“Perché non sono quando non ci sei”

di Caterina Parisio

Dipendenza: da fenomeno fisiologico a psicopatologia

 Nella notte tra l’11 e il 12 settembre 1902, Mathilde Tulla Larsen, amante del celeberrimo pittore Edward Munch, in seguito al suo ennesimo rifiuto a sposarla, fece giungere all’artista la notizia che ella era in fin di vita a causa di un’overdose di morfina. Quando Munch giunse a casa di Tulla, la trovò avvolta in un sudario e distesa in una bara, circondata da candele. Vedendolo, ella si sollevò stremata gridando: “Era l’unico modo per farti giungere a me!”.
Curiosa, a tratti comica, la scenetta di Tulla ed Edward, profondamente triste e tragica nella sua verità: quando una relazione si trasforma in qualcosa di tossico.

Esiste un momento preciso durante il quale una relazione approda a una dimensione patogena e patologica? Vari autori sottolineano la necessità di distinguere la dipendenza come fenomeno fisiologico dalla dipendenza intensa come Disturbo di Personalità. John Birtchnell considera la dipendenza negli adulti l’equivalente dell’attaccamento nei bambini e sottolinea come essa possa essere normale in alcune situazioni come le malattie invalidanti o nell’infanzia. L’autore evidenzia, come caratteristica del disturbo, l’incapacità di stabilire una propria identità separata da quelle delle figure di riferimento.
La dipendenza può, del resto, essere considerata come un atteggiamento etologicamente adattivo e appropriato in alcuni contesti, che spinge verso la ricerca di protezione da parte di un altro ritenuto più forte, ma che può determinare, in alcune situazioni cliniche, una grave menomazione del funzionamento personale e sociale.
La dipendenza problematica, legata alla stabilità di relazioni interpersonali disadattive, non configura sempre un Disturbo Dipendente di Personalità, ma è una dimensione comune a vari funzionamenti psicopatologici. La richiesta continua di rassicurazione, l’impossibilità di esprimere disaccordo e il prestarsi a compiti spiacevoli, sono modalità finalizzate al mantenimento della dipendenza dalle figure significative; sottomissione, l’essere facilmente feriti dalla critica e dalla disapprovazione, l’aggrapparsi alle relazioni sono, invece, manovre difensive tipiche del disturbo.

Gli stati mentali caratteristici di pazienti con DDP oscillano tra stati di autoefficacia, in cui il soggetto ha di sé un’immagine positiva, forte e adeguata, e stati di vuoto terrifico disorganizzato, in cui predomina una rappresentazione di sé inadeguato e fragile.

Il sé fragile è caratterizzato da temi di minaccia, solitudine, abbandono e perdita. La sensazione costante è quella di essere incapace a fronteggiare gli eventi da solo; è pervasiva la necessità di essere presenti nella mente dell’altro, di avere una profonda condivisione e sintonia. La fragilità si esprime nel timore costante di abbandono.

Se da un lato, il mantenimento della dipendenza consente la permanenza di una rappresentazione di sé come competente (ma non annulla quella di un sé debole), dall’altro, la rottura della dipendenza genera lo stato mentale temuto di vuoto disorganizzato. È caratterizzato da temi di pensiero di abbandono e perdita e da assenza di desideri attivi.

La dipendenza non è legata a un semplice bisogno di aiuto e rassicurazione contro le paure, ma è ciò su cui si basa la regolazione delle scelte, permette di percepire scopi e desideri, contrasta sensazioni terrificanti di vuoto: è la dipendenza che fa sentire vivo il soggetto! Combattere la dipendenza in questi pazienti è come voler riabilitare la muscolatura di un arto dopo la frattura, riducendo il funzionamento dell’arto sano. Sarà un lungo lavoro di potenziamento dei processi di riconoscimento dei propri scopi e di regolazione dei piani a equilibrare la dipendenza sintomatica versa una forma più funzionale.

Quando Munch, giunto a casa dell’amante, comprese l’inganno, sembra che disgustato decise di allontanarsi, ma ella, disperata, impugnò un revolver per uccidersi.

Ah Tulla, ad averti avuta in terapia chissà, forse avresti regolato meglio le tue scelte!

Per approfondimenti

Giancarlo Dimaggio, Antonio Semerari (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Ed. Laterza

Un robot per psicologo

di Giuseppe Grossi

I big data: una risorsa per la scienza o la scienza del futuro?

Si sente sempre più spesso parlare di Big Data, indicando l’enorme quantità di dati oggi disponibili e generati dai telefoni, dalle carte di credito, dai sensori montati sugli edifici, dai mezzi di trasporto pubblici e così via. Tale termine si riferisce alla capacità di usare queste informazioni per elaborare, analizzare e trovare riscontri oggettivi su diverse tematiche, a partire da alcuni algoritmi. Ciò fa sì che i Big Data siano utili nei mercati business più disparati, dall’automobile alla medicina, dal commercio all’astronomia, dalla biologia alla chimica farmaceutica, e non solo.
Pensiamo a tutti i dati provenienti dalla navigazione di un utente, dai suoi acquisti, dai prodotti ricercati: questi permettono ai colossi del commercio di suggerire i prodotti più adatti agli scopi del cliente, quelli che solleticano la sua curiosità e lo spingono a comprare per un bisogno momentaneo, permanente o semplice impulso. Appartenenti ai Big Data sono gli algoritmi che riescono a identificare una shopper donna incinta, tracciando le sue ricerche sul web e gli oggetti acquisiti in precedenza. Una volta individuato il particolare stato, a quella stessa utente si propongono offerte speciali su prodotti inerenti al proprio stato.
A questo punto, sembra plausibile pensare che il comportamento umano sia spiegabile e prevedibile a partire dall’analisi dei dati che sono e saranno sempre più disponibili e nelle mani di chi avrà tali strumenti.
Ma che effetto avrà tutto ciò sulla società, sul comportamento umano e sulla scienza che se ne occupano? Stiamo assistendo a una rivoluzione anche delle scienze sociali e comportamentali e non solo economiche?
Queste ormai le domande di molti che vedono ancora una vola in Asimov un profeta e nel suo Multivac il super computer in grado di governare la Terra e di collegare praticamente tutto, l’inizio di una nuova scienza ricca di dati ma forse priva di teorie.
Per rispondere, proviamo per un attimo a immaginare lo psicologo del nuovo millennio tralasciando tutto ciò che riguarda la relazione terapeutica e molto altro e focalizzando l’attenzione solo sulla sua efficacia, sulla capacità di immagazzinare informazioni provenienti dalle domande e dai comportamenti manifesti del paziente. Immaginiamo il nostro psico-robot in azione mentre elabora, attraverso algoritmi sofisticati, l’enorme mole di dati, individuando il particolare stato del paziente, selezionando i suoi scopi e suggerendogli una serie di comportamenti finalizzati a raggiungerli.
Siamo sicuri che tutto questo sia sufficiente per una scienza sociale che si occupa dell’uomo e dei suoi comportamenti? Siamo sicuri che sia in grado di predire, grazie alla sua natura descrittiva, anche senza spiegare? Può una scienza cosi fatta discriminare se questo o quello scopo rappresenta un reale e soggettivo bisogno di quell’individuo o una semplice risposta condizionata ad un dato stimolo, senza definire alcun perché?

