Omaggio alla figura di Giovanni Liotti

di Giuseppe Femia

 Maestro che ha segnato la formazione di molti psicoterapeuti moderni, con le sue “pillole” di conoscenza

Una vignetta realizzata con la dott.ssa Eleonora Piccini, durante una lezione di Giovanni Liotti nella sede SPC di Grosseto

 

                                     Un occhiale da sole, Rayban, vintage e moderno al contempo,
e un sigaro, che rimanda al passato,
immagine quasi simbolica
del suo pensiero:
una lente cognitivista con un’allure quasi analitica! Le sue lezioni non conoscevano noia: le tigri con i denti a sciabola,
la teoria poli-vagale, il trauma, la tristezza contenuta nella perdita,
l´accettazione dell´impotenza.
E poi il ritorno verso pensieri e teoremi lontani da “Janet” revisionato a “Montale” come alleato.
La forza dell’attaccamento, le opere della coscienza.
Una sintesi, un’integrazione di pensieri.
In molti lo ricorderemo come una mente affascinante, stimolante e referente di un pensiero evoluto, in movimento, uno psicoterapeuta e non solo

 

Ci sono cose che volano,
Uccelli, ore, calabroni,
Ma di loro non m’importa.
Poi ci sono le cose
che restano…
Emily Dickinson

Socio fondatore della psicoterapia cognitiva comportamentale in Italia, con la sua attività Giovanni Liotti ha determinato un cambiamento radicale nella Psicoterapia e sollecitato un’innovazione nei costrutti e nei metodi di cura.
I suoi studi hanno ribadito l’importanza di studiare la specificità di ciascun disturbo psicopatologico, concentrandosi sulla valorizzazione dell’essere umano, della sua struttura cognitiva e della sua storia, come base su cui ritagliare una risposta terapeutica adeguata, mirata e soprattutto orientata alla reale richiesta d’aiuto.
Il suo pensiero ha contribuito alla costruzione di una cornice teorica di riferimento di stampo cognitivista, il cui punto di forza è la capacità di offrire interventi differenziati e “versatili” rispetto alla natura e al funzionamento peculiare di ogni disturbo, contrariamente ad altri approcci, in cui le strategie di intervento rimangono spesso ancorate a riferimenti teorici ideali e ortodossi, nonostante la diversità della sofferenza
presentata dal paziente e, spesso, a detrimento dell´efficacia psicoterapica.
I suoi approfondimenti di ricerca si sono concentrati non solo
sull’integrazione fra le evidenze empiriche della teoria dell´attaccamento e la pratica clinica, ma soprattutto sulla natura intersoggettiva e interpersonale della coscienza e dei disturbi psichici, mettendo in evidenza la connessione fra le esperienze traumatiche e i disordini della Personalità, fotografando la “vulnerabilità storica” dei diversi disagi psicopatologici.
Il suo lavoro è stato mirato a chiarire l’eziopatogenesi dei fenomeni dissociativi dell´identità e della coscienza e l’origine delle rappresentazioni multiple di Sé, implicate nei disturbi gravi della Personalità.
La sua collaborazione diretta e personale con Vittorio Guidano e con John Bowlby ha segnato il costrutto della psicoterapia cognitiva evoluzionistica, oltre che evidenziare l’importanza del fenomeno della “disorganizzazione” del legame di attaccamento in quanto evento traumatico relazionale e precoce da cui si sviluppa un “modello operativo interno” non integrato.
La sua teoria illustra gli esiti psicopatologici delle vicende traumatiche in contesti ad alto rischio, con genitori spaventati/spaventanti, in nuclei familiari dove si ripetono schemi disfunzionali da generazione in generazione, in cui il caregiver si mostra maltrattante o trascurante rispetto ai bisogni emotivi del bambino, oppure direttamente ed esplicitamente violento.
Tali esperienze, proprio in quanto traumatiche, non consentirebbero l’elaborazione di un modello relazionale “organizzato” di riferimento, unitario, ma al contrario andrebbero a elicitare il delinearsi di un modello relazionale connotato da tre diverse configurazioni di “Sé con l’altro” disorientate e disorientanti:


1 Persecutore:
“Sono responsabile della rabbia altrui”.
2 Vittima: “Ho paura delle aggressioni e della violenza da parte degli altri”.
3 Salvatore: “Devo prendermi cura degli altri che soffrono come me”.

