L’importanza di un training sulle emozioni espresse con alta intensità e direzione dello sguardo diretto per bambini con Diagnosi di Autismo e bambini con sviluppo tipico

di Alessandra Micheloni alessandra micheloni_blog

 

Tra le caratteristiche diagnostiche del Disturbo dello Spettro Autistico si evidenziano una scarsa capacità nel ricercare una piacevole e spontanea condivisione di emozioni sia positive che negative, la condivisione degli interessi con altre persone ed una difficoltà nell’interagire con reciprocità emotiva. Già Kanner (1943) enfatizzò la presenza di difficoltà emotive, descrivendo questi pazienti come indifferenti e non interessati all’altro, egocentrici, emotivamente freddi, distanti e ritirati. Tutte caratteristiche, che negli anni seguenti, sono stati inclusi in un più ampio e centrale nucleo, quello sociale. L’interesse, particolarmente rivolto al riconoscimento facciale, ha dato vita a numerose ricerche, alcune recenti.

La ricerca che ha stimolato il mio interesse e che descrivo in questo post, è quella di Tell et al. (2014), in cui è stata indagata la direzione dello sguardo e gli effetti dell’intensità dell’espressione emotiva come componenti nel riconoscimento dell’emozione sia in bambini con Diagnosi di Autismo che in quelli con uno sviluppo tipico. Tra gli aspetti che caratterizzato la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni, ci sono lo sguardo e la sua direzione, l’espressione facciale, che suggeriscono il motivo e la base del deficit preso in esame in questo articolo e la conseguente difficoltà nell’interazione sociale per i bambini con Autismo. La capacità di percepire nonché comprendere un’emozione, potrebbe migliorare nel momento in cui la condivisione avvenga attraverso una combinazione tra direzione dello sguardo e l’intento di comunicare la propria espressione emotiva. Da queste ipotesi chiamate dai ricercatori “Shared signal hypotesis” si è sviluppata l’idea secondo cui emozioni come la felicità e la rabbia siano maggiormente identificabili quando si orienta lo sguardo in maniera più diretta e dunque più rapidamente “intercettata” dall’altro, che sia un bambino o adulto con Diagnosi di Autismo o un bambino con uno sviluppo neuro-tipico.

Diversamente accade con le emozioni di tristezza e paura, più rapidamente identificate da adulti neuro-tipici rispetto a quelli con Autismo. Inoltre si evidenzia che, adulti con sviluppo tipico, che osservano espressioni facciali di rabbia con lo sguardo diretto, vengono considerate come “più arrabbiati”. Per bambini o adulti con Diagnosi di Autismo è più difficile, invece, “cogliere” l’emozione, se non vi è uno sguardo diretto, rispetto a coloro che presentano uno sviluppo neuro-tipico. Sono stati considerati altri aspetti che possano determinare o meno un riconoscimento adeguato delle emozioni da parte dei bambini con Autismo (Akechi et al, 2009): potrebbero, infatti, non integrare spontaneamente la direzione dello sguardo con l’intento comunicativo, in particolare nella connessione con l’espressione emotiva o all’interno di specifici contesti sociali. Dagli studi effettuati, emerge che una differenza significativa, nel riconoscimento delle emozioni, tra bambini con Autismo e bambini con uno sviluppo tipico, sia dovuta dal livello di intensità con cui vengono presentate: è più facile riconoscere le emozioni se rappresentate con un’intensità maggiore o più marcate rispetto a quelle rappresentate con minor intensità. Tuttavia i bambini con sviluppo tipico riescono con più facilità nel compito di riconoscimento delle emozioni al variare dell’intensità, anche se sono più accurati a un’intensità maggiore (per esempio 50%) rispetto ad una inferiore (25%).

