Non è colpa tua!

di Emanuela Pidri

Se vuoi che gli altri siano felici, fai pratica di compassione, se vuoi essere felice tu stesso, fai pratica di compassione. Dalai Lama, 1995

La compassione viene definita come l’abilità: di esperire in modo accettante emozioni difficili; di osservare in modo mindful i nostri pensieri giudicanti, senza permettere loro di dominare le nostre azioni e i nostri stati mentali; di impegnarci in modo pieno con gentilezza e autovalidazione verso direzioni di vita ricche di valore; di cambiare in modo flessibile la nostra prospettiva verso un più ampio senso di sé. Tale definizione riprende gli insegnamenti del Buddismo Theravada, secondo il quale la compassione è la sensibilità verso la sofferenza propria e altrui, unita a un profondo impegno nel tentare di alleviarla e prevenirla, e si basa su studi provenienti dalle neuroscienze, dalla psicologia sociale e dall’approccio evoluzionistico connesso alla psicologia e alla neurofisiologia del comportamento di accudimento. Secondo Paul Gilbert, la compassione è definibile attraverso sei componenti che egli chiama “attributi”: cura degli altri, sensibilità alla sofferenza, partecipazione attiva, empatia, tolleranza alla sofferenza e atteggiamento non giudicante. Gilbert, professore di psicologia presso l’Università di Derby, si è interessato dello studio sul senso di colpa, sulla vergogna e sull’autocritica poiché considerati costrutti centrali e tipici di molti disturbi psicologici, dalla depressione alle psicosi. Dal  suo lavoro, nell’ambito della terapia cognitivo comportamentale della terza generazione, è nato un approccio psicoterapeutico basato sull’idea che la psicoterapia dovrebbe essere condotta in un modo compassionevole: la Compassion Focus Therapy (CFT). Il razionale della terapia è quello di costruire una relazione in cui punto centrale sia la compassione verso quei temi di vergogna e autocritica, in modo che il paziente possa interiorizzarla e utilizzarla verso di sé. La compassione, dunque, si può insegnare e si può apprendere. Ruolo centrale nella terapia è ricoperto proprio dal Compassionate Mind Training, un vero e proprio addestramento che insegna ai pazienti a esercitare le seguenti competenze: attenzione compassionevole, ragionamento compassionevole, comportamento compassionevole, immaginazione compassionevole, sensazione compassionevole, emozione compassionevole. Aiutando i pazienti a sviluppare la capacità di provare compassione, si incrementa la possibilità di affrontare in maniera diversa le esperienze dolorose, l’autocritica e la ruminazione, le sensazioni spiacevoli e le memorie di traumi passati, considerando come certi aspetti dolorosi della propria vita siano emersi senza che loro potessero farci nulla. Per i terapeuti, usare l’approccio focalizzato sulla compassione implica educare i pazienti a sviluppare tre tipi di compassione: l’auto-compassione, la compassione verso gli altri e l’apertura alla compassione da parte degli altri, in risposta alle avversità e alle situazioni minacciose. La compassione di sé permette di non considerare le performance come metro di valutazione del valore personale ma, discernendo la qualità delle prestazioni e mostrando motivazione a crescere, aiuterebbe a smussare gli aspetti nevrotici e dolorosi del perfezionismo, dove ciò che anima l’individuo è il terrore di fallire e di essere criticato piuttosto che la curiosità e il desiderio di migliorarsi. Gilbert integra moltissimi interventi standard della terapia cognitivo-comportamentale con interventi di terza generazione come la Mindfulness, che caratterizza l’esperienza del sé compassionevole e le tecniche finalizzate all’accettazione, che assomigliano sotto vari aspetti a quello di reparenting di Young e alle tecniche immaginative, con lo scopo di sviluppare specifici pattern di regolazione affettiva generando sensazioni di calore umano e vicinanza. Come Gilbert stesso ammette, le ricerche di validazione dell’efficacia sono ancora troppo poche, ma la CFT nella pratica clinica trova buoni risultati nel trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress, delle psicosi, dei disturbi dell’umore, dei disturbi alimentari e del dolore cronico.


Per approfondimenti:

Dalai Lama (1995). The Power of Compassion. India: Harper Collins.

Gilbert, P. (2018) La terapia focalizzata sulla compassione. Caratteristiche distintive. Edizione italiana a cura di Nicola Petrocchi. Edizione Franco Angeli.

Gilbert, P. (ed) (2005a) Compassion: Conceptualisations, Research and Use in Psychotherapy. Routledge.

Gilbert, P., Irons, C. (2005b) Focused therapies and compassionate mind training for shame and self-attacking. In Compassion: Conceptualisations,Research and Use in Psychotherapy (ed P. Gilbert): 263–325. Routledge.

Gilbert, P., Procter, S. (2006) Compassionate mind training for people with high shame and self-criticism. A pilot study of a group therapy approach. Clinical Psychology and Psychotherapy; 13: 353–79.

Gilbert, P. (2009). The Compassionate Mind: Coping with the Challenges of Living. London: Constable Robinson.

Gilbert, P. (2009). Overcoming Depression: A Self-Guide Using Cognitive Behavioural Techniques. Third Edition. London: Robinsons.

Gilbert, P. (2009). An Introduction to Compassion Focused Therapy. Advances in Psychiatric Treatment, 15, 199-208.

Gilbert, P. (2009). Compassion focused therapy: Approach and practices. Healthcare Counselling and Psychotherapy Journal.

