La mia amata è sparita ma è qui

di Antonella D’Innocenzo

Vivere nel paradosso di una perdita ambigua

Qual può essere il vissuto di una persona che vive una rottura relazionale, fisica o psicologica, quando tuttavia la persona amata non è andata via completamente?
Nella letteratura, si fa riferimento a questa condizione con l’espressione “perdita ambigua”, intendendo un’esperienza di sofferenza irrisolta che si può sperimentare nel caso di una perdita non chiara, ancora in corso, che continua senza chiusura. In questo ambito la ricerca psicologica inizia negli anni Settanta con le famiglie di piloti scomparsi e con quelle di veterani con malattia di Alzheimer, estendendosi poi a tutti i casi in cui una persona amata è fisicamente assente ma psicologicamente presente e viceversa (ad esempio cari scomparsi in guerra, in disastri naturali, per incidenti, rapimenti, migrazioni, casi di divorzi, anziani in casa di cura o giovani adulti che escono di casa, adozioni, demenze, malattie mentali croniche o presenza di un proprio caro che soffre di dipendenze).
Facciamo un esempio. Il marito di Ruth è sopravvissuto a un forte ictus, anche se ha riportato perdita di memoria e compromissione cognitiva, scivolando, con il passare degli anni, sempre più nella demenza. Ruth ha continuato a prendersi cura di lui, ma spesso sente un profondo dolore e tristezza come se ci fosse stata una morte. Eppure si sente in colpa, perché suo marito è ancora vivo. Ha emozioni contrastanti e dubbi su come sentirsi, sulla sua identità: è una donna sposata ma è sola, costantemente in lutto.

Condizioni come queste generano confusione, dubbi, ansia, tristezza o addirittura sintomi depressivi persistenti. In questo contesto di dubbio, la speranza per il ritorno della persona perduta continua, in quanto mancano le informazioni necessarie a consentire la trasformazione e il cambiamento, dare significato alla perdita e permettere la risoluzione del lutto.

Gli effetti di una perdita ambigua possono coinvolgere l’intera famiglia, portando a svariate conseguenze: la confusione e l’ambivalenza possono influire sulla capacità di prendere decisioni e di comunicare in modo efficace; la mancanza d’informazioni può portare i membri a percepire la situazione in modo diverso; il vissuto d’incomprensione per la propria condizione può aumentare la riluttanza a raggiungere gli altri (individui, famiglia, comunità) per ricevere supporto fisico ed emotivo. Ne conseguono conflitti e fratture, maggiore isolamento e mancanza di sostegno reciproco. Aiutare le famiglie e gli individui a trovare significato e speranza in tale confusione rappresenta una sfida importante per una gestione efficace del disagio e della perdita.

Da un punto di vista terapeutico, l’obiettivo diventa il lavoro sulla resilienza, la capacità di persistere nel perseguire obiettivi importanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà.

I clinici e i ricercatori che si sono occupati dell’argomento descrivono quali sono i punti salienti dell’intervento: aiutare le persone a trovare un significato alla perdita subita, favorendo così l’inizio del processo di coping; dare un nome al problema, informando sulle caratteristiche della perdita ambigua e fare in modo che famiglie e individui ne parlino insieme, in quanto l’isolamento, così come la rabbia e il desiderio di vendetta, può ostacolare la capacità di dare un senso a ciò che si sta vivendo; insegnare abilità che permettano di fronteggiare i sentimenti d’impotenza e di lasciar andare ciò che non si può controllare; aiutare i pazienti a ricostruire la propria identità; normalizzare le emozioni contrastanti (è normale che individui e famiglie si sentano arrabbiati anche con la persona scomparsa, e sviluppare sentimenti di colpa per la propria rabbia); aiutare a riscoprire la speranza, investendo in nuove cose pur ricordando quelle vecchie, riorganizzando la propria vita nonostante la confusione e l’incertezza.

 

Per approfondimenti:

Ambiguous loss: A complicated type of grief when loved ones disappear. Article in Bereavement Care, August 2014

Hikikomori: la vita in una stanza

di Brunetto De Sanctis

Una nuova e grave forma di ritiro sociale descritta inizialmente in Giappone trova riscontro anche in Italia, con una stima di circa centomila casi

