S.O.S. Mobbing

di Emanuela Pidri

Il Mobbing sul lavoro: che cos’è, protagonisti e richiesta d’aiuto

Il Mobbing è un fenomeno che si manifesta attraverso episodi di violenza fisica, morale o psicologica in ambito lavorativo. Le diverse tipologie di Mobbing (Bossing, Mobbing orizzontale-verticale-trasversale, Comobber, Doppio Mobbing) si sviluppano lungo un processo a sei fasi. Durante le prime fasi viene individuata la vittima verso cui dirigere la conflittualità (conflitto mirato), gli attacchi da parte del mobber non causano ancora sintomi o malattie di tipo psico-somatico sulla vittima ma tuttavia le suscitano un senso di disagio e fastidio (Inizio del Mobbing), fino a quando la vittima comincia a manifestare problemi di salute protratti nel tempo (primi sintomi psico-sociali). Con la quarta fase (errori e abusi dell’amministrazione del personale), il Mobbing diventa pubblico e spesso viene favorito dagli errori di valutazione da parte dell’ufficio del personale che portano il mobbizzato a entrare in una situazione di vera disperazione, con forme ansiose e depressive più o meno gravi (serio aggravamento della salute psico-fisica della vittima). L’esito ultimo del Mobbing implica l’uscita della vittima dal posto di lavoro, tramite dimissioni volontarie, licenziamento, ricorso al pre-pensionamento o anche esiti traumatici quali il suicidio, lo sviluppo di manie ossessive, l’omicidio o la vendetta sul mobber (esclusione dal mondo del lavoro).
Il mobber, cioè colui che inizia e continua l’attacco, può avere vari motivi per assumere tale ruolo: paura di perdere il lavoro o la posizione duramente guadagnata; paura di essere surclassato ingiustamente da qualcun altro più giovane, più qualificato, più simpatico; ansia di carriera che porta a spazzare via qualsiasi ostacolo, vero o presunto, gli si palesi davanti; semplice antipatia o intolleranza verso qualcuno con cui è costretto a lavorare fianco a fianco ogni giorno. Per quanto riguarda i tratti di personalità del mobber, Field elenca quattro tipologie: Disturbo Antisociale, Bordeline, Paranoide, Narcisistico. I mobber possono essere, inoltre, persone caratterialmente difficili, colleriche, autoritarie, megalomani, criticone e tutta una gamma di frustrati al di fuori del lavoro che sfogano i propri istinti repressi sui colleghi. Il tratto tipico del mobbizzato, invece, è l’isolamento.
La vittima di Mobbing si sente incompresa e sola, in una situazione in cui non sa come è entrata e spesso nemmeno perché. Fra le conseguenze, rientrano: perdita d’autostima, depressione, insonnia, disturbi alimentari, disturbi d’ansia, disturbi psicosomatici. Inoltre il Mobbing è causa di cefalea, annebbiamenti della vista, tremore, tachicardia, sudorazione fredda, dermatosi. I mobbizzati possono presentare modalità paranoiche banali, più psicopatiche che psicotiche dovute a condizioni esogene contraddistinte da vessazioni e umiliazioni continue e persistenti. Chiedere un aiuto è spesso necessario per uscire dal circolo vizioso che caratterizza le vittime di Mobbing. L’intervento psicologico non può prescindere dalla definizione del fenomeno e dalla comprensione dei vissuti emotivi a esso correlati (solitudine, isolamento, spaesamento, umiliazione, impotenza, sensi di colpa, vergogna, vendetta, esclusione sociale). La terapia Cognitivo-Comportamentale risulta essere efficace  sia da un punto di vista psicofisiologico, con adeguate tecniche di rilassamento, sia comportamentale (tecniche di gestione dello stress, gestione del conflitto e training assertivo), nonché cognitivo, ristrutturando i pensieri automatici che contribuiscono a formare la credenza di base disfunzionali e sviluppando così una nuova modalità di approcciare ai problemi con il conseguente recupero dell’autostima. Il trattamento si basa sulla costruzione di una narrativa che spieghi perché la persona si sente in un modo particolare in concomitanza con alcune tecniche psicoterapiche di decondizionamento e l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing, ove la verbalizzazione è più limitata con l’obiettivo di ridurre i sintomi ansiosi e depressivi e superare il trauma correlato a tale esperienza.

Per approfondimenti:

Aksakal FN et al (2015).Workplace physical violence, verbal violence, and mobbing experienced by nurses at a university hospital. Turk J Med Sci. 45(6): 1360-8.

Benedetti M (2013). il Mobbing: tipologie del mobbing. Psicologia del Lavoro.