Le esperienze passate nell’Anoressia Nervosa

di Barbara Basile

 Quali sono le esperienze relazionali infantili che predispongono allo sviluppo del disturbo psichico con il più alto tasso di mortalità?

L’Anoressia Nervosa (AN) insorge tipicamente in età adolescenziale, anche se negli ultimi anni l’età di esordio si è abbassata drasticamente, fino a toccare l’infanzia. La prevalenza si aggira attorno all’1,7% nelle femmine e allo 0,1% nei maschi e il disturbo, sviluppatosi tipicamente nei Paesi occidentali, si sta diffondendo in culture non occidentali e, in particolare, nei Paesi emergenti (Cina e altri Paesi asiatici).
L’anoressia è la patologia mentale con il più alto tasso di mortalità: tra il 5 e il 20% delle persone affette da questo disturbo alimentare perde la vita (nel 2016 in Germania a causa dell’AN sono morte quasi 40 persone!). La principale causa di morte deriva da complicanze mediche, legate soprattutto a problemi cardiaci. Le conseguenze sull’organismo includono la brachicardia, con consecutiva riduzione del volume cardiaco, la riduzione di calcio nelle ossa, la carenza di vitamina B12, sbalzi ormonali, fatica cronica e spossatezza, disidratazione, perdita dei capelli, pelle secca e aumento della produzione pilifera su tutto il corpo.

Quello che sostiene le pazienti con AN nel loro disturbo è lo scopo del “non essere grasse”. A questo obiettivo si accompagnano la distorsione dell’immagine corporea, un’ossessione perfezionistica che riguarda le forme del corpo e il cibo, e che spesso si estende ad altri ambiti di performance, una iper-focalizazione (sia cognitiva che comportamentale) sul cibo e sul corpo, a discapito dell’investimento su altre aree della vita e conseguenti strategie per ridurre l’aumento del peso o favorire la sua riduzione.

Ma quali sono i fattori di vulnerabilità, ovvero le esperienze di vita, soprattutto di natura relazionale, che predispongono allo sviluppo di questi sintomi? È possibile identificare delle caratteristiche familiari che creano una maggiore sensibilità all’eccessivo timore di “essere grasse”, al punto da mettere a rischio la propria vita?
La letteratura scientifica, purtroppo, ci dà scarse risposte. I pochi studi che hanno esplorato il problema rivelano che le pazienti con anoressia mostrano degli standard genitoriali molto severi e un perfezionismo di base significativamente superiori sia alle persone sane, che a pazienti affetti da altri disturbi psichici. Inoltre, considerando i diversi tipi di disturbi del comportamento alimentare, sembra che rispetto alle persone con Bulimia Nervosa, le pazienti con AN riportano un minor livello di protezione e sicurezza da parte della figura paterna. Da un recente studio preliminare, presentato alla prima edizione del Congresso Nazionale di Schema Therapy, è emerso che le pazienti con AN (confrontate con ragazze sane della stessa età) riportavano un eccessivo coinvolgimento, sia fisico che emotivo, da parte della figura materna, che in questo modo compromette un adeguato sviluppo del sé e dell’identità della figlia. Il padre, invece, è stato descritto come inibito e rigido sul piano della manifestazione delle emozioni e dei bisogni. L’ipercriticismo materno e la tendenza della madre ad avere degli standard molto severi predicevano, altresì, la gravità della sintomatologia anoressica e l’eccessiva preoccupazione per il peso e le forme corporee delle pazienti. Già autori come Minuchin, nel 1978, e Bruch, nel 2003, sostenevano che il cibo e il suo rifiuto potrebbero rappresentare per la ragazza anoressica l’estrema possibilità di opporsi in modo concreto e lampante all’iper-coinvolgimento materno, nel tentativo di rendersi indipendente e distaccarsi da un ambiente familiare invischiante, ipercritico e spesso invalidante sul piano dei vissuti emotivi, dei bisogni e desideri. Le esperienze precoci hanno indiscutibilmente un ruolo nel contribuire allo sviluppo di una vulnerabilità all’AN, così come degli altri disturbi del comportamento alimentare, e una buona parte di questi fattori va ricercata nell’ambiente familiare di origine, oltre che nelle già note dinamiche legate alla cultura (mistificazione dell’apparenza e pressione alla magrezza) e dello stato sociale di appartenenza.

