Il DOC visto dalla parte di una figlia

“La mia vita con un padre DOC”, il libro-testimonianza di Rossella Sardi

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è un disturbo subdolo e poco noto tra la gente comune, che può nuocere grandemente, oltre che alla persona che ne soffre, anche ai suoi familiari.
Rossella Sardi, autrice del libro “La mia vita con un padre DOC”, è una di questi: una figlia che ha combattuto la sua piccola ma difficile lotta contro l’inconsistenza e l’illogicità del “disordine sotto forma di ordine” che affliggeva suo padre.
Ne riporta la testimonianza, presentando le proprie esperienze di vita, a tratti disperanti, e le sue riflessioni.
Racconta una storia dagli aspetti curiosi, in modo sincero e senza pudori e timori, analizzando i pro e i contro e cercando di mantenere una certa obiettività. La narrazione, partendo dal suo passato di bambina, si sviluppa in forma avvincente e a tratti divertente.
Il bisogno di comunicare e condividere è stato fondamentale nell’ideazione e nella stesura di questo libro che, tramite la dolorosa elaborazione e presa di coscienza, si è rivelato liberatorio, come in una psicoterapia.
Per questo il grande auspicio dell’autrice è che il libro possa essere utile anche ad altri: addetti ai lavori, ma soprattutto persone che condividono vissuti analoghi, per aiutarli a uscire dal ginepraio dei dubbi e delle insicurezze che per anni l’hanno accompagnata.

Per approfondimenti:
https://www.edizioni-psiconline.it/anteprime/la-mia-vita-con-un-padre-doc-una-testimonianza-e-un-caso-per-riflettere.html.

 

Mi ama? E io la amo?

di Giuseppe Grossi

Uscire dal dubbio, sia se riguarda i propri sentimenti sia se riguarda i sentimenti dell’altro

A molti di noi sarà capitato di domandarci se il nostro partner ci ama, se desidera stare ancora con noi, se i suoi sentimenti sono sinceri o il frutto di chi sa quale interesse. Questo dubbio ha spinto tanti a cercare dei confronti, a controllare ogni singolo comportamento della persona amata, a interrogarsi su quale sia in molti casi il reale motivo che ha spinto l’altro a fare una cosa piuttosto che un’altra.
Ansia, rabbia, tristezza, le emozioni che spesso si susseguono in un mix di domande in cui si fatica a trovare una risposta che con il passare del tempo sarà sempre più lontana.
In molti casi, questi dubbi sono solo momentanei, possono tormentarci per qualche ora o giorno, ma dopo poco ci lasciano liberi e proviamo uno forte senso di leggerezza, felici di ritrovare la sicurezza di un amore che pensavamo perso. A volte risultano anche utili, riescono a dare un nuovo slancio al rapporto e la forza giusta per riorganizzare alcune dinamiche relazionali di coppia.
Ma in altri casi la situazione diventa piano piano sempre più complessa, tanto da spingerci a ricercare “la riposta” in cose sempre meno razionali. Non è raro che vengano tirati in gioco anche sensitivi, cartomanti e alchimisti di ogni genere che, con il loro sapere, dispensano conoscenze in libri,  test e altre formule magiche che dovrebbero garantirci la sicurezza dell’amore dell’altro, come se tutto potesse essere costretto e custodito in un scatola, riconducibile a un una regola precisa.
Ma cosa accade quando il dubbio riguarda i propri sentimenti?
Anche in questi casi tutto può procedere in modo molto naturale tanto da risultare non solo un temporale passeggero ma anche uno stimolo a tornare pian piano a godere a pieno di quella storia, ritrovando gli incastri giusti e ciò che più ci rende felici insieme all’altra persona. A volte, invece, capita di scoprire  che non si può più essere felici in quel duo e si decide di uscire dalla relazione.
Ma spesso, sia se la prospettiva è uscire da quella storia sia se il desiderio è ritrovare l’amore perduto, ci si ritrova come in trappola.
Lo sa bene Francesco, 35 anni, operaio in Fiat, a pochi chilometri dal paese in cui è andato a vivere con la propria compagna, Ludovica, tra pochi giorni mamma del loro primo bambino.
Da sempre ossessivo, dopo lunghi anni di rituali e una serie di fallimenti sia sentimentali sia lavorativi, Francesco si presenta al mio studio in un profondo stato confusionale: asseriva di preferire il suicidio a quello che si stava materializzando e che rappresentava per lui l’incubo più grande, qualcosa da cui era riuscito a fuggire per più di vent’anni. Francesco,  infatti, aveva 13 anni quando per la prima volta aveva provato un impulso sessuale per sua cugina, più piccola di lui e, distrutto dai sensi di colpa, si era sentito un possibile mostro, maniaco, qualcuno che avrebbe potuto ferire l’altro e fargli del male.
“Ho rovinato la mia vita, – diceva – ma ciò che non mi posso perdonare è l’idea di aver rovinato la vita di Ludovica; come è possibile che sia accaduto questo? Come è possibile che io non provi più nulla per lei, che amavo così tanto? Che non provi più nulla per il bambino che sta nascendo, il bambino che io ho desiderato e volute? Quando facciamo l’amore non sento le stesse cose, forse non mi piace neanche più fisicamente, continuo a pensare ad altre donne, a desiderarle sessualmente. Faccio di tutto per cambiare le cose ma nulla sembra sufficiente, non riesco a provare di più… Io non posso dare questo dolore a Ludovica”.
Continuare a strappare margherite tra i campi sperando di cogliere quella giusta non ci aiuta a uscire dal dubbio, sia se questo riguarda i propri sentimenti sia se riguarda i sentimenti dell’altro. È utile in molti casi, e non solo con pazienti DOC, fare riferimento al modello a cinque fasi del neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta Francesco Mancini.  Infatti,  ai vari livelli, fino ad arrivare al disturbo ossessivo compulsivo, il modo migliore è avere consapevolezza di quali siano i tentativi di soluzione che mettiamo in atto di fronte a una valutazione impossibile da accettare, ponendo un’attenzione principale su quella che rappresenta la valutazione di secondo livello di ognuno di noi, l’unica in molti casi a darci l’idea di quanto stiamo spendendo in termini emotivi e non solo e spesso l’unica in grado di darci la forza di accettare un rischio, ponendo noi stessi e non il contenuto della nostra paura al centro della discussione.

