Violenza: in Italia è colpa della donna

di Teresa Vigilante a cura di Erica Pugliese

Il pregiudizio che condanna le donne come responsabili delle violenze subite e l’urgenza di un modello di intervento per combattere il fenomeno della violenza di genere

In occasione del 25 novembre 2019, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) ha raccolto e divulgato dati relativi agli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale. Tale report ha evidenziato dati allarmanti sulla persistenza del pregiudizio che condanna la donna come principale responsabile delle violenze subite: 

  • il 39,3% della popolazione sostiene che la donna, con la sua volontà, sarebbe in grado di sottrarsi alla violenza sessuale;
  • il 23,9% ritiene che siano le donne a provocare la violenza sessuale a causa del loro modo di vestire;
  • il 15,1% reputa le donne parzialmente responsabili nel subire violenze sessuali quando sono sotto l’effetto di alcol o droghe;
  • il 13,6% della popolazione giustifica la violenza nelle relazioni intime come conseguenza di comportamenti civettuoli delle donne verso un altro uomo. 

Da un’analisi approfondita emergono convinzioni tipo: “è accettabile che un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha flirtato con un altro uomo”, “in una coppia può scappare uno schiaffo ogni tanto”. E accuse ancor più gravi come: “di fronte a una proposta sessuale, le donne spesso dicono ‘no’ ma in realtà intendono sì”.

Per gli italiani, inoltre, è ritenuto normale e accettabile il controllo che alcuni uomini pretendono di avere sulla vita della loro partner, violandone il diritto inestimabile di libertà. Riguardo quest’ultimo punto e, quindi, sul perché alcuni sono violenti con le proprie compagne, sono emersi dati agghiaccianti:

  • Il 77,7% degli italiani sostiene che le donne siano oggetti di proprietà; il 75% sostiene che le donne che subiscono violenza fanno abuso di alcol e di stupefacenti;
  • il 75% sostiene che le donne che subiscono violenza fanno abuso di alcol e di stupefacenti;
  • un altro 75% afferma che gli uomini usano la violenza perché sentono il bisogno di sentirsi superiori alla propria compagna, una credenza che trova riscontro in aggiuntivi stereotipi di genere secondo cui “spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia” (8,8%), “il successo nel lavoro è più importante per l’uomo che per la donna” (32,5%), “l’uomo deve provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%), “gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%).

Nel 2018, delle 133 donne uccise, l’81,2% è stata uccisa da una persona conosciuta. In particolare, in più della metà dei casi (54,9%) la donna è stata uccisa dal partner attuale o dal precedente.

Questi dati sollevano l’emergenza di un intervento sul fenomeno della violenza di genere nel nostro Paese, che non possa esimersi dal considerare anche aspetti culturali. Colpevolizzare la donna è una forma di violenza secondaria e allontana dal diritto legittimo di sottrarsi a una relazione violenta, rendendo sempre più difficoltosa la possibilità di uscire da una relazione pericolosa. Erica Pugliese, Angelo Saliani e Francesco Mancini, psicoterapeuti dell’Associazione di Psicologia Cognitiva, affermano che le vittime di violenza vivono una condizione di dipendenza affettiva patologica che si caratterizza per la tendenza a sovrainvestire nella relazione anche quando il legame con il partner ha conseguenze sulla salute psicologica e fisica della persona o quando è la vita dei propri cari a essere in pericolo. Queste relazioni si distinguono, inoltre, per il tentativo, da parte del dipendente affettivo, di amare o salvare qualcuno emotivamente fragile e irraggiungibile che il più delle volte finirà per maltrattare il partner. La maggior parte delle vittime di violenza riferisce, infatti, la presenza di un conflitto intrapsichico di scopi, per esempio, tra il voler andare via e il voler restare, tra il voler riprendere in mano la propria vita e il non riuscire a rinunciare all’altro, e che questo continuo oscillare senza soluzione è mantenuto molto spesso dal senso di colpa come se, nella percezione della vittima, la violenza ricevuta non fosse un atto ingiustificabile del partner ma una propria responsabilità.

Una cultura, come quella italiana, che rafforza questa credenza e non supporta la donna, non le permette di salvarsi, anzi la imprigiona nello stereotipo di chi quelle botte e quel dolore se l’è pure cercato. L’implementazione di un modello teorico e d’intervento, in chiave cognitivista, che esplica il funzionamento psico-patologico dalla dipendenza affettiva e che scagiona finalmente, dal punto di vista scientifico, la vittima da credenze patogene su eventuali responsabilità, potrebbe contribuire alla sensibilizzazione di tale fenomeno e alla riduzione degli stereotipi di genere, rendendo chiaro il concetto che subire violenza non è una scelta. 

Se sei vittima di violenza, non è colpa tua. Chiedi aiuto, rompere il silenzio è il primo passo per riprenderti la tua vita.

Per approfondimenti:

Pugliese E., Saliani A.M., Mancini F., “Un modello cognitivo delle dipendenze affettive patologiche”. Psicobiettivo 1/2019, 43-58, doi:10.3280/PSOB2019-001005
http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2019/11/25/violenza-sulle-donne-la-colpa-e-loro.-per- 239-la-causa-e-il-modo-di-vestire-_96ac3818-2341-42d8-87ca-9f9e3a7b29ca.html
https://www.istat.it/it/archivio/235994

Stare male. Farsi male

di Miriam Miraldi

Il dolore fisico come tentativo di soluzione al dolore emotivo tra gli adolescenti

Negli ultimi anni, se da una parte i dati sul suicidio, seconda causa di morte nei giovani, hanno mostrato un generale calo, dall’altra sono invece aumentati i comportamenti autolesivi, ovvero di aggressione diretta verso di sé, attraverso tagli, bruciature, ferite.