La nozione di eremita o recluso è esistita in molte culture da tempo immemorabile. Tuttavia, in Giappone negli ultimi anni è stata identificata una sindrome particolarmente grave di ritiro sociale, che ha raccolto l’interesse dei ricercatori e dei clinici del mondo della salute mentale: con il termine “hikikomori” è stato definito un fenomeno in cui le persone diventano dei reclusi nelle loro case, evitando varie situazioni sociali (ad esempio scuola, lavoro, interazioni sociali, ecc.).
Tamaki Saito, lo psichiatra che ha reso popolare questo termine, definisce gli hikikomori come persone che diventano reclusi nella propria casa per almeno sei mesi, con un inizio dalla seconda metà della terza decade di vita e con una maggior percentuale di persone di sesso maschile. Nello specifico, il Ministero della Salute giapponese pone cinque criteri per l’identificazione di questa grave forma di ritiro: uno stile di vita centrato a casa; nessun interesse o volontà di frequentare la scuola o il lavoro; la persistenza dei sintomi oltre i sei mesi; l’esclusione della schizofrenia, del ritardo mentale o di altri disturbi mentali; tra quelli che non hanno interesse o voglia di frequentare la scuola o il lavoro, quelli che mantengono relazioni interpersonali (ad esempio amicizie) devono essere esclusi dall’essere considerati hikikomori. Spesso nella storia di vita queste persone sono presenti eventi traumatici vissuti nel periodo scolastico (bullismo) oppure vivono in contesti socio-economici precari con crisi del mercato del lavoro. Risulta ancora molto dibattuto se questo fenomeno abbia un’entità diagnostica a sé oppure sia un quadro di ritiro sociale contestualizzabile in altri disturbi psichiatrici come fobia sociale, depressione, disturbo della personalità evitante. Lo studioso Alan Robert Teo, insieme con alcuni colleghi, ha effettuato uno studio in cui ha messo in evidenza come questo fenomeno sia presente non solo in Giappone ma anche in altre nazioni sia orientali sia occidentali. L’autore, per differenziare questo fenomeno da altre diagnosi psichiatriche, ha utilizzato i seguenti criteri di identificazione: passare la maggiorparte del giorno, per quasi tutti i giorni a casa (da almeno sei mesi); evitamenti della scuola o del lavoro (da almeno sei mesi); evitamento delle relazioni sociali come amici o familiari (da almeno sei mesi); sperimentare un distress significativo o un forte limitazione a seguito dell’isolamento sociale. Il trattamento terapeutico dell’hikikomori spesso comporta una combinazione di psicoterapia e terapia farmacologia. Tra gli interventi utilizzati ad oggi, vi sono: il parent training, il trattamento di esposizione per aumentare gradualmente il contatto sociale, la terapia di gruppo con persone con la stessa problematica e tecniche di psicoterapia focalizzate sul trauma infantile. Per coloro che sono completamente reclusi, il primo passo di solito comporta visite domiciliari ripetute con l’obiettivo di “estrarre” l’hikikomori dalla stanza. Sicuramente nel futuro sarà utile specificare al meglio questo fenomeno per identificarlo, eventualmente, come una diagnosi, e analizzare gli interventi maggiormente efficaci nel trattarlo.

 

Per approfondimenti:

Teo A.R. (2010). A New Form of Social Withdrawal in Japan: A Review of Hikikomori. Int J Soc Psychiatry. March ; 56(2): 178–185.

Saito, T. (1998). Shakaiteki hikikomori: owaranai shishunki (Social withdrawal: a neverending adolescence). PHP Shinsho; Tokyo.

Teo A.R., Fetters M.D., Tateno M., Balhara Y., Choi TY., Kanba S., Mathews C.A. and Kato T.A. (2015). Identification of the hikikomori syndrome of social withdrawal: Psychosocial features and treatment preferences in four countries. Int J Soc Psychiatry. February ; 61(1): 64–72.

Tic: intervenire in tempi utili

di Monica Mercuriu

Il trattamento dei disturbi da tic e la Sindrome di Tourette secondo l’approccio cognitivista: proposte d’intervento

Nella quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), i disturbi da tic e la Sindrome di Tourette (TS) vengono classificati come disturbi a esordio infantile-adolescenziale. Compaiono, infatti, tipicamente tra i 4 e i 6 anni e prima dei 18 anni, e sono caratterizzati dalla presenza di tic, movimenti corporei rapidi, ricorrenti, non ritmici o vocalizzi, che si manifestano in maniera non costante per intensità, frequenza e durata.

La sindrome di Tourette, che fa parte dei disturbi da tic, è caratterizzata dalla combinazione di tic motori (della durata superiore a un anno) e tic vocali.

Possono essere presenti diverse condizioni sintomatiche che si traducono in diversi gradi e tipi di disturbo: Sindrome di Tourette, disturbo cronico da tic motori o vocali, disturbo transitorio da tic. Affinché si possa effettuare una diagnosi della Sindrome di Tourette, deve essere presente una storia di tic motori multipli e almeno un tic vocale, anche se questi tic possono non verificarsi simultaneamente. La localizzazione dei tic, il tipo, la frequenza e la gravità possono variare nel corso del tempo; tuttavia, i tic devono emergere prima dei 18 anni e devono avere una durata di almeno un anno, non devono soddisfare i criteri per altre condizioni mediche o uso di sostanze.

Ad oggi la diffusione dei sintomi ticcosi si aggira intorno all’1% nella popolazione mondiale adulta, per toccare il 18-20% della popolazione pediatrica. Tale dato implica la necessità d’interventi precoci, specie nella fascia della scuola primaria, con un coinvolgimento attivo di genitori e staff scolastico.

Negli ultimi due decenni il disturbo da Sindrome di Tourette è stato ampiamente accettato come un disordine neurocomportamentale, sebbene la comprensione dei meccanismi causali specifici rimanga incompleta. La natura ereditaria del Disturbo è ben documentata in alcuni studi condotti su famiglie e coppie in cui era presente un caso di TS.

Molto spesso, i tic sono accompagnati da altri disturbi cognitivo–comportamentali. In media, nei giovani con Sindrome di Tourette s’incontreranno i criteri per due ulteriori condizioni psichiatriche. I disturbi cronici da tic in età pediatrica sono associati a una vasta gamma di difficoltà: aggressività, impulsività, disturbi dell’umore e di ansia, scarse abilità sociali, livelli più elevati di conflittualità  familiare e comportamenti ossessivo-compulsivi. Tuttavia, le condizioni che più frequentemente si trovano in comorbidità con la TS sono il Disturbo ossessivo compulsivo (DOC) e il Disturbo da Deficit d’Attenzione con Iperattività (DDAI), con una prevalenza per il DOC.

Oltre all’elevata comorbidità con DOC e DDAI, i bambini che presentano un disturbo da tic o la TS possono presentare anche: deficit delle funzioni esecutive, depressione, disturbi dell’ansia, disturbi del sonno, difficoltà legate al controllo della motricità fine, ipo/ipersensibilità sensoriale, deficit delle abilità sociali, problematiche comportamentali e scoppi di rabbia ripetuti.Uno o più di questi disturbi possono presentarsi in maniera isolata o, più frequentemente, associati tra loro.

