, gli inquirenti sequestreranno una macchina Polaroid. Dario riuscirà addirittura a fare dei nomi e a descrivere lineamenti, colori degli occhi, capelli e fogge delle persone coinvolte. Tutti i bambini ascoltati successivamente riferiranno descrizioni dettagliate: conosceranno i cimiteri a memoria, come fossero dei parchi a tema; racconteranno tutti la stessa storia. Il tribunale dei minori emetterà, allora, ordini di allontanamento per portare in salvo i bambini, i quali troveranno alloggio presso famiglie affidatarie o in un centro gestito da suore. I genitori, i parenti e i complici verranno trascinati sul banco degli imputati. Questa vicenda scatenerà processi lenti ed estenuanti: alcuni subiranno dure condanne; altri verranno assolti dopo sedici anni; altri ancora si suicideranno.

I bambini, nel frattempo, diverranno giovani adulti, ma nessuno di loro tornerà più a casa e la verità rimarrà avvolta nel mistero.

A distanza di vent’anni, il giornalista Pablo Trincia ricostruisce il caso intervistando gli attori della vicenda, tra cui Dario. Proprio lui, durante una conversazione con il giornalista, riferisce: “Per forza un bambino parla di fantasie, dopo otto ore di stress e pressione vorresti solo andare a dormire; mi dispiace per tutta la gente buona che è stata arrestata: fino a tre anni fa, credevo ancora a tutto quanto. Se molte cose non si riescono a ricordare, dopo arrivi a capire che ti hanno usato come volevano, o per i loro scopi. E me ne do una colpa, perché potevo essere allontanato, ok, ma senza mettere in mezzo gente innocente in una storia montata e rimontata da mille bambini, solo con nomi differenti. Più vai avanti e più speri solo che nessuno ti venga a dare la lezione che meriti; io è da più di un anno che ho seri dubbi su tutto e cerco di vivere senza dargli un peso eccessivo, ma con la rabbia verso la gente che mi ha usato”.

Il parziale rinnegamento delle proprie dichiarazioni, congiunto al fatto che tutte le testimonianze dei bambini hanno avuto pochi riscontri fattuali, pone inevitabili interrogativi che, se avessero una risposta, aiuterebbero la ricostruzione dei fatti.

Preliminarmente, infatti, sorge la necessità di chiedersi se nelle vittime, a causa del successivo allontanamento dalla comunità e dalla famiglia di origine, si sia innescato un meccanismo psicologico di malessere, proprio di un disturbo post-traumatico da stress a causa di stati dissociativi, amnesici e di negazione di eventi passati.

Il secondo quesito, messo in risalto da più parti nel corso delle indagini e dalla recente inchiesta di Trincia, riguarda invece la qualità degli ascolti protetti alla base dell’incidente probatorio condotti dagli psicologi allo scopo di verificare la veridicità dei fatti narrati. Ci si chiede, infatti, se durante i colloqui siano state ignorate le indicazioni dei protocolli internazionali per l’ascolto di un minore, che esistevano già da prima del 1997. Potrebbero essere stati proprio i professionisti, la polizia e i giudici, a stimolare nella mente dei bambini quelli che in realtà erano timori, ossia l’esistenza di sette e di pedofilia satanista?

Si potrebbe ipotizzare che i piccoli abbiano inconsapevolmente assorbito una paura collettiva sorta all’epoca, restituendo sotto forma di realtà fattuali delle fantasticherie deliranti, che hanno finito col diventare verità condivise. Se si fosse dunque trattato di un caso di “falso ricordo” causato da un innesto di immaginazione all’interno di un sistema cognitivo e mnestico debole e rinforzato da vicende psicologico/giudiziarie?

Dal momento che, oggi, alcuni dei protagonisti ritrattano o negano le proprie narrazioni passate e molti degli imputati sono stati assolti per mancanza di prove, il dubbio che i fatti non siano realmente accaduti appare legittimo.

In ogni caso, i report del giornalista sembrano svelare diverse irregolarità, prima tra tutte la mancanza di prove certe che giustificassero l’allontanamento dei bimbi dalla famiglia.

Durante gli ascolti protetti, riportati nell’inchiesta di “La Repubblica” in forma scritta e audio, le psicologhe comunicavano gli esiti delle visite ginecologiche e mediche ai bambini che si supponeva fossero state vittime di abusi, formulando frasi come: “Di sicuro qualcuno ti ha fatto male al sederino e alla patatina, questo è sicuro, perché lo dice la dottoressa…”.

Presupporre un danno arrecato potrebbe aver messo i bambini in una condizione di subalternità psicologica, inducendoli a essere d’accordo con l’asserzione appena formulata.

Dai racconti attuali di Dario emerge come, durante gli incontri presso i Servizi Sociali, venisse tenuto chiuso in una stanza per ore e tartassato di domande, anche in caso non rispondesse e continuasse a giocare. Questo modo di procedere, qualora corrispondesse alla realtà, sarebbe contrario a qualsiasi basilare regola deontologica. L’ascolto protetto dovrebbe essere eseguito evitando domande o comportamenti che in qualche modo possano compromettere la spontaneità, la genuinità e la sincerità delle risposte. Non possiamo stabilire cosa sia accaduto, ma certamente questa vicenda merita delle riflessioni da un punto di vista clinico e deontologico.

