Riconoscere e accettare le emozioni dei propri figli e accompagnarli nella crescita

di Antonella Rainone

Non molto tempo fa un mio amico infermiere di pronto soccorso mi raccontava che molti neogenitori, a tarda sera del giorno delle dimissioni dal reparto maternità, arrivano al pronto soccorso con il loro cucciolo urlante tra le braccia chiedendo disperati aiuto: “Non riusciamo a farlo smettere”. Non tornano chiedendo aiuto su come cambiargli il pannolino o allattarlo, per quello bastano le istruzioni che hanno ricevuto in pochi giorni da una brava ostetrica. Sono disperati e spaventati perché non sanno come gestire l’espressione più autentica e spontanea (e scontata) dell’emozioni del bambino: il pianto. Il-linguaggio-del-cuore_590-0762-3Quando ho letto il libro uscito da poco di Claudia Perdighe, “Il linguaggio del cuore” (edito dalla Erickson), mi è venuta l’idea di chiamare il mio amico infermiere: finalmente una guida per gestire le emozioni del cucciolo umano! Perché ciò che rende così difficile il mestiere di genitore è in gran parte dovuto alla natura emotiva del bambino e del genitore stesso. Il fatto che i genitori in quanto esseri umani siano emotivi a loro volta e quindi possiedano le emozioni, le esperiscano continuamente non rende per niente scontato che le sappiano riconoscere, accettare e gestire funzionalmente nel loro cucciolo. Anche perché i neogenitori sono alle prese con una serie di proprie emozioni forti, a volte impreviste e non desiderate (perché negative) che il diventare genitori scatena dentro. Leggi tutto “Riconoscere e accettare le emozioni dei propri figli e accompagnarli nella crescita”

Pulizia e dignità

di Francesco Mancini

In questo video, un veterano di guerra, barbone e alcolista è lavato, sbarbato e rivestito e, in pochi minuti, assume le apparenze di un distinto signore. La cronaca narra che, a seguito di questa trasformazione, abbia finalmente trovato qualcuno disposto a dargli un alloggio e abbia deciso di rivolgersi alla Anonima Alcolisti. 
Un vivido esempio di quanto la pulizia e il decoro dell’aspetto fisico possa essere importate al fine di sentirsi dignitosi (notate l’espressione di stupore positivo quando si guarda allo specchio a trasformazione compiuta) e considerati degni di appartenenza.
Più in generale, direi, un esempio della relazione che esiste fra la dimensione dello sporco e del pulito, cioè del disgusto, e la dignità che ci si riconosce e quella che ci riconoscono gli altri.
Tra le tante possibili implicazioni per la psicopatologia, mi sembra, che questo esempio getti una luce in più sul significato che la contaminazione da parte di sostanze disgustose possa avere per i pazienti ossessivi.

P.S. un ringraziamento alle dr.ssa Katia Tenore e Roberta Trincas che hanno rintracciato il video nel Web

Cosa succede nel cervello quando memorizziamo e ricordiamo eventi emotivamente intensi?

di Barbara BasileBasile

Capire cosa succede nel nostro cervello quando memorizziamo o quando rievochiamo episodi emotivi può essere fondamentale per comprendere e relazionarci a disturbi emotivi come il disturbo post-traumatico da stress, i disturbi dell’umore e a problemi legati a eventi stressanti. Nell’ambito delle neuroscienze molti studi dimostrano che nel registrare e nel ricordare eventi emotivamente intensi vengono coinvolte aree cerebrali come l’amigdala, i lobi temporali mediali, l’ippocampo e la corteccia prefrontale. Comprendere meglio i meccanismi che sottostanno ai processi mnestici può essere utile nella gestione, in terapia, dei ricordi dolorosi dei pazienti.

