Uno, Nessuno, Centomila sensi di colpa

di Benedetto Astiaso Garcia

La colpa è sempre fuor di dubbio. F. Kafka

Il senso di colpa implica il riconoscimento di tre componenti caratterizzanti e necessarie, fattori dirimenti altri vissuti emotivi: la valutazione negativa del proprio comportamento, in quanto dannoso o cattivo; l’assunzione di responsabilità; l’abbassamento dell’autostima morale. Considerarsi responsabili di una determinata azione significa ritenere di averla causata, direttamente o indirettamente, di aver avuto lo scopo di causarla o di aver avuto il potere di evitarla.

A partire da un sano senso di responsabilità, innato nell’essere umano rispetto alla sofferenza altrui, la presenza di credenze patogene induce un deragliamento emozionale di tipo disadattivo, la cui origine molto spesso risiede nell’idea del bambino di poter danneggiare il benessere familiare o la relazione genitoriale semplicemente perseguendo uno scopo sano. Il senso di colpa, pertanto, è un sentimento che deriva e sostiene molte credenze patogene rendendo l’individuo nell’età adulta il più grande persecutore di se stesso.

La CMT, teoria della psicopatologia e della psicoterapia elaborata da Edoardo Weiss e Harold Sampson, identifica i seguenti sensi di colpa:

  • Senso di colpa da separazione/slealtà: sviluppato a partire dalla credenza che una separazione fisica o valoriale dalle persone care arrecherà loro un grave danno, contaminando dunque l’idea di propria autonomia con quella di sofferenza altrui;
  • Senso di colpa del sopravvissuto: percezione che le proprie fortune, successi e risultati non rispondano a un innato principio di equità e giustizia, inducendo quindi il “reo” a dover espiare la propria condizione privilegiata;
  • Senso di colpa da responsabilità onnipotente: idea di avere il dovere ed il potere di prendersi cura delle persone care, la cui origine risiede in un egocentrico senso di responsabilità rispetto al benessere familiare;
  • Senso di colpa da odio di Sé: disprezzo nei propri confronti tale non solo da considerare se stesso come indegno di amore e di rispetto, ma addirittura da ritenersi meritevole di rifiuto e noncuranza per il proprio essere intrinsecamente sbagliato.

Fortemente differenziati rispetto al loro substrato neuronale e al ruolo nella psicopatologia, come illustrato dal neuropsichiatra infantile Francesco Mancini nella sua opera “La mente ossessiva”, esistono due tipi di sensi di colpa, distinti per manifestazioni, funzioni e ingredienti cognitivi: il senso di colpa altruistico e il senso di colpa deontologico. Mentre nel primo è necessaria la presenza di una vittima e l’assunzione di non aver agito in modo altruistico o prosociale, nel secondo viene trasgredita una norma di natura morale.

La dimensione interpersonale del senso di colpa, essedo la trasgressione un fenomeno sociale, è strettamente legata al tema dell’altruismo e dell’empatia, generando un senso di pena, variabile rispetto agli scopi implicati, relativo alla credenza di aver danneggiato o non aiutato l’altro.

Non tutti i sensi di colpa sono però legati alla percezione di aver arrecato un danno, per azione o omissione, a terzi, derivando quindi dalla percezione di aver violato una norma deontologica introiettata, fonte di autocritica da un punto di vista morale e causa di una ricerca o aspettativa di punizione.

La legge morale, infatti, non dipendente da un sistema esterno, risiede dentro l’uomo in termini transculturali e transgenerazionali, rendendo perciò vano il nietzschiano tentativo di liberare l’uomo attraverso una “rottura delle tavole”, emblema di una legge esterna, prescrittiva ed estrinseca.

Una profonda e spietata negazione del passato non rappresenta dunque una risposta alla liberazione dell’uomo, essendo solamente l’essere morale kantiano capace di tendere verso il noumeno. Ecco come la bellezza e la norma deontologica possono essere avvicinate solamente con stupore: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me” (I. Kant).

Per approfondimenti:

Mancini F., “La mente ossessiva”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016

Catelfranchi C, Mancini F., Miceli M., “Fondamenti di cognitivismo clinico”, Bollati Bringhieri, Torino, 2012

Gazzillo F., “Fidarsi dei Pazienti”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016

Sei triste, te lo leggo in faccia!

di Angelo Maria Saliani

Le espressioni del viso sono davvero lo specchio dei nostri sentimenti?

Nella cultura occidentale è ben radicata l’idea che gli esseri umani siano universalmente predisposti a provare alcune emozioni di base e che a ciascuna di queste emozioni corrisponda un’inconfondibile espressione del viso. “Sei triste, te lo leggo in faccia!”, “Sei felice, si vede dalla faccia”, “Il tuo sguardo non mente, hai paura!”: sono solo alcuni esempi di come ogni giorno, interagendo con gli altri, usiamo questa teoria delle emozioni. Proviamo in modo rapido e automatico un sentimento, in modo altrettanto rapido e automatico lo esprimiamo con una tipica espressione del viso e chiunque, in qualunque parte del mondo, se invitato a guardarci in faccia e a dire cosa stiamo provando indovina istintivamente la nostra emozione. Questa teoria, da millenni presente nel pensiero occidentale, ha trovato una base scientifica negli anni ’70 del secolo scorso grazie agli studi di Paul Ekman, che nelle sue ricerche ormai classiche sembrò dimostrare che ogni emozione di base (gioia, sorpresa, disgusto, paura, tristezza e rabbia) è riconosciuta da soggetti di diverse parti del mondo e diverse culture come corrispondente a una tipica espressione facciale. Il disegno sperimentale era abbastanza semplice: ai soggetti venivano mostrate foto di espressioni del viso ed era poi chiesto loro di abbinarle a delle emozioni. Il riconoscimento delle emozioni attraverso tipiche espressioni facciali sembrò universale.