Tale configurazione prevede un’alternanza fra le tre diverse rappresentazioni capace di indurre confusione rispetto alla propria Identità, sino a renderla fragile e vulnerabile, innescando circuiti e/o circoli relazionali di tipo disfunzionale e di natura psicopatologica.
Questo tipo di teorizzazione, così come da lui postulata, rimane un riferimento utile nella pratica clinica e nella comprensione delle relazioni caotiche e drammatiche dei pazienti Borderline e dei disordini gravi della Personalità in cui si riscontra una continua oscillazione fra posizioni di forza esibita, di ruoli sadici da “persecutore”, in conflitto con vissuti di debolezza, pensieri di torto/ingiustizia subita, mediante cui ci si identifica con la “vittima”, alternando fantasie “salvifiche” verso gli altri visti come fragili e bisognosi.

Con le sue “pillole”, Giovanni Liotti ha lasciato un bagaglio teorico spendibile negli interventi di Psicoterapia, come configurazione paradigmatica del disagio affettivo e relazionale che questi pazienti avvertono e riportano come problema nucleare.
In ultimo, ma non di minore importanza, con il concetto di “mente relazionale”, il suo pensiero ha certamente contribuito a porre l´attenzione sui fenomeni del processo psicoterapeutico, sull’importanza della relazione tra terapeuta e paziente come fattore cruciale di cura, osservando questo tipo di fenomeno da una prospettiva cognitivo evoluzionista, in termini di scopi, credenze e stati mentali, ribadendo come la consapevolezza di se stessi e la risoluzione dei fenomeni dei trauma “irrisolti” possano svilupparsi  a pieno solo in un terreno interpersonale di confronto e riflessione.
Partendo dal presupposto secondo cui non esistono mente e coscienza al di fuori della relazione sociale e tenendo in considerazione le teorie di Michael Gazzaniga e Michael Tomasello, Giovanni Liotti ha evidenziato come non possa esistere cognizione senza inter-relazione e come, per tali ragioni, non potrebbe sussistere una tecnica terapeutica al di fuori della relazione fra medico e paziente.
Proprio partendo dall’osservazione di questo processo di interazione, bisogna trovare i fattori che spingono al cambiamento: i metodi e gli strumenti capaci di incrementare la risoluzione dei problemi presentati e della sofferenza psicologica che ne deriva.


Per approfondimenti:

Liotti G. (1994) Disorganizzazione
dell´attaccamento e predisposizione allo sviluppo di disturbi disfunzionali della coscienza
. In Ammanniti M.; Stern D. (a cura di) Attaccamento e psicoanalisi. Laterza, Bari, pp.219-233.

Liotti G. (1992). La dimensione interpersonale della coscienza. Carrocci Editore, Roma.

Liotti G. (1999). Il nucleo del disturbo borderline di personalità: un´ipotesi integrativa. Psicoterapia 16, pp.53-65.

Liotti G. (2001). Le opere della coscienza. Psicopatologia e psicoterapia nella prospettiva cognitiva-evoluzionistica. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Intervista a Francesco Mancini

di Cecilia Lombardo

Ho l’onore e il piacere di intervistare Francesco Mancini, Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva SPC e dell’Associazione Psicologia Cognitiva, didatta SITCC, neuropsichiatra e psicoterapeuta, Professore Associato al’Università G. Marconi, autore di numerose ricerche sul Disturbo Ossessivo Compulsivo e sui sottesi processi cognitivi ed emotivi. Uno dei massimi esperti a livello internazionale del DOC, unisce la raffinatezza e l’eleganza di un pensiero “Italian style” con il massimo del rigore scientifico.

C.L. Ben ritrovato a Grosseto! Congratulazioni per l’uscita del libro “La mente ossessiva” di cui sei il curatore oltre che il principale autore. Intanto una nota personale: da dove nasce questa grande passione per il Disturbo Ossessivo Compulsivo?