Immaginiamo che il nostro psico-robot, ascoltando le generalità di quel paziente riesca a raccogliere una serie di informazioni relative ai siti web visitati, alle parole chiave usate per la ricerca, agli ultimi acquisti effettuati etc.; e che tutto ciò attraverso l’utilizzo di specifici algoritmi permetta di definire il suo attuale stato, dandoci una panoramica della sua vita, delle sue abitudini. Immaginiamo che il nostro paziente abbia acquistato ansiolitici negli ultimi sei mesi; abbia fatto una serie di viste mediche in centri clinici famosi, ripetendo spesso le stesse visite. Immaginiamo che abbia utilizzato parole chiave come ansia, panico, paura di morire, infarto, tachicardia e che abbia ordinato spesso pizza a domicilio e si sia assentato dal lavoro. Immaginiamo che tutte queste informazioni con tante altre a disposizione spingano il nostro paziente a rientrare in un gruppo di persone che come scopo avrà quello di sopravvivere e di eludere la minaccia che stia accadendo qualcosa di male, di catastrofico, tipo avere un infarto.

Quale sarebbe secondo voi il comportamento che il nostro psico-robt consiglierebbe al nostro paziente? Siamo sicuri che consiglierebbe la cosa giusta da fare a quel paziente, considerando la sua soggettività? Come potrebbe consigliare la cosa giusta senza avere i riferimenti teorici e conoscere i modelli dei meccanismi sottostanti a tali comportamenti, indispensabili non solo per spiegare un fenomeno ma anche per definire ciò che accade in lui e cosa può essere più giusto e adeguato?

Il nostro psico-robot avrebbe tante informazioni utili scuramente per predire un comportamento e proporre un prodotto a questa categoria di persone: la miglior pizza a domicilio, una visita medica, una casa al piano terra e senza ascensori, vacanze in posti non lontani da casa e da ospedali; tante informazioni che potrebbero essere utili anche a predire un comportamento sociale di un individuo ma non a modificarlo, perché come ricorda Castelfranchi: “Come si può pensare di cambiare il comportamento delle masse senza cambiare il comportamento degli individui? Come è possibile cambiare il comportamento dell’individuo senza cambiare le idee? Solo conoscendo e rappresentando i meccanismi e le dinamiche nascoste, sottostanti, i micro livelli responsabili degli effetti macro, è possibile intervenire appropriatamente”.

Esporsi alle paure per superarle

di Francesco Mariano Arbore

Exposure and Response Prevention nel trattamento del Disturbo Ossessivo Compulsivo