Nonostante la grande popolarità e una sua ampia applicazione (persino in importanti programmi governativi per il riconoscimento di potenziali terroristi), questa teoria non ha mai goduto di un pieno consenso scientifico. Alcuni studi recenti sfidano apertamente le tesi di Ekman. Carlos Crivelli ha condotto una ricerca su emozioni ed espressioni facciali in Papua Nuova Guinea. I soggetti cui veniva chiesto cosa vedessero nella foto di una faccia con occhi sgranati e bocca spalancata (tipica espressione di paura per la cultura occidentale) rispondevano di non riconoscere in essa un volto spaventato ma piuttosto un’intenzione malevola, di minaccia e aggressione. O quando veniva mostrata la foto di una faccia sorridente solo una piccola percentuale di soggetti rispondeva che esprimesse gioia. Circa la metà di loro interpretava quell’espressione in termini di azioni, come ad esempio ridere, piuttosto che di stati interni. Sulla base dei dati di questo studio è possibile contestare almeno due punti della teoria classica sulla espressione facciale delle emozioni: primo, forse non è vero che il riconoscimento delle emozioni attraverso le espressioni del viso è universale e dunque indipendente dalle differenze culturali; secondo, forse non è vero che le espressioni facciali riflettono le emozioni degli individui.

Ma se le espressioni del nostro viso non riflettono le nostre emozioni allora cosa segnalano? Una tesi intrigante è che le nostre facce servano a mostrare le nostre intenzioni e le nostre motivazioni sociali, i nostri scopi. La direzione, la piega che desideriamo dare all’interazione in corso.
Per approfondimenti:

Crivelli C. and Fridlund A. J., (2018), Facial Displays Are Tools for Social Influence, Trends in Cognitive Sciences, May 2018, Vol. 22, No. 5

La tua felicità è la mia felicità!

di Emanuela Pidri
a cura di Antonella Rainone

La persona altruista ha più probabilità di soffrire di depressione

La persona con depressione mostra in genere una preoccupazione maggiore per gli altri o per la prospettiva altrui e raramente pensa egoisticamente solo a se stessa. Di solito pensa all’altro, al non riuscire ad aiutarlo e al danno che gli procura o che gli ha procurato in passato. Secondo alcuni studi di Lynn E. O’Connor, gli atteggiamenti pro-sociali predicono la depressione. Esiste un tipo di “depressione altruistica” in cui giocano un ruolo patogenetico fondamentale l’attivazione e la compromissione dello scopo di fare il bene all’altro anteponendolo al proprio bene, la colpa interpersonale o altruistica elevata e anche il distress empatico. La conseguenza è che, generalmente, le persone affette da depressione dimostrano una maggiore empatia per gli altri e si sentono peggio quando le cose vanno male agli altri. Prove empiriche sull’esistenza di una relazione patogenetica tra altruismo e depressione partono dalla definizione di senso di colpa altruistico. Il senso di colpa altruistico, conosciuto come “senso di colpa interpersonale”, può essere definito come un senso di pena che si genera dalla credenza che si è danneggiato un altro o non lo si è aiutato. Un individuo sperimenta senso di colpa altruistico se si assume che: la compromissione dello scopo benevolo sia dovuta a una propria azione o omissione; si aveva la possibilità di agire diversamente; non si è aiutato l’altro, anteponendo il suo bene al proprio e cercando vicinanza e partecipazione. La rinuncia dei propri beni e fortune per l’altro non è per l’individuo un espediente per espiare o ristabilire equità, ma piuttosto il desiderio altruistico di partecipare al destino della vittima e ricercare la sua vicinanza affettiva. In quest’ottica, la funzione della colpa altruistica è quella di un campanello che motiva l’individuo all’azione morale, di aiuto.
Secondo gli studiosi, esistono tre tipi di colpe altruistiche: 1) senso di colpa del sopravvissuto, caratterizzata dalla credenza che la realizzazione di normali scopi evolutivi e il raggiungimento di successo e felicità causerà nell’altro sofferenza semplicemente attraverso il confronto; 2) senso di colpa da separazione, caratterizzata dalla credenza che separarsi o essere differente dalle persone che si amano li danneggerà e che costituirà un atto di slealtà; 3) senso di colpa da responsabilità onnipotente, che coinvolge un esagerato senso di responsabilità per la felicità dell’altro e preoccupazione di far male all’altro. Il programma di ricerche della O’Connor, iniziato negli anni ’90 produce risultati sorprendenti per la visione tradizionale del depresso egoista e poco empatico. Si individua un altro tipo di depressione, quindi, dove giocano un ruolo fondamentale l’iperaltruismo, il distress empatico e la colpa altruistica. L’individuo con “depressione altruista” presenta capacità empatica normale, a volte maggiore del non depresso (anche con i sintomi di abbassamento delle funzioni cognitive); maggiore distress empatico; livelli più alti di colpa del sopravvissuto e di colpa di responsabilità onnipotente; comportamento interpersonale sottomesso e passivo; minore livello di confronto sociale. La Terapia Cognitivo- Comportamentale sottolinea l’importanza per il paziente di portare alla consapevolezza l’altruismo e la colpa interpersonale che hanno guidato le scelte al ribasso, riconcettualizzando il significato di scelte al ribasso quale propria colpa interepersonale e riprova del proprio fallimento. Spesso i pazienti riportano livelli elevati di rabbia e vergogna, il lavoro sulla rabbia e sulla vergogna, quindi, deve essere preceduto da un accurato assessment sulla eventuale presenza di colpa interpersonale poiché, infatti, aumentare la rabbia può aumentare la colpa e cercare di diminuire la vergogna può aumentare il senso di  colpa del sopravvissuto.