Beckers, Christine/Mertz, Hanne (1998): Mobbing-Opfer sind nicht wehrlos, Friburgo, Herder

Brinkmann, Ralf D. (1995): Mobbing, Bullying, Bossing. Treibjagd am Arbeitsplatz, Heidelberg, Sauer-Verlag

Ege, Harald (1996): Mobbing – che cos’è il terrore psicologico sul posto di lavoro, Bologna, Pitagora

Ege, Harald e Lancioni, Maurizio (1998): Stress e Mobbing, Bologna, Pitagora

Esser, Axel/Wolmerath, Martin (1997): Mobbing – Der Ratgeber für Betroffene und ihre Interessenvertretung, Colonia, Bund

Leymann, Heinz (1993): Mobbing. Psychoterror am Arbeitsplatz und wie man sich dagegen wehren kann, Reinbek, Rowohlt

Leymann H., (1996). The Content and Development of Mobbing at Work. European Journal of work and organizational psychology, 5 (2), 165-188.

Leymann H., (2001). Mobbing at work and the development of post-traumatic stress disorders. European Journal of Work and Organizational Psychology, vol.5, N. 2, 251-275, 1996. vol. 92,  n.1.

SITCC 2018 – Tendere alla felicità è un comportamento morale?

di Claudia Perdighe

Qualche tempo fa, confrontandomi con Francesco Mancini, notoriamente esperto di senso di colpa, del mio interesse per il tema della felicità, lui concluse dicendo: io credo che, visto come va il mondo, essere felici non sia morale.

Con un gruppo di colleghi abbiamo comunque portato avanti una serie di studi sul tema della felicità e, infatti, al recente convegno Sitcc di Verona abbiamo presentato un simposio dal titolo “Felicità e psicoterapia: psicoterapia come costruzione di condotte funzionali”. Marzia Albanese ha presentato una ricerca, su un campione di oltre 1200 soggetti, il cui scopo era rispondere essenzialmente a due domande: quanto la felicità è legata alla percezione soggettiva di essere in linea con i propri valori morali? Quanto la felicità è legata alla messa in atto di comportamenti prosociali? Differentemente dalle ricerche finora fatte (ad esempio, Tsang, 2006; Jans-Beken et al, 2017) dal nostro studio emerge che il fattore che più pesa sul senso di felicità soggettiva è la percezione di fare bene, vale a dire di essere guidato nei propri comportamenti dai propri principi morali. La soddisfazione di sé in senso morale pesa più dell’impegno in comportamenti di tipo prosociale (che, comunque, rimangono fattori predittivi di felicità).

In una seconda ricerca abbiamo presentato i risultati preliminari di una ricerca nella quale abbiamo provato a manipolare la variabile orgoglio morale, al fine di capire se impegnarsi in comportamenti in linea con i propri valori morali aumentasse il senso di felicità e benessere globale più dell’impegno in comportamenti prosociali o in generiche attività di svago. Anche se ancora preliminari (il campione non è completo), le prime analisi indicano che le persone a cui abbiamo chiesto di impegnarsi in una direzione di orgoglio morale, vedono aumentare in modo stabile il senso di felicità nelle 5 settimane dell’esperimento. Non succede la stessa cosa nelle altre due condizioni: il senso di felicità riferito è più basso e più soggetto a oscillazioni.

Gli ultimi due lavori presentati erano di applicazione clinica: una rassegna su come il training assertivo possa essere usato come strumento di promozione del senso di benessere soggettivo (presentata da Teresa Cosentino) e, in ultimo, una relazione sui fattori che promuovono la felicità in età evolutiva. In quest’ultima relazione Caterina Villirillo ci ha presentato, attraverso un caso clinico, un protocollo sperimentale di 8 incontri, focalizzato sul aumento della quantità e qualità delle relazioni sociali (principale fattore di felicità nei bambini). Manipolare la sola variabile relazioni ha prodotto effetti sul senso di benessere, sull’autostima e anche sull’andamento scolastico in aree in cui era presente un disturbo specifico dell’apprendimento, dopo due anni di risultati modesti ottenuti attraverso riabilitazione neuropsicologica.

Quali conclusioni? Intanto questi dati ci ricordano che se è vero, d’accordo con Mancini, che i disturbi emotivi sono concettualizzabili come un problema di non accettazione e che il cuore della psicoterapia è facilitare l’accettazione (Mancini e Perdighe, 2012), è fondamentale non solo aiutare i pazienti a disinvestire da scopi non ottenibili, ma anche a investire su scopi che sono nel potere del paziente. Ed è vero che i due processi possono procedere parallelamente e favorirsi a vicenda. In particolare quando la sintomatologia è regolata da un antiscopo, può essere utile aiutare il paziente non solo a disinvestire dall’antiscopo (ad esempio, imparare a tollerare di più la possibilità di essere colpevole), ma anche a investire su scopi positivi (ad esempio impegnarsi nei propri valori morali in modo concreto). Del resto, l’accettazione in ultimo non è altro che assumere la corrispondenza tra ordine naturale delle cose ed eventi (Mancini, 2018): accettare è comprendere che la morte, gli abbandoni, le bocciature fanno parte dell’ordine naturale delle cose, piuttosto che una violazione di esso. Accettare e sentirsi felici sono entrambi in questo senso due stati profondamente regolati dalla percezione di essere a posto con i propri diritti e i propri doveri.

