Centro di Ricerca Disturbo da Accumulo: stiamo arruolando pazienti da intervistare

di Claudia Perdighe

Quanti pazienti ci capita di avere con sintomi da accumulo? Pazienti la cui vita è peggiorata da un rapporto disfunzionale con gli oggetti? Pazienti caratterizzati dalla difficoltà a separarsi dagli oggetti o che comprano o acquisiscono in altro modo una quantità esagerata di oggetti? E quanti tra i nostri amici presentano questi comportamenti?

Quando si pensa ad una persona con Disturbo da Accumulo, tipicamente viene in mente una persona anziana, abbastanza isolata e sola, non particolarmente brillante (o non più) e di condizione culturale ed economica bassa. Probabilmente questo accade perché siamo condizionati da stereotipi che ci vengono dalla TV o dai film. Eppure è sufficiente citare Andy Warhol, il creatore della Pop Art, le cui opere sono esposte nei più importanti musei del mondo, come esempio di rapporto piuttosto particolare con gli oggetti, per avere tutt’altra immagine del disturbo.Andy

Tra le tante bizzarrie di Warhol (si pensi al fatto che, secondo i biografi, viveva in una casa di 5 piani nella quale solo due stanze erano di fatto vivibili, ovvero non piene di oggetti) ci sono le “capsule del tempo”: nascono per caso dopo un trasloco, quando è costretto a mettere in scatole da pacchi i suoi oggetti; da quel momento nasce l’abitudine di tenere una scatola accanto alla sua scrivania, in cui periodicamente rovescia tutto il contenuto della sua scrivania, per poi chiuderla e datarla. Quando è morto ha lasciato più di 600 Capsule del Tempo. Dentro si trova di tutto: da banconote, a giornali, a torsoli di mele. In questo modo Warhol trasforma in oggetti artistici un il bisogno di conservare.

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Informare chi informa…

di Antonella D’Innocenzo

Lo scorso 6 febbraio, presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie del CNR di Roma, si è tenuto il Convegno “Cibo, corpo e Psiche”, i disturbi dell’alimentazione, organizzato dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva, APC e SPC, e da Scienza in Rete, con la collaborazione dell’ISTC-CNR e il patrocinio della sezione regionale Lazio della Società Italiana di terapia Comportamentale e Cognitiva. Obiettivo del corso è stato quello di presentare e divulgare una corretta ed efficace informazione scientifica sulla definizione e il trattamento dei Disturbi Alimentari, definiti “emergenti” dai media. I destinatari dell’evento sono giornalisti scientifici e studenti del Master in giornalismo scientifico.

La mattina si apre con l’introduzione di Cristiano Castelfranchi (ISTC-CNR) che fa chiarezza sulla definizione di Cognitivismo. L’accento è posto sull’importanza di considerare i meccanismi psicologici che sono alla base della condotta umana. In modo semplice ed efficace porta all’attenzione dei presenti i concetti di scopi, credenze e sistemi rappresentazionali che ci permettono di spiegare come il soggetto ragiona, sceglie, agisce. Per comprendere i processi che determinano certi comportamenti sia normali che patologici e per un intervento quindi efficace su di essi, la scienza non può prescindere dal considerare questi aspetti psicologici riducendo la spiegazione all’analisi biologica e neurologica del cervello. Solo attraverso una loro integrazione è possibile “spiegare”, cioè chiarire, quali sono e come funzionano i meccanismi sottostanti un certo fenomeno e che lo producono.

Prosegue Francesco Mancini (APC-SPC Roma) che illustra quale sia l’importanza di diffondere un’informazione ricca, completa e adeguata data la percentuale consistente di popolazione che soffre di disturbi psicopatologici. Il contributo che l’approccio psicoterapeutico può offrire alla cura dei disturbi mentali non dovrebbe essere sottovalutato dai mezzi di comunicazione come accaduto fin ora. Negli ultimi anni la crescita di questo contributo è da attribuire allo sviluppo della ricerca scientifica in psicoterapia, alla disponibilità di numerosi strumenti d’intervento e, per quello che riguarda la situazione italiana, all’istituzione delle scuole di Psicoterapia riconosciute dal Governo, le quali consentono di migliorare la qualità dei trattamenti e di aumentare l’offerta dei servizi per il cittadino e la loro fruibilità.