Avere cura di chi si prende cura

di Elena Bilotta

 Gli effetti della Mindfulness sulla salute del caregiver del malato terminale

Prendersi cura di chi ha una malattia allo stadio terminale è un’esperienza che può esporre a forte sofferenza e stress. La ricerca dimostra che la condizione di caregiver “informale” – ovvero quando chi si prende cura è un familiare o un partner – è associata a forte stress legato all’aspettativa di sofferenza e morte della persona amata, espone ad ansia, depressione, e aumenta le probabilità di sviluppare malattie mortali. La condizione di caregiver informale necessita di una serie di importanti abilità per l’accettazione e la gestione del carico emotivo cui la persona deve far fronte. Se da una parte la repressione o l’evitamento di emozioni negative possono essere meccanismi messi in atto con l’intento di proteggere se stessi e la persona malata, dall’altra parte possono esporre a una maggiore probabilità di sviluppare problematiche psicologiche, come ad esempio il disturbo post-traumatico da stress.
Oltre ai caregiver informali, le cure a un malato terminale vengono fornite da figure professionali  – caregiver “formali” – che lavorano all’interno di strutture specificamente pensate per le cure palliative di accompagnamento a fine vita, i cosiddetti “Hospice”. Nonostante gli specialisti che lavorano nell’accompagnamento a fine vita riportino che l’esposizione continua alla morte possa insegnare ad apprezzare e vivere il presente, a coltivare la spiritualità e la ricerca del significato dell’esperienza del vivere, accompagnare chi sta morendo è un’esperienza che può diventare emotivamente intensa. In generale, stabilire dei limiti professionali è un fattore protettivo importante. Tuttavia, basarsi esclusivamente su strategie auto-protettive può comunque mettere a rischio il benessere nel lungo termine. Inoltre, la qualità della cura ricevuta può essere compromessa dal distacco o mancanza di supporto del personale sanitario.
Un intervento che si possa dire efficace in questo contesto così delicato ha un obiettivo paradossale: proteggere il caregiver (formale o informale) dall’essere travolto dal dolore emotivo quando si confronta con la sofferenza della persona di cui si prende cura, ma allo stesso tempo facilitarlo nel coltivare le proprie qualità di sensibilità e presenza alla sofferenza altrui.
Alcuni studi hanno preso in considerazione gli effetti dei programmi basati sulla Mindfulness, mostrando come l’MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction Program) dopo otto settimane riduca i livelli di stress nel caregiver informale e aumenti i livelli di accettazione della malattia della persona amata. Per il personale sanitario, altri studi recenti si sono focalizzati su interventi basati sulla meditazione di gentilezza amorevole. La “Metta”, una pratica che consiste nel mantenere un atteggiamento di gentilezza, calore e protezione nei confronti di sé e degli altri, è associata a maggiore resilienza e capacità di regolazione emotiva in chi la pratica, unita a una riduzione della sofferenza indotta dal contatto col paziente terminale e a una promozione del contatto interpersonale. Questa pratica sembra essere particolarmente utile nel contesto della cura, perché aiuta a coltivare la motivazione e la presenza mentale necessarie nella messa in atto di comportamenti compassionevoli verso gli altri.
La ricerca in questo campo è promettente, mostrando come la pratica della Mindfulness aiuti a diminuire i livelli di stress, ansia e burnout percepito e favorisca un aumento di accettazione, compassione e presenza mentale nei caregiver. Si può sperare che questi aspetti, a loro volta, possano influenzare positivamente anche la qualità della cura ricevuta da chi viene accompagnato alla fine della vita.


