Ruminatori si diventa?

di Daniela Fagliarone

Il ruolo dei comportamenti genitoriali nello sviluppo della ruminazione

Negli ultimi anni il concetto di ruminazione ha assunto notevole importanza nella ricerca psicologica per il suo contributo nello sviluppo dei disturbi depressivi. È stato dimostrato come la ruminazione predica la depressione negli adulti e negli adolescenti. Vediamo da vicino di cosa si tratta: è una catena di pensieri, quesiti generici e astratti che una persona inizia a porre a se stessa in risposta a uno stato emotivo di tristezza o di umore depresso, sulle sue cause, significati e conseguenze (es. “Perché succede a me”?; “Perché mi sento così triste”?; “Perché reagisco sempre in questo modo”?, ecc.). Lo sviluppo della ruminazione è stato collegato allo stile genitoriale, anche se finora è un ambito di ricerca poco investigato. La studiosa che negli ultimi anni si è più interessata dello sviluppo di questo fenomeno è stata Susan Nolen-Hoeksema, che fu professoressa e ricercatrice dell’Università di Yale. Secondo la sua Response Styles Theory, la ruminazione esacerba l’umore depresso, le ragazze e le donne adulte tendono a ruminare di più rispetto agli uomini e questo può spiegare la differenza di genere nella prevalenza femminile dei disturbi depressivi.
Alcuni comportamenti genitoriali possono favorire lo sviluppo della ruminazione nei figli e nelle figlie in particolare: dato che i figli di madri depresse tendono ad avere difficoltà nel regolare i loro stati affettivi negativi, la tendenza a ruminare può essere trasmessa via modelling (apprendimento indiretto che avviene copiando i comportamenti dei genitori che funzionano da modello) e attraverso frequenti critiche e comportamenti controllanti (perché non spingono il bambino a sviluppare strategie di coping attive, di fronteggiamento degli stati emotivi e degli eventi negativi  e lo portano a prediligere uno stile passivo). Un altro autore interessato a questo argomento, Michael Gate, ricercatore all’Università di Melbourne, ha suggerito che le attività di problem solving attive che non vengono rinforzate positivamente dai genitori, ad esempio attraverso una lode: anche se sono comportamenti adattivi tendono a essere meno ripetuti e a non continuare nel tempo. Di conseguenza, bassi livelli di comportamenti positivi dei genitori verso i figli possono portare a modalità passive di risposta, come la ruminazione. In uno studio recente, Douglas e colleghi hanno esplorato la relazione tra la ruminazione in ragazze adolescenti e la ruminazione materna, con particolare riferimento al “criticismo” e alla “positività”. Se l’ipotesi della trasmissione delle risposte ruminative via modelling è vera, i punteggi relativi alla ruminazione delle madri e delle figlie dovrebbero essere correlati. Similmente, se il criticismo materno è un fattore di rischio per la ruminazione e se la positività è protettiva, ciò dovrebbe analogamente risultare in una relazione significativa tra i punteggi madri-figlie. I risultati indicano un’associazione tra bassa positività materna e alti punteggi di ruminazione nelle figlie mentre non risulta quella tra i punteggi della ruminazione. Non è possibile, però, concludere che la bassa positività materna causa lo sviluppo della ruminazione nelle adolescenti e nemmeno confermare l’ipotesi del modelling di Nolen-Hoeksema, che però in altri studi è stata confermata. Infine, la relazione tra criticismo materno e ruminazione nelle figlie non è stata esplorata a causa dei poco frequenti commenti critici riscontrati nel campione di questa ricerca. Sono necessari ulteriori studi di indagine e approfondimento ma questi risultati rappresentano uno spunto di riflessione importante sulla necessità di identificare le variabili interiori e quelle ambientali che mediano il rischio di sviluppare depressione cosi da creare dei programmi di prevenzione e trattamento sempre più efficaci.

 

Per approfondimenti:

Douglas, J.L., Williams, D. & Reinolds, S. (2017). The relationship between adolescent rumination and maternal rumination, criticism and positivity. Behavioural and Cognitive psychotherapy, 45(3), pp. 300-311.

Gate, M., Watkins, E., Simmons J., Byrne, M., Schwartz, O., Whittle, S., Sheeber, L. & Allen, N. (2013). Maternal parenting behaviors and adolescent depression: the mediating role of rumination. Journal of Clinical Child & Adolescent Psychology, 42(3), pp. 348-357.

Nolen-Hoeksema, S. & Davis, C. (1991). Responses to depression and their effect on the duration of depressive episodes. Journal of Abnormal Psychology, 100, pp. 569-582.

Urlare contro i figli è controproducente

di Giulia Panarelli

Come farsi ascoltare e rispettare dai propri figli?

Molti genitori si ritrovano spesso a urlare contro i figli disubbidienti, arroganti, sfaticati e in qualche caso anche a sculacciarli o schiaffeggiarli per poi magari pentirsene un attimo dopo, provando un grande senso di colpa, frustrazione e inefficacia. Rabbia genera rabbia, offesa genera offesa. Minacce e punizioni generano sfida, mancanza di rispetto e svalutazione; stima e fiducia reciproca vengono meno e si innesca così un vortice di rabbia da cui è difficile tirarsi fuori.