Spesso l’ascolto protetto diventa un trauma nel trauma: se eseguito senza cautela e in assenza di regole procedurali chiare, nel mancato rispetto di protocolli a tutela del minore, contamina il processo, esaspera la vulnerabilità psicologica intrinseca ai bambini e determina una confusione irreversibile. Occorre ricordare come sia doveroso condurre una valutazione prudente, evitando fermamente di partire dal presupposto secondo cui siano sufficienti alcuni indizi specifici per determinare una situazione di abuso, ma tenendo sempre in considerazione diversi fattori nella valutazione. Bisogna, soprattutto, astenersi dall’assumere un atteggiamento che possa innescare meccanismi di suggestionabilità.

Una corretta conduzione dell’ascolto protetto ha luogo solo a condizione che si garantiscano criteri comunicativi improntati alla neutralità del dialogo, quali:

  • evitare la formulazione di domande che costituiscano un fattore già di per sé condizionante e perturbante nell’orientare una risposta data o attesa;
  • evitare di creare condizioni spaziali di coercizione fisica nei confronti dei minori;
  • evitare di creare condizioni relazionali che vengano vissute come stati di coercizione psicologica;
  • evitare condizioni comunicative, ad esempio la promessa di una ricompensa, che vengano interpretate dal minore come un’indicazione relativa al corretto svolgimento di un compito e possono “indurre” stati mentali e vissuti emotivi nella mente dei bambini.

Il trauma sessuale, subìto o presunto che sia, se seguito da un allontanamento familiare e costellato da mille spostamenti di residenza affettiva, in assenza di protezione, innesca una situazione di trauma cumulativo, che non consente alla vittima di rielaborare lo scenario traumatico e il dolore che ne deriva. In effetti, nei personaggi intervistati, nei ragazzi e nelle famiglie sopravvissute, si rintracciano gli esiti di un trauma complesso caratterizzato da sentimenti di colpa, vissuti di dissociazione e amnesia, reazioni di allarme e/o evitamento rispetto alla vicenda, negazione, ambivalenza con emozioni di rabbia e fenomeni di confusione mentale.

Nello specifico, proprio “il bambino zero” sembra presentare ancora oggi i segnali di un disagio post-traumatico da stress, di uno stato di sofferenza psicopatologica, di confusione, lacerato dal dubbio, con manifestazioni di malessere diffuso, vissuti emotivi negativi e fenomeni di disorientamento rispetto all´accaduto: ho commesso degli omicidi? Sono stato vittima di abuso? Oppure ho innescato una catastrofe per aver coinvolto tutti in una non-verità? Non era certo compito di un bambino quello di stabilire la realtà dei fatti.

In ultimo appare fondamentale sollevare delle riflessioni circa la dubbia motivazione secondo cui anche i genitori non inquisiti siano stati allontanati dai loro figli in modo definitivo e sulla mancanza di un percorso psicologico a posteriori rivolto ai bambini coinvolti nella vicenda, divenuti ragazzi, dapprima “protetti” e alla fine “abbandonati” sino ad oggi, alla sofferenza, al dubbio e al dolore.

Essere adolescente? Quasi un’impresa!

di Monica Mercuriu

I segnali di disagio tipici di un adolescente, a volte, sono il campanello d’allarme di un vero e proprio disturbo

La depressione e l’ansia, anche a livello subclinico, sono tra i più comuni disturbi mentali vissuti in adolescenza. Le indagini sui segnali di disagio, come le difficoltà comportamentali o i disturbi del sonno, non sono sufficientemente riconoscibili, poiché inquadrabili nell’ampia variabilità di comportamenti problematici che caratterizzano questa fase dello sviluppo di vita.
La depressione e l’ansia durante l’adolescenza sono associate a una diminuzione significativa e qualitativa del funzionamento psicosociale: gli adolescenti depressi o ansiosi non solo sono più isolati, ma risultano meno pronti a intraprendere nuove amicizie; sono scadenti anche i loro risultati a livello scolastico, che possono portare al rifiuto scolare e all’abbandono degli studi.
In questa fase, aumentano considerevolmente i rischi di assunzione di alcool o di abuso di sostanze e il rischio suicidario è maggiormente frequente. Inoltre, gli adolescenti con depressione o disturbo d’ansia, anche a livello subclinico, corrono un rischio maggiore di sviluppare disturbo depressivo maggiore o disturbo d’ansia anche in età adulta; pertanto, interventi preventivi in questa fascia d’età sono fondamentali, al fine di ridurre i sintomi presenti ed evitare una loro cronicizzazione in età adulta.
Un’interessante meta-analisi, condotta da Sanne e collaboratori, mette in evidenza come possano essere proposti diversi tipi di interventi preventivi, alcuni per la popolazione generale non clinica, volti a promuovere la salute mentale in giovani adolescenti e adulti; altri specifici per adolescenti e giovani a rischio a di depressione e disturbo d’ansia, anche con sintomatologia subclinica; altri ancora proposti direttamente alle fasce cliniche conclamate, dove i disturbi depressivi e d’ansia sono presenti già da diverso tempo.
Una caratteristica importante, emersa dallo studio delle popolazioni con fattori di rischio per la depressione o l’ansia, è la psicopatologia genitoriale: i bambini avevano una probabilità tre volte più alta di sviluppare un grave disturbo depressivo o d’ansia, in adolescenza e giovane età adulta, quando uno dei genitori presentava depressione o disturbi d’ansia.
Un altro fattore di rischio era rappresentato dall’aver avuto esperienze stressanti durante l’adolescenza; in modo particolare per le ragazze, i sintomi depressivi o ansiosi erano spesso preceduti da eventi particolarmente gravi.
La CBT sembra costituire uno degli approcci fondamentali e comuni in quasi tutti i programmi analizzati, poiché si è dimostrata efficace nella riduzione sintomatologica a breve termine, sia per i campioni patologici che nei campioni utilizzati negli interventi di prevenzione per le fasce ad alto rischio.

