Con il dolore sospeso dal virus

di Daniela Petrilli

Quando il peggio sarà passato e lo stress calerà, potremo percepirci cambiati al punto da sentire di aver perso i nostri punti di riferimento

Una pandemia è un trauma collettivo ma, prima di tutto, può avere la forza di uno tsunami che travolge direttamente ogni individuo sommerso dalla sua onda. È a quegli individui che dedichiamo la nostra attenzione, perché ogni trauma spezza violentemente la nostra comune rappresentazione degli eventi e può lasciare impronte indelebili sulla nostra vita. Scattiamo un’istantanea e, come pezzi di un puzzle, proviamo a ricostruire alcuni frammenti di quello che è stato l’evento più imprevedibile e ingovernabile di questo secolo.

Si pensava a una semplice influenza non a un’epidemia così devastante: l’ondata cresce con i problemi respiratori e la necessità di allestire posti letto nelle ex lavanderie, c’è allarme e siamo allo stremo delle forze, l’assenza di mascherine rompe anche le ultime speranze di protezione da un nemico invisibile e subdolo che ci lascia disarmati, stremati a contare i nostri morti, in coda senza un saluto dignitoso, senza una mano da stringere nell’ultimo respiro. Nessun funerale, solo una benedizione prima della tumulazione. È tutto così surreale e anche il dolore è strano, come sospeso, rimandato. Ma l’onda non si arresta e anche dopo tante morti, si sentono ambulanze ogni ora, le cremazioni ogni trenta minuti e i cimiteri chiudono.

Sappiamo che l’epidemia è anche una formula matematica ed è ai numeri che ci affidiamo, nella speranza che la curva prima o poi smetta di salire così vertiginosamente; ma i numeri non ci salveranno, anzi: sono destinati ad aumentare senza nessuna clemenza, senza pausa, senza respiro. È una lotta contro il tempo e intanto la solitudine emotiva, la fatica, lo stress, la disperazione aumentano.

Se proviamo a immedesimarci nella condizione di tanti tra malati, amici, parenti, medici e infermieri o di chiunque si sia trovato direttamente coinvolto nelle zone più colpite, è palpabile lo stress e la sofferenza emotiva che questa emergenza ha creato.

Molti sono i risvolti psicologici che esperienze così devastanti possono determinare. Ognuna di esse sarà, come sempre, un caso specifico: da chi ha perso un proprio caro in un lutto spezzato dall’isolamento senza un rituale che dignitosamente lo accompagni alla fine; a chi nelle retrovie di un ospedale ha guardato negli occhi il dolore, la paura e la morte, senza tregua, né sonno, né fame; a chi ha vissuto l’esperienza della rianimazione, considerandosi fortunato di poterla raccontare, ma continua a vivere con angoscia quegli interminabili giorni di isolamento sospeso tra la vita e la morte, lontano dai propri cari. Per questi e altri casi possiamo ipotizzare un ritorno difficile alla normalità con possibili strascichi emotivi e post traumatici, perché di questo si tratta. Quella semplice influenza ci ha colto impreparati, ci ha reso impotenti e ci ha condotto sotto stress, a una resistenza psicofisica, spesso oltre le nostre possibilità.

È bene sapere che quando il peggio sarà passato e lo stress calerà, potremo percepirci profondamente cambiati al punto da sentire di aver perso i nostri punti di riferimento e la sensazione di continuità con ciò che ci era più familiare, non riconoscerci nelle nostre reazioni più abituali e nel nostro solito modo di essere. Potremo sentirci depressi o inspiegabilmente arrabbiati, confusi come tra il sonno e la veglia, o ancora improvvisamente travolti dalla paura e da reazioni neurovegetative all’apparenza immotivate: l’emergenza è finita, il pericolo è passato, ma il nostro corpo non lo sa e continua a reagire anche a stimoli innocui come se fosse ancora minacciato. I lividi non sono solo sotto le mascherine ma anche nell’anima di chi è sopravvissuto e possono guarire con difficoltà, se non visti o sottovalutati.

Le relazioni ai tempi del Coronavirus

La ridefinizione di Sè e dell’altro

di Gabriella Riccardi

Nelle ultime settimane stiamo assistendo a un fenomeno che sembra inverosimile. Di fronte al modo in cui il mondo sta rispondendo all’emergenza del Coronavirus, reagiamo senza poter fare a meno di sperimentare, a seconda del nostro modo di funzionare, una diversità di emozioni che vanno dalla curiosità alla preoccupazione, dalla paura all’angoscia, dallo scetticismo alla rabbia, fino a provare sconcerto e depressione. La difficoltà maggiore risiede nello sforzo richiestoci, nel tentativo di adattarci a rinunce e cambiamenti, nonché alla richiesta continua, che ci giunge da un ambiente confuso e peraltro poco rassicurante, di modificare le nostre abitudini.

La rottura di routine che ci accompagnano da millenni mette a dura prova anche l’individuo più resiliente. Ciò che più colpisce è il tentativo di ciascuno di darsi o dare una spiegazione a una serie di prescrizioni per i più irragionevoli e paradossali. Storicamente, ci è stato insegnato che il criterio di base per la costituzione di una società civile si evolve nel tempo e si fonda su scopi quali la convivenza, l’affiliazione, la solidarietà, la condivisione. La costruzione di relazioni sane passa attraverso il confronto diretto con l’altro.
Forse la cosa più difficile da tollerare in questo particolare e delicato momento storico è  proprio l’idea che l’altro possa diventare “un rischio”, insieme con l’isolamento forzato, la distanza dall’altro, il ridimensionamento della libertà di scelta nei movimenti e negli spostamenti.

L’attenzione alla ridefinizione di nuove forme di reciprocità mediate da una distanza sociale, finalizzata al contenimento del rischio di contaminazione, inevitabilmente ci riporta alla rilevanza della dimensione interpersonale. La riscoperta di questa importanza promuove nuove riflessioni circa il peso che abbiamo gli uni per gli altri, anche in circostanze come questa ci stressano al punto di confonderci. Gli studi sul comportamento ci insegnano che di fronte a una minaccia percepita tendiamo a fare delle previsioni, unitamente a valutazioni circa il rischio che cambia, a seconda della persona e dell’idea che ciascuna di esse possiede della propria capacità personale di fronteggiare il pericolo.