 L’esposizione con prevenzione della risposta (ERP) rappresenta una delle possibili tecniche nell’ambito della terapia cognitivo comportamentale (CBT), che si è dimostrata particolarmente efficace nel trattamento del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC). L’esposizione nell’ERP si riferisce all’esporre se stessi a pensieri, immagini, oggetti o situazioni che rendono l’individuo ansioso o che producono le ossessioni. Mentre la prevenzione della risposta nell’ERP si riferisce a fare la scelta di non mettere in atto il comportamento compulsivo una volta che l’ansia o le ossessioni sono state “innescate”. Tutto ciò è svolto all’inizio sotto la supervisione di uno psicoterapeuta, anche se alla fine il paziente imparerà autonomamente a svolgere gli esercizi ERP per la gestione dei sintomi. Detto ciò, la strategia di esposizione volontaria a ciò che rende ansioso il paziente, potrebbe non sembrargli del tutto appropriata. Probabilmente diversi pazienti con DOC hanno provato molte volte ad affrontare le loro ossessioni soltanto per constatare come l’ansia aumenti vertiginosamente. Attraverso l’ERP, la differenza è che quando il paziente compie la scelta di fronteggiare la sua ansia e le sue ossessioni, deve inoltre assumere l’impegno di non piegarsi alla tentazione di innescare il comportamento compulsivo. Quando il paziente non mette in atto comportamenti compulsivi, col tempo avvertirà effettivamente una riduzione nel suo livello d’ansia. Questa naturale diminuzione nell’ansia che avviene quando il paziente è “esposto” e “previene” la “risposta” compulsiva, viene chiamata “abituazione”.
Potremmo considerare l’ansia come un sistema d’allarme. Che significato ha l’attivazione dell’allarme? L’allarme si attiva per richiamare l’attenzione. Se un intruso sta cercando di irrompere in casa di una persona, l’allarme si attiva, svegliando quella persona e predisponendola ad agire, a fare qualcosa come proteggere se stesso e la sua famiglia. Ma cosa succederebbe invece se il sistema d’allarme scattasse allorché un uccello si poggiasse sul tetto della casa di quella persona? Quest’ultima risponderebbe all’allarme allo stesso modo in cui risponderebbe se ci fosse stata una reale minaccia come la presenza di un intruso. Il disturbo ossessivo compulsivo prende il controllo del sistema d’allarme di un individuo, un sistema che dovrebbe essere presente per proteggere quell’individuo. Ma invece di avvertirgli di un pericolo reale, quel sistema d’allarme comincia a rispondere a qualsiasi innesco (“trigger”): non importa quanto sia lieve, viene vissuto come se fosse una minaccia assoluta, terrificante e catastrofica. Quando l’ansia di un individuo “scatta” come un sistema d’allarme, ciò veicola l’informazione che quell’individuo è in pericolo, piuttosto che comunicargli: “Presta attenzione poiché potresti essere in pericolo”. Sfortunatamente, attraverso il DOC, il cervello suggerisce a una persona che è in serio pericolo anche in situazioni dove quella persona è consapevole del fatto che c’è una piccola probabilità che qualcosa di infausto possa accadergli. Questa è una delle più crudeli parti del disturbo.
Ora consideriamo che i comportamenti compulsivi siano dei tentativi di una persona di mantenersi al sicuro quando l’allarme si attiva. Ma cosa sta dicendo quella persona al suo cervello quando innesta questi comportamenti? Sta rinforzando l’idea del cervello che lui/lei sia veramente in pericolo. Un uccello sul tetto viene considerato uno stimolo attivante alla stregua di un intruso che sta cercando di irrompere in casa. In altre parole, il comportamento compulsivo di quella persona sta alimentando quella parte del cervello che emette una serie di segnali d’allarme ingiustificati. Il nocciolo della questione è che, al fine di ridurre l’ansia e le ossessioni, l’individuo deve prendere la decisione di stoppare i comportamenti compulsivi. Tuttavia, intraprendere una terapia ERP può essere una decisione difficile da fare. È come se il paziente stia scegliendo di mettersi in pericolo. È importante sapere che l’ERP cambia il DOC e il profilo cerebrale. Il paziente comincia a sfidare il sistema d’allarme (l’ansia esperita) e a porlo più in linea a ciò che gli sta realmente accadendo. Le tradizionali talk therapy fondate sul colloquio (o psicoterapie) tentano di migliorare una condizione psicologica aiutando il paziente a ricavare l’insight all’interno dei suoi problemi. Una talk therapy può rappresentare un trattamento molto prezioso per diversi disturbi, ma non si è dimostrato che sia efficace nel trattamento dei sintomi attivi del DOC. Sebbene la talk therapy possa essere di beneficio in diverse fasi del processo di recupero del paziente con DOC, è importante innanzitutto provare un protocollo ERP o un approccio farmacologico, dal momento che in letteratura e sotto il profilo clinico risultano essere i rimedi più efficaci per il trattamento del DOC.
Per approfondimenti:

Dorz S, Novara C, Sanavio E. Il chiodo fisso. Come comprendere e sopravvivere alle ossessioni. Angeli Editore (1999).

Foa E, Wilson R. Stop Obsessing! How to Overcome Your Obsession and Compulsion. Bantam Books (1991).

Marks IM. Ansia e paure. Comprenderle, affrontarle e dominarle. McGraw-Hill (2002).

Rapoport JL. Il ragazzo che si lavava in continuazione ed altri disturbi ossessivi. Bollati Boringhieri Editore (1994).

Schwarz JM. Il cervello bloccato. Come liberarsi del disturbo ossessivo-compulsivo. Longanesi (1997).

Steketee G, White K. When Once Is Enough: Help for Obsessive Compulsives. Oakland, CA: New Harbinger (1990).

Quiz: la vostra è una relazione sana?

di Erica Pugliese

Cosa definisce un amore sano? Ce lo spiega la nota psicologa, ricercatrice e scrittrice Sue Johnson con la sua Teoria Focalizzata sulle Emozioni, secondo la quale sentirsi sicuri, accettati e connessi emotivamente l’uno all’altro sono gli ingredienti fondamentali di una relazione soddisfacente

Amare è un bisogno primario, come l’ossigeno o l’acqua, un’esperienza meravigliosa ricca d’insegnamenti e stimoli alla crescita ma che può trasformarsi in una delle più devastanti fonti di dolore, come quando si viene lasciati mentre si ama oppure quando uno o entrambi i partner maltrattano l’altro o si dimostrano per niente o poco disponibili. Ci si può trovare, così, a lottare da soli nella relazione, nonostante i costi pagati più o meno consapevolmente. Questa condizione, definita come “dipendenza affettiva”, ha conseguenze anche gravi in diverse aree della vita della persona, come quella lavorativa, familiare e sociale. Ma la dipendenza non è sempre una caratteristica negativa, anzi, sentirsi legati a qualcuno è un’esperienza positiva e universalmente ricercata in tutte le culture.
Sue Johnson, psicologa clinica e fondatrice della Teoria Focalizzata sulle Emozioni, afferma che la chiave di una relazione intima positiva e duratura è quel senso di sicurezza provato da entrambi i partner, inteso come la loro capacità di connettersi e riconnettersi con lo stesso ritmo, come accade quando si danza.

Quando siamo sicuri con l’altro:

  • Ci sentiamo a nostro agio vicino a quella persona e sereni di poter dipendere dal nostro amato.
  • Siamo più disponibili a richiedere supporto e a offrirlo.
  • Siamo meno aggressivi e ostili quando ci arrabbiamo con il partner.
  • Siamo in grado di comprendere meglio ciò che desideriamo noi e gli altri.
  • Ci sentiamo più indipendenti e in grado di gestire meglio eventuali separazioni, risolvere i problemi e raggiungere traguardi.

L’autrice ha costruito un breve questionario – presentato di seguito – finalizzato a conoscere il grado di connessione emotiva dei partner. Il questionario è suddiviso in tre parti, per un totale di 15 affermazioni.

Per ciascuna di esse va indicato con “V” quando è vera o con “F” quando è falsa e assegnato un punto solo alle affermazioni vere. Il questionario può essere completato da soli e il partner rifletterà per conto suo sulla relazione. Oppure può essere compilato e discusso insieme al partner.


Dal tuo punto di vista, il tuo partner è accessibile?