 

Per approfondimenti:

Effectinevess of depression and anxiety prevention in adolescent with high familial risk:study protocol for a randomized controlled trial, Sanne P. A. Rasing1, 2*, Daan H. M. Creemers 1, 2, Jan M. A. M. Janssens 1 and

Ron H. J. Scholte1

Epilessia: nuove prospettive

di Niccolò Varrucciu

La terapia ACT sembra essere la risposta a molti meccanismi di condizionamento dell’epilessia

Da oltre mezzo secolo, i ricercatori di tutto il mondo hanno studiato i meccanismi di condizionamento e i possibili interventi psicologici dell’epilessia, con risultati promettenti per la riduzione delle crisi. Nonostante i notevoli sforzi, tuttavia, questi provvedimenti raramente hanno avuto un impatto significativo sul modo in cui viene trattata l’epilessia; la carenza di efficacia dei trattamenti ha assunto una rilevanza notevole, a fronte di una percentuale variabile dal 25 al 40% di pazienti refrattari alla terapia farmacologica, o che sperimenta effetti negativi secondari.

La situazione generale delle persone affette da epilessia è fortemente invalidante, con alto rischio di lesioni alla testa legate alle convulsioni; disturbi psichiatrici, in particolare depressione; aspettativa di vita più breve della norma e risultati sanitari generalmente scarsi. La qualità della vita è generalmente percepita come più bassa, rispetto a quella di persone affette da altre malattie croniche; inoltre, la stigmatizzazione dell’epilessia, insieme alla minaccia di convulsioni, può creare emozioni stressanti, con il rischio di esacerbare le convulsioni stesse.

Assume, quindi, sempre maggiore importanza lo sviluppo di un trattamento psicoterapeutico efficace.

Secondo il modello di medicina comportamentale, l’epilessia è definita come una predisposizione biologica alle crisi – combinata ad altri fattori – in un certo ambiente, che aumenta o diminuisce la probabilità d’insorgenza.
Il trattamento comportamentale delle convulsioni, solitamente, include l’aumento della consapevolezza dei fattori scatenanti, del processo stesso del comportamento epilettico e di particolari funzioni delle convulsioni.

Oltre al controllo delle crisi, fondamentale nel trattamento dell’epilessia, è molto importante prendere in considerazione anche tutti i pensieri, le emozioni e le stigmatizzazioni che, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, possono ridurre drasticamente le possibilità di ottenere un’istruzione, un lavoro, o di formare una famiglia.

In questa direzione, le psicoterapie di terza generazione come l’ACT stanno diventando sempre più importanti.
I principali obiettivi dell’ACT sono creare flessibilità psicologica e costruire un repertorio comportamentale più ampio, al servizio dei valori importanti per la persona; in breve: accetta, scegli e agisci.

Rispetto all’epilessia, ciò implica accettare la propria predisposizione biologica, con paure, pensieri e ricordi associati che ne derivano e scegliere volontariamente di impegnarsi in azioni coerenti con i propri valori.

Un elemento centrale dell’ACT, chiamato “evitamento esperienziale”, consiste non solo nell’evitare le convulsioni effettive, ma anche paure, pensieri, sentimenti e ricordi legati al rischio di tali convulsioni.

Un recente studio ha randomizzato ventisette soggetti con diagnosi di epilessia, refrattari alla terapia farmacologica, in due gruppi, uno sottoposto a terapia ACT e un altro a una terapia di supporto. Gli effetti terapeutici sono stati misurati esaminando i cambiamenti nella qualità della vita e l’indice di crisi.
Entrambe le condizioni di trattamento consistevano in sole nove ore di terapia, distribuite in due sessioni individuali e due di gruppo, durante un periodo di quattro settimane.

I risultati hanno mostrato effetti significativi del protocollo ACT, rispetto all’indice di crisi e ai domini di salute psicologica e fisiologica, relazioni sociali e salute ambientale.

Un breve programma di psicoterapia, combinato con farmaci anticonvulsivanti, può aiutare a prevenire molte difficoltà derivanti da una lunga storia di malattia, con conseguente aumento di qualità e soddisfazione della vita.

Ultimo ma non ultimo, considerando il contesto ambientale in cui è stato condotto lo studio, il Sudafrica, si è dimostrato come il trattamento dell’epilessia possa essere non invasivo, a basso costo e facile da condurre, anche laddove siano presenti differenze linguistiche e culturali.