Wallace e colleghi, dalle loro ricerche dimostrano che adolescenti con Disturbo dello Spettro Autistico hanno bisogno di un’espressione facciale delle emozioni più intensa affinché possano riconoscere in maniera più accurata le emozioni proposte. La ricerca di Tell et al, ha proprio lo scopo di esaminare gli effetti della direzione dello sguardo e dell’intensità dell’espressione emotiva nella capacità di riconoscimento dell’emozione mettendo a confronto due gruppi di bambini (22 per ogni gruppo) con Diagnosi di Autismo e bambini con sviluppo tipico, con un’età tra gli 8 e i 12 anni. Ai gruppi di bambini, messi a confronto, sono state mostrate delle foto che raffigurano volti con l’espressione delle emozioni di felicità, rabbia, tristezza e paura, includendo anche una con un’espressione neutrale. Tutte le espressioni emotive, sono state create al pc, con lo sguardo diretto o distolto dal 50% al 100% di livello di intensità. Il test a cui sono stati sottoposti i soggetti della ricerca è stato effettuato individualmente in una classe, silenziosa e l’esperimento consisteva in una sessione di 20 minuti. Sono state mostrate delle foto (volti di attori, 6 maschi e 6 femmine), per ogni emozione l’intensità dell’espressione variava da 0% neutrale, al 50% e 100%), suddivise in due tipi di “volto stimolo”, con lo sguardo diretto e con lo sguardo distolto (sguardo verso destra o sinistra), per un totale di 12 foto per ogni emozione, inclusa quella neutrale. Dai dati emersi bambini con Diagnosi di Autismo e bambini con sviluppo tipico non differiscono tra loro nell’abilità di riconoscere correttamente l’espressione delle emozioni di felicità e rabbia, raffigurate con un’intensità del 100% e del 50% con lo sguardo diretto o con lo sguardo distolto. Di contro, è emerso il dato significativo che, i bambini con Autismo hanno una minor capacità di riconoscere, rispetto ai bambini con sviluppo tipico, l’emozione di paura per ogni livello di intensità (50% e 100%) e con sguardo diretto o distolto. Anche per l’emozione di tristezza, è emersa una maggior abilità, nei bambini con sviluppo tipico rispetto a quelli con Autismo, nel riconoscimento della stessa, se proposta con un’immagine con intensità al 100% e con sguardo diretto. Per i volti neutrali, è emersa una maggior tendenza dei bambini con Autismo ad etichettarli con un’emozione negativa.

I dati di questa ricerca ci lasciano con il quesito sul motivo per cui alcune tipi di emozioni, come la felicità e la rabbia, vengano captate e riconosciute maggiormente dai bambini con Autismo rispetto a quelle di tristezza o paura, nonostante siano state proposte variando livello di intensità e con differente direzione dello sguardo. E’ stata ipotizzata, una differente attività neuronale, ossia una minor attivazione della parte sinistra dell’amigdala e della corteccia orbitofrontale sinistra del cervello negli adulti con DSA rispetto a quelli neuro-tipici. Una differenza nel riconoscimento della paura, sta nel fatto che quest’emozione venga comunicata principalmente con gli occhi e ciò potrebbe essere legato alla minor attenzione che gli individui con Autismo prestano a questa regione del volto.

Ciò che ci suggerisce questa ricerca, è che gli adulti che fanno parte della vita dei bambini con Autismo o comunque ogni figura professionale coinvolta nel trattamento degli stessi, debbano lavorare in modo più incisivo ed importante, anche tramite la costruzione di storie sociali, sull’apprendimento delle emozioni negative di paura e tristezza. Considerando che sia la direzione dello sguardo che l’intensità dell’emozione che viene espressa modula la percezione dell’emozione in tutti i bambini, si potrebbe intensificare un trattamento precoce sulle emozioni nei vari contesti sociali (scuola, casa ecc.), anche tramite immagini come quelle utilizzate nella ricerca, costituendo una base per poi lavorare allo stesso tempo sulla comunicazione tra pari, adulti significativi e terapisti permettendo di enfatizzare in vivo con più facilità l’emozione e soprattutto favorendo l’attenzione dei bambini con Autismo sul proprio sguardo.

