Fattori genetici e malattia mentale

di Barbara Basile e Francesco Mancini

“Il mio disturbo psicologico è genetico e sarò costretto a conviverci per sempre?”

Nell’ambito della psicopatologia, sono parecchi gli studi che hanno cercato di identificare nei fattori congeniti le possibili cause o i precursori dello sviluppo di un disturbo mentale. Parallelamente, nella pratica psicoterapica, capita spesso che i pazienti lamentino che il cambiamento “è impossibile perché il loro disturbo è scritto nei loro geni!”. Ma è davvero così? Quali sono i metodi di indagine nell’ambito degli studi sui geni?
La genetica studia i geni, l’ereditarietà e la variabilità genetica negli organismi, e lo fa intervenendo su tre diversi livelli di analisi. Il primo, nonché il più diffuso, riguarda lo studio della trascrizione del DNA; il secondo, meno comune, indaga il processo successivo della trascrizione del RNA; e il terzo, il più attendibile e rigoroso, studia la trascrizione delle proteine, che rappresenta l’ultimo anello che congiunge il genotipo al fenotipo e il passaggio dai geni alle proteine. Non è un passaggio necessario ma risente dei fattori epigenetici.
Cerchiamo di capire cosa avviene in questi tre diversi livelli di analisi. Lo studio del DNA riguarda l’analisi dei polimorfismi e delle mutazioni genetiche (più rare). L’analisi dei polimorfismi può indirizzarsi allo studio dell’alterazione di un solo nucleotide (SNP, single nucleotide polymorphism) oppure alle ripetizioni di brevi sequenze di nucleotidi presenti sullo stesso cromosoma (VNTR, variable number of tandem repeats). Nell’ambito della psicopatologia, la maggior parte delle ricerche si è concentrata sullo studio dei gemelli, di bambini adottati e sul linkage, che riguarda lo studio di alleli specifici in famiglie in cui diversi componenti sono affetti da un stesso disturbo, con lo scopo di confrontarli con quelli degli altri familiari. Un quarto tipo di analisi, il Genome-Wide Association Study (GWAS), si avvale di metodi che studiano un “gene candidato”, una metodologia di studio di tipo confirmatorio rispetto al ruolo di uno o pochissimi geni designati; oppure il genoma-wide, un metodo esplorativo molto costoso, che permette di confrontare l’intero genoma di diversi individui affetti da una patologia verso individui sani, per determinarne eventuali variazioni geniche. Un grande limite nello studio del DNA consiste nell’impossibilità di esaminare il ruolo di aspetti ambientali sulla modulazione dell’espressione genica.
Un metodo di studio più approfondito, ma infrequente, indaga il processo della trascrizione del RNA. Questo segue la fase di trascrizione del DNA e si può avvalere di metodi come il Q-PCR, il MICROARRAY e il sequenziamento del RNA. Infine, il metodo più accurato e attendibile, ma anche più complesso e meno utilizzato nello studio del genoma, riguarda la codifica delle proteine.
A fianco delle ricerche sulla ereditarietà di alcuni disturbi psichici, negli ultimi anni si è fatta strada l’epigenetica, il cui nome indica letteralmente “sopra, o in aggiunta, a ciò che riguarda la genetica”. Questa disciplina studia i processi che incidono sull’espressione del genoma e controllano la sua funzione ed espressione (il fenotipo), indagando i fattori ambientali che possono intervenire sul processo di trascrizione del DNA. L’epigenetica studia come i geni, o le informazioni memorizzate nel DNA, interagiscono e si esprimono nel singolo individuo tenendo conto delle specifiche variabili ambientali a cui questi è sottoposto durante la propria esistenza. Tali variabili riguardano le abitudini alimentari, il contesto sociale, lo status socio-economico, il fumo, l’uso di sostanze, il tipo di cure parentali ricevute, le esperienze traumatiche e tante altre. Nell’ambito della comprensione della ereditarietà (o meno) dei disturbi psichici, l’epigenetica fornisce un contributo essenziale poiché l’analisi degli effetti ambientali sull’espressione genica è un passaggio imprescindibile per una accurata individuazione delle eventuali componenti ereditarie che possono intervenire nella determinazione di un disturbo.

Quei bravi ragazzi

di Carlo Buonanno

Che relazione c’è tra la psicopatia e l’eroismo?

