Supervisione e bias cognitivi nel trattamento della depressione: uno studio sperimentale sul ruolo del genere e dell’ansia del terapeuta

di Sandra Rienzi
curato da Elena Bilotta

La supervisione clinica viene solitamente concepita come un utile strumento per garantire che la terapia venga erogata in modo accurato. In realtà, i risultati della ricerca in merito sono spesso eterogenei. I supervisori potrebbero non essere le terze parti oggettive che si presume siano nel processo terapeutico, in quanto potrebbero essere influenzati dai loro stessi pregiudizi. Mentre le caratteristiche del terapeuta possono influire sul processo terapeutico, non è noto se e come quelle stesse caratteristiche del clinico influiscano sul focus delle sedute di supervisione. Due fattori che sono stati identificati in letteratura sull’erogazione di trattamenti evidence-based da parte del clinico potrebbero essere rilevanti nella pratica di supervisione quando si lavora con la depressione: il livello di ansia e il genere del terapeuta. In un recente studio è stato esplorato sperimentalmente come l’ansia e il genere dei terapeuti in supervisione  che lavorano con la depressione possano predire la tipologia di consigli che i supervisori danno nel dirigerli. Lo studio si focalizza sulle supervisioni per CBT in modo specifico, non solo perché è il trattamento raccomandato per la depressione, ma anche perché essa ha un rigoroso protocollo di intervento. L’ipotesi è che i supervisori che lavorano con terapeuti ‘poco ansiosi’ sottolineeranno maggiormente la necessità per questi ultimi di concentrarsi sulle tecniche CBT rispetto a terapeuti ‘molto ansiosi’. E’ stato anche ipotizzato che i supervisori faranno concentrare maggiormente sulle tecniche CBT i terapeuti uomini rispetto alle donne. Ciò che è emerso, in breve, è che sia il grado d’ansia sia il genere del terapeuta in supervisione hanno un impatto sul focus del supervisore nella supervisione. Infatti è stato confermato che i supervisori fanno focalizzare maggiormente i terapeuti ‘poco ansiosi’ sulle tecniche CBT rispetto a quelli ‘molto ansiosi’ ma ciò è vero soltanto quando si tratta di terapeute donne. Inoltre anche se sia i terapeuti uomini sia le donne vengono fatti focalizzare allo stesso modo sulle tecniche CBT, le terapeute donne vengono fatte concentrare maggiormente sul lavoro per l’alleanza rispetto ai terapeuti uomini. Questi risultati supportano la conclusione secondo cui i supervisori hanno dei bias (impliciti o espliciti) nel modo in cui essi supportano il lavoro dei terapeuti che trattano la depressione. Una possibile spiegazione è che forse sia i supervisori uomini sia le donne considerano le terapeute donne come aventi una maggiore predisposizione ansiosa, in virtù del loro genere. Pertanto, qualsiasi manifestazione di ansia potrebbe portare i supervisori ad assumere che i clinici donna siano più vulnerabili degli uomini. Ad ogni modo qualsiasi ipotesi sarebbe malfondata dato che il genere del terapeuta non ha molto impatto sull’esito della terapia e del paziente. Al contrario, come riportato in letteratura, le terapeute donne sono a volte più performanti degli uomini. Un’ulteriore spiegazione potrebbe essere che le terapeute donne siano più propense a cogliere i segnali di possibili fratture dell’alleanza terapeutica. Proprio per questa ragione i supervisori prenderebbero l’ansia delle terapeute più sul serio rispetto a quella dei terapeuti. Il dato che i supervisori sarebbero più propensi a far focalizzare le terapeute sul lavoro per l’alleanza rispetto ai terapeuti sarebbe a sostegno di questa spiegazione.

