Gli scrupoli di un uomo devoto

di Manuel Petrucci

Il disturbo ossessivo-compulsivo nel racconto di un vescovo del ’600

La letteratura, la storia e la filosofia hanno offerto, nei secoli, descrizioni mirabili della vita mentale umana, precedendo, o anche talvolta superando in raffinatezza, lo studio scientifico che ne fanno la psicologia e la psichiatria.

Nel caso del senso di colpa, emozione che occupa certamente un posto di rilievo nella psicopatologia, è celebre la figura shakespeariana di Lady Macbeth che cerca di lavare via simbolicamente l’orrore dei delitti che ha istigato, tanto che gli studi moderni hanno denominato “Macbeth effect” l’evidenza che la colpa può aumentare il senso di contaminazione e i comportamenti di lavaggio. Il Dostoevskij di Delitto e castigo e il Poe de Il cuore rivelatore ci hanno successivamente lasciato un affresco dei tormenti angosciosi, corrosivi, persino allucinatori a cui può andare incontro chi ha mano macchiata di sangue per omicidio. Il meno conosciuto Jeremy Taylor, vescovo della Chiesa di Inghilterra nell’era Cromwell (XVII secolo), in un suo trattato teologico ci ha invece fornito un sorprendente ritratto di come anche una trasgressione morale molto più blanda di un omicidio, o soltanto il dubbio di una simile trasgressione, possa essere per alcune persone una fonte di preoccupazione tale da motivare sforzi estenuanti per scongiurarla, o per porvi rimedio. È il caso di chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), che Taylor definisce come “scrupolo”:

“A scruple is a great trouble of mind proceeding from a little motive, and a great indisposition, by which the conscience though sufficiently determined by proper arguments, dares not proceed to action, or if it doe, it cannot rest. That it is a great trouble, is a daily experiment and a sad sight. […] They repent when they have not sinned, and accuse themselves without form or matter; their virtues make them tremble, and in their innocence they are afraid; they at no hand would sin, and know not on which hand to avoid it: and if they venture in, as the flying Persians over the river Strymon, the ice will not bear them, or they cannot stand for slipping, and think every step a danger, and every progression a crime, and believe themselves drowned when they are yet ashore. Scruple is a little stone in the foot, if you set it upon the ground it hurts you, if you hold it up you cannot go forward; it is a trouble where the trouble is over, a doubt when doubts are resolved”.

(Uno scrupolo è un grande disagio della mente che si origina da un motivo trascurabile, e da un grande malessere, per cui la coscienza, pur essendo supportata da validi argomenti, non osa procedere all’azione, o, se lo fa, non riesce poi a trovare pace. È un grande disagio, esperito ogni giorno, triste a vedersi. […] Gli scrupolosi si pentono quando non hanno peccato, e accusano se stessi senza alcun fondamento; tremano nella virtù, temono nell’innocenza; si interrogano su come evitare il peccato, anche se non peccherebbero per alcuna ragione; se osano avventurarsi, come accadde ai Persiani in fuga sul fiume Strimone, il ghiaccio si sgretolerà o li farà scivolare, ogni passo sarà un pericolo, ogni progressione un crimine, e si crederanno annegati pur trovandosi a riva. Lo scrupolo è un sassolino nella scarpa, posizionato sotto fa male per il contatto con il suolo, posizionato sopra impedisce l’andatura. È un problema quando il problema è superato, un dubbio quando il dubbio è risolto).

Emergono, da questa descrizione, alcune tra le caratteristiche più salienti del DOC: la pervasività dei timori di colpa, la sofferenza a cui danno vita, l’impossibilità di pervenire a una definitiva rassicurazione nonostante i tentativi e i proper arguments. Questi elementi sono ancora più evidenti nell’esempio riportato da Taylor in un successivo passaggio: 

“William of Oseney was a devout man, and read two or three Books of Religion and devotion very often, and being pleased with the entertainment of his time, resolved to spend so many hours every day in reading them, as he had read over those books several times; that is, three hours every day. In a short time he had read over the books three times more, and began to think that his resolution might be expounded… and that now he was to spend six hours every day in reading those books, because he had now read them over six times. He presently considered that in half so long time more by the proportion of this scruple he must be tied to twelve hours every day, and therefore that this scruple was unreasonable; that he intended no such thing when he made his resolution, and therefore that he could not be tied… he remembered also that now that profit of those good books was received already and grew less, and now became changed into a trouble and an inconvenience. . . and yet after all this heap of prudent and religious considerations, his thoughts revolved in a restless circle, and made him fear he knew not what. He was sure he was not obliged, and yet durst not trust it… Well! being weary of his trouble, he tells his story, receives advice to proceed according to the sense of his reason, not to the murmurs of his scruple; he applies himself accordingly. But then he enters into new fears; for he rests in this, that he is not obliged to multiply his readings, but begins to think that he must doe some equal good thing in commutation of the duty… He does so; but as he is doing it, he starts, and begins to think that every commutation being intended for ease, is in some sense or other a lessening of his duty… and then also fears, that in judging concerning the matter of his commutation he shall be remiss and partial… What shall the man doe? After a great tumbling of thoughts and sorrows he begins to believe that this scrupulousness of conscience is a temptation, and a punishment of his sins, and then he heaps up all that ever he did, and all that he did not, and all that he might have done, and seeking for remedy grows infinitely worse, till God at last pitying the innocence and trouble of the man made the evil to sink down with its own weight, and like a sorrow that breaks the sleep, at last growing big, loads the spirits, and bringing back the sleep that it had driven away, cures it self by the greatness of its own affliction”.