Antonio Spavone, ‘O malommo, è stato uno tra i più temuti e rispettati boss della Camorra.
Nel 1966, Spavone è a Firenze, detenuto nel carcere delle Murate. Il 4 novembre l’Arno rompe gli argini e copre la città di melma. In pochi sanno che, prima che gli angeli del fango facessero il loro ingresso sulla scena internazionale, ‘O malommo sta per guadagnarsi la grazia dal Presidente Saragat. Mentre i detenuti cercano scampo dalle acque che invadono l’edificio, Spavone trova il tempo di salvare tre carcerati, due agenti di custodia e la figlia del direttore. Nel caos alimentato dalla paura, il pericoloso criminale eviterà anche lo stupro di due detenute e di una guardia carceraria. Niente fiction ma autentici atti di eroismo.
Che relazione c’è tra la psicopatia e l’eroismo?
In una recente ricerca, è stato preso in esame il ruolo dell’orgoglio come promotore di comportamenti prosociali in soggetti psicopatici. L’orgoglio rappresenta un’alternativa alla colpa nella promozione della socializzazione. Un dato osservato già da Freud negli anni venti, quando il padre della psicanalisi suggeriva l’esistenza di un Super-Io che punisce i comportamenti inappropriati con l’induzione di colpa e un Io che invece ricompensa con l’orgoglio i comportamenti adeguati. A metà anni novanta Lykken teorizza come, in soggetti con propensione alla psicopatia, l’esposizione a un ambiente che favorisce le esperienze di orgoglio partecipa al mantenimento di una rappresentazione di sé positiva. Sentirsi buoni e competenti poi aiuta a incanalare le propensioni negative in modalità adeguate e più adattive. Tuttavia, l’orgoglio non sarebbe un costrutto unitario. Ne esisterebbero almeno due tipi, un orgoglio autentico e un orgoglio superbo (vanità). Il primo, adattivo, è orientato al merito e caratterizzato da correlati cognitivi del tipo “Ho messo in piedi la squadra, perché mi sono allenato”. Il secondo, invece, è un fenomeno più vicino al narcisismo maligno, con i corrispettivi correlati cognitivi del tipo “Ho messo in piedi la squadra perché ho talento”. Un altro costrutto, ampiamente descritto nella letteratura sull’antisocialità, è la fearless dominance, l’assenza di paura che, insieme all’orgoglio, rappresenterebbe per gli autori della ricerca l’ingrediente fondamentale dell’eroismo.
I risultati hanno però deluso le aspettative. L’ipotesi principale, secondo la quale l’orgoglio inibisce i comportamenti antisociali e promuove atti di eroismo, è stata solo parzialmente dimostrata. Nei soggetti con alti livelli di fearless dominance, l’orgoglio autentico può potenziare l’associazione tra la fearless dominance e i comportamenti pro-sociali (leadership adattiva), una relazione che però non si estende all’eroismo. Con una buona dose di incredulità, inoltre, è l’orgoglio superbo, quello cattivo, a moderare la relazione tra l’impulsività e i comportamenti antisociali, ma in una maniera protettiva.
Insomma, c’è speranza per quei bravi ragazzi e un ambiente che inoculi massicce dosi di orgoglio sembra in parte funzionare per farli sentire bravi davvero. Resta da capire se poi questo sia sufficiente a sostenere da solo il senso di giustizia. Chissà cosa ne pensano i detrattori delle moderne crime series alla Gomorra, quelli che inneggiano alla censura e che denunciano il rischio di contagio. A scanso di equivoci, ‘O malommo è stato eroe per un giorno. Sanguinario boss della camorra per tutta la vita.

 

Per approfondimenti:

Thomas H. Costello, Ansley Unterberger1, Ashley L. Watts1 and Scott O. Lilienfeld (2018) Psychopathy and Pride: Testing Lykken’s Hypothesis Regarding the Implications of Fearlessness for Prosocial and Antisocial Behavior. Frontiers in Psychology, 20;9:185. doi:10.3389/fpsyg.2018.00185

Noi e Loro: il pregiudizio sociale

di Maurizio Brasini

Esistono distorsioni a favore della propria etnia (e contro le altre) già a partire dai sei mesi di età

Poche cose mettono così drammaticamente in luce le contraddizioni della natura umana come il pregiudizio sociale, cioè quella serie di convinzioni e atteggiamenti che regolano il nostro rapporto con quella parte dei nostri simili (intesi come genere umano) che, tuttavia, percepiamo diversi da noi, generalmente in base ad una diversa appartenenza (etnica, religiosa, culturale, eccetera).
Come mai in certi casi sentiamo così forte il legame tra noi e gli altri esseri umani, mentre in altri casi li percepiamo come pericolosi estranei?
Senza la pretesa di rispondere esaustivamente a questa domanda, qui di seguito si prenderanno in considerazione un paio di recenti indicazioni emerse dalla ricerca scientifica che forse possono migliorare la nostra comprensione di questo fenomeno.

La prima indicazione riguarda un neurotrasmettitore diventato ormai famoso: l’ossitocina, meglio nota come “ormone dell’amore”. Inizialmente studiata in relazione al parto (è l’ormone che stimola le contrazioni e la produzione di latte), si è scoperto in seguito che l’ossitocina gioca un ruolo fondamentale nella formazione di legami affettivi, non solo tra la madre e il neonato, ma anche nelle coppie adulte e, infine, nel rinsaldare le relazioni di gruppo. Ed è proprio nei gruppi che l’ossitocina ha rivelato un “lato oscuro”; infatti, la somministrazione di ossitocina non soltanto rinforza i comportamenti a favore del proprio gruppo, ma tende a incoraggiare di pari passo i comportamenti contro gli altri gruppi.