L’intervento psicoterapeutico cognitivo-comportamentale per la Sindrome di Tourette e per i disturbi da tic è necessariamente complesso e da svolgere in setting paralleli (bambino-famiglia-scuola). La pervasività, la gravità e l’impatto sociale di questi disturbi richiedono un’organizzazione dell’intervento chiara, dettagliata e, allo stesso tempo, flessibile. Gli obiettivi terapeutici fondamentali qui di seguito presentati sono in ordine di priorità ma perseguiti, ove necessario, in base all’urgenza del singolo caso:

  1. Rendere il bambino maggiormente consapevole del suo disturbo, aiutarlo a comprenderne la causa in maniera semplice e chiara, discutere insieme e analizzarne le manifestazioni e i correlati neuropsicologici e psicologici.
  2. Ridurre la sintomatologia ticcosa attraverso tecniche evidence-based di comprovata efficacia. Nel trattamento dei tic, dall’habit reversal training all’esposizione con prevenzione della risposta.
  3. Aumentare il livello personale di autostima e autoefficacia sperimentati e mettere in luce gli stati mentali connessi al disturbo e ridurre i pensieri disfunzionali.
  4. Intervenire sui disturbi in comorbidità e sui problemi secondari. In presenza di un DOC, e soprattutto quando i tic entrano a far parte dei rituali compulsivi, sarà indispensabile condividere con il bambino il modello utilizzato per trattare i disturbi d’ansia, in termini di scopi e credenze. Costruire e condividere il modello insieme al bambino contribuisce a rendere chiaro e concreto ciò che è presente nella sua mente.
  5. Fornire ai genitori un adeguato supporto attraverso un intervento di parenting e fornire sostegno agli insegnanti del bambino.
  6. Generalizzare l’apprendimento delle tecniche nei diversi contesti di vita.

 

  Per approfondimenti:

I Disturbi da Tic e la Sindrome di Tourette, M.Mercuriu in Psicologia cognitiva dell’infanzia e dell’adolescenza: nuovi sviluppi. Franco Angeli, 2016

Tornare alla normalità dopo un trauma

di Niccolò Varrucciu

L’evento traumatico provoca un flusso di sensazioni incontenibili, travolge le normali difese dell’individuo, lo rende privo di difese e incapace di reagire

Dal punto di vista etimologico, la parola “trauma” deriva dal verbo greco τραῦμα, che significa “perforare, danneggiare, ledere, rovinare” e contiene un duplice riferimento a una ferita con lacerazione e agli effetti di un urto, di uno shock violento sull’insieme dell’organismo. Ampiamente diffuso nell’ambito delle discipline medico-chirurgiche, durante il XVIII sec. il termine è stato adottato dalla psichiatria e dalla psicologia clinica che indicano con esso la sopraffazione del soggetto da parte di uno stimolo eccessivo.

In modo molto generale, il trauma può essere definito come un evento imprevisto, improvviso e imprevedibile che la persona sperimenta come destabilizzante.

L’evento traumatico domina la capacità di risposta della persona, rimanda a una condizione d’impotenza davanti a un’esperienza sconvolgente e incontrollabile che provoca un flusso di sensazioni incontenibili, travolge le normali difese dell’individuo, lo rende privo di difese e incapace di reagire, imponendo la messa in atto di difese patologiche.

In genere, dopo un evento traumatico, il soggetto può presentare disturbi come ansia, insonnia, depressione, oltre a immagini intrusive e ricordi vividi che portano il soggetto a rivivere paure e ansie come se si trovasse nuovamente all’interno dello scenario catastrofico.

Che fare se un paziente sperimenta questi sintomi? Anche se può sembrare controintuitivo, il primo intervento da fare è la cosiddetta “normalizzazione”: è infatti assolutamente normale e fisiologico che la persona reagisca in questo modo, com’è altrettanto normale che tale sintomatologia non perduri e si estingua in modo autonomo.

Se ciò non dovesse accadere, ecco che un intervento psicoterapeutico è sicuramente di fondamentale importanza per evitare che si strutturi un franco disturbo psichiatrico, o per aiutare la persona a guarire.

Uno dei meccanismi che maggiormente mantiene la sintomatologia traumatica è l’evitamento; dopo un evento traumatico è normale avere paura, anzi è fondamentale; se però, di fronte alla paura, mettiamo in atto tentativi di soluzione disfunzionali come l’evitamento, non permettiamo a questa emozione, sgradevole ma importante, di fare il suo corso e defluire correttamente. Non solo, sforzarci per evitare di sentirla dà, in modo implicito, ancora più importanza alla nostra paura e al relativo scenario temuto.

Secondo l’Acceptance e Commitment Therapy è la rigidità psicologica che ci mantiene in uno stato di sofferenza, impedendoci di individuare soluzioni efficaci di risoluzione.

Fra gli strumenti forniti da questo paradigma, uno dei più utili per il trattamento del trauma è sicuramente la “Matrice di Polk”, che aumenta la consapevolezza sul nostro funzionamento.

Durante stati di sofferenza, le persone entrano in modalità “pilota automatico” e iniziano ad agire tentativi di soluzione che, a lungo termine, manterranno la sofferenza o addirittura lo stato di malattia. Attraverso l’utilizzo della matrice è possibile analizzare quali comportamenti sono funzionali all’evitamento e quali comportamenti sono invece utili a tornare a vivere una vita ricca e soddisfacente.

La natura grafica di questo strumento semplifica il già arduo lavoro dei pazienti, rendendo intuitivo come ci siano comportamenti di allontanamento e controllo del dolore e comportamenti significativi per la persona.

Il principale intervento della terapia ACT è quello di implementare gli stati di consapevolezza nel paziente, per poi, tramite opportune tecniche, rimodulare la veridicità e la percezione di gravità di tali stati.