 

Per approfondimenti:

 Dahl J, Lundgren T. (2005) Behavior analysis of epilepsy: conditioning mechanisms, behavior technology and the contribution of ACT. The Behavior Analyst Today 6(3):191–202.

Wagner JL, Smith G. (2005) Psychosocial intervention in pediatric epilepsy: A critique of the literature. Epilepsy and Behavior 8:39–49.

Kwan P, Brodie MJ. (2000) Early identification of refractory epilepsy. New England Journal of Medicine 58:2–8.

Johnson EK, Jones JE, Seidenberg M, Hermann BP. (2004) The relative impact of anxiety, depression, and clinical seizure features on health-related quality of life in epilepsy. Epilepsia 45:544.

Cummins RA. (1997) Assessing quality of life for people with disabilities. In Brown RI (Ed) Quality of life for handicapped people. Stanley Thomas Ltd, Cheltenham, England, pp.116–150.

Fenwick P, Brown S. (1989) Evoked and psychogenic epileptic seizures. Acta neurological. Scandinavica 80:535–540.

Wolf P. (1992) From precipitation to inhibition of seizures: rationale of a therapeutic paradigm. Epilepsia 46(suppl 1):15–16.

Hayes SC, Stroshal K, Wilson KG. (1999) Acceptance and commitment therapy: an experiential approach to behavior change. Guilford Press, New York.

Lundgren T, Dahl J, Melin L, Kies B. Evaluation of acceptance and commitment therapy for drug refractory epilepsy: a randomized controlled trial in South Africa–a pilot study. Epilepsia. 2006 Dec;47(12):2173-9. PubMed PMID: 17201719.

I miei pensieri? Non li capisco!

di Caterina Parisio

La compromissione cognitiva nei pazienti schizofrenici è divenuta uno dei domini più studiati ed è alla base di nuovi modelli di trattamento

 Difficoltà nel partecipare, apprendere, ricordare, risolvere problemi: queste gravi compromissioni, presenti nei pazienti schizofrenici, anche quando i sintomi psicotici sono sotto controllo, impediscono spesso di vivere in modo autonomo.

I deficit cognitivi diffusi, che sono stati documentati nei pazienti schizofrenici, riguardano l’attenzione, la memoria e il funzionamento esecutivo, le abilità visuo-spaziali e il linguaggio.

Già nelle prime descrizioni nosografiche della schizofrenia, i deficit cognitivi assumevano una posizione centrale, tanto da portare Kraepelin, nel 1919, a definire il disturbo Dementia precox, che letteralmente significa “declino cognitivo con esordio giovanile”. Eugen Bleuler, qualche anno più tardi, nel descrivere l’incapacità dei pazienti affetti da schizofrenia di controllare i propri pensieri, ipotizzò che il nucleo fondamentale di tale patologia potesse essere attribuito a uno scollegamento dei fili associativi che formano le relazioni tra le idee.

Nel corso degli anni, si sono succedute numerose evidenze riguardo alla presenza di compromissione nell’area cognitiva dei pazienti schizofrenici; tuttavia, per molto tempo è prevalsa la convinzione che tale dominio fosse inaccessibile dal punto di vista terapeutico.

La sottostima di queste funzioni ha contribuito, da una parte, all’inefficacia di molti interventi psicoterapeutici e riabilitativi; dall’altra, allo sviluppo di protocolli innovativi di trattamento ad hoc.

Si è poi avviato un nuovo corso, grazie alle scoperte riguardanti le indagini neuro-morfologiche e alla rinnovata metodologia del testing neuropsicologico: diversi filoni di ricerca hanno sottolineato la pervasività dei deficit cognitivi nella schizofrenia e il loro profondo impatto sull’esito del funzionamento. I deficit cognitivi e le loro conseguenze sono divenuti progressivamente sempre più importanti, tanto da polarizzare l’attenzione dei clinici e divenire un obiettivo fondamentale dei trattamenti. I sintomi produttivi, inoltre, si collegano direttamente al malfunzionamento cognitivo. L’ipotesi, secondo cui le compromissioni nei processi cognitivi di base contribuiscano sostanzialmente a un disturbo formale del pensiero, continua ad avere dei buoni fondamenti scientifici.

Inoltre, i pazienti schizofrenici presentano tra di loro innumerevoli differenze nel grado e nel tipo di compromissione cognitiva; quindi, se da una parte si ha una probante certezza che questi deficit siano presenti, dall’altra questi deficit sono differenti e specifici, sia tra i diversi pazienti che nello stesso soggetto.

Il deficit cognitivo, nella schizofrenia, è sostanzialmente di natura generalizzata, accompagnato da una compromissione in specifici domini della memoria episodica, della velocità di processamento, di fluenza verbale, di attenzione, di funzioni esecutive e memoria di lavoro.

I deficit cognitivi sembrano essere presenti prima della manifestazione conclamata della malattia. Tuttavia, in diversi studi, è stato dimostrato che tale compromissione non è sempre presente. È, quindi, difficoltoso evidenziare una specifica compromissione cognitiva nei pazienti a rischio di sviluppare la malattia, perché i domini cognitivi da esplorare sono estremamente difficili da indagare e presentano risultati talvolta contrastanti.