Riferimenti Bibliografici

TELL, D., DAVIDSON, D. AND CAMRAS, L.A., Recognition of Emotion from Facial Expressions with Direct or Averted Eye Gaze and Varying Expression Intensities in Children with Autism Disorder and Typically Developing Children, Hindawi Publishing Corporation Autism Reasearch and Treatment, Vol 2014, Article ID 816137, p.11.

Cosa causa il disturbo da accumulo?

di Annalisa Bello

Erroneamente accostato al DOC, il Disturbo D’Accumulo (DA) sembra porsi come una singola entità diagnostica anche da un punto vista neurobiologico, come recentemente osservato da Mataix-Cols e coll., (2014).

A partire dalla prima evidenza di neuroimaging (Saxena e coll., 2004), la letteratura inizia a rivolgere particolare interesse alla neurobiologia del DA, dischiudendo la comprensione dell’affascinante fenomenologia comportamentale di tipo accumulatorio, che implicherebbe il coinvolgimento di strutture frontali nonché temporali. In particolare, un compromesso funzionamento a livello della corteccia orbitofrontale e della corteccia anteriore del cingolo unitamente ad un’ipofunzionalità documentabile a livello dei giri superiore e mediale – per ciò che concerne il coinvolgimento temporale – sottendono al la tipica tendenza all’accumulo che, in chiave neurospicologica, si rifletterebbe nella compromessa abilità di decision making.

La chiarezza delle evidenze funzionali, irrobustita dalle indirette confeme, che le stesse ricevono dalla letteratura di studi animali e lesionali, parrebbe quasi porsi come un’importante svolta nella risoluzione dell’insoluto interrogativo circa la natura della relazione causale tra aspetto neurobiologico e comportamentale nel DA. Ma considerando il notevole limite delle evidenze funzionali in merito come scarsamente generalizzabili (trattasi, infatti, di studi che hanno indagato il DA in soggetti con tendenza accumulatoria secondaria al DOC) risuona alquanto consona e condivisibile la necessità di ulteriori approfondimenti ed indagini, come suggerito da Randy Frost, uno degli esperti mondiali su questo tema (Frost e coll. 2014). Rimane, pertanto, ancora aperta l’avvincente questione circa il determinismo causale nel DA : “ è la predisposizione neurobiologica che porta allo sviluppo del DA?” oppure “la tendenza all’accumulo è cognitivamente ed emozionalmente legata alle determinanti psicologiche, il cui riflesso risulterebbe in un anomalo funzionamento cerebrale?”. Seppur non sciogliendo l’intricato enigma scientifico, il mio contributo alla new entry in casa editrice Raffaello Cortina ossia il “Il disturbo d’accumulo” a cura di Claudia Perdighe e Francesco Mancini è stato mosso dall’interesse verso l’ammaliante relationship tra il neurobiologico e la fenomenologia comportamentale nella psicopatologia. Insieme ai colleghi Iolanda Pisotta, Niccolo Varruccio e Brunetto De Sanctis -insieme ai quali si è dato vita a due interessanti capitoli – ho mosso i miei primi passi verso questa insolita commistione di ruoli “autore-studente” che, mai come in questo caso, non ha avuto controindicazioni alcune, anzi (leggere per credere!). Aggiungici, poi, una classe di specializzandi all’ultimo anno, bramosi di clinica in una scuola piena di slancio ed apprezzabili iniziative, in perenne eruzione di stimoli e ammirevole attivismo e il risultato e a dir poco successful (ancora una volta, leggere per credere!).