Per approfondimenti:

Orelliana-Ros C. et al. (2018). Mindfulness and compassion-oriented practices at work reduce distress and enhance self-care of palliative care teams: a mixed-method evaluation of an “on the job“ program. BMC Palliative Care, 17:3. DOI 10.1186/s12904-017-0219-7

Chi, N. et al. (2015). Behavioral and Educational Interventions to Support Family Caregivers in End-of-Life Care: A Systematic Review. American Journal of Hospice & Palliative Medicine. DOI: 10.1177/1049909115593938

Ostaseski, F. (2006). Saper accompagnare. aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte. Milano: Mondadori.

 

Mio fratello ha il cancro!

di Emanuela Pidri

I vissuti emotivi dei fratelli dei piccoli pazienti oncologici

Per tutto il genere umano la morte non è più che un processo dentro di un altro processo che è la vita. È la conseguenza inevitabile della vita e, tuttavia, inevitabilità non significa accettazione, volontà né comprensione. Lo sviluppo della Psicologia Cognitiva ed Evolutiva ha permesso di definire il processo di acquisizione dei concetti di infermità  e morte nei bambini, così come le conseguenze che comportano i bambini oncologici,  a causa della gravità della propria condizione medica, sul nucleo familiare. Vivere con un bambino oncologico rappresenta una sfida, dal momento che costituisce sia una minaccia alla vita dell’individuo che ne soffre sia una perdita di un membro della famiglia da parte dell’intero nucleo familiare. La complessità della malattia si ripercuote anche sui fratelli, sensibili allo stato d’animo dei familiari. I fratelli dei piccoli pazienti oncologici sanno che sta succedendo qualcosa e se non hanno informazioni adeguate traggono conclusioni attingendo dalla propria fantasia. Posso pensare, ad esempio, che la persona cara li abbia abbandonati o che il loro cattivo comportamento sia la causa del cancro. Vivono sentimenti di solitudine, colpa e gelosia che possono intensificarsi quando il bambino non viene ascoltato e aiutato nel comprendere il cambio dell’attitudine paternale. I fratelli e le sorelle, soprattutto i più vicini in età al bambino canceroso, soffrono dell’atmosfera che regna nella famiglia, della disorganizzazione della vita quotidiana, della separazione, delle limitazioni del comportamento, dell’indisponibilità dei genitori. I fratelli, come i bambini oncologici, percepiscono vari timori: hanno paura di poter avere il cancro; possono aver paura di visitare il fratello in ospedale, di vederlo malato o che soffre; hanno paura che non gli si stia dicendo la verità; hanno paura di doversi separare dai genitori; soprattutto hanno paura della morte del fratello. Possono sperimentare la stessa ansia dei genitori seppur non conoscano quello che sta succedendo, si preoccupano anche di andare a scuola e affrontare domande alle quali non si può rispondere o delle quali non conoscono la risposta. I fratelli si arrabbiano perché la vita si è notevolmente alterata e hanno la consapevolezza che niente tornerà ad essere uguale a prima del cancro. Spesso si sentono colpevoli della loro stessa ira o solo per gioire della salute che il fratello malato non ha sperimentando il senso di colpa del sopravvissuto. I fratelli, inoltre, si sentono tristi quando si accorgono che il piccolo paziente è realmente malato e necessiterà di un trattamento intenso e lungo. Tanto i pazienti come i fratelli esprimono questi sentimenti in relazione con la loro età, temperamento e modo di affrontare le situazioni difficili, assumendo un ruolo di pseudo- adulto per sopprimere l’assenza dei genitori. Inoltre, le reazioni di fronte alla morte di un fratello sono varie: dalla non risposta apparente fino alla presenza di problemi somatici, aggressività, difficoltà scolastiche, alterazioni alimentari, alterazioni del ciclo sonno-veglia con presenza di incubi notturni. L’attenzione psicologica deve essere rivolta non solo ai bambini oncologici ma anche ai membri della famiglia, con particolare attenzione ai fratelli. Tale attenzione dovrebbe adattarsi ai distinti momenti della malattia, dalla diagnosi all’ospedalizzazione, dal ritorno a casa e a scuola alla sopravvivenza a lungo termine, o alla ricaduta, alla morte e al lutto. Comprendere che l’attenzione da dedicare al bambino e alla sua famiglia deve essere un continuum dalla diagnosi fino alla cura o alla morte è, forse, la base sulla quale si deve costruire un modo di lavorare che veda tutti i clinici collaborare tra loro nell’ottica di un approccio integrato che prenda in carico le varie sfaccettature del problema nel rispetto della sofferenza di tutti i membri del nucleo familiare.

Per approfondimenti:
Die Trill M., “Psico-oncología”. ADES Ediciones S.C., Madrid, 2003; pp.619-627.

Ferrari A, Dama E, Pession A, Rondelli R, Pascucci C, Locatelli F, et al. “Adolescents with cancer in Italy: entry into the national cooperative paediatric oncology Group AEIOP trials”. Eur. J Cáncer 2009;45(3):328-34.

Lansdown R. & Goldman A.: Annotation: “The psychological care of children with malignant disease”. J. Clin. Psychol. Psychiat., 1988, 29 (5), 555-567.