È noto, ad esempio, che è molto più facile consolidare (encoding) e rievocare ricordi emotivamente intensi (alto arousal), rispetto a eventi neutri. Prova della maggiore efficacia nell’encoding di eventi emotivamente rilevanti (rispetto a quelli neutri) si rileva anche dalla registrazione di una maggiore attività cerebrale nell’amigdala e nei lobi temporali mediali (Dolcos et al., 2012).

L’amigdala sembra essere coinvolta anche nella rievocazione di eventi emotivi personali, quanto meno per eventi autobiografici recenti, rispetto a ricordi personalmente meno rilevanti (i.e., ricordi emotivamente intensi di una partita di baseball rievocata a distanza di pochi giorni da tifosi appassionati; Botzung et al., 2010). Purtroppo ancora non ci sono studi che analizzano la risposta cerebrale durante la rievocazione di ricordi personali rilevanti più remoti (i.e., ricordi infantili). È comunque stato osservato che durante la rievocazione corretta di ricordi emotivamente intensi, la connessione tra l’amigdala e i MTL è maggiore di quanto non accada nel caso in cui si rievochi un evento in modo sbagliato (Dolcos et al., 2005).  Ciò sembrerebbe dipendere dal fatto che ricordare eventi emotivamente intensi facilita una rievocazione corretta (favorendo il ricordo di aspetti contestuali, relativi al dove, quando e perché), e, a sua volta, ricordare la cornice in cui l’evento è inserito facilita il richiamo dello stato emotivo collegato all’episodio (ciò spiegherebbe anche l’utilità di alcune tecniche psicoterapiche, come quella dell’Imagery with Rescripting usata nell’ambito della Schema Therapy; Arntz et al., 2012).

Il consolidamento e la rievocazione della valenza specifica di un ricordo sembra coinvolgere regioni cerebrali distinte. Congiuntamente all’amigdala, la corteccia prefrontale mediale (medPFC) si attiva soprattutto nel caso di ricordi a valenza positiva, probabilmente perché la PFC è tipicamente coinvolta nei processi di gratificazione (reward) e nelle relazioni sociali, anche queste fondamentali nell’elaborazione dei ricordi che, quindi, ci permettono di attenerci alle norme e convenzioni sociali (i.e., saper distinguere e ricordare cosa è bene e cosa è male; Tsukiura et al., 2011a, 2011b, 2012). Di contro, l’elaborazione della valenza di ricordi negativi sembra essere mediata soprattutto dall’ippocampo/MLT e dall’insula, oltre all’amigdala.

Inoltre, da diversi studi sembrerebbe che l’intensità emotiva di un ricordo sia associata all’attività cerebrale in singole aree, mentre la valenza affettiva si rispecchia maggiormente nell’intensità della connessione tra regioni diverse, forse perché, in questo caso, è necessario attingere a processi mentali più complessi.

La memorizzazione e la rievocazione di episodi emotivamente intensi viene mediata anche da una serie di fattori individuali legati alle caratteristiche di personalità, al genere e all’età. Ad esempio, soggetti con livelli elevati di neuroticismo, e quindi più vulnerabili allo sviluppo di disturbi affettivi, hanno più facilmente accesso a ricordi negativi, mentre chi è più estroverso predilige eventi a valenza positiva. A livello neuronale, infatti, individui più neurotici mostrano una attività cerebrale più intensa nell’amigdala e nell’ippocampo/MLT e l’intensità di questa attivazione correla positivamente con l’intensità dei livelli di neuroticismo.

In relazione alle differenze di genere, è noto che le donne sono più emotive, riescono ad esprimere meglio le emozioni e hanno una maggiore “esperienza/memoria emotiva”, rispetto agli uomini. Tale differenza si può riscontrare anche a livello cerebrale, osservando una specializzazione emisferica dell’amigdala (sinistra verso destra), fattore che sembra dipendere dalla specificità dei processi di consolidamento dei ricordi. Nell’encoding, infatti, le donne solitamente prediligono strategie specifiche e di tipo verbale (elaborate dall’emisfero sinistro), mentre gli uomini usano strategie globali, di tipo visuo-spaziale (processate dall’emisfero destro).