L'accumulo di animali, una tipologia particolare di accumulo

di Chiara Lignola

 

“Quando il disturbo da accumulo (da) ha per oggetto gli animali, viene definito “accumulo di animali” (animal hoarding, in inglese). Cani e gatti sono le specie più comunemente coinvolte, ma vengono accumulati anche animali selvatici, esotici e specie d’allevamento. Gli animal hoarder (accumulatori di animali) arrivano ad accumulare nella propria abitazione un numero molto elevato di animali (da qualche dozzina fino a centinaia nei casi più gravi) in spazi relativamente ristretti. disturbo-da-accumuloL’aspetto saliente di questo disturbo, oltre al numero di animali accumulati, è che gli animal hoarder spesso non riescono più a garantire le elementari norme igieniche per sé e per gli animali stessi. La specificità dell’accumulo di animali, rispetto al disturbo di accumulo di oggetti, rende utile e necessario dedicare a questo tema un capitolo a sé”.

Così inizia il mio capitolo sull’animal hoarding presente all’interno del libro “Il disturbo da accumulo” pubblicato a febbraio 2015 per Raffaello Cortina, a cura di Claudia Perdighe e Francesco Mancini. Quando è stato proposto a me e ai miei colleghi di specializzazione di partecipare al progetto dell’SPC sul tema del recentemente riconosciuto disturbo da accumulo, ho scelto di occuparmi di animal hoarding, non solo perché non ero pronta ad affrontare il mio problema con lo shopping compulsivo, trattato egregiamente dal collega Francesco Baccetti nel capitolo successivo al mio, ma anche perché avendo due cani e frequentando ormai da anni campi di addestramento della protezione civile per unità cinofile da ricerca, mi è capitato spesso di entrare in contatto con quel mondo “animalista” o per usare un neologismo “animalaro” che si occupa di volontariato, stalli, adozioni, staffette, petizioni, raccolta fondi e firme ma che dietro un amore smisurato per gli animali e un’empatia verso le loro sofferenze può celare problematiche ben più grandi e pericolose. L’era di internet, dei social network in particolare, dove è facile trovare pagine e bacheche invase di annunci riguardanti animali in difficoltà, condivisibili con un click, ha fatto sì che persone con una sensibilità specifica al disturbo siano esposte maggiormente alla possibilità di accumulare animali e che la categoria di hoarder descritti da Patronek, Loar e Nathanson (2006) come “sfruttatori” possano speculare sul traffico di animali mascherato da azioni di volontariato, il tutto a discapito degli animali sottoposti a viaggi della speranza, staffette e condizioni di vita non adeguate alle loro necessità. Ho scoperto, infatti, mano a mano che approfondivo l’argomento, dell’esistenza di tante sfumature e diverse tipologie di animal hoarder: dalle classiche gattare presenti nell’immaginario collettivo, a persone che si posizionano in un area limite rispetto al disturbo, ma anche di diversi sottotipi di animal hoarder che spesso entrano in contatto con loro alimentando a vicenda la loro patologia e di leggi che purtroppo cambiano da Regione a Regione, se non da comune a comune, e che creano un gap tra gli strumenti necessari da utilizzare nelle situazioni di accumulo per poter intervenire adeguatamente e quelli effettivamente disponibili.

Relazione tra scopi, emozioni e controllo cognitivo

di Simone Gazzellini

Ecco un’interessante review di Michael Inzlicht e coll., dal titolo “Emotional foundations of cognitive control”, in press su Trends in Cognitive Science. L’articolo evidenzia la relazione tra scopi, emozioni e controllo cognitivo. In particolare si rinforza l’idea che l’emozione scaturisca dalla rilevazione di discrepanza tra stato attuapdf-logole e stato di raggiungimento di uno scopo (quindi emozione a guardia dello scopo) e che inoltre sia l’emozione a guidare il controllo cognitivo (es. attenzione, pianificazione, funzioni esecutive).
Una buona base di evidenze a sostegno di una teoria che, da anni, circola anche nelle nostre scuole di Psicoterapia Cognitiva APC e SPC.