Esistono molti modelli genitoriali secondo cui “una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno” o di pantofole volanti lanciate da madri furiose e “sono cresciuto bene lo stesso”, ma un clima familiare fatto di tensione, urla, insulti, rimproveri, minacce, punizioni, provocazioni, frasi umilianti, ribellioni, non ascolto, porte sbattute è controproducente e addirittura dannoso. Urlare contro i figli li rende aggressivi, irritabili, insicuri, li predispone ad adottare atteggiamenti da bulli, ad avere problemi di condotta; di fronte ai continui rimproveri i figli potrebbero sentirsi sbagliati e non amati dai propri genitori con ripercussioni sul loro benessere psichico.

È questo ciò che si vuole per i propri figli? È davvero questo il tipo di genitore che si vuole essere? Autoritario e temuto? Quando ci riflettono in terapia, i genitori si commuovono e rispondono di no, ma allora come si arriva a questo? Sicuramente molto dipende da alcuni probabili aspetti personali fatti di aggressività, impulsività oppure mancanza di fermezza, scarso senso di autoefficacia, incapacità di instaurare un dialogo, paura del confronto, elevato desiderio di conferma; oppure da modelli genitoriali ricevuti, aspettative su come dovrebbero essere un buon genitore e un buon figlio, interpretazione errata dei comportamenti del figlio letti come sfida o provocazione. Inoltre, possono esserci dei momenti di vita caratterizzati da forte stress e frustrazione, gravi problemi personali o di salute che possono peggiorare le reazioni, far aumentare l’irritabilità e far perdere la pazienza più facilmente. Urlare o dare schiaffoni sono frutto dell’esasperazione e dell’impotenza e quasi sempre sono modalità inefficaci per far comprendere ai figli i propri errori. Mortificato dalle urla, il bambino non si concentra sul contenuto del rimprovero, impara solo ad avere paura e reagisce opponendosi e attaccando. Il timore e la disistima verso il genitore creano un muro nella comunicazione e fanno chiudere in se stesso il ragazzo.
Cosa fare? Poche regole chiare, comunicazione efficace, rispetto.

Le regole devono essere poche, semplici, adeguate all’età e formulate in modo positivo. Per farsi ascoltare dai figli bisogna usare un tono fermo e calmo, quindi prima di far questo, la rabbia deve diminuire. Prendetevi tutti una pausa per recuperare la calma. I figli vi imitano, imparano di più dai vostri comportamenti che dalle parole, così si comportano con voi nel modo in cui voi fate con loro. Dunque, avvicinatevi a loro, chiedete scusa per i modi, ma spiegate come vi sentite e cosa non tollerate del loro comportamento. Poche parole che siano di conoscenza reciproca e non di convincimento. Trovate insieme nuove strategie, nuovi comportamenti più adatti, suggerite come superare il problema insieme.

Potete chiedere l’aiuto di un esperto e seguire un percorso di genitorialità (parent training) per capire cosa fa scatenare la vostra rabbia fino a farvi perdere il controllo; potete imparare a tollerare la frustrazione, accettare e gestire la ribellione dei vostri figli, imparare a riconoscere i bisogni dei vostri figli, sviluppare l’assertività e la fermezza, sviluppare la capacità di ascolto e di rinforzo emotivo e sviluppare la comunicazione efficace. Infine, è possibile definire gli obiettivi genitoriali e individuare quei comportamenti che aiutano a realizzarli, è importante che la coppia genitoriale proceda in modo coeso e coerente.

 Per approfondimenti:

Daniele Novara, Urlare non serve a nulla, Edizioni Bur

 

Acceptance e Commitment Therapy

di Niccolò Varrucciu

La supremazia degli studi cognitivi sugli antichi fondamenti comportamentali non è affatto scontata

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un enorme diffusione delle psicoterapie cognitivo-comportamentali di terza generazione e in particolare dell’Acceptance e Commitment Therapy, in breve ACT.

Quest’ondata di novità, dal sapore strettamente cognitivo con aggiunta di mindfulness e momento presente sembra, a prima vista, consolidare la supremazia degli studi cognitivi a dispetto dei più antichi fondamenti comportamentali, coerentemente con l’impegno dei cognitivisti degli ultimi decenni di allontanarsi dalla “semplicistica” Skinner Box. Ma è proprio così? Le psicoterapie di terza generazione sono così lontane da tutto ciò?

A sentire il dott. Harris, psichiatra australiano e autore del libro “Fare ACT”, non sarebbe proprio così, anzi. Harris descrive l’ACT come il piano superiore di una bellissima casa a tre piani: “al secondo piano – spiega – troverete la Relational frame theory, RFT, una teoria comportamentale che studia il linguaggio e la cognizione umana”. E al piano terra si trova “l’Analisi comportamentale applicata (ABA), un potente modello per la predizione e l’influenzamento del comportamento”.

Sempre Harris descrive come il terreno su cui poggia il tutto sia quello del “contestualismo funzionale”.

Molti modelli psicologici sono basati su una filosofia meccanicistica, in cui la mente è formata da elementi separati fra loro; in questi modelli, i pensieri e le emozioni disfunzionali sono viste come elementi difettosi e lo scopo del terapeuta e tentare di “aggiustare” queste parti. In quest’ottica i pensieri e le emozioni sono etichettate come disfunzionali o patologici.

Anche i nostri pazienti arrivano spesso in terapia con l’ottica “meccanicistica” di essere danneggiati, difettati o sbagliati, e alla ricerca di qualcuno che li aggiusti, un terapeuta che abbia i giusti strumenti di riparazione. Ritengono, inoltre, di sperimentare emozioni o pensieri inaccettabili, che non vogliono più “sentire”.