Se mi lasci non vale

di Sonia Di Munno

Ansia da separazione negli adulti: definizione ed eziologia

“Se mi lasci non vale, non ti sembra un po’ caro il prezzo che adesso io sto per pagare?”, cantava Julio Inglesias nel 1976, riferendosi alla fine di un amore. Al di là della naturale sofferenza per la rottura di un rapporto sentimentale, c’è chi vive l’allontanamento anche temporaneo dalla propria figura di riferimento (che non è necessariamente il partner), con particolare ansia e sofferenza.
Nel DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) è stato inserito il disturbo d’ansia da separazione negli adulti ed è spiegato con lo sperimentare un’ansia e paura eccessiva riguardante la separazione da coloro a cui la persona è legata, con un disagio che si manifesta, di solito, anche in previsione di un allontanamento; il paziente ha una riluttanza a stare da solo o manifesta problemi psicosomatici quando si avvicina la separazione. Negli adulti viene diagnosticato dopo sei mesi di continua ansia ed evitamenti disfunzionali al benessere psicologico, poiché questo disturbo inficia le scelte di autonomia e la capacità di affrontare dei cambiamenti (cambiare casa, allontanarsi per lavoro, sposarsi) e fa vivere la persona in uno stato di preoccupazione costante quando sono lontani dalla figura di riferimento, temendo che possa accaderle qualcosa di catastrofico.
In uno studio del 2014 di Boelen e colleghi su un campione di 215 soggetti, è stato analizzato quali siano gli aspetti cognitivi che sottendono a questo particolare disturbo, approfondendo l’associazione tra esso e il processo cognitivo dell’intolleranza all’incertezza.
Per “intolleranza all’incertezza” si intende una tendenza a reagire in maniera negativa di fronte a una situazione di incertezza, ed è stata definita da Dugas, Schwartz e Francis come un “bias cognitivo che influenza il modo in cui una persona percepisce, interpreta e risponde a situazioni incerte”, credendo nell’avverarsi di  un futuro negativo e che l’incertezza sia essa stessa negativa tanto da dover assolutamente essere evitata.
I ricercatori si sono chiesti se l’intolleranza all’incertezza possa essere la causa del disturbo d’ansia da separazione, avendo già riscontrato da studi precedenti che influisce in maniera significativa su altri disturbi d’ansia, depressione e sul disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Hanno postulato, quindi, che la scarsa accettazione dell’incertezza sulla relazione futura con la persona cara possa far insorgere, nei pazienti che ne soffrono, una quantità di ansia debilitante e patologica.
L’intolleranza all’incertezza racchiude in sé due dimensioni: prospettica, riferita a una percezione cognitiva (percepire come minaccioso un futuro incerto: “Gli eventi imprevisti mi sconvolgono”) e inibitoria, riferita al piano comportamentale (stato di preoccupazione sul dubbio che l’incertezza provoca: “Il più piccolo dubbio mi blocca”). Gli studiosi hanno trovato che la prima dimensione dell’incertezza (quella prospettica) sia più determinante nello sviluppo del DOC mentre il secondo tipo (inibitoria) nello sviluppo di depressione e fobia sociale e hanno indagato queste due dimensioni anche nel disturbo d’ansia da separazione negli adulti. Quello che hanno riscontrato è che l’intolleranza all’incertezza e le sue componenti sono associate con l’ansia da separazione ma non contribuiscono allo sviluppo delle differenze individuali dell’ansia esperita, le quali sono più strettamente correlate con le variabili psicologiche di nevroticismo (generale vulnerabilità allo stress elevato)  e attaccamento ansioso (predisposizione a provare ansia e vigilanza per le tematiche di  abbandono e rifiuto). Inoltre, l’intolleranza all’incertezza rende una persona più soggetta a sperimentare anche altri sintomi di ansia e depressione.
La ricerca dimostra, in conclusione, come questo processo sia un fattore di vulnerabilità per lo sviluppo del disturbo. Ulteriori indagini a conferma di ciò permetterebbero al clinico di poter agire con interventi cognitivi comportamentali mirati alla diminuzione dell’intolleranza all’incertezza con l’utilizzo del problem orientation training e tecniche di esposizione all’incertezza.

Per approfondimenti:

Paul A. Boelen, Albert Reijntjes and R. Nicholas Carleton (2014); “Intolerance of Uncertainty and Adult  Separation  Anxiety, Cognitive Behaviour  Therapy”;  Vol. 43, No. 2, 133–144; http://dx.doi.org/10.1080/16506073.2014.888755

Farmaci psicotropi e comportamento

di Niccolò Varrucciu

La farmacologia comportamentale nei disturbi del neurosviluppo

La disciplina della farmacologia comportamentale è nata alla fine degli anni ’50, quando alcuni ricercatori iniziarono a studiare i farmaci integrando i metodi e i concetti caratteristici dell’analisi del comportamento con quelli della farmacologia.
Questi farmacologi comportamentali presumevano che i farmaci funzionassero in modo molto simile agli altri stimoli e che, i loro effetti comportamentali, potessero essere spiegati senza ricorrere ad analisi riduzionistiche o mentalistiche.
Anche se a volte riportavano dati di gruppo e utilizzavano statistiche inferenziali per analizzare quei dati, il loro focus principale era sul comportamento di singoli organismi, sia umani sia non umani, e sulle variabili che influivano su quel comportamento.
La ricerca dei farmacologi comportamentali aveva lo scopo di accertare gli effetti comportamentali dei farmaci, le variabili che modulano quegli effetti e i meccanismi comportamentali di azione attraverso i quali vengono prodotti quegli effetti.
I farmacologi comportamentali hanno evidenziato i meccanismi neurochimici dell’azione farmacologica e hanno correlato tali effetti ai cambiamenti osservati nel comportamento.ù
Generalmente i meccanismi conosciuti attraverso cui i farmaci producono i loro effetti sono di tipo chimico, come nel caso degli antibiotici.
Nell’ambito della psicofarmacologia esiste ancora una notevole distanza tra i comportamenti e i meccanismi biochimici sottostanti, tuttavia gli studi di neurofarmacologia tendono a focalizzarsi esclusivamente sulle possibili azioni recettoriali e chimiche dei farmaci psicotropi per spiegare gli effetti comportamentali, ignorando i meccanismi comportamentali del farmaco stesso.
La psicofarmacologia comportamentale si può definire come lo studio dell’effetto dei farmaci psicotropi sul comportamento attraverso i principi e i metodi dell’Analisi del Comportamento Applicata (ABA).
Lo scopo ultimo non è quello di consigliare singoli trattamenti, ma di illustrare il processo alla base del trattamento, ovvero la comprensione dei meccanismi comportamentali dell’azione farmacologica.
Nella psicologia comportamentale un concetto basilare è quello della contingenza a tre termini, formata dagli antecedenti, dai comportamenti e dalle conseguenze.
Il condizionamento operante comprende tutti i comportamenti emessi da un individuo, che possono essere rafforzati o indeboliti dalle conseguenze prodotte sull’ambiente, ed è una procedura di modifica del comportamento di un organismo. Le unità funzionali minime sono le seguenti:

  • Antecedente (o Stimolo Discriminativo). Una qualsiasi cosa che esiste nell’ambiente del soggetto (giorno, ora, situazione, persone presenti, attività in corso, frase sentita, ecc.) prima che agisca un comportamento (e che poi lo può evocare).
  • Comportamento (o Risposta). Risposta da parte del soggetto di fronte ad uno stimolo discriminativo antecedente;
  • Conseguenze. Qualsiasi cosa che segue un comportamento, come rinforzi positivi o negativi e punizioni, anch’esse positive o negative.
    Secondo questo approccio, il comportamento rispondente è innescato dagli stimoli antecedenti mentre il comportamento operante è regolato dalle conseguenze.

Le linee guida generali per delineare un intervento sui comportamenti evidenziano l’importanza di descrivere la topografia e la funzione del comportamento, oltre a stabilire il contesto e la frequenza con cui svolgere la procedura.
Pertanto gli interventi, di ogni natura, dovranno mirare a identificare, comprendere e modificare queste unità fondamentali.
Da un punto di vista farmacologico, gli studi condotti sull’uomo, che hanno analizzato gli effetti comportamentali dei farmaci, sostengono che questi vadano a modificare la salienza dello stimolo e a modificare il comportamento rispondente (automatico e appreso) e quello operante in modo quantitativo, cioè secondo i criteri di latenza, frequenza, durata.
Alcuni studi, che hanno studiato l’effetto atarassico dei neurolettici, hanno dimostrato come a dosi basse si determini la perdita di salienza dello stimolo antecedente condizionato (perdita della reazione di evitamento), a dosi più elevate la perdita di salienza dello stimolo antecedente non condizionato e la perdita della risposta automatica (perdita della reazione di fuga).
L’effetto sulla salienza dello stimolo permette di perdere la connotazione di Stimolo Discriminativo, riducendo la funzione di regolazione del comportamento (stimoli avversivi e di fuga o stimoli appetitivi).
Per concludere, l’intervento farmacologico, come gli altri interventi, si deve basare su una diagnosi psichiatrica o su un’ipotesi comportamentale-farmacologica specifica derivante da una valutazione diagnostica e funzionale completa. I comportamenti specifici e gli effetti sulla qualità della vita devono essere definiti, quantificati e indagati obiettivamente, utilizzando metodi di misurazione empirici riconosciuti, in modo da valutare l’efficacia di un farmaco psicotropo.

Per approfondimenti

Hagopian, Louis, Caruso-Anderson, Mary (2010). Integrating behavioral and pharmacological interventions for severe problem behavior displayed by children with neurogenetic and developmental disorders – Neurogenetic syndromes: Behavioral Issues and Their Treatment

Skinner, B. F. (1974). About Behaviorism. New York: Vintage Books.

Anoressia? È anche maschile

di Giuseppe Femia
illustrazioni di Elena Bilotta

Nella pratica clinica capita di riscontrare quadri di anoressia classica negli uomini e alle volte questo avviene in una fase tardiva del ciclo vitale
L’anoressia maschile spesso è stata trascurata a causa della credenza che la concepisce come un disordine prevalentemente femminile. Nonostante questa assunzione sia in parte vera, attualmente si riscontrano molti casi di anoressia restrittiva o “riversa” negli uomini.
Spesso si rileva una connessione con un senso d’identità fragile e disturbi nella sfera del comportamento sessuale. Tale relazione fra le forme di anoressia nervosa e la presenza di un’identità di genere problematica o di disfunzioni relative alla sessualità, seppur dimostrata parzialmente, appare consolidata.
Inoltre potrebbe osservarsi un’associazione fra i comportamenti restrittivi di tipo alimentare negli uomini e disagi di matrice affettiva, nello specifico di tipo depressivo, oppure una comorbidità con tratti latenti di narcisismo o con caratteristiche proprie del disturbo ossessivo compulsivo di personalità.
Si osservano molte forme di anoressia “riversa” in cui si riscontrano tutte le caratteristiche di funzionamento che solitamente determinano i disturbi alimentari quali: iper-attenzione e iper-vigilanza per le forme corporee e lo scopo della buona immagine, problemi di dismorfofobia, esercizi fisici spasmodici e problemi comportamentali generalizzati, con l’eccezione che in questa forma l’obiettivo non è solo “non accrescere di peso” ma, in particolare, raggiungere l’ideale a livello di immagine e tono muscolare, provando sempre una profonda frustrazione e mettendo in moto una sorta di chiusura in un mondo ossessionato e privo di altri valori di riferimento.
Questa forma di anoressia, dapprima denominata come “il complesso di Adone”, attualmente viene definita “vigoressia” e, nonostante riguardi di più gli uomini, sta iniziando a diffondersi anche fra le donne.
Il “perfezionismo clinico” governa, la dedizione al lavoro fisico sfinisce e il piacere viene sospeso, compreso quello sessuale. Spesso l’adrenalina derivante dall’attività sportiva sostituisce tutto il resto e copre problematiche individuali e familiari che rimangono irrisolte.
Il disagio diventa affettivo, una sorta di ritiro generalizzato dai sentimenti, una specie di chiusura verso gli altri, il mondo e la costruzione di legami intimi, duraturi e autentici.
Dietro le manifestazioni di tipo restrittivo, classiche e non solo, si riscontrano emozioni di rabbia, vergogna e orgoglio. Questa configurazione emotiva sembra caratterizzare particolarmente il mondo affettivo dei pazienti con disturbi alimentari.