Uno degli esperimenti che dimostra questo lato oscuro dell’ossitocina funzionava così: immaginiamo un treno lanciato a tutta velocità contro un nostro connazionale; l’unico modo di salvare questo innocente è tirare una leva per deviare il treno su un altro binario, dove verrebbero travolti due innocenti, ma stavolta di una diversa nazionalità. Che fare? Posta di fronte a questo dilemma, la maggior parte delle persone accetta di non intervenire, e sacrificare una vita per salvarne due, senza tenere conto della nazionalità. Tuttavia, quando veniva somministrata l’ossitocina, aumentava significativamente la percentuale di persone favorevoli ad azionare la leva per salvare il loro connazionale… sacrificando due “stranieri”! Esperimenti come questo sostengono l’idea che la nostra tendenza naturale, biologicamente fondata, a stringere rapporti di appartenenza reciproca e a difendere i “nostri”, possa avere come contraltare la possibilità di diventare più spietati verso gli “altri”.

La seconda indicazione riguarda i meccanismi che possono contribuire a stabilire una base per il pregiudizio: la percezione di una o più differenze che favoriscano “noi” a svantaggio “loro”. La scoperta sorprendente degli ultimi anni è che esistono distorsioni a favore della propria etnia (e contro le altre) già a partire dai sei mesi di età, e che a tre anni di età la capacità di distinguere tra “noi” e “loro” va di pari passo con queste distorsioni. Ma come facciamo a rilevare delle distorsioni sociali in bambini così piccoli? Ecco un metodo: si mostrano dei volti su un tablet accompagnati da due faccine (vedi figura); quando compare un volto della propria etnia bisogna schiacciare la faccina sorridente e quando compare un volto di un’altra etnia la faccina imbronciata; nella seconda parte dell’esperimento si fa il contrario. Se l’associazione tra faccina sorridente e volto della propria etnia avviene in tempi più rapidi, significa che è più automatica e più “intuitiva” per la nostra mente, cioè: tendiamo ad associare più facilmente cose positive con i “nostri” e negative con gli “altri”. Un esperimento analogo è stato effettuato anche con delle musichette, una piacevole e una spiacevole, al posto delle faccine; i risultati non cambiano: esiste una distorsione automatica a favore dei propri simili (e a sfavore dei “diversi”) che si riscontra a partire dai sei mesi di età, in tutte le culture studiate.

Non è facile in realtà stabilire cosa significhino questi risultati; gli studiosi suggeriscono che l’avversione verso le “configurazioni devianti” (per esempio: una fila di triangoli con un triangolo disallineato) possa giocare un ruolo in questo fenomeno; in altri termini, tutti abbiamo una preferenza stabile per le “buone forme”, quelle che riflettono un mondo ordinato e prevedibile. Se questo mondo di “buone forme” sia basato su lineamenti asiatici o africani o di altro tipo, dipenderà dalle persone che ci circondano per la maggior parte del tempo fin dalla nostra nascita. Dopo di che, man mano che impareremo a distinguere, avremo anche gettato le prime basi per una preferenza. Preferenza che tenderemo a rinforzare, perché è utile alla sopravvivenza prendere le parti dei propri simili. Tuttavia, naturalmente, le esperienze successive potranno anche giocare un ruolo fondamentale di ampliamento della nostra conoscenza; c’è sempre tempo per estendere i confini di quel mondo che percepiamo e sentiamo simile a noi, riducendo l’avversione per quello che invece ci appare come altro da noi, e che oscuramente sembra continuare a minacciarci.

Per approfondimenti:

De Dreu CKW, Greer LL, Van Kleef GA, Shalvi S, Handgraaf MJJ (2011). Oxytocin promotes human ethnocentrism. PNAS January 25, 2011. 108 (4) 1262-1266

Gollwitzer A, Bargh JA, Marshall J, Wang Y (2017). Relating pattern deviancy aversion to stigma and prejudice. Nature Human Behaviour, 1, 2397-3374

Setoh P, Lee KJJ, Zhang L, Qian MK, Quinn PC, Heyman GD, Lee K2 (2017). Racial Categorization Predicts Implicit Racial Bias in Preschool Children. Child Development,  Jun 12.

Xiao NG;  Quinn PC,  Liu S,  Ge L,  Pascalis O,  Lee K (2017). Older but not younger infants associate ownrace faces with happy music and otherrace faces with sad music. Develpomental Science, 21,2

Presto, chiudete i porti!

di Mauro Giacomantonio e Luigi Leone

Gli atteggiamenti negativi nei confronti dell’immigrazione si associano a diverse ragioni psicologiche e a diverse tipologie di populismo

La recente decisione del Ministro degli Interni italiano di non far approdare in Italia una nave che trasportava centinaia di immigrati africani ha scatenato una forte polemica politica che ha affollato i quotidiani italiani e i social network per giorni.

Prescindendo dallo specifico episodio che andrebbe analizzato (in altra sede) in tutta la sua complessità, molti studi scientifici sottolineano che il populismo, soprattutto quello vicino alla destra, si associa a sentimenti negativi nei confronti dell’immigrazione. In Italia il populismo, cioè l’ideologia politica che si basa su forti sentimenti anti-elitari, sulla percezione che il popolo sia molto omogeneo e particolarmente virtuoso, è principalmente rappresentata dal Movimento 5 Stelle (M5S) e dalla Lega, i due partiti la cui alleanza ha portato alla formazione dell’attuale governo.

