L’epistemologia della Psicologia Clinica

Recensione di Maurizio Brasini

Prospettive teoriche e metodologiche nel libro di Stefano Blasi

Definire lo statuto scientifico della psicologia è da sempre una questione complessa, data la contraddizione insanabile tra la natura intangibile e “spirituale” dell’oggetto di indagine, e l’aspirazione a sviluppare su di esso un discorso che lo riconduca nell’alveo delle scienze naturali. Nel caso della psicologia clinica, questa dialettica si fa ancor più spinosa, poiché la clinica è l’arte di applicare la conoscenza medica alla cura del caso singolo. Così, scienza della natura e dello spirito si incontrano e tendono a confliggere quando si tratta di definire una teoria della conoscenza ed un metodo propri per la psicologia clinica e, se da una parte si fa sentire la tendenza, quasi la tentazione, di adagiare la psicologia clinica nel letto di Procuste delle altre scienze mediche, d’altro canto si tende ad invocare uno “statuto speciale” per questa disciplina che la liberi dai vincoli a cui deve necessariamente attenersi ogni sapere che voglia accreditarsi come scientifico.

Coraggio e curiosità sono le due principali doti che, a parere di chi scrive, hanno animato il curatore del libro “L’epistemologia della Psicologia Clinica – Prospettive teoriche e metodologiche” di Stefano Blasi (Psicologo, Psicoterapeuta, docente presso numerose scuole di psicoterapia per medici e psicologi e presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” dove svolge anche attività di ricerca), nell’impresa di riunire oltre 20 tra i più significativi studiosi del campo della psicologia clinica Italiana attorno ad un argomento così denso di implicazioni e, ammettiamolo, così scomodo in particolare per chi della clinica ha fatto una professione. Nel volume, pubblicato di recente da Giovanni Fioriti Editore, Blasi parte da una serie di domande tanto fondamentali quanto imbarazzanti sulla scientificità della conoscenza su cui basiamo la nostra pratica clinica, ciascuna delle quali ricorda la storiella zen del millepiedi che, soffermandosi a riflettere su come faccia a camminare coordinando mirabilmente i suoi numerosissimi arti, finisce per non riuscire più a muovere neppure un passo. Perché esistono così tante “scuole” di psicoterapia? Su quali prove di efficacia basiamo la nostra pratica clinica, e sulla base di quali metodi di indagine? In che modo e fino a che punto è possibile misurare i costrutti psicologici su cui poggiano le nostre teorie? Quale ruolo riveste la tecnica nell’agire terapeutico? E quale spazio va riservato all’esperienza individuale, alla soggettività e all’unicità dell’incontro tra paziente e terapeuta? La disamina di queste ed altre questioni apparentemente filosofiche, ma con ricadute evidenti e molto concrete sulla pratica clinica, ha dato come risultato il volume che, con modestia, Blasi afferma che avrebbe voluto leggere da studente, e che anima anche nel lettore lo stesso appassionato desiderio di comprensione e di approfondimento.

Nella prima parte del volume si affrontano alcune delle principali controversie epistemologiche e metodologiche in psicologia clinica, con i contributi di Franco del Corno, Cesare Scandellari, Margherita Lang e Santo di Nuovo.

La seconda parte è dedicata ad un vivace dibattito sulla psicoterapia tra modello medico e modello sperimentale, sviluppato a partire dai contributi di Paolo Migone, Lucio Sibilia, Riccardo Sartori, Aristide Saggino e Marco Tommasi.

Nella terza parte si affronta il tema del dialogo tra la psicologia clinica e le altre scienze attraverso i contributi di Silvano Tagliagambe, Marco Casonato, Omar Gelo e Gloria Lagetto, e Giovanni Liotti (con quello che probabilmente è uno dei suoi ultimi scritti, pubblicato postumo).

La quarta parte affronta il dibattito sulla scientificità e sull’efficacia della psicanalisi, con i contributi di Dario Antiseri, Alfredo Civita, Vittorio Lingiardi e Maria Ponsi, Antonello Colli, Rosita Ricci e Giulia Gagliardini.