Secondo uno studio del 2017 dell’Osservatorio Nazionale per l’adolescenza, due giovani su dieci hanno questo tipo di esperienza. Alcuni studi rilevano maggiore frequenza nelle ragazze, altri sembrano invece non rilevare significative differenze tra ragazzi e ragazze nella frequenza, piuttosto le differenze di genere sono più evidenti nelle modalità: mentre le ragazze utilizzano maggiormente il cutting o il tagliarsi, attraverso l’uso di lamette o altri materiali come pezzi di vetro,  i ragazzi tendono a utilizzare prevalentemente colpi autoinferti  o bruciature, per esempio di sigaretta o con accendini. I dati possono essere sottostimati in quanto tali comportamenti vengono agiti segretamente e possono essere accompagnati anche da vergogna e colpa, contrastando il diffuso malinteso che l’autolesionismo sia prevalentemente una forma di ricerca di attenzioni.

Solitamente il primo episodio avviene tra i 13 e i 14 anni, tuttavia si osservano alcune più rare situazioni anche in età precedente; in ogni caso si tratta generalmente di giovani che riportano caratteristiche associate al disagio emotivo come la forte autocritica, la depressione, l’ansia e la disregolazione delle emozioni. Inoltre, la letteratura indica che questi fenomeni si associano ad altri tipi di comportamenti autodistruttivi, come le difficoltà legate all’alimentazione e l’abuso di sostanze.

La ricercatrice americana Jennifer Muehlenkamp, in una recente analisi sul tema, condotta insieme ai suoi colleghi, ha evidenziato come nella letteratura scientifica il termine “autolesionismo intenzionale” o “auto-danneggiamento intenzionale” (DSH, deliberate self-harm) viene spesso impiegato come un termine più comprensivo per comportamenti autolesionistici, con o senza intenzionalità suicidaria, che hanno esiti non fatali; questa espressione tende a essere utilizzato principalmente nei paesi europei. Al contrario, molti studi pubblicati da ricercatori del Canada e degli Stati Uniti utilizzano “autolesionismo non suicidario“ (NSSI, non-suicidal self injury) per intendere l’aggressività deliberata e autoinflitta al proprio corpo, senza intento suicidario. In quest’ultima accezione, l’autolesionismo è riconosciuto anche come disturbo specifico nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5). Uno dei criteri diagnostici, in particolare, sottolinea anche l’aspetto “motivazionale”, per cui si osserva che l’individuo è coinvolto in attività autolesionistiche con una o più delle seguenti aspettative: ottenere sollievo da una sensazione o uno stato cognitivo negativi;  risolvere una difficoltà interpersonale; indurre una sensazione positiva.

L’autolesionismo può associarsi a diverse condizioni psicopatologiche, è positivamente correlato al suicidio, e assolve a differenti funzioni sia interpersonali che intrapersonali; lo si riscontra in particolare tra i giovani affetti da disturbi ansioso-depressivi e in coloro i quali mostrano alti livelli di disregolazione emotiva, caratterizzata da marcati e repentini cambiamenti dell’umore.

Ma perché i giovani e giovanissimi attivano tali comportamenti?

Le emozioni costituiscono un potente trigger e l’autolesionismo può essere al servizio di vari scopi: può servire per esprimere rabbia autodiretta o disgusto verso di sé, per punirsi o espiare una colpa, per porre fine a momenti di dissociazione o depersonalizzazione (dovuti per esempio a traumi o abusi); in generale, comunque, viene per lo più eseguito per “dare sollievo”, per alleviare – seppur solo temporaneamente – intense emozioni negative e per interrompere stati mentali indesiderati di frustrazione, solitudine, tristezza, distacco, angoscia o vuoto. Le condotte autolesionistiche consentono di spostare l’attenzione sul dolore fisico, non occupandosi di quello emotivo da cui, di fatto, originano. Anche da un punto di vista psicofisiologico, diverse ricerche sostengono l’ipotesi per cui esso eserciti la funzione di “regolatore delle emozioni”, in quanto si riscontra un abbassamento dell’arousal durante e dopo la messa in atto comportamenti autolesivi, che avrebbero dunque un potere “calmante”; questi studi derivano per lo più dalla teoria di Marsha Linehan sulla disregolazione emotiva nel Disturbo borderline di personalità, e sostengono che l’autolesionismo sia quindi una strategia di coping, ovvero di fronteggiamento delle situazioni emotivamente stressanti, per quanto chiaramente maladattiva. Il fatto che tale strategia in qualche modo “funzioni”, inducendo stati positivi, può attivare un circolo vizioso di mantenimento, favorendo la reiterazione di tali comportamenti.

Per approfondimenti

Muehlenkamp, J. J., Claes, L., Havertape, L., & Plener, P. L. (2012). International prevalence of adolescent non-suicidal self-injury and deliberate self-harm. Child and adolescent psychiatry and mental health6(1), 10.

Linehan M.M. (2011). Trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline. Il modello dialettico. Raffaello Cortina Editore.

Klonsky E.D., Victor, S.E e Boaz Y.S. (2014). Nonsuicidal Self-Injury: What we know and what we need to know. The Canadian Journal of Psychiatry, 59(11), 565-568.

Andover M.S., Morris B.W., (2014). Expanding and Clarifying the Role of Emotion Regulation in Nonsuicidal Self-Injury. Can J Psychiatry, 59(11): 569–575.

Io, il mio DOC e una strada nuova

di Federica Marsano

Come la vita può cambiare grazie alla terapia

Ho scoperto di essere una “doccata” circa quattro anni fa. Le mie ossessioni sono arrivate in un periodo apparentemente tranquillo, senza grandi preoccupazioni. Il momento in cui tutto è iniziato lo ricordo perfettamente, così come ricordo le due settimane successive in cui la mia vita era decisamente cambiata e sprofondata in un buio indescrivibile. Qualche mese prima avevo chiuso un percorso di psicoterapia per il disturbo di panico e alla stessa terapeuta mi ero rivolta per capire cosa mi stava succedendo ma percepii subito che non riuscivamo a capirci. Le ossessioni che avevo erano rivolte a quello che allora era il mio compagno: “E se non lo amo veramente?”, mi chiedevo in continuazione. 