Nelle psicoterapie più funzionaliste si cerca di cambiare il modo di vedere le cose; l’ACT cerca di modificare il rapporto fra la persona e ciò che le causa sofferenza, sfumando, nel corso della terapia, il concetto di sintomo “nocivo” o “anormale”, e la tendenza dell’individuo a volersene liberare a ogni costo, con tutte le conseguenze secondarie che ne derivano. Nell’ACT lo scopo è specificatamente di aiutare gli esseri umani a creare una vita ricca, soddisfacente e piena di significato. Pertanto l’ACT insegna alle persone ad aumentare la consapevolezza del proprio comportamento (sia pubblico che privato), e a notare come questo funzioni nel contesto delle loro vite.

Dopo aver dato una breve descrizione dell’ACT torniamo al punto di partenza: da dove proviene?

La risposta potrà sorprendervi: proviene da una branca conosciuta come “comportamentismo radicale”, in cui qualsiasi cosa un organismo faccia è visto come un comportamento; i processi come pensare, sentire e ricordare sono tutte forme di comportamento, e sono tutti importanti.

Ci sono due suddivisioni principali del comportamento, quello pubblico, cioè direttamente osservabile dagli altri (azioni), e quello privato, ossia quello che viene osservato solamente dalla persona che lo sta eseguendo (pensare, sentire, ricordare, fantasticare, preoccuparsi, assaggiare, annusare, ecc.).

Ma se non c’è una teoria cognitiva stricto sensu, che c’è al piano terra della nostra casa?

La risposta, anche in questo caso, ha una deriva comportamentale; al piano terra si trova, infatti, la scienza del comportamento applicato, altresì detta ABA.

L’Analisi comportamentale applicata è la scienza che applica sistematicamente strategie derivanti dai principi del comportamento per migliorare comportamenti socialmente significativi. Tramite specifiche strategie è infatti possibile predire e influenzare il comportamento. Tra i principali strumenti si trova “l’analisi funzionale del comportamento”. In altre parole, si cerca di scoprire quale sia lo scopo del comportamento agito.

Nell’analisi funzionale la A sta per antecedente: “Cos’è accaduto prima di questo comportamento e cosa lo ha influenzato?”. Fra gli antecedenti ritroviamo pensieri, sensazioni, memorie, ecc.; la B sta per comportamento: nello specifico il comportamento oggetto d’indagine; la C sta per conseguenze del comportamento: “Quali effetti ha questo comportamento su sé stessi, sugli altri e sull´ambiente?

Nell’ACT, come nell’analisi del comportamento applicata, nelle psicolpatologie “neurotipiche” come nei disturbi del neurosviluppo, analizziamo spesso il comportamento problema attraverso il metodo ABC, come un primo passo per aumentare la consapevolezza di cosa veramente accade e favorire il distanziamento e il cambiamento.

In conclusione, considerando il terreno comune che sottostà ad alcune pratiche terapeutiche, approfondire paradigmi e nozioni di natura comportamentale aumenterebbe le nostre capacità terapeutiche, che spesso consideriamo, in modo arbitrario, troppo isolate e autoevidenti.

 

Chi rumina si focalizza meglio su uno scopo

di Roberta Trincas

“L’atto di cercare di raggiungere i propri obiettivi è tanto importante quanto in effetti è il raggiungerli”. Josh Hinds

La ruminazione depressiva si focalizza sulle cause, significati dell’umore depresso. La ruminazione quindi sarebbe caratterizzata da un insieme di pensieri ricorrenti su un tema o uno stato emotivo e dalla difficoltà nel cambiare il tipo di pensieri. Diversi studi hanno osservato che gli individui con alta tendenza alla ruminazione presentano inflessibilità cognitiva, in altre parole hanno difficoltà in compiti che richiedono cambiamento o inibizione di set-mentale.

Una volta che certi pensieri negativi vengono integrati in memoria, difficilmente vengono eliminati, e ciò impedirebbe lo spostamento verso pensieri più positivi o nuovi obiettivi.

Nonostante l’inflessibilità mentale sia spesso svantaggiosa, specialmente in situazioni che richiedono un rapido cambiamento di obiettivi, alle volte può invece risultare vantaggiosa, per esempio quando per ottenere una prestazione di successo è necessario sia mantenere un particolare obiettivo sia ignorare stimoli distraenti o obiettivi conflittuali. In tali circostanze, la capacità dei ruminatori di mantenere l’attenzione su un singolo obiettivo può risultare utile.

Alcuni autori hanno testato questa ipotesi sull’inflessibilità cognitiva. Su un campione di 99 studenti, hanno misurato la tendenza alla ruminazione e alla disforia, e hanno confrontato la prestazione dei soggetti su due compiti che richiedevano controllo esecutivo. In particolare, un compito (letter naming) misura la capacità di cambiare obiettivo, il secondo compito è una versione modificata dello Stroop con il quale è possibile misurare la capacità di mantenere un obiettivo.

Ciò che hanno osservato è che chi tendeva a ruminare di più era meno accurato nel compito che richiedeva un rapido cambiamento di obiettivo. Mentre nel compito che richiedeva di mantenere l’obiettivo, le tendenze a ruminare prediceva un’alta accuratezza di risposta.

Inoltre, ruminazione e disforia sembrano avere effetti diversi sui processi cognitivi. La ruminazione si associa a miglior mantenimento degli obiettivi, mentre la disforia si associa ad una difficoltà maggiore nel mantenerli.

Sulla base di questi risultati, quindi, gli autori assumono che la ruminazione possa essere un processo di pensiero utile nel mantenimento di un obiettivo.