(William di Oseney, un uomo devoto, leggeva di frequente due o tre libri di religione, con tale diletto che si propose di trascorrere nella lettura ogni giorno il numero di ore corrispondente al numero di volte che aveva letto i libri. In breve tempo ebbe letto i libri tre volte in più, ed estese quindi il suo proposito di lettura a sei ore al giorno, dato che aveva letto i libri sei volte ormai. Iniziò a realizzare che seguendo le proporzioni dello scrupolo si sarebbe trovato nella metà del tempo speso fino ad allora a dover leggere dodici ore al giorno, e lo scrupolo gli parve dunque irragionevole. Non aveva intenzione di arrivare a questo con la sua risoluzione, e pertanto non poteva esserne vincolato. Ritenne inoltre che il beneficio dell’aver letto quei libri fosse ormai tratto, e fosse anzi diminuito al punto da diventare un cruccio e un inconveniente. Eppure, dopo questa serie di considerazioni prudenti e religiose, i suoi pensieri vorticavano in un circolo senza requie. Era sicuro di non essere vincolato, eppure non osava crederci. Divenuto cosciente del suo disagio, raccontò la vicenda, e ricevette consiglio di procedere seguendo il senso della sua ragione, non i capricci dello scrupolo. Si dispose dunque ad agire in tale direzione, quando entrò in nuove paure: poteva non essere obbligato a intensificare le sue letture, ma avrebbe dovuto fare una buona azione di egual misura, in corrispondenza del debito. Fece dunque così, ma iniziò a pensare che ogni buona azione compiuta fosse votata al sollievo, e potesse quindi intendersi in qualche modo come un alleggerimento del suo dovere. Si spaventò allora di essere giudicato negligente e manchevole nella sua commutazione. Cosa avrebbe dovuto fare? Dopo un gran turbinio di pensieri e inquietudini cominciò a credere che la scrupolosità della sua coscienza fosse una tentazione, e una punizione per i suoi peccati. Ripercorse allora tutto ciò che aveva fatto nella vita, tutto ciò che non aveva mai fatto, tutto ciò che avrebbe potuto fare, e nella ricerca del rimedio la situazione peggiorava infinitamente, finché Dio, impietosito dall’innocenza e dalla sofferenza dell’uomo, fece sprofondare il male con il suo stesso peso, curando la grandezza dell’afflizione, riportando il sonno laddove era stato spezzato da quel dolore, che ingigantitosi aveva oppresso lo spirito).

La necessità di violare un proposito, nonostante fosse stato formulato autonomamente e per puro diletto, e non implicasse alcun danno per altri, ha innescato una spirale di timori legati alla possibilità di essere giudicato inadempiente, e per questo punito. È chiaro come le strategie adottate per risolvere il problema, affidate al sense of reason, abbiano generato nuovi timori e nuove ruminazioni, fino a portare al tentativo estremo di passare al vaglio l’intera esistenza, vissuta e potenziale. Il finale diventa ironico se pensiamo che quello stesso Dio di cui William teme il giudizio ha in realtà uno sguardo compassionevole sul suo dolore, alleviandolo. 

Se le manifestazioni del DOC conservano le proprie peculiarità attraverso i secoli, ciò che è cambiata è la conoscenza del funzionamento di questo disturbo e gli strumenti terapeutici efficaci di cui disponiamo. La cura al giorno d’oggi non ha bisogno quindi di chiamare in causa interventi divini, ma se è vero che Dio ci aiuta quando siamo i primi ad aiutare noi stessi… Ecco un motivo in più per andare in terapia! 

Per approfondimenti:
Estratto da Jeremy Taylor, Ductor dubitantium, or the rule of conscience (London: Royston, 1660, 2 voll.), citato in Hunter, R., & Macalpine, I., Three hundred years of psychiatry, 1535-1860 (London: Oxford University Press, 1963, p. 163-165) [Traduzione: MP]

La palude masochistica

di Roberto Petrini

Il mantenimento del problema nel carattere masochista: capire come uscire a “riveder le stelle”

Il carattere, come descritto dallo psichiatra e psicoterapeuta statunitense Alexander Lowen, può essere definito come un comportamento tipico con cui si affronta la vita, nel tentativo di trovare un equilibrio tra le richieste dall’ambiente e le esigenze e bisogni della persona.
Per adattarci all’ambiente, il nostro comportamento deve essere fluido e adeguato alla situazione, non possiamo rispondere a stimoli diversi con i nostri repertori di comportamento e pensiero tipici; se lo facciamo, le richieste di chi ci circonda, inizieranno a sembrarci inadeguate ed eccessive o cominceremo a sentirci inadeguati noi.Il carattere di una persona è facilmente rilevabile quando osserviamo gli altri, se invece rivolgiamo l’attenzione verso noi stessi e proviamo a essere introspettivi, spesso dobbiamo fare i conti con pensieri razionalizzanti che giustificano il nostro comportamento. 