  1. Posso ottenere facilmente le attenzioni del mio partner V F
  2. Il mio partner si connette facilmente con le mie emozioni V F
  3. Il mio partner mi dimostra che io sono la sua priorità V F
  4. Non mi sento sola o esclusa in questa relazione V F
  5. Posso condividere i miei sentimenti più profondi con il mio partner. Lui/Lei mi ascolta V F

Dal tuo punto di vista, il tuo partner risponde positivamente ai tuoi bisogni?

 

  1. Se ho bisogno di contatto e conforto, Lui/Lei me lo offre V F
  2. Il mio partner risponde positivamente quando sento il bisogno di averlo vicino V F
  3. Penso di potermi appoggiare al mio partner quando mi sento ansioso o insicuro V F
  4. Tutte le volte che noi litighiamo o che non ci troviamo in accordo, Io so di essere importante per il mio partner e che troveremo una soluzione insieme V F
  5. Quando ho bisogno di ricevere rassicurazioni su quanto sono importante per il mio partner so di poterle ottenere V F

Siete positivamente connessi dal punto di vista emotivo?

  1. Mi sento molto a mio agio quando sono vicino al mio partner, mi fido di Lui/Lei V F
  2. Posso confidare al mio partner quasi tutto V F
  3. Mi sento al sicuro, anche quando siamo lontani, so che siamo connessi l’uno/a con l’altra/o V F
  4. So che il mio partner si prende cura della mia felicità, dei miei dolori e delle paure V F
  5. Mi sento abbastanza sereno nel rischiare di espormi emotivamente con il mio partner V F

Se la somma delle affermazioni vere è maggiore o uguale a 7, vuol dire che tu e il tuo partner avete un legame abbastanza sicuro e positivo.

Se invece hai raggiunto un punteggio inferiore a 7, vuol dire che il vostro legame va meglio approfondito: comprendere i confini tra te e il tuo partner e condividere come lo vedi è il primo passo per iniziare a creare la connessione della quale entrambi avete bisogno. La percezione di quanto il tuo partner è accessibile, responsivo e connesso emotivamente e quanto la relazione è stata valutata sicura coincide con la sua di percezione? Prova a ricordare che il tuo partner sta descrivendo quanto si sente sicuro ora nella relazione con te e non se tu sia un partner più o meno perfetto. Potete parlare a turno di ciascuna affermazione o risposta che sembra importante per voi. L’ideale sarebbe parlare circa cinque minuti a testa.
Se ti senti a tuo agio, prova a esplorare le affermazioni e le risposte che ti hanno attivato emozioni intense. Prova a farlo con lo spirito di aiutare il tuo partner a sintonizzarsi con i tuoi sentimenti.
Lui/Lei non sarà capace di farlo se entri in una modalità negativa, quindi evita critiche e colpevolizzazioni. Anche in questo caso, è indicato parlare cinque minuti a testa senza interruzioni dell’altro.

Ora che hai un’idea di ciò che l’amore e la dipendenza positiva sono, sai anche se ti trovi in una relazione patologica.

Se sei in una relazione intima negativa e non sai come uscirne, chiedi aiuto. Parlarne è il primo passo per ritornare a stare bene.

 

Per approfondimenti

Johnson, S. (2011). Hold me tight: your guide to the most successful approach to building loving relationships. Hachette UK.

Le mie qualità viste dai miei compagni

di Laura Pannunzi

Il riconoscimento e la valorizzazione delle proprie e altrui abilità nel contesto classe attraverso il programma Coping Power Scuola

“Ognuno è un genio – diceva Albert Einstein –  ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”.
La citazione dello scienziato che ha rivoluzionato la fisica del ‘900 trova un senso anche nel campo della prevenzione scolastica.

Imparare a riconoscere le proprie qualità e quelle degli altri rappresenta, infatti, un’abilità indispensabile per ogni essere umano. Se tale concetto si estende all’età evolutiva, risulta facile intuire quanto per un bambino, che sta formando una propria personalità, risulti fondamentale imparare a riconoscere i propri punti di forza e dare valore ai propri progressi.

A questo scopo, il Coping Power Scuola si caratterizza come un programma di prevenzione universale, pensato per l’applicazione nei tre ordini di scuola (infanzia, primaria e secondaria di primo grado), mirato a promuovere il benessere socio-emotivo e potenziare le abilità emotivo-relazionali. Si tratta di un percorso strutturato in sei moduli, ognuno dei quali presenta obiettivi e finalità specifiche, integrato da una molteplicità di strumenti ed esercitazioni esperienziali.

In particolare, nel sesto modulo del programma, si affronta la tematica del riconoscimento delle proprie e altrui qualità.  Attraverso diverse attività svolte in classe, l’insegnante cercherà di veicolare ai bambini i seguenti concetti:

  • Tutti abbiamo delle qualità, degli aspetti positivi;
  • Siamo abituati, spesso, a focalizzarci soltanto sugli aspetti che non ci piacciono di noi e degli altri;
  • È importante imparare a riconoscere le proprie qualità, capacità e risorse per utilizzarle all’interno del gruppo;
  • È importante imparare a riconoscere le qualità dei propri compagni;
  • È importante imparare a fare complimenti agli altri.

Tra le numerose attività inserite nel manuale, c’è “Le qualità dei miei compagni, le mie qualità”: il compito che viene dato ai bambini è di pensare e individuare una o più qualità per ciascun compagno, che poi scriveranno su un foglio in forma anonima. Tale attività permette ai bambini di esprimere apprezzamenti ai compagni senza l’imbarazzo che generalmente si prova nel fare un complimento in prima persona, faccia a faccia.

Nel preparare l’attività si predispongono una serie di fogli formato A4, in numero pari agli alunni della classe, compresa l’insegnante. Su ogni foglio andrà scritto in alto il nome e cognome di ciascun alunno e dell’insegnante.  I bambini e l’insegnante si dispongono in cerchio, con una matita ciascuno.  L’insegnante distribuisce in ordine casuale i fogli ai bambini, facendo però attenzione che a ciascun membro del cerchio non capiti il foglio con il proprio nome.