F.M. Le ragioni del mio interesse sono, in definitiva, quelle che hanno motivato tanti studiosi fin dal 1600. Innanzitutto, il DOC è una entità psicopatologica ben definita. La sintomatologia ossessiva si presenta con caratteristiche molto simili in tutti i pazienti, indipendentemente che si tratti di washers, checkers, con ossessioni di ordine e simmetria o pensieri proibiti. In secondo luogo è facilmente riconoscibile. Da tener presente che non sempre è così nella psicopatologia. Ad esempio nei disturbi di personalità uno dei grandi problemi è la definizione stessa dei singoli disturbi. In terzo luogo, il DOC si presenta in persone che nella stragrande maggioranza dei casi sono palesemente intelligenti, potenzialmente ben funzionanti, spesso colte, e quindi la apparente assurdità dei sintomi lascia profondamente perplessi. Come è possibile che una persona ben informata, intelligente, spesso geniale, come ad esempio Darwin (si, Darwin era affetto da una grave forma di DOC), possa dar credito a minacce assurde come quelle proposte dalle ossessioni, ad esempio, che ci si possa contagiare l’AIDS toccando la porta di un bar? Per giunta il paziente stesso si rende conto della esagerazione implausibile dei suoi stessi timori, perché, dunque non riesce a frenare le compulsioni? Perché non basta un lavaggio ma serve di ripeterli fino allo stremo? Insomma nel DOC sembrano concentrarsi ed esasperarsi tutte le sfide che si pongono a chi vuole spiegare la condotta individuale. Infatti, a ben vedere, la persistenza di credenze debolmente giustificate e la incapacità di far prevalere il proprio miglior giudizio, le ritroviamo nella vita di tutti noi, quante persone credono a superstizioni palesemente infondate (“non ci credo ma non si sa mai”) e quanti non riescono a far prevalere lo scopo, per loro più importante, di mantenere una dieta? In breve, l’osservazione dei pazienti suggerisce che la sintomatologia ossessiva abbia un senso, non sia cioè la conseguenza dello stravolgimento di una mente, ma allo stesso tempo appare insensata, oltre la capacità di comprensione. La sfida che mi ha sempre affascinato è riuscire a comprendere la sintomatologia ossessiva con gli stessi strumenti concettuali che abitualmente tutti utilizziamo per comprendere le emozioni, i pensieri e le condotte degli altri e di noi stessi. Il problema, dunque, è: quali rappresentazioni e quali scopi danno ragione del DOC?

C.L. Colpisce l’accuratezza e la completezza del lavoro, che affronta il problema in tutte le sfaccettature teoriche e cliniche, con uno stile avvincente, che guida il clinico nei meandri della mente ossessiva e adotta continuamente la prospettiva interna del paziente. Dimmi la verità: quali sono le parti che ti affascinano di più del DOC da studiare come scienziato e da trattare come terapeuta e quelle di cui invece ti sei dovuto occupare per limitare la tua “Not just right experience”?

F.M Come ho detto qui sopra, la parte per me più affascinante è la spiegazione del DOC, il renderlo accessibile ai normali strumenti di comprensione del senso comune. Come dire identificare i determinanti psicologici prossimi delle emozioni, dello stile di pensiero e delle condotte ossessive. È indubbio tuttavia che il DOC, soprattutto in questo momento storico, pone domande cruciali. Che rapporto esiste tra la mente ossessiva e il cervello ossessivo? È conseguenza di un danno neurologico? Quale è l’influenza della ereditarietà? Quale invece il ruolo delle esperienze precoci? Deriva da una interazione di fattori biologici, psicologici, sociali e relazionali? E se si, come è questa interazione? Domande che riguardano tutti i disturbi mentali e, in definitiva, la natura stessa della mente e dunque dell’uomo. La tesi del libro è che i determinanti prossimi del DOC siano scopi e credenze del paziente e i determinanti remoti siano specifiche esperienze negative. Una tesi, quindi, netta e lontana da modelli neurologici o biopsicosociali ma ben sostenuta dalla ricerca sperimentale.