Nel carattere descritto come masochistico, l’aggressività è rivolta contro se stessi, ma c’è anche un elevato risentimento verso gli altri, ci si sente spesso sotto pressione e sofferenti con la sensazione di esplodere. La frustrazione si esprime spesso sotto forma di lamenti, che hanno anche l’esito di tormentare le persone più prossime. La persona vive un conflitto irrisolvibile, è cosciente della realtà ma al tempo stesso non l’accetta e al contrario la combatte. Si sente in trappola e più lotta più sprofonda, cerca di ottenere approvazione e affetto con un metodo che tuttavia gli restituisce solo frustrazioni e sfiducia.

Il masochista vuole essere aiutato ma non crede nella bontà dell’aiuto e non crede nemmeno in se stesso. Da bambino, non gli sono mancati l’amore e l’accudimento delle figure genitoriali, ma è stato sottoposto a numerose critiche e offese, spesso accusato d’incapacità e inettitudine. La struttura del comportamento masochista spesso si forma, infatti, in una famiglia con un padre passivo e sottomesso e una madre dominante che si auto sacrifica per il bene della famiglia, cercando però di controllare il comportamento del figlio colpevolizzandolo e assillandolo e non permettendone atteggiamenti di libertà e protesta.

Per uscire dalla palude, occorre divenire consapevoli di cosa si fa per tentare di risolvere la situazione e come gli altri poi rispondano ai propri tentativi di soluzione, occorre osservare come poi le difficoltà si stabilizzino e si trasmettano ad altre aree di funzionamento. Spesso, purtroppo, accade che proprio i nostri tentativi di soluzione e le strategie che adottiamo per risolvere il problema siano essi stessi causa del mantenimento del problema. È importantissimo, quindi, fare attenzione a ciò che si ripete nel nostro comportamento e in quello altrui, e pensare a una nuova via che attivi altri cicli relazionali. 

Questo è il lavoro che dovrà essere affrontato nella psicoterapia: far fronte ai meccanismi responsabili del mantenimento della sofferenza e porre attenzione massima sulle situazioni attivanti, antecedenti al comportamento problematico, ma anche su quello che succede dopo. Sapere non basta: per uscire dalla palude non serve solo conoscere e capire, occorre sperimentare nuovi comportamenti “impegnati”, andare oltre i soliti pensieri circolari e non usarli per rassicurarci, per illuderci che ragionando da soli sulla questione riusciremo a trovare una soluzione. Quando si esprimerà tutto il rancore accumulato, probabilmente la rabbia lascerà il posto alla tristezza, al dolore e all’angoscia; uno stato penoso ma necessario, una situazione che dovrà essere accettata per rompere definitivamente il circolo vizioso nel quale si è incastrati e intravedere la libertà che ci attende fuori della palude. 

Follower e haters: uguali o diversi?

di Sonia Di Munno

Gli adolescenti e i social media: il tema del confronto e dell’invidia nei social media

L’uso dei social network è una delle attività preferite dagli adolescenti e, negli ultimi dieci anni, è diventata importante per la connessione, la comunicazione e la socializzazione con gli altri, nonché un modo per rafforzare l’identità ed esprimere la propria opinione. 

Indagando gli aspetti positivi dei social è emerso che: diminuiscono lo stress, attraverso la distrazione che permette una pausa dalla pressione lavorativa; aumentano la percezione di un sostegno sociale, grazie alla facilità nel rimanere in contatto e di fare nuove amicizie; permettono di esprimere i propri pensieri e contenuti e di auto-presentarsi. D’altro canto, l’uso e, soprattutto, l’abuso dei social ha fatto emergere effetti negativi come: l’hikikomori, vale a dire l’isolamento sociale, poiché si delegano alla sola esperienza virtuale i contatti e le amicizie;  la diminuzione dell’efficienza lavorativa; la crescita di fenomeni dannosi come il cyberbullismo, il sexting, il ricatto, la dipendenza da internet, dai videogiochi e dai giochi d’azzardo online.

In concomitanza con l’utilizzo dei social media, si è vista incrementare nelle persone,  in maniera particolare negli adolescenti, l’emozione dell’invidia tra pari, scaturita da un costante confronto sociale basato anche su falsi miti di felicità e benessere.