 

Riconoscere e accettare le emozioni dei propri figli e accompagnarli nella crescita

di Antonella Rainone

Non molto tempo fa un mio amico infermiere di pronto soccorso mi raccontava che molti neogenitori, a tarda sera del giorno delle dimissioni dal reparto maternità, arrivano al pronto soccorso con il loro cucciolo urlante tra le braccia chiedendo disperati aiuto: “Non riusciamo a farlo smettere”. Non tornano chiedendo aiuto su come cambiargli il pannolino o allattarlo, per quello bastano le istruzioni che hanno ricevuto in pochi giorni da una brava ostetrica. Sono disperati e spaventati perché non sanno come gestire l’espressione più autentica e spontanea (e scontata) dell’emozioni del bambino: il pianto. Il-linguaggio-del-cuore_590-0762-3Quando ho letto il libro uscito da poco di Claudia Perdighe, “Il linguaggio del cuore” (edito dalla Erickson), mi è venuta l’idea di chiamare il mio amico infermiere: finalmente una guida per gestire le emozioni del cucciolo umano! Perché ciò che rende così difficile il mestiere di genitore è in gran parte dovuto alla natura emotiva del bambino e del genitore stesso. Il fatto che i genitori in quanto esseri umani siano emotivi a loro volta e quindi possiedano le emozioni, le esperiscano continuamente non rende per niente scontato che le sappiano riconoscere, accettare e gestire funzionalmente nel loro cucciolo. Anche perché i neogenitori sono alle prese con una serie di proprie emozioni forti, a volte impreviste e non desiderate (perché negative) che il diventare genitori scatena dentro. Leggi tutto “Riconoscere e accettare le emozioni dei propri figli e accompagnarli nella crescita”

Premio "fare e conoscere la ricerca in psicoterapia cognitiva"

a cura della Redazione

Il direttivo della sezione regionale Lazio della Società Italiana di Terapia Comportamentale Cognitiva (Sitcc Lazio), al fine di incoraggiare e promuovere la ricerca in psicoterapia cognitiva e, più in generale, nella psicopatologia sperimentale, e contribuire alla diffusione di una cultura psicoterapeutica fondata sulla ricerca sperimentale, ha indetto un premio intitolato “Fare e Conoscere la Ricerca in Psicoterapia Cognitiva”con due sottosezioni:

  • “Fare ricerca scientifica in psicoterapia cognitiva”, destinata alle migliori tesi magistrali in Psicologia delle facoltà di Psicologia del Lazio e dell’Abruzzo;
  • “Conoscere la ricerca scientifica in psicoterapia cognitiva”, destinata alle migliori rassegne su specifici domini di ricerca rilevanti per la psicoterapia cognitiva, redatte da soci (almeno il primo autore) iscritti alla sezione regionale Lazio della Società Italiana di Terapia Comportamentale Cognitiva (Sitcc Lazio).

La partecipazione è riservata a tesi magistrali e rassegne della letteratura scientifica redatte tra gennaio 2013 e gennaio 2015 inerenti ricerche sugli esiti in psicoterapia cognitiva, sul processo terapeutico in psicoterapia cognitiva e sui processi psicologici che generano e mantengono la psicopatologia, in particolare, che caratterizzano il fenomeno della senescenza.

Le prime 5 Tesi Magistrali classificate saranno premiate con € 500,00 e le prime 2 Rassegne con € 800,00.

Per poter partecipare al Concorso occorre presentare la domanda di partecipazione e la documentazione necessaria entro e non oltre il 20 febbraio 2015.

Per una descrizione dettagliata delle modalità di partecipazione è possibile consultare il bando integrale del Premio sul sito www.sitcclazio.it

Advances in the understanding and treatment of Obsessive-Compulsive Disorder

di Francesco Mancini

È uscito, da pochi giorni, il Numero di Dicembre 2014 di Clinical Neuropsychiatry. Advances in the understanding and treatment of Obsessive-Compulsive Disorder, a cura di Barbara Barcaccia e Francesco Mancini. Tutti gli articoli possono essere scaricati gratuitamente dal sito della rivista http://www.clinicalneuropsychiatry.org/

Il volume raccoglie alcuni dei papers presentati al terzo e al quarto Meeting on OCD del SIG-EABCT tenuti ad Assisi nel 2013 e nel 2014.

