Che cos’è la commozione? Un’ipotesi cognitivo-evoluzionista

di Maurizio Brasini

La compartecipazione e la condivisione del significato dell’esperienza soggettiva. Un’opportunità di incontrare anche noi stessi: la commozione annuncia un’occasione di “sintesi personale”
Partiamo da una definizione di commozione (dal lat. muovere con, muovere insieme): è un sentimento intenso benevolo e amorevole di compassione, tenerezza, pietà o ammirazione, che può suscitare il pianto. La peculiarità della commozione è che le lacrime possono affiorare anche in situazioni che non sono tristi o dolorose. A volte, abbiamo gli occhi lucidi per la gioia o proviamo un sentimento misto di tristezza e felicità. Spesso, infatti, non sappiamo distinguere perché stiamo piangendo.
Se è vero che si piange quando si soffre o quando condividiamo empaticamente la sofferenza di qualcun altro, perché mai ci commuoviamo anche osservando qualcuno che sta bene o che è felice? Perché sentiamo un fondo di contentezza mentre ci si inumidiscono gli occhi?
Bisogna tenere presente che, fin dalla nascita, è parte della nostra natura ricercare la vicinanza protettiva dei nostri simili quando versiamo in condizioni di bisogno, ad esempio quando abbiamo paura, o proviamo un qualche tipo di sofferenza sia fisica sia emotiva. Questa propensione si chiama “attaccamento” ed è presente in tutte le specie che si prendono cura della prole. Il pianto è un comportamento innato che serve come segnale per i nostri simili, una specie di messaggio universale che significa: “Stammi vicino”. Leggi tutto “Che cos’è la commozione? Un’ipotesi cognitivo-evoluzionista”

Perché il perdono può essere talvolta una via d’uscita dalla sofferenza emotiva?

di Barbara Barcaccia

Quando sentiamo che abbiamo subìto un torto ingiusto e che qualcuno ha violato i nostri diritti o i princìpi in cui crediamo, ci sentiamo feriti, offesi. A seconda del nostro sistema di valori, l’offesa sarà per noi più o meno grave. Ma conta anche il modo in cui è stata perpetrata l’offesa, ad es. quanto siamo convinti che il comportamento offensivo dell’altro sia stato intenzionale: quanto è stato deliberato il torto commesso? Quanta responsabilità ha la persona che ci ha fatto del male, secondo noi? Infatti, quando una vittima pensa che l’offensore sarebbe stato perfettamente in grado di controllare il proprio comportamento, e invece non lo ha fatto, tende a provare più rabbia. Tra le altre variabili che possono incrementare il peso dell’offesa, ci sono la reiterazione, per cui essa viene ripetuta più e più volte, ma anche il grado di vicinanza con la persona (più si è in una relazione stretta, più intensa sarà la sofferenza), e se lede gravemente la dignità della persona. Infine, il fatto che chi ci ha offeso non riconosca il danno compiuto e che non chieda scusa per la propria azione, rendono ancora più bruciante la ferita.

È noto che, alle offese percepite come gravi si tende a reagire, istintivamente, con l’odio e la vendetta, oppure con l’evitamento e la fuga. Si tratta di reazioni che, pur messe in atto nella convinzione di poter essere risolutive, purtroppo tendono a peggiorare la sofferenza della vittima dell’offesa. In pratica, i tentativi di soluzione diventano problemi, ed è per questo che la psicologia ha cominciato a occuparsi del perdono, intravedendone le potenzialità benefiche in termini psicologici. Leggi tutto “Perché il perdono può essere talvolta una via d’uscita dalla sofferenza emotiva?”

Aspetti neurofisiologici e psicobiologici in psicopatologia sperimentale

di Olga Ines Luppino

Ci fa piacere annunciare l’uscita del numero 1 – 2015 di Cognitivismo Clinico, rivista scientifica peer reviewed attiva dal 2004.

Il volume in questione raccoglie lavori di approfondimento sugli aspetti neurofisiologici e psicobiologici in psicopatologia sperimentale e, come tutti i precedenti, è scaricabile in formato PDF, dal sito www.apc.it

Di seguito l’editoriale a cura di Simone Gazzellini e Francesco Mancini. FullSizeRender

Sperando che il numero sia di vostro gradimento vi auguriamo una buona lettura, invitandovi anche a sottomettere articoli alla rivista.