Dal punto di vista psicologico, è interessante esaminare quali credenze leghino il populismo a sentimenti anti-immigrazione. Inoltre, sarebbe importante chiedersi se i sostenitori dei due principali partiti populisti italiani abbiano convinzioni simili alla base delle loro posizioni contro l’immigrazione: una recente ricerca, ancora non pubblicata, dimostra effettivamente che sebbene coloro che votino Lega e M5S abbiano simili atteggiamenti contro l’immigrazione, le credenze che sottendono tali atteggiamenti sono profondamente diverse.

I sostenitori del M5S tendono a credere che il mondo sia un posto pericoloso in cui lo stile di vita delle brave persone è continuamente minacciato dalle persone “cattive”. In questa visione del mondo prevale la paura, il senso di minaccia e di potenziale ingiustizia. Probabilmente queste credenze si traducono in atteggiamenti contro l’immigrazione perché l’immigrato viene visto come qualcuno che può rubare le già scarse risorse e che potrebbe essere ingiustamente privilegiato.

Negli elettori della Lega prevale, invece, l’idea che il mondo sia una giungla competitiva dove vige la legge del più forte e dove l’affermazione sull’altro, sul più debole, è non solo accettabile, ma anche giusta. Anche in questo caso l’immigrato è una minaccia, ma non tanto per le risorse,  quanto piuttosto per una visione del mondo in cui ci sono gruppi superiori e gruppi inferiori e i primi meritano di più dei secondi e non dovrebbero condividere molto con loro.

Questi dati sembrano anche suggerire che il populismo della Lega e del M5S siano simili ma diversi allo stesso tempo. Il primo si radica nella dominanza sociale e nell’idea che ognuno debba stare al suo posto nella gerarchia sociale, il secondo invece affonda le radici nella paura di perdere risorse e possibilità. Non a caso il M5S ha raccolto consensi soprattutto nel Meridione, economicamente in difficoltà, mentre la Lega è supportata specialmente nel ricco Nord.

Rimane l’accordo sul fatto che, vuoi perché rubano il lavoro e le risorse, vuoi perché acquisiscono dei privilegi che solo noi dovremmo avere in quanto più forti, gli immigrati debbano rimanere a casa loro.

La morte (non esiste più)

di Laura Pannunzi

Le “normali” reazioni al lutto e le possibili complicazioni nel processo di accettazione della perdita

Francesco Bianconi, leader della band toscana Baustelle, nel 2013 scriveva un brano intitolato “La Morte non esiste più”. Con poche ed efficientissime parole, il cantautore senese, rivisita l’idea della morte e riassume tematiche profonde come il processo di accettazione di una perdita.
La perdita di una persona cara rappresenta uno di quegli eventi con cui gli esseri umani sono chiamati a confrontarsi nel corso della loro vita e attivano reazioni che gli psicologi potrebbero definire “disfunzionali e/o patologiche”, se non fossero risposte “normali a eventi eccezionali” (che creano, cioè, una frattura nella vita di una persona).
Ne consegue che, a fronte di eventi di vita “soggettivamente” gravi, la sofferenza e il disagio non appaiono criteri necessari per definire “disfunzionali o patologiche” le reazioni emotive e comportamentali dell’individuo che le sperimenta.
Se è vero che la morte è tra gli eventi classificabili come “normali”, è altrettanto vero che anche la reazione alla morte di una persona cara è tra gli eventi naturali e normali con cui ogni persona si confronta inevitabilmente: per ogni persona che muore, ce ne sono tante altre che soffrono e si trovano a fare i conti con quella che per loro è una perdita più o meno significativa.
Va precisato che il lutto in sé non è una patologia e non lo è neanche l’intensa sofferenza per la scomparsa di una persona cara. Entrando nel vivo del tema in un’ottica cognitivista, è possibile affermare che:

  1. il lutto non è un processo/fenomeno unico;
  2. la sofferenza emotiva e l’elaborazione non sono processi sempre presenti né necessari alla risoluzione;
  3. gli esiti patologici sono funzione (non della mancanza di reazioni necessarie) ma di vincoli e di “reazioni di contrasto” delle reazioni personali, ovvero di credenze personali e aspettative o richieste interpersonali che “creano o aumentano la critica verso i propri vissuti in relazione alla perdita” e ostacolano il cambiamento.

Non esistono quindi reazioni normali e obbligatorie al fine dell’accettazione, anche se appare evidente come il lutto sia un evento “scompensante”, che può mandare in crisi il normale funzionamento psicologico di una persona, attivando delle risposte emotive anche molto intense, e che richiede un cambiamento.
Il lutto comporta, quindi, la necessità di accettare una perdita. L’accettazione è un processo che a sua volta, per definizione, implica la tendenza al rifiuto, intendendo con rifiuto il desiderio del soggetto di credere che la perdita non si sia verificata.
In questo senso, accettare significa prendere atto di qualcosa che non si può far altro che accogliere, togliendo all’evento tutte le connotazioni di “problema” (cosa che implicherebbe una soluzione). Le complicazioni del processo di accettazione nascono, infatti, soprattutto dal trattare la perdita come una questione ancora aperta, passibile di cambiamento.
Alcuni tra i fattori che possono ostacolare il processo di accettazione della perdita sono:

a) gravità: tanto più la perdita  è percepita come significativa tanto più compromette la realizzazione di obiettivi esistenziali  fondamentali per l’individuo;
b) mancanza di sostegno sociale: non avere una rete di aiuto significa non avere persone che possano fornire supporto e sostituirsi, almeno parzialmente, alla persona perduta;
c) indisponibilità degli altri a parlare della perdita;
d) atteggiamenti di censura della manifestazione della sofferenza;
e) aspettative interpersonali e sociali su quelle che dovrebbero essere le reazioni e i comportamenti normali da adottare;