Per approfondimenti:
Simpson-Southward C., Waller G. e Hardy G. E., 2016 “Supervision for treatment of depression: An experimental study of the role of therapist gender and anxiety”

Obiettivi personali e benessere

di Rosanna De Angelis
a cura di Roberta Trincas

“La qualità non è mai casuale; è sempre il risultato di uno sforzo intelligente”. John Ruskin

Nell’ultimo decennio, si è andata affermando una Teoria Motivazionale del Benessere Soggettivo. L’approccio fondato su questa teoria si basa sul presupposto che il successo in obiettivi significativi abbia un ruolo importante nello sviluppo e nel mantenimento del benessere psicologico delle persone. In questa prospettiva, il benessere soggettivo è tanto più elevato quanto più l’individuo è impegnato in progetti di vita – piani di azione estesi tesi al raggiungimento di obiettivi personali – significativi, ben strutturati, supportati da altri, non eccessivamente stressanti e generativi di un senso di autoefficacia.
Uno studio longitudinale a breve termine, condotto su un campione di 88 studenti universitari, ha cercato di esaminare in che modo le caratteristiche degli obiettivi personali possono spiegare le differenze e i cambiamenti del benessere soggettivo nel tempo.
La ricerca si è focalizzata su tre caratteristiche degli obiettivi personali: l’impegno nel perseguimento dell’obiettivo, la valutazione che il soggetto formula sulla raggiungibilità dell’obiettivo e i progressi percepiti nel raggiungimento dell’obiettivo.
L’impegno nel perseguimento dell’obiettivo indica fino a che punto l’obiettivo personale è associato ad un forte senso di determinazione nel perseguirlo, all’urgenza di investire le proprie energie nel suo conseguimento e alla disponibilità a compiere un grande sforzo per realizzarlo.
La valutazione soggettiva sulla raggiungibilità dell’obiettivo rappresenta il risultato del confronto che il soggetto fa tra l’esistenza di condizioni favorevoli e l’esistenza di condizioni sfavorevoli al raggiungimento del suo obiettivo. Le condizioni favorevoli indicano che una persona ritiene di avere abbastanza tempo e opportunità per dedicarsi al suo obiettivo, di avere il potere di raggiungerlo e di ricevere un adeguato sostegno sociale nella sua realizzazione.
Dopo aver chiesto ai partecipanti di elencare sei obiettivi personali che si proponevano di realizzare nei primi mesi dell’anno accademico ed aver rilevato il loro stato di benessere iniziale, le tre dimensioni-obiettivo ed i livelli di benessere soggettivo sono stati misurati in 3 tempi diversi in un arco temporale di 14 settimane. Il benessere soggettivo è stato considerato nei suoi aspetti sia affettivi (umore euforico/depresso) che cognitivi (soddisfazione di vita).
Dallo studio in esame, è emerso che l’intensità dell’impegno dedicato al perseguimento dei propri obiettivi è una variabile di moderazione, perché determina la misura in cui le differenze nella percezione della loro raggiungibilità spiegano i cambiamenti positivi e negativi del benessere soggettivo nel tempo. Questo significa che, rispetto agli individui che dedicano uno scarso impegno alla realizzazione dei loro obiettivi, le differenze nella stima della loro raggiungibilità non sono indicative di differenze nel benessere soggettivo, mentre, rispetto a coloro che si impegnano molto per realizzare i propri scopi, la percezione di raggiungibilità degli obiettivi è predittiva di maggiori livelli di benessere soggettivo e, al contrario, la percezione di difficoltà o ostacoli nella raggiungibilità degli obiettivi implica una compromissione significativa dei livelli di benessere.
È emerso, altresì, che i progressi percepiti nel raggiungimento degli obiettivi hanno un effetto diretto sui livelli di benessere soggettivo e mediano l’effetto dell’interazione tra l’impegno e la raggiungibilità degli obiettivi sul benessere.

Per approfondimenti:

Brunstein J.C. (1993). Personal Goals and Subjective Well-Being: a longitudinal study. Journal Personality and Social Psychology, Vol. 65, No. 5, 1061-1070.

Come cambiare le preferenze condizionate

di Sandra Rienzi
a cura di Brunetto De Sanctis e Olga Ines Luppino

Il controcondizionamento abbina uno stimolo condizionato a uno incondizionato avente una valenza opposta rispetto allo stimolo incondizionato originale