In particolare segnalo due articoli, uno di Anholt e Kalanthroff (“Do we need a cognitive theory of obsessive-compulsive disorder?”) e l’altro di Mancini e Barcaccia (“Do we need a cognitive theory of obsessive-compulsive disorder? Yes, we do”). Questi due articoli affrontano un problema di grande attualità: per spiegare i disturbi psicopatologici, ma in particolare il disturbo ossessivo compulsivo, è necessario ricorrere ai contenuti della mente del paziente o, al contrario, ciò non è necessario e si deve ricorrere al funzionamento della mente e dunque a deficit delle funzioni cognitive? cop-cn

Da decenni assistiamo, in campo psichiatrico e psicologico clinico, a una sempre più netta deriva verso spiegazioni neurali o neuropsicologiche dei disturbi mentali. Le prime assumono che alla base dei disturbi mentali vi siano patologie del sistema nervoso. Il prototipo “forte” di questo approccio è la paralisi progressiva, cioè quell’insieme di sintomi prettamente psichiatrici, come deliri di grandezza, allucinazioni, alterazione dell’umore etc, che, a cavallo tra l’800 e il ‘900, si scoprì essere causato dalla infezione cerebrale di treponema, cioè dalla sifilide. Le seconde, connesse con le precedenti, assumono che la chiave di spiegazione dei disturbi psichiatrici siano deficit di alcune funzioni cognitive di base. Il prototipo forte di siffatte spiegazioni è il defict di ToM che sarebbe alla base dell’autismo.

Tali spiegazioni potrebbero essere definite da Dennet “subpersonali” e si differenziano da spiegazioni che tentano di ricondurre i disturbi psicopatologici alla dimensione personale del paziente cioè ai suoi significati, a ciò che egli desidera o teme e a come si rappresenta la realtà, gli altri e se stesso. Questo livello di spiegazione è tradizionale delle psicoterapie e anche del cognitivismo clinico, e riguarda i contenuti della mente del paziente e non tanto il suo funzionamento, cioè la qualità deficitaria delle sue operazioni, e nemmeno il substrato neurale. Si tratta delle cosiddette Appraisal Theories che spiegano il DOC sulla base degli scopi, delle rappresentazioni del paziente. Ad esempio, molte ricerche convergono nel sostenere l’idea che l’attività ossessiva sia finalizzata a prevenire una colpa e/o una contaminazione disgustosa, che sono rappresentate dal paziente come inaccettabili.

La deriva, che potremmo definire “subpersonale”, coinvolge anche il cognitivismo clinico e anche la spiegazione del disturbo ossessivo compulsivo.

Per approfondire
Per approfondire

Anholt e Kalanthroff (“Do we need a cognitive theory of obsessive-compulsive disorder?”) argomentano contro le spiegazioni “personali” del DOC e a favore del ruolo dei deficit cognitivi, in particolare del deficit di inibizione, nella genesi di ossessioni e compulsioni. Il titolo stesso del loro articolo suggerisce la non necessità delle Appraisal Theories per la spiegazione del DOC.

Al contrario, Mancini e Barcaccia (“Do we need a cognitive theory of obsessive-compulsive disorder? Yes, we do”), in conformità a dati rigorosamente sperimentali, contestano le argomentazioni contrarie alle Appraisal Theories, e argomentano a sostegno dell’idea che le spiegazioni contenutistiche, vale a dire quelle che fanno riferimento agli scopi e alle rappresentazioni del paziente, sono necessarie e sufficienti per spiegare ossessioni e compulsioni. Infine, mostrano come le teorie del deficit siano poco sostenute dalla ricerca sperimentale, non siano né necessarie né sufficienti per spiegare il DOC, e, anzi, ciò che appare come deficit sia il risultato degli scopi e delle rappresentazioni attivi nella mente del paziente ossessivo, ad esempio le funzioni esecutive possono essere disturbate dallo scopo, tipicamente ossessivo, di evitare errori, infatti, la performance dei pazienti è più scadente se si mette fretta al paziente.