Questo studio porta un’ulteriore prova a favore della funzione adattiva della ruminazione.

Nonostante le spiegazioni teoriche si siano focalizzate sulle conseguenze negative della ruminazione, questo studio dimostra l’importanza di prestare maggiore attenzione ai potenziali benefici del pensiero ripetitivo, dato che la ricerca sui vantaggi di tali processi è ancora scarsa. Questo studio quindi suggerisce che un attivo mantenimento di un obiettivo può essere considerato un vantaggio cognitivo della ruminazione.

Inoltre, la differenza che si osserva tra le tendenze ruminative e i livelli di disforia indica che, sebbene in alcuni casi siano aspetti strettamente connessi, la ruminazione  e la disforia possono influire diversamente sui processi cognitivi. Questa osservazione è in linea con altri risultati che mostrano come la tendenza a ruminare si associ a minori pensieri non legati al compito rispetto a chi ha alti livelli di disforia.

Questa differenza ci aiuta a distinguere gli effetti della ruminazione e della disforia e suggerisce che nel mantenimento di un obiettivo importante la ruminazione può non interferire negativamente così come l’umore depresso.

Questi risultati portano ulteriori prove a favore della prospettiva scopistica, e ci indicano come alcuni processi cognitivi, come la ruminazione, possano essere di fondamentale importanza nel momento in cui facilitano il perseguimento di scopi di vita importanti.

 

Per approfondimenti:

Altamirano, L.J., Miyake, A., Whitmer, A.J. (2010). When mental inflexibility facilitates executive control: beneficial side effects of ruminative tendencies on goals maintenance. Psychological Science, 21, 1377-1382.

Il complesso di Maui

di Mariapina Accardo

Storia di un semidio con umane fragilità.

Il Maui di cui vi parlerò è uno dei personaggi principali del film Disney Oceania, liberamente ispirato all’omonimo semidio polinesiano legato alla nascita delle isole Hawaii. Un semidio dal drammatico passato.

Maui è il coprotagonista del film. Maui nasce umano, abbandonato dai genitori, la madre  lo gettò in mare,  venne salvato dagli dei  che lo resero  un semidio. Mutaforme semidio del vento e del mare.  Gli dei gli fecero dono di un gigantesco amo da pesca che gli consente di mutare forma ed ha il corpo coperto da tatuaggi animati che raccontano la sua storia. I tatuaggi di Maui, la sua seconda pelle, non sono una decorazione ma il racconto del percorso della sua vita, un racconto dinamico in quanto i tatuaggi vivono, un racconto incompleto in quanto i tatuaggi appaiono man mano.

La leggenda racconta che “ in principio c’era solo l’Oceano, finché non emerse un’isola, l’isola madre Te Fiti. Il suo cuore aveva il più grande potere mai conosciuto, creare la vita. E Te Fiti lo condivise con il mondo. Ma con il tempo alcuni cominciarono a bramare il cuore di Te Fiti, pensavano che con il cuore si sarebbero impossessati del potere della creazione, e un giorno il più sfrontato di tutti attraversò in volo il vasto oceano per prendere il cuore, egli era un semidio del vento e del mare, era un guerriero, un ingannatore, un mutaforma che poteva cambiare aspetto col potere del suo magico amo da pesca, e il suo nome era Maui. Ma senza il cuore Te Fiti cominciò a sgretolarsi e generò una terribile oscurità. Maui tentò di fuggire ma venne affrontato da un altro che cercava il cuore, Te Ka un demone della terra e del fuoco. Maui fu colpito in celo e nessuno lo vide più , sia il suo magico amo che il cuore di Te Fiti si persero in mare. E dopo mille anni Te Ka e i demoni degli abissi sono ancora alla ricerca del cuore. Protetti da un’oscurità che continuerà a diffondersi, che caccerà via i pesci, che prosciugherà la vita isola dopo isola, finché ognuno non sarà divorato dalle fauci assetate di sangue di una morte spietata.

Ma un giorno il cuore verrà ritrovato da qualcuno che supererà il Reef, troverà Maui, gli farà attraversare il grande Oceano per restituire il cuore di Te Fiti e salvare tutti”.

Vaiana la protagonista del film  quando finalmente trova Maui, dopo essere stati nel regno dei mostri, gli chiede di raccontargli del suo drammatico passato e quando ne viene a conoscenza comprende che  il motivo per cui il semidio ha sempre tentato imprese grandiose era cercare di accontentare gli esseri umani. Abbandonato dagli uomini, con una prima forzata esperienza di separazione,  Maui farà di tutto per essere da loro nuovamente accettato, e così ha alzato il celo, ha rubato il fuoco, ha rallentato il sole, ha imprigionato i venti, ha creato isole. Lo scopo di Maui, che come gli dice Tamatoa ha l’abbandono impresso nel cuore, era quello di donare il cuore di Te Fiti all’umanità affinché anche gli umani ottenessero il potere di creare la vita, e lui potesse dare un senso alla sua.

Potremmo dire che se Edipo è il figlio di un amore incestuoso, Ruben il figlio di un non amore (Accardo, Lorenzini, 2014), Maui è il figlio non amato, che passa l’intera esistenza a cercare di essere accettato. Ne viene fuori una sorta di Complesso di Maui, che potremmo ritrovare in misura evidente nei figli abbandonati, che vivono con la ferita di non essere stati voluti; o in misura altrettanto significativa in chi pur non essendo stato abbandonato vive la frustrazione di non essere mai abbastanza, di non andar bene, di sentirsi incompleto rispetto alle aspettative genitoriali, costellando l’intera esistenza di tentativi finalizzati a sentirsi accettati e superare il senso di inadeguatezza.