Ciascuno leggerà il nome del compagno scritto sul foglio e dovrà pensare e scrivere una qualità. Dopo circa due minuti, il docente che conduce l’attività dice “Cambio!”: gli alunni passano il foglio al compagno di destra e ricevono quello del compagno alla loro sinistra, fino a completare le schede di tutti.

A quel punto l’insegnante ritira i fogli, cancella eventuali frasi o parole che non si riferiscono ad aspetti positivi del bambino, che possono essere equivocabili o fraintendibili.

Dato che l’insegnante partecipa all’attività, può avere l’opportunità di scrivere per ciascuno dei propri alunni una o più qualità che possono essere importanti per quel bambino, per rinforzarne l’autostima o evidenziare aspetti che ancora devono essere sviluppati.

Inoltre, se l’insegnante lo reputa opportuno, soprattutto con i bambini più piccoli,  può scrivere alla lavagna una lista di aggettivi o brevi frasi che possano rappresentare la maggior parte delle qualità di una persona.

Dopo aver controllato quanto scritto nei fogli, l’insegnante dispone nuovamente i bambini in cerchio e distribuisce a ciascuno il proprio foglio, con la consegna di leggere attentamente tutte le qualità che i compagni hanno scritto. Sempre in cerchio, ciascuno a turno commenterà il proprio foglio evidenziando:

  • I complimenti ricevuti che hanno accolto con maggior piacere;
  • I complimenti ricevuti che hanno generato in loro sorpresa, che proprio non si aspettavano di leggere;
  • Come si sono sentiti quando hanno letto tutte le qualità scritte per loro dai compagni, che emozione hanno provato;
  • Come si sono sentiti nel momento in cui hanno scritto le qualità di ciascun compagno.

In quest’attività i bambini hanno la possibilità di sperimentarsi nel doppio ruolo di mittente e destinatario di messaggi positivi e questo permette di orientare la discussione di gruppo su alcune riflessioni fondamentali, quali:

  • È più facile sottolineare gli aspetti negativi negli altri, rispetto a quelli positivi. Siamo più abituati a comunicare agli altri le cose che non apprezziamo in loro;
  • Se eliminiamo l’interazione verbale diretta, è più facile comunicare agli altri messaggi positivi e apprezzamenti sulle loro qualità;
  • Ognuno possiede delle qualità, ma non è sempre facile riconoscerle. Gli altri spesso vedono in noi delle qualità che non pensiamo di avere.

Un prezioso contributo, dunque, quello racchiuso nel programma Coping Power Scuola, ideato e curato da  Iacopo Bertacchi, Consuelo Giuli e Pietro Muratori, che si pone come importante guida per le insegnanti che mirano a valorizzare le qualità di ogni singolo alunno.

Perché ciascuno ha qualità e aspetti positivi, basta solo guardare con occhi diversi e scoprirli!

 

Per approfondimenti:

Bertacchi I., Giuli C., Muratori P., Coping Power nella scuola primaria. Gestire i comportamenti problematici e promuovere le abilità relazionali in classe. 2016, Edizioni Erickson. Trento.

Giuli, I. Bertacchi, P. Muratori, ( 2017) “Coping Power nella scuola dell’infanzia” , Trento: Erickson.

Lochman, J.E, Wells, K., Lenhart, L.A. (2012). Il Coping Power Program. Programma per il controllo di rabbia e aggressività in bambini e adolescenti. Edizione italiana a cura di P. Muratori, L. Polidori, L. Ruglioni, A. Manfredi e A. Milone. Trento: Erickson.

Muratori, P., Bertacchi, I., Giuli, G., Nocentini, A., Lochman, J. (2016), Implementing Coping Power Adapted as Universal Prevention Program in Italian Primary Schools: A Randomized Control Trial, «Prevention Science» DOI 10.1007/s11121-016-0715-7

Comportamenti devianti in adolescenza

di Miriam Miraldi

Empatia e ragionamento morale prosociale nei giovani offenders e non-offenders

I comportamenti devianti in adolescenza sono da sempre oggetto di studio delle scienze sociali. Tuttavia, se si considerano unicamente i fattori sociali (es. stili genitoriali, contesto socio-culturale, ecc.), si riesce a spiegare solo in parte il comportamento aggressivo. Senza dimenticare tali variabili sociali, appare dunque più opportuno includere anche i processi cognitivi ed emotivi coinvolti.

In un recente studio spagnolo, Llorca-Mestre e colleghi sono partiti da un punto di vista teorico nel considerare quegli studi che evidenziano come l’emotività negativa e la bassa regolazione emotiva predicano comportamenti antisociali e disadattivi. Tra le loro premesse teoriche, gli autori includono anche gli studi sull’empatia e sul ragionamento prosociale. Per quanto concerne l’empatia, essi la considerano una risposta interpersonale che include sia componenti cognitive che affettive: l’empatia cognitiva, o capacità di “mettersi nei panni di”, rappresenta la capacità di comprendere lo stato interiore dell’altro, mentre l’empatia affettiva, o preoccupazione empatica, implica il condividere le emozioni osservate nell’altra persona. Le persone con una maggiore empatia rispondono meglio alle espressioni emotive degli altri; in particolare, la componente affettiva ha un ruolo importante nel controllare/inibire i comportamenti aggressivi e devianti, mentre bassi livelli di empatia correlano con la difficoltà di pensare in astratto e di comprendere la relazione tra causa ed effetto di un evento. Nella ricerca che indaga il rapporto tra empatia e comportamenti devianti, Llorca-Mestre si riferisce a quegli autori, come Eisenberg, che hanno sostenuto l’importanza di includere il ragionamento morale prosociale, definito come il ragionamento che precede la presa di una decisione quando dobbiamo stabilire se attivare o meno un comportamento di aiuto, soprattutto qualora vi sia un conflitto tra l’interesse personale e quello altruistico. Eisenberg ha definito cinque livelli nel ragionamento morale prosociale che si sviluppa durante l’infanzia e l’adolescenza: edonistico, orientato ai bisogni, orientato all’approvazione, stereotipato e interiorizzato (il più “evoluto”, che include il ragionamento basato sull’empatia). I primi sono presenti nella prima infanzia, mentre gli ultimi si sviluppano più tardi, durante l’adolescenza. In generale, il comportamento morale prosociale (aiutare senza la ricerca immediata di una ricompensa) è concettualmente correlato alle emozioni morali, come l’empatia. La ricerca sul ragionamento morale e la devianza sono state per lo più focalizzate sullo sviluppo e sulle diverse fasi del ragionamento morale: i risultati sottolineano che la competenza nel giudizio morale, intesa come livello di ragionamento morale, non è di per sé un fattore predittivo significativo del comportamento deviante in adolescenza; si rivelano più efficaci quegli studi che integrano la componente cognitiva morale (giudizio morale) e quella affettiva morale (empatia), e che analizzano come le componenti empatiche e l’impulsività (o la mancanza di autocontrollo) interagiscano con i diversi tipi di ragionamento prosociale nel predire comportamenti aggressivi o, viceversa, prosociali.