Le preferenze influenzano potenzialmente tutto il comportamento umano; perciò il paradigma del condizionamento valutativo (ossia il cambiamento nella valutazione di uno stimolo quando lo si abbina ad altri stimoli positivi o negativi) fornisce un’interessante cornice per indagare sperimentalmente i processi di formazione di una preferenza. Questo tipo di condizionamento sembra essere poco sensibile alla tecnica dell’estinzione (in ambito clinico l’equivalente è dell’esposizione); ciò non vuol dire però che i cambiamenti condizionati non si possano modificare a proprio piacimento.  La letteratura riporta due possibili procedure per modificare preferenze condizionate: la rivalutazione dello stimolo incondizionato e il controcondizionamento, il quale implica l’abbinamento di uno stimolo condizionato a uno incondizionato avente una valenza opposta rispetto allo stimolo incondizionato originale. Kerkhof e collaboratori si sono dati l’obiettivo di investigare l’efficacia del controcondizionamento come strategia per il cambiamento di preferenze condizionate. L’esperimento ha esaminato l’effetto di tre procedure – un’ulteriore condizionamento, estinzione e controcondizionamento – su preferenze condizionate apprese di recente in un paradigma “picture-taste”. Le principali scoperte hanno indicato che né la prova con l’ulteriore condizionamento né quella con l’estinzione hanno eliminato completamente la valenza che lo stimolo condizionato ha acquisito durante la fase di acquisizione, come invece è in grado di fare il controcondizionamento. Tale studio ha confermato i risultati di Baeyens e collaboratori, i quali osservarono come l’apprendimento valutativo fosse più sensibile al controcondizionamento che all’estinzione. I risultati riguardanti il limitato impatto dell’estinzione sulla valenza condizionata sono, inoltre, in linea con numerosi studi precedenti.
L’osservazione che l’apprendimento valutativo è meno o per nulla sensibile all’estinzione ha portato alcuni autori a suggerire che, nonostante il condizionamento valutativo somigli a livello procedurale ad altre forme di condizionamento pavloniano, esso potrebbe avere alla base processi differenti.
Oltre all’importanza a livello teorico, queste scoperte hanno potenzialmente notevoli implicazioni per il cambiamento delle preferenze a livello applicativo. Il vantaggio nell’utilizzo del controcondizionamento come valida alternativa alla rivalutazione dello stimolo condizionato nel cambiamento delle preferenze condizionare consiste nel fatto che non è necessaria la conoscenza dell’iniziale acquisizione dello stimolo incondizionato. Indagare l’impatto del controcondizionamento su preferenze preesistenti di cui non si conosce come siano state acquisite diventa perciò possibile. Oggetto di studio a livello clinico potrebbero essere, ad esempio, le fobie. Le scoperte riguardanti la debole suscettibilità all’estinzione del condizionamento valutativo suggeriscono che un intervento di esposizione standard potrebbe ridurre con successo la componente di aspettativa nella fobia, ma questo potrebbe allo stesso tempo non avere alcun effetto sul significato negativo acquisito dell’oggetto fobico. Dato che c’è evidenza che questa valenza negativa rimanente possa formare una fonte affettivo-motivazionale per il riemergere della fobia originale, potrebbe essere terapeuticamente vantaggioso combinare l’esposizione con tecniche mirate al cambiamento della valenza dello stimolo fobico. In questi casi, infatti, non è chiaro come la rivalutazione dello stimolo incondizionato possa essere applicata per ridurre la valenza negativa acquisita dell’oggetto fobico, mentre il metodo del controcondizionamento è facilmente applicabile.

Efficacia della Mindfulness nella riduzione di rabbia e stress nelle Forze dell’Ordine

di Daniele Ferrari
curato da Elena Bilotta

Quello delle forze dell’ordine è ampiamente considerato come uno dei lavori più stressanti.
Gli agenti si trovano spesso in situazioni di stress senza una preparazione specifica per affrontarne gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali.
Un contesto lavorativo che spesso rinforza la soppressione delle emozioni e la dimostrazione di controllo può favorire l’adozione di strategie di adattamento spesso inadeguate, con maggiori possibilità di incorrere in problematiche quali la depressione, l’abuso di sostanze, disturbo post-traumatico da stress, nonché l’aumento delle probabilità di suicidio.