Vengono inoltre illustrati gli scopi della ricerca scientifica in psicoterapia, che vanno essenzialmente in tre direzioni: una ricerca di esito (Quale trattamento è efficace per quale disturbo?); una ricerca indirizzata alla comprensione dei meccanismi che sottendono le patologie (Come funziona la mente di un paziente che rischia di morire perché vuole essere magra e perché rinuncia al cibo?, cos’è che lo porta a compiere azioni disfunzionali?); infine, una ricerca che mira a comprendere cosa c’è nella psicoterapia che cura, perché funziona (Quali sono i meccanismi che entrano in gioco?)

Riccardo dalle Grave (Villa Garda, Verona) ribadisce la necessità di “dare informazione a chi deve dare informazione” e si addentra nella presentazione degli studi di efficacia e delle problematiche connesse alla definizione psicopatologica dei DCA. Espone i motivi dello sviluppo della CBT-E (enanched) e le sue caratteristiche. Sviluppata per far fronte ai limiti della CBT-BN la CBT-E adotta procedure e strategie per affrontare la psicopatologia non solo della Bulimia nervosa, ma anche dell’Anoressia nervosa e dei DA-NAS. Dettagliata la presentazione del trattamento originario, sviluppato per i pazienti in un setting ambulatoriale, e quella degli adattamenti sviluppati da lui e il suo gruppo di ricerca per gli adolescenti e per i setting più intensivi di cura. I dati da uno studio randomizzato e controllato indicano che la CBT-E è efficace sia per la BN sia per i DA-NAS non sottopeso. I risultati di studi eseguiti in Italia e in Inghilterra mostrano che la CBT-E è promettente anche per il trattamento dell’AN e dei pazienti ospedalizzati. Sfide future saranno quelle di: identificare i meccanismi di azione del trattamento, quali quelli attivi e quali i superflui; migliorare il tasso di risposta dei pazienti; disseminare il trattamento tra i clinici per promuoverne l’utilizzo e l’utilizzo efficace.

E’ la volta di Giuseppe Romano (APC-SPC, Roma) che interviene sui disturbi alimentari in età evolutiva. Dettagliatamente esposte le caratteristiche dei disturbi specifici della prima infanzia. L’attenzione è diretta in modo particolare ad evidenziare il rischio di eccesso di psichiatrizzazione di queste problematiche. Nella maggior parte dei casi esse evolvono favorevolmente in modo spontaneo; ciò permette di distinguerle dalle sindromi (in particolare anoressia e bulimia) di cui si può cominciare a parlare soltanto a partire dagli 8 anni di età (circa) e per cui è indicato uno specifico trattamento Cognitivo Comportamentale, illustrato nella seconda parte della presentazione.

Vengono esplicitati al pubblico i nuclei fondamentali della psicopatologia, i principali fattori di rischio e la definizione delle caratteristiche psicologiche presenti nelle relazioni genitori-figli con disturbi alimentari.

Conclude l’incontro Francesca Serrani (Spc, Ancona) con una presentazione che ha lo scopo di mostrare come la psicoterapia concettualizza un caso clinico. E’ il caso di una giovane donna, gravemente sovrappeso, con un disturbo borderline di personalità. Vengono discussi i sintomi, la diagnosi descrittiva ma soprattutto il funzionamento mentale della paziente in termini di credenze e scopi, le funzioni a cui la sintomatologia assolve e in che modo i problemi vengono mantenuti, per poi passare alla spiegazione dell’intervento e ai risultati ottenuti. La discussione chiara e semplice di un complesso caso conquista l’attenzione e alimenta l’interesse del pubblico nei confronti dei temi trattati

Le domande di approfondimento e chiarificazione poste dai giornalisti presenti ai relatori testimoniamo questo risultato.