Nella quinta ed ultima parte si parla della psicologia clinica come scienza dell’esperienza, tra fenomenologia, costruttivismo e terapia cognitiva, grazie ai contributi di Maria Armezzani, Gabrele Chiari e Stefano Tempestini, Sergio Salvatore e Ruggero Andrisano Ruggieri, e Silvio Lenzi.

Un’ultima nota di merito va espressa nei confronti dell’editore Giovanni Fioriti il quale, in un’epoca dominata dai manuali pronto-uso che rispondono alla sempre crescente richiesta di tecniche e protocolli, compie un’operazione di notevole valore culturale nell’offrire spazio ad un testo che ritorna a far riflettere su teorie e metodi della conoscenza in ambito clinico, cioè proprio su quel terreno a partire dal quale è fiorita la stagione migliore della psicologia clinica Italiana.

Coping Power nella scuola secondaria

di Laura Pannunzi e Iacopo Bertacchi

Il nuovo volume di Iacopo Bertacchi e Consuelo Giuli per prevenire e intervenire sulle problematiche di condotta in età preadolescenziale

 “Coping Power nella scuola secondaria” è l’ultimo prezioso contributo prodotto da Iacopo Bertacchi e Consuelo Giuli, psicologi psicoterapeuti ideatori del programma “Coping Power Scuola”, in collaborazione con l’insegnante di scuola secondaria Ilaria Cipriani.

Il testo, uscito da pochissimi giorni nelle librerie, completa le precedenti edizioni “Coping Power nella scuola primaria” e “Coping Power nella scuola dell’infanzia”, scritti dagli stessi autori e pubblicati entrambi da Erickson.  La stesura di questo nuovo volume nasce con l’intento di creare un progetto di prevenzione e intervento sulle problematiche di condotta ed è pensata appositamente per alunni di età preadolescenziale, favorendo nel contempo le dinamiche pro-sociali in ambiente scolastico ed extra scolastico.

Come è ben noto, la preadolscenza è quella fase, sovrapponibile agli anni compresi fra la quinta elementare e la seconda/terza media (fra i 10 e i 12/13 anni), densa di cambiamenti fisiologici e psicologici. Tale periodo è spesso caratterizzato da mutamenti che coinvolgono il corpo, la sfera emotiva e cognitiva. Il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media, rappresenta, infatti, uno di quei cambiamenti significativi che richiede una grande capacità di adattamento e coincide spesso con uno sbalzo di turbamenti, tensioni e cambiamenti, a livello fisico e psicologico, legati allo scenario evolutivo che si sta modificando.

La scuola rappresenta uno dei principali contesti di socializzazione e di crescita, in cui è possibile cogliere sia eventuali disagi e difficoltà sia le potenzialità e i punti di forza di ogni alunno; inoltre, nel contesto scolastico, le problematiche di comportamento si manifestano in modo importante, interferendo con il contesto di apprendimento e con il rendimento scolastico della classe, limitando la capacità degli alunni di raggiungere il loro pieno potenziale.

Data l’elevata capacità di adattamento del programma, gli insegnanti, gli educatori e gli psicologi scolastici possono acquisire una serie di strategie di intervento e applicarle in modo flessibile, per gestire le problematiche di comportamento negli alunni (con sfumature di intensità diverse a seconda delle esigenze degli alunni e delle classi).

Nel libro, dopo un’introduzione teorica sul programma “Coping Power scuola” e sulla sua applicazione – a cura di John Lochman, professore all’università dell’Alabama, negli USA, e di Pietro Muratori, professore all’università di Pisa – vengono presentati i sette moduli di cui è composto il percorso didattico, che si articola lungo l’intero anno scolastico, e una serie di schede operative e spunti di riflessione da elaborare in classe, individualmente o in piccoli gruppi.