Una mia amica mi prese per mano e mi accompagnò da un suo conoscente neurologo. Il dottore mi ascoltò a lungo e mi disse che si trattava di Disturbo Ossessivo Compulsivo.Ricominciai a fare psicoterapia, avevo cambiato terapista e il percorso iniziato mi stava in qualche modo aiutando. Ma ancora una volta, quando tutto appariva tranquillo, ecco arrivare di nuovo il DOC. Violento, crudele, infimo. Anche questo secondo “attacco” lo ricordo perfettamente: l’oggetto dell’ossessione era sempre lo stesso, il mio compagno, e anche la domanda era la stessa della prima volta. A distanza di pochissimi giorni dallo scatenarsi del DOC, fui travolta da una tempesta di ossessioni. Se vedevo bambini per strada mi chiedevo: “E se provassi attrazione per loro?”. Mi facevo orrore.

Un pomeriggio, durante una lezione di yoga, la maestra si avvicinò a me per mostrarmi l’esercizio. Ecco che sopraggiunse “lui”: “E se ti piacesse questa ragazza? E se ti stessi eccitando?”. Da lì iniziai a cercare un professionista che trattava principalmente questa problematica. Trovai su internet un’intervista sul DOC alla dottoressa A. B. e decisi di contattarla.

Oggi, mentre scrivo, è già trascorso un anno da quando io e la dottoressa abbiamo iniziato a fare squadra. La mia vita ha subito tantissimi cambiamenti, sia sul fronte del DOC sia sulle innumerevoli dinamiche di vita quotidiana. I colpi bassi che ho dovuto metabolizzare sembravano mettere costantemente alla prova la mia tenuta psicologia, eppure posso dire di avercela fatta. Ho imparato che il “qui e ora” dà decisamente più soddisfazioni nel lungo periodo di quanto si possa immaginare. Essere riuscita ad affrontare tutto ciò che sistematicamente evitavo è sicuramente la mia più grande vittoria. 

Le esposizioni che all’inizio temevo sono diventate quasi naturali. L’altro giorno ho fatto un tatuaggio da una tatuatrice lesbica, che gestisce il tuo negozio con la sua compagna. Mi sono dovuta spogliare davanti a lei e ovviamente mi ha dovuto toccare. Ho fatto un po’ di “check, lo ammetto, ma non provavo ansia.

È questa la mia vittoria? Sì, anche. La mia vittoria è fatta di piccole battaglie, l’aver compreso che il mio punto debole è l’amabilità, averci lavorato incessantemente con la mia terapeuta che mi ha fornito gli strumenti per conoscere davvero il mio più intimo meccanismo: le emozioni positive, quelle negative, l’ansia, la paura. Soprattutto, capire che “il pensiero non è azione”, un concetto che è diventato un mantra.Oggi sono una persona nuova, un po’ ammaccata e imperfetta (difficile da ammettere per me!), che ogni tanto ha il DOC che le fa compagnia, ma nuova, capace di disinvestire su ciò che può creare un’ansia spropositata o non necessaria.

Mi sento fortunata per la professionalità incontrata sulla mia strada e per la mia predisposizione ad accoglierla. Non è una passeggiata, certo, ci sono salite, a volte molto ripide da fronteggiare, ma con la voglia di star bene e con le persone giuste al proprio fianco, credo che tanto si possa fare. Dopo le salite ci sono le discese, in terapia dopo le lacrime arrivano i sorrisi e anche le chiacchierate più leggere. I mostri si ridimensionano e c’è una vita da riprendere, con una voce grossa, che non è più quella del DOC, ma la mia.

L’arte del perdono

di Emanuela Pidri

Un valido ed efficace strumento terapeutico che riduce ansia e ruminazione

Il perdono non è oblio, non è negazione del torto, non è giustificazione, non è rassegnazione a subire e non significa necessariamente riconciliarsi. Se si considera la parola “perdono”, si nota come sia composta di un prefisso rafforzativo “per”, cioè super, e dalla parola “dono” cioè regalo. Il perdono, dunque, come grande regalo, come atto di magnanimità con cui la vittima rimette il debito a chi lo ha offeso o ingiustamente danneggiato e riconosce al colpevole la sua dignità di essere umano e dunque il suo diritto a non essere escluso e disprezzato.