Il Covid-19 segna un momento cruciale della storia dell’umanità e come ogni altro fenomeno di tale rilevanza sociale deve convincerci che su larga scala è tutt’altro che un limite ma un’opportunità per ciascuno. Laddove, dunque, non si arriva mediante la nostra capacità personale, si può arrivare attraverso l’aiuto dell’altro, stringendosi virtualmente e promuovendo l’affiliazione empatica, filtrata dall’intelligenza e dalla capacità di ricorrere a una “sana” morale e al buon senso che ci preservino dal tentativo di compiere scelte imprudenti e poco oculate.

Covid-19: il crollo della ragione

di Benedetto Astiaso Garcia

L’ultimo passo della ragione è il riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano” (Blaise Pascal)

Ogni evento storico offre all’uomo la possibilità di porre se stesso di fronte ad uno specchio, per interrogarsi e comprendere maggiormente la propria natura e la qualità delle proprie relazioni. Come sistole e diastole, ai tempi del nuovo Corona Virus, assistiamo all’alternarsi di considerazioni tra egoismo e altruismo, senso civico ed anarchia, psicosi di massa e comportamento orientato, filantropismo e mors tua mascherina mea.

Diversi quotidiani, negli ultimi tempi, riportando la bizzarra vicenda che ha coinvolto la birra messicana “Corona”, hanno suggerito un interessante spunto di riflessione sul funzionamento della mente umana: il famoso brand, infatti, in una sola settimana ha perso l’8% alla borsa di New York a causa di un deliberato associazionismo lessicale e di significato con il famosissimo virus Covid-19. Quali spiegazioni psicologiche possono sottostare ad un simile meccanismo e giustificare una perdita economica di 285 milioni di dollari in pochi giorni? In che maniera si sviluppa un legame reale e sostanziale tra le parole e la realtà delle cose?

Il verbo «contaminare», che in latino, lingua da cui proviene etimologicamente, presenta lo stesso tema di «tangere» (toccare), suggerisce l’idea che la parola, da sempre creatrice di significati, non è solo capace di rievocare immaginari altri, ma anche di avere un illusorio potere di fusione con la realtà, tanto da riuscire a modificarla con la sua azione: “Non esiste una magia come quella delle parole” (Anatole France).

La contaminazione per somiglianza è un fenomeno ben noto alla psicologia, ampiamente descritto, già nei primi del ‘900, dall’antropologo Frazer nella sua opera “Il ramo d’oro”: il pensiero magico incarna una forma mentale che contraddistingue il funzionamento cognitivo infantile, le cui tracce sono però spesso rintracciabili anche nella mente adulta. Questo fa sì, dunque, che la razionalità umana, specialmente nei momenti di stress, lasci facilmente spazio a modalità decisionali atte a seguire principi ben diversi dal cogito cartesiano. “Legge di similarità” e “legge di contatto”, infatti, suggeriscono come, da sempre, il simile produca il simile (è possibile nuocere a un nemico danneggiando una sua immagine), l’effetto rassomigli alla causa e le idee vengano costantemente associate per similarità e contiguità. La creazione di una causalità illogica e irrazionale si esprime non di rado attraverso una rottura dell’organizzazione spazio-temporale o la creazione di coincidenze tra il tutto e le sue parti (riti magici, totemismo, agiti scaramantici).

Fin dalle origini l’uomo ha sempre tentato di dominare l’ambiente sviluppando rapporti tra fenomeni fittizi e completamente slegati fra loro. In questo modo, il desiderio di considerarsi agente attivo della propria esistenza ha prevaricato, a livello transgenerazionale e transculturale, una deprimente razionalità, impronta della sua finitudine e precarietà. Non di rado, di fronte a impotenza e paura, si rilevano nella mente umana bias di “illusory correlation” (correlazione illusoria) che, oltre a ostacolare il pensiero critico, giudicano interdipendenti eventi appartenenti a differenti domini della realtà.

L’essere umano, dunque, di fronte all’angoscia ed all’insicurezza, mosso da un atteggiamento iperprudenziale, regredisce ad un pensiero magico il cui scopo primario risulta essere quello di difenderlo, proteggerlo e conferirgli un’illusoria rassicurazione. Il desiderio di “rubare il fuoco” rende l’individuo contemporaneo un goffo Prometeo, tanto desideroso di conoscere e dominare ciò che non può essere conosciuto e dominato, quanto primitivo nell’accettare e affrontare la realtà. Pandemie, guerre e sconvolgimenti naturali, tuttavia, spaventano proprio perché ricordano all’uomo la più banale delle verità: il suo essere mortale. Non accettare tale condizione significa scivolare in strategie negazionistiche, ipercontrollanti o scaramantiche, tanto “selvagge” e inutili quanto banalmente rassicuranti.

Ai tempi del Corona Virus, quando la razionalità sembra spesso lasciar spazio a più veloci e primordiali fenomeni di pensiero, sembra vero ciò che ironicamente diceva il drammaturgo Eduardo De Filippo: “Essere superstiziosi è da ignoranti ma non esserlo porta male”. Lo stato di allerta induce il crollo di molte maschere, rivelando all’uomo la parte della sua natura che maggiormente rinnega: irrazionale, caotica, impulsiva, scaramantica e primitiva. Purtroppo l’amuchina non pulisce l’ignoranza, le mascherine non proteggono dalla trasmissione della paura: benvenuti alla fiera dell’Es!