Gli interventi basati sulla Mindfulness (MBI) si sono dimostrati efficaci nella riduzione dello stress e dell’ostilità, nell’attenuazione dei livelli di rabbia/aggressività e nel diminuire il rimuginio.
Alla luce di ciò, la ricerca si è interessata sulla valutazione dell’efficacia di tali interventi nella gestione delle situazioni stressanti ed emozioni negative che spesso gli ufficiali di polizia si trovano ad affrontare.
Uno studio recente (Bergman et al., 2016), ha esaminato gli effetti di un intervento specificamente pensato per le forze dell’ordine, il Mindfulness-based ResilienceTraining (MBRT) su un campione di ufficiali di Polizia, osservando la relazione tra specifici aspetti della Mindfulness di comprovata efficacia nella riduzione dello stress e della regolazione emotiva, quali: azione consapevole, non giudizio, non reattività, e alcune tra le variabili maggiormente problematiche nella pratica lavorativa delle Forze dell’ordine, vale a dire: rabbia,  stress operativo (sospetto, situazioni di pericolo,  esposizione a violenza e morte), stress organizzativo (cambiamenti, politiche, errori giudiziari, opportunità di carriera).

L’analisi dei risultati ha fornito importanti indicazioni.
Gli aspetti “agire con consapevolezza” e “non giudizio” sono risultati associati alla riduzione, statisticamente significativa, dei livelli di rabbia nel corso dell’intervento (8 settimane).
L’”agire con consapevolezza” mostra una associazione con la diminuzione della rabbia ed è anche l’unico aspetto che sembra efficace nel diminuire lo stress organizzativo.
Il “non giudizio” sembra in grado di disinnescare pensieri, eventi o situazioni che potrebbero contribuire al persistere dell’emozione di rabbia. Ed è risultato il solo aspetto tra i tre che mostra associazione con la diminuzione dello stress operativo.

Se i diversi aspetti della Mindfulness hanno impatti diversi su problematiche specifiche, questo potrebbe orientare l’intervento a seconda della particolare situazione da affrontare.
Poniamo ad esempio che la gestione della rabbia sia l’obiettivo primario da raggiungere:  la persona sarà chiamata a dedicare particolare attenzione, in tal caso, all’ “agire con consapevolezza” e al “non giudizio”. Allo stesso modo se, all’indomani di un incidente critico, la riduzione dello stress operativo dovesse essere l’obiettivo primario per la persona, allora questa sarebbe chiamata a porre il “non giudizio” come obiettivo strategico della propria pratica, e così via.

Gli studi futuri dovrebbero continuare ad esaminare i meccanismi con cui si verificano questi cambiamenti. Gli insegnanti MBRT, da parte loro, potrebbero affrontare direttamente i problemi di regolazione di rabbia e stress nei poliziotti partecipanti al programma partendo dalle componenti della pratica di Mindfulness che si mostrano più adatte a farlo.

 

Per i dettagli della ricerca e la bibliografia fare riferimento a:

Changes in Facets of Mindfulness Predict Stress and Anger Outcomes for Police Officers, Bergman et al., in Mindfulness, August 2016, Volume 7, Issue 4, pp. 851-858.
https://link.springer.com/article/10.1007/s12671-016-0522-z

L’intervento sul disturbo d’ansia sociale tramite l’Imagery Rescripting

di Giovanbattista Andreoli
curato da Elena Bilotta

Rispetto ad altri modelli di intervento, la terapia cognitivo-comportamentale mostra una particolare efficacia nel trattamento del disturbo d’ansia sociale (DAS). La letteratura scientifica concernente i modelli cognitivi alla base del medesimo disturbo evidenzia come fattore chiave la persistente intrusione di immagini negative quando individui con questa psicopatologia prendono parte a situazioni sociali reali o immaginate. Tali immagini consistono in rappresentazioni mentali che spesso evidenziano aspetti del proprio sé come inadeguati. Le immagini possono essere descritte in maniera talmente valida ed accurata che l’individuo può percepire pericoli laddove non sussistano, attivando contemporaneamente forti emozioni negative. Basando il proprio approccio su questi ricordi autobiografici, l’Imagery Rescripting (IR) è una tecnica relativamente recente che in combinazione con l’intervento della ristrutturazione cognitiva si è già mostrata efficace nel migliorare la sintomatologia nelle persone con DAS.
Tre sono i passi in cui l’IR si struttura: 1) il paziente richiama la memoria negativa narrandola in prima persona e descrivendo l’evento così come è accaduto; 2)l’immagine viene richiamata osservandola dalla prospettiva presente e il paziente è invitato a compiere delle rivalutazioni seguendo il suo punto di vista attuale; 3) il paziente assume nuovamente la prospettiva originaria dell’evento, ma incorporando le osservazioni elaborate durante la seconda fase.
Non esistono numerosi studi in grado di valutare l’applicazione della medesima tecnica senza la combinazione con la ristrutturazione cognitiva. Per tale ragione, Reimer&Moscovitch (2015) hanno condotto uno studio per misurarne l’efficacia secondo tale modalità. Venticinque partecipanti, tutti con diagnosi principale di DAS, sono stati divisi in due gruppi: al primo gruppo veniva somministrata una seduta di intervento IR senza ristrutturazione cognitiva, mentre al secondo gruppo non veniva somministrato alcun intervento.
I risultati hanno messo in luce come i soggetti che hanno avuto modo di sperimentare la IR riportano una sostanziale riduzione dei sintomi di  DAS, con un richiamo delle proprie memorie autobiografiche più positivo. Inoltre, i medesimi soggetti riportano marcati cambiamenti nel contenuto e nell’accuratezza delle proprie credenze principali legate alle memorie autobiografiche che possiedono.