In psicologia, il perdono rappresenta un complesso fenomeno affettivo, un meccanismo sociale importante in quanto mezzo per recuperare un rapporto che viene compromesso restaurando la fiducia. I modelli psicologici del perdono sono raggruppabili in tre gruppi: 1) i modelli evolutivo-cognitivi evidenziano il passaggio, con la crescita, da un perdono vendicativo a uno compensativo fino a raggiungere forme più alte di perdono basate sull’armonia sociale e sull’amore; 2) i modelli processuali  delineano i percorsi e le dinamiche delle componenti cognitive, emotive e comportamentali che vengono messi in atto durante il perdono; 3) i  modelli psico-sociali inseriscono il perdono all’interno delle dinamiche relazionali il cui scopo è quello di evitare comportamenti distruttivi a favore di azioni in grado di favorire il benessere relazionale. La psicologia pone attenzione al tema del perdono solo dopo aver riscontrato i numerosi benefici raggiunti rispetto al benessere mentale che si riesce a raggiungere quando si arriva a perdonare qualcuno per il torto subito e ad andare avanti senza più rimuginare sul rancore provato. Un ulteriore impulso è stato dato dalla psicofisiologia e dagli studi di neuroimaging che che studiano le basi biologiche sottostanti. Il perdono è stato inoltre impiegato come strumento educativo con buoni risultati e ha anche dimostrato di essere benefico per le vittime di abusi e infedeltà. Il processo del perdono è il risultato di un lungo lavoro psicologico: nel perdonare le emozioni e il giudizio negativo nei confronti di chi ci ha fatto del male vengono alleviati e sostituiti da atteggiamenti di compassione. La ricerca in psicologia ha esplorato e identificato diverse variabili individuali e sociali da cui dipenderebbe la tendenza al perdono: connessione tra aumento dell’età e propensione al perdono (infatti  le persone più anziane sono più inclini a perdonare);  soggetti con tratti più ansiosi, narcisisti, depressi e ostili risultano meno inclini al perdono; intimità, fiducia e empatia favoriscono il perdono che correla positivamente alla percezione di controllo sull’ambiente e alla riparazione di un senso di potere personale. La “Terapia del Perdono” prevede: la riflessione su situazioni del passato in cui il paziente ritiene di essere stato trattato ingiustamente o crudelmente riconoscendo tali ingiustizie; la comprensione che il dolore emotivo è il passo successivo e naturale quando si reagisce alle ingiustizie; la consapevolezza che se non si trova una soluzione al dolore emotivo, il paziente continuerà ad essere arrabbiato per questa situazione e il dolore persisterà, sviluppando quella che viene chiamata “rabbia malsana”, una rabbia profonda capace di influenzare il sonno, i pensieri e i comportamenti ed indurre gravi sintomi depressivi e di ansia. Il modello dello psicologo statunitense Everett Worthington identifica effetti diretti del perdono sulla salute mentale in termini di riduzione dei sentimenti di rivalsa, riduzione di stress e ansia, riduzione della ruminazione e dei pensieri intrusivi che coinvolgono emozioni di risentimento, ostilità, rabbia e paura. È dimostrato, inoltre, un calo della pressione cardiaca, la riduzione di sintomi depressivi e la presenza di sintomi psicosomatici. In psicoterapia, il perdono sembra essere un valido strumento per combattere l’autocritica, la depressione, atti di autolesionismo e differenti forme di dipendenza e per il trattamento di particolari gruppi di soggetti, come donne che hanno abortito, individui vittime di abusi sessuali, familiari di alcolisti o di disabili, coppie in crisi o separate, malati terminali. 

Per approfondimenti: 

Barcaccia B. Mancini F. (2013) Teoria e Clinica del Perdono. Raffaello Cortina Editore
McCullough M.E & Witvliet C., The Psychology of Forgiveness.
McCullough M.E. Forgiveness as human strength: Conceptualization, measurement and links to well-being. J of Soc and Clin Psychology, 19, 43-55.

La mente catastrofica

di Fabrizia Tudisco

a cura di Carlo Buonanno e Andrea Gragnani

Tecniche cognitive per la riattribuzione della stima della minaccia

In diversi disturbi psicologici sono stati osservati differenti tipi di bias cognitivi responsabili della genesi e del mantenimento delle credenze disfunzionali.

Nei soggetti ansiosi ritroviamo frequentemente un bias specifico legato alla sovrastima della probabilità che un evento minaccioso possa verificarsi. Numerosi studi su pazienti con diagnosi di disturbi d’ansia segnalano una tendenza a sovrastimare le probabilità di accadimento di un evento negativo rispetto a coloro che non hanno tale diagnosi. Questo bias si presenta solo quando i soggetti fanno previsioni di eventi che si collocano all’interno del loro specifico dominio psicopatologico (es. i soggetti con disturbo di fobia sociale sovrastimano la possibilità di accadimento di eventi negativi all’interno di contesti sociali, ma non per altri eventi negativi non-sociali).

Questa tendenza a sovrastimare il danno è uno dei nuclei di intervento in psicoterapia cognitiva. Le tecniche più utilizzate a questo scopo sono: la tecnica della piramide capovolta, la tecnica della torta e la tecnica della probabilità cumulata. Si tratta di procedure che favoriscono una valutazione dell’evento negativo in relazione ad altri possibili scenari, che facilitano la distrazione dell’attenzione dall’ipotesi focale negativa a ipotesi alternative e a favore di una rappresentazione più completa (e meno terrifica) della realtà.   Ma queste tecniche, funzionano?

In uno studio del 2003 condotto su un campione non clinico, Andrea Gragnani, Francesco Mancini et al. ne hanno valutato l’efficacia, ipotizzando che potessero causare una significativa riduzione della probabilità percepita di accadimento di un evento negativo. In tutti i gruppi coinvolti nello studio, i risultati ottenuti hanno dimostrato come le tecniche impiegate fossero in grado di ristrutturare la sovrastima della probabilità della catastrofe temuta.

In uno studio più recente, pubblicato nel 2019 sulla rivista Clinical Neuropsychiatry, gli psicologi e psicoterapeuti Amelia Gangemi, Andrea Gragnani, Margherita Dahò e Carlo Buonanno hanno ripreso questo lavoro, ampliandolo e includendo un gruppo di controllo, per verificare l’efficacia dell’intervento attraverso le tre tecniche, comparando i risultati con quelli di un gruppo che non riceve il trattamento e procedendo a un follow up a quattro settimane per verificare la stabilità dei risultati. Gli esiti hanno confermato il dato precedente, dimostrando un’effettiva riduzione della stima della probabilità che l’evento peggiore si verifichi nei gruppi sperimentali ma non in quello di controllo (il gruppo, cioè, che non aveva beneficiato di alcun trattamento) e un mantenimento degli esiti trascorse le quattro settimane. Oltre alla potenza delle tecniche, altro dato interessante che emerge è la riflessione sui processi cognitivi sui quali ogni tecnica agisce. Le tecniche della piramide e della torta avrebbero il potere di contrastare il meccanismo cognitivo di focalizzazione sull’ipotesi peggiore, stimolando l’analisi di diverse possibilità di accadimento degli eventi, oltre a quelle temute. La tecnica della probabilità cumulata ridurrebbe l’iniziale sovrastima della probabilità di accadimento di un evento negativo comparandola con la chance di stimare la sequenza più probabile di eventi che guiderebbe all’esito temuto.