Per approfondimenti:

Frazer J., “Il ramo d’oro”, Bollati Boringhieri, Torino, 2012

https://www.ilsole24ore.com/art/l-assurdo-caso-birra-corona-marchio-colpito-coronavirus-ACMzAQMB

 

Coronavirus: la pandemia della paura

di Ornella Natullo

Non sapere più a chi credere può spaventare più di una malattia

Ai tempi dei miei genitori, quando la televisione forniva delle informazioni, tutti la ritenevano “fonte attendibile e sicura”, pertanto, pure di fronte a notizie nefaste, loro si sentivano al sicuro, protetti e guidati. Ai tempi nostri, al contrario, siamo tutti diffidenti: abbiamo scoperto troppi inganni, intrighi internazionali, sono nate e diffuse teorie complottistiche sotto l’egida di scoperte “sensazionali”, vediamo i nostri “punti di riferimento” politici ed economici cambiare direzione a seconda di interessi a noi più o meno noti… Insomma, non ci fidiamo più di nessuno!

Inoltre, siamo sommersi, differentemente dal passato, da informazioni provenienti da centinaia di fonti: TV, radio, internet, giornali cartacei e online, opinionisti, social, WhatsApp… Migliaia di informazioni tra cui è difficilissimo districarsi e che ci fanno sentire persi. La nostra mente, infatti, non è in grado di sopportare una tale quantità di informazioni contemporaneamente; la memoria a breve termine, o memoria di lavoro, può contenere ogni istante solo alcune informazioni e le seleziona per un processo di elaborazione solo se tali informazioni risultano essere “coerenti” rispetto agli scopi che in quel preciso momento stanno predominando nella singola persona. Per questo motivo, quando una informazione compromette lo “scopo di sicurezza” dell’individuo, quindi è una informazione che presenta un potenziale rischio che si sta correndo, la nostra mente comincia a funzionare seguendo un semplice principio dettato dall’istinto di sopravvivenza: inizia a lavorare secondo il principio Better safe than sorry, ovvero combatte alacremente per risolvere il dubbio che sia possibile o meno scartare l’ipotesi peggiore (in questo caso, poter morire o far morire qualcuno per il contagio da Coronavirus). Quindi si scartano le informazioni più ottimistiche a favore di quelle maggiormente pessimistiche. Purtroppo, però, per quanti sforzi la nostra mente possa fare per eludere l’ipotesi catastrofica, ci sarà sempre qualche elemento, dettaglio, informazione nuova o ragionamento che porterà a non risolvere il dubbio, poichè non esiste in natura la possibilità di portare a zero la probabilità di un evento, resterà sempre una quota di rischio incontrollata. Questa spirale cognitiva produce ansia, angoscia, terrore!

Ho fatto un esperimento giorni fa in una chat di WhatsApp che comprende centinaia di persone (non me ne vogliano le cavie): ho inoltrato un messaggio vocale con all’interno una ipotesi complottista sul Coronavirus. Le reazioni sono state di fastidio (“Un’altra informazione da processare, oh no!”), di rifiuto (“Dimmi se la fonte è attendibile sennò questa informazione la elimino”), di scherno (usare la satira è una delle strategie per distanziarsi da qualcosa che ci infastidisce)… Insomma, non ce la facciamo più! Stiamo praticamente cedendo di fronte alla sovrabbondanza di stimoli a cui siamo sottoposti.

Quindi che succede quando dobbiamo decidere a cosa credere?

Ci sono almeno due processi da considerare.

Il primo: ricorriamo alla formula più comune (“Se stanno chiudendo le scuole ecc. allora vuol dire che…”) e ognuno sceglie la propria conclusione allarmistica o menefreghista che sia. Anche questo ragionamento è parte di un corredo comune di euristiche del ragionamento umano: il Behaviour as input è quel tipico ragionamento che parte dall’osservazione di un comportamento (in questo caso: stanno chiudendo i luoghi di incontro collettivo) per renderlo la prova di un effettivo pericolo, per cui quel comportamento viene inteso come un tentativo di prevenire quella minaccia (morire per contagio da Coronavirus).

Il secondo: di fronte a una tale quantità di informazioni discordanti o semplicemente abbondanti, ci comportiamo come Pascal che ragionava sull’esistenza di Dio; come decidere se crederci o meno? Il ragionamento di Pascal consisteva nel fatto che, non avendo prove né della sua esistenza né della sua non esistenza, non gli restava che scommettere, e la scommessa può essere valutata sulla base dei rischi che si corrono. Se credo in Dio e mi sbagliassi, potrei rischiare di aver limitato la mia vita terrena, facendo sacrifici in nome della religione; se non credo in Dio e mi sbagliassi, vivrei liberamente ma il costo sarebbe più elevato poichè patirò le pene dell’Inferno per la vita dissoluta condotta. Così tendiamo a dare credito alle ipotesi più improbabili, talvolta implausibili, perchè si teme di sottovalutare una minaccia consapevolmente, cosa che induce a una elevata quota di senso di colpa.

Riconoscere, infine, di essere vittima di una condizione di insicurezza, dovuta ai fattori di cui sopra, aiuterebbe a non farsi travolgere dalle proprie emozioni ed a ripristinare una modalità di valutazione degli eventi più scientifica e oggettiva. Il senso di sicurezza, infatti, può maggiormente essere garantito se alleniamo la nostra mente a produrre “pensieri utili” e funzionali, ovvero correggere gli errori di ragionamento, che inducono paura e terrore anche quando la realtà oggettiva dei fatti non dimostra che ciò che pensiamo sia vero in quel momento.

Dobbiamo, in sostanza, imparare a essere legati alla “realtà oggettiva dei fatti”: sapere cosa è il Coronavirus, come non contagiarsi o trasmetterlo ad altri, seguire le regole igieniche “normali” ricordate da tutti, ed essere fiduciosi che tutto andrà bene. Sebbene non si possa escludere l’ipotesi peggiore, accettare infine che nessuno possa evitare che questo accada e quindi quanto possa essere disfunzionale, per la propria vita, spendere del tempo e tante energie nel tentativo di prevenire un evento che non dipende da noi.

Per approfondimenti

Gangemi A., Mancini F. e van den Hout M.A. (2007),”Feeling guilty as a source of information about threat and perfomance”. In Behaviour Research and Therapy, 45, pp. 2387-2396.

