La logica delle fantasie sessuali

di Giuseppe Femia

La colpa, la vergogna e il bisogno di sentirsi al sicuro: le fantasie sessuali sono il buco della serratura attraverso cui è possibile vedere il nostro vero sé

Le diverse fantasie sessuali (quelle masochiste, di feticismo, quelle legate al voyeurismo, quelle sadiche) che non vengono vissute in modo sano, che lottano con l’etica corrente, che si scontrano con valori normativi rigidi e culturalmente rinforzati, spesso procurano una cascata di emozioni fra cui la colpa e la vergogna, che sembrano essere cruciali sia nella genesi sia nella loro manifestazione.
Dalla normalità alla patologia, le fantasie diventano disfunzionali quando assumono caratteristiche di rigidità, ripetitività, e quando dirigono, precludono e bloccano il piacere.
In un film non troppo recente dal titolo “Shame”, venivano ben rappresentati i vissuti di vergogna, frustrazione, rabbia e tristezza che spesso nascono dalla necessità di separare l’affetto e la sessualità per la paura di essere giudicati a causa delle proprie fantasie sessuali.
È forse proprio il timore di essere ritenuti perversi e disgustosi a determinare una chiusura e un isolamento della fantasia sessuale proibita?
Nel film diretto da Steve McQueen, il protagonista non riesce a vivere le proprie fantasie sessuali in relazione alla propria sfera affettiva. Quando questo avviene e si sente coinvolto, quando i sentimenti emergono, allora il sesso si inibisce, scompare, fallisce.
Le due sfere non possono andare assieme, le fantasie sessuali andrebbero a sporcare gli affetti: la colpa blocca, la fantasia protegge.
Proprio queste sono le considerazioni che vengono trattate in modo dettagliato e clinico nel libro “Eccitazione” di Michael Bader.
L’autore spiega come le fantasie sessuali spesso abbiano lo scopo di disconfermare le proprie preoccupazioni in relazioni a situazioni traumatiche da cui si andrebbero a strutturare credenze patogene: l’individuo, mediante l’ideazione sessuale, andrebbe ad attivare un confronto con  le proprie convinzioni patogene, spesso finendo con l’adattare il proprio comportamento sessuale al credere disfunzionale. Lo scopo ultimo sarebbe quello di cercare delle zone di sicurezza in cui poter esprimere le proprie fantasie senza essere giudicati.
La fantasia sessuale in qualche modo trova la sua origine in stati di animo negativi e spesso, secondo la chiave di lettura proposta, svolge la funzione di contrastare i sentimenti di colpa. Ad esempio, nella descrizione di un caso clinico, viene spiegata la storia e l’origine di una credenza patogena di responsabilità temuta in cui il paziente, al fine di non procurare alcuna forma di sofferenza alle donne (credenza connessa a un vissuto traumatico in cui la madre soffriva), decide di poter ottenere piacere solo in una zona di sicurezza, vale a dire dietro uno specchio unidirezionale da cui osserva, ma dove non può essere visto nelle sue pratiche erotiche, e da cui si assicura di non poter essere cattivo o sprezzante verso il femminile.
Un’altra storia raccontata nel testo vede Amanda, trascurata da bambina, alla ricerca di  uomini con un certo ruolo di autorità; la sua fantasia sessuale coinvolge solo un maschile autoritario e affermato. Alla base di questa ricerca sembra risiedere una scarsa auto-stima: “l’odio di sé è nemico dell’eccitazione sessuale”.  La paziente cerca risarcimento mediante “il maschile potente”, vuole riscatto dalle esperienze di trascuratezza emotiva, impotenza e vergogna pregresse.
Questa spiegazione relativa alla genesi di talune condotte nella sfera del comportamento sessuale, e la connessione tracciata fra sessualità, emozioni, credenze patogene (in qualche senso anti-scopi: ad esempio, “Non voglio essere come mio padre”), sembra  una lettura integrata e innovativa dei fenomeni legati all’ideazione sessuale, ai suoi contenuti, alle sue manifestazioni.