I risultati ci mostrano che questi strumenti aiutano il paziente a sganciarsi dall’ipotesi negativa temuta, ri-orientando l’attenzione verso segnali che disconfermano la minaccia.Se qualcosa che spaventa è meno probabile che accada, allora ci sarà più predisposizione a considerare ipotesi alternative, incoraggiando il paziente ad aderire al trattamento, esponendosi maggiormente agli stimoli temuti, accettando di correre il rischio che ciò di cui ha più paura possa accadere.

Studi futuri si potranno focalizzare sull’osservazione degli esiti della somministrazione delle tecniche in campioni di popolazione clinica, individuando gli specifici domini sintomatici dei singoli disturbi d’ansia e promuovendo una maggiore comprensione sul ruolo del mantenimento del bias di sovrastima della minaccia all’interno delle classi di disturbi.

Per approfondimenti: 

Gangemi A., Gragnani A., Dahò M., Buonanno C. (2019) – Reducing probability overestimation of threatening events: An Italian study on the efficacy of cognitive techniques in non-clinical subjects – Clinical Neuropsychiatry https://www.clinicalneuropsychiatry.org/download/reducing-probability-overestimation-of-threatening-events-an-italian-study-on-the-efficacy-of-cognitive-techniques-in-non-clinical-subjects/

  

Il filo di Arianna

di Caterina Parisio

Dipendenza affettiva e paura dell’abbandono

Pare che l’espressione “piantare in asso” si debba a Teseo che, uscito dal labirinto grazie all’aiuto di Arianna, anziché riportarla con sé da Creta ad Atene, la lascia sull’isola di Naxos. In Naxos: in asso, appunto.

Scorrendo le pagine dell’ultimo libro di Chiara Gamberale, “L’isola dell’abbandono”, si può trovare questa digressione al mito greco di Teseo e Arianna, usata per tessere le fila della storia della protagonista: una storia di abbandono e dipendenza, cambiamento e rinascita. Proprio sull’isola di Naxos, Arianna, l’inquieta e misteriosa del romanzo della Gamberale, sente l’urgenza di tornare. È lì che, dieci anni prima, in quella che doveva essere una vacanza, è stata brutalmente abbandonata da Stefano, il suo primo, disperato amore, e sempre lì ha conosciuto Di, un uomo capace di metterla a contatto con parti di sé che non conosceva e con la sfida più estrema per una persona come lei, quella di rinunciare alla fuga. E restare. Ma come fa una straordinaria possibilità a sembrare un pericolo? Come fa un’assenza a rivelarsi più potente di una presenza?

Il tema della dipendenza affettiva e della paura dell’abbandono ha radici molto lontane: Ovidio nel 24 a.C. introduceva così l’argomento: “non posso vivere né con te né senza di te”. Sebbene le origini siano così profonde, ad oggi la dipendenza affettiva, per insufficienza di dati sperimentali, non rientra tra i disturbi mentali diagnosticati nel DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali; essa viene classificata tra le “New Addiction”, nuove dipendenze di tipo comportamentale, tra cui si trovano la dipendenza da internet, il gioco d’azzardo patologico, lo shopping compulsivo.

Il tema della dipendenza affettiva e della paura dell’abbandono ha radici molto lontane: Ovidio nel 24 a.C. introduceva così l’argomento: “non posso vivere né con te né senza di te”. Sebbene le origini siano così profonde, ad oggi la dipendenza affettiva, per insufficienza di dati sperimentali, non rientra tra i disturbi mentali diagnosticati nel DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali; essa viene classificata tra le “New Addiction”, nuove dipendenze di tipo comportamentale, tra cui si trovano la dipendenza da internet, il gioco d’azzardo patologico, lo shopping compulsivo.

Esattamente come avviene nella dipendenza da sostanze, anche nella Dipendenza Affettiva con il passare del tempo tutto inesorabilmente ruota intorno al partner; spesso la persona dipendente si chiude o evita volutamente gli altri nel tentativo di proteggersi dalle critiche o dal temuto abbandono.

Solitamente sia gli interessi sia gli hobby vengono progressivamente abbandonati e il fulcro dell’esistenza diventa il partner; anche il rendimento lavorativo diminuisce perché la persona ha la mente costantemente occupata dai suoi problemi sentimentali e trascorre molto tempo a rimuginare per cercare di risolverli. Nei casi estremi, per esempio anche quando il partner è violento, i pazienti dipendenti tendono a giustificarlo, si isolano, mentono o non chiedono aiuto pur di proteggerlo; spesso non riescono a lasciarlo anche quando è a rischio la loro incolumità fisica. Generalmente, i pazienti con Dipendenza Affettiva sono consapevoli degli effetti devastanti che il partner ha nella loro vita, ma esattamente come i tossicodipendenti, non riescono ad astenersi dalla relazione.

La protagonista del libro della Gamberale, incastrata all’interno di una relazione tossica, sperimenta una delle paure più profonde del dipendente affettivo, la paura di perdere la persona amata, il timore dell’abbandono.

Arianna sceglie, come suo primo grande amore, Stefano, un uomo incapace di essere presente, di amare, dall’umore labile, al quale fa più da madre che da compagna. Arianna e Stefano si incontrano in un reciproco bisogno, che li incastra in una disfunzionale dinamica relazionale: da una parte, Stefano ha bisogno di Arianna per uscire dal labirinto della sua mente, dall’altra Arianna ha bisogno di legarsi a qualcuno che è incapace di essere presente, cosa che, pur facendola soffrire, le è pur sempre familiare e confortevole.