Emdr. Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari. Caratteristiche distintive.

a cura di Daniela Petrilli

Un testo utile per chi voglia conoscere la metodologia e comprendere le potenzialità dell’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), un trattamento evidence-based per la cura del Disturbo Postraumatico da Stress. Una lettura fondamentale per psicoterapeuti e psicologi che vogliono apprendere di più sulla gamma dei nuovi approcci cognitivo-comportamentali.

emdrQuesta guida introduce il lettore al trattamento con l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), un trattamento evidence-based per la cura del Disturbo Postraumatico da Stress (DPTS). Il protocollo EMDR è oggi apprezzato e utilizzato da clinici di ogni tradizione terapeutica come un rigoroso protocollo di intervento sulle memorie traumatiche presenti in un’ampia gamma di patologie. L’intervento con l’EMDR si focalizza sui ricordi traumatici che si ritiene abbiano contribuito ad alimentare e mantenere il disturbo ma anche sulle situazioni attuali che stimolano i comportamenti disadattivi e sulle risorse da acquisire per favorire il cambiamento.
Come gli altri titoli della serie, anche questo si concentra sui 30 punti fondamentali che caratterizzano e distinguono il trattamento con l’EMDR dalle altre prospettive cognitivo-comportamentali. Nella prima parte l’autrice descrive gli aspetti teorico-clinici distintivi dell’EMDR, dalla ricostruzione storica del disturbo, al modello dell’Adaptive Information Processing (AIP), alla centralità delle memorie traumatiche nella genesi e nel mantenimento della sofferenza psicologica. Nella seconda parte, descrive l’applicazione per fasi del protocollo nei suoi aspetti principali e gli elementi fondamentali per l’elaborazione dell’esperienza traumatica con alcune esemplificazioni cliniche.  Questo libro rappresenta un’utile lettura per chi voglia conoscere le caratteristiche principali della metodologia e comprenderne le potenzialità per elaborare le memorie traumatiche.

 

Daniela Petrilli è psicologa e psicoterapeuta, socia dell’Associazione per l’EMDR Italia, socia ordinaria della SITCC, si occupa da quindici anni di disturbi mentali gravi presso l’Associazione di Psicologia Cognitiva di Roma e l’Istituto di Psicopatologia di Roma dove esercita attività clinica e di ricerca.

Commento alla relazione “Il cervello empatico” di Christian Keysers – Congresso SITCC, Genova, 2014

di Francesco Mancini

Nella sua relazione, Keysers ha passato in rassegna una serie di ricerche su cosa accade nel cervello di una persona quando vede un’altra persona agire, provare sensazioni o emozioni.

La prima considerazione è che i neuroni specchio entrano in gioco non solo durante la percezione di un movimento dell’altro ma anche quando l’altro, ad esempio, è toccato (sensazioni) o, ad esempio, è socialmente escluso (dolore emotivo). Premesso che da sempre è ben noto che gli esseri umani hanno la capacità di essere empatici, l’interesse di questi risultati è, a mio avviso, triplice. In primo luogo, la scoperta dei neuroni specchio risolve un problema filosofico che era rimasto senza soluzione per centinaia di anni, il problema dei qualia: come è possibile accedere alla esperienza soggettiva, interna e privata di un’altra persona? In secondo luogo, ci dicono quali aree del cervello, e dunque quali variabili dipendenti, possono essere prese in considerazione per gli studi sull’empatia. In terzo luogo,è importante sapere che i neuroni specchio non entrano in gioco solo nel caso del movimento ma anche delle sensazioni e emozioni.