F. ha 24 anni e trascorre la maggior parte del suo tempo in palestra, segue un regime alimentare proteico, si preoccupa del proprio fisico in modo incessante, controlla la massa corporea, parla di adipe e cerca di raggiungere un fisico muscoloso e sempre orientato a un ideale di perfezione stereotipato.
Questa sua iper-attenzione e i continui allenamenti non gli permettono di riflettere su altri ambiti di vita e funzionamento: tutto sembra cristallizzato. Le sue interazioni interpersonali sono poche, i sui bisogni emotivo-affettivi appaiono appiattiti oppure passano per la ricerca di una conferma del proprio essere esteticamente piacevole, in forma e forte. Potrebbero celarsi dei temi di narcisismo legati al voler essere riconosciuto in quanto bello e muscoloso in modo particolare.

Il pensiero assume sfumature ossessive e spesso non permette di raggiungere un livello di riflessione adeguato, mentre sul piano comportamentale si rintracciano condotte a connotazione compulsiva di controllo rispetto al peso, ai muscoli, con la ricerca di validazione esterna e rassicurazione rispetto ai propri traguardi in termini di potenza espressa.
Le credenze patogene che ne sono alla base suggeriscono come la perfezione riguardo l’immagine sia fondamentale per essere accettati e riconosciuti in quanto adeguati e non deboli.
Si evidenziano esperienze in cui F. da ragazzo veniva svilito per il suo essere mingherlino e poco mascolino. Nella pratica clinica capita di riscontrare anche quadri di anoressia classica negli uomini e alle volte questo avviene in una fase tardiva del ciclo vitale.

M. ha 58 anni e arriva in consultazione a causa di un disagio psichico e famigliare in cui il fulcro della sintomatologia si focalizza su una condotta alimentare di tipo restrittivo: attualmente pesa 52 kg contro 179 di altezza. Non reputa di avere un problema e si ritiene fiero degli obiettivi raggiunti:

 – “Finalmente non sono più il ciccione di turno, sono stato sempre robusto, sin da ragazzo e ho sofferto per questo, già da giovane mi prendevano in giro e provavo molta vergogna!”.

– “Sto bene così: mi annoiavo, invece adesso lo sport e la sfida con i miei bisogni primitivi mi hanno dato energia, sono addirittura più produttivo!”

– “Alle volte sono di cattivo umore, non sono calmo in famiglia e sto mettendo a rischio il mio matrimonio, ma non riesco a smettere!”

 Studiando il caso di M., si svela sempre di più la motivazione a emanciparsi da un’immagine di sé da sempre vissuta con disagio, a causa di un sovrappeso a cui seguivano commenti di derisione e conseguenti emozioni di tristezza, vergogna, rabbia e inadeguatezza sul piano sociale.
Attualmente si delinea un profilo orientato al controllo, in particolare rivolto al fisico, ma da sempre attivo sul comportamento, sul lavoro e sulle emozioni. Si svelano man mano caratteristiche di rigidità cognitiva, credenze poco adattive, testardaggine e intolleranza verso il punto di vista altrui.
Nella storia di vita emerge un iper-investimento sulla produttività, a discapito della vita relazionale e dello svago. Insomma: gradualmente si compone un quadro “Docp” (Disturbo Ossessivo e Compulsivo della Personalità), in cui i vissuti di rabbia e le difficoltà relazionali hanno connotato il funzionamento e lo sviluppo della personalità di M. in modo persistente.
La sintomatologia relativa al comportamento alimentare si associa a un vissuto di tipo depressivo, a emozioni di noia riferita e alla tendenza a ricercare sensazioni forti.
Queste caratteristiche sembrano attualmente disattivate sul piano professionale e destinate al fisico e alle forme corporee e alla prestazione (alle volte corre per almeno 40 minuti anche tre volte al giorno), determinando una resistenza circa la consapevolezza del disagio e la motivazione al cambiamento.
Appare paradossale come, nonostante la motivazione iniziale fosse o sembrasse quella di non provare vergogna a causa della propria immagine, attualmente, il risultato sia esattamente l’opposto di quello atteso: tutti commentano il dimagrimento, in famiglia tutti si preoccupano, gli amici si interrogano, a lavoro si chiacchiera.
Se lo scopo fosse dunque un altro? Ad esempio ritrovare attenzione e accudimento?
Oppure manifestare un disagio esperito nella propria vita coniugale? O ancora, combattere un momento di vuoto, di demoralizzazione e fallimento?

Per approfondimenti:

Basile, B; et al (2007). I disturbi di Personalità in pazienti con disturbi del comportamento alimentare. Cognitivismo Clinico 4- 1, 3-21.

Bruch, H. (1978).Patologia del comportamento alimentare. Feltrinelli, Milano.

Bruch, H. (2006).La gabbia d’oro. L’enigma dell’anoressia mentale. Feltrinelli, Milano.