Per affrontare le compromissioni cognitive nei pazienti schizofrenici, gli interventi psicosociali si sono dimostrati di fondamentale importanza e, già alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, hanno iniziato ad avere una loro dignità e sistematizzazione.

La Cognitive Remediation, trattamento di tipo cognitivo-comportamentale, è rivolta a persone che presentano una compromissione cognitiva in grado di interferire con il funzionamento quotidiano, in modo da sviluppare e rafforzare le abilità cognitive che si mostrano deficitarie.

La CR mira a modificare direttamente le abilità di attenzione, memoria, velocità di processamento e di problem solving, attraverso una serie di esercizi carta matita o computerizzati; stimola le abilità che risultano deficitarie e offre sostegno al fine di ridurre i fallimenti nei diversi compiti della vita quotidiana; aumenta la soddisfazione degli individui nelle scelte, nell’apprendimento in generale, nelle attività lavorative e negli ambienti sociali.

In generale, un livello maggiore di competenza cognitiva favorisce il funzionamento degli individui, soprattutto per il mantenimento dei ruoli sociali legati alla scuola, al lavoro e alle relazioni.


Per approfondimenti:

Antonino Carcione, Giuseppe Nicolò, Michele Procacci (a cura di), Manuale di terapia cognitiva delle psicosi, 2012. Ed. Franco Angeli

La psicoterapia? Mi ha peggiorato!

di Sabina Marianelli

Affinché la terapia vada a buon fine, è importante che la metodologia del terapeuta non fondi su basi scientifiche errate

Se, in medicina, è il Food and Drug Administration a condurre i trial che permettono di identificare i criteri di sicurezza dei farmaci, in psicoterapia manca uno strumento che permetta di valutare la dannosità di un protocollo. Sono pochi gli studi spesi a tal fine: per esempio, nell’autorevole testo di Bergin e Gafield, “Handbook of Psychotherapy and Behavior Therapy”, su oltre ottocento pagine di testo, sono approssimativamente due quelle che affrontano il problema degli effetti avversi in psicoterapia.

In un recente articolo del 2007, “Psychological Treatments That Cause Harm”, Scott O. Lilienfeld ha tentato di porre rimedio a questa lacuna.

L’autore, esaminando studi RCT e meta-analisi, ha ricercato evidenze che permettessero di costruire una lista di trattamenti psicoterapici di dubbia efficacia o potenzialmente dannosi. La lista andava, poi, abbinata a liste già esistenti, le EST: trattamenti verificati in trial controllati e studi su caso singolo, rispetto all’efficacia relativa a specifici disturbi.

La maggior parte delle meta-analisi mostra che, con alcune eccezioni, le psicoterapie tendono ad avere efficacia.

Il verdetto del Dodo – che si rifà alla celebre frase del Dodo di Alice nel Paese delle meraviglie: “Tutti hanno vinto e tutti devono avere un premio!” – fu ideato da Saul Rosenzweig nel 1936, per dare un nome alla sua teoria, nella quale afferma come, in psicoterapia, la varianza dipenda dalle caratteristiche personali del terapeuta, del paziente e dell’interazione tra i due.

Tuttavia, nella letteratura riguardante i risultati della psicoterapia si è trovato come, per esempio, la terapia cognitivo comportamentale sia più utile di altre nel trattamento dei disturbi d’ansia, del disturbo ossessivo compulsivo e di fobie specifiche.

Ancora più sconcertante è ciò che emerge da altri risultati, che affermano la dannosità di alcuni tipi di trattamento per un cospicuo numero di pazienti; una minoranza non banale peggiora con la psicoterapia: i primi della lista sono i pazienti con disturbo da abuso di sostanze.

Questi risultati sono spesso ingannevoli, sovrastimano alcuni effetti e ne sottostimano altri: alcuni pazienti potrebbero peggiorare in modo del tutto indipendente dalla terapia, mentre altri avrebbero avuto dei miglioramenti più apprezzabili senza seguire un percorso di cura.

La ricerca sugli effetti dannosi della psicoterapia è utile per vari motivi, in primis al fine di evitare procedure dannose per il paziente; in secondo luogo, per portare risultati rispetto ai meccanismi di mediazione che sottostanno al peggioramento degli individui in terapia.

L’autore elenca una lista varia e dettagliata di terapie dall’approccio opinabile, rivelatesi potenzialmente dannose e controproducenti.