Chi soffre di Dipendenza Affettiva si sente inadeguato e non degno di amore e vive costantemente con il terrore di essere abbandonato dal partner. La paura dell’abbandono induce al tentativo di controllare l’altro con comportamenti compiacenti di estrema sacrificalità, di disponibilità e accudimento, con la speranza di rendere la relazione stabile e duratura.

La tendenza stessa a costruire una relazione di non mutualità, in cui l’altro e i suoi bisogni sono centrali, induce a lasciare spazio a personalità egocentriche e anaffettive, che finiscono per confermare in chi soffre di dipendenza affettiva la paura di non poter essere degni di amore. Il risultato è un aumento della sacrificalità e un continuo colpevolizzarsi per l’andamento insoddisfacente della relazione. L’altro è rincorso esattamente come fanno i giocatori d’azzardo che “rincorrono la perdita” e non riescono a smettere di giocare.

L’abbandono di Stefano a Naxos, che produce una grande sofferenza in Arianna, si tramuta tuttavia in un’occasione di svolta allorché, proprio in quell’isola, incontra di lì a poco Di (il Dioniso del mito), un uomo che invece è disposto ad esserci e ad amarla in modo autentico.

ll mito di Teseo e Arianna, dopo l’abbandono della giovane a Naxos, si sviluppa in molteplici varianti, di cui due versioni appaiono particolarmente interessanti: nella prima, il dio Dioniso dona una corona ad Arianna per consolarla e la rende immortale, trasformandola in una costellazione (la Corona Boreale), che diventa una sorta di simbolo perenne dell’abbandono subito; nella seconda versione, invece, Dioniso, giunto sull’isola e innamoratosi di Arianna, la sposa e la fa diventare una dea e il diadema d’oro ricevuto come dono di nozze, lanciato in cielo, diventa costellazione.

Queste due varianti del mito sembrano rappresentare i due possibili modi di reagire all’abbandono: rimanere congelati nel dolore, facendo in modo che la paura di essere lasciati continui a condizionare le nostre scelte, oppure elaborare quel dolore e imparare a gestire quella paura, aprendoci così a nuove opportunità.

La palude masochistica

di Roberto Petrini

Il mantenimento del problema nel carattere masochista: capire come uscire a “riveder le stelle”

Il carattere, come descritto dallo psichiatra e psicoterapeuta statunitense Alexander Lowen, può essere definito come un comportamento tipico con cui si affronta la vita, nel tentativo di trovare un equilibrio tra le richieste dall’ambiente e le esigenze e bisogni della persona.
Per adattarci all’ambiente, il nostro comportamento deve essere fluido e adeguato alla situazione, non possiamo rispondere a stimoli diversi con i nostri repertori di comportamento e pensiero tipici; se lo facciamo, le richieste di chi ci circonda, inizieranno a sembrarci inadeguate ed eccessive o cominceremo a sentirci inadeguati noi.Il carattere di una persona è facilmente rilevabile quando osserviamo gli altri, se invece rivolgiamo l’attenzione verso noi stessi e proviamo a essere introspettivi, spesso dobbiamo fare i conti con pensieri razionalizzanti che giustificano il nostro comportamento. 

Nel carattere descritto come masochistico, l’aggressività è rivolta contro se stessi, ma c’è anche un elevato risentimento verso gli altri, ci si sente spesso sotto pressione e sofferenti con la sensazione di esplodere. La frustrazione si esprime spesso sotto forma di lamenti, che hanno anche l’esito di tormentare le persone più prossime. La persona vive un conflitto irrisolvibile, è cosciente della realtà ma al tempo stesso non l’accetta e al contrario la combatte. Si sente in trappola e più lotta più sprofonda, cerca di ottenere approvazione e affetto con un metodo che tuttavia gli restituisce solo frustrazioni e sfiducia.

Il masochista vuole essere aiutato ma non crede nella bontà dell’aiuto e non crede nemmeno in se stesso. Da bambino, non gli sono mancati l’amore e l’accudimento delle figure genitoriali, ma è stato sottoposto a numerose critiche e offese, spesso accusato d’incapacità e inettitudine. La struttura del comportamento masochista spesso si forma, infatti, in una famiglia con un padre passivo e sottomesso e una madre dominante che si auto sacrifica per il bene della famiglia, cercando però di controllare il comportamento del figlio colpevolizzandolo e assillandolo e non permettendone atteggiamenti di libertà e protesta.

Per uscire dalla palude, occorre divenire consapevoli di cosa si fa per tentare di risolvere la situazione e come gli altri poi rispondano ai propri tentativi di soluzione, occorre osservare come poi le difficoltà si stabilizzino e si trasmettano ad altre aree di funzionamento. Spesso, purtroppo, accade che proprio i nostri tentativi di soluzione e le strategie che adottiamo per risolvere il problema siano essi stessi causa del mantenimento del problema. È importantissimo, quindi, fare attenzione a ciò che si ripete nel nostro comportamento e in quello altrui, e pensare a una nuova via che attivi altri cicli relazionali. 

Questo è il lavoro che dovrà essere affrontato nella psicoterapia: far fronte ai meccanismi responsabili del mantenimento della sofferenza e porre attenzione massima sulle situazioni attivanti, antecedenti al comportamento problematico, ma anche su quello che succede dopo. Sapere non basta: per uscire dalla palude non serve solo conoscere e capire, occorre sperimentare nuovi comportamenti “impegnati”, andare oltre i soliti pensieri circolari e non usarli per rassicurarci, per illuderci che ragionando da soli sulla questione riusciremo a trovare una soluzione. Quando si esprimerà tutto il rancore accumulato, probabilmente la rabbia lascerà il posto alla tristezza, al dolore e all’angoscia; uno stato penoso ma necessario, una situazione che dovrà essere accettata per rompere definitivamente il circolo vizioso nel quale si è incastrati e intravedere la libertà che ci attende fuori della palude. 