Si conclude qui questa breve recensione. Ti abbraccio piccolo grande Maui perché infondo credo che sia questo quello che tanto desideravi, e perdona nonna Tala che senza conoscerti bene ti ha definito ingannatore e wikipedia che molto superficialmente ti ha definito arrogante ed egocentrico.

“Nessuno vuole essere Robin”

 di Caterina Parisio

Da Umberta Telfener a Cesare Cremonini: solitudine, social media e legami liquidi

 Cesare Cremonini, cantante italiano dal cuore pop-romantico, per scrivere un brano come “Nessuno vuole essere Robin”, deve essersi interessato a concetti quali: empatia, solitudine, dipendenza dai social media, esibizionismo. Probabilmente, anche una buona lettura del caro Bauman, con la sua società liquida, ha fatto da cornice.

“Nessuno vuole essere Robin” dà voce agli eterni secondi, a chi è sempre stato ricordato come “l’aiutante di…”; è una traccia della solitudine dell’uomo moderno, concentrato a vivere la virtualità piuttosto che la realtà.

Impotenza e frustrazione sono le condizioni dell’uomo contemporaneo. In una stagione ricca di cambiamenti come quella che sta vivendo attualmente il nostro Paese, diviso tra un progresso tecnologico che avanza e la perdita dei valori e delle sicurezze che caratterizzavano la società di un tempo, la paura rischia di essere una compagna permanente.

Dallo slogan di Herbert Marcuse “l’uomo a una sola dimensione” siamo arrivati alla “modernità liquida” teorizzata da Bauman che, nonostante la nascita di nuove reti e connessioni si è fatta inafferrabile e difficilmente definibile.

Anche il progresso tecnologico si è sviluppato sempre più velocemente lasciando indietro lo sviluppo delle coscienze, dei rapporti umani e uno dei primi effetti di questa nuova società è la paura della solitudine, il bisogno di non sentirsi soli.

Incerti, flessibili, ma soprattutto liquidi: sì, siamo diventati un po’ tutti così nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni affettive. Le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di “bulimia senza scopo”.

“E quanti scemi per strada o su Facebook che si credono geni, mentre noi ci lasciamo e di notte piangiamo”, prosegue Cremonini: non sarà mica una mancanza di empatia quella che denuncia il cantante nella società dell’amor liquido?

In un’intervista del 2014, la psicologa Umberta Telfener parla di una difficoltà dei giovani nel decodificare le emozioni e definisce tale difficoltà “analfabetismo emotivo”: le relazioni sono uno dei principali motori dell’odierno boom delle consulenze, perché sono talmente complesse e difficili da sbrogliare, che è raro che gli individui ce la facciano da soli. Uomini e donne si sentono abbandonati a sé stessi. Si sentono degli oggetti a perdere e cercano sicurezza. Come ogni altro fenomeno della società liquido-moderna, anche le relazioni umane sono provvisorie, precarie e instabili. Uomini e donne parlano sempre più spesso di “connessioni”, di “essere connessi”; anziché parlare di partner, preferiscono parlare di “reti”: i social media imitano l’intimità che desideriamo, ma non ci riescono.

Mentre Facebook, Twitter, Instagram guadagnano miliardi dai nostri desideri “virtuali” di trovare contatto umano restando collegati, i legami profondi che veramente riempiono possono essere trovati solo offline. In “rete” è possibile con facilità entrare e uscire, connettersi e disconnettersi, mentre la relazione implica reciproco impegno e sottolinea i rischi, i problemi e le angosce del vivere insieme. “Rete” suggerisce momenti in cui si è “in contatto”, intervallati a periodi di libera e autonoma navigazione. In conclusione, si privilegiano le connessioni come “relazioni virtuali” a quelle reali. Anche qui la provvisorietà impera.

“Ti sei accorta anche tu che siamo tutti più soli? Tutti con il numero dieci sulla schiena e poi sbagliamo i rigori”: siamo continuamente stimolati e incoraggiati a formare legami deboli con estranei e conoscenti, fili sottili che scattano alla minima pressione. C’è qualcosa di inquietante in tutto questo: si è stati creati per legami profondi, per l’intimità, per la famiglia, non per i gruppi di chat su Whatsapp.

Lungi dal voler suggerire di abbandonare i social. Il vero punto è: quanti bramano i milioni di like che riescono a raggiungere le celebrità? Quanti vivono il virtuale piuttosto che il reale? E quanti ancora per soffocare il senso di solitudine dell’uomo moderno, costruiscono identità “altre” alla ricerca di notorietà?

La verità è che “in questo mondo di eroi, nessuno vuole essere Robin!”.

L’essenziale è invisibile agli occhi

di Giuseppe Femia

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo relazionale

Il disturbo ossessivo di tipo relazionale sembra essere diventato un fenomeno sempre più diffuso e manifesto. Nello specifico, tale condizione viene definita R-OCD: Relationship Obsessive-Compulsive Disorder e richiede incessanti controlli a causa di pensieri intrusivi e ricorrenti, al punto da interferire nel funzionamento globale.

La ruminazione, meccanismo tipicamente implicato nei ragionamenti di pensiero prudenziale, si concentra sulla qualità dei propri rapporti affettivi e sul dubbio circa le proprie relazioni amorose.

I rapporti diventano terreno fertile per pensieri ricorrenti che angosciano e attivano sensazioni di ansia e sofferenza generalizzata.