Tutto questo permette di aumentare la flessibilità cognitiva, utile all’individuazione di strategie di soluzione alternative e maggiormente efficaci, che non mirino tanto all’eliminazione dell’emozione spiacevole, quanto piuttosto al graduale abbandono degli strumenti disfunzionali di controllo.

Tali tentativi di controllo, infatti, oltre a mantenere inalterata la situazione, limitano le occasioni di soddisfazione in cui la persona potrebbe incorrere, facendole perdere di vista scopi di vita per lei importante.
Per approfondimenti:

Bessel A. Van der Kolk, Alexander C. McFarlane, Lars Weisaeth, “Stress traumatico. Gli effetti sulla mente, sul corpo e sulla società delle esperienze intollerabili”,ediz. Ma. Gi srl, 2004, pag. 1

Giannantonio, M. (2009). “Psicotraumatologia. Fondamenti e strumenti operativi”. Torino: centro  scientifico

L’amo o non l’amo?

di Roberta Trincas

Ci sono dubbi che vanno risolti, altri che non possono essere risolti, altri ancora che è meglio non risolvere. Roberto Gervaso

È la persona giusta per me? Sono innamorato di lei? È abbastanza carino per me? Sono attratto? È abbastanza intelligente per me?

Sono alcuni dei dubbi che possono presentarsi alla mente quando si è coinvolti in una relazione sentimentale. Normali incertezze attraverso le quali la persona compie delle valutazioni per giungere alla scelta di un partner. Tuttavia, vi sono casi in cui questi dubbi diventano estremamente frequenti, persistenti e intrusivi tanto da “ossessionare” la persona e generare un malessere che si ripercuote nella relazione con il partner: è quanto succede nella mente di chi soffre di Disturbo Ossessivo-Compulsivo da Relazione.

In questo tipo di disturbo, le ossessioni sono principalmente focalizzate sui difetti del proprio partner e su ciò che non va nella relazione: generalmente fanno riferimento a difetti fisici, abilità sociali, alla moralità o all’intelligenza del partner; mentre le ossessioni sulla relazione possono riguardare dubbi circa il proprio amore o quello del partner, o più in generale circa la validità o meno della relazione (“È la relazione giusta per me? Lo amo veramente?”).

Il DOC da Relazione ha caratteristiche e sintomi simili al Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Per esempio, il controllo (o checking) può esprimersi attraverso la messa alla prova delle capacità intellettive del partner, sottoponendolo a quesiti di fisica o matematica, oppure controllando continuamente se ha i capelli a posto o se è ben vestito. Può ricorrere a un continuo monitoraggio delle proprie sensazioni emotive al fine di provare la veridicità dei propri sentimenti d’amore (“Sono sempre emozionato quando lo/la vedo? Penso sempre a lui/lei quando non c’è? Mi attrae quando facciamo sesso?”). Può esserci la tendenza a confrontarsi con altre coppie per verificare se gli altri risultano più felici e appagati o se ci si possa sentire attratti da altri. Chi soffre di Disturbo Ossessivo-Compulsivo da Relazione può richiedere rassicurazioni, confidarsi con amici per capire quale decisione prendere in merito alla propria relazione; può attuare diversi evitamenti, per esempio evitare di guardare o parlare con altri/e uomini/donne, oppure evitare di investire e coinvolgersi nella relazione, di compiere gesti d’amore o di esprimere affetto perché non si sente sicuro dei propri sentimenti. Così come il DOC, anche quello da Relazione tende all’autocritica per incapacità nel controllare le proprie ossessioni, con la tendenza a colpevolizzarsi. Infatti, chi soffre del DOC da Relazione si sente estremamente responsabile della sofferenza del partner, teme di illuderlo e per questo motivo si tiene distante emotivamente o si colpevolizza facilmente rispetto ai propri dubbi sulla relazione.

Ciò che caratterizza nello specifico il DOC da Relazione è che gli effetti del malessere del singolo si ripercuotono sulla qualità della relazione stessa, creando un circolo vizioso per cui lo scarso impegno genera minore coinvolgimento e minore ricerca di comportamenti alternativi positivi.

Ma quali sono le motivazioni che spingono queste persone a investire così tante energie e tempo ossessionandosi su ciò che non va del partner e della relazione? Secondo alcuni psicologi israeliani, Doron e Derby, il DOC da Relazione ha come scopo fondamentale fare la scelta giusta, trovare la persona giusta, avere la relazione giusta. Secondo il loro modello teorico, alla base dello sviluppo del DOC da Relazione vi sarebbero fattori di vulnerabilità e specifiche credenze disfunzionali. La vulnerabilità consiste in una scarsa autostima e un ideale di relazione e di partner, per cui l’autostima di queste persone può dipendere dalla qualità della loro relazione sentimentale o dalle caratteristiche del partner. Per esempio, possono sentirsi sminuiti nel loro valore personale dai difetti del partner e vergognarsene. Inoltre, diversi studi hanno dimostrato che i DOC da Relazione hanno più credenze “estreme” sull’amore rispetto ai DOC e ai soggetti non clinici. Per esempio, sono convinti che “essere nella relazione giusta corrisponda a essere sempre felici”, o che “se ci si sente infelici ciò dipenda dalla propria relazione”, o ancora possono credere che “pensare sempre all’altro o sentirsi sempre emozionati con il partner sia un segno di amore”.

Spesso nella storia di vita di queste persone ritroviamo storie familiari con alta conflittualità tra genitori, per cui il bambino cresce con l’idea che il conflitto sia da evitare perché fortemente temuto; oppure hanno avuto genitori controllanti o gelosi. Le esperienze familiari possono fungere da modello e generare alcuni timori riguardanti la relazione, per esempio “ho paura di rivivere la relazione che hanno vissuto i miei genitori, ho paura di essere come loro”, “ho paura di non riuscire mai a uscire dalla relazione”.