Maurice-Stam H, Oort FJ, Last BF, Grootenhuis MA. “Emotional functioning of parents of children with cancer: the first five years of continuous remission after the end of treatment”. Psychooncology. 2008;17(5):448-459.

 
O.J.Z. Sahler, “El nino y la muerte”. Version espanola de M.A. Fernandez Alvorez,  Editorial Alhambra S.A., Madrid, 1983; edición original: “The child and death”. C.V.  Moiby Company, University of Rochester, New York, 1978. Pp.1-25.

 
Palanca MI, Ortiz P. “La muerte del niño: procesos de afrontamiento en el paciente, la familia y el equipo médico”. An Esp Pediatr 2000; 53: 257-60

Non riesco a smettere!

di Sabina Marianelli

Il potere delle abitudini: come si formano, come si cambiano

Qual è la prima cosa che avete fatto quando vi siete alzati questa mattina? Vi siete buttati sotto la doccia, avete afferrato una merendina per fare colazione o avete messo su la caffettiera? E subito dopo? Vi siete lavati i denti, avete controllato la posta elettronica o avete infilato le scarpe? Vi siete allacciati prima la scarpa destra o la sinistra?
Nel 1892 William James scriveva che la nostra vita è solo un ammasso di abitudini pratiche e molte di quelle che ci appaiono come decisioni spesso non sono altro che automatismi. Un’abitudine da sola può apparire poco significativa, ma messa insieme a tutte le altre avrà un impatto enorme sulla nostra salute, produttività, sicurezza economica e felicità: è questo il tema che affronta il testo del giornalista del New York Times Charles Duhigg nel suo libro best seller “Il potere delle abitudini” (The power of habit), che ha venduto oltre un milione di copie.

Il testo è incentrato sul circuito dell’abitudine, meccanismo comportamentale con un preciso substrato neurale: prima c’è un segnale, una sorta di interruttore che dice al nostro cervello di entrare in modalità automatica e quale abitudine usare; poi c’è la routine fisica, emotiva o mentale, seguita, in ultimo, dalla gratificazione, in base alla quale il nostro cervello decide se vale la pena di memorizzare una certa routine.

Perché il cervello usa le abitudini? Perché cerca modi per risparmiare energia.
Il circuito segnale-routine-gratificazione diventa sempre più automatico, segnale e gratificazione si intrecciano fino a indurre un forte senso di aspettativa e craving, ossia bisogno: quando si forma un’abitudine, il cervello non partecipa più al processo decisionale.

I ricercatori del MIT iniziarono a lavorare sulle abitudini negli anni ’90, concentrando la loro attenzione sullo studio di una porzione antica del cervello: i nuclei della base, che controllano i comportamenti automatici come la respirazione, la deglutizione, la reazione alla sorpresa nonché il ricordare e agire secondo modelli. Nella vita di tutti i giorni ci sono abitudini che ci servono a risparmiare tempo e le cosiddette cattive abitudini, che spesso ci sforziamo di cambiare senza grandi successi, come il fumare, il mangiare cibo spazzatura o il non fare attività fisica.

Alcuni di noi sono alla ricerca della formula magica per cambiare le abitudini disfunzionali ma la cattiva notizia è questa formula non esiste: possiamo, però, comprendere il modello di funzionamento delle abitudini, applicando lo schema del circolo dell’abitudine. Secondo il modello è necessario:

  • identificare la routine
  • sperimentare le gratificazioni
  • isolare il segnale
  • elaborare un progetto

La routine è il comportamento, ciò che vogliamo cambiare, quindi è abbastanza facile da identificare. Più complicato è capire quale segnale lo attiva e, per farlo, è necessario sperimentare le gratificazioni, che, come sappiamo, sono molto potenti, poiché soddisfano bisogni. Se durante il lavoro vi ritrovate sempre ad andare al bar a una certa ora per mangiare un dolcetto in compagnia (supponiamo che questa sia la routine che si voglia cambiare), il modo per fare esperimenti sulle gratificazioni può essere quello di provare a fare cose diverse nei giorni: un giorno fare una passeggiata, per vedere se è di una pausa che necessitiamo, un altro giorno provando a mangiare il dolcetto alla scrivania anziché in compagnia, per testare se è per fame che lo facciamo, il giorno dopo ancora provando a mangiare una mela in compagnia al fine di testare se è di uno scambio sociale che abbiamo bisogno. Dopo ogni esperimento sarebbe importante, al fine di promuovere consapevolezza e attenzione al momento presente, appuntare pensieri ed emozioni del momento, e dopo circa 15 minuti chiedersi se il bisogno della routine c’è ancora. Stesso accurato lavoro di consapevolezza va fatto nell’identificare il segnale che fa scaturire la routine, supportati, ad esempio, dal modello ABC (evento-pensiero-emozione/azione) o dallo strumento della catena comportamentale: quale era lo stato emotivo? A cosa si stava pensando in quel momento? Cosa era successo poco prima? Con chi ci si trovava? Le risposte a queste domande permetteranno alla fine di identificare il pattern comportamentale trovando il punto del circolo dove sarà possibile intervenire.