Infine, anche l’età sembra avere un ruolo nei processi di memorizzazione emotiva. All’aumentare dell’età, infatti, si osserva un bias affettivo positivo che favorisce una maggiore rievocazione di episodi positivi (rispetto a quelli negativi) e la ri-elaborazione in chiave più positiva dei ricordi negativi.  Anche questo vantaggio dovuto all’età dipenderebbe dal nostro cervello. Solitamente, infatti, con l’aumentare dell’età le aree posteriori (come i MTL e l’ippocampo) vengono attivate di meno, mentre cresce il coinvolgimento di aree anteriori (come la PFC), maggiormente implicate nell’elaborazione di ricordi a valenza positiva (Davis et al., 2008) e nel consolidamento di strategie di regolazione emotiva più efficaci (Mather & Knight, 2005), che richiedono capacità cognitive complesse.

Anche se i progressi nell’ambito delle neuroscienze hanno permesso una migliore comprensione dei processi neuronali coinvolti nell’elaborazione dei ricordi affettivi, rimangono ancora parecchie questioni irrisolte. Ad esempio, qual è il ruolo delle strategie di regolazione emotiva nella memoria affettiva? Che ruolo ha l’amigdala nell’elaborazione di eventi emotivi futuri? Così come resta da approfondire il ruolo di caratteristiche individuali legate alla personalità o al sesso. La risposta a questi quesiti potrebbe aiutare a comprendere meglio le variabili individuali o le strategie di coping che è necessario considerare o favorire (ad esempio in psicoterapia) nell’affrontare ricordi dolorosi che possono concorrere nell’esordio e nel  mantenimento di alcuni disturbi psichici.

“Regolazione emotiva: causa, conseguenza, mediatore o moderatore nella psicopatologia?”

di Katia Tenore

Riflessioni direttamente ispirate da Emotion Regulation: A Heuristic Paradign for Psychopathology di Pierre Philippot in Journal of Experimental Psychopathology, Vol 4 (2013) Issue 5, 600-607.

In questa elegante trattazione sul ruolo delle strategie di regolazione emotiva, Philippot tenta di dare risposta ad una domanda cruciale, a cui il clinico, nella sua pratica, è continuamente esposto: in che modo la sofferenza sorge e  si mantiene, nonostante il desiderio di chi la prova di fuggire da essa? Leggi tutto ““Regolazione emotiva: causa, conseguenza, mediatore o moderatore nella psicopatologia?””

Dove sentiamo le emozioni?

di Barbara Barcaccia

Un gruppo di ricercatori norvegesi ha pubblicato un articolo molto interessante sulle emozioni nell’ultimo numero di PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America), una rivista che vanta un I.F. superiore a 9. Il lavoro riguarda in particolare le sensazioni corporee correlate alle diverse emozioni. I risultati della ricerca dimostrano che, a seconda dell’emozione implicata, le sensazioni corporee coinvolte sono topograficamente differenti. I pattern con i quali però le diverse emozioni si manifestano sono molto simili tra loro nelle diverse Culture.

Per scaricare l’articolo clicca qui

Riferimenti bibliografici
Nummenmaa, L., Glerean, E., Hari, R., & Hietanen, J.K. (2014). Bodily maps of emotions. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 111, 646-51

Teoria e Clinica del Perdono

a cura della Redazione

Su L’Unità di oggi, 20 agosto 2013, è stata pubblicata una recensione del volume “Teoria e clinica del perdono” (a cura di Barbara Barcaccia e Francesco Mancini, per i tipi di Raffaello Cortina Editore). La recensione, a firma di Pietro Greco, è  disponibile anche nel sito web del giornale  (http://scienzaesocieta.com.unita.it/scienza/2013/08/20/psicologia-perdonare-conviene-uno-studio-dimostra-che-migliora-la-salute-psichica/)

Risposta cerebrale alterata durante l’elaborazione del senso di colpa nel DOC

di Barbara Basile Basile

È in corso di stampa nella rivista “Brain Structure and Function” (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23681167) l’articolo di Basile, Mancini et al. (2013) dal titolo “Abnormal processing of deontological guilt in Obsessive-compulsive Disorder”.