Più ti giudichi peggio ti senti

di Emanuela Pidri 

L’effetto paradossale della valutazione negativa dei propri vissuti emotivi

La consapevolezza è uno stato mentale vigile che consente di osservare lo scorrere dell’esperienza interiore momento dopo momento e in modo non giudicante. Essere consapevoli significa orientare la propria attenzione a stimoli esterni e interni, nel “qui e ora”, in modo che nessuno sia sopraffatto dalla veemenza di pensieri, emozioni e sensazioni né sia guidato nelle proprie azioni e scelte dai propri contenuti cognitivi ed emotivi. Le pratiche di consapevolezza, conosciute con il termine “Mindfulness”, sono state applicate nel trattamento di pazienti con differenti quadri clinici, migliorandone la capacità di decentramento. Diversi studi hanno dimostrato che la consapevolezza è significativamente correlata al benessere emotivo; al contrario, avere un atteggiamento critico e giudicante verso i propri pensieri, emozioni, comportamenti è associato a psicopatologia. Le ricerche presenti in letteratura dimostrano come la ruminazione sia predittiva e mantenga il disturbo depressivo mentre la preoccupazione predice e mantiene il disturbo ansioso. Partendo da tali presupposti, si è studiato il ruolo della consapevolezza in correlazione con la ruminazione e la preoccupazione nello sviluppo di depressione o ansia. Uno studio guidato dalla psicoterapeuta Barbara Barcaccia esplora quali sfaccettature della consapevolezza siano implicate nell’associazione con ruminazione e preoccupazione, predicendo e mantenendo depressione e ansia. A 274 partecipanti di età compresa tra i 18 e i 74 anni sono stati somministrati il Five Facet Mindfulness Questionnaire, il Beck Depression Inventory, lo State-Trait Anxiety Scale, il Penn State Worry Questionnaire, il Ruminative Response Scale. Dall’analisi dei risultati si evince che la ruminazione e la preoccupazione sono strategie di coping disfunzionali coinvolte nell’esacerbazione e nel mantenimento di depressione e ansia. Anche la consapevolezza correla con ruminazione e preoccupazioni poiché il semplice atto di osservare i propri stati interiori può essere associato a un aumento di emozioni negative. Nello specifico, gli individui in grado di osservare i propri stati mentali tendono a preoccuparsi e ruminare in misura maggiore. Si nota una paradossalità: la consapevolezza aiuta le persone a riconoscere e, in seguito, a rompere i cicli ruminativi abituali, impedendo loro di rimanere intrappolati nella sofferenza; tuttavia, una sua componente aumenta la ruminazione e la preoccupazione e la probabilità di sviluppare ansia o depressione. Ciò significa che essere in grado di osservare i propri pensieri e sentimenti non equivale ad accettarli, né è di per sé vantaggioso, a meno che non si abbia un atteggiamento accettante e non giudicante. Individui consapevoli ma con atteggiamenti giudicanti verso le proprie esperienze interiori mostrano livelli più alti di ruminazione e preoccupazione. L’associazione tra autocritica o giudizio negativo verso sé e sviluppo di ansia o depressione è coerente con le teorie cognitive, rispetto le quali l’autocritica gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo della psicopatologia, mentre la consapevolezza in termini di riconoscimento, osservazione e accettazione non giudicante della propria vita interiore è legata al benessere. Quando le persone criticano sé stesse e i loro sentimenti, pensieri ed emozioni, sperimentano livelli più alti di sofferenza. Un’implicazione clinica interessante dei risultati dello studio di Barcaccia potrebbe riguardare la possibilità di considerare l’autocritica come un meccanismo transdiagnotico di predittività e cronicizzazione della sofferenza, a cui il clinico deve porre attenzione nel piano di intervento psicoterapeutico. Il trattamento dovrà prevedere una fase di normalizzazione e accettazione non giudicante dei pensieri negativi, immagini mentali, sentimenti ed emozioni, obiettivo che potrebbe essere raggiunto sia dalla ristrutturazione cognitiva classica che da interventi e pratiche Mindfulness.

Per approfondimenti:

Barcaccia B. et al., (2019). The more you judge the worse you feel. A judgemental attitude towards one’s inner experience predicts depression and anxiety. Personality and Individual Differences 138, 33-39.

Coping Power nella scuola secondaria

di Laura Pannunzi e Iacopo Bertacchi

Il nuovo volume di Iacopo Bertacchi e Consuelo Giuli per prevenire e intervenire sulle problematiche di condotta in età preadolescenziale

 “Coping Power nella scuola secondaria” è l’ultimo prezioso contributo prodotto da Iacopo Bertacchi e Consuelo Giuli, psicologi psicoterapeuti ideatori del programma “Coping Power Scuola”, in collaborazione con l’insegnante di scuola secondaria Ilaria Cipriani.

Il testo, uscito da pochissimi giorni nelle librerie, completa le precedenti edizioni “Coping Power nella scuola primaria” e “Coping Power nella scuola dell’infanzia”, scritti dagli stessi autori e pubblicati entrambi da Erickson.  La stesura di questo nuovo volume nasce con l’intento di creare un progetto di prevenzione e intervento sulle problematiche di condotta ed è pensata appositamente per alunni di età preadolescenziale, favorendo nel contempo le dinamiche pro-sociali in ambiente scolastico ed extra scolastico.

Come è ben noto, la preadolscenza è quella fase, sovrapponibile agli anni compresi fra la quinta elementare e la seconda/terza media (fra i 10 e i 12/13 anni), densa di cambiamenti fisiologici e psicologici. Tale periodo è spesso caratterizzato da mutamenti che coinvolgono il corpo, la sfera emotiva e cognitiva. Il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media, rappresenta, infatti, uno di quei cambiamenti significativi che richiede una grande capacità di adattamento e coincide spesso con uno sbalzo di turbamenti, tensioni e cambiamenti, a livello fisico e psicologico, legati allo scenario evolutivo che si sta modificando.

La scuola rappresenta uno dei principali contesti di socializzazione e di crescita, in cui è possibile cogliere sia eventuali disagi e difficoltà sia le potenzialità e i punti di forza di ogni alunno; inoltre, nel contesto scolastico, le problematiche di comportamento si manifestano in modo importante, interferendo con il contesto di apprendimento e con il rendimento scolastico della classe, limitando la capacità degli alunni di raggiungere il loro pieno potenziale.