Lo psicologo e sociologo statunitense Leon Festinger, nella sua “teoria del confronto sociale”, ha dimostrato che gli individui sono motivati ​​a confrontarsi con i simili per valutare le proprie capacità e prestazioni e che, sebbene ciò avvenga comunemente con colleghi, familiari e amici nella vita quotidiana reale, il paragone è amplificato nei social media, dove c’è una maggiore tendenza a esporre le proprie caratteristiche positive. Il lavoro accurato e continuo per mantenere la propria identità e reputazione sui social media può suscitare ansia, bassa autostima e problemi di depressione soprattutto negli adolescenti che sono più invischiati in questo meccanismo. Nell’accentuato confronto sociale, trova terreno fertile l’emozione dell’invidia definita come “una miscela spiacevole e spesso dolorosa di sentimenti causati da un confronto con una persona o un gruppo di persone che possiedono qualcosa che desideriamo” oppure come “un’emozione dolorosa che deriva dal confronto con qualcuno che possiede qualcosa che noi vorremmo”. 

Da uno studio su 250 teenagers dai 13 ai 19 anni, è emerso che gli adolescenti che usano con più intensità i social media (misurata in termini di percezione di attaccamento agli stessi, più che dall’uso effettivo) sono anche più propensi all’invidia e al confronto, soprattutto se vivono in contesti molto competitivi. La tendenza ad avere un maggiore confronto con gli altri, infatti, non nasce solo dai social network, che ne sono un terreno fertile, ma può avere origine nell’educazione genitoriale, che spesso tende a comparare i propri figli con i compagni di scuola. Un comportamento che porta gli adolescenti a sviluppare personalità e comportamenti negativi come gelosia, rivalità e perdita di fiducia in se stessi, conducendoli a essere più inclini all’invidia, più suscettibili alle critiche e a impegnarsi di più nell’autopresentazione e promozione di sé. La tendenza a provare più confronto sociale e invidia dipende anche dal tipo di relazioni che si instaurano con i pari. La competizione e concorrenza attiva il sistema motivazionale interpersonale del rango che è alla base dell’idea che essere più forti e superiori dell’altro porti a un maggiore accesso alle risorse disponibili; per avvenire ciò, l’altro deve riconoscere questa superiorità attraverso l’ammirazione; al contrario, quando si pensa di avere delle caratteristiche o qualcosa che gli altri non apprezzano, c’è una diminuzione di autostima e sensazione di inferiorità o invidia. Per questo motivo trovarsi in un gruppo di pari in cui è forte il tema del confronto e della competizione induce una forte pressione psicologica nell’adolescente e a provare più invidia nei confronti degli amici. 

Non sono i social media, dunque, a scaturire negli adolescenti il tema del confronto e dell’invidia. Ma sono certamente un contesto fecondo per il proliferarsi di comportamenti negativi appresi nell’ambiente sociale di appartenenza.

Per approfondimenti

Peerayuth Charoensukmongkol (2018), The Impact of Social Media on Social Comparison and Envy in Teenagers: The Moderating Role of the Parent Comparing Children and In-group Competition among Friends; J Child Fam Stud 27:69–79

Shunyu Li, Hao Lei, Lan Tian (2018); Social Behavior And Personality, 46(9), 1475–1488 Scientific Journal Publishers Limited. All Rights Reserved, https://doi.org/10.2224/sbp.7631

Stefano Eleuteri , Valeria Saladino e Valeria Verrastro (2017). Identity, relationships, sexuality, and risky behaviors of adolescents in the context of social media; sexual and relationship therapy, vol. 32, nos. 3–4, 354–365; https://doi.org/10.1080/14681994.2017.1397953

L’epistemologia della Psicologia Clinica

Recensione di Maurizio Brasini

Prospettive teoriche e metodologiche nel libro di Stefano Blasi

Definire lo statuto scientifico della psicologia è da sempre una questione complessa, data la contraddizione insanabile tra la natura intangibile e “spirituale” dell’oggetto di indagine, e l’aspirazione a sviluppare su di esso un discorso che lo riconduca nell’alveo delle scienze naturali. Nel caso della psicologia clinica, questa dialettica si fa ancor più spinosa, poiché la clinica è l’arte di applicare la conoscenza medica alla cura del caso singolo. Così, scienza della natura e dello spirito si incontrano e tendono a confliggere quando si tratta di definire una teoria della conoscenza ed un metodo propri per la psicologia clinica e, se da una parte si fa sentire la tendenza, quasi la tentazione, di adagiare la psicologia clinica nel letto di Procuste delle altre scienze mediche, d’altro canto si tende ad invocare uno “statuto speciale” per questa disciplina che la liberi dai vincoli a cui deve necessariamente attenersi ogni sapere che voglia accreditarsi come scientifico.