Dalle Grave, R. (2005).Terapia cognitiva comportamentale dei disturbi dell’alimentazione durante il ricovero, Positive Press, Verona

Dalla Grave, R., Camporese, L., Sartirana, M. (2012). Vincere il perfezionismo clinico, Positive Press, Verona

Fairburn, C. G; Cooper, Z; Shafran, R. (2003), Eating disorders, in “Lancet, 361, pp 4078- 416.

Munno, D; Sterpone S.C; Zunno. G. (2005),    L´anoressia nervosa maschile: Una review. Giornale Italiano di Psicopatologia, 11, 215-224.

 

 

 

Distacchi emotivi

di Caterina Parisio

Da Edward Hopper alla psicopatologia del disturbo evitante

 “Forse io non sono molto umano […] Dipingo solo per me stesso. Mi piacerebbe che i miei quadri comunicassero, ma se non lo fanno va bene lo stesso. Non penso mai alla gente quando dipingo, mai”. Edward Hopper

Ci sono dei pittori che invitano all’analisi psicologica. Certamente Edward Hopper è tra questi, interprete profondo delle relazioni umane. Hopper dipinge la vasta solitudine dell’anima contemporanea rispetto al nulla; l’attesa di qualcosa o di qualcuno che non verrà; il vuoto degli sconfitti.

In Room in New York, un dipinto del 1923, l’apparente banalità di una scena quotidiana stimola la capacità interpretativa di qualsiasi osservatore: il pittore Charles Burchfield ne sottolinea il silenzio insopportabile; il poeta Mark Strand si sposta invece su una dimensione psicologica, quella del distacco.

Lui chino sul giornale. Lei sta dall’altro lato di una piccola stanza e guarda i tasti di un pianoforte che sfiora con un dito. Lui è concentrato sulla lettura, ma lei non è concentrata sul pianoforte; sta facendo passare del tempo, presumibilmente in attesa che lui finisca di leggere il giornale. L’uomo e la donna sono sia uniti che separati: il senso di distacco che può crescere pur mentre ci si trova in compagnia di un’altra persona.

Il distacco intuito da Strand potrebbe dipendere dalla relazione tra i due protagonisti del quadro: una relazione di coppia conflittuale o addirittura ostile sfociata in un sentimento di estraneazione sino al distacco emotivo. E se invece il distacco non dipendesse dalla relazione ma fosse la modalità usuale di uno dei due protagonisti di vivere le relazioni emotivamente importanti?

Secondo la teoria dell’attaccamento, il funzionamento evitante è sovrapponibile con la categoria d’attaccamento adulto tipo fearful, caratterizzato da rappresentazioni negative di sé e degli altri: gli altri non sono accudenti e non sono disponibili e il sé non merita affetto. L’immagine di sé negativa viene rinforzata dall’arousal emotivo e indebolita da fattori che inibiscono l’attivazione di meccanismi regolatori dell’emozione.

In ogni stile di attaccamento si costituisce uno stile di conoscenza.

Un bambino allevato in un clima emotivo di relativa trascuratezza può sviluppare la convinzione profonda che nei momenti di bisogno è meglio far conto solo su se stessi e che lasciarsi coinvolgere emotivamente è un errore che verrà pagato a caro prezzo. Nell’età adulta, una persona che ha seguito questo percorso nello sviluppo della personalità, può essere del tutto inconsapevole dei motivi che sono alla base del suo distacco emotivo. Nella relazione prevale un atteggiamento di chiusura che esprime la difficoltà a fare riferimento a nuove informazioni provenienti dal contesto, nel formulare un giudizio sociale. Le interazioni divengono così fonte di disagio e disturbo.

Persone come quelle dipinte da Hopper sono incapaci di avere una buona rappresentazione della mente altrui e hanno difficoltà a riconoscere i propri pensieri, emozioni, sensazioni quando vivono le relazioni interpersonali. Gli altri li osservano a loro volta o entrano in contatto con molta difficoltà, colpiti dalla sensazione del distacco che emanano. Il modo di padroneggiare il distacco è la ricerca del sollievo attraverso l’allontanamento e la solitudine.

In Morning sun, Hopper dipinge una donna sola, seduta con le braccia incrociate sulle gambe piegate, in posizione raccolta sopra un letto intatto, con lo sguardo rivolto verso una finestra da cui entra la luce del sole. La donna ha l’espressione assente, persa in un vuoto lontano, in un “altrove” che esce fuori dal confine del quadro e che resta ignoto allo spettatore. La sua è una pura presenza fisica, in quanto il suo pensiero, il suo mondo interiore, rimangono del tutto inaccessibili.
Il suo occhio destro è una piccola macchia nera, quasi un’orbita vuota, che infonde una sensazione inquietante e che soprattutto testimonia la condizione di alienazione (intesa come condizione di estraneità e di disinteresse per la realtà circostante) del personaggio. La luce fredda e tagliente e le ombre della stanza creano una tensione psicologica, ma soprattutto un gran senso di solitudine, accentuato dai colori e dalle geometrie, dalla posizione elevata della stanza rispetto alla strada e dal volto inespressivo e inaccessibile della donna. Difficile interpretare il suo stato d’animo.

La solitudine è la soluzione apparente ai problemi di estraneità/distacco presentati, ma solo parzialmente e per un tempo limitato.

Come i suoi personaggi, anche il pittore si mostra emotivamente distaccato; il suo pennello distilla emozioni con freddezza e lucidità, senza far trapelare alcuna partecipazione. Esiste tuttavia una traccia della presenza emotiva di Hopper il quale, a un critico d’arte che paragonò i suoi quadri a diapositive astratte e algide, rispose: “No ve ne prego, così mi uccidete”.