Appare importante, infine, sfatare alcuni miti che possono essersi creati attorno al fenomeno del lutto e considerare il processo di accettazione sia come l’insieme di reazioni a un evento di perdita sia l’esito, ovvero la risoluzione o l’adattamento, cioè la riduzione della sofferenza originata dalla perdita e la ripresa di un funzionamento confrontabile a quello pre-perdita. Per concludere con le parole dei Baustelle: “La Morte non è niente se l’angoscia se ne va”.
Per approfondire

Perdighe C., Mancini F. (2010), Il lutto: dai miti agli interventi di facilitazione dell’accettazione. Psicobiettivo, 30, 127- 146.

Sei depresso? Scarica un app!

di Roberta Trincas

 La tecnologia digitale applicata alla salute mentale

Una delle cause principali di sofferenza attualmente risulta essere la depressione: 300 milioni di persone in tutto il mondo ne soffrono. La Depressione si associa, oltre che a sofferenza psichica, a disoccupazione, scarsa salute fisica, peggioramento del funzionamento sociale e, nelle condizioni più severe, al suicidio. Esistono diversi tipi di interventi psicologici di comprovata efficacia clinica focalizzati sul trattamento della depressione. Tuttavia, l’accesso ai centri di salute mentale è limitato, e questo per diversi motivi. Spesso i professionisti della salute mentale sono pochi rispetto alle effettive esigenze della popolazione; inoltre, i problemi di natura mentale sono spesso stigmatizzati, e le persone tendono a evitare di chiedere aiuto nonostante l’effettiva necessità. In altri casi, le persone possono presentare delle ricadute o dei sintomi depressivi anche dopo un trattamento clinico. In questa prospettiva, risulterebbe utile lo sviluppo di metodi per il trattamento della depressione che possano essere integrati come supporto a quelli già esistenti.
I mezzi digitali rappresentano una soluzione nuova e valida. Attualmente è incrementato l’interesse verso lo sviluppo di specifiche applicazioni per cellulari che forniscano servizi di salute mentale. Le “app” consentono un taglio dei costi, forniscono interventi di comprovata efficacia, e possono essere d’aiuto in tempo reale e, quindi, in situazioni di urgenza.
Sono state pubblicate diverse meta-analisi che dimostrano gli effetti positivi di vari interventi mediante smartphone sia sulla salute fisica (es. diabete) sia su condizioni mentali specifiche, come l’ansia. Recentemente, alcuni autori hanno indagato, attraverso una meta-analisi, l’efficacia di interventi per ridurre i sintomi depressivi attraverso gli smartphone. A tal fine hanno considerato 22 interventi sviluppati per smartphone, per un totale di circa 3.400 partecipanti.
In generale, ciò che si osserva dai diversi studi sull’argomento è che gli interventi terapeutici attraverso smartphone hanno un effetto positivo moderato sui sintomi depressivi. Tuttavia, confrontando gruppi che hanno ricevuto un trattamento e gruppi di controllo che non lo hanno avuto, gli effetti benefici risultano sostanzialmente maggiori, in particolare per coloro che manifestano livelli di depressione lievi. Gli effetti osservati indicano che questo tipo di intervento potrebbe risultare utile nei casi in cui è necessario un trattamento di lieve intensità o anche per la prevenzione della depressione per tutte quelle persone che presentano sintomi sub-clinici. Inoltre, gli effetti degli interventi via smartphone non sembrano dipendere da età e genere, e ciò fa pensare all’applicabilità di questo metodo su un’ampia gamma di persone.
Considerando la specificità degli approcci terapeutici, gli interventi basati sulla Terapia Cognitivo Comportamentale sembrano essere i più efficaci nel ridurre i sintomi depressivi, così come quelli che utilizzano tecniche di mindfulness, o il monitoraggio dell’umore. Tuttavia, gli studi non sono in grado di specificare quali tecniche specifiche siano più efficaci.
Altri studi precedenti hanno confrontato “app” basate sull’attivazione comportamentale con quelle basate sulla mindfulness senza trovare alcuna differenza di efficacia tra i due approcci. I risultati mostravano, però, che le persone con depressione severa traevano benefici maggiori dalla “app” sull’attivazione comportamentale, mentre quelli con depressione moderata beneficiavano maggiormente da interventi di mindfulness.
Uno dei limiti di questo approccio digitale al trattamento dei disturbi mentali è dato dal fatto che oggi esiste un’ampia gamma di “app”, per cui risulta difficile identificare le componenti che rendono efficaci tali “app” e, quindi, i tipi di intervento digitale più validi.
Infine, gli interventi basati sullo smartphone garantiscono diverse agevolazioni: consentono la registrazione immediata degli stati emotivi, analizzano immediatamente se una data risposta raggiuge una data soglia, e in tal caso possono attivare sistemi di risposta in condizioni di emergenza offrendo un aiuto in tempo reale, diversamente dai trattamenti tradizionali.
In conclusione, le prove empiriche indicano che gli interventi focalizzati sulla salute mentale attraverso gli smartphone possono essere efficaci nel ridurre in sintomi depressivi. Tuttavia, la ricerca futura dovrebbe considerare alcuni aspetti importanti, in particolare quanto il coinvolgimento della persona, i feedback, gli effetti delle aspettative e le caratteristiche individuali possano influire sugli esiti del trattamento.
Queste variabili rappresentano aspetti da considerare nell’ottimizzazione degli interventi basati sullo smartphone; a tal fine la ricerca futura dovrebbe identificare quali aspetti di queste tecnologie producono effetti positivi e per quali tipi di popolazioni.