Vi ricordiamo che i lavori possono essere inviati sia in Italiano che in Inglese e sottomessi direttamente on line dal sito www.fioriti.it oppure inviandoli in formato Word con posta elettronica a carcione@terzocentro.it

Editoriale

Una delle conseguenze del fondare la psicoterapia sulle prove evidence based è stato permettere l’unione della ricerca in neuroscienze e in psicopatologia. Ad oggi è difficile ignorare le conoscenze che i molti laboratori di ricerca di neuroscienze apportano ai modelli psicopatologici e di trattamento. Tuttavia bisogna definire i margini di applicazione delle neuroscienze alla psicopatologia e soprattutto alla psicoterapia. Leggi tutto “Aspetti neurofisiologici e psicobiologici in psicopatologia sperimentale”

Workshop sulla Compassion Focused Therapy nel trattamento della rabbia problematica.

di Rosita Maglio

Si è conclusa da poco a Manchester la 4ª edizione della Conferenza Internazionale sulla Terapia Focalizzata sulla Compassione (21-23 ottobre, 2015). Il giorno precedente l’inizio della conferenza c’è stata la possibilità di partecipare ad alcuni workshop formativi, tra i quali quello tenuto dal Prof. Russell Kolts dell’Università della Eastern Washington, centrato sull’applicazione della Compassion Focused Therapy (CFT) nel trattamento della rabbia problematica.

Il Prof. Kolts svolge anche attività clinica in ambito forense, lavorando nelle prigioni, con pazienti che presentano problematiche legate alla rabbia. Il modello da lui proposto si basa sull’approccio sviluppato dal Prof. Paul Gilbert e ruota intorno all’idea di promuovere nel soggetto meccanismi più funzionali di controllo della rabbia, partendo dal presupposto che il soggetto agisce ponendo in essere strategie maladattive che però non sceglie consapevolmente di mettere in atto. Strutturalmente, il workshop ha visto una prima parte introduttiva, dove è stata presentata l’emozione della rabbia nell’ottica della CFT ed il motivo per il quale sarebbe auspicabile utilizzare un approccio compassionevole nel trattamento della rabbia problematica. La seconda parte ha riguardato l’applicazione della CFT nel trattamento della rabbia. Leggi tutto “Workshop sulla Compassion Focused Therapy nel trattamento della rabbia problematica.”

Alessitimia: necessità o abitudine? Uno studio sull'interazione tra affettività negativa, strategie di coping evitante e alessitimia

di Elena Bilotta

In un articolo appena pubblicato sulla rivista Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice (Link: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/papt.12079/abstract; Bilotta, E., Giacomantonio, M., Leone, L., Mancini, F., & Coriale, G. (2015). Being alexithymic: necessity or convenience. Negative emotionality X avoidant coping interactions and alexithymia. Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice) abbiamo testato un’ipotesi secondo la quale l’alessitimia trae origine da due “percorsi” alternativi: 1) un’elevata sofferenza emotiva; oppure 2) un’abitudine a utilizzare stili di coping evitante. Tale concettualizzazione è in linea con quella che in letteratura viene definita alessitimia secondaria, ovvero una condizione sviluppata sulla base di sofferenza emotiva e conseguenza di strategie volte a evitare stati interiori avversi (Bailey & Henry, 2007; Marchesi, Brusamonti, & Maggini, 2000), ma a differenza degli studi tradizionali sull’argomento, propone un approfondimento del ruolo svolto dalla preferenza per strategie di coping evitante nella sua insorgenza. Leggi tutto “Alessitimia: necessità o abitudine? Uno studio sull'interazione tra affettività negativa, strategie di coping evitante e alessitimia”

I bambini hanno il diritto di essere tristi?

di Anita Parena

È facile fare affermazioni come “tutte le emozioni sono buone” o “tutte le emozioni, anche quelle negative, aiutano a crescere”. In questo momento in cui nelle sale c’è Inside out la legittimità delle emozioni negative è particolarmente in auge, dal momento che il film in modo molto intelligente ed efficace mette in luce i vari modi in cui anche emozioni considerate negative come la tristezza sono da vivere e da esperire in piena consapevolezza perché funzionali al nostro equilibrio. Tradurre questo in pratiche Il-linguaggio-del-cuore_590-0762-3educative, però, è meno facile. Nel libro “Il linguaggio del cuore” di Claudia Perdighe, ci sono esempi presi dalla vita quotidiana di come i genitori “involontariamente”, in mille modi diversi, insegnano a inibire o reprimere le emozioni; molto spesso questo accade perché spaventati sia dalle emozioni dei loro bambini, sia dai possibili effetti su loro stessi. Il primo e forse più chiaro esempio è il contrasto del pianto del bambino, il “non piangere” che per mesi o anni guida tante interazioni genitore-figlio; interrompere il pianto del bambino, infilargli un ciuccio in bocca, cercare mille strategie per farlo smettere, è il primo modo in cui diciamo al bambino “non esprimere ciò che senti”. Il pianto  prolungato e apparentemente senza una causa a cui è possibile trovare una soluzione immediata come fame, freddo o sonno, attiva sentimenti di preoccupazione, disagio e timori sulle proprie capacità di genitore…!