È noto che la colpa abbia un ruolo chiave nell’eziologia e nel mantenimento del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) (per approfondire clicca qui). Recentemente è stata suggerita l’opportunità di distinguere due componenti del senso di colpa: una componente deontologica, legata alla trasgressione di norme morali introiettate, e una componente interpersonale, legata alla consapevolezza di aver commesso atti contrari all’altruismo (Mancini, 2008; Basile and Mancini, 2011). In studi precedenti è stato riscontrato che la colpa deontologica, ma non quella altruistica, abbia lo stesso substrato neurale del disgusto (Basile et al., 2011), che il senso di colpa deontologico implichi un’attivazione del disgusto maggiore del senso di colpa altruistico (D’Olimpio and Mancini, 2012) e che i pazienti ossessivi siano più sensibili alla colpa deontologica, rispetto a soggetti non clinici (Basile et al, 2011; Mancini and Gangemi, 2012).

Lo scopo del presente lavoro consiste nell’indagare, tramite Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI), il substrato neuronale della colpa deontologica ed altruistica in pazienti affetti da DOC.

Per approfondire
Per approfondire

Un gruppo di 13 pazienti con DOC e 19 volontari sani sono stati sottoposti ad  un paradigma sperimentale, precedentemente validato (Basile et al., 2011), volto ad evocare le due emozioni di colpa e altri due stati emotivi (rabbia e tristezza), utilizzati come condizione di controllo.

I risultati dello studio hanno indicato che il gruppo di pazienti DOC mostrava una ridotta attività cerebrale, rispetto agli individui sani, nella corteccia anteriore del cingolo (ACC) e nel giro frontale, quando confrontato con gli stimoli di colpa. Nello specifico, inoltre, i pazienti hanno mostrato una riduzione nell’attività neuronale in aree come l’insula, il precuneo e l’ACC, durante l’elaborazione del senso di colpa deontologico. Nessuna differenza nella risposta cerebrale tra i due gruppi è stata rilevata durante l’elaborazione delle emozioni di colpa altruistica, rabbia e tristezza.

I dati di questa ricerca fMRI supportano l’ipotesi che i pazienti con DOC elaborano in modo anomalo le emozioni associate al senso di colpa, ed in particolare alla colpa di tipo deontologico.

“All too Emotional”: Convegno sulle emozioni

di Barbara Basile  Basile

I massimi esperti statuitensi sulle emozioni (James Gross, Lisa Barrett, Tor Wager) e diversi professori israeliani, tra cui Talma Hendler, Gal Sheppes, Maya Tamir e Hillel Aviezer, sono riuniti nel Campus Universitario di Tel Aviv, in Israele, per condividere e confrontarsi sui modelli di funzionamento e i risultati comportamentali, elettrofisiologici e neuronali degli studi che, negli ultimi anni, hanno indagato le Emozioni.

Leggi tutto ““All too Emotional”: Convegno sulle emozioni”

The paradoxes of depression: a goal driven approach

di Francesco Mancini

È stato pubblicato il capitolo di F. Mancini e A. Gangemi dal titolo “The paradoxes of depression: a goal driven approach”.