Mancini F. (a cura di), (2016), “La mente ossessiva”, Raffaello Cortina Editore

Lopatcka C., Rachman S. (1995), “Perceived responsibility and compulsive checking: An experimental analysis”. In Behavioural Reserarch and Therapy, 33, pp. 673-684.

Van den Hout M.A., Gangemi A., Mancini F., Engelhard I.E., Rijkeboer M.M., van Dams M., Klugeist I. (2014), “Behavior as information about threat in anxiety disorders: A comparison of patients with anxiety disorders and non-anxious controls”. In Journal of Behavoir Therapy and Experimental Psychiatry, 45, pp.489-495.

 

Gli scrupoli di un uomo devoto

di Manuel Petrucci

Il disturbo ossessivo-compulsivo nel racconto di un vescovo del ’600

La letteratura, la storia e la filosofia hanno offerto, nei secoli, descrizioni mirabili della vita mentale umana, precedendo, o anche talvolta superando in raffinatezza, lo studio scientifico che ne fanno la psicologia e la psichiatria.

Nel caso del senso di colpa, emozione che occupa certamente un posto di rilievo nella psicopatologia, è celebre la figura shakespeariana di Lady Macbeth che cerca di lavare via simbolicamente l’orrore dei delitti che ha istigato, tanto che gli studi moderni hanno denominato “Macbeth effect” l’evidenza che la colpa può aumentare il senso di contaminazione e i comportamenti di lavaggio. Il Dostoevskij di Delitto e castigo e il Poe de Il cuore rivelatore ci hanno successivamente lasciato un affresco dei tormenti angosciosi, corrosivi, persino allucinatori a cui può andare incontro chi ha mano macchiata di sangue per omicidio. Il meno conosciuto Jeremy Taylor, vescovo della Chiesa di Inghilterra nell’era Cromwell (XVII secolo), in un suo trattato teologico ci ha invece fornito un sorprendente ritratto di come anche una trasgressione morale molto più blanda di un omicidio, o soltanto il dubbio di una simile trasgressione, possa essere per alcune persone una fonte di preoccupazione tale da motivare sforzi estenuanti per scongiurarla, o per porvi rimedio. È il caso di chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), che Taylor definisce come “scrupolo”:

“A scruple is a great trouble of mind proceeding from a little motive, and a great indisposition, by which the conscience though sufficiently determined by proper arguments, dares not proceed to action, or if it doe, it cannot rest. That it is a great trouble, is a daily experiment and a sad sight. […] They repent when they have not sinned, and accuse themselves without form or matter; their virtues make them tremble, and in their innocence they are afraid; they at no hand would sin, and know not on which hand to avoid it: and if they venture in, as the flying Persians over the river Strymon, the ice will not bear them, or they cannot stand for slipping, and think every step a danger, and every progression a crime, and believe themselves drowned when they are yet ashore. Scruple is a little stone in the foot, if you set it upon the ground it hurts you, if you hold it up you cannot go forward; it is a trouble where the trouble is over, a doubt when doubts are resolved”.

(Uno scrupolo è un grande disagio della mente che si origina da un motivo trascurabile, e da un grande malessere, per cui la coscienza, pur essendo supportata da validi argomenti, non osa procedere all’azione, o, se lo fa, non riesce poi a trovare pace. È un grande disagio, esperito ogni giorno, triste a vedersi. […] Gli scrupolosi si pentono quando non hanno peccato, e accusano se stessi senza alcun fondamento; tremano nella virtù, temono nell’innocenza; si interrogano su come evitare il peccato, anche se non peccherebbero per alcuna ragione; se osano avventurarsi, come accadde ai Persiani in fuga sul fiume Strimone, il ghiaccio si sgretolerà o li farà scivolare, ogni passo sarà un pericolo, ogni progressione un crimine, e si crederanno annegati pur trovandosi a riva. Lo scrupolo è un sassolino nella scarpa, posizionato sotto fa male per il contatto con il suolo, posizionato sopra impedisce l’andatura. È un problema quando il problema è superato, un dubbio quando il dubbio è risolto).

Emergono, da questa descrizione, alcune tra le caratteristiche più salienti del DOC: la pervasività dei timori di colpa, la sofferenza a cui danno vita, l’impossibilità di pervenire a una definitiva rassicurazione nonostante i tentativi e i proper arguments. Questi elementi sono ancora più evidenti nell’esempio riportato da Taylor in un successivo passaggio: 

“William of Oseney was a devout man, and read two or three Books of Religion and devotion very often, and being pleased with the entertainment of his time, resolved to spend so many hours every day in reading them, as he had read over those books several times; that is, three hours every day. In a short time he had read over the books three times more, and began to think that his resolution might be expounded… and that now he was to spend six hours every day in reading those books, because he had now read them over six times. He presently considered that in half so long time more by the proportion of this scruple he must be tied to twelve hours every day, and therefore that this scruple was unreasonable; that he intended no such thing when he made his resolution, and therefore that he could not be tied… he remembered also that now that profit of those good books was received already and grew less, and now became changed into a trouble and an inconvenience. . . and yet after all this heap of prudent and religious considerations, his thoughts revolved in a restless circle, and made him fear he knew not what. He was sure he was not obliged, and yet durst not trust it… Well! being weary of his trouble, he tells his story, receives advice to proceed according to the sense of his reason, not to the murmurs of his scruple; he applies himself accordingly. But then he enters into new fears; for he rests in this, that he is not obliged to multiply his readings, but begins to think that he must doe some equal good thing in commutation of the duty… He does so; but as he is doing it, he starts, and begins to think that every commutation being intended for ease, is in some sense or other a lessening of his duty… and then also fears, that in judging concerning the matter of his commutation he shall be remiss and partial… What shall the man doe? After a great tumbling of thoughts and sorrows he begins to believe that this scrupulousness of conscience is a temptation, and a punishment of his sins, and then he heaps up all that ever he did, and all that he did not, and all that he might have done, and seeking for remedy grows infinitely worse, till God at last pitying the innocence and trouble of the man made the evil to sink down with its own weight, and like a sorrow that breaks the sleep, at last growing big, loads the spirits, and bringing back the sleep that it had driven away, cures it self by the greatness of its own affliction”.