Coraggio e curiosità sono le due principali doti che, a parere di chi scrive, hanno animato il curatore del libro “L’epistemologia della Psicologia Clinica – Prospettive teoriche e metodologiche” di Stefano Blasi (Psicologo, Psicoterapeuta, docente presso numerose scuole di psicoterapia per medici e psicologi e presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” dove svolge anche attività di ricerca), nell’impresa di riunire oltre 20 tra i più significativi studiosi del campo della psicologia clinica Italiana attorno ad un argomento così denso di implicazioni e, ammettiamolo, così scomodo in particolare per chi della clinica ha fatto una professione. Nel volume, pubblicato di recente da Giovanni Fioriti Editore, Blasi parte da una serie di domande tanto fondamentali quanto imbarazzanti sulla scientificità della conoscenza su cui basiamo la nostra pratica clinica, ciascuna delle quali ricorda la storiella zen del millepiedi che, soffermandosi a riflettere su come faccia a camminare coordinando mirabilmente i suoi numerosissimi arti, finisce per non riuscire più a muovere neppure un passo. Perché esistono così tante “scuole” di psicoterapia? Su quali prove di efficacia basiamo la nostra pratica clinica, e sulla base di quali metodi di indagine? In che modo e fino a che punto è possibile misurare i costrutti psicologici su cui poggiano le nostre teorie? Quale ruolo riveste la tecnica nell’agire terapeutico? E quale spazio va riservato all’esperienza individuale, alla soggettività e all’unicità dell’incontro tra paziente e terapeuta? La disamina di queste ed altre questioni apparentemente filosofiche, ma con ricadute evidenti e molto concrete sulla pratica clinica, ha dato come risultato il volume che, con modestia, Blasi afferma che avrebbe voluto leggere da studente, e che anima anche nel lettore lo stesso appassionato desiderio di comprensione e di approfondimento.

Nella prima parte del volume si affrontano alcune delle principali controversie epistemologiche e metodologiche in psicologia clinica, con i contributi di Franco del Corno, Cesare Scandellari, Margherita Lang e Santo di Nuovo.

La seconda parte è dedicata ad un vivace dibattito sulla psicoterapia tra modello medico e modello sperimentale, sviluppato a partire dai contributi di Paolo Migone, Lucio Sibilia, Riccardo Sartori, Aristide Saggino e Marco Tommasi.

Nella terza parte si affronta il tema del dialogo tra la psicologia clinica e le altre scienze attraverso i contributi di Silvano Tagliagambe, Marco Casonato, Omar Gelo e Gloria Lagetto, e Giovanni Liotti (con quello che probabilmente è uno dei suoi ultimi scritti, pubblicato postumo).

La quarta parte affronta il dibattito sulla scientificità e sull’efficacia della psicanalisi, con i contributi di Dario Antiseri, Alfredo Civita, Vittorio Lingiardi e Maria Ponsi, Antonello Colli, Rosita Ricci e Giulia Gagliardini.

Nella quinta ed ultima parte si parla della psicologia clinica come scienza dell’esperienza, tra fenomenologia, costruttivismo e terapia cognitiva, grazie ai contributi di Maria Armezzani, Gabrele Chiari e Stefano Tempestini, Sergio Salvatore e Ruggero Andrisano Ruggieri, e Silvio Lenzi.

Un’ultima nota di merito va espressa nei confronti dell’editore Giovanni Fioriti il quale, in un’epoca dominata dai manuali pronto-uso che rispondono alla sempre crescente richiesta di tecniche e protocolli, compie un’operazione di notevole valore culturale nell’offrire spazio ad un testo che ritorna a far riflettere su teorie e metodi della conoscenza in ambito clinico, cioè proprio su quel terreno a partire dal quale è fiorita la stagione migliore della psicologia clinica Italiana.

Coping Power nella scuola secondaria

di Laura Pannunzi e Iacopo Bertacchi

Il nuovo volume di Iacopo Bertacchi e Consuelo Giuli per prevenire e intervenire sulle problematiche di condotta in età preadolescenziale

 “Coping Power nella scuola secondaria” è l’ultimo prezioso contributo prodotto da Iacopo Bertacchi e Consuelo Giuli, psicologi psicoterapeuti ideatori del programma “Coping Power Scuola”, in collaborazione con l’insegnante di scuola secondaria Ilaria Cipriani.

Il testo, uscito da pochissimi giorni nelle librerie, completa le precedenti edizioni “Coping Power nella scuola primaria” e “Coping Power nella scuola dell’infanzia”, scritti dagli stessi autori e pubblicati entrambi da Erickson.  La stesura di questo nuovo volume nasce con l’intento di creare un progetto di prevenzione e intervento sulle problematiche di condotta ed è pensata appositamente per alunni di età preadolescenziale, favorendo nel contempo le dinamiche pro-sociali in ambiente scolastico ed extra scolastico.