Il DOC da Relazione è un disturbo difficile da identificare e trattare, tuttavia recentemente Doron e Derby hanno sviluppato tecniche cognitivo-comportamentali al fine di intervenire specificatamente sul problema. Il trattamento prevede una prima fase di riduzione del circolo ossessivo, e quindi dei sintomi e delle credenze eccessive sull’amore. Successivamente, si aiuta la persona a sperimentare la relazione prima ancora di prendere qualsiasi decisione. In particolare, si aiuta la persona a distogliere l’attenzione da un ideale d’amore e fare i conti invece con una realtà fatta di pregi e difetti. Il percorso verso l’accettazione comprende l’elaborazione della perdita di un ideale, e il graduale impegno nella relazione che comporta anche la capacità di trovare un compromesso tra i propri valori e le caratteristiche del partner. Quindi si invita la persona a riflettere su quanto può essere disposta ad accettare che il partner non rispecchi determinati valori e, contemporaneamente a impegnarsi in comportamenti che favoriscano il coinvolgimento e l’esperienza della relazione stessa. In altre parole, il cammino verso la guarigione prevede il passaggio dal “ti amo o non ti amo?” verso il “ti amo anche se non sei bravo in matematica”.

Per approfondimenti:

Doron, G., & Derby, D. (2017). Assessment and treatment of relationship-related OCD symptoms (ROCD): A modular approach. In J. S. Abramowitz, D. McKay, & E. A. Storch (Eds.), The Wiley Handbook of Obsessive Compulsive Disorders, 547.

Chiedilo a Kurt Cobain

di Caterina Parisio

 Solitudine e stati di vuoto: la disregolazione emotiva da Kurt Cobain a Marylin Monroe, passando per le canzoni di Brunori Sas

 Immaginate quanto sia sfiancante dover cercare costantemente l’altro per evitare di sentire affiorare quel profondo senso di solitudine e abbandono di fondo. Convivere con l’esperienza soggettiva di continua autoinvalidazione di fronte ad un sé vissuto come indegno, sentimenti di rabbia e disprezzo verso se stessi, comportamenti autodistruttivi, stati di vuoto e anestesia emotiva: una vita priva di relazioni affettive intime autentiche, dove non c’è spazio per le proprie passioni e i propri desideri, se non vissuti con la sensazione di “giostra emotiva”, in cui la disregolazione fa da padrone alla gestione di ogni stato.

“Andare a scoprire se è vero che non sei soltanto una scatola vuota o l’ultima ruota del carro più grande che c’è”: così canta Dario Brunori, meglio conosciuto come Brunori Sas, nel brano “Kurt Cobain”. Facendo luce su ciò che succede una volta scesi dal “palcoscenico”, la corazza apparentemente luccicante si riduce a una crosta. La verità è che l’esperienza più intima che a volte si prova è un’esperienza di vuoto, di annichilimento, fragilità, terrore, mancanza di senso, spegnimento, inconsistenza. Quante volte, appena rotto l’incantesimo, che sia una relazione o un’esibizione, tutto si spegne, inizia l’era della stasi, del tempo arrestato, della profonda solitudine?

La storia di Kurt Cobain è ricca di aspetti psichiatrici e psicopatologici, culminati con il gesto estremo. Rabbia e disperazione sembrano essere gli stati d’animo che maggiormente lo caratterizzano: proprio come un prigioniero chiuso in una gabbia per tanti anni che grida la sua voglia di uscire.

Oltre a periodi di depressione ricorrente, Kurt Cobain soffriva cronicamente di gravi dolori addominali, che sosteneva di riuscire a curare solamente attraverso l’effetto analgesico degli oppiacei, nella fattispecie l’eroina, di cui è stato dipendente per diversi periodi della sua vita.

In un’intervista alla rivista Rolling Stone dichiarò che i dolori erano così forti che lo portarono ad avere seri problemi di alimentazione, fino a sviluppare un’ideazione autolesiva: “Avrei voluto uccidermi ogni giorno. – ha detto – Ci sono andato vicino diverse volte. Mi sono trovato in tour, steso sul pavimento a vomitare aria, perché non andava giù neanche l’acqua…”.
“Chiedilo a Kurt Cobain come ci si sente a stare sopra un piedistallo e a non cadere”, canta oggi Brunori: Kurt Cobain si suicidò all’età di ventisette anni nel 1994 con un colpo di fucile nella sua casa di Seattle.
Accanto al corpo c’era una lunga nota in cui Kurt raccontava il personale e profondissimo disagio che provava da una vita (“Penso che io amo troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste.”).

“Ma chiedilo a Marylin di quanto l’apparenza inganna e quanto ci si può sentire soli”, incalza Brunori Sas, lucidamente consapevole di essere divisa in due: da un lato la stella del cinema, oggetto perenne di attrazione maschile; dall’altro, indicata sempre col vero nome di battesimo, Norma Jean, la bambina vissuta in ben nove famiglie affidatarie, affamata di cibo e d’amore. “Un fenomeno da circo”, “un ninnolo smarrito”, “un gatto randagio”: lei si descrive così, in un misto di pietà e rabbia sottile. Marilyn Monroe è una donna che ha dovuto sopportare enormi sofferenze: non ha mai conosciuto il padre, che l’ha abbandonata prima della sua nascita, ha avuto una madre assente e affetta da gravi disturbi psichici, ha dovuto affrontare la povertà, il susseguirsi degli affidi, l’orfanotrofio, e addirittura uno stupro. Tutti questi terribili eventi l’hanno resa molto fragile, ansiosa e priva di basi solide su cui costruire la propria vita. Il terrore dell’abbandono, dovuto alle esperienze negative vissute durante l’infanzia, la seguirà sempre. Non aveva mai voluto affezionarsi a bambini o animali: “Ho paura che se comincio a voler loro bene – diceva – si stancheranno di me e mi abbandoneranno. Dio, non posso sopportare l’idea che qualcuno mi lasci!”.
Marylin transitò dalla diagnosi di schizofrenia, a quella di disturbo bipolare a grave personalità Borderline; di Kurt si dirà parimenti a livello diagnostico, oltre a un evidente disturbo dell’umore e un importante abuso di sostanze, si rileveranno dalla biografia dell’artista diversi criteri diagnostici tipici del disturbo di personalità Borderline: impulsività, disturbi dell’alimentazione (anche se legati al dolore cronico), instabilità nelle relazioni, tentativi di suicidio.