Data l’elevata capacità di adattamento del programma, gli insegnanti, gli educatori e gli psicologi scolastici possono acquisire una serie di strategie di intervento e applicarle in modo flessibile, per gestire le problematiche di comportamento negli alunni (con sfumature di intensità diverse a seconda delle esigenze degli alunni e delle classi).

Nel libro, dopo un’introduzione teorica sul programma “Coping Power scuola” e sulla sua applicazione – a cura di John Lochman, professore all’università dell’Alabama, negli USA, e di Pietro Muratori, professore all’università di Pisa – vengono presentati i sette moduli di cui è composto il percorso didattico, che si articola lungo l’intero anno scolastico, e una serie di schede operative e spunti di riflessione da elaborare in classe, individualmente o in piccoli gruppi.

A ciascun modulo corrispondono uno o più capitoli della storia illustrata “Siamo un gruppo”, in cui sono narrate le vicende di Vanessa, Asabi, Giulio, Diego e Adrian; cinque ragazzi di una scuola secondaria di primo grado, molto diversi tra loro per carattere e nel modo di gestire le emozioni, ma accomunati dalla passione per la musica. Malgrado le differenze, decidono di unire le proprie competenze e abilità e creare un gruppo musicale per partecipare a un concerto scolastico. I compagni dovranno però affrontare assieme e superare, con non poche difficoltà, paure, emozioni contrastanti e pregiudizi. Durante il percorso, impareranno l’importanza di affrontare insieme le prove.  Partendo dalla lettura della storia, i moduli affrontano le tematiche cardine del programma “Coping Power scuola” secondo la seguente struttura:

  • Modulo introduttivo: La costruzione del gruppo
  • Modulo 1: Traguardi a breve e lungo termine
  • Modulo 2: Consapevolezza delle emozioni
  • Modulo 3: Gestire le emozioni con l’autocontrollo
  • Modulo 4: Cambiare punto di vista (perspective taking)
  • Modulo 5: Problem solving e abilità di rifiuto
  • Modulo 6: Riconoscere le qualità proprie e altrui

Il programma, come le altre due versioni precedenti, è stato elaborato per essere integrato perfettamente nelle attività didattiche, con momenti di confronto e condivisione gestiti dagli stessi alunni e di riflessione metacognitiva sulle esperienze personali.

Oltre a distinguersi per un elevato rigore scientifico, il testo si presta in maniera versatile a soddisfare diversi bisogni formativi. Costituisce sicuramente un manuale di riferimento nella sua globalità ma, allo stesso tempo, i singoli moduli possono soddisfare bisogni di approfondimento più circoscritti, che l’insegnante può utilizzare in classe in modo flessibile.

Il nuovo volume rappresenta, dunque, un ottimo strumento, una guida puntuale, tecnica e al contempo concreta, centrata sull’idea di trasformare il gruppo classe in un gruppo in grado di creare risonanza, in modo tale che l’appartenenza diventi una risorsa di crescita e di scambio, per la promozione delle potenzialità degli alunni in modo globale e integrato.

 

Per approfondimenti:

Giuli C., Bertacchi I., Muratori P., (2017) Coping Power nella scuola dell’Infanzia. Gestire le emozioni e promuovere i comportamenti pro sociali. Trento: Erickson.

Giuli C., Bertacchi I., Muratori P., (2017) Ap Apetta e il viaggio in lambrettaCoping Power nella scuola dell’Infanzia – Storia e Schede. Trento: Erickson.

Bertacchi I., Giuli C., Muratori P., (2016) Coping Power nella scuola primaria. Gestire i comportamenti problematici e promuovere le abilità relazionali in classe. Trento: Erickson

Bertacchi I., Giuli C., Cipriani I., (2019) Coping Power nella scuola secondaria. Gestire le problematiche relazionali e promuovere comportamenti prosociali in classe.  Trento: Erickson

Scrivere per guarire

di Erica Pugliese

L’uso della scrittura espressiva aiuta le persone a guarire dalle esperienze negative, stressanti o traumatiche

La scrittura espressiva di eventi negativi, traumatici o stressanti, secondo studi recenti, può essere una tecnica potente che conduce a un miglioramento della salute psicologica e fisica. Si tratta di scrittura espressiva ovvero libera e senza riferimenti alla forma o altre convenzioni, come per esempio la punteggiatura, l’ortografia e la grammatica.
L’idea è di esprimere esattamente ciò che detta il cuore e la mente, senza starci troppo a pensare. La narrazione autobiografica presta dunque più attenzione ai sentimenti, a come ci si sente, rispetto a una mera descrizione di quello che è accaduto o sta accadendo ed è finalizzata alla costruzione di nuovi percorsi di significato di eventi particolarmente dolorosi. Poter esprimere liberamente le proprie emozioni e riconoscere i vissuti più traumatici aumenta dunque la consapevolezza delle dinamiche penose, permette di individuare nuovi nessi di causalità tra gli eventi e una elaborazione del trauma dal punto di  vista emotivo e cognitivo.
La connessione tra la scrittura espressiva e il benessere è stata scoperta da James Pennebaker, professore di psicologia presso l’Università di Austin, in Texas. Nel suo progetto di ricerca di punta, Pennebaker ha sviluppato degli esercizi di scrittura espressiva che hanno potenziali benefici per la salute delle persone. L’efficacia di questo strumento è stata confermata da numerosi studi successivi su campioni clinici e non clinici.
Di seguito viene descritto come procedere nell’esercizio della scrittura espressiva. Prima di iniziare è necessario leggere e seguire attentamente le istruzioni se si vogliono trarre dei benefici da questo tipo di attività:

  1. Scrivi per un minimo di 20 minuti al giorno per quattro giorni consecutivi.
  2. Scegli di scrivere qualcosa di estremamente personale e importante per te.
  3. Scrivi senza preoccuparti della punteggiatura, dell’ortografia e della grammatica. Se sei a corto di cose da dire, traccia una linea o ripeti ciò che hai già scritto. Non togliere la penna dal foglio, non fermarti.
  4. Scrivi solo per te: puoi pianificare di distruggere o nascondere ciò che stai scrivendo. Non trasformare questo esercizio in una lettera da spedire a qualcuno. Questo esercizio è solo per i tuoi occhi.
  5. Osserva come ti senti. Non appena ti rendi conto di non poter scrivere su un determinato argomento, se senti che stai superando il tuo limite personale, smetti di scrivere. Quando individui un evento negativo, procedi gradualmente, non andare immediatamente al cuore del trauma.
  6. Aspettati possibili reazioni negative: molte persone si sentono un po’ rattristate o depresse dopo la scrittura espressiva, specialmente i primi giorni. Di solito questa sensazione scompare del tutto.
  7. Concediti un po’ di tempo dopo l’esercizio per riflettere su ciò che hai scritto e prova a essere compassionevole, gentile con te stesso. Se sei preoccupato che qualcun altro veda quello che hai scritto, mettilo in un posto sicuro, o semplicemente strappalo o distruggilo.
  8. Una settimana o due dopo aver completato i quattro giorni di scrittura espressiva, potresti voler riflettere su ciò che noti nella tua vita, su come ti senti e come ti comporti.

In conclusione, l’utilizzo della scrittura espressiva per superare paure ed elaborare eventuali traumi connessi rappresenta un momento privilegiato di crescita personale: tramite la scrittura espressiva, l’evento stressante diventa, infatti, maggiormente controllabile e si riducono i vissuti negativi a esso associati, mostrando miglioramenti del proprio stato di salute.

Per approfondimenti:

Pennebaker,JW. (2004) Writing to Heal: A Guided Journal for Recovering from Trauma and Emotional Upheaval.

Una musica può fare…

di Giuseppe Romano

Canzoni come strumenti dello psicoterapeuta e non solo

Vent’anni fa, il cantautore Max Gazzè portava “Una musica può fare” sul palco di Sanremo, un brano che metteva in luce “il potere” della musica. A volte, infatti, proprio le canzoni possono essere un valido ausilio e, se ben sfruttate, danno allo psicoterapeuta la possibilità di far conoscere come si vive quando si ha un problema psicologico anche a chi non lo vive quotidianamente. Nell’ultimo Festival di Sanremo, Daniele Silvestri ha presentato un brano che racconta la condizione di sofferenza psicologica di un bambino affetto da Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (DDAI). La canzone, dal titolo “Argentovivo”, può aiutare nella comprensione di un problema molto diffuso, che sembra interessare circa il 5-6% dei bambini in età scolare, prevalentemente di sesso maschile.

Il DDAI è un disturbo caratterizzato da un livello di inattenzione, impulsività e iperattività non appropriate in relazione allo sviluppo. Una condizione che porta ad avere diverse difficoltà al bambino: dal rimanere seduto quando viene richiesto di farlo all’essere facilmente distratto da altri stimoli quando è necessario impegnarsi su un compito, dal seguire le istruzioni che gli vengono date all’interrompere o intromettersi in modo non adeguato durante un gioco o una conversazione, dal perdere o dimenticare il necessario per svolgere le attività a casa o a scuola al parlare in modo “eccessivo” rispetto ai compagni. In molte circostanze, inoltre, un bambino con questo disturbo può mettersi in condizioni di rischio senza rendersene conto, perché agisce senza pensare alle conseguenze.

Nel brano “Argentovivo”, forse per la prima volta, il mondo interiore dell’adolescente con DDAI è descritto in modo puntuale e attento, con una sensibilità che è propria dell’autore. Viene infatti data enfasi alla sofferenza di chi, costretto dalle condizioni in cui è nato, vive una vita di richiami, di imposizioni, di limitazioni e di “obblighi”, in cui l’essere “troppo vivace” viene non accettato e spesso punito e l’essere distratto viene considerato l’equivalente del non applicarsi.

L’adolescente finisce per credere di “essere sbagliato”, di avere qualcosa che non va rispetto a un mondo (esterno) che definisce la normalità in altro modo.

Il testo della canzone è duro, presenta l’animo lacerato di chi non è stato compreso e, soprattutto, non è stato aiutato a vivere la propria esistenza in modo normale. Un aiuto per quanti, a diverso titolo, come genitori, insegnanti, educatori, si trovano ad aver a che fare con l’“argento vivo” nella quotidianità: “Ho sedici anni ma è già da più di dieci che vivo in un carcere… Costretto a rimanere seduto per ore… Io che ero argento vivo e qui dentro si muore. Questa prigione corregge…”.