Una seconda osservazione, anche se forse un po’ prematura, è che in psicoterapia può essere utile avere degli indicatori che non siano solo il buon senso, su quali sono scopi e obiettivi che più facilmente garantiscono un senso di benessere stabile e con locus of control interno (cosa che può essere inquadrata in termini di prevenzione delle ricadute in senso lato).

Un’ultima conclusione, più attinente al tema, è che non solo non è vero che essere felici è poco morale, ma al contrario è l’impegno nel bene morale che garantisce un senso di felicità e benessere stabile, d’accordo con una buona parte della tradizione filosofica che va da Socrate e Aristotele a Kant al contemporaneo Zygmunt Bauman. Chiaramente questa conclusione è connessa strettamente al concetto di felicità che si assume: noi facciamo riferimento a un tipo di felicità concettualizzabile come eudamonica che, semplificando corrisponde al essere soddisfatti di se e della propria vita, contrapposta alla cosiddetta felicità edonistica (una felicità più transitoria, che fa riferimento al provare emozioni positive o non provare emozioni negative).

Ritornando a Mancini, in questo caso non ha ragione: essere felici è morale; anzi, è proprio l’impegno morale che sembra dare un senso di felicità stabile. Naturalmente ho ipersemplificato la posizione di Mancini, perché mi divertiva il gioco di contrapposizione! In realtà ciò che può essere poco morale è la ricerca edonistica di una felicità qui e ora, quando questa sacrifica la dimensione dei doveri e della morale.

Riferimenti bibliografici

Jans-Beken, L., Lataster, J., Peels, D. et al. (2018). Gratitude, Psychopathology and Subjective Well-Being: Results from a 7.5-Month Prospective General Population Study J Happiness Stud, 19: 1673.

Mancini F. (2018). Quali significati cambiare e come? Relazione convegno Società Italiana Terapia Cognitivo-Comportamentale, 20-23 settembre 2018, Verona.

Mancini F., Perdighe C. (2012). Perché si soffre? Il ruolo della non accettazione nella genesi e nel mantenimento della sofferenza emotiva. Cognitivismo Clinico, 9, 95-115.

Tsang, J.-A. (2006). Gratitude and prosocial behaviour: An experimental test of gratitude. Cognition and Emotion, 20(1), 138-148

Perché la noia è interessante?

di Barbara Basile

Poco sopportata e evitata a tutti i costi… La sua intolleranza predispone all’abuso di sostanze e ad assumere comportamenti rischiosi: eppure la noia ha dei risvolti positivi

La noia, temuta e combattuta, risulta essere, dopo la rabbia, l’emozione che più spesso si cerca di sopprimere, con conseguenze a volte drammatiche. Emozioni di noia sono associate all’impulsività e alla ricerca di forti sensazioni e inversamente correlate alla qualità della vita e dei rapporti sociali. Di fatti, le persone che hanno difficoltà a tollerare questa emozione spesso ricorrono a comportamenti dannosi pur di liberarsene.

Da alcune ricerche è emerso che la noia è, assieme ai vissuti ansiosi e depressivi, il più frequente attivante delle abbuffate (binge eating). In un altro studio, tramite un simulatore di guida, è stato misurato il livello di distraibilità al volante. Si è osservato che chi ha una maggiore tendenza alla noia guida più velocemente, ha riflessi meno pronti nel gestire gli imprevisti e guida più spesso al centro della strada. In un’altra indagine si è osservato che oltre il 50% di studenti statunitensi con elevata tendenza alla noia faceva un uso significativamente maggiore di tabacco, droghe e alcol, rispetto ai colleghi meno sensibili  a questa emozione.

La società di oggi è sempre più complessa e articolata, offrendo un numero crescente di stimoli. A livello del Sistema Nervoso Centrale, la stimolazione produce un rilascio di dopamina e più la mente viene stimolata, più diventa dipendente e va alla ricerca di nuovi input. Di conseguenza, la capacità di restare concentrati su un compito per un tempo più lungo diventa sempre più difficile. In un esperimento sorprendente, alcuni ricercatori dell’Ohio hanno mostrato come persone sane a cui veniva chiesto di restare per 20 minuti soli e inoperosi in una stanza, sceglievano spontaneamente di provare dolore pur di interrompere l’esperienza della noia. Il 24% delle donne e il 67% degli uomini hanno scelto, almeno una volta, di auto-somministrarsi uno stimolo elettrico doloroso pur di “sentire qualcosa”.