(William di Oseney, un uomo devoto, leggeva di frequente due o tre libri di religione, con tale diletto che si propose di trascorrere nella lettura ogni giorno il numero di ore corrispondente al numero di volte che aveva letto i libri. In breve tempo ebbe letto i libri tre volte in più, ed estese quindi il suo proposito di lettura a sei ore al giorno, dato che aveva letto i libri sei volte ormai. Iniziò a realizzare che seguendo le proporzioni dello scrupolo si sarebbe trovato nella metà del tempo speso fino ad allora a dover leggere dodici ore al giorno, e lo scrupolo gli parve dunque irragionevole. Non aveva intenzione di arrivare a questo con la sua risoluzione, e pertanto non poteva esserne vincolato. Ritenne inoltre che il beneficio dell’aver letto quei libri fosse ormai tratto, e fosse anzi diminuito al punto da diventare un cruccio e un inconveniente. Eppure, dopo questa serie di considerazioni prudenti e religiose, i suoi pensieri vorticavano in un circolo senza requie. Era sicuro di non essere vincolato, eppure non osava crederci. Divenuto cosciente del suo disagio, raccontò la vicenda, e ricevette consiglio di procedere seguendo il senso della sua ragione, non i capricci dello scrupolo. Si dispose dunque ad agire in tale direzione, quando entrò in nuove paure: poteva non essere obbligato a intensificare le sue letture, ma avrebbe dovuto fare una buona azione di egual misura, in corrispondenza del debito. Fece dunque così, ma iniziò a pensare che ogni buona azione compiuta fosse votata al sollievo, e potesse quindi intendersi in qualche modo come un alleggerimento del suo dovere. Si spaventò allora di essere giudicato negligente e manchevole nella sua commutazione. Cosa avrebbe dovuto fare? Dopo un gran turbinio di pensieri e inquietudini cominciò a credere che la scrupolosità della sua coscienza fosse una tentazione, e una punizione per i suoi peccati. Ripercorse allora tutto ciò che aveva fatto nella vita, tutto ciò che non aveva mai fatto, tutto ciò che avrebbe potuto fare, e nella ricerca del rimedio la situazione peggiorava infinitamente, finché Dio, impietosito dall’innocenza e dalla sofferenza dell’uomo, fece sprofondare il male con il suo stesso peso, curando la grandezza dell’afflizione, riportando il sonno laddove era stato spezzato da quel dolore, che ingigantitosi aveva oppresso lo spirito).

La necessità di violare un proposito, nonostante fosse stato formulato autonomamente e per puro diletto, e non implicasse alcun danno per altri, ha innescato una spirale di timori legati alla possibilità di essere giudicato inadempiente, e per questo punito. È chiaro come le strategie adottate per risolvere il problema, affidate al sense of reason, abbiano generato nuovi timori e nuove ruminazioni, fino a portare al tentativo estremo di passare al vaglio l’intera esistenza, vissuta e potenziale. Il finale diventa ironico se pensiamo che quello stesso Dio di cui William teme il giudizio ha in realtà uno sguardo compassionevole sul suo dolore, alleviandolo. 

Se le manifestazioni del DOC conservano le proprie peculiarità attraverso i secoli, ciò che è cambiata è la conoscenza del funzionamento di questo disturbo e gli strumenti terapeutici efficaci di cui disponiamo. La cura al giorno d’oggi non ha bisogno quindi di chiamare in causa interventi divini, ma se è vero che Dio ci aiuta quando siamo i primi ad aiutare noi stessi… Ecco un motivo in più per andare in terapia! 

Per approfondimenti:
Estratto da Jeremy Taylor, Ductor dubitantium, or the rule of conscience (London: Royston, 1660, 2 voll.), citato in Hunter, R., & Macalpine, I., Three hundred years of psychiatry, 1535-1860 (London: Oxford University Press, 1963, p. 163-165) [Traduzione: MP]

La palude masochistica

di Roberto Petrini

Il mantenimento del problema nel carattere masochista: capire come uscire a “riveder le stelle”

Il carattere, come descritto dallo psichiatra e psicoterapeuta statunitense Alexander Lowen, può essere definito come un comportamento tipico con cui si affronta la vita, nel tentativo di trovare un equilibrio tra le richieste dall’ambiente e le esigenze e bisogni della persona.
Per adattarci all’ambiente, il nostro comportamento deve essere fluido e adeguato alla situazione, non possiamo rispondere a stimoli diversi con i nostri repertori di comportamento e pensiero tipici; se lo facciamo, le richieste di chi ci circonda, inizieranno a sembrarci inadeguate ed eccessive o cominceremo a sentirci inadeguati noi.Il carattere di una persona è facilmente rilevabile quando osserviamo gli altri, se invece rivolgiamo l’attenzione verso noi stessi e proviamo a essere introspettivi, spesso dobbiamo fare i conti con pensieri razionalizzanti che giustificano il nostro comportamento. 

Nel carattere descritto come masochistico, l’aggressività è rivolta contro se stessi, ma c’è anche un elevato risentimento verso gli altri, ci si sente spesso sotto pressione e sofferenti con la sensazione di esplodere. La frustrazione si esprime spesso sotto forma di lamenti, che hanno anche l’esito di tormentare le persone più prossime. La persona vive un conflitto irrisolvibile, è cosciente della realtà ma al tempo stesso non l’accetta e al contrario la combatte. Si sente in trappola e più lotta più sprofonda, cerca di ottenere approvazione e affetto con un metodo che tuttavia gli restituisce solo frustrazioni e sfiducia.