Per approfondimenti:

Rainone A., Mancini F. (2012), Altruismo e depressione. XVI Congresso Nazionale SITCC “Questioni controverse in psicoterapia cognitiva”. Roma, 4-7 Ottobre, 2012.

Mancini F., (2008). I sensi di colpa altruistico e deontologico. Cognitivismo clinico 5, 2, 123-144.

O’ Connor L. E.  et al., (2002).  Guilt, submission and empathy in Depression. Journal Affect Disorders.

Toc Toc = Doc Doc

di Giuseppe Femia

Le sfumature del Disturbo ossessivo compulsivo rappresentato in un film commedia spagnola

Tratto da una pièce teatrale, il film spagnolo “Toc toc” propone il tema del Disturbo ossessivo compulsivo mediante una chiave narrativa esilarante, con uno spirito che potrebbe sollecitare una reazione aspra da parte di coloro che ne soffrono, ma al contempo stimolare processi di riflessione, normalizzazione e ironia. La storia narrata regala strategicamente sorprese, stupendo lo spettatore fino alla fine.
Nonostante il registro scherzoso, si sottolinea la sofferenza e la compromissione del disagio nelle sue diverse forme e tipologie, ne vengono sottolineati gli aspetti caratteristici, i costi connessi e i vissuti di demoralizzazione, alternati a rabbia e tristezza che ne conseguono.
Anna Maria, una delle pazienti, spiega come le amiche l’hanno emarginata e non la invitino più a partecipare alle loro iniziative e anche gli altri protagonisti elencano i danni derivati dal DOC e subiti da diverso tempo. Inoltre, vengono fotografate sia le risorse di ciascun protagonista sia gli aspetti personologici rilevanti.
I clienti, aspettando che arrivi lo psicoterapeuta specialista, in ritardo a causa di un disguido dovuto alla compagnia aerea, e ritrovandosi in sala di attesa, poco alla volta iniziano, un po’ sbruffando e un po’ stuzzicandosi vicendevolmente, a conoscersi e svelarsi nel loro disagio.
Diventa interessante il palesarsi degli aspetti di compulsione, inizialmente più evidenti, per poi arrivare alle ossessioni che man mano si manifestano in modo più chiaro: esattamente come spesso avviene in terapia, i provvedimenti comportamentali si presentano e vengono esibiti più facilmente.
Per esempio, una delle protagoniste ripete in modo ritualistico il segno della croce ma, solo dopo aver costruito con gli altri un rapporto di fiducia, riesce a confidare al gruppo di avere “pensieri cattivi e indesiderati”.
Si assiste dunque alla rappresentazione del DOC nelle sue diverse sfaccettature: dal timore della contaminazione con lavaggi ripetuti e prolungati, al sotto-tipo da ordine e simmetria, alla compulsione per i calcoli, oltre che alle ossessioni aggressive e ai pensieri etero-aggressivi a cui corrispondono compulsioni di controllo e di tipo religioso.
C’è chi teme di aver dimenticato le chiavi di casa o di non aver chiuso i rubinetti, chi non può camminare su linee che non siano simmetriche e chi deve necessariamente ripetere le frasi almeno due volte, o fare calcoli continui e incessanti.
Il confidare agli altri le proprie paure e ossessioni gradualmente sembra illustrare allo spettatore il vissuto secondario di vergogna che spesso si riscontra nella pratica clinica, oltre che il timore di poter essere giudicati come matti o strani.
Seppure sotto forma di commedia, il regista illustra le tecniche di esposizione con prevenzione delle risposte come metodo terapeutico capace di attivare un processo di cambiamento nel paziente, promuovendo orgoglio e gioia, quando si riesce a tollerare il contatto con la fonte e lo scenario fobico anche per pochi minuti
I protagonisti affrontano il loro problema sostenuti da una dinamica di gruppo, si alleano nelle loro debolezze e ossessioni.
Questo tipo di situazione sembra promuovere in qualche modo una capacità di decentramento da se stessi sino a determinare una partecipazione verso la sofferenza dell’altro, mettendo da parte l’egocentrismo generato dal sintomo.
Tale raffigurazione andrebbe a confermare come l’isolamento, che spesso accompagna il disordine ossessivo, sia in qualche modo un fattore di mantenimento del problema presentato, mentre lo scambio e la condivisione andrebbero a costituirsi in quanto fattori di protezione rispetto all’evoluzione del disturbo.
Appena si innesca, fra i diversi clienti, un clima emotivo e affettivo, la tragedia personale sembra passare in secondo piano.
L’aspetto di rassicurazione, alle volte fuorviante nel percorso psicoterapico classico, quando operato dal terapeuta viene in questo caso offerto da un gruppo che si lega in modo altruistico con empatia e determinazione.
Questo film sembra stimolare osservazioni circa la possibilità di pensare alla terapia di gruppo come “setting” di potenziamento a quello individuale nel trattamento de DOC, come fonte ulteriore di sostegno e confronto.
Sollecita considerazioni cliniche, rappresenta i momenti espositivi e potrebbe essere condivisibile con i pazienti in una fase avanzata della terapia in cui è già stato trattato lo stato acuto di sofferenza, al fine di stimolare processi di accettazione e de-catastrofizzazione.