A ciascun modulo corrispondono uno o più capitoli della storia illustrata “Siamo un gruppo”, in cui sono narrate le vicende di Vanessa, Asabi, Giulio, Diego e Adrian; cinque ragazzi di una scuola secondaria di primo grado, molto diversi tra loro per carattere e nel modo di gestire le emozioni, ma accomunati dalla passione per la musica. Malgrado le differenze, decidono di unire le proprie competenze e abilità e creare un gruppo musicale per partecipare a un concerto scolastico. I compagni dovranno però affrontare assieme e superare, con non poche difficoltà, paure, emozioni contrastanti e pregiudizi. Durante il percorso, impareranno l’importanza di affrontare insieme le prove.  Partendo dalla lettura della storia, i moduli affrontano le tematiche cardine del programma “Coping Power scuola” secondo la seguente struttura:

  • Modulo introduttivo: La costruzione del gruppo
  • Modulo 1: Traguardi a breve e lungo termine
  • Modulo 2: Consapevolezza delle emozioni
  • Modulo 3: Gestire le emozioni con l’autocontrollo
  • Modulo 4: Cambiare punto di vista (perspective taking)
  • Modulo 5: Problem solving e abilità di rifiuto
  • Modulo 6: Riconoscere le qualità proprie e altrui

Il programma, come le altre due versioni precedenti, è stato elaborato per essere integrato perfettamente nelle attività didattiche, con momenti di confronto e condivisione gestiti dagli stessi alunni e di riflessione metacognitiva sulle esperienze personali.

Oltre a distinguersi per un elevato rigore scientifico, il testo si presta in maniera versatile a soddisfare diversi bisogni formativi. Costituisce sicuramente un manuale di riferimento nella sua globalità ma, allo stesso tempo, i singoli moduli possono soddisfare bisogni di approfondimento più circoscritti, che l’insegnante può utilizzare in classe in modo flessibile.

Il nuovo volume rappresenta, dunque, un ottimo strumento, una guida puntuale, tecnica e al contempo concreta, centrata sull’idea di trasformare il gruppo classe in un gruppo in grado di creare risonanza, in modo tale che l’appartenenza diventi una risorsa di crescita e di scambio, per la promozione delle potenzialità degli alunni in modo globale e integrato.

 

Per approfondimenti:

Giuli C., Bertacchi I., Muratori P., (2017) Coping Power nella scuola dell’Infanzia. Gestire le emozioni e promuovere i comportamenti pro sociali. Trento: Erickson.

Giuli C., Bertacchi I., Muratori P., (2017) Ap Apetta e il viaggio in lambrettaCoping Power nella scuola dell’Infanzia – Storia e Schede. Trento: Erickson.

Bertacchi I., Giuli C., Muratori P., (2016) Coping Power nella scuola primaria. Gestire i comportamenti problematici e promuovere le abilità relazionali in classe. Trento: Erickson

Bertacchi I., Giuli C., Cipriani I., (2019) Coping Power nella scuola secondaria. Gestire le problematiche relazionali e promuovere comportamenti prosociali in classe.  Trento: Erickson

Una musica può fare…

di Giuseppe Romano

Canzoni come strumenti dello psicoterapeuta e non solo

Vent’anni fa, il cantautore Max Gazzè portava “Una musica può fare” sul palco di Sanremo, un brano che metteva in luce “il potere” della musica. A volte, infatti, proprio le canzoni possono essere un valido ausilio e, se ben sfruttate, danno allo psicoterapeuta la possibilità di far conoscere come si vive quando si ha un problema psicologico anche a chi non lo vive quotidianamente. Nell’ultimo Festival di Sanremo, Daniele Silvestri ha presentato un brano che racconta la condizione di sofferenza psicologica di un bambino affetto da Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (DDAI). La canzone, dal titolo “Argentovivo”, può aiutare nella comprensione di un problema molto diffuso, che sembra interessare circa il 5-6% dei bambini in età scolare, prevalentemente di sesso maschile.