In questa ricerca sperimentale, di natura cross-sezionale, Llorca-Mestre e colleghi, confrontando un gruppo di adolescenti (n=220) con un altro gruppo di adolescenti autori di reato o offenders (n=220), hanno analizzato come processi cognitivi (ragionamento morale prosociale, perspective taking) e processi emotivi (preoccupazione empatica, instabilità emotiva, rabbia di stato e di tratto) interagiscono nell’influenzare le condotte. I risultati mostrano che non ci sono differenze di genere in nessuno dei livelli del ragionamento morale prosociale; tuttavia, come previsto, le ragazze risultano più empatiche dei ragazzi. Analizzando le differenze globali tra i due gruppi, gli offenders mostrano – sebbene in maniera marginale da un punto di vista statistico – livelli più elevati nel ragionamento morale edonistico (mosso dal beneficio personale) e orientato all’approvazione, quando devono decidere se attivare un comportamento di aiuto. Le variabili nelle quali le differenze risultano invece più marcate sono la disregolazione emotiva, la rabbia (stato e tratto) e l’aggressività (fisica e verbale), che sono maggiori nel gruppo dei giovani devianti. Gli adolescenti non-offenders mostrano più alti livelli di empatia (sia cognitiva che emotiva) e di comportamento prosociale. In entrambi i gruppi, il ragionamento morale prosociale ha poco peso nella previsione del comportamento, mentre la rabbia di stato è significativamente associata al comportamento aggressivo negli offenders e l’empatia correla positivamente col comportamento prosociale e negativamente con quello aggressivo; tuttavia, mentre nei non-offenders giocano un ruolo sia la componente affettiva che quella cognitiva dell’empatia, nei devianti, solo la perspective taking (e non la preoccupazione empatica per l’altro), sembrerebbe avere un ruolo protettivo rispetto alla messa in atto di comportamenti aggressivi.

In sintesi, la regolazione della rabbia e lo sviluppo dell’empatia possono essere elementi di rilievo nell’intervento psicoeducativo rivolto ai giovani devianti, atto a favorirne il benessere psicologico e una migliore inclusione sociale.

 

Per approfondimenti

Llorca-Mestre, A., Malonda-Vidal, E., & Samper-García, P. (2017). Prosocial reasoning and emotions in young offenders and non-offenders. The European Journal of Psychology Applied to Legal Context, 9(2), 65-73.

Caprara, G. V., Gerbino, M., Paciello, M., Di Giunta, L., & Pastorelli, C. (2010). Counteracting depression and delinquency in late adolescence. The Role of Regulatory Emotional and Interpersonal Self-Efficacy Beliefs. European Psychologist.

Eisenberg, N. (1986). Altruistic cognition, emotion, and behavior. Hillsdale, Lawrence Erlbaum Associates.

Non è colpa tua!

di Emanuela Pidri

Se vuoi che gli altri siano felici, fai pratica di compassione, se vuoi essere felice tu stesso, fai pratica di compassione. Dalai Lama, 1995

La compassione viene definita come l’abilità: di esperire in modo accettante emozioni difficili; di osservare in modo mindful i nostri pensieri giudicanti, senza permettere loro di dominare le nostre azioni e i nostri stati mentali; di impegnarci in modo pieno con gentilezza e autovalidazione verso direzioni di vita ricche di valore; di cambiare in modo flessibile la nostra prospettiva verso un più ampio senso di sé. Tale definizione riprende gli insegnamenti del Buddismo Theravada, secondo il quale la compassione è la sensibilità verso la sofferenza propria e altrui, unita a un profondo impegno nel tentare di alleviarla e prevenirla, e si basa su studi provenienti dalle neuroscienze, dalla psicologia sociale e dall’approccio evoluzionistico connesso alla psicologia e alla neurofisiologia del comportamento di accudimento. Secondo Paul Gilbert, la compassione è definibile attraverso sei componenti che egli chiama “attributi”: cura degli altri, sensibilità alla sofferenza, partecipazione attiva, empatia, tolleranza alla sofferenza e atteggiamento non giudicante. Gilbert, professore di psicologia presso l’Università di Derby, si è interessato dello studio sul senso di colpa, sulla vergogna e sull’autocritica poiché considerati costrutti centrali e tipici di molti disturbi psicologici, dalla depressione alle psicosi. Dal  suo lavoro, nell’ambito della terapia cognitivo comportamentale della terza generazione, è nato un approccio psicoterapeutico basato sull’idea che la psicoterapia dovrebbe essere condotta in un modo compassionevole: la Compassion Focus Therapy (CFT). Il razionale della terapia è quello di costruire una relazione in cui punto centrale sia la compassione verso quei temi di vergogna e autocritica, in modo che il paziente possa interiorizzarla e utilizzarla verso di sé. La compassione, dunque, si può insegnare e si può apprendere. Ruolo centrale nella terapia è ricoperto proprio dal Compassionate Mind Training, un vero e proprio addestramento che insegna ai pazienti a esercitare le seguenti competenze: attenzione compassionevole, ragionamento compassionevole, comportamento compassionevole, immaginazione compassionevole, sensazione compassionevole, emozione compassionevole. Aiutando i pazienti a sviluppare la capacità di provare compassione, si incrementa la possibilità di affrontare in maniera diversa le esperienze dolorose, l’autocritica e la ruminazione, le sensazioni spiacevoli e le memorie di traumi passati, considerando come certi aspetti dolorosi della propria vita siano emersi senza che loro potessero farci nulla. Per i terapeuti, usare l’approccio focalizzato sulla compassione implica educare i pazienti a sviluppare tre tipi di compassione: l’auto-compassione, la compassione verso gli altri e l’apertura alla compassione da parte degli altri, in risposta alle avversità e alle situazioni minacciose. La compassione di sé permette di non considerare le performance come metro di valutazione del valore personale ma, discernendo la qualità delle prestazioni e mostrando motivazione a crescere, aiuterebbe a smussare gli aspetti nevrotici e dolorosi del perfezionismo, dove ciò che anima l’individuo è il terrore di fallire e di essere criticato piuttosto che la curiosità e il desiderio di migliorarsi. Gilbert integra moltissimi interventi standard della terapia cognitivo-comportamentale con interventi di terza generazione come la Mindfulness, che caratterizza l’esperienza del sé compassionevole e le tecniche finalizzate all’accettazione, che assomigliano sotto vari aspetti a quello di reparenting di Young e alle tecniche immaginative, con lo scopo di sviluppare specifici pattern di regolazione affettiva generando sensazioni di calore umano e vicinanza. Come Gilbert stesso ammette, le ricerche di validazione dell’efficacia sono ancora troppo poche, ma la CFT nella pratica clinica trova buoni risultati nel trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress, delle psicosi, dei disturbi dell’umore, dei disturbi alimentari e del dolore cronico.