 

Per approfondimenti:

Giancarlo Dimaggio, Antonio Semerari (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Ed. Laterza

Un simposio sulla felicità

di Maurizio Brasini

Dalla tradizione edonica a una prospettiva eudaimonica del benessere

Una riflessione cruciale sul rapporto tra felicità e virtù ha dato inizio al simposio proposto dalla dr.ssa Claudia Perdighe durante l’ultimo congresso della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) a Verona. Se in una prospettiva clinica generalmente ci si concentra sull’eliminazione della sofferenza e nella tradizione psicodinamica si insiste sul conflitto tra la ricerca del piacere e i limiti imposti dalla realtà (morale compresa), esiste una solida tradizione filosofica secondo la quale la felicità invece coincide con la virtù.
I risultati preliminari dello studio della Perdighe, esposti nella sua relazione, mostrano che impegnarsi in azioni che corrispondono ai propri valori morali aumenta il senso di benessere, più che dedicarsi ad atti di altruismo o ad attività di svago.
La dr.ssa Marzia Albanese ha presentato, inoltre,  una ricerca svolta su un ampio campione internazionale, volta a indagare il rapporto tra la felicità (intesa come distanza percepita tra uno stato desiderato e la propria condizione attuale) e la soddisfazione rispetto ai propri standard morali, suddivisi in aspetti prosociali (l’altruismo) e aspetti più squisitamente morali (l’adesione ai principi morali): i risultati confermano che sentirsi in linea con i propri valori influisce positivamente sulla felicità.
La dr.ssa Teresa Cosentino ha aggiunto una riflessione sull’assertività, come strumento terapeutico che consente di creare le condizioni affinché il paziente riesca a vivere la propria esistenza in linea con le proprie preferenze, valori e scopi. In particolare, ha evidenziato come l’assertività non sia semplicemente un metodo per “farsi valere” né tantomeno per imporsi o avere successo, ma un modo per conquistare la propria autonomia attraverso una disciplina alla responsabilità e alla negoziazione.
La dr.ssa Caterina Villirillo, infine, si è soffermata sulla felicità in età evolutiva. Attraverso una rassegna degli studi sull’argomento, ha individuato alcuni fattori comuni che incidono sulla felicità nei bambini e negli adolescenti: oltre a un effetto generico e trasversale della socializzazione (avere rapporti soddisfacenti con gli altri), si può notare uno spostamento da aspetti più concretamente legati al piacere/divertimento nei bambini più piccoli, verso aspetti più valoriali in adolescenza. Una progressione, in altri termini, da una prospettiva più edonica verso una prospettiva più eudaimonica. Inoltre, la sensazione di essere riconosciuti come individui e la conquista dell’autonomia sono, a tutte le età, fondamentali per la felicità.
Nell’insieme, questo simposio invita a un cambiamento di prospettiva con importanti ricadute sulla clinica. A parere di chi scrive, la dr.ssa Perdighe e i suoi collaboratori hanno individuato una dimensione differente da quelle più comunemente adottate per orientarsi con pazienti: dolore/piacere o malessere/benessere o persino tristezza/felicità. Perché la felicità eudaimonica, di cui ci parlano queste riflessioni, somiglia molto alla gioia e la strada che ci invitano a perseguire è quella dell’autonomia intesa come capacità di accettazione, impegno costante e azione responsabile che restituisce senso e valore alla vita delle persone.

Cosa lega populismo e esclusione sociale?

di Luigi Leone e Mauro Giacomantonio

Chi si sente escluso dalla società potrebbe più facilmente propendere per posizioni politiche populiste

Quando si cerca di comprendere quali siano le cause del fenomeno politico del populismo, che si traduce, in estrema sintesi, nella tendenza a vedere la società chiaramente divisa tra élite malvagie e un popolo giusto altamente omogeneo, vengono di volta in volta evidenziati diversi fattori. Ai movimenti populisti “di destra” si associa una spiegazione in termini di razzismo o pregiudizio etnico. Ai movimenti politici “di sinistra” si associa una spiegazione in termini di nostalgia per società maggiormente integrate e solidali, e aspetti “irrazionali” o “anti-moderni” che traducono in irrealizzabili richieste di redistribuzione sociale.
Vengono spesso tralasciate le spiegazioni del fenomeno “populismo” basate su aspetti strutturali di diseguaglianza e sulla conseguente percezione di esclusione sociale.
La crisi del 2008 è certamente stata un motore importante di questa pervasiva percezione di disuguaglianza ed esclusione. Basti considerare che la ripresa economica seguita alla crisi è la più lenta e asfittica dal periodo delle guerre napoleoniche.  La maggioranza dei redditi è ancora bloccata o inferiore ai livelli raggiunti prima del 2008. Allo stesso tempo, però, la quota di ricchezza disponibile ai più ricchi è aumentata sia in valore assoluto, sia in valore relativo rispetto al periodo precedente alla crisi.
Si delinea, quindi, un contesto economico e sociale sempre più caratterizzato da un forte divario tra ricchi e non ricchi. L’ascensore sociale che permetterebbe di migliorare la propria condizione rispetto a quella dei propri genitori o anche di chi abbia solo dieci anni in più viene percepito come guasto o inesistente.  Non stupisce, quindi, che quote importanti della popolazione si sentano escluse, tagliate fuori, trattate iniquamente.

Partendo da questo quadro, quali sono le credenze che potrebbero spiegare come mai la percezione di esclusione sociale porti al populismo?