C.L. Sebbene sia stato mio maestro dai tempi della specializzazione, sono lieta di condurre quest’intervista on line per timore di dire o fare qualche imperdonabile sciocchezza e di vedermi puntata contro un’espressione critica e sprezzante. Scherzi a parte, argomenti contro ogni dubbio come il timore di colpa sia l’antiscopo che guida genesi e mantenimento del DOC e di come questo timore trovi terreno fertile in un’educazione rigida e severa avuta nell’infanzia. Si teme di arrecare danno ad altri per non dover incorrere in un aspro rimprovero o nel disprezzo, vissuti come la peggiore catastrofe. Può capitare, da terapeuti, di irritarsi, se non di arrabbiarsi, quando i pazienti non fanno quanto prescritto per il loro bene. Come si può uscire da questa empasse in cui un terapeuta ben intenzionato ripropone un modello di accudimento antico e disfunzionale?

F.M. Quando i pazienti ossessivi non fanno quanto prescritto per il loro bene, di solito, non è per oppositività ma perché troppo difficile per loro. Da tener presente che loro stessi, quando sono in seduta con lo psicoterapeuta, dunque lontani dagli stimoli critici, tendono a sottovalutare le difficoltà che poi incontreranno di fronte alle situazioni attivanti. Da considerare che molte difficoltà nella relazione con il paziente ossessivo hanno una ragione paradossale e cioè il fatto che tendono a prendersi loro l’intera responsabilità della terapia ostacolando, contro le loro stesse intenzioni, l’azione della psicoterapeuta. Ad esempio, in prima seduta, preoccupati di trascurare dettagli che potrebbero rivelarsi cruciali, arrivano con chiaro in mente quello che devono riferire e come, finendo a confondere lo psicoterapeuta con particolari inutili e a ostacolarlo nel tentativo di seguire lo schema che si sono prefissati. Importante, quindi, non interpretare come opposizione quello che, al contrario, è la conseguenza di una esagerata assunzione di responsabilità.

C.L. Sull’onda della precedente domanda ti chiedo come nella pratica clinica si coniugano l’Esposizione con Prevenzione della Risposta, una tecnica d’assalto molto efficace che richiede metodo, rigore, fatica con l’opportunità che il paziente “impari a disobbedire” tollerando il senso di colpa e diventando quindi più flessibile e meno esigente nei confronti di sé stesso.

F.M. ERP sul senso di colpa

C.L. Ricordo molto bene la tua prima lezione del primo anno di scuola di specializzazione in cui, citando Shakespeare, spiegavi come gli esseri umani soffrano per due principali motivi: orgoglio ferito e amore non corrisposto, ovvero siano molto sensibili alle lesioni al valore personale e a quelle inferte da esperienze di amore/attaccamento dolorose. Se il destino di un futuro ossessivo si gioca nei vissuti critici dell’infanzia, come vedi quegli approcci, che, applicati al DOC, lavorano primariamente sui ricordi emblematici del passato, come fa l’EMDR?

F.M. Il lavoro sulle memorie dolorose è agli inizi. Noi stessi ci muoviamo da qualche anno in questa direzione, un capitolo è dedicato a questo punto, ma mi sembra una tendenza ben più generale. Ad esempio, una dei più importanti studiosi del DOC, Paul Salkovskis, ha recentemente pubblicato una ricerca in cui hanno ottenuto interessanti risultati con la Imagery With Rescriprting, una tecnica proveniente dalla Analisi Transazionale, che lavora proprio su memorie dolorose. In realtà, in questa ricerca le memorie erano di episodi relativamente recenti, non della infanzia. La EMDR, a mio avviso, merita un caveat che è ben rappresentato da un aneddoto. Poche settimane fa ho visitato per la prima volta una paziente che si era rivolta a me per un consulto, in particolare voleva un parere su una proposta di psicoterapia che aveva ricevuto da una collega la quale, dopo aver ascoltato i suoi sintomi, le aveva detto che, poiché soffriva di tutti quei sintomi, certamente aveva subito un trauma nella infanzia e che quindi avrebbero lavorato per rintracciare il trauma e su quello poi avrebbero applicato la EMDR. Come dire, siccome c’è una tecnica efficace per i traumi allora ci deve essere un trauma. A me sembra che la EMDR sia una ottimo intervento per il Disturbo Post Traumatico da Stress, estenderla ad altri disturbi rischia di subordinare la conoscenza del paziente alla tecnica mentre si dovrebbe fare il contrario, subordinare la scelta della tecnica alla conoscenza del paziente.