 

Esplorare la mente depressa

di Sabina Marianelli

Comprendere e curare la depressione con la psicoterapia cognitiva: un manuale a cura di Antonella Rainone e Francesco Mancini

Il gruppo di lavoro della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC), da diversi anni impegnato nella comprensione e nella cura dei disturbi depressivi, ha prodotto il volume di recente pubblicazione “La mente depressa. Comprendere e curare la depressione”, a cura di Antonella Rainone e di Francesco Mancini: un manuale che, avvalendosi delle ricerche evidence based e delle metanalisi degli ultimi venti anni, ha l’intento di presentare un aggiornamento degli approcci cognitivi alla depressione e illustrare il modello cognitivista di comprensione e cura della patologia.

In particolare, il manuale offre la possibilità di esplorare l’aspetto sia teorico sia pratico del problema, fornendo una visione molto ampia, descrittiva e funzionalista della depressione. Il cappello introduttivo sui dati epidemiologici di un disturbo che va sempre verso una maggiore diffusione prosegue presentando il valido contraltare della stessa, la resilienza, e dei percorsi terapeutici atti a incrementarla, per poi aprire un capitolo teorico sulla descrizione dettagliata della terapia cognitivo comportamentale di Aaron Beck, trampolino di lancio per presentare le ipotesi del gruppo di lavoro SPC. Il testo termina con un aggiornamento degli approcci per la cura – in particolare la Schema Therapy, l’ACT e la Compassion Focused Therapy – e per affrontare le ricadute depressive – la Well Being Therapy e la Mindfulness. L’ultimo capitolo, infine, introduce la frontiera interpersonale della terapia, che prende spunto da vari impianti teorici.

Le domande che guidano il lavoro sono due: come è fatta la mente depressa? Come possiamo portarla verso un funzionamento sano?
Si parte così dall’osservazione che una mente depressa si blocca a quella che è la normale reazione depressiva alla perdita di un bene/scopo, non riuscendo ad accedere all’accettazione a causa di alcune caratteristiche individuali o scorciatoie mentali (es. rimuginio, affect as information, problema secondario).

L’ingrediente fondamentale della terapia cognitiva è la costruzione di una “squadra” in cui il terapeuta lavora con il paziente, abbandonando l’ottica interpretativa, a vantaggio di uno studio, e la concettualizzazione del problema, che invece va affrontato insieme al fine di promuovere abilità sepolte dallo scompenso sintomatologico, che saranno i fattori protettivi per la persona. È quest’ultima a descrivere il problema, che il terapeuta inserisce in una cornice che lo rende più comprensibile: noi tutti abbiamo un funzionamento basato su scopi e aspettative, che se non raggiunti o disattesi generano dolore, che può diminuire con l’accettazione. Alcune persone non riescono ad accedere a questo stato a causa di un orientamento pessimistico della mente, di meccanismi di mantenimento che alimentano un circolo vizioso: già solo mostrare la traduzione grafica del problema, attraverso ciò che si definisce psico-educazione, favorisce un processo di normalizzazione e padronanza, oltre che mettere le fondamenta dell’alleanza con il terapeuta.

In quest’ottica, si può così parlare di lutto complesso, della ruminazione depressiva, del continuum teorico clinico tra normale reazione depressiva e disturbo, del legame con il senso di colpa, e infine illustrare vari protocolli e pratiche che intervengono sul problema.

Lo spazio esplorato dal testo a cura di Rainone e Mancini, e quindi il suo respiro, è molto ampio e allo stesso tempo maneggevole, come un buon manuale deve essere, poiché consente una lettura sia complessiva sia per singoli capitoli, ognuno dei quali apre un file che ha una propria autonomia epistemologica e utilità. Altro grande pregio è costituito dalla nutrita raccolta di studi evidence based e di metanalisi, fondamentale caratteristica del gruppo di lavoro SPC, che si pone da sempre in un’ottica tesa a colmare il gap esistente tra ricerca e pratica clinica.

Sono, dunque mangio (troppo)?

di Barbara Basile

 Quasi un terzo della popolazione adulta italiana è in sovrappeso e le cure, efficaci all’inizio, non perdurano nel tempo: come mai?

 In Europa, nel 2016, per una porzione che va tra il 15% e il 30%, la popolazione veniva identificata come obesa, con una percentuale particolarmente elevata in Paesi come la Gran Bretagna, la Repubblica Ceca e l’Ungheria. Nel 2012 in Italia oltre il 31% delle donne in età adulta era in sovrappeso e il 25% presentava una vera e propria obesità. Si parla di sovrappeso quando l’Indice di massa corporea (IMC) dell’individuo, valutato in base al peso in funzione dell’altezza, è tra 25 e 30, mentre si definisce “obeso” chi ha un IMC che supera il valore di 30.

Gli interventi volti a ridurre il sovrappeso e l’obesità includono sia trattamenti chirurgici, come l’inserimento di bypass gastrici, gastrectomie e bendaggio gastrico, sia terapie psicologiche come la cognitivo-comportamentale, affiancata dall’educazione alimentare e dall’incremento dell’attività fisica. Entrambi i tipi di trattamenti, anche combinati, risultano efficaci nel breve termine, ma purtroppo i risultati ottenuti, in termini di diminuzione di peso e modificazioni dello stile alimentare, non perdurano nel tempo. I motivi che spiegano la scarsa stabilità dei risultati iniziali sono poco chiari. Uno dei fattori che sicuramente gioca un ruolo è rappresentato dalla difficoltà dei pazienti a stabilizzare il nuovo regime alimentare, senza ricadere nei soliti circoli viziosi. È ragionevole ipotizzare che nell’individuo obeso o sovrappeso vi siano dei meccanismi di disfunzionali consolidati nel tempo e che questi in qualche modo interferiscano con il consolidamento dei nuovi apprendimenti.