Il masochista vuole essere aiutato ma non crede nella bontà dell’aiuto e non crede nemmeno in se stesso. Da bambino, non gli sono mancati l’amore e l’accudimento delle figure genitoriali, ma è stato sottoposto a numerose critiche e offese, spesso accusato d’incapacità e inettitudine. La struttura del comportamento masochista spesso si forma, infatti, in una famiglia con un padre passivo e sottomesso e una madre dominante che si auto sacrifica per il bene della famiglia, cercando però di controllare il comportamento del figlio colpevolizzandolo e assillandolo e non permettendone atteggiamenti di libertà e protesta.

Per uscire dalla palude, occorre divenire consapevoli di cosa si fa per tentare di risolvere la situazione e come gli altri poi rispondano ai propri tentativi di soluzione, occorre osservare come poi le difficoltà si stabilizzino e si trasmettano ad altre aree di funzionamento. Spesso, purtroppo, accade che proprio i nostri tentativi di soluzione e le strategie che adottiamo per risolvere il problema siano essi stessi causa del mantenimento del problema. È importantissimo, quindi, fare attenzione a ciò che si ripete nel nostro comportamento e in quello altrui, e pensare a una nuova via che attivi altri cicli relazionali. 

Questo è il lavoro che dovrà essere affrontato nella psicoterapia: far fronte ai meccanismi responsabili del mantenimento della sofferenza e porre attenzione massima sulle situazioni attivanti, antecedenti al comportamento problematico, ma anche su quello che succede dopo. Sapere non basta: per uscire dalla palude non serve solo conoscere e capire, occorre sperimentare nuovi comportamenti “impegnati”, andare oltre i soliti pensieri circolari e non usarli per rassicurarci, per illuderci che ragionando da soli sulla questione riusciremo a trovare una soluzione. Quando si esprimerà tutto il rancore accumulato, probabilmente la rabbia lascerà il posto alla tristezza, al dolore e all’angoscia; uno stato penoso ma necessario, una situazione che dovrà essere accettata per rompere definitivamente il circolo vizioso nel quale si è incastrati e intravedere la libertà che ci attende fuori della palude. 

Follower e haters: uguali o diversi?

di Sonia Di Munno

Gli adolescenti e i social media: il tema del confronto e dell’invidia nei social media

L’uso dei social network è una delle attività preferite dagli adolescenti e, negli ultimi dieci anni, è diventata importante per la connessione, la comunicazione e la socializzazione con gli altri, nonché un modo per rafforzare l’identità ed esprimere la propria opinione. 

Indagando gli aspetti positivi dei social è emerso che: diminuiscono lo stress, attraverso la distrazione che permette una pausa dalla pressione lavorativa; aumentano la percezione di un sostegno sociale, grazie alla facilità nel rimanere in contatto e di fare nuove amicizie; permettono di esprimere i propri pensieri e contenuti e di auto-presentarsi. D’altro canto, l’uso e, soprattutto, l’abuso dei social ha fatto emergere effetti negativi come: l’hikikomori, vale a dire l’isolamento sociale, poiché si delegano alla sola esperienza virtuale i contatti e le amicizie;  la diminuzione dell’efficienza lavorativa; la crescita di fenomeni dannosi come il cyberbullismo, il sexting, il ricatto, la dipendenza da internet, dai videogiochi e dai giochi d’azzardo online.

In concomitanza con l’utilizzo dei social media, si è vista incrementare nelle persone,  in maniera particolare negli adolescenti, l’emozione dell’invidia tra pari, scaturita da un costante confronto sociale basato anche su falsi miti di felicità e benessere.

Lo psicologo e sociologo statunitense Leon Festinger, nella sua “teoria del confronto sociale”, ha dimostrato che gli individui sono motivati ​​a confrontarsi con i simili per valutare le proprie capacità e prestazioni e che, sebbene ciò avvenga comunemente con colleghi, familiari e amici nella vita quotidiana reale, il paragone è amplificato nei social media, dove c’è una maggiore tendenza a esporre le proprie caratteristiche positive. Il lavoro accurato e continuo per mantenere la propria identità e reputazione sui social media può suscitare ansia, bassa autostima e problemi di depressione soprattutto negli adolescenti che sono più invischiati in questo meccanismo. Nell’accentuato confronto sociale, trova terreno fertile l’emozione dell’invidia definita come “una miscela spiacevole e spesso dolorosa di sentimenti causati da un confronto con una persona o un gruppo di persone che possiedono qualcosa che desideriamo” oppure come “un’emozione dolorosa che deriva dal confronto con qualcuno che possiede qualcosa che noi vorremmo”. 

Da uno studio su 250 teenagers dai 13 ai 19 anni, è emerso che gli adolescenti che usano con più intensità i social media (misurata in termini di percezione di attaccamento agli stessi, più che dall’uso effettivo) sono anche più propensi all’invidia e al confronto, soprattutto se vivono in contesti molto competitivi. La tendenza ad avere un maggiore confronto con gli altri, infatti, non nasce solo dai social network, che ne sono un terreno fertile, ma può avere origine nell’educazione genitoriale, che spesso tende a comparare i propri figli con i compagni di scuola. Un comportamento che porta gli adolescenti a sviluppare personalità e comportamenti negativi come gelosia, rivalità e perdita di fiducia in se stessi, conducendoli a essere più inclini all’invidia, più suscettibili alle critiche e a impegnarsi di più nell’autopresentazione e promozione di sé. La tendenza a provare più confronto sociale e invidia dipende anche dal tipo di relazioni che si instaurano con i pari. La competizione e concorrenza attiva il sistema motivazionale interpersonale del rango che è alla base dell’idea che essere più forti e superiori dell’altro porti a un maggiore accesso alle risorse disponibili; per avvenire ciò, l’altro deve riconoscere questa superiorità attraverso l’ammirazione; al contrario, quando si pensa di avere delle caratteristiche o qualcosa che gli altri non apprezzano, c’è una diminuzione di autostima e sensazione di inferiorità o invidia. Per questo motivo trovarsi in un gruppo di pari in cui è forte il tema del confronto e della competizione induce una forte pressione psicologica nell’adolescente e a provare più invidia nei confronti degli amici. 