Tali esiti mostrano come l’intervento a singola sessione di IR senza alcuna combinazione con la ristrutturazione cognitiva sia possibile ed efficace per persone con DAS. A questo punto ci si potrebbe chiedere perché non implementare un intervento come la IR, più breve e meno costoso in termini temporali ed economici, sostituendo così trattamenti più complessi attualmente utilizzati nell’intervento sull’ansia sociale. Le risposte possono essere molteplici. La prima riguarda l’efficacia dell’intervento sul campione considerato: solo il 23% dei soggetti dello studio ha raggiunto guarigione completa. Secondo, non esistono indicazioni precise riguardo al momento dell’intervento in cui precisamente debba essere amministrata la IR, o con quale tipo di pazienti. Terzo, è necessario determinare e definire meglio le competenze del terapeuta nel gestire una modalità di intervento adeguata.

I clinici dovrebbero dunque essere sempre attenti a consolidare con la pratica clinica e la ricerca nuovi protocolli d’intervento emergenti prima di sostituirli a trattamenti certamente più complessi ma con maggiore evidenza scientifica.

 

Per approfondimenti:
Reimer, S. G., &Moscovitch, D. A. (2015). The impact of imagery rescripting on memory appraisals and core beliefs in social anxiety disorder. Behaviour Research and Therapy, 75, 48-59.

 

Obiettivi personali e benessere

di Rosanna De Angelis
curato da Roberta Trincas

“La qualità non è mai casuale; è sempre il risultato di uno sforzo intelligente”. John Ruskin

Nell’ultimo decennio, si è andata affermando una Teoria Motivazionale del Benessere Soggettivo. L’approccio fondato su questa teoria si basa sul presupposto che il successo in obiettivi significativi abbia un ruolo importante nello sviluppo e nel mantenimento del benessere psicologico delle persone. In questa prospettiva, il benessere soggettivo è tanto più elevato quanto più l’individuo è impegnato in progetti di vita – piani di azione estesi tesi al raggiungimento di obiettivi personali – significativi, ben strutturati, supportati da altri, non eccessivamente stressanti e generativi di un senso di autoefficacia.
Uno studio longitudinale a breve termine, condotto su un campione di 88 studenti universitari, ha cercato di esaminare in che modo le caratteristiche degli obiettivi personali possono spiegare le differenze e i cambiamenti del benessere soggettivo nel tempo.
La ricerca si è focalizzata su tre caratteristiche degli obiettivi personali: l’impegno nel perseguimento dell’obiettivo, la valutazione che il soggetto formula sulla raggiungibilità dell’obiettivo e i progressi percepiti nel raggiungimento dell’obiettivo.
L’impegno nel perseguimento dell’obiettivo indica fino a che punto l’obiettivo personale è associato ad un forte senso di determinazione nel perseguirlo, all’urgenza di investire le proprie energie nel suo conseguimento e alla disponibilità a compiere un grande sforzo per realizzarlo.
La valutazione soggettiva sulla raggiungibilità dell’obiettivo rappresenta il risultato del confronto che il soggetto fa tra l’esistenza di condizioni favorevoli e l’esistenza di condizioni sfavorevoli al raggiungimento del suo obiettivo. Le condizioni favorevoli indicano che una persona ritiene di avere abbastanza tempo e opportunità per dedicarsi al suo obiettivo, di avere il potere di raggiungerlo e di ricevere un adeguato sostegno sociale nella sua realizzazione.
Dopo aver chiesto ai partecipanti di elencare sei obiettivi personali che si proponevano di realizzare nei primi mesi dell’anno accademico ed aver rilevato il loro stato di benessere iniziale, le tre dimensioni-obiettivo ed i livelli di benessere soggettivo sono stati misurati in 3 tempi diversi in un arco temporale di 14 settimane. Il benessere soggettivo è stato considerato nei suoi aspetti sia affettivi (umore euforico/depresso) che cognitivi (soddisfazione di vita).
Dallo studio in esame, è emerso che l’intensità dell’impegno dedicato al perseguimento dei propri obiettivi è una variabile di moderazione, perché determina la misura in cui le differenze nella percezione della loro raggiungibilità spiegano i cambiamenti positivi e negativi del benessere soggettivo nel tempo. Questo significa che, rispetto agli individui che dedicano uno scarso impegno alla realizzazione dei loro obiettivi, le differenze nella stima della loro raggiungibilità non sono indicative di differenze nel benessere soggettivo, mentre, rispetto a coloro che si impegnano molto per realizzare i propri scopi, la percezione di raggiungibilità degli obiettivi è predittiva di maggiori livelli di benessere soggettivo e, al contrario, la percezione di difficoltà o ostacoli nella raggiungibilità degli obiettivi implica una compromissione significativa dei livelli di benessere.
È emerso, altresì, che i progressi percepiti nel raggiungimento degli obiettivi hanno un effetto diretto sui livelli di benessere soggettivo e mediano l’effetto dell’interazione tra l’impegno e la raggiungibilità degli obiettivi sul benessere.