Per approfondimenti:

Dalai Lama (1995). The Power of Compassion. India: Harper Collins.

Gilbert, P. (2018) La terapia focalizzata sulla compassione. Caratteristiche distintive. Edizione italiana a cura di Nicola Petrocchi. Edizione Franco Angeli.

Gilbert, P. (ed) (2005a) Compassion: Conceptualisations, Research and Use in Psychotherapy. Routledge.

Gilbert, P., Irons, C. (2005b) Focused therapies and compassionate mind training for shame and self-attacking. In Compassion: Conceptualisations,Research and Use in Psychotherapy (ed P. Gilbert): 263–325. Routledge.

Gilbert, P., Procter, S. (2006) Compassionate mind training for people with high shame and self-criticism. A pilot study of a group therapy approach. Clinical Psychology and Psychotherapy; 13: 353–79.

Gilbert, P. (2009). The Compassionate Mind: Coping with the Challenges of Living. London: Constable Robinson.

Gilbert, P. (2009). Overcoming Depression: A Self-Guide Using Cognitive Behavioural Techniques. Third Edition. London: Robinsons.

Gilbert, P. (2009). An Introduction to Compassion Focused Therapy. Advances in Psychiatric Treatment, 15, 199-208.

Gilbert, P. (2009). Compassion focused therapy: Approach and practices. Healthcare Counselling and Psychotherapy Journal.

Le esperienze passate nell’Anoressia Nervosa

di Barbara Basile

 Quali sono le esperienze relazionali infantili che predispongono allo sviluppo del disturbo psichico con il più alto tasso di mortalità?

L’Anoressia Nervosa (AN) insorge tipicamente in età adolescenziale, anche se negli ultimi anni l’età di esordio si è abbassata drasticamente, fino a toccare l’infanzia. La prevalenza si aggira attorno all’1,7% nelle femmine e allo 0,1% nei maschi e il disturbo, sviluppatosi tipicamente nei Paesi occidentali, si sta diffondendo in culture non occidentali e, in particolare, nei Paesi emergenti (Cina e altri Paesi asiatici).
L’anoressia è la patologia mentale con il più alto tasso di mortalità: tra il 5 e il 20% delle persone affette da questo disturbo alimentare perde la vita (nel 2016 in Germania a causa dell’AN sono morte quasi 40 persone!). La principale causa di morte deriva da complicanze mediche, legate soprattutto a problemi cardiaci. Le conseguenze sull’organismo includono la brachicardia, con consecutiva riduzione del volume cardiaco, la riduzione di calcio nelle ossa, la carenza di vitamina B12, sbalzi ormonali, fatica cronica e spossatezza, disidratazione, perdita dei capelli, pelle secca e aumento della produzione pilifera su tutto il corpo.

Quello che sostiene le pazienti con AN nel loro disturbo è lo scopo del “non essere grasse”. A questo obiettivo si accompagnano la distorsione dell’immagine corporea, un’ossessione perfezionistica che riguarda le forme del corpo e il cibo, e che spesso si estende ad altri ambiti di performance, una iper-focalizazione (sia cognitiva che comportamentale) sul cibo e sul corpo, a discapito dell’investimento su altre aree della vita e conseguenti strategie per ridurre l’aumento del peso o favorire la sua riduzione.