Questo modello può essere un punto di partenza per modificare le abitudini, che necessita, naturalmente, di altri ingredienti: motivazione e impegno.

Gli effetti dei traumi infantili

di Alessandra Mancini

L’impatto delle esperienze traumatiche infantili sullo sviluppo neurobiologico e cognitivo

Le esperienze traumatiche in età infantile rappresentano, come è noto, un fattore di rischio che può predire l’insorgenza di disturbi psicologici in età adulta. Questo tema è stato approfondito ad Amsterdam al convegno della Società Internazionale di Schema Therapy. Durante una delle keynote, la professoressa Kim Felmingham dell’Università di Melbourne, specializzata in Disturbo Postraumatico da Stress (PTSD), ha citato numerosi studi che rivelano come il trauma infantile abbia un impatto significativo sullo sviluppo neurobiologico, sui processi psicologici e sul funzionamento ormonale e cognitivo.

A livello cerebrale, il modello neurobiologico prevalente del PTSD suggerisce la compromissione delle funzioni di inibizione esercitate dalla corteccia prefrontale (la parte evolutivamente più recente del cervello dei mammiferi) sulle regioni dello striato (una parte più profonda del cervello, che si occupa di elaborare l’informazione emotiva). Inoltre, evidenze raccolte tramite la risonanza magnetica funzionale (fMRI, una tecnica in grado di rappresentare per immagini l’attività delle aree più profonde del cervello) mostrano l’iperattività della regione dell’amigdala (l’area del cervello associata all’elaborazione di stimoli emotivi come la paura). A livello funzionale, questa alterazione viene rispecchiata in una iperattività del sistema di rilevamento delle minacce, che può provocare reazioni di allerta spropositate e ricordi traumatici altamente intrusivi. Nel complesso, tale quadro risulta nella difficoltà a prevenire la naturale estinzione delle risposte di paura, favorendo il mantenimento del disturbo.

Quali sono dunque le tecniche terapeutiche efficaci per il trattamento del PTSD? Alcuni studi fMRI hanno mostrato come la tecnica cognitivo comportamentale dell’“esposizione” (che consiste proprio nel confrontarsi con lo stimolo che suscita paura) e la tecnica dell’Eye-movement desentization and reprocessing (EMDR) siano efficaci nell’incrementare l’inibizione esercitata dalla corteccia prefrontale sull’amigdala e nel ridurre l’iperattività dell’amigdala stessa.
Un ulteriore aspetto del PTSD consiste nell’intrusività dei ricordi traumatici. Tali ricordi sono, infatti, generalmente frammentari, intensamente emotigeni e facilmente elicitati da stimoli ambientali (ad esempio suoni molto forti e improvvisi). Come sottolineato da Felmingham, questo aspetto può trovare una spiegazione a livello ormonale, poiché durante il trauma vengono rilasciati ormoni dello stress come noroadrenalina e cortisolo. L’arousal (attivazione psicofisiologica) durante la formazione della memoria porta ad un iper-consolidamento degli aspetti sensoriali dei ricordi traumatici e ad una contestualizzazione inferiore degli stessi, risultando in tracce mnestiche più emotigene e facilmente accessibili. Tecniche terapeutiche come quelle dell’esposizione immaginativa, accompagnata dalla ristrutturazione cognitiva (un protocollo elaborato da Ehlers e Clark dell’Università di Oxford), sono volte proprio a promuovere una narrazione coerente del trauma, volta a de-enfatizzare gli aspetti sensoriali e a facilitare l’integrazione dei ricordi traumatici nella memoria autobiografica e stanno ottenendo numerose prove d’efficacia.
Infine, l’intervento della professoressa Felmingham ha sottolineato il ruolo di periodi sensibili critici nello sviluppo dell’individuo, in grado di amplificare gli effetti stessi del trauma a livello cerebrale ed emotivo. Ad esempio, il PTSD accompagnato da dissociazione, che sembra associato all’esposizione ripetuta a eventi traumatici in età infantile e che è stato recentemente riconosciuto come un sottotipo specifico di PTSD nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico e dei Disturbi Mentali (DSM-5), è caratterizzato da un quadro di attivazione cerebrale differente (se non opposta) a quella descritta in precedenza, con l’iperattività delle regioni corticali prefrontali e scarsa o assente risposta dell’amigdala agli stimoli di minaccia. A livello clinico, i pazienti con questo sottotipo di PTSD sembrano non rispondere alle tecniche di esposizione e hanno bisogno di trattamenti più lunghi, volti allo sviluppo delle capacità di riconoscimento e di regolazione emotiva. Infine, Felmingham ha mostrato interessanti dati in fase di pubblicazione, che suggeriscono che l’esposizione al trauma in età infantile porti a conseguenze cerebrali diverse dall’esposizione in età adulta. In particolare, uno studio svolto con il collega Richard Bryant dell’Università UNSW di Sydney ha mostrato come, a parità di gravità dei sintomi, il trauma avvenuto in età infantile porti a una maggiore attivazione di aree come l’amigdala e la corteccia dorsolaterale prefrontale in risposta a stimoli attivanti, rispetto al trauma subito in età adulta. Questi dati non sorprendono se si pensa che il cervello in età infantile è in fase di maturazione. In particolare, le strutture neurali implicate nel trauma hanno picchi di maturazione (quindi di vulnerabilità al trauma) differenti. Ad esempio, l’ippocampo ha un picco di vulnerabilità intorno ai 2-4 anni, l’amigdala in preadolescenza (10-12 anni) e la corteccia prefrontale in tarda adolescenza (14-17 anni). L’esposizione al trauma durante questi picchi, conclude Felmingham, ha un effetto potenzialmente amplificante.