Follower e haters: uguali o diversi?

di Sonia Di Munno

Gli adolescenti e i social media: il tema del confronto e dell’invidia nei social media

L’uso dei social network è una delle attività preferite dagli adolescenti e, negli ultimi dieci anni, è diventata importante per la connessione, la comunicazione e la socializzazione con gli altri, nonché un modo per rafforzare l’identità ed esprimere la propria opinione. 

Indagando gli aspetti positivi dei social è emerso che: diminuiscono lo stress, attraverso la distrazione che permette una pausa dalla pressione lavorativa; aumentano la percezione di un sostegno sociale, grazie alla facilità nel rimanere in contatto e di fare nuove amicizie; permettono di esprimere i propri pensieri e contenuti e di auto-presentarsi. D’altro canto, l’uso e, soprattutto, l’abuso dei social ha fatto emergere effetti negativi come: l’hikikomori, vale a dire l’isolamento sociale, poiché si delegano alla sola esperienza virtuale i contatti e le amicizie;  la diminuzione dell’efficienza lavorativa; la crescita di fenomeni dannosi come il cyberbullismo, il sexting, il ricatto, la dipendenza da internet, dai videogiochi e dai giochi d’azzardo online.

In concomitanza con l’utilizzo dei social media, si è vista incrementare nelle persone,  in maniera particolare negli adolescenti, l’emozione dell’invidia tra pari, scaturita da un costante confronto sociale basato anche su falsi miti di felicità e benessere.

Lo psicologo e sociologo statunitense Leon Festinger, nella sua “teoria del confronto sociale”, ha dimostrato che gli individui sono motivati ​​a confrontarsi con i simili per valutare le proprie capacità e prestazioni e che, sebbene ciò avvenga comunemente con colleghi, familiari e amici nella vita quotidiana reale, il paragone è amplificato nei social media, dove c’è una maggiore tendenza a esporre le proprie caratteristiche positive. Il lavoro accurato e continuo per mantenere la propria identità e reputazione sui social media può suscitare ansia, bassa autostima e problemi di depressione soprattutto negli adolescenti che sono più invischiati in questo meccanismo. Nell’accentuato confronto sociale, trova terreno fertile l’emozione dell’invidia definita come “una miscela spiacevole e spesso dolorosa di sentimenti causati da un confronto con una persona o un gruppo di persone che possiedono qualcosa che desideriamo” oppure come “un’emozione dolorosa che deriva dal confronto con qualcuno che possiede qualcosa che noi vorremmo”. 

Da uno studio su 250 teenagers dai 13 ai 19 anni, è emerso che gli adolescenti che usano con più intensità i social media (misurata in termini di percezione di attaccamento agli stessi, più che dall’uso effettivo) sono anche più propensi all’invidia e al confronto, soprattutto se vivono in contesti molto competitivi. La tendenza ad avere un maggiore confronto con gli altri, infatti, non nasce solo dai social network, che ne sono un terreno fertile, ma può avere origine nell’educazione genitoriale, che spesso tende a comparare i propri figli con i compagni di scuola. Un comportamento che porta gli adolescenti a sviluppare personalità e comportamenti negativi come gelosia, rivalità e perdita di fiducia in se stessi, conducendoli a essere più inclini all’invidia, più suscettibili alle critiche e a impegnarsi di più nell’autopresentazione e promozione di sé. La tendenza a provare più confronto sociale e invidia dipende anche dal tipo di relazioni che si instaurano con i pari. La competizione e concorrenza attiva il sistema motivazionale interpersonale del rango che è alla base dell’idea che essere più forti e superiori dell’altro porti a un maggiore accesso alle risorse disponibili; per avvenire ciò, l’altro deve riconoscere questa superiorità attraverso l’ammirazione; al contrario, quando si pensa di avere delle caratteristiche o qualcosa che gli altri non apprezzano, c’è una diminuzione di autostima e sensazione di inferiorità o invidia. Per questo motivo trovarsi in un gruppo di pari in cui è forte il tema del confronto e della competizione induce una forte pressione psicologica nell’adolescente e a provare più invidia nei confronti degli amici. 

Non sono i social media, dunque, a scaturire negli adolescenti il tema del confronto e dell’invidia. Ma sono certamente un contesto fecondo per il proliferarsi di comportamenti negativi appresi nell’ambiente sociale di appartenenza.

Per approfondimenti

Peerayuth Charoensukmongkol (2018), The Impact of Social Media on Social Comparison and Envy in Teenagers: The Moderating Role of the Parent Comparing Children and In-group Competition among Friends; J Child Fam Stud 27:69–79

Shunyu Li, Hao Lei, Lan Tian (2018); Social Behavior And Personality, 46(9), 1475–1488 Scientific Journal Publishers Limited. All Rights Reserved, https://doi.org/10.2224/sbp.7631

Stefano Eleuteri , Valeria Saladino e Valeria Verrastro (2017). Identity, relationships, sexuality, and risky behaviors of adolescents in the context of social media; sexual and relationship therapy, vol. 32, nos. 3–4, 354–365; https://doi.org/10.1080/14681994.2017.1397953

Se la violenza non fa male, ti uccide

di Chiara Serra
a cura di Erica Pugliese 

Come fanno le donne vittime di violenza a fronteggiare il crescente dolore fisico e psicologico causato dal partner abusante?

Quando un individuo persevera in una relazione, nonostante le conseguenze negative sulla sua salute psicologica, ci troviamo in una condizione definita come “dipendenza affettiva patologica” (DAP).  La persona è mossa dallo scopo irrinunciabile di mantenere a tutti i costi la relazione con un partner emotivamente fragile e affettivamente instabile, come illustrato nel lavoro della psicologa e psicoterapeuta Erica Pugliese e collaboratori. Questa forma di amore tossico viaggia lungo un continuum di gravità e, nei casi più estremi, si associa a episodi di violenza domestica (intimate partner violence, IPV) che, se perpetrati a lungo, possono favorire nei soggetti affettivamente dipendenti l’insorgenza di disturbo post traumatico da stress (DPTS). Tra i sintomi del DPTS vi è la messa in atto di comportamenti di risoluzione del dolore associato al trauma, come il numbing (stato di coscienza simile all’intorpidimento e alla confusione) e l’evitamento, consapevole o inconsapevole, di stimoli o sensazioni associati all’evento traumatico che potrebbero fare da trigger anche indirettamente o simbolicamente per il re-innesco del ricordo traumatico.