Come è ben noto, la preadolscenza è quella fase, sovrapponibile agli anni compresi fra la quinta elementare e la seconda/terza media (fra i 10 e i 12/13 anni), densa di cambiamenti fisiologici e psicologici. Tale periodo è spesso caratterizzato da mutamenti che coinvolgono il corpo, la sfera emotiva e cognitiva. Il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media, rappresenta, infatti, uno di quei cambiamenti significativi che richiede una grande capacità di adattamento e coincide spesso con uno sbalzo di turbamenti, tensioni e cambiamenti, a livello fisico e psicologico, legati allo scenario evolutivo che si sta modificando.

La scuola rappresenta uno dei principali contesti di socializzazione e di crescita, in cui è possibile cogliere sia eventuali disagi e difficoltà sia le potenzialità e i punti di forza di ogni alunno; inoltre, nel contesto scolastico, le problematiche di comportamento si manifestano in modo importante, interferendo con il contesto di apprendimento e con il rendimento scolastico della classe, limitando la capacità degli alunni di raggiungere il loro pieno potenziale.

Data l’elevata capacità di adattamento del programma, gli insegnanti, gli educatori e gli psicologi scolastici possono acquisire una serie di strategie di intervento e applicarle in modo flessibile, per gestire le problematiche di comportamento negli alunni (con sfumature di intensità diverse a seconda delle esigenze degli alunni e delle classi).

Nel libro, dopo un’introduzione teorica sul programma “Coping Power scuola” e sulla sua applicazione – a cura di John Lochman, professore all’università dell’Alabama, negli USA, e di Pietro Muratori, professore all’università di Pisa – vengono presentati i sette moduli di cui è composto il percorso didattico, che si articola lungo l’intero anno scolastico, e una serie di schede operative e spunti di riflessione da elaborare in classe, individualmente o in piccoli gruppi.

A ciascun modulo corrispondono uno o più capitoli della storia illustrata “Siamo un gruppo”, in cui sono narrate le vicende di Vanessa, Asabi, Giulio, Diego e Adrian; cinque ragazzi di una scuola secondaria di primo grado, molto diversi tra loro per carattere e nel modo di gestire le emozioni, ma accomunati dalla passione per la musica. Malgrado le differenze, decidono di unire le proprie competenze e abilità e creare un gruppo musicale per partecipare a un concerto scolastico. I compagni dovranno però affrontare assieme e superare, con non poche difficoltà, paure, emozioni contrastanti e pregiudizi. Durante il percorso, impareranno l’importanza di affrontare insieme le prove.  Partendo dalla lettura della storia, i moduli affrontano le tematiche cardine del programma “Coping Power scuola” secondo la seguente struttura:

  • Modulo introduttivo: La costruzione del gruppo
  • Modulo 1: Traguardi a breve e lungo termine
  • Modulo 2: Consapevolezza delle emozioni
  • Modulo 3: Gestire le emozioni con l’autocontrollo
  • Modulo 4: Cambiare punto di vista (perspective taking)
  • Modulo 5: Problem solving e abilità di rifiuto
  • Modulo 6: Riconoscere le qualità proprie e altrui

Il programma, come le altre due versioni precedenti, è stato elaborato per essere integrato perfettamente nelle attività didattiche, con momenti di confronto e condivisione gestiti dagli stessi alunni e di riflessione metacognitiva sulle esperienze personali.

Oltre a distinguersi per un elevato rigore scientifico, il testo si presta in maniera versatile a soddisfare diversi bisogni formativi. Costituisce sicuramente un manuale di riferimento nella sua globalità ma, allo stesso tempo, i singoli moduli possono soddisfare bisogni di approfondimento più circoscritti, che l’insegnante può utilizzare in classe in modo flessibile.

Il nuovo volume rappresenta, dunque, un ottimo strumento, una guida puntuale, tecnica e al contempo concreta, centrata sull’idea di trasformare il gruppo classe in un gruppo in grado di creare risonanza, in modo tale che l’appartenenza diventi una risorsa di crescita e di scambio, per la promozione delle potenzialità degli alunni in modo globale e integrato.

 

Per approfondimenti:

Giuli C., Bertacchi I., Muratori P., (2017) Coping Power nella scuola dell’Infanzia. Gestire le emozioni e promuovere i comportamenti pro sociali. Trento: Erickson.

Giuli C., Bertacchi I., Muratori P., (2017) Ap Apetta e il viaggio in lambrettaCoping Power nella scuola dell’Infanzia – Storia e Schede. Trento: Erickson.

Bertacchi I., Giuli C., Muratori P., (2016) Coping Power nella scuola primaria. Gestire i comportamenti problematici e promuovere le abilità relazionali in classe. Trento: Erickson

Bertacchi I., Giuli C., Cipriani I., (2019) Coping Power nella scuola secondaria. Gestire le problematiche relazionali e promuovere comportamenti prosociali in classe.  Trento: Erickson

Una musica può fare…

di Giuseppe Romano

Canzoni come strumenti dello psicoterapeuta e non solo

Vent’anni fa, il cantautore Max Gazzè portava “Una musica può fare” sul palco di Sanremo, un brano che metteva in luce “il potere” della musica. A volte, infatti, proprio le canzoni possono essere un valido ausilio e, se ben sfruttate, danno allo psicoterapeuta la possibilità di far conoscere come si vive quando si ha un problema psicologico anche a chi non lo vive quotidianamente. Nell’ultimo Festival di Sanremo, Daniele Silvestri ha presentato un brano che racconta la condizione di sofferenza psicologica di un bambino affetto da Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (DDAI). La canzone, dal titolo “Argentovivo”, può aiutare nella comprensione di un problema molto diffuso, che sembra interessare circa il 5-6% dei bambini in età scolare, prevalentemente di sesso maschile.