Per approfondimenti:

Felmingham, K.L. (2017). The Neurobiology of Posttraumatic Stress Disorder: Recent Advances and Clinical Implications. Australian Clinical Psychologist, 3(1) Article no. 005

Fattori genetici e malattia mentale

di Barbara Basile e Francesco Mancini

“Il mio disturbo psicologico è genetico e sarò costretto a conviverci per sempre?”

Nell’ambito della psicopatologia, sono parecchi gli studi che hanno cercato di identificare nei fattori congeniti le possibili cause o i precursori dello sviluppo di un disturbo mentale. Parallelamente, nella pratica psicoterapica, capita spesso che i pazienti lamentino che il cambiamento “è impossibile perché il loro disturbo è scritto nei loro geni!”. Ma è davvero così? Quali sono i metodi di indagine nell’ambito degli studi sui geni?
La genetica studia i geni, l’ereditarietà e la variabilità genetica negli organismi, e lo fa intervenendo su tre diversi livelli di analisi. Il primo, nonché il più diffuso, riguarda lo studio della trascrizione del DNA; il secondo, meno comune, indaga il processo successivo della trascrizione del RNA; e il terzo, il più attendibile e rigoroso, studia la trascrizione delle proteine, che rappresenta l’ultimo anello che congiunge il genotipo al fenotipo e il passaggio dai geni alle proteine. Non è un passaggio necessario ma risente dei fattori epigenetici.
Cerchiamo di capire cosa avviene in questi tre diversi livelli di analisi. Lo studio del DNA riguarda l’analisi dei polimorfismi e delle mutazioni genetiche (più rare). L’analisi dei polimorfismi può indirizzarsi allo studio dell’alterazione di un solo nucleotide (SNP, single nucleotide polymorphism) oppure alle ripetizioni di brevi sequenze di nucleotidi presenti sullo stesso cromosoma (VNTR, variable number of tandem repeats). Nell’ambito della psicopatologia, la maggior parte delle ricerche si è concentrata sullo studio dei gemelli, di bambini adottati e sul linkage, che riguarda lo studio di alleli specifici in famiglie in cui diversi componenti sono affetti da un stesso disturbo, con lo scopo di confrontarli con quelli degli altri familiari. Un quarto tipo di analisi, il Genome-Wide Association Study (GWAS), si avvale di metodi che studiano un “gene candidato”, una metodologia di studio di tipo confirmatorio rispetto al ruolo di uno o pochissimi geni designati; oppure il genoma-wide, un metodo esplorativo molto costoso, che permette di confrontare l’intero genoma di diversi individui affetti da una patologia verso individui sani, per determinarne eventuali variazioni geniche. Un grande limite nello studio del DNA consiste nell’impossibilità di esaminare il ruolo di aspetti ambientali sulla modulazione dell’espressione genica.
Un metodo di studio più approfondito, ma infrequente, indaga il processo della trascrizione del RNA. Questo segue la fase di trascrizione del DNA e si può avvalere di metodi come il Q-PCR, il MICROARRAY e il sequenziamento del RNA. Infine, il metodo più accurato e attendibile, ma anche più complesso e meno utilizzato nello studio del genoma, riguarda la codifica delle proteine.
A fianco delle ricerche sulla ereditarietà di alcuni disturbi psichici, negli ultimi anni si è fatta strada l’epigenetica, il cui nome indica letteralmente “sopra, o in aggiunta, a ciò che riguarda la genetica”. Questa disciplina studia i processi che incidono sull’espressione del genoma e controllano la sua funzione ed espressione (il fenotipo), indagando i fattori ambientali che possono intervenire sul processo di trascrizione del DNA. L’epigenetica studia come i geni, o le informazioni memorizzate nel DNA, interagiscono e si esprimono nel singolo individuo tenendo conto delle specifiche variabili ambientali a cui questi è sottoposto durante la propria esistenza. Tali variabili riguardano le abitudini alimentari, il contesto sociale, lo status socio-economico, il fumo, l’uso di sostanze, il tipo di cure parentali ricevute, le esperienze traumatiche e tante altre. Nell’ambito della comprensione della ereditarietà (o meno) dei disturbi psichici, l’epigenetica fornisce un contributo essenziale poiché l’analisi degli effetti ambientali sull’espressione genica è un passaggio imprescindibile per una accurata individuazione delle eventuali componenti ereditarie che possono intervenire nella determinazione di un disturbo.

Quei bravi ragazzi

di Carlo Buonanno

Che relazione c’è tra la psicopatia e l’eroismo?

