I depressi sono più sensibili ad emozioni negative o provano meno emozioni positive?

di Roberta Trincas

Tempo fa mi è capitato di leggere Emotion and Psychopathology (Rottenberg  e Johnson, 2007), un libro molto interessante che comprende diverse teorie e studi sul ruolo che le emozioni hanno nello sviluppo della sintomatologia di diversi disturbi mentali. Per esempio, si fa riferimento al fatto che un’emozione può essere causa di sintomo quando ha un’eccessiva intensità (es. disturbi d’ansia), è di lunga durata (es. nella depressione, la tristezza e l’anedonia permangono nel tempo), o interferisce sui processi cognitivi (memoria, attenzione, ecc). Leggi tutto “I depressi sono più sensibili ad emozioni negative o provano meno emozioni positive?”

Senti che puzza…d’ansia!

di Carlo Buonanno

Ad occhi ed orecchie inesperte sembra impossibile che situazioni sociali complesse come un crimine, la perdita di una persona cara o una condotta prosociale possano essere decodificate anche grazie al naso. Una conferma che se vedi oltre il tuo naso, sentirai puzza d’ansia, oppure odore di felicità, arriva da un recente studio pubblicato sull’ultimo numero di Emotion.

Ricercatori dell’università di Dresda hanno chiesto a 119 soggetti a quali odori e/o immagini fossero associate le emozioni di base (sono felice se odoro…) ed hanno costruito classi di appartenenza di odori ed immagini, in relazione alle risposte fornite. In questo modo hanno ottenuto 7 classi evoluzionisticamente fondate: Natura, Piante, Animali, Umani, Cultura, Morte, Cibo. Tra gli obiettivi dello studio, testare due canali apparentemente concorrenti: vista ed olfatto. E la vista vince, ma non di tanto. Leggi tutto “Senti che puzza…d’ansia!”

L’errore di Darwin

di Carlo Buonanno

Dopo Cartesio, tocca a Charles Darwin. Il quale si starà chiedendo se le differenze non siano relative alla sintassi, piuttosto che al riconoscimento delle emozioni. In ogni caso, credo sia utile segnalare un interessante esperimento condotto dall’università di Cambridge, nell’ambito del progetto Darwin. Esperimento che, a detta dei ricercatori, dimostrerebbe l’errore che lo scienziato anglosassone avrebbe commesso nel considerare innate alcune emozioni di base. Con l’aiuto del web, gli autori hanno sottoposto le foto utilizzate nel noto esperimento condotto con Duchenne e, loro malgrado, pare abbiano ammesso che i risultati contraddicano l’assunto secondo il quale tutti gli esseri umani condividono alcune emozioni di base. Il numero di parole utilizzate per descrivere una sola emozione è la misura del fallimento. Non una, ma 1500. Troppe? Forse…

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Testimonianze ed esperienze di pazienti

Sul sito della rivista Psicoterapeuti In Formazione, è presente la sezione “testimonianze“, dedicata alla pubblicazione di racconti di esperienze di malattie psicologiche o fisiche.

La pubblicazione di queste testimonianze ha una duplice finalità. Da un lato si vuole offrire ai pazienti, o comunque a persone che vivono un disagio psicologico, un’occasione di confronto e condivisione di esperienze simili, anche se attraverso uno scritto. Dall’altro si vuole mettere a disposizione degli psicoterapeuti in formazione, e in generale di chi si occupi di salute mentale, degli scritti che, a nostro giudizio, illuminano bene gli stati mentali ed emotivi che accompagnano un disturbo psicologico o una malattia fisica.

http://www.psicoterapeutiinformazione.it/testimonianze-ed-esperienze-di-pazienti.html

Emozioni: individuate le aree cerebrali attivate dal senso di colpa ricadute positive in ambito neurologico, psichiatrico e riabilitativo

Uno studio italiano, condotto a Roma dall’IRCCS Fondazione Santa Lucia in collaborazione con l’Associazione di Psicologia Cognitiva, ha investigato le correlazioni tra aree cerebrali e senso di colpa nelle sue componenti deontologica e altruistica. I risultati, già disponibili on line, saranno pubblicati sulla rivista internazionale Human Brain Mapping. A condurre la ricerca è stato Marco Bozzali, insieme a Barbara BasileFrancesco ManciniEmiliano MacalusoCarlo Caltagirone Richard S.J. Frackowiak.