In Germania un gruppo di studiosi ha identificato cinque diverse forme di noia partendo da una noia “indifferenziata”, più lieve e innocua (attiva per esempio, quando si assiste a lezioni o convegni o quando si è in attesa in fila), a una forma più acuta (definita “epathetic boredom”), a cui corrisponde un abbassamento dell’attivazione fisiologica e che sembra associata alla depressione. Proprio in Italia, un gruppo di psicoterapeuti cognitivisti sta indagando il ruolo di questa emozione nell’ambito della psicopatologia, con particolare focus sui disturbi dell’umore. In occasione del recente Congresso della Società Italiana di Terapia Cognitivo-Comportamentale (SITCC) a Verona, i colleghi toscani hanno presentato i dati di una ricerca in cui la noia è stata misurata in tre gruppi di pazienti affetti da Disturbo Bipolare di Tipo 1 (DB1), Disturbo Bipolare di Tipo 2 (DB2) o da un Disturbo Ciclotimico. I dati preliminari hanno mostrato che, rispetto agli altri, i pazienti con DB1 erano più suscettibili a questa emozione e tendevano a cercarne la causa nell’ambiente esterno. Analogamente, solo nel DB1, la noia era significativamente correlata con alcuni indici di malessere soggettivi, quali l’attivazione psicomotoria, l’umore instabile, l’irritabilità, tendenze suicidarie e uso di sostanze.

Intesa come un momento di stallo in cui gli scopi sono disattivi, la funzione della noia sembrerebbe ingaggiare in nuove attività, ricercando nuovi scopi e obiettivi. Diversi ricercatori sostengono che la noia promuova il mind wondering, il fantasticare, e che questo possa a sua volta facilitare il problem solving e il pensiero creativo. Alcune persone sono riuscite a trasformare l’intolleranza alla noia in qualcosa di positivo, abbracciando serenamente l’incessante bisogno di nuovi stimoli in modo adattivo.

Umorismo e Psicoterapia

recensione a cura di Roberto Lorenzini

Chi pensa che il lavoro di psicoterapeuta sia emotivamente pesante e conduca inevitabilmente al burn out per la continua esposizione alle molteplici sofferenze umane che portate dai pazienti attivano le consorelle presenti nell’animo del terapeuta, la lettura di questo libro aprirà nuovi ameni scenari. Il lavoro terapeutico consiste prevalentemente nell’accompagnare mano nella mano il paziente su una altura da dove possa guardare dall’altro la valle di lacrime in cui si sente immerso per scoprire da un lato che in cammino con lui c’è tutta l’umanità passata, presente e futura e pochi vogliono disertare dalla dolente brigata e dall’altro che visti da lontano gli inciampi, gli ostacoli, le vesciche e il fango appaiono ridimensionati e, in fondo, ben poca cosa.

L’umorismo ha un doppio utilizzo in terapia. Da un lato per poter sorridere di qualcosa occorre guardarla dall’esterno, assumere un’altra prospettiva, in qualche modo tirarsene fuori, ovvero conquistare quella distanza critica dal proprio modo di vedere se stessi e il mondo che è proprio il primo compito di ogni terapia ed è più nota come “meta cognizione” ( il fatto che il paziente possa sorridere, non deridere, le proprie stranezze è un indicatore certo di miglioramento). Dall’altro è ormai dimostrato che il rapporto tra pensieri , emozioni e comportamenti è bidirezionale, per cui se è vero che pensando cose positive e allegre si sorride, è altrettanto vero che sorridere ( anche per finta, come recitando) induce un viraggio dei pensieri verso la positività

Il libro oltre a due interessanti ricerche insegna come utilizzare l’umorismo e l’ironia nei diversi disturbi e nelle diverse fasi della psicoterapia e a modularlo a seconda dello stato della relazione terapeutica.

Infine fornisce un percorso, utile sia per i pazienti che per i terapeuti soprattutto se alle prime armi, e una serie di tecniche che aiutano a sviluppare la metacognizione, relativizzare il proprio punto di vista e dunque, in definitiva, a fare le cose seriamente senza prendersi troppo sul serio.

Antonio Scarinci (2018), Umorismo e Psicoterapia, Edizioni Alpes, Roma.

Amore Tossico

di Benedetto Astiaso Garcia

 “La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza”. Pier Paolo Pasolini

L’amore nei rapporti di coppia, considerato come un processo di attaccamento fondato sulla reciprocità, ha alla sua base tanto il bisogno di protezione, quanto la propensione a prendersi cura dell’altro. Tale alternanza di ruoli, oltre a differenziare l’attaccamento adulto da quello complementare del bambino, diviene la condizione necessaria per non amare in maniera distorta, evitando così di costruire legami sentimentali infelici.