Antonio Spavone, ‘O malommo, è stato uno tra i più temuti e rispettati boss della Camorra.
Nel 1966, Spavone è a Firenze, detenuto nel carcere delle Murate. Il 4 novembre l’Arno rompe gli argini e copre la città di melma. In pochi sanno che, prima che gli angeli del fango facessero il loro ingresso sulla scena internazionale, ‘O malommo sta per guadagnarsi la grazia dal Presidente Saragat. Mentre i detenuti cercano scampo dalle acque che invadono l’edificio, Spavone trova il tempo di salvare tre carcerati, due agenti di custodia e la figlia del direttore. Nel caos alimentato dalla paura, il pericoloso criminale eviterà anche lo stupro di due detenute e di una guardia carceraria. Niente fiction ma autentici atti di eroismo.
Che relazione c’è tra la psicopatia e l’eroismo?
In una recente ricerca, è stato preso in esame il ruolo dell’orgoglio come promotore di comportamenti prosociali in soggetti psicopatici. L’orgoglio rappresenta un’alternativa alla colpa nella promozione della socializzazione. Un dato osservato già da Freud negli anni venti, quando il padre della psicanalisi suggeriva l’esistenza di un Super-Io che punisce i comportamenti inappropriati con l’induzione di colpa e un Io che invece ricompensa con l’orgoglio i comportamenti adeguati. A metà anni novanta Lykken teorizza come, in soggetti con propensione alla psicopatia, l’esposizione a un ambiente che favorisce le esperienze di orgoglio partecipa al mantenimento di una rappresentazione di sé positiva. Sentirsi buoni e competenti poi aiuta a incanalare le propensioni negative in modalità adeguate e più adattive. Tuttavia, l’orgoglio non sarebbe un costrutto unitario. Ne esisterebbero almeno due tipi, un orgoglio autentico e un orgoglio superbo (vanità). Il primo, adattivo, è orientato al merito e caratterizzato da correlati cognitivi del tipo “Ho messo in piedi la squadra, perché mi sono allenato”. Il secondo, invece, è un fenomeno più vicino al narcisismo maligno, con i corrispettivi correlati cognitivi del tipo “Ho messo in piedi la squadra perché ho talento”. Un altro costrutto, ampiamente descritto nella letteratura sull’antisocialità, è la fearless dominance, l’assenza di paura che, insieme all’orgoglio, rappresenterebbe per gli autori della ricerca l’ingrediente fondamentale dell’eroismo.
I risultati hanno però deluso le aspettative. L’ipotesi principale, secondo la quale l’orgoglio inibisce i comportamenti antisociali e promuove atti di eroismo, è stata solo parzialmente dimostrata. Nei soggetti con alti livelli di fearless dominance, l’orgoglio autentico può potenziare l’associazione tra la fearless dominance e i comportamenti pro-sociali (leadership adattiva), una relazione che però non si estende all’eroismo. Con una buona dose di incredulità, inoltre, è l’orgoglio superbo, quello cattivo, a moderare la relazione tra l’impulsività e i comportamenti antisociali, ma in una maniera protettiva.
Insomma, c’è speranza per quei bravi ragazzi e un ambiente che inoculi massicce dosi di orgoglio sembra in parte funzionare per farli sentire bravi davvero. Resta da capire se poi questo sia sufficiente a sostenere da solo il senso di giustizia. Chissà cosa ne pensano i detrattori delle moderne crime series alla Gomorra, quelli che inneggiano alla censura e che denunciano il rischio di contagio. A scanso di equivoci, ‘O malommo è stato eroe per un giorno. Sanguinario boss della camorra per tutta la vita.

 

Per approfondimenti:

Thomas H. Costello, Ansley Unterberger1, Ashley L. Watts1 and Scott O. Lilienfeld (2018) Psychopathy and Pride: Testing Lykken’s Hypothesis Regarding the Implications of Fearlessness for Prosocial and Antisocial Behavior. Frontiers in Psychology, 20;9:185. doi:10.3389/fpsyg.2018.00185

Noi e Loro: il pregiudizio sociale

di Maurizio Brasini

Esistono distorsioni a favore della propria etnia (e contro le altre) già a partire dai sei mesi di età

Poche cose mettono così drammaticamente in luce le contraddizioni della natura umana come il pregiudizio sociale, cioè quella serie di convinzioni e atteggiamenti che regolano il nostro rapporto con quella parte dei nostri simili (intesi come genere umano) che, tuttavia, percepiamo diversi da noi, generalmente in base ad una diversa appartenenza (etnica, religiosa, culturale, eccetera).
Come mai in certi casi sentiamo così forte il legame tra noi e gli altri esseri umani, mentre in altri casi li percepiamo come pericolosi estranei?
Senza la pretesa di rispondere esaustivamente a questa domanda, qui di seguito si prenderanno in considerazione un paio di recenti indicazioni emerse dalla ricerca scientifica che forse possono migliorare la nostra comprensione di questo fenomeno.