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La “Scuola Romana” di psicoterapia cognitiva

di Gianluca Chiesa

Nel 1978, grazie all’iniziativa di Vittorio Filippo Guidano, Giovanni Liotti, Mario Antonio Reda, Francesco Mancini, Gabriele Chiari e Georgianna Gladys Gardner, nasce a Roma, in via degli Scipioni 245, il “Centro di Psicoterapia Comportamentale”, sede storica che, nei primi anni Ottanta, trasformerà il nome in “Primo Centro di Terapia Cognitiva”. Francesco Mancini, Maurizio Dodet, Toni Fenelli, Georgianna Gladys Gardner, Mario Antonio Reda, e altri soci del “Primo Centro di Terapia Cognitiva”, ai quali si aggiunse, successivamente, Francesca Righi, fondano, nel 1992, l’Associazione di Psicoterapia Cognitiva (Apc), istituzione a cui afferiscono i diversi centri di terapia cognitiva romani.

Il percorso che porta alla costituzione della “Scuola romana di psicoterapia cognitiva” ha inizio alla fine degli anni Sessanta, quando all’interno dell’Istituto di Psichiatria dell’Università “La Sapienza” di Roma, diretto da Giancarlo Reda, si forma, attorno a Vittorio Filippo Guidano e Giovanni Liotti, un gruppo di specializzandi che inizia ad interessarsi in modo sistematico allo studio e all’applicazione clinica di quell’“approccio globale che si poneva come un tentativo di revisione scientifica della psicoterapia breve sulla base dei principi dell’apprendimento e dei risultati della psicologia sperimentale” (Sanavio, 1981) definito Terapia del Comportamento (Behaviour Therapy)[1]. Questo orientamento, essendo fondato sui criteri epistemologici del Neopositivismo logico, elaborati dal “Circolo di Vienna”, e dell’Operazionismo di Percy Williams Bridgman, sembrava consentire lo sviluppo di un percorso di ricerca clinica, sul funzionamento normale e patologico dell’individuo, che fosse coerente con la metodologia delle scienze più evolute e in linea con i presupposti della moderna filosofia della scienza.

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Perché non sono diventato post razionalista

di Francesco Mancini

Premessa.

Le riflessioni che seguono sono state presentate al Convegno “il cognitivismo post razionalista di Vittorio F. Guidano”, Milano, 20-21 marzo 2009, su invito e proposta della Prof. Valeria Ugazio, direttrice della Scuola di Psicoterapia Sistemica EIST e promotrice del Convegno stesso.

Alcune convergenze

Come suggerito dal titolo svolgerò delle considerazioni critiche nei confronti del post razionalismo, tuttavia non posso non premettere alcune convergenze con il post razionalismo ma soprattutto con le posizioni di Vittorio Guidano precedenti alla svolta post razionalista. In particolare mi preme sottolineare tre punti:

  • Il sintomo è riportato alla persona e alla dinamica complessiva della sua esistenza e non considerato come un fenomeno isolato e svincolato dal resto. In questo vi è, di fatto, una tendenziale differenza dalla la terapia cognitiva standard (TCS), dove il sintomo appare come un fenomeno sostanzialmente poco inserito nell’esistenza della persona e che, per essere compreso, non necessita di essere inquadrato nelle tematiche fondamentali dell’identità personale del paziente, delle sue relazioni più significative, dei suoi temi di vita, della sua esistenza e della sua storia. Ad esempio, il disturbo di panico, alla cui spiegazione comprensione la TCS ha fornito, peraltro, un enorme contributo sperimentale e terapeutico, sembra essere considerato principalmente per il suo profilo interno, mentre, almeno nella mia opinione, resta largamente sottovalutato il profilo esterno, cioè il senso che l’attacco di panico ha nella vita e nell’identità del paziente.
  • Il tentativo di fornire modelli di funzionamento per i diversi quadri psicopatologici. Contrariamente a quanto accade nella maggior parte di altri approcci psicoterapeutici, sia nel post razionalismo sia nella TCS, e ancor più nel Cognitivismo Clinico, vi è un’enorme attenzione allo studio dei meccanismi psicopatologici delle diverse sindromi e non solo alla teoria e alla tecnica dell’intervento. Nell’ambito del Cognitivismo Clinico tale tentativo è realizzato tramite la cosiddetta Experimental Psychopathology, e, dunque, su solide basi scientifiche. Infatti, esiste una vastissima produzione scientifica sui meccanismi di genesi e di mantenimento dei disturbi psicopatologici. E ciò appare assai opportuno: chi, infatti, andrebbe a farsi curare una malattia da un medico che conoscesse solo i farmaci e le loro indicazioni ma non sapesse nulla dell’anatomia patologica e della fisiopatologia della malattia in questione?  Di fatto ciò accade in medicina, poiché non di tutte le malattie è noto il funzionamento, ma certamente tale stato di cose è vissuto come negativo e s’investe per superarlo.
  • Il tentativo di fondare le conoscenze i modelli della psicopatologia sulla psicologia del normale. Per quanto possa sembrare strano, almeno ai miei occhi, si osserva che tra gli psicoterapeuti dei più diversi orientamenti vi è una sostanziale indifferenza per la psicologia del normale e, anzi, è diffusa l’idea che si possa e debba comprendere il normale a partire dal patologico. Ora, è indubbio che la conoscenza della sofferenza patologica possa avvantaggiare la comprensione di come funziona la mente ma è altrettanto indubbio che per comprendere e spiegare la psicopatologia sia indispensabile il ricorso alle conoscenze di psicologia al momento disponibili. Solo la conoscenza di sistematiche illusioni positive nei normali ha permesso, infatti, di mettere a fuoco il cosiddetto realismo depressivo (Alloy, Taylor). Solo la conoscenza del ruolo normale delle euristiche consente il superamento dell’idea che la patologia possa essere ricondotta ad errori di pensiero (Mancini e Gangemi, 2002).

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III Forum sulla Formazione in Psicoterapia

Se è vero che le idee migliori sono proprietà di tutti, allora il III Forum sulla Formazione in Psicoterapia  (Assisi, 27 e 28 Marzo 2009) ha rappresentato un ottimo esempio di come si fa a costruire e divulgare il sapere.

Organizzata dall’Associazione di Psicologia Cognitiva e dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva, in collaborazione con Studi Cognitivi, la due giorni di Assisi si è caratterizzata per la vivacità del dibattito, la qualità scientifica delle relazioni e l’autentico interesse di ciascuno per il lavoro dei colleghi.

Il senso dell’iniziativa era legato all’obiettivo di suscitare negli allievi una maggiore consapevolezza del legame tra clinica e ricerca in psicoterapia e prima ancora tra gli assunti della psicologia sperimentale dei processi normali e l’insorgenza di sofferenza psichica, traguardo largamente raggiunto, così come testimoniato dai lavori presentati. In questo senso, possiamo dire di aver conseguito l’obiettivo che la scuola continua a perseguire da anni e che vede impeganti direttore e didatti e cioè privilegiare metodi di insegnamento che riconoscano grande valore alla conoscenza e alla ricerca scientifica, proposito che negli anni è stato realizzato anche grazie all’organizzazione di congressi, giornate di studio e seminari che hanno visto dibattere alcuni tra i più importanti protagonisti della psicologia e della psicoterapia internazionale.

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