Pietro Greco (giornalista scientifico, direttore della Scuola di Giornalismo Scientifico, direttore di Scienza in Rete) ringrazia per l’organizzazione della giornata, per le conoscenze che sono state elargite e si mostra entusiasta dell’inizio di una nuova possibilità: divulgare efficacemente l’informazione scientifica proveniente dalla ricerca e dalla clinica psicologica, e ha già in mente altri passi da compiere per andare in questa direzione.

Ci auguriamo che questo possa essere finalmente realizzabile.

Pulizia e dignità

di Francesco Mancini

In questo video, un veterano di guerra, barbone e alcolista è lavato, sbarbato e rivestito e, in pochi minuti, assume le apparenze di un distinto signore. La cronaca narra che, a seguito di questa trasformazione, abbia finalmente trovato qualcuno disposto a dargli un alloggio e abbia deciso di rivolgersi alla Anonima Alcolisti. 
Un vivido esempio di quanto la pulizia e il decoro dell’aspetto fisico possa essere importate al fine di sentirsi dignitosi (notate l’espressione di stupore positivo quando si guarda allo specchio a trasformazione compiuta) e considerati degni di appartenenza.
Più in generale, direi, un esempio della relazione che esiste fra la dimensione dello sporco e del pulito, cioè del disgusto, e la dignità che ci si riconosce e quella che ci riconoscono gli altri.
Tra le tante possibili implicazioni per la psicopatologia, mi sembra, che questo esempio getti una luce in più sul significato che la contaminazione da parte di sostanze disgustose possa avere per i pazienti ossessivi.

P.S. un ringraziamento alle dr.ssa Katia Tenore e Roberta Trincas che hanno rintracciato il video nel Web

A proposito di presenza cognitivista nei media

di Francesco Mancini

Giovedì 6 febbraio, a Roma nell’aula Piaget dell’ISTC-CNR Roma, si è svolto un primo corso di informazione scientifica dedicato a giornalisti scientifici e a studenti del Master in giornalismo scientifico.

L’evento è stato organizzato da Scuola di Psicoterapia Cognitiva, APC e SPC, e da Scienza in Rete (dr. Pietro Greco) con la collaborazione dell’ISTC-CNR e il patrocinio della sezione regionale Lazio della Società Italiana di terapia Cognitiva e Comportamentale.
Lo scopo del corso è stato illustrato da Pietro Greco (giornalista scientifico, già direttore della Scuola di Giornalismo Scientfico, direttore di Scienza in Rete e collaboratore di numerose e importanti testate nazionali), da Cristiano Castelfranchi  (ISTC-CNR) e da Francesco Mancini (APC-SPC, Roma): portare la ricerca sui processi psicopatologici e sugli esiti, che caratterizza il cognitivismo clinico, alla attenzione del giornalismo scientifico, per contribuire  alla divulgazione di una corretta informazione che non sia schiacciata tra il riduzionismo della psichiatria neurologica, il semplicismo con cui spesso si parla di psicoterapia e la ricercatezza intellettuale di molta psicoanalisi.

Il corso è stato dedicato ai disturbi alimentari.

Riccardo Dalle Grave (Villa Garda, Verona) ha presentato un’ampia rassegna delle problematiche connesse alla definizione psicopatologica dei DCA e degli studi di esito della terapia dei DCA, illustrando, in modo chiaro e onesto, pregi e limiti della psicoterapia dei DCA, ma dando anche una rappresentazione articolata e solida di un approccio scientifico ai problemi della salute mentale.

Giuseppe Romano (Scuola di Psicoterapia Cognitiva, APC e SPC, Roma) ha presentato una ricca disanima dei diversi disturbi alimentari dalla prima infanzia alla adolescenza, evidenziando alcuni nuclei problematici. Tra questi, la presenza di disturbi alimentari specifici della prima infanzia, il rischio di eccesso di psichiatrizzazione di disturbi che evolvono favorevolmente in modo spontaneo, la complessità dei percorsi evolutivi dei bambini con disturbi della alimentazione.