Per approfondimenti:

Firth, J., Torous, J., Nicholas, J., Carney, R., Pratap, A., Rosenbaum, S., Sarris, J. (2017). The efficacy of smartphone-based mental health interventions for depressive symptoms: a meta-analysis of randomized controlled trials. World Psychiatry, 16, 287–298.

Se i bambini sono testimoni di violenza

di Erica Pugliese

 Le conseguenze emotive, comportamentali e a lungo termine

Gli studi dimostrano che circa 3-4 milioni di bambini di età compresa fra i tre e 17 anni assistono ancora oggi a episodi di violenza domestica. Nella maggior parte dei casi si tratta di atti di violenza nei quali sono le donne a esserne vittime, ma questo non significa che non ci siano situazioni nelle quali a subire gli abusi siano gli uomini o che le violenze siano tipiche dei rapporti eterosessuali. Lesbiche e gay maltrattano o subiscono i partner adottando infatti logiche simili.

Nello specifico, per violenza assistita s’intende:

  • Essere testimoni oculari di episodi di abuso fisico e/o sessuale
  • Ascoltare minacce o scambi violenti
  • Osservare le conseguenze di abusi fisici come sangue, lividi, lacrime, vestiti strappati o oggetti rotti.
  • Essere consapevoli dello stato di tensione in casa, come la paura o l’ansia della mamma quando il padre sta per rientrare.

 Quali sono le emozioni e le reazioni fisiche dei bambini esposti a maltrattamenti?

 Le risposte emotive dei bambini che assistono alla violenza domestica possono includere: paura, senso di colpa, vergogna, ansia, tristezza, depressione e rabbia (sia verso il maltrattante che per la vittima per non essere stata in grado di impedire la violenza).

Le risposte fisiche dei bambini che vivono in un ambiente violento possono includere mal di stomaco o mal di testa, insonnia, enuresi del letto e perdita della capacità di concentrazione. Alcuni bambini possono anche subire abusi fisici o sessuali. Altri possono essere feriti mentre cercano di intervenire in nome della vittima.

I bambini esposti alle percosse sono particolarmente paurosi e ansiosi. Vivono in uno stato di ipervigilanza: guardano e aspettano che si verifichi il prossimo evento violento. Non sanno cosa provocherà l’abuso e, quindi, non si sentiranno mai al sicuro. Sono sempre preoccupati per loro stessi, per la loro madre e i loro fratelli. Possono sentirsi inutili e impotenti.

Ci si aspetta che i bambini che crescono in un ambiente abusante non parlino con nessuno di quanto accade in famiglia tanto che a volte mantengono il segreto anche fra loro. Possono sembrare apparentemente felici dall’esterno ma, al loro interno, sono afflitti da un dolore terribile. Le loro famiglie sono caotiche e disorganizzate e ben lontane dall’ambiente sano dove dovrebbero crescere. Potrebbero incolpare se stessi per l’abuso pensando che se non avessero fatto o detto una cosa particolare, l’abuso non si sarebbe verificato. Possono anche arrabbiarsi con i loro fratelli o la loro madre per aver innescato l’abuso. Provano rabbia, imbarazzo, umiliazione.  I bambini maltrattati si sentono isolati e vulnerabili. Sono affamati di attenzione, affetto e approvazione. Poiché la mamma sta lottando per sopravvivere, spesso non è presente per i suoi figli. Poiché il papà è consumato dal dover controllare tutto e tutti, anche lui non è presente per i suoi figli. Questi bambini diventano di conseguenza fisicamente, emotivamente e psicologicamente abbandonati.

Quali comportamenti mostrano i bambini che assistono alla violenza domestica?

 Le risposte comportamentali dei bambini che assistono alla violenza domestica possono includere forti crisi di rabbia, ritiro sociale o inversione dell’attaccamento ovvero la tendenza a prendersi loro cura della mamma invece di essere accuditi. I bambini possono mostrare segni di ansia e avere una ridotta capacità di attenzione che può comportare una scarsa prestazione e frequenza scolastica. È possibile che occorrano ritardi nello sviluppo delle abilità motorie o cognitive. Possono anche usare la violenza per esprimersi, mostrando una maggiore aggressività con i pari o con la madre. Infine, alcuni possono diventare autolesionisti.