Entrambi probabilmente ad oggi sarebbero stati due pazienti di elezione della dottoressa Marsha Linehan, inseriti in gruppi DBT. Ma assumendo sicuramente una posizione meno tecnica, Dario Brunori suggerisce nella sua canzone: “Vivere come volare ci si può riuscire soltanto poggiando su cose leggere. […] Vivere come nuotare ci si può riuscire soltanto restando sul pelo del mare”.

“The Place” e i desideri conflittuali

di Giuseppe Femia

Cosa siete disposti a fare per ottenere ciò che volete?


“The Place” è un film del 2017 scritto e diretto da Paolo Genovese in cui un protagonista misterioso, seduto al tavolo di un locale, riceve dei visitatori. Ognuno di loro ha un desiderio difficile, se non impossibile da realizzare e l’uomo propone loro uno scambio echeggiante al Faustdi Goethe:
“Cosa siete disposti a fare per ottenere ciò che volete? Io vi affiderò un compito e, se lo porterete a termine, otterrete ciò che desiderate”.
Venderanno gli avventori l’anima al diavolo per afferrare i propri desideri?
Il conflitto interiore si manifesta in modo chiaro nella mimica degli attori; infatti, le richieste proposte dallo “psico-mago” sono tutte azioni contro l’etica e la morale.
A una donna che vorrebbe salvare il proprio marito dalla malattia, viene chiesto di far esplodere un ordigno in un luogo pubblico; a una ragazza scontenta del suo aspetto fisico, è imposto di rubare in casa di un’amica i soldi necessari per l’intervento chirurgico che dovrebbe donarle la desiderata beltà; a un ragazzo cieco che vuole recuperare la vista, viene ordinato di stuprare una donna.
Eppure nessuno di loro riesce, nonostante le prove e i suggerimenti strategici, a compiere quanto richiesto. Si trovano tutti paralizzati da pulsioni contrastanti: il desiderio, la lotta senza frontiere necessaria a conquistarlo e la coscienza che batte e reclama regole morali e condivise.
Il senso di colpa frena le loro pulsioni aggressive, modula il loro comportamento e ristabilisce un equilibrio nel sistema di valori di ciascuno.
Le prescrizioni “paradossali” a loro proposte costringono a misurarsi con il rimorso della coscienza, con la rabbia, con la frustrazione, sino a determinare valutazioni lucide e scelte comportamentali sane e altruistiche.
Questo film, dunque, sembra trattare temi prossimi alla psicoterapia durante la quale spesso si sollevano domande simili:
– Se avesse una bacchetta magica, cosa cambierebbe della sua vita?
– Quali sarebbero i desideri che potrebbero renderla felice una volta realizzati?
– Cosa vorrebbe modificare della sua personalità?
– Cosa sarebbe disposto a fare?
Tali quesiti, apparentemente banali, svelano al terapeuta i valori della persona, gli scopi, i timori; possono segnalarne le resistenze al cambiamento, le rigidità e il carattere: timido, introverso, ambizioso, intraprendente, flesso.
Nel film vengono sollevati argomenti complessi di interesse psicologico: i desideri vs il senso di colpa, l´impotenza, la paura dell’abbandono, la fissazione per l’immagine corporea, il timore della malattia, della solitudine, il lutto, l’accettazione.
Le diverse storie proposte dal regista, sembrano avere in comune il meccanismo della suggestione che alle volte si insinua nei momenti di difficoltà; essa diventa centrale nel film, così come sembra accadere nella nostra psiche e nella nostra società.
Proprio recentemente, le pagine di cronaca hanno riportato la scoperta di una “psico-setta” della dieta macrobiotica che imponeva ai propri seguaci un controllo estremo dell’alimentazione spinto fino all’anoressia, volto a ottenere la guarigione.
Oltre a sottolineare la debolezza umana e il rischio di sviluppare pensieri magici e di dipendenza, le tematiche proposte dal regista segnalano implicitamente l’importanza di un comportamento etico nelle professioni che abbracciano la sofferenza psicologica.
Alcune scene sembrano rappresentare la formulazione psicoanalitica di “ES e Super Io”, in cui le pulsioni lottano contro le regole interiorizzate e condivise. Inoltre, attraverso la metafora filmica, si manifesta lo scenario degli “scopi in conflitto” in cui un sistema motivazionale si oppone all’altro; l’egoismo fa da contralto all’altruismo e al comportamento pro-sociale.
Nei personaggi si genera una sorta di fallimento rispetto al proprio scopo ritenuto principale; diversi domini psicologici si aprono, creano “tribolazione” mentale e sconforto, sino a determinare la ricerca di una soluzione possibile.
La figura stanca di quell’uomo al tavolino che, sorseggiando caffè, si offre agli altri donando suggerimenti e prescrizioni, richiama, intrinsecamente, la figura del terapeuta moderno.
I suggerimenti forniti ai suoi visitatori, possono essere letti, in un parallelismo quasi evidente, come interventi simil-psicoterapici, tesi a evidenziare i limiti di certe condotte/fissazioni e fornire tempi di riflessione/azione alternativi.
I provvedimenti spietati, prescritti dal criptico personaggio, manipolativi, paradossali e provocatori, stimolano la coscienza, dilatano i tempi di azione, aiutano a comprendere i limiti dei propri desideri, stimolando accettazione e investimento su altre aree, oltre a quella desiderata e iper-investita.
La regia prevede imprevisti che mettono a confronto il proprio dilemma, la propria spietata corsa verso l’obiettivo, con scenari drammatici in contrapposizione.
Ad esempio, uno dei personaggi, dapprima disposto a sacrificare una bambina per ottenere in cambio la guarigione del figlio, si scontra con un uomo che segue quella che dovrebbe essere la sua vittima e così sviluppa un senso di protezione, sino a sostituire il suo percorso aggressivo con uno scenario “salvifico”, che lo distrae dal suo obiettivo banale.
Nel finale, uno dei personaggi, la donna che voleva attivare la gelosia del marito, rimane intrappolata nel suo stesso gioco.
Lo psico-stregone non è riuscito nel suo gioco a prevedere questa possibilità? Seguendo un’altra chiave di lettura, egli ha accettato il rischio, assumendosi la responsabilità che alla salvezza di più esistenze potrebbe corrispondere il sacrificio di un’anima? Oppure invece si voleva sottolineare, come alla perseveranza di un comportamento impulsivo e ego-centrato, resistente alle diverse prove, corrispondano inesorabili conseguenze?