I pensieri tipici potrebbero essere: “Se non fossi innamorato? Se non fosse la persona giusta per me? E se stessi scegliendo male? Se non sono così sicuro, allora dovrei lasciarla/o? Non dovrei avere questi dubbi? Se gli facessi male? Forse non è il caso di creare un legame?

Queste domande richiedono continui controlli sulla relazione, su se stessi e sulle proprie emozioni.

Si assiste a una quasi inversione del sentire emotivo con una continua vigilanza cognitiva sui propri sentimenti, sulle sensazioni, comprese quelle concernenti la sessualità.

Questo tipo di fenomeni innescano processi di ragionamento emozionale che selezionano in modo arbitrario e selettivo dettagli, ricordi e sensazioni che andrebbero a confermare il rischio che la relazione non sia quella giusta.

Ad esempio, ci si concentra su ricordi in cui le interazioni amorose non sono state brillanti o momenti di attrazione anche solo transitoria per un’altra persona, oppure paragoni con rapporti precedenti, cercando di misurare il coinvolgimento emotivo attuale paragonato a quello del passato con un altro partner o durante i momenti iniziali di innamoramento. Alla base si rintracciano anche meccanismi dicotomici di pensiero in cui non si riesce a trovare una via di mezzo, una sorta di visone della coppia o bianca (ideale-perfetta) o nera (distruttiva, noiosa, deludente).

Tali manifestazioni spesso bloccano le persone, inibiscono l’avvio di una buona capacità di entrare in contatto con gli altri e la costruzione di legami di scambio reciproco e autentico, riducendo così la spontaneità delle interazioni.

Talvolta capita di trovarsi incastrati in relazioni non soddisfacenti per l’incapacità di chiudere il rapporto in corso, nonostante sia disfunzionale a causa della continua incertezza circa la scelta giusta o sbagliata su cui si “tribola” senza sosta.

Sembrerebbe instaurarsi una relazione con tratti di dipendenza emotiva e vissuti di colpa esperiti.

In particolare sembra essere presente il timore di poter ferire gli altri, un senso di colpa altruistico che anticipa il dolore che si potrebbe arrecare al partner: “Potrei farla/o stare male, potrebbe impazzire a causa mia”.

Alle volte capita di dover mettere sotto controllo anche la reazione dell’altro di fronte a tematiche di chiusura e abbandono, o si presenta l’impulso di dover chiudere la relazione, per sfuggire all’insorgenza di stati ansiosi incontrollabili. Il distanziamento viene dapprima prodotto per controllare i propri dubbi e, in un secondo momento, interpretato erroneamente come la conferma di come la relazione non funzioni (confirmation bias).

Spesso i dubbi riguardano anche il partner e l’attenzione si concentra su difetti fisici che non convincono, caratteristiche positive e negative: “Non mi piace una sua espressione! Forse non è abbastanza intelligente? Potrebbe non essere capace di costruire una famiglia!”; “È dolce, è una buona persona”.

In altri casi, si mette in atto una ricerca di rassicurazione coinvolgendo gli amici oppure un meccanismo di controllo “nascosto” attuato paragonando il proprio rapporto a quello di altre coppie.

Alcuni potrebbero arrivare a testare la propria fedeltà espandendosi a piattaforme sociali di incontri, per scongiurare la loro capacità di essere responsabili e ancora innamorati, o frequentare ex partner per confermarsi come la persona attuale sia migliore e più adatta.

Spesso questa sintomatologia si inserisce in momenti di transizione importanti in cui si assiste a un cambiamento di vita e di ruolo del soggetto coinvolto, in cui si attraversa un periodo di crescita e un aumento di responsabilità, per esempio nei momenti di passaggio da fidanzati a sposati, da compagno/a a marito/moglie o in situazioni in cui si ha la percezione di poter tradire le aspettative degli altri.

Da una valutazione qualitativa, in fase di assessment, le persone che presentano questa tipologia di Doc potrebbero presentare punteggi elevati ai test che valutano la sensibilità verso la responsabilità (Guilt Inventory) in associazione a punteggi elevati nell’area che registra il funzionamento ossessivo (sotto scala DOC).

Inoltre, potrebbero esibire temi di scarsa autostima e ambivalenza nei processi di adattamento interpersonale e funzionamento affettivo/relazionale; essi sembrano rilevabili mediante un’attenta analisi dei loro protocolli MMPI.

In questo test della personalità nei soggetti con Doc relazionale, si potrebbero rintracciare punteggi relativi a una scarsa capacità assertiva, vissuti di demoralizzazione secondaria, tematiche di dipendenza/compiacenza verso il mondo ambiente con un bisogno importante di conferme e rassicurazioni da parte degli altri.

Mi piace, e credo possa essere utile, l’idea di chiudere questa breve descrizione proponendo una vignetta che rappresenta un passo cruciale del racconto “Il piccolo principe”.

Il tema proposto nell’immagine sembra rappresentare in modo delicato e chiaro il tema del legame e la paura della responsabilità relazionale: “addomesticare”.

Proprio questo concetto preoccupa le persone che soffrono di un disturbo ossessivo a tematica relazionale.

La volpe dice: “Diventerai responsabile per sempre di quello che hai addomesticato, tu sei responsabile della tua rosa”.

Il personaggio della volpe sembra dunque recitare davvero alcuni timori nucleari presenti nella dimensione del Doc relazionale. In qualche modo reclama la responsabilità rispetto alla vulnerabilità altrui, rappresentata dalla rosa nella metafora, e dunque nei confronti del proprio partner.