Rome Workshop On Experimental Psychopathology 2015La seconda considerazione riguarda un tema di interesse clinico, gli psicopatici. Le teorie fino a oggi più accreditate, hanno sostenuto che alla base della psicopatia vi sia un deficit di capacità empatiche. Perché gli psicopatici si comportano in un modo che non tiene minimamente in considerazione la sofferenza dell’altro e i suoi diritti? Perché non sono frenati da quel meccanismo inibitorio che entra in gioco normalmente negli esseri umani quando si rendono conto di causare sofferenza ad altri esseri umani? La risposta tradizionale è che, appunto, la sofferenza dell’altro non risuonerebbe dentro di loro a causa di un deficit di empatia. Le ricerche citate da Keysers dimostrano, però, qualcosa di molto diverso: di fronte alla sofferenza di un’altra persona, a condizione di essere incoraggiati dallo sperimentatore, l’attivazione del cervello degli psicopatici è sovrapponibile a quella di chiunque altro. Ciò suggerisce con chiarezza che gli psicopatici non hanno un deficit di empatia ma, piuttosto, tendono di solito a non usare l’empatia anche se ne hanno la capacità. Del resto gli autistici hanno gravi difficoltà a essere empatici ma non sono psicopatici e in soggetti normali, soprattutto se maschi, la sofferenza dell’altro non attiva il substrato neurale della empatia, se l’altro è giudicato un mascalzone. Keysers, non essendo un clinico, non ha affrontato i determinanti della non propensione alla empatia e non ha suggerito alcuna risposta alla domanda: perché gli psicopatici, pur potendo essere empatici, normalmente non lo sono? (per una rassegna, non recentissima, degli studi sulla empatia in psicopatici e anti sociali e su una proposta di soluzione si può vedere in La moralità nel disturbo antisociale di personalità – F. Mancini, R. Capo, L. Colle, Cognitivismo Clinico, 6, 2, 2009,).

Un’implicazione, suggerita da questi risultati, è che anche in altri disturbi possa essere opportuno parlare di propensione a non usare determinate abilità piuttosto che di deficit.

La terza considerazione, che mi sembra rilevante per i clinici, riguarda le emozioni dello psicoterapeuta. Una tesi molto diffusa tra gli psicoterapeuti, anche cognitivisti, è che le emozioni che il terapeuta prova in seduta possano essere informative dello stato interno del paziente. Keysers ci ha mostrato un esperimento interessante: in soggetti normali il movimento del braccio di un’altra persona verso un oggetto attiva i neuroni specchio dell’osservatore, ma cosa succede se il braccio in questione è il braccio non di un’altra persona ma di un robot? Nel cervello dell’osservatore si attivano gli stessi neuroni specchio. Ciò, ha sottolineato Keysers , dimostra che la nostra intuizione circa gli stati interni dell’altro non dipende da una sorta di “lettura” della mente dell’altro ma è una proiezione, pertanto la sua accuratezza è inaffidabile.

Alla domanda “come si potrebbe migliorare la capacità empatica di uno psicoterapeuta?”, Keysers ha suggerito la possibilità che lo psicoterapeuta faccia le stesse esperienze del paziente, citando ad esempio la possibilità di toccare un ragno per facilitare la comprensione empatica di ciò che prova un fobico dei ragni. Anche senza voler invocare il principio per il quale l’esperienza è soggettivamente costruita, c’è da chiedersi come ciò sarebbe possibile nel caso, ad esempio, delle esperienze precoci di abuso di un paziente borderline.

Una quarta considerazione riguarda la possibile origine ontogenetica dei neuroni specchio. È opportuno ricordare la legge di Hebb la ripetizione di attivazioni contemporanee dei neuroni facilita l’instaurarsi di connessioni fra loro. Nel bambino spesso si attivano contemporaneamente i neuroni che, ad esempio, guidano il movimento della sua mano e quelli con cui percepisce il movimento della sua stessa mano. Ciò faciliterebbe la connessione fra questi due tipi di neuroni, motori e sensoriali e i neuroni specchio nascerebbero da questo processo.

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Christian KEYSERS è Professore Ordinario di “Social Brain”, Facoltà di Medicina, Università di Groningen e Direttore Social Brain Lab, Netherlands Institute for Neurosciences, Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences, Groningen (NL)