A tale proposito, lo studio del ricercatore olandese Elbert Geuze e collaboratori sui veterani del Vietnam con DPTS ha mostrato che l’esposizione a stimoli calorifici produce un’alterata percezione dolorifica. Secondo il modello proposto dagli autori, detto di “stress induced analgesia”, l’elevata paura e il disagio associati agli stimoli calorifici attivano un sistema endogeno di modulazione del dolore che abbassa la percezione soggettiva del dolore.

È possibile che lo stesso meccanismo di modulazione sia responsabile della reazione di evitamento di trigger traumatici nelle donne vittime di violenza domestica con DPTS (IPV-DPTS)? Queste donne tendono dunque nel tempo a ridurre la soglia percepita del dolore? 

Per rispondere a questo interrogativo, Irina Strigo e collaboratori dell’Università di San Francisco hanno confrontato un campione di 23 donne IPV-DPTS con uno non clinico di 15 donne. Il paradigma sperimentale richiedeva ai soggetti di riferire la temperatura percepita degli stimoli calorifici di diversa temperatura somministrati in due sessioni (Run1 e Run2) durante la risonanza magnetica funzionale (fMRI). Infine, è stato chiesto di compilare alcuni test diagnostici specifici, tra i quali la Clinically Administered PTSD Scale (CAPS), che valuta la frequenza e l’intensità dei sintomi associati al trauma, compreso l’evitamento. 

I risultati mostrano che le donne IPV-DPTS percepiscono un’attenuazione della temperatura dello stimolo dolorifico nella Run2, dopo una ripetuta esposizione allo stimolo. Nella prima esposizione allo stimolo (Run1), seppur assente una differenza nella percezione dolorifica dello stimolo, le donne IPV-DPTS mostrano una differente una risposta neurale, ovvero un aumento dell’attività dell’insula anteriore di destra (RAI) rispetto al gruppo di controllo. A questa reazione di ipersensiblità dolorifica segue una seconda esposizione agli stimoli dolorifici (Run2), in cui le donne IPV-DPTS riferiscono invece un abbassamento della sensazione dolorifica rispetto al gruppo di donne non clinico. Inoltre, a livello neurale si osserva nel gruppo sperimentale una diminuzione dell’attività della RAI, che integra informazioni interocettive, emotive e cognitive ai fini del processamento affettivo, e un aumento dell’attività dell’ACC, una regione attiva durante il comportamento motivazionale e in situazioni a elevato livello di disagio emotivo. È emersa, infine, una correlazione dei punteggi ottenuti nella scala CAPS, sia con la temperatura media percepita sia con l’attività della RAI: questo significa che le donne IPV-DPTS con alti punteggi nella sottoscala dell’evitamento (tendenza a mettere in atto meccanismi di coping maladattivi finalizzati a evitare tutto ciò che ricordi in qualche modo, o che sia riconducibile, all’esperienza traumatica) riportano una maggiore attenuazione del dolore percepito e una diminuzione dell’attività della RAI, come detto responsabile della consapevolezza emotiva.

Sulla base di questi risultati, gli autori propongono che la modulazione neurale associata all’attività della RAI potrebbe essere correlata alla diminuzione del dolore percepito, mentre quella della ACC sarebbe legata alla regolazione dello stress percepito nel ri-esperire lo stimolo traumatico. Come confermano i dati di correlazione, l’evitamento emotivo potrebbe essere una delle strategie utilizzate nelle vittime di violenza per gestire l’esperienza traumatica, che si manifesta a livello cognitivo come una riduzione del dolore percepito e a livello neurale come un abbassamento dell’attività della RAI, un nodo centrale nella consapevolezza emotiva. 

L’esperienza clinica e i dati di neuroimaging spiegherebbero in parte la tendenza degli individui con dipendenza affettiva patologica a perseverare nella relazione nonostante la crescente sofferenza emotiva generata da partner il più delle volte problematici, ovvero emotivamente fragili e affettivamente instabili.

Questi risultati supportano la necessità di costruire un protocollo di trattamento cognitivo-comportamentale che ponga al centro gli aspetti traumatici della relazione interpersonale e i tentativi di soluzione del dolore maladattivi tipici della dipendenza affettiva patologica. Infine, sarebbe interessante replicare i risultati di questo studio su un campione di uomini, proprio in considerazione del fatto che la dipendenza affettiva è una problematica che colpisce trasversalmente uomini e donne, coppie gay ed etero. 

Per approfondimenti:

Pugliese, E., Saliani, A.M., Mancini, F., Un modello cognitivo delle dipendenze affettive patologiche. Psicobiettivo” 1/2019, 43-58, doi:10.3280/PSOB2019-001005

Strigo, I.A., Simmons, A.N., Matthews, S.C., Grimes, E.M., Allard, C.B., Reinhardt, L.E., Paulus, M.P., Stein, M.B., 2010. Neural correlates of altered pain response in women with posttraumatic stress disorder from intimate partner violence. Biol. Psychiatry 68, 442-450. doi:10.1016/j.biopsych.2010.03.034

Geuze, E., Westenberg, H.G., Jochims, A., de Kloet, C.S., Bohus, M., Vermetten, E., Schmahl, C., (2007): Altered pain processing in veterans with posttraumatic stress disorder. Arch Gen Psychiatry 64:76–85. 10.1001/archpsyc.64.1.76