Infine, anche la frase divenuta condivisa e collettiva “L’essenziale è invisibile agli occhi” potrebbe suggerire, a chi presenta i sintomi sopra descritti, come il continuo monitoraggio cognitivo dei pensieri non garantisca il successo rispetto al chiarimento circa le proprie emozioni, anzi, al contrario, potrebbe offuscare ulteriormente la visione dei propri sentimenti, creando confusione, incrementando gli interrogativi sulle relazioni, innescando ragionamenti viziati da vissuti di ansia e angoscia.

 

Per approfondimenti:

Abramowitz J. S., McKay D., Taylor S., Clinical handbook of obsessive-compulsive disorder and related problems. JHU Press, 2008.

De Saint-Exupéry A., Il Piccolo Principe, Bompiani, 2000.

Doron G., Derby D.S., Szepsenwol O., Relationship-related obsessive-compulsive phenomena: The case of relationship-centred and partner-focused obsessive compulsive symptoms, 2012.

Doron G., Derby D.S., Szepsenwol O., Talmor, D., Flaws and all: Exploring partner-focused obsessive-compulsive symptoms. Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders, 2012, 1(4), 234-243.

Il ruolo genitoriale nell’adozione

di Ilaria Martelli Venturi

Quando il ruolo genitoriale diventa risorsa per il recupero psicologico dei bambini con un passato difficile

Nella valutazione dell’idoneità genitoriale all’adozione, i professionisti del settore cercano nei futuri genitori adottivi caratteristiche di personalità e capacità di comprensione degli stati emotivi del bambino superiori rispetto ai genitori biologici, perché i  bambini adottati hanno spesso fatto esperienza di abusi, maltrattamenti fisici o verbali, trascuratezza, istituzionalizzazione, abbandono e possono facilmente presentare delle difficoltà. In queste situazioni i genitori possono sentirsi inadeguati, vivere momenti di sconforto e delusione e si sentono incapaci di rispondere in modo appropriato alle esigenze del figlio, soprattutto nei primi due anni dell’adozione, periodo nel quale il bambino deve riorganizzarsi per riuscire a costruire il nuovo legame con genitori adottivi e imparare a fidarsi di loro.

In questo processo i bambini adottivi possono presentare alcune caratteristiche tipiche:

  • estrema autosufficienza, perché hanno dovuto imparare a cavarsela da soli molto presto;
  • insicurezza e mancanza di autostima;
  • autocontenimento: da piccoli si cullano da soli, non piangono, non si lamentano, non chiedono aiuto;
  • eccessiva dipendenza dall’adulto;
  • mancanza di differenziazione nel comportamento con i genitori adottivi e con gli estranei;
  • atteggiamenti eccessivamente aggressivi e provocatori;
  • difficoltà a modulare vicinanza e distanza dal genitore: a volte il bambino può esternare affetto mostrando gioia per poi bloccarsi un secondo dopo mostrando diffidenza, distanza e ostilità.

Spesso i genitori adottivi non sono pronti a gestire questi comportamenti, perché credono che il bambino li ami da subito incondizionatamente mentre bisogna avere la pazienza di aspettare che il legame si costruisca e si consolidi e rispettare i suoi tempi.

Alcuni studi hanno messo in luce quali siano le risorse necessarie di un genitore per portare a un buon esito il processo adottivo e al recupero psicologico di questi bambini con un passato così difficile:

  • offrire al bambino la sicurezza di essere amati sempre e comunque. I genitori adottivi dovrebbero mostrare al bambino un affetto e una presenza emotivamente costante, in modo da far sì che il figlio possa interiorizzare un nuovo modello relazionale con un genitore amorevole, sensibile e attento che va a contrapporsi con il vissuto prima dell’adozione;
  • bilanciare i comportamenti amorevoli con quelli autorevoli;
  • incoraggiare il figlio a parlare di ciò che prova;
  • comprendere che spesso alcuni atteggiamenti provocatori che assume il bambino non sono diretti al genitore, ma gli servono per verificare la disponibilità dell’adulto, come a dire: “Fino a che punto mi posso spingere? Mi vorrai sempre con te pure se mi comporto male?”. Proprio in queste situazioni bisogna imparare a interrompere immediatamente la provocazione. Non sempre è facile e se il genitore si trova in difficoltà è bene che chieda aiuto a professionisti del settore perché queste sono le situazioni più comuni in cui si innescano dei problemi che rischiano di compromettere lo sviluppo armonico della personalità del bambino, nonché compromettere la serenità familiare;
  • quando il bambino mostra rabbia, rifiuto o allontana i genitori adottivi, comprendere il dolore, la sofferenza e la paura dell’abbandono che sono alla base di tali atteggiamenti e rispettare i suoi tempi;
  • sostenere, stimolare, incoraggiare e rassicurare il bambino, ogni qualvolta lui dimostra di averne bisogno e non imporre il proprio aiuto quando il bambino non lo richiede;
  • evitare atteggiamenti distaccati o imprevedibili: il bambino ha bisogno di sentirsi accettato anche quando sbaglia e ha bisogno di routine e di un ambiente familiare armonico e prevedibile;
  • evitare eccessive punizioni;
  • quando il bambino fa domande sulla sua origine, rispondere con molta serenità, dandogli tutte le spiegazioni di cui ha bisogno, quindi aiutarlo e sostenerlo nel recupero della propria storia, evitando un atteggiamento preoccupato e ostile. Spesso da giovani adulti, i ragazzi hanno bisogno di comprendere cosa sia successo ma questo non rappresenta una minaccia per i genitori adottivi, bensì serve al figlio per avere una coerenza interna e proseguire la sua crescita in modo armonico.