Le bozze del capitolo sono scaricabili qui pdf-logo

In caso di uso, si prega di citare F. Mancini e A. Gangemi dal titolo The paradoxes of depression: a goal driven approach. in The goals of cognition: essays in honour of Cristiano Castelfranchi (edited by F. Paglieri, L. Tummolini, R. Falcone e M. Miceli), pp 253.273, College Pubblications, 2012
http://www.istc.cnr.it/news/festcris

Il capitolo è dedicato ai paradossi della reazione depressiva (RD), cioè alla reazione con cui normalmente gli esseri umani rispondono a perdite e fallimenti che considerano senza speranza di recupero o sostituzione. La depressione clinica è di solito considerata una variante più intensa e duratura della reazione depressiva, ma  non è l’oggetto del capitolo. Le manifestazioni della RD sono riducibili a due insiemi. Nel primo vi sono il dolore, la tristezza, il pianto e i lamenti. Questi sintomi assieme alla ruminazione sul bene perduto e alla più generale difficoltà a distaccarsi da ciò che ricorda il bene perduto, dimostrano che a seguito di una perdita e di un fallimento l’investimento nel bene perduto o nella meta fallita si mantiene o addirittura aumenta, infatti, si pensa a una persona perduta da poco, più di quanto ci si pensava prima. Per un verso ciò appare del tutto ovvio e scontato: nessuno si stupisce per il pianto e la disperazione di chi ha perso una persona cara. Tuttavia, ad uno sguardo più attento, è anche vero che mantenere, o addirittura aumentare, l’investimento in un bene che si sa essere perduto, senza speranza di recupero, appare paradossale: che senso ha, infatti, piangere e disperarsi per il latte versato? Perché si continua a investire in un bene che si sa essere perduto per sempre? Non sarebbe più funzionale distaccarsene e dedicarsi ad altro?

Il secondo insieme di sintomi include la perdita di interessi, l’anedonia, il pessimismo e la conseguente riduzione della attività. Questi sintomi, al pari dei precedenti, appaiono del tutto scontati e normali e non sembrano sollevare alcun problema, infatti, sembra ovvio che dopo un lutto si perda interesse per il lavoro, che gli amici non diano più piacere e si preferisca chiudersi in casa. Ma, anche in questo caso, ad un esame più attento la questione non appare per niente ovvia e scontata, anzi, piuttosto, si rivela problematica: perché si perdono i nomali interessi e non si gode più di ciò che prima suscitava piacere? Non sarebbe più funzionale cercare di compensare il bene perduto aumentando investimenti alternativi? Perché invece si disinveste?
La persistenza di un investimento in qualcosa che si sa essere perduto e il disinvestimento da beni alternativi pongono due problemi. Il primo è un problema psicologico. Premesso che la mente è un apparato al servizio di bisogni, desideri e scopi dell’individuo, come è possibile che reagisca alle perdite e ai fallimenti, deprimendosi, cioè mantenendo o addirittura rafforzando l’investimento nel bene perduto (endowment effect)  e, al contempo, disinvestendo da beni alternativi o sostitutivi? La soluzione cognitivista standard, cioè quella di Beck, spiega il pessimismo e quindi, in parte, la perdita di interessi ma con difficoltà rende ragione dell’anedonia e, soprattutto, non considera la persistenza dell’investimento in un bene che si sa essere perduto senza speranza. La soluzione Freudiana, cioè la depressione come autopunizione per aver distrutto l’oggetto d’amore, urta contro l’osservazione dei fatti: il senso di colpa, infatti, non è una componente sistematica della reazione depressiva studies on the relationship between guilt and depression show only a very weak association (e.g., Kim et al., 2011), per giunta, quando è presente, è di solito legato al fatto stesso di essere depressi.
Il secondo problema è evoluzionistico. Perché si è evoluta una razza che reagisce alle perdite e ai fallimenti deprimendosi? La reazione depressiva implica un vantaggio evolutivo? Se si, quale è? Oppure dobbiamo ammettere che ci siamo evoluti nonostante la tendenza a reagire depressivamente?