Il DDAI è un disturbo caratterizzato da un livello di inattenzione, impulsività e iperattività non appropriate in relazione allo sviluppo. Una condizione che porta ad avere diverse difficoltà al bambino: dal rimanere seduto quando viene richiesto di farlo all’essere facilmente distratto da altri stimoli quando è necessario impegnarsi su un compito, dal seguire le istruzioni che gli vengono date all’interrompere o intromettersi in modo non adeguato durante un gioco o una conversazione, dal perdere o dimenticare il necessario per svolgere le attività a casa o a scuola al parlare in modo “eccessivo” rispetto ai compagni. In molte circostanze, inoltre, un bambino con questo disturbo può mettersi in condizioni di rischio senza rendersene conto, perché agisce senza pensare alle conseguenze.

Nel brano “Argentovivo”, forse per la prima volta, il mondo interiore dell’adolescente con DDAI è descritto in modo puntuale e attento, con una sensibilità che è propria dell’autore. Viene infatti data enfasi alla sofferenza di chi, costretto dalle condizioni in cui è nato, vive una vita di richiami, di imposizioni, di limitazioni e di “obblighi”, in cui l’essere “troppo vivace” viene non accettato e spesso punito e l’essere distratto viene considerato l’equivalente del non applicarsi.

L’adolescente finisce per credere di “essere sbagliato”, di avere qualcosa che non va rispetto a un mondo (esterno) che definisce la normalità in altro modo.

Il testo della canzone è duro, presenta l’animo lacerato di chi non è stato compreso e, soprattutto, non è stato aiutato a vivere la propria esistenza in modo normale. Un aiuto per quanti, a diverso titolo, come genitori, insegnanti, educatori, si trovano ad aver a che fare con l’“argento vivo” nella quotidianità: “Ho sedici anni ma è già da più di dieci che vivo in un carcere… Costretto a rimanere seduto per ore… Io che ero argento vivo e qui dentro si muore. Questa prigione corregge…”.

 

Umorismo e Psicoterapia

recensione a cura di Roberto Lorenzini

Chi pensa che il lavoro di psicoterapeuta sia emotivamente pesante e conduca inevitabilmente al burn out per la continua esposizione alle molteplici sofferenze umane che portate dai pazienti attivano le consorelle presenti nell’animo del terapeuta, la lettura di questo libro aprirà nuovi ameni scenari. Il lavoro terapeutico consiste prevalentemente nell’accompagnare mano nella mano il paziente su una altura da dove possa guardare dall’altro la valle di lacrime in cui si sente immerso per scoprire da un lato che in cammino con lui c’è tutta l’umanità passata, presente e futura e pochi vogliono disertare dalla dolente brigata e dall’altro che visti da lontano gli inciampi, gli ostacoli, le vesciche e il fango appaiono ridimensionati e, in fondo, ben poca cosa.

L’umorismo ha un doppio utilizzo in terapia. Da un lato per poter sorridere di qualcosa occorre guardarla dall’esterno, assumere un’altra prospettiva, in qualche modo tirarsene fuori, ovvero conquistare quella distanza critica dal proprio modo di vedere se stessi e il mondo che è proprio il primo compito di ogni terapia ed è più nota come “meta cognizione” ( il fatto che il paziente possa sorridere, non deridere, le proprie stranezze è un indicatore certo di miglioramento). Dall’altro è ormai dimostrato che il rapporto tra pensieri , emozioni e comportamenti è bidirezionale, per cui se è vero che pensando cose positive e allegre si sorride, è altrettanto vero che sorridere ( anche per finta, come recitando) induce un viraggio dei pensieri verso la positività

Il libro oltre a due interessanti ricerche insegna come utilizzare l’umorismo e l’ironia nei diversi disturbi e nelle diverse fasi della psicoterapia e a modularlo a seconda dello stato della relazione terapeutica.

Infine fornisce un percorso, utile sia per i pazienti che per i terapeuti soprattutto se alle prime armi, e una serie di tecniche che aiutano a sviluppare la metacognizione, relativizzare il proprio punto di vista e dunque, in definitiva, a fare le cose seriamente senza prendersi troppo sul serio.

Antonio Scarinci (2018), Umorismo e Psicoterapia, Edizioni Alpes, Roma.