Quali sono gli effetti a lungo termine nei bambini che assistono alla violenza domestica?

 I bambini che vivono in una casa nella quale il loro padre abusa psicologicamente, verbalmente, fisicamente o sessualmente della loro madre possono sviluppare traumi emotivi e psicologici, anche quando non hanno mai subito direttamente la violenza. In questo tipo di vita famigliare i bambini “imparano” le seguenti lezioni:

  • La colpa è di chi subisce violenza, non di chi la commette.
  • Le soddisfazioni nella vita si hanno attraverso il controllo e le manipolazioni     degli altri.
  • I maschi devono avere il controllo, le femmine sottomettersi a questo    controllo.
  • Le donne sono deboli, pazze, incapaci e irrazionali.
  • Le mamme fanno il lavoro duro quotidianamente, con costanza e responsabilità, mentre i papà intervengono solo per prendere le decisioni importanti e condividere i momenti piacevoli.
  • Le persone che ti amano ti fanno del male.

Poiché i bambini hanno una naturale tendenza a identificarsi con la forza, possono allearsi con l’aggressore e perdere il rispetto per la madre apparentemente indifesa. Gli abusanti, di solito, giocano su questo svalutando la madre di fronte ai figli e dicendo loro che è “pazza” o “stupida” e che non devono ascoltarla. Vedendo le loro madri trattate con enorme mancanza di rispetto, si trasmette ai bambini che possono mancare di rispetto alle donne come fanno i loro padri. La maggior parte degli esperti ritiene che i bambini cresciuti in case abusive apprendano che la violenza è un modo efficace per risolvere conflitti e problemi. Possono replicare la violenza alla quale hanno assistito da bambini nelle loro relazioni adolescenti e adulte o come futuri genitori. I ragazzi che assistono agli abusi in famiglia hanno, infatti, maggiori probabilità di usare violenza verso i loro partner da adulti rispetto ai ragazzi cresciuti in case non violente. Le ragazze adolescenti vittime di violenza domestica assistita possono convincersi che le minacce e la violenza siano la norma nelle relazioni. I bambini provenienti da case violente hanno maggiori rischi di abuso di alcol e droghe, disturbo post traumatico da stress e delinquenza giovanile. Assistere a ripetuti episodi di violenza domestica è uno dei migliori predittori della delinquenza giovanile e della criminalità degli adulti ed è anche il motivo numero uno di allontanamento volontario del minore da casa.

Se i tuoi bambini sono testimoni di violenza domestica chiedi aiuto. Rompere il silenzio è il primo passo per iniziare a stare di nuovo tutti bene.

 

Per approfondimenti:

Bancroft, L. (2013). Uomini che maltrattano le donne: Come riconoscerli per tempo e cosa fare per difendersi. Vallardi.

Uno, Nessuno, Centomila sensi di colpa

di Benedetto Astiaso Garcia

La colpa è sempre fuor di dubbio. F. Kafka

Il senso di colpa implica il riconoscimento di tre componenti caratterizzanti e necessarie, fattori dirimenti altri vissuti emotivi: la valutazione negativa del proprio comportamento, in quanto dannoso o cattivo; l’assunzione di responsabilità; l’abbassamento dell’autostima morale. Considerarsi responsabili di una determinata azione significa ritenere di averla causata, direttamente o indirettamente, di aver avuto lo scopo di causarla o di aver avuto il potere di evitarla.

A partire da un sano senso di responsabilità, innato nell’essere umano rispetto alla sofferenza altrui, la presenza di credenze patogene induce un deragliamento emozionale di tipo disadattivo, la cui origine molto spesso risiede nell’idea del bambino di poter danneggiare il benessere familiare o la relazione genitoriale semplicemente perseguendo uno scopo sano. Il senso di colpa, pertanto, è un sentimento che deriva e sostiene molte credenze patogene rendendo l’individuo nell’età adulta il più grande persecutore di se stesso.

La CMT, teoria della psicopatologia e della psicoterapia elaborata da Edoardo Weiss e Harold Sampson, identifica i seguenti sensi di colpa:

  • Senso di colpa da separazione/slealtà: sviluppato a partire dalla credenza che una separazione fisica o valoriale dalle persone care arrecherà loro un grave danno, contaminando dunque l’idea di propria autonomia con quella di sofferenza altrui;
  • Senso di colpa del sopravvissuto: percezione che le proprie fortune, successi e risultati non rispondano a un innato principio di equità e giustizia, inducendo quindi il “reo” a dover espiare la propria condizione privilegiata;
  • Senso di colpa da responsabilità onnipotente: idea di avere il dovere ed il potere di prendersi cura delle persone care, la cui origine risiede in un egocentrico senso di responsabilità rispetto al benessere familiare;
  • Senso di colpa da odio di Sé: disprezzo nei propri confronti tale non solo da considerare se stesso come indegno di amore e di rispetto, ma addirittura da ritenersi meritevole di rifiuto e noncuranza per il proprio essere intrinsecamente sbagliato.