La soluzione al problema psicologico, che noi proponiamo, prende spunto da una osservazione piuttosto comune, esemplificata da una signora in lutto per aver perso il marito: “se io dessi via i suoi vestiti e gli oggetti che lui usava tutti I giorni, sarebbe come perderlo una seconda volta” e aggiungeva “se smettessi di tenere puliti e in ordine i suoi vestiti, sarebbe come scrivere la parola fine alla nostra storia e perdere definitivamente anche il nostro passato assieme”. La spiegazione della signora rivela due aspetti legati fra loro: innanzitutto che il suo investimento non era finalizzato a riavere il marito ma a evitare di perderlo “una seconda volta”  e che, in secondo luogo, disinvestire da ciò che ricordava il marito equivaleva a sanzionarne la perdita definitiva e a perdere anche ciò che era stato fra loro. In sintesi, disinvestire avrebbe implicato un costo, che possiamo definire sommerso (il ben noto fenomeno dei sunk costs). Una persona cara morta, infatti, può essere ulteriormente perduta disinvestendo  da ciò che la ricorda e investendo in altro. Nella RD, dunque, l’investimento non è per il recupero del bene perduto ma per evitare di perderlo ancora di più. Allo stesso tempo, un bene, per il solo fatto di essere valutato nel dominio delle perdite , acquista un valore maggiore rispetto a quello che ha se è valutato nel dominio dei guadagni (endowment effect).
L’aumento di investimento è a discapito dell’investimento in altri beni, che susciteranno minor interesse e piacere, perciò ottenerli equivale a ricevere dell’acqua quando si ha fame e non si ha sete
E il pessimismo?. Notiamo, innanzitutto che il pessimismo riguarda la inutilità dei propri sforzi, l’inutilità di coltivare speranze, e la pochezza dei risultati raggiunti, anche in domini non intaccati dalla perdita. È da ricordare  che i processi cognitivi sono orientati dagli scopi dell’individuo nel tentativo di ridurre il rischio di errori costosi. Ma quali sono gli errori costosi che si cerca di evitare con il pessimismo? Sembrano due, molto simili fra loro, il primo riguarda il pessimismo circa le possibilità di recupero del bene perduto ed è il costo della delusione, che è vissuta, di solito, come una nuova perdita. Il secondo è l’errore di investire in beni alternativi a quello perduto o sostitutivi di esso che si potrebbero rivelare tali da non giustificare il distacco dal bene perduto.

La RD implica un vantaggio evolutivo e, se si, quale?
Le funzioni principali che si attribuiscono alla RD, sono due. La prima è la richiesta di aiuto: le manifestazioni di dolore servirebbero a disporre gli altri in un modo più favorevole. Non si spiega però la funzione della perdita di interessi. La seconda è il risparmio di energie in attesa di tempi migliori. Non si spiega la sofferenza che caratterizza la RD e che, al contrario, implica dispendio di energie.
Noi suggeriamo che la RD, di per se, non implichi un vantaggio evolutivo. Ciò che implica vantaggi evolutivi, invece, sono i meccanismi psicologici che sostengono la RD e che intervengono normalmente in ogni  attività della mente, dunque anche indipendentemente dalla RD. Se si osservano i meccanismi psicologici della RD si nota che svolgono una funzione stabilizzatrice degli investimenti, in particolare degli investimenti affettivi, cioè diretti verso singole e specifiche entità individuali, e in circostanze avverse. Una funzione del genere sembra assai vantaggiosa per la sopravvivenza di un sistema dotato di molti scopi diversi e spesso opposti, che, dunque, rischia di disorganizzarsi senza adeguate capacità stabilizzanti. Appare vantaggiosa soprattutto perchè facilita la fedeltà affettiva e dunque favorisce la stabilità dei gruppi. I meccanismi stabilizzanti alla base della RD sono presumibilmente funzionali in situazioni avverse cioè di perdite e fallimenti non definitivi, ma lo sono ben meno o forse per nulla, in caso di perdite e fallimenti definitivi. D’altra parte va considerato che le perdite e i fallimenti transitori, cioè le frustrazioni limitate, sono ben più frequenti di quelle definitive, e perciò il vantaggio evolutivo dei meccanismi stabilizzanti vale più degli svantaggi.

pdf-logoscarica le bozze