Per approfondimenti:

Brunstein J.C. (1993). Personal Goals and Subjective Well-Being: a longitudinal study. Journal Personality and Social Psychology, Vol. 65, No. 5, 1061-1070.

I meccanismi psicologici degli interventi basati sulla mindfulness

di Giulia Armani
curato da Alberto Chiesa

La mindfulness può essere definita come la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione in maniera intenzionale e in assenza di giudizio, al momento presente.
Negli ultimi anni sono state sviluppate diverse tecniche basate sulla mindfulness, che hanno unito la tradizione orientale della meditazione con le conoscenze cliniche del mondo occidentale.
Nonostante sia stata ormai ampiamente dimostrata l’efficacia di tali interventi per una vasta gamma di disturbi, ancora poca chiarezza si è fatta sui meccanismi psicologici che ne sono alla base. Comprendere quali sono i fattori su cui agisce la mindfulness permetterebbe di identificare i principi che accomunano le varie tecniche e di affinarle, puntando su ciò che ha maggiore efficacia.

Chiesa e collaboratori hanno messo in luce, passando in rassegna diversi studi recenti, alcuni punti chiave nel funzionamento degli interventi basati sulla mindfulness:
– La pratica di tali tecniche, indipendentemente dal tipo di intervento usato e dalla condizione clinica del soggetto, aumenta i livelli di mindfulness percepita soggettivamente. Mettendo a confronto gruppi che hanno ricevuto interventi basati sulla mindfulness, con gruppi di controllo di diverso tipo (sia condizioni aspecifiche, come l’inserimento in una lista d’attesa, la psicoeducazione o gruppi di supporto sociale, sia specifiche, come uso di antidepressivi o tecniche di rilassamento muscolare) emerge che l’incremento dei livelli di mindfulness è maggiore nei gruppi che usano gli interventi basati su di essa, rispetto agli altri. Questo sembra dimostrare che tale incremento della mindfulness sia da attribuire specificatamente alla pratica di questa e non a fattori generici, come l’aspettativa di un miglioramento, le cure di un professionista o il supporto del gruppo.
– L’aumento dei livelli di mindfulness sembra predire un miglioramento del quadro clinico dei pazienti, per una vasta gamma di sintomi: ansia, stress percepito, emozioni negative, sintomi depressivi. Anche in soggetti sani maggiori livelli di mindfulness sono connessi a un aumento del benessere percepito.
– Vi è una significativa relazione inversa tra mindfulness e ruminazione, dove all’aumentare della prima, si riduce la seconda. La diminuzione della ruminazione potrebbe quindi essere il meccanismo attraverso cui la pratica della mindfulness porta a così tanti benefici in pazienti e soggetti sani.
– Alti livelli di mindfulness sono legati a un aumento dell’auto compassione, il sentimento di gentilezza e cura verso sé stessi e la propria sofferenza. A sua volta, sembra che l’auto compassione abbia un ruolo importante nel determinare il miglioramento clinico.
– Emerge una relazione inversa tra i livelli di mindfulness e le strategie di evitamento esperienziale. Pare, cioè, che gli interventi basati sulla mindfulness agiscano riducendo l’evitamento delle situazioni che producono sentimenti negativi.
– La mindfulness sembra andare ad agire anche sulla reattività cognitiva, diminuendola. Per reattività cognitiva si intende il grado in cui uno stato emotivo disforico riattiva schemi di pensiero disfunzionali che fanno ricadere in un episodio depressivo.
– Vi è un’associazione tra alti livelli di mindfulness e maggiore intelligenza emotiva, che si traduce in una migliore regolazione delle emozioni.