Se vado a scuola mamma muore

di Monica Mercuriu

Intervenire sul Disturbo di ansia da separazione del bambino

Giulio, nove anni, è a scuola ma è preoccupato. Inizia a sentire caldo, il cuore batte forte, troppo forte, ha i crampi allo stomaco e non riesce a deglutire. I pensieri sono tutti per la sua mamma: “Se le succede qualcosa? Io non sono a casa, non posso aiutarla… E se va al supermercato e fa un incidente? Potrebbe morire… Sono sicuro che morirà”. Giulio inizia a chiedere alle maestre di poter chiamare la madre, scoppia in lacrime, le maestre non riescono a rassicurarlo che va tutto bene; Giulio vuole vedere la madre e, puntualmente, alle 10.00 va via da scuola.

I bambini come Giulio sono affetti da Disturbo di ansia da separazione, classificato dall’ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM5) all’interno dei Disturbi d’ansia. Questo disturbo, infatti, è caratterizzato da un’ansia eccessiva del bambino quando deve separarsi da una figura familiare. Il livello d’ansia è inadeguato rispetto all’età e al livello di sviluppo raggiunto dal bambino stesso e non va confuso con il normale grado di ansia sperimentato dai bambini in età prescolare nei confronti di separazioni reali o temute. Questo disturbo può insorgere precocemente prima dei sei anni, più comunemente durante il periodo scolare e fino ai 18 anni; per porre una diagnosi deve persistere per almeno quattro settimane e non soddisfare i criteri per un disturbo diverso (spettro autistico, schizofrenia, o altri disturbi psicotici).

Le caratteristiche fenomenologiche del Disturbo d’ansia da separazione sono la preoccupazione eccessiva per incidenti che possono capitare a persone care, la paura che vadano e via e non tornino, l’ansia che qualche evento negativo o sfavorevole (smarrimento, rapimento), vissuto come estremamente possibile e reale, possa separare il bambino da persone care.

Pertanto, spesso questi bambini presentano estrema riluttanza ad andare a scuola per paura della separazione, poiché il tempo trascorso distante dalle figure di riferimento è maggiore rispetto ad un’altra qualsiasi attività, come lo sport ad esempio. Sono bambini che difficilmente stanno da soli a casa durante il giorno, anche per pochi minuti, non vanno a dormire senza la presenza dell’adulto e non dormono fuori casa, rinunciando spesso agli inviti dei compagni di classe o a occasioni come le gite scolastiche.

Possono essere presenti brutti sogni, incubi ricorrenti unitamente alla comparsa frequente di sintomi somatici (nausea, vomito, mal di pancia) quando si verifica la separazione ed eccessiva sofferenza (ansia, pianto, collera, tristezza, apatia e ritiro sociale).

Le ricerche su queste disturbo mettono in luce come possano essere presenti dei fattori predisponenti allo sviluppo di un disturbo d’ansia da separazione, quando ad esempio, nella famiglia si sono verificati lutti, malattie gravi di uno dei genitori o lunghe ospedalizzazioni, oppure un cambiamento di residenza o di stato.

Tra i fattori precipitanti, quelli che concorrono all’esordio del disturbo e allo scompenso del bambino sono: pattern di comportamento familiare legate all’ambiguità; genitori che “imbrogliano” i loro figli quando si devono allontanare, con la convinzione che se non vengono visti il bambino piange o protesta di meno, mentre questo atteggiamento alimenta insicurezza, ambiguità e rinforza l’ansia del piccolo; elevata conflittualità all’interno della coppia; presenza di un disturbo d’ansia in uno dei due genitori.
Può capitare che la solitudine non sia una situazione ben gestita da uno dei genitori e che questi possa rimandare al bambino l’idea di non voler stare solo, che è preferibile che lui stia a casa; oppure un genitore ansioso può trasmettere al proprio figlio la convinzione che il mondo sia pericoloso, che potrebbe accadere qualcosa di brutto se si allontana dal nucleo famigliare. Questi e altri fattori contribuiscono a stabilizzare il nucleo ansioso del bambino che, di conseguenza, tenderà a evitare sistematicamente tutte le situazioni che potrebbero mettere in pericolo lui e la sua famiglia.

Nei protocolli d’intervento CBT, oltre al lavoro con il bambino, si consiglia ampiamente il coinvolgimento dei genitori nel processo terapeutico, con lo scopo di favorire la comprensione delle dinamiche interpersonali che si sono create attorno al disturbo, mettere in luce i fattori di mantenimento e utilizzare strategie funzionali per accompagnare il bambino nel lavoro terapeutico.

Sexsomnia: una nuova parasonnia?

di Niccolò Varrucciu

Compiere un atto sessuale senza avere il pieno controllo della propria azione è possibile?

Secondo la più recente classificazione dei disturbi del sonno, le parasonnie rappresentano un gruppo ampio ed eterogeneo di disturbi del sonno che consistono in “manifestazioni indesiderate che accompagnano il sonno e che spesso sembrano finalizzate al raggiungimento di un obiettivo. In alcuni casi possono causare traumi e disturbare il sonno”.