Il DOC visto dalla parte di una figlia

“La mia vita con un padre DOC”, il libro-testimonianza di Rossella Sardi

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è un disturbo subdolo e poco noto tra la gente comune, che può nuocere grandemente, oltre che alla persona che ne soffre, anche ai suoi familiari.
Rossella Sardi, autrice del libro “La mia vita con un padre DOC”, è una di questi: una figlia che ha combattuto la sua piccola ma difficile lotta contro l’inconsistenza e l’illogicità del “disordine sotto forma di ordine” che affliggeva suo padre.
Ne riporta la testimonianza, presentando le proprie esperienze di vita, a tratti disperanti, e le sue riflessioni.
Racconta una storia dagli aspetti curiosi, in modo sincero e senza pudori e timori, analizzando i pro e i contro e cercando di mantenere una certa obiettività. La narrazione, partendo dal suo passato di bambina, si sviluppa in forma avvincente e a tratti divertente.
Il bisogno di comunicare e condividere è stato fondamentale nell’ideazione e nella stesura di questo libro che, tramite la dolorosa elaborazione e presa di coscienza, si è rivelato liberatorio, come in una psicoterapia.
Per questo il grande auspicio dell’autrice è che il libro possa essere utile anche ad altri: addetti ai lavori, ma soprattutto persone che condividono vissuti analoghi, per aiutarli a uscire dal ginepraio dei dubbi e delle insicurezze che per anni l’hanno accompagnata.

Per approfondimenti:
https://www.edizioni-psiconline.it/anteprime/la-mia-vita-con-un-padre-doc-una-testimonianza-e-un-caso-per-riflettere.html.

 

I successi di una terapia solidale

di Sonia di Munno

L’esperienza di un’ex allieva del quarto anno SPC di Roma

La Terapia Solidale è un programma che ha lo scopo di offrire da un lato psicoterapia a prezzi contenuti, dall’altra possibilità di esperienza agli allievi delle scuole APC e SPC. La psicoterapia è, infatti, condotta dagli allievi dell’ultimo anno della scuola SPC, supervisionati passo dopo passo da terapeuti esperti.

Come ex allieva del quarto anno SPC di Roma, sono stata coinvolta in questo programma che implicava, nel mio caso, un protocollo di dodici sedute ripetuto due volte, per trattare un paziente che chiedeva di essere aiutato a ridurre l’evitamento di situazioni per lui ansiogene, che lo ostacolavano in modo importante nel lavoro e in altre aree di vita. Il mio lavoro è stato supervisionato dalla psicoterapeuta Claudia Perdighe, esperta in Acceptance and Commitment Therapy (ACT).

Alla luce della mia esperienza, la Terapia Solidale mi sembra molto utile per entrambi i protagonisti della psicoterapia: il paziente e lo psicoterapeuta in formazione.
Le procedure ACT, in modo esperienziale e diretto, aiutano il paziente a superare i propri blocchi, permettendogli di scegliere la vita che desidera senza aspettare che lo stato emotivo si abbassi e si plachi. Permette di spostare la visuale della difficoltà togliendola dal “mirino” dell’esperienza, concentrando l’attenzione su valori e obiettivi e integrando in essi l’esperienza emotiva. Tecniche come l’espansione, la defusione, la mindfulness, condite con un pizzico di ironia e sagacia, hanno permesso al paziente di darsi la vita che voleva.

Il viaggio più lungo comincia da un solo passo: con calma, pazienza e ironia, abbiamo percorso quest’anno di vita, per lui cruciale, in cui i vecchi schemi mentali erano diventati ingombranti e pesanti da sopportare, in cui il “preferisco evitare” era diventato un mantra che gli aveva tolto la gioia di vivere e di mettersi alla prova, di confrontarsi con gli altri, di amare e di lavorare.

Stabiliti gli obiettivi, siamo riusciti a realizzarli. Dal mio punto di vista è stato importante vedere come i progetti del paziente si concretizzassero, come accettasse ansia e angoscia senza bloccarsi, e come sia riuscito ad aprirsi a esperienze che prima si era negato, vivendole e fronteggiandole qualora fossero state fallimentari. È stata una soddisfazione anche vedere come affrontava la tristezza e il senso di impotenza (esperienza molto comune nel genere umano).