Il modello psicoterapico integrato della Schema Therapy nasce negli USA con Jeffrey Young nel 2003, con lo scopo di curare disturbi emotivi e relazionali radicati nel tempo. Recentemente questo modello è stato usato come base per indagare le caratteristiche di personalità più radicate, definite come “schemi maladattivi precoci”, e le strategie di fronteggiamento alle avversità (definite come “coping mode”) in soggetti in sovrappeso, obesi o in generale in individui con grave dipendenza da cibo. Si è osservato che gli schemi più caratteristici di questi individui includono un profondo senso di isolamento sociale, non appartenenza ed esclusione, anche verso la famiglia, e un’immagine di sé come inadeguati e profondamente sbagliati, accompagnati da un generico senso di fallimento (in ambito scolastico/professionale).

In un recente lavoro di Francesco Mancini e collaboratori, è emerso che, rispetto a persone normopeso, quelle obese presentano schemi di abbandono (associati al timore di poter essere lasciati o alle separazioni in genere), dipendenza e sottomissione agli altri e una pervasiva difficoltà a esercitare l’autocontrollo e a tollerare momenti di frustrazione e stati emotivi negativi. Le strategie di fronteggiamento/coping, solitamente sviluppate negli anni infantili e adolescenziali come risposte adattive all’ambiente, facevano principalmente riferimento all’evitare, presumibilmente tramite il potere auto-consolatore del cibo, i propri vissuti negativi. A confermare questo dato, un’associazione positiva tra la frequenza delle abbuffate, l’intensità dei sintomi bulimici e la tendenza all’evitamento emotivo (definito dalla letteratura come “mode del protettore”), solamente nei soggetti obesi. Un ultimo dato interessante ha rivelato che sembra proprio che siano i comportamenti di evitamento i principali responsabili nel mediare la relazione tra gli schemi disfunzionali (di abbandono, abuso, sia emotivo che fisico, la sottomissione e l’autocontrollo insufficiente) e la frequenza delle abbuffate.

Questo dato è coerente con alcuni studi che hanno indagato l’effetto della strumentalizzazione del cibo (instrumental feeding) usato dai genitori in età infantile. È stato dimostrato come l’utilizzo del cibo come premio o punizione da parte dei genitori verso i bambini sia associato, in età adulta, all’alimentazione emotiva, alla tendenza a spiluccare, alla sovra-alimentazione, alla bulimia e al sovrappeso in genere. Queste evidenze confermano l’utilità di approfondire e intervenire sugli schemi di personalità radicati nel tempo e sulle abitudini alimentari che si sviluppano precocemente sotto forma di strategie di fronteggiamento nei pazienti obesi per incrementare l’efficacia dell’intervento.

Riferimenti

Basile B, Tenore K., Mancini F. “Maladaptive schemas, modes and coping strategies in overweight and obesity”, I Congresso Nazionale di Schema Therapy, Ottobre 2018, Roma

Cyberbullismo. Un fenomeno virale

di Sonia Di Munno

Definizione, diffusione e soggetti a rischio. Tratti psicologici e sociali del cyberbullo

La crescita nella disponibilità dei dispositivi elettronici e l’uso dei social media per comunicare con il gruppo di pari, conosciuti e non, sono diventati ormai una consuetudine di tutti i giorni. Questo fenomeno sociale si è anche sviluppato di pari passo con il cyberbullismo, una manifestazione di bullismo attuato attraverso la rete.
Il professore di genetica comportamentale dell’università di Leicester, Charalambos P. Kyriacou, definisce il cyberbullismo come la “trasmissione per via elettronica di umilianti, angoscianti e minacciosi messaggi e immagini offensive che colpiscono un particolare individuo o un gruppo di individui”. Il fenomeno è molto diffuso, basti pensare che in Italia su 819 studenti intervistati, ben il 16,2% ne è stato vittima. Inoltre, sembra che il coinvolgimento degli studenti nel cyberbullismo raggiunga il suo picco tra i 12 e i 14 anni e che ci sia una polarizzazione verso il genere femminile.
Presa consapevolezza di queste statistiche, è importante approfondire il perché alcuni studenti siano inclini a questo comportamento problematico, mentre altri (fortunatamente ancora la maggioranza) non lo sono.
Una ricerca interessante ha cercato di tracciare la psicologia del cyberbullo, indagando degli aspetti specifici: se il cyberbullo agisca per esibizionismo o in modo solitario e privato; se l’attacco è alimentato da un odio o vendetta personale verso la vittima conosciuta o se è dovuta a una mancanza di empatia verso gli altri o se a un discontrollo nell’utilizzo dei social media.

