Risposta cerebrale alterata durante l’elaborazione del senso di colpa nel DOC

di Barbara Basile Basile

È in corso di stampa nella rivista “Brain Structure and Function” (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23681167) l’articolo di Basile, Mancini et al. (2013) dal titolo “Abnormal processing of deontological guilt in Obsessive-compulsive Disorder”.

È noto che la colpa abbia un ruolo chiave nell’eziologia e nel mantenimento del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) (per approfondire clicca qui). Recentemente è stata suggerita l’opportunità di distinguere due componenti del senso di colpa: una componente deontologica, legata alla trasgressione di norme morali introiettate, e una componente interpersonale, legata alla consapevolezza di aver commesso atti contrari all’altruismo (Mancini, 2008; Basile and Mancini, 2011). In studi precedenti è stato riscontrato che la colpa deontologica, ma non quella altruistica, abbia lo stesso substrato neurale del disgusto (Basile et al., 2011), che il senso di colpa deontologico implichi un’attivazione del disgusto maggiore del senso di colpa altruistico (D’Olimpio and Mancini, 2012) e che i pazienti ossessivi siano più sensibili alla colpa deontologica, rispetto a soggetti non clinici (Basile et al, 2011; Mancini and Gangemi, 2012).

Lo scopo del presente lavoro consiste nell’indagare, tramite Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI), il substrato neuronale della colpa deontologica ed altruistica in pazienti affetti da DOC.

Per approfondire
Per approfondire

Un gruppo di 13 pazienti con DOC e 19 volontari sani sono stati sottoposti ad  un paradigma sperimentale, precedentemente validato (Basile et al., 2011), volto ad evocare le due emozioni di colpa e altri due stati emotivi (rabbia e tristezza), utilizzati come condizione di controllo.

I risultati dello studio hanno indicato che il gruppo di pazienti DOC mostrava una ridotta attività cerebrale, rispetto agli individui sani, nella corteccia anteriore del cingolo (ACC) e nel giro frontale, quando confrontato con gli stimoli di colpa. Nello specifico, inoltre, i pazienti hanno mostrato una riduzione nell’attività neuronale in aree come l’insula, il precuneo e l’ACC, durante l’elaborazione del senso di colpa deontologico. Nessuna differenza nella risposta cerebrale tra i due gruppi è stata rilevata durante l’elaborazione delle emozioni di colpa altruistica, rabbia e tristezza.

I dati di questa ricerca fMRI supportano l’ipotesi che i pazienti con DOC elaborano in modo anomalo le emozioni associate al senso di colpa, ed in particolare alla colpa di tipo deontologico.

“Attaccamento Traumatico: Dall’Infanzia all’Età Adulta”: breve cronaca di un Simposio

di Walter Sapuppo Walter

Nella meravigliosa cornice architettonica del Complesso Monumentale di S. Maria la Nova a Napoli, a metà tra il rinascimentale e il barocco, il giorno 12 Aprile si è svolto il simposio dal titolo “Attaccamento Traumatico: Dall’Infanzia all’Età Adulta” organizzato dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC, sede di Napoli, con il patrocinio della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva – SITCC. L’atmosfera che si respira, sin dalle prime ore del mattino, è quella tipica di un grande evento: atteso e organizzato fin nei minimi dettagli. Il “colpo d’occhio”, una volta entrati nel Complesso, è impressionante e l’attenzione ricade immediatamente sui circa 600 posti a sedere -di lì a pochi minuti interamente occupati da professionisti della salute mentale, specializzandi e studenti universitari- disposti dall’organizzazione sotto la navata centrale, tra opere pittoriche di Corenzio e Malinconico.

Aprono i lavori il Dott. Francesco Mancini (Direttore della Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC) e il Dott. Rosario Esposito (Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC e responsabile SITCC Campania), con il saluto istituzionale del Dott. Raffaele Felaco (Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Regione Campania) e l’introduzione al tema della giornata del Prof. Nino Dazzi (chairman e discussant della sessione di lavori mattutina; “Sapienza”, Università di Roma).  Leggi tutto ““Attaccamento Traumatico: Dall’Infanzia all’Età Adulta”: breve cronaca di un Simposio”

“All too Emotional”: Convegno sulle emozioni

di Barbara Basile  Basile

I massimi esperti statuitensi sulle emozioni (James Gross, Lisa Barrett, Tor Wager) e diversi professori israeliani, tra cui Talma Hendler, Gal Sheppes, Maya Tamir e Hillel Aviezer, sono riuniti nel Campus Universitario di Tel Aviv, in Israele, per condividere e confrontarsi sui modelli di funzionamento e i risultati comportamentali, elettrofisiologici e neuronali degli studi che, negli ultimi anni, hanno indagato le Emozioni.