Il salvadanaio della serenità in famiglia

di Laura Pannunzi

Il ruolo della coesione familiare all’interno del programma Coping Power Program

I cosiddetti disturbi “esternalizzanti” – ovvero quelli in cui il bambino impara a dirigere verso l’esterno, sotto forma di oppositività, di impulsività, di iperattività e di rabbia le proprie emozioni critiche – popolano i Servizi di Neuropsichiatria Infantile e gli ambiti di consultazione psicologica per l’età evolutiva. Non di rado, in questi contesti arrivano genitori molto provati e con una mal ridotta percezione di sé in termini di autostima e di autoefficacia percepita nel loro ruolo genitoriale. Nonostante questi tipi di disturbi siano stati definiti “life course persistent” (ovvero relativamente stabili nel corso del ciclo di vita), sono stati messi a punto dei trattamenti validati scientificamente con lo scopo di ostacolarne il decorso e di prevenire l’organizzazione di comportamenti aggressivi cronici. Tra questi, c’è il Coping Power Program, un programma di intervento per il controllo della rabbia e dell’aggressività in bambini e adolescenti, ideato dal prof. John Lochman e sviluppato in Italia dal dott. Pietro Muratori e dai suoi collaboratori presso l’Irccs Stella Maris di Pisa.
Tale programma prevede un intervento di gruppo per i bambini e parallelamente un programma di parent training per i genitori. Nella componente pensata per i genitori, in una delle sessioni a loro dedicate, si lavora sulla costruzione e miglioramento della coesione familiare, vale a dire del legame emotivo esistente tra i vari membri della famiglia: la dimensione che indica la vicinanza o la lontananza cognitiva e affettiva tra le persone che appartengono al nucleo familiare.
In un’ottica squisitamente preventiva, all’interno del programma si aiutano i genitori a pensare in che modo potranno continuare ad aiutare i propri figli e a rappresentare dei punti di riferimento negli anni a venire. All’interno della sessione, vengono indicate alcune delle tante attività che possono servire a questo scopo sia dentro il contesto familiare sia fuori casa.
Uno degli aspetti trasversali a tutto il programma è che, per una buona riuscita di tutte le tecniche che si apprendono nel percorso, risulta indispensabile avere una buona relazione con il proprio figlio e con i propri familiari. È infatti plausibile che nella quotidianità si sperimentino dei momenti di tensione, ma è proprio in quei casi che ogni componente della famiglia deve accedere al “salvadanaio della serenità” che contiene i ricordi dei momenti belli trascorsi insieme, per far emergere emozioni positive e contrastare la rabbia e per continuare a rispettare l’altro. Senza questo salvadanaio, spesso i genitori non hanno la sufficiente energia e la giusta motivazione per rimanere calmi e i figli, di conseguenza, non hanno la costanza di seguire le regole e le aspettative del genitore.
È in questo senso che costruire la coesione familiare significa costruire un clima caldo, di sostegno e di supporto, dove tutti i membri della famiglia possono condividere attività piacevoli e sperimentare relazioni positive e star bene insieme.
Infine, è importante sottolineare che più i figli crescono più hanno il bisogno di avere una buona relazione con i genitori. Un adolescente non seguirà più le regole e le aspettative genitoriali se alla base non c’è una buona relazione. Se invece questa è presente, è probabile che il ragazzo continui in modo naturale a seguire le indicazioni fornitegli, poiché le avrà assimilate e condivise.
Per approfondimenti:

Lochman J.E., Wells K C, Lenhart L.A (2012), Coping Power. Programma per il controllo della rabbia e aggressività in bambini e adolescenti ( a cura di Muratori P., Polidori L., Ruglioni L., Manfredi A., Milone A.) Ed. Italiana

Arrossire? Esprime sincerità

di Maurizio Brasini

Il rossore sul viso è un po’ come ammettere un torto e induce la benevolenza del prossimo

Quello dell’arrossire è, tra i fenomeni emotivi, uno dei più affascinanti e misteriosi. Charles Darwin, il primo a proporre la teoria che le emozioni umane siano utili per la sopravvivenza della specie e che siano, nella loro forma essenziale, innate, ovvero ereditate e invarianti, sosteneva che l’arrossire fosse “la più peculiare e anche la più umana di tutte le espressioni emotive”. Oggigiorno sappiamo che Darwin aveva ragione sulle emozioni: sono una specie di linguaggio universale e automatico, di fondamentale importanza per una specie iper-sociale come è la nostra. Pertanto, sebbene sia soggettivamente spiacevole sentirsi avvampare in presenza di terze persone, e anche se immaginare che tutti possano accorgersi del nostro imbarazzo generalmente peggiora le cose, tuttavia è ragionevole supporre che anche l’arrossire serva a comunicare qualcosa agli altri, e che questo messaggio sia utile e vantaggioso.