In questo processo di formazione, risulta decisiva la pervasiva influenza delle prime esperienze affettive, affiancata da una costante interazione tra l’organismo e l’ambiente. Essa diviene, pertanto, garante della propria capacità di amare e lasciarsi amare, favorendo la formazione di strutture cognitive responsabili della scelta del partner e dello sviluppo di relazioni sentimentali felici o distorte.

Data tale premessa, è evidente come alla base della scelta del partner vi sia un’innata tendenza a evitare ciò che appare diverso o incompatibile. Questo favorisce la trasmissione di caratteristiche genetiche del proprio gruppo di appartenenza attraverso un principio di somiglianza e familiarità, processo mediato dal mere exposure effect: quanto più siamo esposti a uno stimolo tanto più lo troviamo gradevole.

Nella relazione sentimentali adulte, infatti, proprio come nel processo di attaccamento, vengono elaborati modelli interni di Sé e dell’altro, finalizzati a fornire previsioni e aspettative sulla possibile reazione del partner ad una richiesta di cura e accudimento.

Il sistema di attaccamento nella vita di coppia si attiva attraverso un indicatore soggettivo ed esperienziale di “pericolo” nella relazione, generando vissuti emozionali di paura, tristezza, ansia, colpa, angoscia abbandonica, rabbia passiva e disprezzo verso Sé e verso l’altro. È proprio alla luce di tale attivazione emotiva che vengono agite strategie e comportamenti finalizzati al perseguire scopi sovrainvestiti e irrinunciabili.

Essere dipendenti in amore, per esempio, significa sovrainvestire di significato l’antiscopo dell’abbandono, della solitudine e della perdita di una guida esclusiva: in questo modo si asseconda la strutturazione di credenze patogene su di Sé, in termini di vulnerabilità e mancanza di autonomia, e sull’altro, considerato invece forte, salvifico e responsabile di cura. A tale sequenza di tipo cognitivo comportamentale non di rado si affiancano partner “contro-dipendenti” di tipo altruistico (“io ti salverò”) o narcisistico (“sono il tuo padrone”).

Possessività, gelosia, controllo, manipolazione, sottomissione, non coinvolgimento affettivo e anassertività rappresentano solamente alcune delle strategie di coping, ovvero modalità di adattamento, con le quali si fronteggiano situazioni stressanti; queste ultime, chiaramente, sono connesse alla scelta di partner che confermano un’immagine di Sé come non amabile, rifiutante e non degno di cura, matrici la cui origine risiede proprio nell’attaccamento primario.

Solo la mutua dipendenza di coppia, dunque, può garantire lo sviluppo qualitativo della relazione, conferendo a entrambi i partner il vicendevole ruolo dinamico di curato e curante.

L’ambiente sociale contemporaneo, individualista e atemporale, uccide la possibilità di un amore resiliente, favorendo di contro un effimero edonismo centrato sulla deresponsabilizzazione e sulla promessa di un eterno innamoramento, fase invece evoluzionisticamente destinata a essere circoscritta.

Ignorare la propria storia di sviluppo affettivo potrebbe significare continuare a reiterare errori sistematici nella scelta dei partner, destinati a innescare vissuti depressivi connessi al ciclico tradimento di un’illusiva fiducia verso una felice vita di coppia: “eterna sempre sorge la speranza come un fungo velenoso”, scriveva Charles Baudelaire.

Per approfondimenti:

Attili G., “Attaccamento e Amore”, Il Mulino, Bologna, 2004

Attili G., “Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007

Un “like” che ti cambia la vita

di Monica Mercuriu

Studi sulle risposte neurali e comportamentali negli adolescenti ai social media

Elisa è una ragazza di 15 anni, bella e intelligente, ma questo lei lo ignora da tempo. Elisa trascorre gran parte della giornata al telefono, postando foto su Instagram, controllando quanti like riceve al minuto e cercando di capire come sorprendere i suoi followers con la prossima foto.

Molta della sua autostima dipende da quei like, che per lei rappresentano l’approvazione, l’ammirazione dei suoi pari, e poco importa se a volte ciò che mostra nella foto è sanzionabile o rischioso: un tornaconto in termini di  popolarità è ciò che lei si aspetta di ottenere.

Elisa è, come tanti altri adolescenti, un fruitore entusiasta e attento dei vari social media che spopolano nel web. Se circa il 90% dei giovani adolescenti americani si dichiara un utente attivo, molte domande sorgono circa gli effetti dell’uso dei social media su un cervello in via di sviluppo come quello di un adolescente. Tuttavia sono pochi gli studi che hanno effettivamente analizzato i meccanismi neurali alla base del loro uso.