  • Critical Incident Stress Debriefing: Protocollo atto alla prevenzione del PTSD e per i disturbi d’ansia correlati a grandi stress, con procedura a sessione singola che dura circa tre ore, condotta in gruppo a circa 72 ore dall’evento. Una meta-analisi ha riscontrato l’inefficacia di questo intervento nel diminuire la sintomatologia. Altri due studi randomizzati hanno riscontrato effetti chiaramente negativi rispetto ai gruppi di controllo
  • Scared Straight Programs: programmi finalizzati a essere dei deterrenti per adolescenti a rischio rispetto a un futuro fatto di criminalità; una recente review meta-analitica ha dimostrato che questo genere di interventi ha aumentato la percentuale di aggressioni.
  • Facilitated Communication: agisce a partire dall’assunto che i problemi di comunicazione dei bambini con autismo o altre disabilità cognitive siano attribuibili principalmente a problemi motori; degli studi attentamente controllati hanno mostrato che le comunicazioni sono prodotte inconsapevolmente dagli strumenti stessi che i bambini usano.
  • Attachment Therapies: in questo tipo di terapia si sostiene che la separazione spesso produca emozioni negative e che esse debbano essere espresse; la modalità nella quale ciò viene fatto è spesso intrusiva e aggressiva, includendo offese di vario tipo, verbali e non solo. Una variante piuttosto pericolosa è il Rebirthing, che parte dall’assunto che la nascita costituisca di per sé un trauma e che vada rivissuta, al fine di risolvere emozioni disfunzionali.
  • Tecniche di recupero della memoria: sebbene manchino dati da studi controllati, esistono considerevoli evidenze che i metodi suggestivi, tra cui l’ipnosi o l’immaginazione guidata, possano produrre false memorie in alcuni pazienti. Dati provenienti dal tribunale di Washington mostrano che, sulla base di queste false memorie, si è registrato un aumento del tasso di suicidio e di ospedalizzazione psichiatrica nel corso della terapia
  • Psicoterapia per il Disturbo Dissociativo d’Identità: si usano metodi induttivi per far uscire gli alter e farli comunicare tra loro; spesso, in questo modo, gli alter aumentano anziché diminuire e, nonostante i terapeuti affermino che si tratti semplicemente della scoperta della loro esistenza, è assai frequente che l’uso poco consapevole di queste tecniche ne crei di nuovi. È frequente, altresì, riscontrare come esista una maggiore percentuale di diagnosi di disturbo dissociativo di identità tra i terapeuti che sono specializzati in questo tipo di intervento; studi di laboratorio indicano che partecipanti non clinici possono riprodurre le caratteristiche di base del disturbo, se sollecitati tramite ipnosi.
  • Consulenza per il trattamento del lutto normale: in seguito a uno studio, si è scoperto come il 38% dei casi di trattamento del lutto avrebbe avuto maggiori benefici se inserito nel gruppo di controllo, in cui non era effettuato alcun tipo di trattamento. Vi è la possibilità che questo genere di programma possa essere iatrogeno per alcuni individui, soprattutto nel caso di lutti non traumatici.
  • Campi di addestramento per i problemi di condotta: grazie all’efficacia in termini di costi, si sono diffusi questi interventi di tipo para-militare per adolescenti antisociali, ai quali venivano impartiti valori quali la disciplina e l’obbedienza; una meta-analisi ha rivelato che alcuni studi hanno mostrato effetti positivi, alcuni effetti iatogeni e altri ancora nessun effetto.
  • Drug Abuse and Resistance Education Programs: studi sui programmi di prevenzione per l’uso e l’abuso di sostanze che si sono mostrati inutili; in particolare il programma DARE, condotto da poliziotti in divisa che illustrano gli effetti negativi delle condotte d’abuso, si sono rivelati del tutto inefficaci.
  • Interventi tra pari per problemi di condotta: è verificato che questo genere di interventi aumentino i livelli di comportamento antisociale nei partecipanti, mentre una più recente meta-analisi ha evidenziato più scarse prove dell’effetto iatrogeno degli interventi.
  • Trattamenti di rilassamento per pazienti affetti da panico: alcuni dati sperimentali su piccoli campioni indicano che le sessioni di rilassamento possano indurre, anziché viceversa, stati di ansia e panico; questi studi non dimostrano in modo univoco la dannosità di questi interventi per soggetti con disturbo d’ansia.

    Quando analizziamo terapie ben accettate e basate su premesse teoriche plausibili, la differenza tra esse tende a essere minima. Rispetto alle forme di terapia considerate nocive, è importante invece estendere gli studi, in particolare in termini di prevalenza di utilizzo.

L’autore conclude sottolineando l’importanza di un maggiore rigore nella formazione dei clinici, che li metta in guardia dagli azzardi in psicoterapia, a partire da una maggiore conoscenza scientifica della fondatezza di ciò che si va a proporre. Invita a condurre il trattamento attraverso la somministrazione di test, la supervisione clinica e il report, circa gli ingredienti che portano al peggioramento dello stato del paziente o al fallimento del percorso psicoterapico, così da migliorare il lavoro offerto al prossimo.

Questo studio è uno spunto di riflessione e approfondimento anche per i clinici nostrani: nonostante la diffusione di alcune pratiche, indicate come nocive, sia esigua nel nostro paese e sebbene vi siano già dei sistemi di scrematura, sarebbe auspicabile una più corretta formazione dei terapeuti.