Leggi tutto ““All too Emotional”: Convegno sulle emozioni”

The paradoxes of depression: a goal driven approach

di Francesco Mancini

È stato pubblicato il capitolo di F. Mancini e A. Gangemi dal titolo “The paradoxes of depression: a goal driven approach”.

Le bozze del capitolo sono scaricabili qui pdf-logo

In caso di uso, si prega di citare F. Mancini e A. Gangemi dal titolo The paradoxes of depression: a goal driven approach. in The goals of cognition: essays in honour of Cristiano Castelfranchi (edited by F. Paglieri, L. Tummolini, R. Falcone e M. Miceli), pp 253.273, College Pubblications, 2012
http://www.istc.cnr.it/news/festcris

Il capitolo è dedicato ai paradossi della reazione depressiva (RD), cioè alla reazione con cui normalmente gli esseri umani rispondono a perdite e fallimenti che considerano senza speranza di recupero o sostituzione. La depressione clinica è di solito considerata una variante più intensa e duratura della reazione depressiva, ma  non è l’oggetto del capitolo. Le manifestazioni della RD sono riducibili a due insiemi. Nel primo vi sono il dolore, la tristezza, il pianto e i lamenti. Questi sintomi assieme alla ruminazione sul bene perduto e alla più generale difficoltà a distaccarsi da ciò che ricorda il bene perduto, dimostrano che a seguito di una perdita e di un fallimento l’investimento nel bene perduto o nella meta fallita si mantiene o addirittura aumenta, infatti, si pensa a una persona perduta da poco, più di quanto ci si pensava prima. Per un verso ciò appare del tutto ovvio e scontato: nessuno si stupisce per il pianto e la disperazione di chi ha perso una persona cara. Tuttavia, ad uno sguardo più attento, è anche vero che mantenere, o addirittura aumentare, l’investimento in un bene che si sa essere perduto, senza speranza di recupero, appare paradossale: che senso ha, infatti, piangere e disperarsi per il latte versato? Perché si continua a investire in un bene che si sa essere perduto per sempre? Non sarebbe più funzionale distaccarsene e dedicarsi ad altro?

Il secondo insieme di sintomi include la perdita di interessi, l’anedonia, il pessimismo e la conseguente riduzione della attività. Questi sintomi, al pari dei precedenti, appaiono del tutto scontati e normali e non sembrano sollevare alcun problema, infatti, sembra ovvio che dopo un lutto si perda interesse per il lavoro, che gli amici non diano più piacere e si preferisca chiudersi in casa. Ma, anche in questo caso, ad un esame più attento la questione non appare per niente ovvia e scontata, anzi, piuttosto, si rivela problematica: perché si perdono i nomali interessi e non si gode più di ciò che prima suscitava piacere? Non sarebbe più funzionale cercare di compensare il bene perduto aumentando investimenti alternativi? Perché invece si disinveste?
La persistenza di un investimento in qualcosa che si sa essere perduto e il disinvestimento da beni alternativi pongono due problemi. Il primo è un problema psicologico. Premesso che la mente è un apparato al servizio di bisogni, desideri e scopi dell’individuo, come è possibile che reagisca alle perdite e ai fallimenti, deprimendosi, cioè mantenendo o addirittura rafforzando l’investimento nel bene perduto (endowment effect)  e, al contempo, disinvestendo da beni alternativi o sostitutivi? La soluzione cognitivista standard, cioè quella di Beck, spiega il pessimismo e quindi, in parte, la perdita di interessi ma con difficoltà rende ragione dell’anedonia e, soprattutto, non considera la persistenza dell’investimento in un bene che si sa essere perduto senza speranza. La soluzione Freudiana, cioè la depressione come autopunizione per aver distrutto l’oggetto d’amore, urta contro l’osservazione dei fatti: il senso di colpa, infatti, non è una componente sistematica della reazione depressiva studies on the relationship between guilt and depression show only a very weak association (e.g., Kim et al., 2011), per giunta, quando è presente, è di solito legato al fatto stesso di essere depressi.
Il secondo problema è evoluzionistico. Perché si è evoluta una razza che reagisce alle perdite e ai fallimenti deprimendosi? La reazione depressiva implica un vantaggio evolutivo? Se si, quale è? Oppure dobbiamo ammettere che ci siamo evoluti nonostante la tendenza a reagire depressivamente?