Mentre le parasonnie sono considerate normali nei bambini, dove la prevalenza è relativamente alta (> 15%), negli adulti possono essere indicative di una psicopatologia e la prevalenza è relativamente bassa (> 6%). I più comuni fattori precipitanti del comportamento parasomnico negli adulti sono lo stress, la privazione del sonno e il consumo di alcol o droghe.

Le diverse forme di parasonnia vengono classificate in base alla loro occorrenza durante le diverse fasi del sonno:

  1. Parasonnie del sonno NREM (disordini dell’arousal);
  2. Parasonnie solitamente associate al sonno REM;
  3. Altre parasonnie.

Le parasonnie del sonno NREM si verificano soprattutto durante la fase di “sonno profondo”, che appare maggiormente rappresentato nella prima parte della notte.

Un episodio mediamente dura qualche minuto ma la sua durata può essere molto variabile, fino anche a 30 minuti. Solitamente le parasonnie del sonno NREM insorgono in età infantile (probabilmente per l’alta rappresentazione del sonno profondo durante tale fase della vita) e tendono a ridursi o scomparire con l’età adulta. Spesso esiste una familiarità per tali episodi, che possono essere scatenati da alcuni fattori quali la deprivazione di sonno, cicli sonno-veglia irregolari, febbre, infezioni, alcol, alcuni farmaci e altri disturbi del sonno tra cui le apnee notturne. Generalmente le persone non conservano alcun ricordo dell’episodio.

Si distinguono tre differenti tipi di manifestazioni che, secondo le più recenti teorie, rappresentano un continuum dello stesso fenomeno, con diversi gradi di complessità.

  • Risvegli confusionali, episodi di risveglio parziale non associati a deambulazione o disturbi autonomici;
  • Sonnanbulismo, episodi caratterizzati da comportamenti automatici più o meno complessi, finalistici o afinalistici (come camminare, mangiare, bere, uscire di casa…);
  • Terrori Notturni, episodi di risveglio parziale, spesso a esordio improvviso, con espressione di terrore, intensa agitazione, sudorazione, pallore, respiro affannoso, tachicardia.

Tra le parasonnie della fase NREM si è fatta strada la Sexsomnia, descritta recentemente da Colin Shapiro, direttore dell’Istituto di neuropsichiatria e della clinica Sleep and Alertness al Western Hospital di Toronto, come un disturbo del comportamento sessuale agito durante il sonno. Nello specifico, rappresenterebbe una particolare situazione di sonnambulismo in cui si mette in atto un’attività di natura sessuale.

Già nel 1997 Shapiro e collaboratori avevano notato come una percentuale variabile tra il 2% e il 10% dei casi di violenza sessuale fossero agiti su vittime addormentate. Tra le motivazioni riportate si ritrovano l’adempimento di fantasie sadiche o parafiliche, l’opportunismo sessuale e il comportamento sessuale perpetrato dall’abusante durante il sonno.

Le caratteristiche principali della Sexsomnia, al contrario del sonnambulismo, includono frequente eccitazione sessuale (per esempio, erezione, lubrificazione vaginale, eiaculazione, sudorazione, risposta cardiorespiratoria), attivazione autonoma diffusa, insorgenza in qualsiasi momento della notte, durata fino a 30 minuti, violenza verbale o fisica, intensa agitazione motoria e prevalenza nell’età adulta.

Da un punto di vista neuroanatomico, molti neuroni sottocorticali e corticali sono effettivamente inattivi durante il sonno. Tuttavia, la formazione reticolare e le strutture ippocampali, ad esempio, reagiranno anche durante il sonno qualsiasi stimolo esterno, iniziando il movimento per preservare l’integrità del corpo.

Inoltre, una buona misura del funzionamento primario e secondario (di ordine superiore) viene preservata durante il sonno, il che può dare l’impressione che, durante un episodio parasomnico, esista qualcosa che potrebbe essere visto come atto intenzionale. Tuttavia, una persona che sta vivendo un evento parasomnico non ha un cervello completamente “risvegliato”: alcune delle strutture corticali, come quelle responsabili della memorizzazione e dell’apprendimento o quelle che ci aiutano a distinguere gli eventi sognati dalla realtà oggettiva, rimangono inattive, rendendo alcune delle funzioni di ordine superiore, inclusa la coscienza, compromessa.

Per esempio, una persona con parasonnia può camminare, azionare un veicolo a motore, mangiare, compiere un atto sessuale o addirittura uccidere senza avere il pieno controllo della sua azione. Ciò implica che la veglia e il sonno possano verificarsi in modo frammentato e pertanto concomitanti. Il risultato è un comportamento autonomico motorio complesso, privo di controllo e intenzionalità.

È possibile che tale comportamento sia multiforme nella sua eziologia. Dal punto di vista neurofisiologico, si deve considerare la possibilità di un substrato neurologico, come l’epilessia o una lesione cerebrale, una reazione all’assunzione di sostanze tossiche (alcol o droghe), o una malattia neurodegenerativa, così come ereditarietà genetica e un passato caratterizzato da abuso fisico e sessuale. Recenti studi hanno dimostrato che alcuni dei comportamenti motori complessi, come notturni episodici, distonia parossistica e arousali parossistici, rappresentano una forma di crisi notturna con correlazioni.