Il DDAI è un disturbo caratterizzato da un livello di inattenzione, impulsività e iperattività non appropriate in relazione allo sviluppo. Una condizione che porta ad avere diverse difficoltà al bambino: dal rimanere seduto quando viene richiesto di farlo all’essere facilmente distratto da altri stimoli quando è necessario impegnarsi su un compito, dal seguire le istruzioni che gli vengono date all’interrompere o intromettersi in modo non adeguato durante un gioco o una conversazione, dal perdere o dimenticare il necessario per svolgere le attività a casa o a scuola al parlare in modo “eccessivo” rispetto ai compagni. In molte circostanze, inoltre, un bambino con questo disturbo può mettersi in condizioni di rischio senza rendersene conto, perché agisce senza pensare alle conseguenze.

Nel brano “Argentovivo”, forse per la prima volta, il mondo interiore dell’adolescente con DDAI è descritto in modo puntuale e attento, con una sensibilità che è propria dell’autore. Viene infatti data enfasi alla sofferenza di chi, costretto dalle condizioni in cui è nato, vive una vita di richiami, di imposizioni, di limitazioni e di “obblighi”, in cui l’essere “troppo vivace” viene non accettato e spesso punito e l’essere distratto viene considerato l’equivalente del non applicarsi.

L’adolescente finisce per credere di “essere sbagliato”, di avere qualcosa che non va rispetto a un mondo (esterno) che definisce la normalità in altro modo.

Il testo della canzone è duro, presenta l’animo lacerato di chi non è stato compreso e, soprattutto, non è stato aiutato a vivere la propria esistenza in modo normale. Un aiuto per quanti, a diverso titolo, come genitori, insegnanti, educatori, si trovano ad aver a che fare con l’“argento vivo” nella quotidianità: “Ho sedici anni ma è già da più di dieci che vivo in un carcere… Costretto a rimanere seduto per ore… Io che ero argento vivo e qui dentro si muore. Questa prigione corregge…”.

 

Umorismo e Psicoterapia

recensione a cura di Roberto Lorenzini

Chi pensa che il lavoro di psicoterapeuta sia emotivamente pesante e conduca inevitabilmente al burn out per la continua esposizione alle molteplici sofferenze umane che portate dai pazienti attivano le consorelle presenti nell’animo del terapeuta, la lettura di questo libro aprirà nuovi ameni scenari. Il lavoro terapeutico consiste prevalentemente nell’accompagnare mano nella mano il paziente su una altura da dove possa guardare dall’altro la valle di lacrime in cui si sente immerso per scoprire da un lato che in cammino con lui c’è tutta l’umanità passata, presente e futura e pochi vogliono disertare dalla dolente brigata e dall’altro che visti da lontano gli inciampi, gli ostacoli, le vesciche e il fango appaiono ridimensionati e, in fondo, ben poca cosa.

L’umorismo ha un doppio utilizzo in terapia. Da un lato per poter sorridere di qualcosa occorre guardarla dall’esterno, assumere un’altra prospettiva, in qualche modo tirarsene fuori, ovvero conquistare quella distanza critica dal proprio modo di vedere se stessi e il mondo che è proprio il primo compito di ogni terapia ed è più nota come “meta cognizione” ( il fatto che il paziente possa sorridere, non deridere, le proprie stranezze è un indicatore certo di miglioramento). Dall’altro è ormai dimostrato che il rapporto tra pensieri , emozioni e comportamenti è bidirezionale, per cui se è vero che pensando cose positive e allegre si sorride, è altrettanto vero che sorridere ( anche per finta, come recitando) induce un viraggio dei pensieri verso la positività

Il libro oltre a due interessanti ricerche insegna come utilizzare l’umorismo e l’ironia nei diversi disturbi e nelle diverse fasi della psicoterapia e a modularlo a seconda dello stato della relazione terapeutica.

Infine fornisce un percorso, utile sia per i pazienti che per i terapeuti soprattutto se alle prime armi, e una serie di tecniche che aiutano a sviluppare la metacognizione, relativizzare il proprio punto di vista e dunque, in definitiva, a fare le cose seriamente senza prendersi troppo sul serio.

Antonio Scarinci (2018), Umorismo e Psicoterapia, Edizioni Alpes, Roma.