L’adolescenza è particolarmente importante per lo sviluppo cognitivo e sociale: è un periodo delicato della vita, durante il quale i giovani sono sintonizzati in modo univoco con la complessità delle relazioni interpersonali. Regioni sottocorticali funzionalmente associate all’elaborazione delle emozioni e alla ricompensa subiscono notevoli cambiamenti e riorganizzazione durante la pubertà; il sistema dopaminergico e
le regioni correlate nello striato sono potenziali meccanismi alla base di due caratteristiche importanti dell’adolescente: l’escalation nei comportamenti a rischio e l’aumento del desiderio di trascorrere del tempo con i pari e guadagnarne l’approvazione.

Uno degli strumenti dei social media è la possibilità di mettere un like a un’immagine, un  testo o altri tipi di informazione, consentendo una semplice e rapida misura di approvazione da parte dei pari. Per gli adolescenti, particolarmente attenti all’opinione pubblica, questa “sostenibilità sociale quantificabile” può fungere da potente motore.

Un interessante studio, condotto all’Università della California da Lauren E. Sherman e collaboratori, ha studiato i correlati neurali della visualizzazione di fotografie con molti o pochi like per valutare il ruolo dell’approvazione sociale quantificabile nell’influenza tra pari. Sono stati reclutati campioni di adolescenti per partecipare a un social network interno che simulava Instagram: i partecipanti hanno postato le proprie fotografie credendo che tutte le immagini sarebbero state viste e valutate dagli altri partecipanti. I ricercatori hanno ipotizzato che il numero di like visualizzato sotto ogni foto potesse influire sulle risposte dei partecipanti; in modo particolare, i partecipanti avrebbero dovuto gradire di più le foto che avevano ottenuto più like, astenendosi dal gradire le foto meno popolari. I ricercatori hanno inoltre ipotizzato un’attivazione neurale maggiore del nucleus accumbens negli adolescenti che guardavano le proprie foto con maggior numero di like.

E così è stato: i risultati dello studio hanno mostrato come gli adolescenti erano più propensi ad amare una fotografia – anche se raffigurante comportamenti rischiosi come fumare marijuana o bere alcolici – se aveva ricevuto più like dai coetanei e questo effetto era particolarmente forte per le foto che loro stessi avevano fornito.

L’adolescenza è un periodo della vita durante il quale l’auto-presentazione è particolarmente importante, anche sui social media, quindi questo effetto significativamente maggiore può riflettere l’importanza relativa alla presentazione di sé e fornire alcuni feedback agli altri. Le regioni di maggiore attività comprendevano aree implicate nella cognizione sociale e nei social memories, tra cui il precuneus, la corteccia prefrontale mediale e l’ippocampo così come il giro frontale inferiore, implicato nell’imitazione. Per le fotografie dei partecipanti e degli altri, è stata osservata una maggiore risposta della corteccia visiva a molti like. L’attivazione aumentata suggerisce che i partecipanti possono avere scansionato le immagini popolari con maggiore attenzione. Presi insieme, i risultati di imaging suggeriscono che gli adolescenti percepiscono le informazioni online in modo qualitativamente diverso quando credono che queste informazioni siano valutate più gradite dai pari.

Inoltre, quando gli adolescenti hanno osservato fotografie rischiose (rispetto a quelle non rischiose), l’attivazione nella rete di controllo cognitivo è diminuita. Questi risultati evidenziano i possibili meccanismi alla base dell’influenza dei pari durante l’adolescenza e costituiscono una base di ricerca importante per comprendere i fenomeni di adesione a comportamenti rischiosi attraverso la socializzazione non attiva ma virtuale.

Per  approfondimenti

The power of the “like” in adolescence: Effects of peer influence on neural and behavioral responses to social media

Lauren E. Sherman1,2, Ashley A. Payton3, Leanna M. Hernandez2,3, Patricia M. Greenfield1, and Mirella Dapretto.

Psychol Sci. 2016 July ; 27(7): 1027–1035. doi:10.1177/0956797616645673.

L’amore e la violenza

di Caterina Parisio

Disregolazione emotiva e funzionamento Borderline

“Betty ha talento […] con l’amore e la violenza. Vive bene, vive male. Non esiste differenza tra la morte di una rosa e l’adolescenza”. È un ritmo quasi ansiogeno quello che scandisce il testo di Betty, canzone del gruppo italiano Baustelle.

I profili di donna tracciati dai Baustelle recitano spesso il ruolo di personaggi dal funzionamento borderline, socialmente ai margini della nostra società. I loro brani parlano di adolescenti alla ricerca di un’identità, delineano profili di persone dinamiche, in continuo movimento, perse tra dipendenze, condotte trasgressive e autodistruttive:
come Betty, una giovane donna disintegrata e ambivalente, che vive stati mentali tanto intensi quanto inconciliabili.