A certificare l’importanza del fenomeno, la Sexsomnia è stata ufficialmente inserita nella classificazione internazionale dei disturbi del sonno e nel DSM 5. Per testare se una data situazione sia dovuta a un caso di Sexsomnia, i clinici dispongono di una serie di strumenti diagnostici quali i registri del sonno, le valutazioni cliniche, oltre alla polisonnografia, l’actigrafia e l’EEG. Ciò a delineare la difficoltà d’individuare un quadro clinico così complesso, non solo spesso non diagnosticato, ma addirittura sconosciuto.

Dal punto di vista legale, “la capacità di un dormitore di controllare volontariamente anche un comportamento complesso è gravemente limitata o non disponibile”.

La questione della responsabilità legale può sorgere se i pazienti rifiutano il trattamento e si espongono ripetutamente a fattori e situazioni che possono indurre la Sexsomnia.

Il trattamento risulta tanto complesso quanto la diagnosi, risultando in una combinazione di farmaci e psicoterapia che da un lato regolarizzino il ciclo sonno-veglia, diminuendo la possibilità d’insorgenza di tali condizioni, e dall’altro aiutino nella gestione delle emozioni negative derivanti dall’agire questi comportamenti. A questi vanno aggiunti dei cambiamenti nello stile di vita, in modo da ridurre significativamente la probabilità d’insorgenza di questi episodi.

 

Per approfondimenti:

Shapiro CM, McCall-Smith A. Forensic aspects of sleep. London (UK): John Wiley and Sons; 1997.

Shapiro CM, Fedoroff JP, Trajanovic NN. Sexual behaviour in sleep—a newly described parasomnia. Sleep Res 1996;25:367. Abstract.

1Wong KE. Masturbation during sleep: a somnambulistic variant? Singapore Med J 1986;27:542–3.

Fenwick P. Sleep and sexual offending. Med Sci Law 1996;36:122–34.

 

Ai soli non si addice l’intimità

di Caterina Parisio

Viaggio nella non appartenenza attraverso le canzoni di Giorgio Gaber

Nell’addentrarsi nella psicologia dei pazienti con funzionamento evitante di personalità, spesso si approda a persone simili a “spettri”, abitanti di un mondo al quale non appartengono, dove assumono ruoli di osservatori piuttosto che di attori.

L’esperienza di estraneità e non appartenenza è centrale nel determinare e mantenere la dinamica di tale disturbo: dolorosamente inibito nel contatto sociale, pervaso da una sensazione costante di inadeguatezza, timoroso davanti al giudizio negativo, estraneo nei rapporti, non riesce a provare un pieno e appagante senso di condivisione e di appartenenza.

“I soli e le sole non hanno ideologie a parte una strana avversione per il numero due. Senza nessuna appartenenza […] Ai soli non si addice l’intimità”, cantava Giorgio Gaber nel brano “I soli”: una sorta di criterio diagnostico in musica.

Analizzando le variazioni dei vari sistemi nosografici, ad oggi si può definire il Disturbo Evitante di Personalità come il disturbo dell’intimità, dove forte è il desiderio di stabilire relazioni strette, all’interno delle quali, però, ci si sente esclusi.

“Ai soli non si addice il quieto vivere sereno; qualche volta è una scelta qualche volta un po’ meno”: gli evitanti collegano il senso di inadeguatezza che vivono nella relazione all’aspettativa di essere rifiutati o giudicati negativamente, ne consegue la tendenza ad evitare, fuggire i rapporti con gli altri.

L’evitamento, appunto, allevia stati d’animo negativi elicitati dalla rappresentazione di relazioni intime come problematiche. Il desiderio di affetto si accompagna a una costante paura del rifiuto, di qui il ritiro in una solitudine vissuta come tristezza: “allenarsi a sorridere per nascondere la fatica”.

In un altro testo, “Canzone della non appartenenza”, Gaber parla di un’intesa con l’universo mai appieno raggiunta: “quando non c’è nessuna appartenenza la mia normale, la mia sola verità è una gran dose di egoismo magari un po’ attenuato da un vago amore per l’umanità”.

La capacità di percepire un sentimento d’appartenenza a un gruppo sociale è una delle funzioni basiche della personalità normale. Il senso soggettivo d’appartenenza si basa sulla convinzione di condividere qualcosa con altri membri di un gruppo: scopi, valori, interessi, esperienze, ricordi. “L’appartenenza – come diceva Gaber – è un’esigenza che si avverte a poco a poco; si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo. È quella forza che prepara al grande salto decisivo, che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti in cui ti senti ancora vivo”.

La mancanza di appartenenza costituisce altresì una deprivazione che è fonte di disagio.

L’analisi di trascritti di sedute di pazienti con Disturbo Narcisistico e Evitante di Personalità ha suggerito che, almeno in questi disturbi, l’esperienza di non appartenenza sia pervasiva e influenzi il quadro psicopatologico: nei pazienti, la percezione di diversità è fondamentale proprio come nei soli di Giorgio Gaber, descritti come “individui strani, con il gusto di sentirsi soli fuori dagli schemi”. L’anima del solo, come suggerisce il cantautore nella “Canzone della non appartenenza”, “è vuota e non è abitata” se non da lui stesso: “non so bene da quando l’amore per il mondo mi sembra un paradosso”, confessa il protagonista del brano.

L’evitante, nello specifico, ha una rappresentazione di diversità o inadeguatezza personale che vive come uno stato di fatto, più o meno doloroso, una realtà con cui confrontarsi nella vita; ha la percezione stabile dell’impossibilità a condividere e appartenere al mondo relazionale e sociale.