Non sono i social media, dunque, a scaturire negli adolescenti il tema del confronto e dell’invidia. Ma sono certamente un contesto fecondo per il proliferarsi di comportamenti negativi appresi nell’ambiente sociale di appartenenza.

Per approfondimenti

Peerayuth Charoensukmongkol (2018), The Impact of Social Media on Social Comparison and Envy in Teenagers: The Moderating Role of the Parent Comparing Children and In-group Competition among Friends; J Child Fam Stud 27:69–79

Shunyu Li, Hao Lei, Lan Tian (2018); Social Behavior And Personality, 46(9), 1475–1488 Scientific Journal Publishers Limited. All Rights Reserved, https://doi.org/10.2224/sbp.7631

Stefano Eleuteri , Valeria Saladino e Valeria Verrastro (2017). Identity, relationships, sexuality, and risky behaviors of adolescents in the context of social media; sexual and relationship therapy, vol. 32, nos. 3–4, 354–365; https://doi.org/10.1080/14681994.2017.1397953

L’epistemologia della Psicologia Clinica

Recensione di Maurizio Brasini

Prospettive teoriche e metodologiche nel libro di Stefano Blasi

Definire lo statuto scientifico della psicologia è da sempre una questione complessa, data la contraddizione insanabile tra la natura intangibile e “spirituale” dell’oggetto di indagine, e l’aspirazione a sviluppare su di esso un discorso che lo riconduca nell’alveo delle scienze naturali. Nel caso della psicologia clinica, questa dialettica si fa ancor più spinosa, poiché la clinica è l’arte di applicare la conoscenza medica alla cura del caso singolo. Così, scienza della natura e dello spirito si incontrano e tendono a confliggere quando si tratta di definire una teoria della conoscenza ed un metodo propri per la psicologia clinica e, se da una parte si fa sentire la tendenza, quasi la tentazione, di adagiare la psicologia clinica nel letto di Procuste delle altre scienze mediche, d’altro canto si tende ad invocare uno “statuto speciale” per questa disciplina che la liberi dai vincoli a cui deve necessariamente attenersi ogni sapere che voglia accreditarsi come scientifico.

Coraggio e curiosità sono le due principali doti che, a parere di chi scrive, hanno animato il curatore del libro “L’epistemologia della Psicologia Clinica – Prospettive teoriche e metodologiche” di Stefano Blasi (Psicologo, Psicoterapeuta, docente presso numerose scuole di psicoterapia per medici e psicologi e presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” dove svolge anche attività di ricerca), nell’impresa di riunire oltre 20 tra i più significativi studiosi del campo della psicologia clinica Italiana attorno ad un argomento così denso di implicazioni e, ammettiamolo, così scomodo in particolare per chi della clinica ha fatto una professione. Nel volume, pubblicato di recente da Giovanni Fioriti Editore, Blasi parte da una serie di domande tanto fondamentali quanto imbarazzanti sulla scientificità della conoscenza su cui basiamo la nostra pratica clinica, ciascuna delle quali ricorda la storiella zen del millepiedi che, soffermandosi a riflettere su come faccia a camminare coordinando mirabilmente i suoi numerosissimi arti, finisce per non riuscire più a muovere neppure un passo. Perché esistono così tante “scuole” di psicoterapia? Su quali prove di efficacia basiamo la nostra pratica clinica, e sulla base di quali metodi di indagine? In che modo e fino a che punto è possibile misurare i costrutti psicologici su cui poggiano le nostre teorie? Quale ruolo riveste la tecnica nell’agire terapeutico? E quale spazio va riservato all’esperienza individuale, alla soggettività e all’unicità dell’incontro tra paziente e terapeuta? La disamina di queste ed altre questioni apparentemente filosofiche, ma con ricadute evidenti e molto concrete sulla pratica clinica, ha dato come risultato il volume che, con modestia, Blasi afferma che avrebbe voluto leggere da studente, e che anima anche nel lettore lo stesso appassionato desiderio di comprensione e di approfondimento.

Nella prima parte del volume si affrontano alcune delle principali controversie epistemologiche e metodologiche in psicologia clinica, con i contributi di Franco del Corno, Cesare Scandellari, Margherita Lang e Santo di Nuovo.

La seconda parte è dedicata ad un vivace dibattito sulla psicoterapia tra modello medico e modello sperimentale, sviluppato a partire dai contributi di Paolo Migone, Lucio Sibilia, Riccardo Sartori, Aristide Saggino e Marco Tommasi.

Nella terza parte si affronta il tema del dialogo tra la psicologia clinica e le altre scienze attraverso i contributi di Silvano Tagliagambe, Marco Casonato, Omar Gelo e Gloria Lagetto, e Giovanni Liotti (con quello che probabilmente è uno dei suoi ultimi scritti, pubblicato postumo).

La quarta parte affronta il dibattito sulla scientificità e sull’efficacia della psicanalisi, con i contributi di Dario Antiseri, Alfredo Civita, Vittorio Lingiardi e Maria Ponsi, Antonello Colli, Rosita Ricci e Giulia Gagliardini.

Nella quinta ed ultima parte si parla della psicologia clinica come scienza dell’esperienza, tra fenomenologia, costruttivismo e terapia cognitiva, grazie ai contributi di Maria Armezzani, Gabrele Chiari e Stefano Tempestini, Sergio Salvatore e Ruggero Andrisano Ruggieri, e Silvio Lenzi.

Un’ultima nota di merito va espressa nei confronti dell’editore Giovanni Fioriti il quale, in un’epoca dominata dai manuali pronto-uso che rispondono alla sempre crescente richiesta di tecniche e protocolli, compie un’operazione di notevole valore culturale nell’offrire spazio ad un testo che ritorna a far riflettere su teorie e metodi della conoscenza in ambito clinico, cioè proprio su quel terreno a partire dal quale è fiorita la stagione migliore della psicologia clinica Italiana.