Fortemente differenziati rispetto al loro substrato neuronale e al ruolo nella psicopatologia, come illustrato dal neuropsichiatra infantile Francesco Mancini nella sua opera “La mente ossessiva”, esistono due tipi di sensi di colpa, distinti per manifestazioni, funzioni e ingredienti cognitivi: il senso di colpa altruistico e il senso di colpa deontologico. Mentre nel primo è necessaria la presenza di una vittima e l’assunzione di non aver agito in modo altruistico o prosociale, nel secondo viene trasgredita una norma di natura morale.

La dimensione interpersonale del senso di colpa, essedo la trasgressione un fenomeno sociale, è strettamente legata al tema dell’altruismo e dell’empatia, generando un senso di pena, variabile rispetto agli scopi implicati, relativo alla credenza di aver danneggiato o non aiutato l’altro.

Non tutti i sensi di colpa sono però legati alla percezione di aver arrecato un danno, per azione o omissione, a terzi, derivando quindi dalla percezione di aver violato una norma deontologica introiettata, fonte di autocritica da un punto di vista morale e causa di una ricerca o aspettativa di punizione.

La legge morale, infatti, non dipendente da un sistema esterno, risiede dentro l’uomo in termini transculturali e transgenerazionali, rendendo perciò vano il nietzschiano tentativo di liberare l’uomo attraverso una “rottura delle tavole”, emblema di una legge esterna, prescrittiva ed estrinseca.

Una profonda e spietata negazione del passato non rappresenta dunque una risposta alla liberazione dell’uomo, essendo solamente l’essere morale kantiano capace di tendere verso il noumeno. Ecco come la bellezza e la norma deontologica possono essere avvicinate solamente con stupore: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me” (I. Kant).

Per approfondimenti:

Mancini F., “La mente ossessiva”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016

Catelfranchi C, Mancini F., Miceli M., “Fondamenti di cognitivismo clinico”, Bollati Bringhieri, Torino, 2012

Gazzillo F., “Fidarsi dei Pazienti”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016

Sei triste, te lo leggo in faccia!

di Angelo Maria Saliani

Le espressioni del viso sono davvero lo specchio dei nostri sentimenti?

Nella cultura occidentale è ben radicata l’idea che gli esseri umani siano universalmente predisposti a provare alcune emozioni di base e che a ciascuna di queste emozioni corrisponda un’inconfondibile espressione del viso. “Sei triste, te lo leggo in faccia!”, “Sei felice, si vede dalla faccia”, “Il tuo sguardo non mente, hai paura!”: sono solo alcuni esempi di come ogni giorno, interagendo con gli altri, usiamo questa teoria delle emozioni. Proviamo in modo rapido e automatico un sentimento, in modo altrettanto rapido e automatico lo esprimiamo con una tipica espressione del viso e chiunque, in qualunque parte del mondo, se invitato a guardarci in faccia e a dire cosa stiamo provando indovina istintivamente la nostra emozione. Questa teoria, da millenni presente nel pensiero occidentale, ha trovato una base scientifica negli anni ’70 del secolo scorso grazie agli studi di Paul Ekman, che nelle sue ricerche ormai classiche sembrò dimostrare che ogni emozione di base (gioia, sorpresa, disgusto, paura, tristezza e rabbia) è riconosciuta da soggetti di diverse parti del mondo e diverse culture come corrispondente a una tipica espressione facciale. Il disegno sperimentale era abbastanza semplice: ai soggetti venivano mostrate foto di espressioni del viso ed era poi chiesto loro di abbinarle a delle emozioni. Il riconoscimento delle emozioni attraverso tipiche espressioni facciali sembrò universale.

Nonostante la grande popolarità e una sua ampia applicazione (persino in importanti programmi governativi per il riconoscimento di potenziali terroristi), questa teoria non ha mai goduto di un pieno consenso scientifico. Alcuni studi recenti sfidano apertamente le tesi di Ekman. Carlos Crivelli ha condotto una ricerca su emozioni ed espressioni facciali in Papua Nuova Guinea. I soggetti cui veniva chiesto cosa vedessero nella foto di una faccia con occhi sgranati e bocca spalancata (tipica espressione di paura per la cultura occidentale) rispondevano di non riconoscere in essa un volto spaventato ma piuttosto un’intenzione malevola, di minaccia e aggressione. O quando veniva mostrata la foto di una faccia sorridente solo una piccola percentuale di soggetti rispondeva che esprimesse gioia. Circa la metà di loro interpretava quell’espressione in termini di azioni, come ad esempio ridere, piuttosto che di stati interni. Sulla base dei dati di questo studio è possibile contestare almeno due punti della teoria classica sulla espressione facciale delle emozioni: primo, forse non è vero che il riconoscimento delle emozioni attraverso le espressioni del viso è universale e dunque indipendente dalle differenze culturali; secondo, forse non è vero che le espressioni facciali riflettono le emozioni degli individui.

Ma se le espressioni del nostro viso non riflettono le nostre emozioni allora cosa segnalano? Una tesi intrigante è che le nostre facce servano a mostrare le nostre intenzioni e le nostre motivazioni sociali, i nostri scopi. La direzione, la piega che desideriamo dare all’interazione in corso.
Per approfondimenti:

Crivelli C. and Fridlund A. J., (2018), Facial Displays Are Tools for Social Influence, Trends in Cognitive Sciences, May 2018, Vol. 22, No. 5