In condizioni in cui si sente al sicuro (isolamento, famiglia, casa), tali rappresentazioni e le sensazioni che lo accompagnano rimangono in genere sullo sfondo. Prevale, invece, una sensazione di solitudine, estraneità e lontananza dal mondo che, alla lunga, conduce il soggetto evitante a cercare il contatto con gli altri: “non mi consola l’abitudine a questa mia forzata solitudine; io non pretendo il mondo intero, vorrei soltanto un luogo un posto più sincero dove magari un giorno molto presto io finalmente possa dire questo è il mio posto”.

È pur vero che, la percezione di inadeguatezza o diversità tende a riacutizzarsi a partire dal confronto sociale e dalla percezione di emozioni negative di esclusione, impaccio, vergogna.

In merito al trattamento sul Disturbo Evitante di Personalità, all’individuazione di stati mentali problematici e alla gestione di cicli interpersonali, molti sono i manuali presenti in letteratura. In questo excursus musicale-psicopatologico, Giorgio Gaber fornisce, in prosa, una sua risposta che può costituire un inizio per una presa di coscienza di un malessere e la spinta verso un percorso di cambiamento: “Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi”.

 Per approfondimenti:

Giancarlo Di Maggio, Antonio Semerari (2003), I Disturbi di Personalità. Modelli e Trattamento. Ed. Laterza.

La quiete dentro la tempesta

di Elena Bilotta

Una pratica di mindfulness per rallentare pensieri e impulsività nei momenti difficili

Quando si soffre, si è portati a immaginare che dolore, rabbia, paura, tristezza non avranno mai fine e che non sarà possibile ritornare alla normalità fino a quando non si farà qualcosa affinché la “tempesta emotiva” passi. Ciò che accade in quei momenti di alta intensità emotiva è una completa “fusione” della persona con ciò che pensa e prova, e una maggiore tendenza ad agire impulsivamente. Si interpretano con più facilità i propri pensieri come fatti e, di conseguenza, si agisce esclusivamente sulla base di essi. Dopo che la tempesta emotiva passa, però, ci si accorge che quegli stessi pensieri appaiono meno travolgenti perché l’emozione si è attenuata. Ci si pente così di ciò che si è fatto trascinati dall’emozione, perché magari quell’azione ritenuta salvifica ha causato un ulteriore problema.
Facciamo un esempio: Michela si trova fuori città per un importante impegno di lavoro e sente molto la mancanza di suo marito Lorenzo. Per questo prova a contattarlo per telefono più volte durante la mattinata, ma lui non risponde. “Gli sarà successo qualcosa di grave…”, pensa, e inizia a provare una forte ansia che si trasforma in paura nel giro di pochi secondi, mano a mano che le sue chiamate continuano a non trovare risposta: “Non è possibile che non risponda… Sicuramente avrà avuto un incidente!”, pensa. “Se fossi a casa potrei aiutarlo in qualche modo… Invece da qui sono impotente!”. I pensieri nella testa di Michela si moltiplicano e sono tutti di natura catastrofica, il suo corpo risponde agitandosi e lei non è in grado di vedere che in realtà non vi sono dei fatti concreti dietro il suo rimuginio. Michela è dentro un circolo vizioso. A questo punto, sull’onda della tempesta emotiva nella quale si trova, prende il primo biglietto per tornare a casa, rinunciando al suo impegno di lavoro importante. “Devo tornare subito a casa per capire cosa è successo!”, pensa, e fugge senza dare spiegazioni a nessuno. Sul treno riceve una chiamata dal marito che, vivo e vegeto, le spiega di aver dimenticato il suo telefono a casa e di essere rientrato nella pausa pranzo per recuperarlo. A quel punto Michela prova sollievo e felicità all’idea che suo marito stia bene e non gli sia accaduto niente, ma si rende conto di aver agito d’impulso e di aver anche perso un’occasione lavorativa. Entra in uno stato di tristezza da fallimento e inefficacia. In questo stato farà rientro a casa.
Quello di cui Michela aveva bisogno in quel momento era riconoscere di essere dentro uno stato mentale problematico, dentro una tempesta emotiva, appunto, e fermarsi. Se si fosse fermata e avesse riconosciuto di provare ansia e paura e di star facendo dei pensieri catastrofici, forse avrebbe potuto riconoscere la preoccupazione che tipicamente la assale quando si allontana da casa e dagli affetti, e avrebbe potuto così rallentare la sequenza dei pensieri e l’impulsività. In quel momento, però, Michela pensava di non avere altra scelta se non quella di tornare immediatamente a casa.
Cosa avrebbe potuto fare Michela per non essere travolta dalle emozioni? Fermarsi e ritornare al respiro può aiutare a recuperare quello spazio “neutrale” di cui si ha bisogno per riconnettersi con la propria libertà di scegliere cosa fare e come farlo, anche quando si è nel mezzo di una tempesta emotiva.
Se ti capita di ritrovarti dentro una “tempesta emotiva”, puoi provare a rallentare la velocità con la quale la tua mente viaggia e il tuo corpo risponde, ritornando al respiro con una pratica di mindfulness. Chiudi gli occhi e osserva il tuo corpo: che sensazioni stai provando? Riconnettiti con il tuo respiro a livello della pancia. Osserva l’addome che si alza e si abbassa al passaggio dell’aria. Se il respiro non è tranquillo, non ti allarmare, è normale che non lo sia quando sei dentro una tempesta! Lentamente, cambierà. Osserva la tua mente: a cosa stai pensando? Ricorda che i pensieri non sono fatti e che nei momenti di maggiore intensità emotiva pensiamo che stiano per accadere proprio le cose che più temiamo. Osserva l’emozione del momento. Che cosa stai provando? Continua a respirare e immagina di essere dentro una casa: quando fuori c’è la tempesta tutte le finestre e le porte vengono chiuse per non farle sbattere col vento e per non far entrare la pioggia. Anche tu, quando sei dentro una tempesta fatta di emozioni, hai bisogno di chiudere porte e finestre e tornare al centro della tua casa, il tuo respiro. Ripeti questa semplice pratica senza agire, continua a rallentare e solo dopo che avrai rallentato, solo allora, scegli cosa fare. Potrai sperimentare come a volte scelta più saggia sia non fare nulla.