Ma quali sono i fattori di vulnerabilità, ovvero le esperienze di vita, soprattutto di natura relazionale, che predispongono allo sviluppo di questi sintomi? È possibile identificare delle caratteristiche familiari che creano una maggiore sensibilità all’eccessivo timore di “essere grasse”, al punto da mettere a rischio la propria vita?
La letteratura scientifica, purtroppo, ci dà scarse risposte. I pochi studi che hanno esplorato il problema rivelano che le pazienti con anoressia mostrano degli standard genitoriali molto severi e un perfezionismo di base significativamente superiori sia alle persone sane, che a pazienti affetti da altri disturbi psichici. Inoltre, considerando i diversi tipi di disturbi del comportamento alimentare, sembra che rispetto alle persone con Bulimia Nervosa, le pazienti con AN riportano un minor livello di protezione e sicurezza da parte della figura paterna. Da un recente studio preliminare, presentato alla prima edizione del Congresso Nazionale di Schema Therapy, è emerso che le pazienti con AN (confrontate con ragazze sane della stessa età) riportavano un eccessivo coinvolgimento, sia fisico che emotivo, da parte della figura materna, che in questo modo compromette un adeguato sviluppo del sé e dell’identità della figlia. Il padre, invece, è stato descritto come inibito e rigido sul piano della manifestazione delle emozioni e dei bisogni. L’ipercriticismo materno e la tendenza della madre ad avere degli standard molto severi predicevano, altresì, la gravità della sintomatologia anoressica e l’eccessiva preoccupazione per il peso e le forme corporee delle pazienti. Già autori come Minuchin, nel 1978, e Bruch, nel 2003, sostenevano che il cibo e il suo rifiuto potrebbero rappresentare per la ragazza anoressica l’estrema possibilità di opporsi in modo concreto e lampante all’iper-coinvolgimento materno, nel tentativo di rendersi indipendente e distaccarsi da un ambiente familiare invischiante, ipercritico e spesso invalidante sul piano dei vissuti emotivi, dei bisogni e desideri. Le esperienze precoci hanno indiscutibilmente un ruolo nel contribuire allo sviluppo di una vulnerabilità all’AN, così come degli altri disturbi del comportamento alimentare, e una buona parte di questi fattori va ricercata nell’ambiente familiare di origine, oltre che nelle già note dinamiche legate alla cultura (mistificazione dell’apparenza e pressione alla magrezza) e dello stato sociale di appartenenza.

Donne e azzardo

di Guyonne Rogier

Il gioco d’azzardo patologico nella popolazione femminile

Se il gioco d’azzardo rappresenta per molti una modalità di intrattenimento innocua, per una fetta non trascurabile di popolazione può mutare in una vera e propria dipendenza: il Disturbo da Gioco d’Azzardo (DGA).
Le stime statistiche ci dicono che su dieci individui dipendenti dal gioco, sei sono uomini. Tuttavia, il numero di donne affette dal DGA non è trascurabile e, in quanto tale, merita una specifica attenzione clinica. In effetti, la proporzione di donne che diventa dipendente dal gioco sembra in costante aumento.
I pochi studi che illuminano le peculiarità del disturbo nel genere femminile evidenziano differenze di genere in relazione alla tipologia di gioco preferita. È importante notare che alcune tipologie di gioco d’azzardo particolarmente predilette dalle donne sembrano particolarmente inclini a favorire lo sviluppo di una dipendenza, come ad esempio le slot machines.
Inoltre, le motivazioni sottostanti il gioco d’azzardo differiscono in maniera importante tra uomini e donne. I giocatori sono propensi a cercare nel gioco alti livelli di adrenalina mentre le giocatrici sembrano motivate dalla capacità del gioco di fornire una fuga da stati emotivi spiacevoli come la noia, lo stress, l’ansia o i sentimenti depressivi legati all’isolamento sociale. In linea con ciò, le donne dipendenti dal gioco sono colpite in misura ampiamente superiore, rispetto agli uomini, da altre psicopatologie come i disturbi d’ansia o depressione rispetto ai loro corrispettivi maschili. Inoltre, le giocatrici descrivono spesso i luoghi dove consumano il gioco come ambienti dove possono sentirsi sicure e nei confronti dei quali hanno sviluppato un sentimento di appartenenza. Anche le attenzioni offerte dallo staff amichevole sembrano allievare i sentimenti di solitudine e isolamento. In questo senso, la solitudine sociale, il sentimento di non appartenere alla comunità e il bisogno di partecipare in attività ricreazionali socialmente accettate sono stati spesso identificati come fattori di rischio per lo sviluppo di una dipendenza da gioco nelle donne.
Per quanto riguarda il trattamento, sappiamo che gli individui dipendenti dal gioco si recano solo in minima parte nei servizi di salute mentale e hanno difficoltà a chiedere aiuto. Nella popolazione femminile, sebbene si ritrovi, questa tendenza è minore rispetto alla popolazione maschile. Possibili spiegazioni sono che le donne sperimentano con più disagio l’impatto economico del gioco ma anche che potrebbero essere maggiormente sensibili al giudizio e ai consigli dati dai loro familiari. Inoltre, potrebbero sperimentare maggiormente sofferenza, sotto la forma di sentimenti di colpa e vergogna, in relazione alle difficoltà che incontrano nello svolgimento delle loro funzioni di accudimento.
Eventuali barriere alla richiesta di aiuto nelle donne sono spesso i sentimenti di vergogna e colpa associati allo stigma sociale che accompagna il disturbo. In effetti, data la tradizionale concettualizzazione del gioco d’azzardo come un’attività maschile, lo stigma relativo al disturbo può essere maggiormente elevato nelle donne rispetto agli uomini. Inoltre, la paura di perdere l’affidamento dei figli o il timore di subire violenze da parte del coniuge possono essere forti deterrenti per una richiesta di trattamento. La ricerca d’aiuto nelle donne è spesso motivata dal desiderio di riprendere il controllo, di prevenire il suicidio e di mantenere l’affidamento del proprio figlio. È stato notato che le donne dipendenti dal gioco sembrano beneficiare da gruppi terapeutici composti da solo donne e condotti da terapeute. In tal senso, la messa a punto di un protocollo di trattamento e di opere di prevenzione fatte su misura per la popolazione di giocatrici dipendenti sembra un obiettivo fondamentale nel miglioramento dei servizi offerti a questa popolazione.

 

Per approfondimenti

Bowden Jones, H., Prever, F. (2017). Gambling disorders in women: an international female perspective on treatment and research . (2017). London: Routledge.

Holdsworth, L., Hing, N., & Breen, H. (2012). Exploring women’s problem gambling: A review of the literature. International Gambling Studies, 12(2), 199-213. doi:10.1080/14459795.2012.656317

Karter, E. (2013). Women and Problem Gambling : Therapeutic Insights Into Understanding Addiction and Treatment. New York: Routledge.

Prever, F. (2018). Specificità della ricerca e del trattamento nel DGA femminile. In Casciani, O. & De Luca, O. (a cura di) Teoria e pratica del trattamento psicologico e psicoterapeutico nel Disturbo da Gioco d’Azzardo in una prospettiva multidisciplinare. Roma:Publiedit.