Francesca Serrani (Scuola di Psicoterapia Cognitiva, SPC, Ancona) ha presentato il caso di una giovane donna gravemente sovrappeso per ripetute abbuffate, con un disturbo border line di personalità. Interessantissima l’accurata analisi delle molteplici motivazioni delle abbuffate.
Il corso è stato seguito con grande interesse e partecipazione.
Un primo passo, dunque, dell’apertura del Cognitivismo Clinico al giornalismo scientifico italiano.

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Cosa succede nel cervello quando memorizziamo e ricordiamo eventi emotivamente intensi?

di Barbara BasileBasile

Capire cosa succede nel nostro cervello quando memorizziamo o quando rievochiamo episodi emotivi può essere fondamentale per comprendere e relazionarci a disturbi emotivi come il disturbo post-traumatico da stress, i disturbi dell’umore e a problemi legati a eventi stressanti. Nell’ambito delle neuroscienze molti studi dimostrano che nel registrare e nel ricordare eventi emotivamente intensi vengono coinvolte aree cerebrali come l’amigdala, i lobi temporali mediali, l’ippocampo e la corteccia prefrontale. Comprendere meglio i meccanismi che sottostanno ai processi mnestici può essere utile nella gestione, in terapia, dei ricordi dolorosi dei pazienti.

È noto, ad esempio, che è molto più facile consolidare (encoding) e rievocare ricordi emotivamente intensi (alto arousal), rispetto a eventi neutri. Prova della maggiore efficacia nell’encoding di eventi emotivamente rilevanti (rispetto a quelli neutri) si rileva anche dalla registrazione di una maggiore attività cerebrale nell’amigdala e nei lobi temporali mediali (Dolcos et al., 2012).

L’amigdala sembra essere coinvolta anche nella rievocazione di eventi emotivi personali, quanto meno per eventi autobiografici recenti, rispetto a ricordi personalmente meno rilevanti (i.e., ricordi emotivamente intensi di una partita di baseball rievocata a distanza di pochi giorni da tifosi appassionati; Botzung et al., 2010). Purtroppo ancora non ci sono studi che analizzano la risposta cerebrale durante la rievocazione di ricordi personali rilevanti più remoti (i.e., ricordi infantili). È comunque stato osservato che durante la rievocazione corretta di ricordi emotivamente intensi, la connessione tra l’amigdala e i MTL è maggiore di quanto non accada nel caso in cui si rievochi un evento in modo sbagliato (Dolcos et al., 2005).  Ciò sembrerebbe dipendere dal fatto che ricordare eventi emotivamente intensi facilita una rievocazione corretta (favorendo il ricordo di aspetti contestuali, relativi al dove, quando e perché), e, a sua volta, ricordare la cornice in cui l’evento è inserito facilita il richiamo dello stato emotivo collegato all’episodio (ciò spiegherebbe anche l’utilità di alcune tecniche psicoterapiche, come quella dell’Imagery with Rescripting usata nell’ambito della Schema Therapy; Arntz et al., 2012).

Il consolidamento e la rievocazione della valenza specifica di un ricordo sembra coinvolgere regioni cerebrali distinte. Congiuntamente all’amigdala, la corteccia prefrontale mediale (medPFC) si attiva soprattutto nel caso di ricordi a valenza positiva, probabilmente perché la PFC è tipicamente coinvolta nei processi di gratificazione (reward) e nelle relazioni sociali, anche queste fondamentali nell’elaborazione dei ricordi che, quindi, ci permettono di attenerci alle norme e convenzioni sociali (i.e., saper distinguere e ricordare cosa è bene e cosa è male; Tsukiura et al., 2011a, 2011b, 2012). Di contro, l’elaborazione della valenza di ricordi negativi sembra essere mediata soprattutto dall’ippocampo/MLT e dall’insula, oltre all’amigdala.

Inoltre, da diversi studi sembrerebbe che l’intensità emotiva di un ricordo sia associata all’attività cerebrale in singole aree, mentre la valenza affettiva si rispecchia maggiormente nell’intensità della connessione tra regioni diverse, forse perché, in questo caso, è necessario attingere a processi mentali più complessi.