Innanzitutto, la percezione di esclusione potrebbe portare a cristallizzare una visione del tipo: “Io sono escluso, gli altri sono privilegiati perché ladri o malintenzionati”. Questo si traduce una concezione “manichea” della società, cioè nettamente divisa tra buoni e cattivi, tipica del populismo. In modo simile, l’esclusione potrebbe portare a pensare: “Coloro che mi dovevano proteggere (i politici) sono ladri o inetti”. Questa credenza ovviamente promuove l’anti-élitismo, cioè la chiave di volta del populismo. Infine, la credenza che se “io sono escluso e sono un buono” allora “anche gli altri esclusi saranno buoni” sostiene l’idea che esiste un popolo omogeneo di giusti. Solo la volontà di questo popolo potrà salvare la nostra società.

Oltre a queste specifiche credenze, la ricerca ha ampiamente dimostrato che l’esclusione sociale, da qualsiasi fonte provenga, riduce il senso di controllo che l’individuo ha sulla realtà. Conseguentemente si cercherà di riacquistarlo in vari modi, tra cui, ad esempio, aderendo a visioni unificanti, che semplificano la realtà e che permettono di individuare i colpevoli a cui attribuire le colpe. Ecco, quindi, che il populismo diventa uno strumento prezioso nelle mani di chi, sentendosi escluso, cerca un rimedio alla comprensibile frustrazione e angoscia che ne deriva.

Stabile come una montagna

di Elena Bilotta

Una pratica di Mindfulness per aiutarsi nei momenti di instabilità emotiva e umorale

Claudia sperimenta spesso oscillazioni dell’umore durante le quali osserva le cose con occhi diversi. Ci sono giorni in cui si sente triste e abbattuta, tutto le sembra pesante e si vede come una persona di poco valore. Allora si chiude in casa, ritirandosi dal mondo. Altri giorni sente invece di potercela fare a superare tutte le difficoltà che la vita le propone, pensa che tutto sommato nella vita non sia tutto da buttare e prova a riprendere contatti con le persone che la circondano.
Marco si sente instabile emotivamente: prova spesso ansia e rabbia molto intense che lo portano ad agire d’impulso, pentendosi quasi sempre delle sue azioni. Ha sbalzi d’umore nel corso della giornata, che gli creano uno stato di confusione mentale, perché non riesce più a capire se lui è “quello triste”, “quello arrabbiato”, o “quello ansioso”.
A Giorgia capita spesso di avere improvvisi attacchi d’ansia all’idea che possa accadere qualcosa di brutto ai suoi figli. Una settimana fa ha dato un pugno alla porta in preda a una intensa ruminazione rabbiosa. Oggi è molto triste perché ha appena saputo che il colloquio di lavoro che ha fatto non è andato a buon fine, ma è anche arrabbiata perché pensa che sia un’ingiustizia. Per questo ha chiamato il datore di lavoro insultandolo pesantemente al telefono.
Tre esempi di storie frequenti, fatte di emozioni e umore altalenanti che spesso portano ad agiti impulsivi, che a loro volta creano nuove situazioni problematiche. Ma non sono solo le conseguenze comportamentali a creare problemi quando ci si sente instabili. L’instabilità emotiva e umorale genera anche confusione mentale. Se si ha la tendenza a identificarsi con ciò che si prova, sarà facile etichettarsi come “cattivo” quando si prova rabbia, “fifone” quando si prova paura, “inetto” quando si prova vergogna o tristezza, e così via. Sarà facile cioè confondere uno stato transitorio come l’emozione con un giudizio, che per sua natura è stabile e immutabile. Quando non si è consapevoli dell’effetto temporaneo dell’umore sullo stile di pensiero e la visione di sé, quest’ultima oscillerà insieme all’umore, amplificando la sofferenza.
Se ti capita di confondere le emozioni con giudizi su di te, di sperimentare emozioni intense che si alternano con velocità nel corso delle tue giornate, oppure ti trovi ad avere oscillazioni dell’umore che ti creano sofferenza, puoi provare a coltivare la stabilità con la pratica di Mindfulness della montagna.
Siediti comodamente e osserva il respiro per dieci minuti. È possibile che la mente venga distratta da pensieri, rumori, sensazioni fisiche. Ogni volta che la mente si distrae, torna al respiro senza giudicarti.
Ora immagina di avere davanti a te una montagna. Può essere una montagna che conosci e che hai frequentato, oppure una montagna che hai visto anche solo in fotografia. Osserva la sua forma, la vetta, i versanti, la base della montagna. Osservane la maestosità e la stabilità, perfettamente radicata. Forse la sua cima sarà innevata, o sulla sua superficie saranno presenti boschi e sentieri. Osserva come si alternano le giornate e le stagioni, e come la montagna cambi aspetto lentamente e gradualmente, accogliendo ogni mutamento, senza opporsi, permettendo che ciò avvenga.
Ora prova ad avvicinare lentamente l’immagine della montagna a te. Diventa montagna. I tuoi piedi diventano la base della montagna, le tue braccia i versanti, la tua testa la vetta. Incarna la stabilità della montagna. Osserva, ora che sei montagna, che le emozioni e i pensieri sono come le giornate e le stagioni, costantemente mutevoli, e tu puoi osservarli arrivare e andare via, proprio come fa la montagna, diventando testimone del cambiamento, accogliendolo momento per momento, senza identificarti con esso.
Continua a osservare il respiro e a coltivare il tuo senso di stabilità, nutrendoti dalla saggezza della tua montagna.