Tali risultati, seppur da considerare con cautela per via dei limiti di alcuni studi, possono indirizzare la ricerca futura verso una maggiore comprensione del funzionamento della mindfulness.

Umore fluttuante: ordine nel disordine

di Jacopo Biraschi
a cura di Carlo Buonanno

Mi sveglio al mattino un venerdì e sono consapevole di avere avanti a me un weekend stimolante. La giornata parte molto bene, finché non mi ritrovo in un noiosissimo meeting di lavoro con il mio capo ed alcuni colleghi; al meeting però la mia collega Giulia mi guarda un paio di volte e mi lancia un sorriso. Situazioni come quella appena descritta ricorrono continuamente nella vita di ognuno di noi, infarcite delle peculiarità che caratterizzano la nostra routine. Quello che è interessante notare è che un breve frammento di vita come questo contiene elementi appartenenti a ordini temporali differenti: il weekend dura alcuni giorni, il meeting di lavoro alcune ore, lo scambio di sguardi con la collega alcuni istanti. Ma cos’è che accomuna esperienze appartenenti a ordini così temporali differenti (giorni, ore, secondi) in un’esperienza unitaria? La risposta è nelle fluttuazioni dell’umore, ovvero nel modo in cui il nostro umore cambia in risposta alla situazione.

È un fatto consolidato che le fluttuazioni dell’umore, nel momento in cui deviano da un determinato status, vengano gestite tramite un meccanismo di regolazione omeostatica; tuttavia, questo tipo di funzionamento sembra essere insufficiente a spiegare la complessa flessibilità del sistema affettivo. L’ipotesi di ricercatori spagnoli è che il sistema affettivo operi piuttosto su diverse scale temporali (giorni, ore, secondi, come nell’esempio precedente), manifestando una multistabilità tipica di altri sistemi fisiologici e regolata da un controllo di tipo allometrico, sovraordinato rispetto all’omeostatico. L’allometria è un fenomeno biologico che descrive l’accrescimento relativo di una o più parti di un organismo rispetto all’organismo stesso, come ad esempio la velocità di crescita dei palchi di un cervo rispetto all’intero animale: il fatto che tale accrescimento funzioni su diverse scale temporali sotto controllo allometrico significa che, cambiando la scala temporale presa in esame, il rapporto di crescita resta invariato (invarianza di scala). In altri termini, il rapporto fra la velocità di crescita del cervo nel suo complesso e quella relativa ai suoi palchi, resta costante sia considerando un mese di sviluppo dell’animale, un anno o l’intero ciclo di vita. All’inizio degli anni ’90 è stato dimostrato che diversi sistemi fisiologici, come le fluttuazioni del battito cardiaco, della respirazione ecc, non sono casuali bensì frattali; un frattale è un oggetto caratterizzato da autosimilarità, ovvero un oggetto simile a se stesso. Ciò significa che questo presenta la stessa “forma” su scale diverse, come nelle diverse scale temporali dell’esempio iniziale. Nell’articolo preso qui brevemente in esame gli Autori hanno valutato la presenza di una struttura frattale – autosimile – delle fluttuazioni del sistema affettivo. Viene quindi postulato che tali fluttuazioni abbiano la stessa struttura su scale temporali diverse (secondi, ore, giorni): questo significa che le fluttuazioni dell’umore sono le stesse a prescindere dal fatto che si consideri l’intero weekend (giorni), il meeting di lavoro (ore) o lo sguardo d’intesa con Giulia (secondi). L’autosimilarità del sistema affettivo risulta adattiva in quanto positivamente correlata con la flessibilità psicologica: dunque il sistema affettivo è stabile perché multistabile, cioè frattale.