La memorizzazione e la rievocazione di episodi emotivamente intensi viene mediata anche da una serie di fattori individuali legati alle caratteristiche di personalità, al genere e all’età. Ad esempio, soggetti con livelli elevati di neuroticismo, e quindi più vulnerabili allo sviluppo di disturbi affettivi, hanno più facilmente accesso a ricordi negativi, mentre chi è più estroverso predilige eventi a valenza positiva. A livello neuronale, infatti, individui più neurotici mostrano una attività cerebrale più intensa nell’amigdala e nell’ippocampo/MLT e l’intensità di questa attivazione correla positivamente con l’intensità dei livelli di neuroticismo.

In relazione alle differenze di genere, è noto che le donne sono più emotive, riescono ad esprimere meglio le emozioni e hanno una maggiore “esperienza/memoria emotiva”, rispetto agli uomini. Tale differenza si può riscontrare anche a livello cerebrale, osservando una specializzazione emisferica dell’amigdala (sinistra verso destra), fattore che sembra dipendere dalla specificità dei processi di consolidamento dei ricordi. Nell’encoding, infatti, le donne solitamente prediligono strategie specifiche e di tipo verbale (elaborate dall’emisfero sinistro), mentre gli uomini usano strategie globali, di tipo visuo-spaziale (processate dall’emisfero destro).

Infine, anche l’età sembra avere un ruolo nei processi di memorizzazione emotiva. All’aumentare dell’età, infatti, si osserva un bias affettivo positivo che favorisce una maggiore rievocazione di episodi positivi (rispetto a quelli negativi) e la ri-elaborazione in chiave più positiva dei ricordi negativi.  Anche questo vantaggio dovuto all’età dipenderebbe dal nostro cervello. Solitamente, infatti, con l’aumentare dell’età le aree posteriori (come i MTL e l’ippocampo) vengono attivate di meno, mentre cresce il coinvolgimento di aree anteriori (come la PFC), maggiormente implicate nell’elaborazione di ricordi a valenza positiva (Davis et al., 2008) e nel consolidamento di strategie di regolazione emotiva più efficaci (Mather & Knight, 2005), che richiedono capacità cognitive complesse.

Anche se i progressi nell’ambito delle neuroscienze hanno permesso una migliore comprensione dei processi neuronali coinvolti nell’elaborazione dei ricordi affettivi, rimangono ancora parecchie questioni irrisolte. Ad esempio, qual è il ruolo delle strategie di regolazione emotiva nella memoria affettiva? Che ruolo ha l’amigdala nell’elaborazione di eventi emotivi futuri? Così come resta da approfondire il ruolo di caratteristiche individuali legate alla personalità o al sesso. La risposta a questi quesiti potrebbe aiutare a comprendere meglio le variabili individuali o le strategie di coping che è necessario considerare o favorire (ad esempio in psicoterapia) nell’affrontare ricordi dolorosi che possono concorrere nell’esordio e nel  mantenimento di alcuni disturbi psichici.

“Regolazione emotiva: causa, conseguenza, mediatore o moderatore nella psicopatologia?”

di Katia Tenore

Riflessioni direttamente ispirate da Emotion Regulation: A Heuristic Paradign for Psychopathology di Pierre Philippot in Journal of Experimental Psychopathology, Vol 4 (2013) Issue 5, 600-607.

In questa elegante trattazione sul ruolo delle strategie di regolazione emotiva, Philippot tenta di dare risposta ad una domanda cruciale, a cui il clinico, nella sua pratica, è continuamente esposto: in che modo la sofferenza sorge e  si mantiene, nonostante il desiderio di chi la prova di fuggire da essa? Leggi tutto ““Regolazione emotiva: causa, conseguenza, mediatore o moderatore nella psicopatologia?””