Coping Power nella scuola secondaria

di Laura Pannunzi e Iacopo Bertacchi

Il nuovo volume di Iacopo Bertacchi e Consuelo Giuli per prevenire e intervenire sulle problematiche di condotta in età preadolescenziale

 “Coping Power nella scuola secondaria” è l’ultimo prezioso contributo prodotto da Iacopo Bertacchi e Consuelo Giuli, psicologi psicoterapeuti ideatori del programma “Coping Power Scuola”, in collaborazione con l’insegnante di scuola secondaria Ilaria Cipriani.

Il testo, uscito da pochissimi giorni nelle librerie, completa le precedenti edizioni “Coping Power nella scuola primaria” e “Coping Power nella scuola dell’infanzia”, scritti dagli stessi autori e pubblicati entrambi da Erickson.  La stesura di questo nuovo volume nasce con l’intento di creare un progetto di prevenzione e intervento sulle problematiche di condotta ed è pensata appositamente per alunni di età preadolescenziale, favorendo nel contempo le dinamiche pro-sociali in ambiente scolastico ed extra scolastico.

Come è ben noto, la preadolscenza è quella fase, sovrapponibile agli anni compresi fra la quinta elementare e la seconda/terza media (fra i 10 e i 12/13 anni), densa di cambiamenti fisiologici e psicologici. Tale periodo è spesso caratterizzato da mutamenti che coinvolgono il corpo, la sfera emotiva e cognitiva. Il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media, rappresenta, infatti, uno di quei cambiamenti significativi che richiede una grande capacità di adattamento e coincide spesso con uno sbalzo di turbamenti, tensioni e cambiamenti, a livello fisico e psicologico, legati allo scenario evolutivo che si sta modificando.

La scuola rappresenta uno dei principali contesti di socializzazione e di crescita, in cui è possibile cogliere sia eventuali disagi e difficoltà sia le potenzialità e i punti di forza di ogni alunno; inoltre, nel contesto scolastico, le problematiche di comportamento si manifestano in modo importante, interferendo con il contesto di apprendimento e con il rendimento scolastico della classe, limitando la capacità degli alunni di raggiungere il loro pieno potenziale.

Data l’elevata capacità di adattamento del programma, gli insegnanti, gli educatori e gli psicologi scolastici possono acquisire una serie di strategie di intervento e applicarle in modo flessibile, per gestire le problematiche di comportamento negli alunni (con sfumature di intensità diverse a seconda delle esigenze degli alunni e delle classi).

Nel libro, dopo un’introduzione teorica sul programma “Coping Power scuola” e sulla sua applicazione – a cura di John Lochman, professore all’università dell’Alabama, negli USA, e di Pietro Muratori, professore all’università di Pisa – vengono presentati i sette moduli di cui è composto il percorso didattico, che si articola lungo l’intero anno scolastico, e una serie di schede operative e spunti di riflessione da elaborare in classe, individualmente o in piccoli gruppi.

A ciascun modulo corrispondono uno o più capitoli della storia illustrata “Siamo un gruppo”, in cui sono narrate le vicende di Vanessa, Asabi, Giulio, Diego e Adrian; cinque ragazzi di una scuola secondaria di primo grado, molto diversi tra loro per carattere e nel modo di gestire le emozioni, ma accomunati dalla passione per la musica. Malgrado le differenze, decidono di unire le proprie competenze e abilità e creare un gruppo musicale per partecipare a un concerto scolastico. I compagni dovranno però affrontare assieme e superare, con non poche difficoltà, paure, emozioni contrastanti e pregiudizi. Durante il percorso, impareranno l’importanza di affrontare insieme le prove.  Partendo dalla lettura della storia, i moduli affrontano le tematiche cardine del programma “Coping Power scuola” secondo la seguente struttura:

  • Modulo introduttivo: La costruzione del gruppo
  • Modulo 1: Traguardi a breve e lungo termine
  • Modulo 2: Consapevolezza delle emozioni
  • Modulo 3: Gestire le emozioni con l’autocontrollo
  • Modulo 4: Cambiare punto di vista (perspective taking)
  • Modulo 5: Problem solving e abilità di rifiuto
  • Modulo 6: Riconoscere le qualità proprie e altrui

Il programma, come le altre due versioni precedenti, è stato elaborato per essere integrato perfettamente nelle attività didattiche, con momenti di confronto e condivisione gestiti dagli stessi alunni e di riflessione metacognitiva sulle esperienze personali.

Oltre a distinguersi per un elevato rigore scientifico, il testo si presta in maniera versatile a soddisfare diversi bisogni formativi. Costituisce sicuramente un manuale di riferimento nella sua globalità ma, allo stesso tempo, i singoli moduli possono soddisfare bisogni di approfondimento più circoscritti, che l’insegnante può utilizzare in classe in modo flessibile.

Il nuovo volume rappresenta, dunque, un ottimo strumento, una guida puntuale, tecnica e al contempo concreta, centrata sull’idea di trasformare il gruppo classe in un gruppo in grado di creare risonanza, in modo tale che l’appartenenza diventi una risorsa di crescita e di scambio, per la promozione delle potenzialità degli alunni in modo globale e integrato.

 

Per approfondimenti:

Giuli C., Bertacchi I., Muratori P., (2017) Coping Power nella scuola dell’Infanzia. Gestire le emozioni e promuovere i comportamenti pro sociali. Trento: Erickson.

Giuli C., Bertacchi I., Muratori P., (2017) Ap Apetta e il viaggio in lambrettaCoping Power nella scuola dell’Infanzia – Storia e Schede. Trento: Erickson.

Bertacchi I., Giuli C., Muratori P., (2016) Coping Power nella scuola primaria. Gestire i comportamenti problematici e promuovere le abilità relazionali in classe. Trento: Erickson

Bertacchi I., Giuli C., Cipriani I., (2019) Coping Power nella scuola secondaria. Gestire le problematiche relazionali e promuovere comportamenti prosociali in classe.  Trento: Erickson