Nella definizione classica di bullo, sono quattro gli aspetti che i ricercatori hanno individuato:

  • il comportamento del bullo causa angoscia e tristezza nella vittima;
  • il bullo è più potente della vittima;
  • la vittima viene ripetutamente bersagliata dal bullo;
  • il bullo vuole causare intenzionalmente angoscia e paura nella vittima.

Questi aspetti nel contesto del cyberbullismo sono molto più complessi. La ricerca ha dimostrato che il fenomeno in rete differisce dal bullismo tradizionale in modo importante in quanto nel cyberbullismo è meno presente un coinvolgimento empatico del danno che si sta inferendo (mancando il rapporto face-to-face che permette di vedere la conseguenza del proprio comportamento sull’altro) e avendo una minore consapevolezza  morale (riducendosi a un atto afinalistico). Nell’aggressore si sono riscontrati anche più bassi livelli di empatia cognitiva (capire le emozioni e gli stati altrui) e di empatia affettiva (rispondere affettivamente agli stati emotivi delle altre persone). Anche il disimpegno morale è un fattore significativo per tale comportamento: per disimpegno morale si intende il processo di autoregolamentazione per cui l’aggressore si deresponsabilizza di fronte all’aggressione inferta cambiando le credenze e la valutazione dell’atto stesso (per esempio, con giustificazioni, responsabilità condivisa o esterna, minimizzando il danno arrecato, incolpando la vittima, ecc.).
Si sono delineate cinque tipologie psicologiche del cyberbullo: il cyberbullo socievole, il cyberbullo solitario, il cyberbullo narcisistico, il cyberbullo sadico e il cyberbullo moralmente orientato.
Il cyberbullo socievole è colui che ha la finalità di divertirsi e far divertire i suoi amici, la vittima è spesso inconsapevole e non sa delle immagini o messaggi offensivi che lo riguardano.
Il cyberbullo solitario ha pochi amici e passa la maggior parte del tempo su internet e le sue vittime possono essere sia persone conosciute nella realtà sia, molto spesso, persone sconosciute o anche personaggi famosi, che possono trasformarsi in vere e proprie ossessioni.
Il cyberbullo narcisista è attratto dal desiderio di esercitare potere sulla vittima, è prepotente e arrogante, prova orgoglio nel potere che internet gli può procurare ed è attratto dal desiderio di essere visto e ammirato. È il più pericoloso in quanto cerca immagini o video sempre più sensazionali sulla vittima in modo che diventino virali e accrescano la sua sensazione di gloria e potenza.
Il cyberbullo sadico si diverte nell’infliggere disagio e angoscia alla vittima e, anche senza vederla, prova soddisfazione e compiacenza nell’immaginare la sofferenza inferta all’altro.
Il cyberbullo moralmente orientato ha un comportamento finalizzato nel fare giustizia su una azione ricevuta dalla vittima o su un comportamento giudicato deplorevole. È mosso da un desiderio di vendetta, rivincita, giustizia o invidia nei confronti della vittima.
I confini tra queste classificazioni non sono ben delineati e spesso nel cyberbullo coesistono più tipologie.
Una migliore comprensione di questi tipi di cyberbullismo potrà assicurare delle migliori strategie da utilizzate per prevenire il cyberbullismo e capire le caratteristiche psicologiche (sia personali sia sociali) che sostengono tale comportamento.

Per approfondimenti:

Kyriacou, Chris (2016) A Psychological Typology of Cyberbullies in Schools. Psychology of Education Review. ISSN 1463-9807.

Namin Shin, EdD, and Hwasil Ahn (2015) Factors Affecting Adolescents’ Involvement in Cyberbullying: What Divides the 20% from the 80%,Cyberpsychology, behavior, and social networking; Volume 18, Number 7,DOI: 10.1089/cyber.2014.0362

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Effetti di esperienze negative precoci

di Miriam Miraldi

Schemi maladattivi nel Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una condizione clinica caratterizzata da pensieri o impulsi indesiderati, che definiamo “ossessioni”, e dai tentativi di ridurre o neutralizzare l’ansia attraverso compulsioni – mentali o comportamentali – di tipo ritualistico. Le linee guida indicano come interventi elettivi la terapia comportamentale, con l’uso di tecniche di esposizione quali l’ERP (Exposure and response prevention), e la terapia farmacologica (principalmente inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, SSRI). Tuttavia, il 50% dei pazienti non risponde in modo soddisfacente a queste forme di trattamento e inoltre, persone con DOC che presentano in comorbidità disturbi di personalità o gravi difficoltà interpersonali ricevono meno benefici dalla tradizionale terapia cognitivo-comportamentale (CBT); questo sembrerebbe dipendere anche dalle difficoltà che tali pazienti manifestano nell’accedere alle loro stesse emozioni.