Dove sentiamo le emozioni?

di Barbara Barcaccia

Un gruppo di ricercatori norvegesi ha pubblicato un articolo molto interessante sulle emozioni nell’ultimo numero di PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America), una rivista che vanta un I.F. superiore a 9. Il lavoro riguarda in particolare le sensazioni corporee correlate alle diverse emozioni. I risultati della ricerca dimostrano che, a seconda dell’emozione implicata, le sensazioni corporee coinvolte sono topograficamente differenti. I pattern con i quali però le diverse emozioni si manifestano sono molto simili tra loro nelle diverse Culture.

Per scaricare l’articolo clicca qui

Riferimenti bibliografici
Nummenmaa, L., Glerean, E., Hari, R., & Hietanen, J.K. (2014). Bodily maps of emotions. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 111, 646-51

Psicologia, psicoterapia e divulgazione scientifica

di Giuseppe Romano

Il tentativo di divulgare sapere scientifico attraverso i mezzi di comunicazione di massa, facendolo in modo accurato e appropriato da chi si occupa, con competenza e preparazione, di ricerca e di clinica, spesso si scontra con il “bisogno” di fare audience con notizie “forti” a contenuto poco chiaro, ambiguo e poco supportate da evidenze di ricerca, ottenute magari con procedure non controllate e scarsamente valide dal punto di vista metodologico. Purtroppo non è semplice per lo “spettatore” distinguere ciò che è vero, da ciò che è parzialmente vero o ancora da ciò che non è assolutamente vero.

Al link che vi segnalo trovate una riflessione sull’argomento, a cura di Carlo Buonanno (cliccate per leggere l’articolo), pubblicata su ScienzaInRete, uno “strumento nato per promuovere la cultura della scienza, senza scopo di lucro”.
L’articolo introduce il mondo giornalistico ad una iniziativa organizzata da SPC – Scuola di Psicoterapia Cognitiva S.r.l., “Scienza in Rete” e “Istituto C.N.R.”, che si realizzerà il 6 febbraio 2014 a Roma presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR.

Lo scopo della giornata è di presentare, ad un gruppo di giornalisti scientifici invitati dagli organizzatori, lo stato dell’arte riguardo la definizione ed il trattamento dei disturbi alimentari, disturbi che i “media” definiscono emergenti. 

Alla conferenza dal titolo “Cibo, corpo e psiche. I disturbi dell’alimentazione” partecipano, in qualità di relatori, Riccardo Dalle Grave, Giuseppe Romano e Francesca Micaela Serrani; introducono i lavori Rino Falcone, Cristiano Castelfranchi e Francesco Mancini. L’organizzazione è curata da Pietro Greco.

Collegandovi a questo link potrete scaricare il programma

Testimonianze di pazienti

di Chiara Riso

Il racconto delle esperienze può rappresentare una fonte conoscitiva per chi ascolta. Psicoterapeuti in Formazione dedica uno spazio alle testimonianze delle persone che vivono una sofferenza psicologica.

Le pubblicazioni nella Sezione Testimonianze hanno un duplice intento.Psicoterapeutiinformazione

Il primo è orientato verso i pazienti che, partendo dalla lettura degli scritti, possono trovare un canale di condivisione dei vissuti e di riconoscimento della sofferenza, soprattutto se vivono un disagio simile a colui che scrive.

Il secondo è rivolto agli psicoterapeuti. La comprensione dell’esperienza interiore è un buon punto di partenza per la conoscenza dell’altro e può aiutare ad avvicinarsi con maggior empatia a chi vive il disagio. I contributi delineano gli stati mentali ed emotivi che accompagnano la sofferenza e aiutano ad assumere il punto di vista del paziente, risultando utili ad immedesimarsi nel suo dialogo interno e a chiarire i meccanismi del funzionamento e del mantenimento del problema.

E a tal proposito vi segnalo che è appena stata pubblicata la testimonianza di una paziente con DBP curata per il suo disturbo ossessivo dal titolo “Quando le bambine fanno le cattive (o è il DOC a farglielo credere?)”, a mio avviso molto interessante per il modo in cui vengono descritti i suoi stati interni.

Buona lettura.