Se invece nel “calmare il bambino” ci ricordassimo che “tutti i bambini piangono e non è un problema che necessariamente richiede una soluzione” anche il ruolo dei neo-genitori sarebbe più semplice.

Se il bambino smette di piangere io mi sento meglio, vero! Se però ogni volta che piange rispondo con “non piangere”, rischio inconsapevolmente di insegnargli che deve sempre essere di buon umore o che non deve mostrare il suo disagio.

Il diritto dei bambini di essere tristi, titolo scelto dall’autrice originariamente, sarebbe il giusto titolo del libro, il cui tema sono appunto le emozioni, piacevoli e spiacevoli: quelle dei bambini e quelle dei genitori.

Psicoterapia Cognitiva dell’Ansia e del Ritiro Sociale

di Valentina Silvestre e Caterina Parisio

In un clima di condivisione e appartenenza, per un progetto comune di formazione e di ricerca, l’AIDAS (Associazione Italiana Disturbi dell’Ansia Sociale) e la SITCC (Società Italia Terapia Cognitivo-Comportamentale) hanno organizzato una giornata di studio che si è tenuta sabato 3 Ottobre a Napoli, giornata in cui si è parlato di “non condivisione” e “non appartenenza”. logo-lucid3

Nel Convegno su “Psicoterapia Cognitiva dell’Ansia e del Ritiro Sociale” è stato fatto il punto sullo stato dell’arte rispetto agli aspetti psicopatologici e alle modalità di trattamento dell’ansia sociale. Disturbo che rappresenta una realtà clinica di sempre maggiore impatto nella pratica quotidiana di psicoterapeuti e psichiatri e che impone un costante aggiornamento per poter fornire le migliori risposte e saper applicare efficaci protocolli di trattamento. Leggi tutto “Psicoterapia Cognitiva dell’Ansia e del Ritiro Sociale”

Overgeneral memory e disturbo depressivo: perché?

di Rosina Misasi, Università Guglielmo Marconi, Roma[1]

Il fenomeno overgeneral memory (OGM), caratteristica costante dei pazienti con diagnosi di depressione maggiore (Williams 1996), è un ipergeneralizzazione dei ricordi autobiografici che riflette la difficoltà a recuperare una memoria specifica. Ma perché ciò accade nei pazienti con MDD?

La conoscenza di base della memoria autobiografica (autobiographical memory knowledge base) è composta da conoscenze relative al Sé organizzate in un magazzino di memorie autobiografiche secondo tre livelli di specificità (Conway e Pleydell-Pearce 2000). Leggi tutto “Overgeneral memory e disturbo depressivo: perché?”

Le luci della città: una pratica guida alla depressione per autodidatti…

a cura della Redazione

Pubblichiamo oggi la testimonianza di una giovane donna affetta da crisi depressive.

In questo articolo, pubblicato sul sito softrevolutionzine.org, una rivista online per ragazze, si offrono degli spunti per comprendere l’esperienza emotiva in atto e per identificare gli eventuali segnali che precedono, e spesso anticipano, un episodio depressivo.

“La mia terza crisi depressiva fu la prima ad essere diagnosticata. Avvenne in un pomeriggio di settembre, nello studio del dottor M.. Fuori c’era un sole che mi sembrava, come minimo, indiscreto. Prima di rivolgermi ad un professionista avevo fatto passare tempo, abbastanza da essere sicura di averne davvero, davvero bisogno. Quando mi ritrovai a piangere senza motivo apparente sulla metro A, seduta tra due estranei, capii che era la mia ultima occasione di provare a fare qualcosa prima di ricaderci. Il motivo per cui è così difficile parlare della malattia mentale è …” (continua a leggere)