Le schede esperienziali gli hanno permesso di vedere nero su bianco come stava conducendo la sua vita e come, invece, avrebbe voluto condurla, di scoprire quale fosse il gap che gli creava frustrazione e di individuare i pensieri disfunzionali che non gli permettevano di colmarlo. La sicurezza è cresciuta, il “meglio evitare” si è trasformato in “posso provarci e vedere come va”, il paziente è passato dal voler essere impeccabile al voler essere se stesso.

Come diceva Charles Darwin, “non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”. In questo caso, non è un cambiamento per sopravvivere ma per vivere una vita migliore, una vita che si è fieri di esperire.

 

Per avere informazioni sul percorso di eccellenza di Psicoterapia Solidale delle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva APC e SPC, clicca su questo link

Dal disturbo alla comprensione della persona

di Emanuela Pidri

Manuale Diagnostico Psicodinamico e Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali a confronto

L’esperienza clinica e le ricerche empiriche descritte nel Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM) hanno portato all’individuazione di tipi di disturbi di personalità, descritti privilegiando l’esperienza emotiva, cognitiva, sociale e soggettiva del paziente all’analisi dei criteri. Lo scopo del PDM è quello di integrare gli sforzi del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM). Considerando le differenze tra i due manuali diagnostici si evince che: il DSM si presenta come una tassonomia di patologie o di disturbi psichici, mentre il PDM come una tassonomia di persone, cioè orientato alla comprensione del funzionamento del singolo individuo; il DSM ha un impianto di tipo categoriale, mentre il PDM mantiene un approccio dimensionale; il DSM propone cluster di sintomi evitando una qualsivoglia attribuzione di significato, con il preciso intento di rimanere ateorico mentre il PDM si colloca esplicitamente all’interno della cornice teorica psicoanalitica, con l’intento di ascrivere significati ai fenomeni osservati e descritti dopo averli identificati e formulati.  Lingiardi e Del Corno, nel 2008, affermano che “il DSM è un esempio di diagnosi multiassiale, categoriale e politetica: le sindromi sono intese come categorie presenti/assenti, reciprocamente indipendenti e definite da un numero minimo di criteri. La valutazione del PDM può invece essere considerata multiassiale, multidimensionale e prototipica in quanto cerca di prendere in considerazione sia le sindromi cliniche sia l’esperienza soggettiva del paziente; il profilo globale del funzionamento mentale e le sue singole funzioni, lo stile di personalità, le sue basi strutturali e la sua funzionalità globale nel contesto di vita del soggetto”. Il PDM, quindi, se da un lato si pone criticamente rispetto al DSM, allo stesso tempo sembra proporsi come uno strumento di valutazione diagnostica complementare che origina, anch’esso, dalla ricerca empirica. Le edizioni del DSM si sono imposte maggiormente a livello internazionale poiché, soprattutto a partire dal DSM-III, sono molto più attendibili per la presenza di precisi criteri diagnostici. Tuttavia, sono presenti problemi metodologici della diagnostica psichiatrica: 1) validità e attendibilità; 2) sistema categoriale versus sistema dimensionale; 3) sistema politetico versus sistema monotetico. La validità di una diagnosi si riferisce alla sua capacità di riferirsi effettivamente a una determinata malattia, entità o costrutto sottostante, mentre la attendibilità indica soltanto il grado con cui operatori diversi concordano su una diagnosi. A questo proposito, va ricordato che i DSM hanno accresciuto in maniera sostanziale solo la attendibilità diagnostica, ma non la validità delle diagnosi stesse. Un altro interessante problema della diagnosi è se classificare le malattie utilizzando categorie o dimensioni. Utilizzare categorie significa suddividere le malattie mentali appunto in categorie diagnostiche in linea con la tradizione della medicina e della psichiatria kraepeliniana e neo-kraepeliniana. Utilizzare dimensioni, invece, significa distribuire le malattie secondo variazioni quantitative (relative alla gravità del disturbo, alla personalità, alla percezione, alla cognizione, alla tonalità dell’umore, ecc.) distribuite in un continuum che va fino alla normalità. I DSM hanno optato per l’approccio categoriale, perché più pratico mentre il PDM riconosce l’importanza dell’approccio dimensionale. Infine, di notevole importanza è il tipo di approccio polittico per cui i pazienti con una determinata diagnosi hanno in comune alcuni criteri diagnostici tutti di ugual valore ponderale: al contrario, uno o più criteri diagnostici devono essere obbligatoriamente presenti per fare diagnosi. Nelle vigenti classificazioni, comunque, come si procede verso un livello di maggiore specificazione diagnostica, si passa gradualmente e inevitabilmente da un approccio di tipo categoriale ad uno dimensionale.