Per approfondimenti:

Bornas X., Balle M., Morillas-Romero A, Aguayo-Siquier B. (2015): Allometric control of daily mood and anxiety fluctuations, Springer Science+Business Media, New York.

Mindfulness, Controllo esecutivo e regolazione delle emozioni

di Daniele Ferrari
a cura di Mauro Giacomantonio

Nel corso degli ultimi decenni la particolare pratica meditativa chiamata Mindfulness ha stabilmente guadagnato popolarita’ nella cultura occidentale, diventando anche argomento di studi delle scienze psicologiche.
La Mindefulness comprende due sfaccettature: l’attenzione al momento presente e l’accettazione non giudicante di emozioni e pensieri.

I benefici sulla regolazione delle emozioni nel praticare la Mindfulness sono ben documentati, ma il come riesca a migliorare questa capacità non è ancora del tutto chiaro.

Un nuovo collegamento tra la Mindfulness e il miglioramento dell’abilità di regolazione emotiva potrebbe essere rappresentato dal ruolo svolto dal controllo esecutivo (la capacità di attuare un comportamento diretto verso l’obiettivo, mettendo in atto complessi processi mentali e abilità cognitive).

Nello specifico, il suggerimento è che l’attenzione al momento presente e l’accettazione non giudicante, coltivati dalla pratica meditativa, siano cruciali nella promozione del controllo esecutivo perchè icrementano la sensibilita’ ai piccoli segnali emotivi che vengono esperiti (ad es. la ‘fitta’ d’ansia,  rapida e sfuggente, preconscia, che si prova dopo aver commesso un errore). Questa raffinata sintonizzazione e apertura ai sottili cambiamenti favorisce il controllo. In che modo?

Meditare non è un processo di svuotamento della mente, una sospensione dal “sentire”, al contrario, tende a un sentire più chiaro,  l’adozione di una mentalità aperta e non giudicante agisce sulla relazione della persona con le proprie emozioni (considerate ora come eventi mentali transitori piuttosto che riflessi della realtà) e non sulla natura delle emozioni stesse, migliora la capacità di elaborare in modo più adattivo le informazioni emozionali ed a non utilizzare strategie di regolazione emozionale disfunzionali, come l’evitamento, il rimuginio o la soppressione.

La percezione più nitida della discrepanza esistente tra la rappresentazione dello stato attuale e quella dello stato desiderato aiuta a reclutare il controllo esecutivo e, di conseguenza, la capacità di fare aggiustamenti e migliorare la gestione della nostra condotta, attraverso un lavoro di approssimazioni successive tra Attenzione e Accettazione.

Le persone in grado di sentire e accettare l’iniziale “fitta” emotiva saranno anche in grado di mobilitare più rapidamente le risorse di regolazione necessarie, minimizzando le conseguenze negative associate a reazioni emotive irruenti.
Se ad esempio una persona ha come scopo la gestione della propria rabbia, il riconoscimento (chiaro e in anticipo) dello stato fisiologico transitorio (battito cardiaco accelerato), segnala il possibile fallimento dello scopo “gestione rabbia”, innescando il veloce reclutamento delle necessarie risorse regolatorie.

Quali altre conseguenze ipotetiche ci possono essere come conseguenza  di un miglior controllo esecutivo?

Quando i segnali emotivi cessano di essere adattivi diventando reazioni  disadattive ?

La consapevolezza migliora l’esperienza emotiva o consente una maggiore precisione di lettura?

Tra i molteplici effetti della Mindfulness, considerando gli interrogativi che si generano nel tentativo di comprendere i meccanismi che la sottendono, possiamo includere, senza dubbio, lo stimolo alla ricerca scientifica.

 

Per l’ampia bibliografia riferirsi alla pubblicazione originale:

Teper, Segal, & Inzlich, Inside the Mindful Mind, 2013.
http://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/0963721413495869