 

Per approfondimenti:

Chambless & Ollendick, 2001; Hunsley & DiGuilio, 2002

Westen, Novotny,& Thompson-Brenner, 2004

Beutler, Bongar, & Shurkin, 1998; Lambert & Miller, 2001; Rhule, 2005

Wampold, Mondin, Moody, Stich, Benson, & Ahn, 1997

Mohr, 1995; Strupp, Hadley, & Gomez-Schwartz, 1977

McNally, Bryant, & Ehlers, 2003; Rose, Bisson, & Wessely, 2001

Petrosino, Turpin-Petrosino, & Buehler, 2003

Lynn, Lock, Loftus, Krackow, & Lilienfeld, 2003

Piper, 1997; Ross, Norton, & Wozney, 1989

Lilienfeld & Lynn, 2003

Spanos, Weekes, & Bertrand, 1985

Adler, Craske, & Barlow, 1987; A.S. Cohen, Barlow, & Blanchard, 1985; Lynn, Martin, & Frauman, 1996

Anderson, Lepper, & Ross, 1980, Beyerstein, 1997

Se fossi omosessuale? Aiuto!

Testo di Giuseppe Femia
Vignette di Elena Bilotta

Quando i pensieri proibiti prendono il sopravvento…

Il disturbo ossessivo compulsivo coinvolge sempre aspetti che si ritengono importanti e per tale ragione spesso riguarda la propria identità. Le ossessioni che ne scaturiscono, a volte, instillano dubbi sul proprio orientamento sessuale.
Da questo tipo di pensieri intrusivi, si innescano processi cognitivi che cercano di mettere sotto inchiesta la paura di essere gay, attraverso controlli sul piano comportamentale o evitamento di ambienti e situazioni in cui la paura potrebbe presentarsi maggiormente.

 
Diventano fonti minacciose le palestre, i film omosessuali e il contatto con persone ritenute affascinanti, su cui si potrebbe innescare più facilmente una ruminazione mentale ossessiva. Talvolta si assiste a un congelamento dell’attività sessuale, per paura di scoprirsi eccitati, o non eccitati, a causa di un’interferenza delle ossessioni durante i contatti intimi. Questa tipologia di DOC, definita omosessuale, ricorre sempre di più tra le richieste di aiuto.
Tale manifestazione potrebbe favorire un quesito, sia da parte del paziente che da parte del clinico: il paziente potrebbe pensare che il disturbo sia la copertura di un’omosessualità non accettata; il clinico, da parte sua, potrebbe chiedersi come fare a distinguere un DOC di tipo omosessuale da una condizione di omosessualità ego-distonica e non elaborata. Il confine fra le due condizioni potrebbe sembrare labile.
In realtà, vi sono delle caratteristiche capaci di guidare la valutazione delle due diverse condizioni, sino a discernere i fenomeni.
Il DOC omosessuale, normalmente, si contraddistingue per un funzionamento specifico, caratterizzato da pensieri indesiderati e ricorrenti circa la propria omosessualità, tentativi di soluzione, stati mentali di allarme e ruminazione, ricerche di rassicurazione e comportamenti di controllo.

 

In questi pazienti si riscontra una scarsa autostima, la tendenza a monitorare le proprie emozioni mediante meccanismi cognitivi, la presenza di vissuti di colpa e preoccupazione circa il rispetto di regole morali. Insomma, si contraddistinguono per una ricerca spasmodica tesa a trovare un’impossibile certezza (assoluta) anche in altri campi, o per rimanere in campo sessuale temono di essere pedofili, sadici e tutto quanto ritengono riprovevole. Spesso, i soggetti che soffrono a causa di un DOC omosessuale hanno altre fobie specifiche e altre ossessioni nella loro storia personale, come la paura della contaminazione o di poter perdere il controllo e fare del male agli altri, o compulsioni di ordine e simmetria. Non raramente, sono presenti credenze di inferiorità relative alle proprie caratteristiche fisiche o specificamente rispetto ai propri caratteri sessuali: gli uomini potrebbero avere la convinzione di essere ipodotati e le donne potrebbero pensare di essere poco femminili.

Alle volte, la paura di poter essere omosessuale nasce in seguito a una precedente condizione di DOC relazionale, in cui il rapporto con il partner veniva messo perennemente in discussione: “La amo abbastanza? Se non fosse la persona giusta? Se non mi sono eccitato, forse non mi piace davvero!”; queste prime manifestazioni in ambito affettivo potrebbero precedere il vortice di pensieri centrati sulla sfera sessuale.
Il punto centrale sembra essere la scarsa tolleranza del dubbio di essere gay o meno; domanda a cui diventa complesso o quasi impossibile rispondere.

Lo scopo ultimo sembra essere quello di uscire da uno stato di ansia perenne per scongiurare la possibilità di “non-esserlo” e della colpa connessa all’esserlo e non saperlo/dichiaralo a possibili partner, imbrogliando.