 

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (1980). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 3rd edition, revised. Washington: American Psychiatric Press. Ed.it.: DSM-III-R. Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Milano Masson, 1983.

American Psychiatric Association (2000). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 4-TR edition, revised. Washington: American Psychiatric Press. Ed. It: DSM IV- TR Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Milano Masson, 2001.

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5th edition, revised. Washington: American Psychiatric Press. Ed it: DSM V Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Milano Raffaello Cortina, 2014.

Helzer J.E. Et Al., (2008). Dimensional Approaches in Diagnostic Classification. Refining the Research Agenda for DSM-V. American Psychiatric Association, Washington, DC.

Herzing A., Licht J. (2006).  Overview of empirical support for the DSM symptom-based approach to diagnostic classification. In PDM Task Force (2006)Psychodynamic Diagnostic Manual. Silver Spring, MD: Alliance of Psychoanalytic Organizations , pag. 663-690.

Lingiardi V., Del Corno  F., (2008).  PDM. Manuale diagnostico psicodinamico. Cortina Raffaello

Rossi R, Rosso A.M., (2007).  Il PDM (Psychodynamic Diagnostic Manual): unaclassificazione con criteri diagnostici psicodinamici. In POL.it, www.priory.com/ital/rossirosso2007.htm.

Il Coping Power nella scuola dell’infanzia

di Iacopo Bertacchi e Laura Pannunzi

Una nuova modalità di fare scuola, per prevenire problematiche di comportamento dei bambini e dei futuri ragazzi

Da alcuni mesi è stato pubblicato il volume “Coping Power nella scuola dell’infanzia”, a cura di Consuelo Giuli e Iacopo Bertacchi, psicologi psicoterapeuti ideatori del programma “Coping Power Scuola”, e di Pietro Muratori, psicologo dirigente dell’IRCCS Fondazione Stella Maris (Pisa), formatore del metodo terapeutico “Coping Power” per bambini e adolescenti con Disturbo da Comportamento Dirompente.
È ben noto che le più gravi difficoltà comportamentali sorgono in età pre-scolare e che molti bambini mostrano problemi di adattamento fin dalla scuola materna; per tal motivo, il programma si propone come modello di prevenzione universale delle difficoltà di comportamento nel contesto scolastico.

Il libro presenta il modello del “Coping Power Scuola”, il quale si configura come adattamento nel contesto scolastico del “Coping Power Program” (CPP) di John Lochman – sperimentato attraverso un lavoro di ricerca che ha coinvolto numerose scuole sul territorio nazionale dal 2009 a oggi. Il volume completa il precedente “Coping Power nella scuola primaria”, scritto dagli stessi autori e pubblicato nel 2016. Tale programma propone un percorso strutturato di prevenzione e intervento volto a promuovere le competenze emotive e pro-sociali nei bambini dai 3 ai 6 anni durante lo svolgimento delle normali attività didattiche. Il manuale è suddiviso in sei moduli, ognuno dei quali compone il percorso didattico, articolato lungo l’intero anno scolastico e differenziato per età.