La disregolazione e vulnerabilità emotiva, caratteristica saliente della nostra Betty, unitamente alla difficoltà di integrare stati mentali opposti o contraddittori e all’impossibilità di mantenere una stabilità delle rappresentazioni, determina una caoticità nella regolazione delle scelte, che possono così oscillare rapidamente da un fattore all’altro, con conseguente incoerenza del comportamento e difficoltà a perseguire scopi a lungo termine: “ride quando la tocchi, finge quando è felice […] come foglia al vento, temi per la sua vita”.

Stati mentali non integrati e processi di transizione rapidi e spesso drammatici sono caratteristici dei soggetti con funzionamento borderline. Nella principale letteratura sull’argomento si individua la rappresentazione di un sé indegno come nucleo di base: da questa rappresentazione derivano varie sensazioni attraverso cui un soggetto può transitare.

“Piove su immondizia e tamerici, sui suoi cinquemila amici, sui ragazzi e le città”: piove sulle tamerici, ma anche sull’immondizia e su una vita costruita a puntino su quello che vogliono gli altri, l’infelicità dei tempi moderni. Qui gli autori del testo sembrano voler descrivere lo stato di vuoto in cui versa Betty, i cinquemila amici virtuali su Facebook, l’immondizia come metafora di questa percezione di indegnità del sé.

Il sé indegno e vulnerabile spesso sottopone i soggetti borderline a un’intollerabile pressione fatta di pericolo, precarietà, indegnità. A volte ci si sottrae a questa pressione distaccandosi da tutto e da tutti ed entrando in uno stato di vuoto e di anestesia emotiva. È questa la condizione in cui si verificano frequentemente gesti suicidari e atti autolesivi, che rappresentano l’effetto di uno stato di distacco assoluto dal mondo: “Betty ha sognato di morire, sulla circonvallazione; prima ancora di soffrire era già in putrefazione senza alcun dolore”.

La gestione disregolata del vuoto finisce quasi invariabilmente con l’alimentare il senso di indegnità/vulnerabilità. Il circuito indegnità/vulnerabilità-vuoto-gestione disregolata-indegnità/vulnerabilità è quello che genera i comportamenti più a rischio per l’incolumità dei soggetti con funzionamento borderline.

Per il trattamento di soggetti con disturbo borderline di personalità con rischio suicidario cronico, nasce nel 1993 la DBT (Dialectical Behaviour Therapy), ideata da Marsha Linehan e successivamente applicata ad altre condizioni psicopatologiche, quali dipendenza da sostanze e da alcool, disturbi del comportamento alimentare, suicidarietà in adolescenza.

In Betty gli autori, chissà se conoscitori delle tecniche d’intervento della Linehan, delineano comunque per la nostra eroina un finale forse dalle tinte meno noir e aprono a un alito di speranza: “Betty sfida il buio, come la fine di una galleria […] tanto poi ritorna il sole”.

 

Per approfondimenti:

Antonino Carcione, Giuseppe Nicolò, Antonio Semerari (2016), Curare i casi complessi.

Giancarlo Di Maggio, Antonio Semerari (2003), I Disturbi di Personalità. Modelli e Trattamento. Ed. Laterza

Da grande posso diventare femmina?

di Sonia Di Munno

Disturbo di disforia di genere in età evolutiva. Che cos’è, come riconoscerlo e come comportarsi

 Per Disforia di Genere (DG), nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5), si intende la sofferenza clinica, affettiva o cognitiva, dovuta a una discrepanza tra il genere esperito, in cui la persona si identifica, e il genere cromosomico, assegnato alla nascita. Si parla di disforia di genere quando questa discrepanza crea nella persona frustrazione e angoscia per almeno sei mesi e anche una compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o scolastico e in altre aree importanti. Questa disforia può essere presente sia nei bambini sia negli adolescenti e negli adulti.