Il DOC visto dalla parte di una figlia

“La mia vita con un padre DOC”, il libro-testimonianza di Rossella Sardi

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è un disturbo subdolo e poco noto tra la gente comune, che può nuocere grandemente, oltre che alla persona che ne soffre, anche ai suoi familiari.
Rossella Sardi, autrice del libro “La mia vita con un padre DOC”, è una di questi: una figlia che ha combattuto la sua piccola ma difficile lotta contro l’inconsistenza e l’illogicità del “disordine sotto forma di ordine” che affliggeva suo padre.
Ne riporta la testimonianza, presentando le proprie esperienze di vita, a tratti disperanti, e le sue riflessioni.
Racconta una storia dagli aspetti curiosi, in modo sincero e senza pudori e timori, analizzando i pro e i contro e cercando di mantenere una certa obiettività. La narrazione, partendo dal suo passato di bambina, si sviluppa in forma avvincente e a tratti divertente.
Il bisogno di comunicare e condividere è stato fondamentale nell’ideazione e nella stesura di questo libro che, tramite la dolorosa elaborazione e presa di coscienza, si è rivelato liberatorio, come in una psicoterapia.
Per questo il grande auspicio dell’autrice è che il libro possa essere utile anche ad altri: addetti ai lavori, ma soprattutto persone che condividono vissuti analoghi, per aiutarli a uscire dal ginepraio dei dubbi e delle insicurezze che per anni l’hanno accompagnata.

Per approfondimenti:
https://www.edizioni-psiconline.it/anteprime/la-mia-vita-con-un-padre-doc-una-testimonianza-e-un-caso-per-riflettere.html.

 

I successi di una terapia solidale

di Sonia di Munno

L’esperienza di un’ex allieva del quarto anno SPC di Roma

La Terapia Solidale è un programma che ha lo scopo di offrire da un lato psicoterapia a prezzi contenuti, dall’altra possibilità di esperienza agli allievi delle scuole APC e SPC. La psicoterapia è, infatti, condotta dagli allievi dell’ultimo anno della scuola SPC, supervisionati passo dopo passo da terapeuti esperti.

Come ex allieva del quarto anno SPC di Roma, sono stata coinvolta in questo programma che implicava, nel mio caso, un protocollo di dodici sedute ripetuto due volte, per trattare un paziente che chiedeva di essere aiutato a ridurre l’evitamento di situazioni per lui ansiogene, che lo ostacolavano in modo importante nel lavoro e in altre aree di vita. Il mio lavoro è stato supervisionato dalla psicoterapeuta Claudia Perdighe, esperta in Acceptance and Commitment Therapy (ACT).

Alla luce della mia esperienza, la Terapia Solidale mi sembra molto utile per entrambi i protagonisti della psicoterapia: il paziente e lo psicoterapeuta in formazione.
Le procedure ACT, in modo esperienziale e diretto, aiutano il paziente a superare i propri blocchi, permettendogli di scegliere la vita che desidera senza aspettare che lo stato emotivo si abbassi e si plachi. Permette di spostare la visuale della difficoltà togliendola dal “mirino” dell’esperienza, concentrando l’attenzione su valori e obiettivi e integrando in essi l’esperienza emotiva. Tecniche come l’espansione, la defusione, la mindfulness, condite con un pizzico di ironia e sagacia, hanno permesso al paziente di darsi la vita che voleva.

Il viaggio più lungo comincia da un solo passo: con calma, pazienza e ironia, abbiamo percorso quest’anno di vita, per lui cruciale, in cui i vecchi schemi mentali erano diventati ingombranti e pesanti da sopportare, in cui il “preferisco evitare” era diventato un mantra che gli aveva tolto la gioia di vivere e di mettersi alla prova, di confrontarsi con gli altri, di amare e di lavorare.

Stabiliti gli obiettivi, siamo riusciti a realizzarli. Dal mio punto di vista è stato importante vedere come i progetti del paziente si concretizzassero, come accettasse ansia e angoscia senza bloccarsi, e come sia riuscito ad aprirsi a esperienze che prima si era negato, vivendole e fronteggiandole qualora fossero state fallimentari. È stata una soddisfazione anche vedere come affrontava la tristezza e il senso di impotenza (esperienza molto comune nel genere umano).

Le schede esperienziali gli hanno permesso di vedere nero su bianco come stava conducendo la sua vita e come, invece, avrebbe voluto condurla, di scoprire quale fosse il gap che gli creava frustrazione e di individuare i pensieri disfunzionali che non gli permettevano di colmarlo. La sicurezza è cresciuta, il “meglio evitare” si è trasformato in “posso provarci e vedere come va”, il paziente è passato dal voler essere impeccabile al voler essere se stesso.

Come diceva Charles Darwin, “non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”. In questo caso, non è un cambiamento per sopravvivere ma per vivere una vita migliore, una vita che si è fieri di esperire.

 

Per avere informazioni sul percorso di eccellenza di Psicoterapia Solidale delle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva APC e SPC, clicca su questo link