Il lato oscuro dell’altruismo

di Maurizio Brasini

Quando i buoni sono ingiusti

Nel libro “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino, quando il Visconte Medardo di Terralba viene diviso in due da un colpo di cannone, inizialmente sembra sia sopravvissuta solo la parte cattiva: il “Gramo”. Il Gramo è privo di empatia, crudele e spietato, e getta la popolazione di Terralba nel terrore. Ma quando ricompare l’altra metà del Visconte, il “Buono”, si scopre che questa parte animata da intenti compassionevoli e altruistici finisce per fare altrettanti danni della sua metà crudele.

Alcune recenti ricerche sembrano dare ragione all’intuizione di Italo Calvino e suggerire che un’attitudine altruista ed empatica non sempre ci conduca alle decisioni migliori per il bene del nostro prossimo. Uno dei possibili motivi è che bontà d’animo e giustizia non sempre coincidono.

Vediamo come affrontano la questione gli studiosi. Il metodo forse più utilizzato dai ricercatori per valutare i comportamenti altruistici si chiama “gioco del dittatore”: si assegna una certa somma di denaro a un individuo e gli si dice che può suddividerla come vuole con un altro partecipante, che non potrà fare altro se non accettare la sua decisione; la somma assegnata all’altro può essere considerata una misura dell’altruismo di quell’individuo. Grazie a esperimenti come questo, l’idea che gli uomini agiscano esclusivamente in base al proprio interesse è stata sorpassata a favore di una visione in cui gli uomini tengono conto dei propri simili. Più complicato è stabilire quali motivazioni, quali leve spingano gli esseri umani a tener conto delle esigenze degli altri. Nel gioco del dittatore, per esempio, un individuo potrebbe cedere una parte del denaro perché gli sembra una cosa più equa, o perché si dispiace che l’altro rimanga senza niente, o perché donare una parte della somma lo fa sentire d’animo più nobile, solo per fare alcuni esempi di differenti leve morali sottostanti ai comportamenti altruistici.

Consideriamo ora una variante del gioco del dittatore, in cui prima di chiedere al nostro partecipante di suddividere la somma, facciamo in modo che si senta in colpa nei confronti dell’altro partecipante (che in genere è un complice dello sperimentatore). È stato dimostrato che, prevedibilmente, il senso di colpa fa aumentare la somma di denaro concessa all’altro, per una sorta di effetto di risarcimento. Ma facciamo ancora un passo avanti: cosa succede se il nostro soggetto sperimentale deve suddividere la somma con altri due partecipanti e si sente in colpa verso uno dei due? Anche questo è prevedibile, ed è stato dimostrato: si tenderà a favorire la persona verso la quale ci sentiamo in colpa, a discapito dell’altro. Ecco un chiaro esempio di come si possa essere buoni e ingiusti al tempo stesso.

È stato anche dimostrato che nelle persone animate da motivazioni di tipo empatico (la sensibilità alla sofferenza della “vittima” verso cui siamo colpevoli) aumenta questo effetto di distribuzione iniqua del denaro, mentre le persone motivate più in senso egalitario (sensibili a temi di equità e giustizia) tendono a bilanciare maggiormente le somme assegnate agli altri partecipanti.

Un’ipotesi esplicativa di questo fenomeno può essere ricavata dalla teoria evoluzionistica. La sensibilità alla sofferenza dei nostri simili è la base su cui sono fondati i comportamenti di cura della prole, ed è probabile che su questa stessa base si costruiscano forme più articolate e raffinate di moralità; per citare Darwin: “Qualunque animale, dotato di pronunciati istinti sociali, ivi inclusi i sentimenti parentali e filiali, acquisirà inevitabilmente un senso morale ovvero una coscienza non appena le sue facoltà intellettive si saranno sviluppate come nell’uomo”. D’altro canto, è naturale che questa forma di attenzione ai bisogni degli altri sia selettiva e non equamente distribuita: mentre il senso di giustizia e di equità ci invita a porre tutti gli altri sullo stesso piano, l’empatia ci porta a fare distinzioni a favore dei “nostri”.

 

Per approfondimenti:

Darwin, “The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex”, 1871 cap. IV. Trad. it.. Newton Compton Editori, 2011).

De Hooge, I. E., Nelissen, R., Breugelmans, S. M., & Zeelenberg, M. (2011). What is moral about guilt? Acting “prosocially” at the disadvantage of others. Journal of Personality and Social Psychology, 100, 462–473.

Feng, Q., Xu, Y., Xu, R., Zhang, E. (2017). Moral foundations tell us why guilt induces unfair allocation in multi‐party interactions. Asian Journal of Social Psychology, 20(3-4), 191-200.