Attraverso la storia di “Ap-Apetta e il viaggio in Lambretta”, il volume propone percorsi operativi e attività ponte per la scuola primaria. Ap-Apetta è, infatti, una piccola ape ribelle che partirà per un importante viaggio, grazie al quale migliorerà aspetti di sé, raggiungerà una serie di obiettivi e acquisirà nuove conoscenze e abilità, proprio come gli alunni della classe. Nello specifico, le tematiche che vengono affrontate all’interno del programma sono:

  • Imparare a porsi obiettivi a breve e lungo termine
  • Acquisire consapevolezza delle proprie emozioni
  • Modulare e gestire le emozioni (autocontrollo)
  • Assumere punti di vista diversi dal proprio
  • Sviluppare capacità di problem solving
  • Riconoscere le proprie e altrui qualità

Se il Coping Power adattato alla scuola primaria è stato integrato nella programmazione didattica, nella scuola dell’infanzia esso rappresenta la programmazione stessa. Si snoda attraverso tutti i campi di esperienza con tre tipi di percorsi: il potenziamento delle abilità cognitive, le attività psicomotorie e il percorso emotivo-relazionale. Tutti e tre gli aspetti convergono verso il raggiungimento dei traguardi di sviluppo previsti al termine della scuola dell’infanzia.

L’originalità di questo programma sta proprio nel fatto che consente di potenziare una serie di abilità emotive, sociali e cognitive all’interno della programmazione didattica e utilizzando strategie in un’ottica inclusiva, stimolando abilità cooperative e di tutoraggio tra i bambini. La storia di Ap-apetta accompagna i bambini per tutto l’anno scolastico rappresentando il filo conduttore di tutte le attività didattiche.

Il programma rappresenta, dunque, l’adattamento del Coping Power alla scuola dell’infanzia ma anche una nuova modalità di fare scuola, che prende in esame lo sviluppo delle competenze e delle abilità utili a prevenire problematiche di comportamento future e gettare le basi per un apprendimento significativo che sia parte della vita dei bambini e dei futuri ragazzi.

Ecco, dunque, un breve assaggio dell’opera “Coping Power nella scuola dell’infanzia” di Consuelo Giuli, Iacopo Bertacchi e Pietro Muratori, che si pone come importante guida e prezioso contributo per chi è clinicamente animato dall’interesse verso la scuola dell’infanzia, per gli insegnanti che andranno ad applicare in prima persona il percorso nelle loro classi e per i genitori e le famiglie.
Per approfondimenti:

  1. Giuli, I. Bertacchi, P. Muratori, ( 2017) “Coping Power nella scuola dell’infanzia” , Trento: Erickson.
  2. Bertacchi, C. Giuli, P. Muratori, ( 2016) “Coping Power nella scuola primaria” , Trento: Erickson.

Stefania Fadda dirigerà la ESMHD

La specializzata e attuale  collaboratrice della SPC è stata eletta presidente della European Society for Mental Health and Deafness

La Scuola di Psicoterapia Cognitiva, diretta dal prof. Francesco Mancini, è lieta di annunciare che la docente e ricercatrice dott.ssa Stefania Fadda è stata eletta presidente della European Society for Mental Health and Deafness (ESMHD), ruolo che ricoprirà a partire dal primo gennaio 2018.

La dott.ssa Fadda è stata eletta nell’ambito dell’Annual General Meeting che si è tenuto nel mese di ottobre a Bilbao. ESMHD è un’organizzazione internazionale che dal 1986 si propone di favorire un’adeguata salute mentale nelle persone sorde in età evolutiva e adulta. In particolare, persegue l’obiettivo di sviluppare e promuovere adeguati percorsi di prevenzione, assessment, diagnosi e trattamento, che consentano a tutte le persone sorde di raggiungere il benessere psicologico e una piena inclusione sociale.

Già membro del Consiglio di ESMHD e unica rappresentante italiana, Stefania Fadda prenderà il posto della dott.ssa Ines Sleeboom-van Raaij, psichiatra olandese e presidente ESMHD dal 2007. Leggi tutto “Stefania Fadda dirigerà la ESMHD”