La prima indicazione riguarda un neurotrasmettitore diventato ormai famoso: l’ossitocina, meglio nota come “ormone dell’amore”. Inizialmente studiata in relazione al parto (è l’ormone che stimola le contrazioni e la produzione di latte), si è scoperto in seguito che l’ossitocina gioca un ruolo fondamentale nella formazione di legami affettivi, non solo tra la madre e il neonato, ma anche nelle coppie adulte e, infine, nel rinsaldare le relazioni di gruppo. Ed è proprio nei gruppi che l’ossitocina ha rivelato un “lato oscuro”; infatti, la somministrazione di ossitocina non soltanto rinforza i comportamenti a favore del proprio gruppo, ma tende a incoraggiare di pari passo i comportamenti contro gli altri gruppi.

Uno degli esperimenti che dimostra questo lato oscuro dell’ossitocina funzionava così: immaginiamo un treno lanciato a tutta velocità contro un nostro connazionale; l’unico modo di salvare questo innocente è tirare una leva per deviare il treno su un altro binario, dove verrebbero travolti due innocenti, ma stavolta di una diversa nazionalità. Che fare? Posta di fronte a questo dilemma, la maggior parte delle persone accetta di non intervenire, e sacrificare una vita per salvarne due, senza tenere conto della nazionalità. Tuttavia, quando veniva somministrata l’ossitocina, aumentava significativamente la percentuale di persone favorevoli ad azionare la leva per salvare il loro connazionale… sacrificando due “stranieri”! Esperimenti come questo sostengono l’idea che la nostra tendenza naturale, biologicamente fondata, a stringere rapporti di appartenenza reciproca e a difendere i “nostri”, possa avere come contraltare la possibilità di diventare più spietati verso gli “altri”.

La seconda indicazione riguarda i meccanismi che possono contribuire a stabilire una base per il pregiudizio: la percezione di una o più differenze che favoriscano “noi” a svantaggio “loro”. La scoperta sorprendente degli ultimi anni è che esistono distorsioni a favore della propria etnia (e contro le altre) già a partire dai sei mesi di età, e che a tre anni di età la capacità di distinguere tra “noi” e “loro” va di pari passo con queste distorsioni. Ma come facciamo a rilevare delle distorsioni sociali in bambini così piccoli? Ecco un metodo: si mostrano dei volti su un tablet accompagnati da due faccine (vedi figura); quando compare un volto della propria etnia bisogna schiacciare la faccina sorridente e quando compare un volto di un’altra etnia la faccina imbronciata; nella seconda parte dell’esperimento si fa il contrario. Se l’associazione tra faccina sorridente e volto della propria etnia avviene in tempi più rapidi, significa che è più automatica e più “intuitiva” per la nostra mente, cioè: tendiamo ad associare più facilmente cose positive con i “nostri” e negative con gli “altri”. Un esperimento analogo è stato effettuato anche con delle musichette, una piacevole e una spiacevole, al posto delle faccine; i risultati non cambiano: esiste una distorsione automatica a favore dei propri simili (e a sfavore dei “diversi”) che si riscontra a partire dai sei mesi di età, in tutte le culture studiate.

Non è facile in realtà stabilire cosa significhino questi risultati; gli studiosi suggeriscono che l’avversione verso le “configurazioni devianti” (per esempio: una fila di triangoli con un triangolo disallineato) possa giocare un ruolo in questo fenomeno; in altri termini, tutti abbiamo una preferenza stabile per le “buone forme”, quelle che riflettono un mondo ordinato e prevedibile. Se questo mondo di “buone forme” sia basato su lineamenti asiatici o africani o di altro tipo, dipenderà dalle persone che ci circondano per la maggior parte del tempo fin dalla nostra nascita. Dopo di che, man mano che impareremo a distinguere, avremo anche gettato le prime basi per una preferenza. Preferenza che tenderemo a rinforzare, perché è utile alla sopravvivenza prendere le parti dei propri simili. Tuttavia, naturalmente, le esperienze successive potranno anche giocare un ruolo fondamentale di ampliamento della nostra conoscenza; c’è sempre tempo per estendere i confini di quel mondo che percepiamo e sentiamo simile a noi, riducendo l’avversione per quello che invece ci appare come altro da noi, e che oscuramente sembra continuare a minacciarci.

Per approfondimenti:

De Dreu CKW, Greer LL, Van Kleef GA, Shalvi S, Handgraaf MJJ (2011). Oxytocin promotes human ethnocentrism. PNAS January 25, 2011. 108 (4) 1262-1266

Gollwitzer A, Bargh JA, Marshall J, Wang Y (2017). Relating pattern deviancy aversion to stigma and prejudice. Nature Human Behaviour, 1, 2397-3374

Setoh P, Lee KJJ, Zhang L, Qian MK, Quinn PC, Heyman GD, Lee K2 (2017). Racial Categorization Predicts Implicit Racial Bias in Preschool Children. Child Development,  Jun 12.

Xiao NG;  Quinn PC,  Liu S,  Ge L,  Pascalis O,  Lee K (2017). Older but not younger infants associate ownrace faces with happy music and otherrace faces with sad music. Develpomental Science, 21,2