Nel caso di una omosessualità repressa, invece, non per forza sono presenti pensieri intrusivi uniti a compulsioni, anche se gli stati mentali sono comunque accompagnati da pensieri negativi e da stati emotivi di forte ansia e angoscia. Questa condizione sembra distinguersi dal DOC, sulla base degli scopi attivi nella mente della persona.
In questo caso, infatti, il focus non sarebbe il dubbio circa la propria sessualità, ma quello di cercare il modo per dichiarare la propria condizione e trovare le strategie più adeguate per viverla al meglio. Si impara a combattere contro situazioni sfavorevoli, sistemi familiari potenzialmente contrari o soggettivamente vissuti come tali, sino a sviluppare sentimenti di orgoglio e fierezza di natura quasi compensatoria.
I soggetti con DOC omosessuale si dichiarano non omofobi e riferiscono di avere diverse amicizie gay; tuttavia, ci si potrebbe chiedere come mai, nonostante l’omosessualità sia da loro concepita come una condizione normale, resti comunque inaccettabile. Quando viene loro chiesto di dare un parere da zero a dieci, in termini di colpevolezza o disgusto rispetto a un soggetto qualunque nella situazione temuta, rispondono: “Zero!”, ribadendo così la loro sensazione negativa: sentono di subire i pensieri intrusivi.
Se ci fosse, invece, la condivisone di un valore che vede l’omosessuale come intrinsecamente debole o riprovevole? Se ci fossero timori di stigmatizzazione sociale? O ancora esperienze traumatiche e non elaborate?
Queste domande potrebbero segnalare la necessità di riflettere circa il ruolo della vergogna, oltre che sui possibili timori di ostracismo culturale, associati alla presenza di rigidi stereotipi di riferimento: ricorrono sensi di colpa indotti, esperienze di bullismo subite e timori di giudizio e punizione.
Potrebbe essere comunque utile, durante le prime fasi di valutazione, prendere in considerazione la possibilità che dietro a una sintomatologia ossessiva vi possa essere un processo di non accettazione di una propria condizione di omosessualità.
Queste considerazioni andrebbero a limitare il rischio di applicare protocolli standard, senza prima essersi chiesti quanto il problema sia ascrivibile a una categoria diagnostica e non frutto di paure e fenomeni di negazione di sé, attivando terapie riparative e non risolutive. Potrebbe risultare vantaggioso tracciare una differenza fra gli stati mentali di chi è lacerato dal dubbio di essere omosessuale DOC e chi invece scopre di essere gay nel corso della propria crescita.
Non è detto che per i secondi la consapevolezza sia liberatoria, spesso è combattuta e difficile, comporta stati di agitazione e non accettazione di sé. Approfondire cosa scatta nella mente del paziente rispetto allo scenario temuto, in termini di scopi compromessi e immaginazioni catastrofiche, potrebbe aiutare il clinico e il paziente a comprendere l’origine della sofferenza. Infine, sembra fondamentale chiarire come il fulcro del percorso psicoterapico, rispetto a questo tipo di problematica, sia quello di condurre il paziente verso l’accettazione del rischio e del dubbio: istruirlo su come sia un chiaro limite definire un fenomeno, tanto complesso quanto dinamico come la sessualità, dentro schemi poco flessibili e intransigenti. Le tecniche di ristrutturazione cognitiva, assieme alla promozione di concetti come accettazione e de-fusione, appaiono indicate nel trattamento dei pensieri ossessivi ricorrenti: l’obiettivo mira a sostituire le ossessioni con pensieri più funzionali, al fine ultimo di abbassare i livelli di ansietà e angoscia presentati.

P.S.: Se avete letto questo articolo per cercare di capire se avete un DOC  omosessuale o se siete un omosessuale ego- distonico, siete immancabilmente DOC e questa lettura è stata proprio una delle strategie per risolvere il dubbio ossessivo.

 

Per approfondimenti:

Cass V.C. (1979). Homosexual identity formation: A theoretical model. Journal of Homosexuality, 4, 3: 219-235.

Castelfranchi, C., Che figura. Emozioni e immagine sociale, Il Mulino, 2005.

Doron, G., Derby, D., & Szepsenwol, O. (2014). Relationship obsessive-compulsive disorder (ROCD): A conceptual framework. Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders, 3, 169-180.

Doron, G., Szepsenwol, O., Karp, E., & Gal, N. (2013). Obsessing about intimate-relationships: Testing the double relationship-vulnerability hypothe-sis.Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 44, Issue 4, 433-440.

Mancini, F., La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo- compulsivo, Cortina Raffaello, 2016.

Montano, A. (2007), L’omofobia interiorizzata come problema centrale nel processo di formazione dell’identità sessuale. In: Rivista di Sessuologia, 31 (1).

 

Al di là della rabbia

di Elena Bilotta

Una pratica di Mindfulness per osservare da cosa scaturisce la propria rabbia

La rabbia è un’emozione che si prova quando si sente di subire un’ingiustizia o quando qualcosa o qualcuno ostacola il raggiungimento di uno scopo importante. Si manifesta con una tensione nel corpo e una tendenza all’azione di tipo aggressivo, che variano a seconda dell’intensità dell’emozione: si vorrebbe urlare, riprendersi ciò che è proprio, punire il colpevole. Provare rabbia è un’esperienza che fa parte della vita di tutti ed è frequente attaccarsi a essa alimentando odio, rancore e angoscia. Questo accade perché non è facile non reagire alla rabbia, lasciandola”decantare” senza sopprimerla. Può aiutare in questa complessa e delicata operazione, la lettura degli stati mentali che si celano dietro la rabbia, perché sono gli stessi che ne alimentano il fuoco. Spesso la rabbia è, infatti, un’emozione secondaria, che si presenta in risposta a un’emozione primaria, di solito tristezza o paura, che racchiude una propria vulnerabilità. Leggi tutto “Al di là della rabbia”