Nei bambini, i criteri da prendere in considerazione per un’adeguata diagnosi sono: un forte desiderio di appartenere al genere opposto con una preferenza nell’indossare abbigliamento tipico del genere opposto; la propensione per giochi, compagni, attività tipiche del genere desiderato e, in alcuni casi, una manifesta avversione verso la propria anatomia sessuale, con desiderio di possedere le caratteristiche anatomiche/sessuali del genere opposto (criterio più frequente negli adolescenti). Questi comportamenti di solito si manifestano tra i 2 e i 4 anni, periodo in cui emergono i comportamenti legati al genere nello sviluppo del bambino. Nella maggiorparte dei bambini, la DG scompare prima o con l’inizio della pubertà e solo il 16% dei casi dei bambini diagnosticati nell’infanzia manifesterà DG anche in adolescenza e richiederà la riassegnazione del sesso in età adulta. Anche se molti bambini non riportano una DG nell’adolescenza e in età adulta, vi è una forte relazione tra la varianza di genere nell’infanzia e l’orientamento omosessuale in età adulta.
Per la presa in carico di questi bambini, le linee guida del Royal Collage of Psychiatrists del 1998 enfatizzano un approccio che tenga conto dello stadio evolutivo del bambino e che lavori con tutta la famiglia, ponendo attenzione anche al contesto sociale in cui il bambino vive. A prescindere dal percorso psicologico che si intraprende con il bambino, tutti gli studiosi sono concordi su alcuni punti fermi, come la non intromissione da parte del clinico nell’orientamento sessuale scelto dal bambino: fornire, quindi, un supporto per il bambino e per la famiglia in questo periodo delicato e non adottare interventi medici nell’età dell’infanzia. A tal riguardo, l’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry ha ribadito la posizione netta di contrarietà a un intervento psicologico che miri a modificare in alcun modo i comportamenti di genere non conformi del bambino perché sarebbe come voler far cambiare il colore della pelle solo per essere più accettato socialmente.
Lo spazio psicoterapico deve essere incentrato sullo sviluppo dell’abilità del bambino e di un’immagine positiva di sé e insegnargli ad affrontare eventuali scherni o stigmatizzazioni esterne con strategie di coping funzionali (soprattutto per i maschi con DG che tendono a essere più vessati rispetto alle bambine). Molte volte, questi bambini presentano problemi di ansia, depressione e scarsa autostima di sé che possono essere dovuti sia alla frustrazione nel non avere il genere desiderato sia all’ostilità o alle reazioni negative esterne.

Vi sono vari approcci di intervento e i più accreditati sono: il Modello di Osservazione e Attesa e il Modello Affermativo. Il primo mira a supportare il bambino e la famiglia nelle varie problematiche emotive e sociali, nell’attesa della naturale definizione puberale del bambino, sia che mantenga il DG sia che non lo mantenga. Questo modello cerca di alleviare il senso di vergogna che possono provare alcuni bambini e le loro famiglie e a incrementare le abilità sociali per le relazioni e la gestione di comportamenti ostili. Il Modello Affermativo, invece, punta a sviluppare le potenzialità del bambino e a vedere la varianza di genere come facente parte della naturale diversità umana. Sottolinea come questo possa essere un problema solo dal punto di vista culturale: non lo è, infatti, in molte altre culture come quelle africane o degli indiani d’America, nelle quali i generi sessuali riconosciuti  sono ben quattro (maschio, femmina, donna maschile e uomo femminile).
In tutti i casi, un ruolo importante è rappresentato dai genitori e dalla famiglia, che devono presentare flessibilità e apertura mentale, essere di supporto e accettanti rispetto alla varianza di genere del bambino e proteggerlo dall’ambiente quando è ostile.

 

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, 5th ed

La disforia di genere in età evolutiva (2015). Dèttore, Ristori, Antonelli. Alpes

Le identità di genere (2009). Ruspini. Carrocci

Il DOC visto dalla parte di una figlia

“La mia vita con un padre DOC”, il libro-testimonianza di Rossella Sardi

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è un disturbo subdolo e poco noto tra la gente comune, che può nuocere grandemente, oltre che alla persona che ne soffre, anche ai suoi familiari.
Rossella Sardi, autrice del libro “La mia vita con un padre DOC”, è una di questi: una figlia che ha combattuto la sua piccola ma difficile lotta contro l’inconsistenza e l’illogicità del “disordine sotto forma di ordine” che affliggeva suo padre.
Ne riporta la testimonianza, presentando le proprie esperienze di vita, a tratti disperanti, e le sue riflessioni.
Racconta una storia dagli aspetti curiosi, in modo sincero e senza pudori e timori, analizzando i pro e i contro e cercando di mantenere una certa obiettività. La narrazione, partendo dal suo passato di bambina, si sviluppa in forma avvincente e a tratti divertente.
Il bisogno di comunicare e condividere è stato fondamentale nell’ideazione e nella stesura di questo libro che, tramite la dolorosa elaborazione e presa di coscienza, si è rivelato liberatorio, come in una psicoterapia.
Per questo il grande auspicio dell’autrice è che il libro possa essere utile anche ad altri: addetti ai lavori, ma soprattutto persone che condividono vissuti analoghi, per aiutarli a uscire dal ginepraio dei dubbi e delle insicurezze che per anni l’hanno accompagnata.

Per approfondimenti:
https://www.edizioni-psiconline.it/anteprime/la-mia-vita-con-un-padre-doc-una-testimonianza-e-un-caso-per-riflettere.html.