Perché, dunque, arrossiamo? Dal punto di vista fisiologico, il rossore dipende dalla vasodilatazione dei capillari presenti nel volto, nel collo e nelle orecchie; la vasodilatazione a sua volta è regolata attraverso meccanismi involontari del cosiddetto sistema neurovegetativo. Bisogna considerare che il volto è il veicolo principale attraverso il quale esprimiamo le nostre emozioni, per cui in generale il sangue affluisce al viso quando siamo maggiormente disposti alle interazioni sociali, un po’ come se volessimo disporci a usare i muscoli della faccia e al tempo stesso attirare l’attenzione degli altri su ciò che stiamo per comunicare. Al contrario, il sangue defluisce dal volto e si riversa nei muscoli quando ci prepariamo, ad esempio, a combattere contro un nemico o a fuggire da un pericolo.

Se ci fate caso, si arrossisce in situazioni diverse; in genere quando pensiamo all’arrossire abbiamo in mente le figuracce, cioè la vergogna; ma anche la timidezza e il pudore possono farci arrossire. Arrossisce, inoltre, chi si arrabbia, specialmente di una rabbia emotivamente “calda”, mentre la violenza del serial-killer è gelida anche nei tratti del volto che tende a impallidire. Si diventa rossi anche nel pianto, che segnala una condizione di disagio e il bisogno di ricevere cure e conforto. Si può dire che, in generale, arrossisce chi si “accalora” emotivamente, ovvero è molto coinvolto in uno scambio emotivo; se ci fate caso, anche nella passione dell’eros si colorano le gote.

Una prima ipotesi allora è che un po’ di rossore accompagni il cosiddetto “social engagement”, cioè il coinvolgimento emotivo nella relazione. Ma a cosa serve in particolare quella condizione di rossore esasperato che, quasi per dispetto, fa la sua comparsa proprio quando vorremmo farci piccoli piccoli oppure sprofondare e scomparire dalla vista dell’altro? Se ci soffermiamo sull’arrossire che accompagna la vergogna, notiamo alcune peculiarità. La prima, dal punto di vita fisiologico, è che la vasodilatazione periferica dei capillari del volto si accompagna a una attivazione concomitante del sistema simpatico, quello che, per intendersi, regola i comportamenti di attacco/fuga e che dovrebbe comportare il pallore del volto; in pratica, siamo contemporaneamente in una situazione di stress che ci predispone all’autodifesa e in una condizione esasperata di ricerca di contatto e coinvolgimento nella relazione. Qualcosa di simile si può osservare se consideriamo gli altri segnali emotivi del corpo che accompagnano il rossore nella vergogna: in genere la testa tende a chinarsi e lo sguardo a rivolgersi in basso; sembra proprio che qualcosa segnali il nostro desiderio di “scomparire” dalla relazione, mentre qualcos’altro (il colore rosso) ci rende più evidenti e visibili agli occhi dell’altro. Che significa tutto questo?

Secondo la prospettiva evoluzionista, la vergogna è un’emozione cosiddetta di “rango”, cioè un modo di segnalare la propria sottomissione e “arrendersi” all’altro; nel mondo degli animali sociali, poter dare un segnale di resa è di fondamentale importanza perché interrompe ogni contesa e consente allo sconfitto di essere nuovamente ammesso nel branco; teniamo anche presente che il branco tende ad allontanare chi ne viola le regole. Secondo questa ipotesi, il rossore della vergogna potrebbe servire a trasmettere pressappoco questo messaggio: “In questo momento vorrei scomparire perché sono una persona indegna, ma al tempo stesso spero che vorrete accogliermi ancora tra voi e aspetto un vostro segnale per avvicinarmi”. Arrossire è un po’ come ammettere un proprio torto, e mostrare apertamente ai propri simili il sincero disagio che ne deriva. Una recente ricerca sostiene proprio questa ipotesi; la gente è più benevola nei confronti di qualcuno che ha fatto qualcosa di vergognoso (come non rispettare una fila o rovesciare del caffè addosso a qualcuno) se questa persona arrossisce. Un po’ come se arrossire testimoniasse la buona fede del trasgressore e lo aiutasse a “salvare la faccia”. In pratica, se anche fosse possibile controllare il rossore della vergogna… Sarebbe controproducente!

Ci sono tuttavia alcune persone che tendono ad arrossire molto facilmente e vivono il loro rossore come un problema invalidante, che può anche portarli a evitare di esporsi agli altri; questo problema è chiamato “eritrofobia”: la paura di diventare rosso in volto. In questi casi il problema non è la vergogna in sé, che è un’emozione naturale, ma la cosiddetta “meta-vergogna”, ovvero la vergogna che si prova nel vergognarsi. In pratica, alcune persone valutano in modo particolarmente negativo il fatto di provare vergogna, immaginando conseguenza catastrofiche, in genere legate a ciò che gli altri penseranno nel vederli arrossire, o a ciò che di negativo il loro rossore dimostra sul loro conto. Da qui la paura di trovarsi in situazioni in cui si potrebbe arrossire, che paradossalmente aumenta la probabilità di arrossire e rende più intenso e duraturo lo stato di vergogna che mantiene il rossore. I meccanismi di questo circolo vizioso sono ben noti e vi sono numerose prove di efficacia della terapia cognitivo-comportamentale nel contrastare questo problema. La terapia consiste essenzialmente nel riconoscere i meccanismi che alimentano la vergogna di vergognarsi e nell’imparare ad accettare il proprio rossore come qualcosa di non-catastrofico.