La soluzione al problema psicologico, che noi proponiamo, prende spunto da una osservazione piuttosto comune, esemplificata da una signora in lutto per aver perso il marito: “se io dessi via i suoi vestiti e gli oggetti che lui usava tutti I giorni, sarebbe come perderlo una seconda volta” e aggiungeva “se smettessi di tenere puliti e in ordine i suoi vestiti, sarebbe come scrivere la parola fine alla nostra storia e perdere definitivamente anche il nostro passato assieme”. La spiegazione della signora rivela due aspetti legati fra loro: innanzitutto che il suo investimento non era finalizzato a riavere il marito ma a evitare di perderlo “una seconda volta”  e che, in secondo luogo, disinvestire da ciò che ricordava il marito equivaleva a sanzionarne la perdita definitiva e a perdere anche ciò che era stato fra loro. In sintesi, disinvestire avrebbe implicato un costo, che possiamo definire sommerso (il ben noto fenomeno dei sunk costs). Una persona cara morta, infatti, può essere ulteriormente perduta disinvestendo  da ciò che la ricorda e investendo in altro. Nella RD, dunque, l’investimento non è per il recupero del bene perduto ma per evitare di perderlo ancora di più. Allo stesso tempo, un bene, per il solo fatto di essere valutato nel dominio delle perdite , acquista un valore maggiore rispetto a quello che ha se è valutato nel dominio dei guadagni (endowment effect).
L’aumento di investimento è a discapito dell’investimento in altri beni, che susciteranno minor interesse e piacere, perciò ottenerli equivale a ricevere dell’acqua quando si ha fame e non si ha sete
E il pessimismo?. Notiamo, innanzitutto che il pessimismo riguarda la inutilità dei propri sforzi, l’inutilità di coltivare speranze, e la pochezza dei risultati raggiunti, anche in domini non intaccati dalla perdita. È da ricordare  che i processi cognitivi sono orientati dagli scopi dell’individuo nel tentativo di ridurre il rischio di errori costosi. Ma quali sono gli errori costosi che si cerca di evitare con il pessimismo? Sembrano due, molto simili fra loro, il primo riguarda il pessimismo circa le possibilità di recupero del bene perduto ed è il costo della delusione, che è vissuta, di solito, come una nuova perdita. Il secondo è l’errore di investire in beni alternativi a quello perduto o sostitutivi di esso che si potrebbero rivelare tali da non giustificare il distacco dal bene perduto.

La RD implica un vantaggio evolutivo e, se si, quale?
Le funzioni principali che si attribuiscono alla RD, sono due. La prima è la richiesta di aiuto: le manifestazioni di dolore servirebbero a disporre gli altri in un modo più favorevole. Non si spiega però la funzione della perdita di interessi. La seconda è il risparmio di energie in attesa di tempi migliori. Non si spiega la sofferenza che caratterizza la RD e che, al contrario, implica dispendio di energie.
Noi suggeriamo che la RD, di per se, non implichi un vantaggio evolutivo. Ciò che implica vantaggi evolutivi, invece, sono i meccanismi psicologici che sostengono la RD e che intervengono normalmente in ogni  attività della mente, dunque anche indipendentemente dalla RD. Se si osservano i meccanismi psicologici della RD si nota che svolgono una funzione stabilizzatrice degli investimenti, in particolare degli investimenti affettivi, cioè diretti verso singole e specifiche entità individuali, e in circostanze avverse. Una funzione del genere sembra assai vantaggiosa per la sopravvivenza di un sistema dotato di molti scopi diversi e spesso opposti, che, dunque, rischia di disorganizzarsi senza adeguate capacità stabilizzanti. Appare vantaggiosa soprattutto perchè facilita la fedeltà affettiva e dunque favorisce la stabilità dei gruppi. I meccanismi stabilizzanti alla base della RD sono presumibilmente funzionali in situazioni avverse cioè di perdite e fallimenti non definitivi, ma lo sono ben meno o forse per nulla, in caso di perdite e fallimenti definitivi. D’altra parte va considerato che le perdite e i fallimenti transitori, cioè le frustrazioni limitate, sono ben più frequenti di quelle definitive, e perciò il vantaggio evolutivo dei meccanismi stabilizzanti vale più degli svantaggi.

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Psicologia, innovazione e sviluppo: un’iniziativa dell’Ordine degli Psicologi

di Viviana Balestrini Viviana Balestrini

Cari colleghi,

vi segnalo un’interessante attività promossa dall’Ordine degli Psicologi del Lazio: il progetto PIS – Psicologia, Innovazione e Sviluppo. L’iniziativa mira a raccogliere e valutare progetti innovativi e di provata efficacia realizzati nell’ambito della psicologia. I progetti che rispetteranno i requisiti di qualità e innovatività verranno resi visibili in varie forme, con una duplice finalità: da una parte per facilitare il confronto e la riflessione tra colleghi e dall’altra per favorire il contatto con l’eventuale committenza sia pubblica, sia privata.