La Schema Therapy (ST) ideata dallo psicoterapeuta Jeffrey Young è un approccio di terza generazione, integrato, che armonizza le strategie della CBT con modelli legati alla teoria dell’attaccamento, l’analisi transazionale, la gestalt e la psicoanalisi delle relazioni oggettuali. Young identifica 18 Schemi Maladattivi Precoci, ovvero temi generali e pervasivi relativi al sé e all’altro, costituiti da ricordi, emozioni, sensazioni corporee e pensieri, e che si strutturano a partire dal temperamento di base, dalle esperienze frustranti e da bisogni non soddisfatti dai caregiver nell’età dello sviluppo. A partire dagli schemi maladattivi, si sviluppano anche i mode, definiti come stati emotivi intensi che si verificano quando gli schemi vengono attivati e includono le strategie di coping adottate. Per gestire il disagio derivante dall’attivazione degli schemi, gli individui sviluppano stili di coping specifici che rappresentano “strategie di sopravvivenza” e che includono, ad esempio, la “resa” (sottomissione a relazioni di abuso o trascuratezza), l’evitamento (dissociazione, evitamento comportamentale, uso di sostanze o altre strategie per evitare il contatto con bisogni emotivi) e l’ipercompensazione (es. il tentativo di controllare gli altri o le situazioni, oppure la ricerca di approvazione).

La ST nasce come trattamento per difficoltà relazionali, ma ha mostrato efficacia anche su Disturbi di Asse I. Specifici schemi e mode sono stati proposti per diversi disturbi e Ellen Gross ha presentato una formulazione per il DOC secondo l’approccio ST. A tal proposito, Katia Tenore e colleghi hanno indagato il ruolo degli schemi, dei mode e degli stili di coping in 51 soggetti non clinici che presentavano alti sintomi di DOC e li hanno confrontati con un gruppo di controllo di soggetti senza questa sintomatologia. Nel gruppo che presentava precise peculiarità per le caratteristiche del DOC, sono stati identificati Schemi Maladattivi prevalenti quali “sfiducia/abuso”, “vulnerabilità al pericolo” e “standard severi/ipercriticismo”, che hanno conseguentemente attivato in misura maggiore specifici mode, in particolare “genitore esigente” e “bambino vulnerabile” (che prova emozioni negative come tristezza, solitudine, colpa, vergogna), e stili di coping disfunzionali, come l’evitamento.

Lo schema “sfiducia/abuso” si riferisce al fatto che il soggetto viva con l’aspettativa che gli altri intenzionalmente lo possano ferire, umiliare, manipolare o approfittarne. Le persone con questo schema verosimilmente hanno subito forme di abuso, sono state trattate in modo ingiusto oppure hanno ricevuto sistematicamente severe punizioni da parte dei loro caregivers; infatti, diversi studi riportano che molti pazienti con DOC presentano esperienze traumatiche durante l’infanzia. Il clima familiare descritto dai pazienti ossessivi risulta molto centrato sulla moralità e sul rispetto rigido di norme; inoltre spesso queste persone ricordano le reazioni genitoriali come distanzianti e caratterizzate da espressioni facciali di diniego, come “mettere su il muso”. Il mode “bambino vulnerabile” può sorgere in risposta a un messaggio punitivo o critico dettato dall’aver commesso errori o dal non aver raggiunto determinati standard elevati. In queste persone, anche la paura di essere rimproverati, criticati o umiliati quando si commette un errore può dunque spiegare la presenza dello schema di sfiducia/abuso nel DOC.

Lo schema “standard severi/ipercriticismo” si basa sulla convinzione di dover puntare al massimo e di dover evitare critiche. È caratterizzato da un senso di pressione verso se stessi e si attiva con il mode “genitore esigente”, che spinge verso obiettivi irrealisticamente alti, portando a comportamenti ipercontrollanti e perfezionistici, al fine di evitare errori e prevenire un senso generale di insuccesso; queste modalità possono spiegare i comportamenti compulsivi dei pazienti, come il controllo, i lavaggi e la ruminazione.

L’altro schema che si è mostrato attivo nel gruppo di partecipanti che mostravano sintomi ossessivo-compulsivi è la “vulnerabilità al pericolo”, intesa come suscettibilità sia a fattori interni (es. i propri pensieri) che esterni (es. un timore di contaminazione), in riferimento al timore esagerato connesso alla credenza di una catastrofe imminente.

L’identificazione di specifiche caratteristiche di personalità nel DOC può avere importanti implicazioni cliniche. La presenza dello schema di sfiducia/abuso, ad esempio, potrebbe avere un ruolo ostativo nella costruzione di un’alleanza terapeutica sicura, mentre lo schema degli standard elevati potrebbe portare i pazienti a lottare per obiettivi non realistici o perfezionistici, anche all’interno della terapia stessa. Inoltre, affrontare il tema delle modalità genitoriali esigenti e punitive costituisce un importante lavoro sulla vulnerabilità storica e rappresenta un ulteriore aspetto rilevante nel trattamento del DOC, poiché queste sembrano essere fortemente associate ai comportamenti compulsivi, che rappresentano il modo disfunzionale di far fronte a tali regole genitoriali introiettate. In sintesi, la Schema Therapy sostiene come esperienze negative precoci nella storia di vita di una persona possano divenire sensibilizzanti rispetto a specifici contenuti cognitivi ed emotivi tipici di alcuni disturbi, come ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo. 


Per approfondimenti

Tenore, K., Mancini, F., & Basile, B. (2018). Schemas, modes and coping strategies in obsessive-compulsive like symptoms. Clinical Neuropsychiatry15(6).

Gross, E., Stelzer, N., & Jacob, G. (2012). Treating OCD with the schema mode model. In The Wiley-Blackwell Handbook of Schema Therapy (pp. 173-184). John Wiley & Sons, Ltd., Oxford.