Per concludere, i genitori adottivi hanno il compito importante di aiutare il figlio nel processo riparativo, e l’adozione può rappresentare una risorsa e una possibilità per ricostruire una visione del sé e del mondo che permetta un futuro equilibrato e sereno per i propri figli adottivi.
Per approfondimenti:

  1. Ester D’Onofrio et al. Modelli di attaccamento nei bambini adottati in seconda infanzia e nelle loro madri adottive: un’esemplificazione clinica.”
  2. John Bowlby, “Attaccamento alla madre in Attaccamento e perdita”, Boringhieri, 1969.
  3. Grazia Attili: ”Relazioni familiari, adozione e sviluppo psicologico del bambino – Il ruolo dell’Attaccamento, in Curare l’Adozione, a cura di F. Vadilonga, Raffaello Cortina Ed. 2010″

Il Coping Power nella scuola dell’infanzia

di Iacopo Bertacchi e Laura Pannunzi

Una nuova modalità di fare scuola, per prevenire problematiche di comportamento dei bambini e dei futuri ragazzi

Da alcuni mesi è stato pubblicato il volume “Coping Power nella scuola dell’infanzia”, a cura di Consuelo Giuli e Iacopo Bertacchi, psicologi psicoterapeuti ideatori del programma “Coping Power Scuola”, e di Pietro Muratori, psicologo dirigente dell’IRCCS Fondazione Stella Maris (Pisa), formatore del metodo terapeutico “Coping Power” per bambini e adolescenti con Disturbo da Comportamento Dirompente.
È ben noto che le più gravi difficoltà comportamentali sorgono in età pre-scolare e che molti bambini mostrano problemi di adattamento fin dalla scuola materna; per tal motivo, il programma si propone come modello di prevenzione universale delle difficoltà di comportamento nel contesto scolastico.

Il libro presenta il modello del “Coping Power Scuola”, il quale si configura come adattamento nel contesto scolastico del “Coping Power Program” (CPP) di John Lochman – sperimentato attraverso un lavoro di ricerca che ha coinvolto numerose scuole sul territorio nazionale dal 2009 a oggi. Il volume completa il precedente “Coping Power nella scuola primaria”, scritto dagli stessi autori e pubblicato nel 2016. Tale programma propone un percorso strutturato di prevenzione e intervento volto a promuovere le competenze emotive e pro-sociali nei bambini dai 3 ai 6 anni durante lo svolgimento delle normali attività didattiche. Il manuale è suddiviso in sei moduli, ognuno dei quali compone il percorso didattico, articolato lungo l’intero anno scolastico e differenziato per età.

Attraverso la storia di “Ap-Apetta e il viaggio in Lambretta”, il volume propone percorsi operativi e attività ponte per la scuola primaria. Ap-Apetta è, infatti, una piccola ape ribelle che partirà per un importante viaggio, grazie al quale migliorerà aspetti di sé, raggiungerà una serie di obiettivi e acquisirà nuove conoscenze e abilità, proprio come gli alunni della classe. Nello specifico, le tematiche che vengono affrontate all’interno del programma sono:

  • Imparare a porsi obiettivi a breve e lungo termine
  • Acquisire consapevolezza delle proprie emozioni
  • Modulare e gestire le emozioni (autocontrollo)
  • Assumere punti di vista diversi dal proprio
  • Sviluppare capacità di problem solving
  • Riconoscere le proprie e altrui qualità

Se il Coping Power adattato alla scuola primaria è stato integrato nella programmazione didattica, nella scuola dell’infanzia esso rappresenta la programmazione stessa. Si snoda attraverso tutti i campi di esperienza con tre tipi di percorsi: il potenziamento delle abilità cognitive, le attività psicomotorie e il percorso emotivo-relazionale. Tutti e tre gli aspetti convergono verso il raggiungimento dei traguardi di sviluppo previsti al termine della scuola dell’infanzia.

L’originalità di questo programma sta proprio nel fatto che consente di potenziare una serie di abilità emotive, sociali e cognitive all’interno della programmazione didattica e utilizzando strategie in un’ottica inclusiva, stimolando abilità cooperative e di tutoraggio tra i bambini. La storia di Ap-apetta accompagna i bambini per tutto l’anno scolastico rappresentando il filo conduttore di tutte le attività didattiche.

Il programma rappresenta, dunque, l’adattamento del Coping Power alla scuola dell’infanzia ma anche una nuova modalità di fare scuola, che prende in esame lo sviluppo delle competenze e delle abilità utili a prevenire problematiche di comportamento future e gettare le basi per un apprendimento significativo che sia parte della vita dei bambini e dei futuri ragazzi.

Ecco, dunque, un breve assaggio dell’opera “Coping Power nella scuola dell’infanzia” di Consuelo Giuli, Iacopo Bertacchi e Pietro Muratori, che si pone come importante guida e prezioso contributo per chi è clinicamente animato dall’interesse verso la scuola dell’infanzia, per gli insegnanti che andranno ad applicare in prima persona il percorso nelle loro classi e per i genitori e le famiglie.
Per approfondimenti:

  1. Giuli, I. Bertacchi, P. Muratori, ( 2017) “Coping Power nella scuola dell’infanzia” , Trento: Erickson.
  2. Bertacchi, C. Giuli, P. Muratori, ( 2016) “Coping Power nella scuola primaria” , Trento: Erickson.