La scadenza per l’invio dei progetti è fissata per il 27 gennaio 2013. Per scaricare la scheda di partecipazione e per ulteriori informazioni visitate http://www.ordinepsicologilazio.it/primo_piano/pagina90.html

Buon lavoro e buon inizio 2013!

Emozioni, disturbi d’ansia e dell’umore ci fanno ragionare meglio

di Francesco Mancini
Direttore della
Scuola di Psicoterapia Cognitiva 
SPC – Roma

È in press sul Journal of Cognitive Psychology, un articolo di Gangemi, Mancini e Johnson Laird dal titolo Models and cognitive change in psychopathology. L’articolo è scaricabile qui 

I risultati dei tre esperimenti presentati nell’articolo modificano profondamente la concezione tradizionale dei rapporti tra emozioni, psicopatologia e ragionamento formale. Per illustrarli è opportuno, innanzitutto, chiarire la differenza fra razionalità formale e razionalità pratica. Credere nella esistenza di Dio è formalmente razionale se il bilancio degli argomenti e delle prove di cui si dispone sostengono la verità della affermazione Dio esiste. Credere nell’esistenza di Dio è razionale in senso pratico, invece, se è nel proprio interesse complessivo crederci. Come noto, ad esempio Pascal riconosceva l’irrazionalità formale della credenza in Dio ma sosteneva che è razionale in senso pratico crederci, infatti, l’errore di non credere in Dio, se Dio esiste davvero, è ben più costoso che l’errore inverso, ci si rimette la beatitudine eterna. Leggi tutto “Emozioni, disturbi d’ansia e dell’umore ci fanno ragionare meglio”

I disturbi psichici aumentano il rischio di morire prematuramente

di Barbara Basile  

Da BBC Salute

Le persone che durante il corso della loro vita soffrono di disturbi psichici, come l’ansia o la depressione, hanno maggiore probabilità di morire prematuramente. Questo è quanto riscontrato da un gruppo di ricercatori inglesi che ha condotto una rassegna, su scala nazionale, delle ricerche eseguite negli ultimi 10 anni sui dati relativi alle cause di decesso prematuro.  Leggi tutto “I disturbi psichici aumentano il rischio di morire prematuramente”

Un modello dimensionale delle emozioni: integrazione tra le neuroscienze dell’affettività, lo sviluppo cognitivo e la psicopatologia

di Barbara Basile  

La teoria delle emozioni (Ekman, 1992; Panskepp, 1998) più nota e attualmente dominante propone un sistema di classificazione di tipo categoriale, dove le emozioni sono classificate come entità discrete, indipendenti le une dalle altre e facilmente dinstiguibili. Questo sistema tassonomico non riesce però a spiegare fenomeni come la frequente comorbilità che si osserva tra diversi disturbi psicologici, né risolve l’annosa questione relativa alla corrispondenza tra emozioni e uno specifico substrato neurofisiologico. Nell’ultimo decennio è stato proposto un approccio alle emozioni di tipo dimensionale (Posner  et al., 2005, Russel 2003; Watson et al., 1999), che ne facilita l’identificazione e la caratterizzazione. Il modello circonflesso delle emozioni, emerso in questi ultimi anni, sostiene che gli stati effettivi sono riconducibili a due principali sistemi neurofisiologici, uno che spiega la valenza dell’emozione (lungo un continuum di piacevolezza-sgradevolezza) ed un altro che si riferisce al livello di arousal/attivazione fisiologica corrispondente (Figura 1). Secondo questa teoria, ogni emozione può essere spiegata come la combinazione lineare tra le due dimensioni, variando per valenza (positiva o negativa) e intensità di attivazione. La gioia, ad esempio, è concettualizzata come uno stato emotivo connotato da valenza positiva e da un livello di arousal moderato. La successiva attribuzione cognitiva, che permette l’integrazione delle due dimensioni, l’esperienza fisiologica sottesa e la stimolazione determinante, permettono, infine, l’identificazione dell’emozione di gioia. Scopo di questo articolo è mostrare l’utilità e l’evidenza empirica a sostegno del suddetto modello. Leggi tutto “Un modello dimensionale delle emozioni: integrazione tra le neuroscienze dell’affettività, lo sviluppo cognitivo e la psicopatologia”