C.L. La scuola (SPC) e l’associazione (APC) che dirigi sono una fucina di aggiornamento, di ricerca, di clinica e di didattica nell’ambito dei disturbi mentali. Ora che hai appena portato a termine il progetto “La mente ossessiva”, di cosa ti stai occupando?

F.M. Ti ringrazio molto per l’apprezzamento. Il gruppo di ricerca della SPC-APC è piuttosto numeroso e dunque è orientato in direzioni diverse. Si va da studi di neurofisiologia del disgusto e del senso di colpa a studi sulla construal level theory, a ricerche sulla gestione delle emozioni, a ricerche sulle memorie dolorose nei pazienti DOC. E’ chiaro che le ricerche più importanti sono sulla efficacia di interventi innovativi nel DOC. Da notare che la maggior parte di queste ricerche è sperimentale. La nostra strategia è di ricorrere il meno possibile a ricerche correlazionali e soprattutto a ricerche correlazionali che usano questionari self report. Personalmente mi sta dedicando soprattutto ad approfondire la conoscenza del senso di colpa

C.L. Mi sento molto ignorante, fammi una faccia sprezzante.

F.M. Puoi scegliere fra due tipi di disprezzo che hanno anche delle espressioni facciali un po’ diverse. Un primo disprezzo è freddo, distaccato, comunica una impressione squalificante ed è indirizzato a persone che si reputano incapaci, inadeguate, non alla altezza. Il secondo disprezzo è caldo, aggressivo, con una espressione che accomuna disgusto e rabbia. Lo si prova per il traditore, l’imbroglione, il profittatore, il perverso, in breve per l’immorale. Nei pazienti DOC sembra esservi una sensibilità spiccata a questo secondo tipo di disprezzo.

C.L. Me la cavo malissimo con entrambe le facce, mi trattengo dal googlare compulsivamente “construal level theory”, ma quasi quasi ricontatto la mia terapeuta…

Grazie infinite per la disponibilità!

Il "gene della follia": un mito da sfatare

di Maurizio Brasini

Nella sua pluri-decennale esperienza di ricerca epidemiologica sulle psicosi, Richard Bentall riferisce di essere partito da uno sforzo di approfondimento della mole di studi sui fattori bio-genetici, per approdare a considerare sempre più l’importanza delle determinanti ambientali, che lui definisce “fattori di rischio sociale“, una svolta che lo stesso Bentall racconta, nel corso della sua relazione al “II Rome Workshop on Experimental Psychopathology” (Roma, 20-21 marzo 2015), essere stata per lui inattesa. Vediamo brevemente come e perché. La schizofrenia (e con essa i distrubi di area psicotica in generale) è stata da sempre considerata una malattia “organica” con una rilevante componente ereditaria. Secondo Bentall questa idea è sopravvissuta fino ai giorni nostri in modo assiomatico, a dispetto di qualunque prova empirica. Bentall sostiene che nonostante i decenni di massicci investimenti nella ricerca delle determinanti genetiche della schizofrenia si siano dimostrati infruttuosi, a mantenere in piedi questa convinzione abbia contribuito una concezione errata eppure consolidata dei meccanismi stessi dell’ereditarietà genetica.

Per visionare i video delle relazioni
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Il principale e più diffuso errore è considerare che l’ereditarietà di una determinata manifestazione patologica sia data dal rapporto tra la variabilità attribuibile ai geni e la variabilità totale. L’errore logico di questa impostazione è semplice: si assume che la somma dei due effetti faccia il totale, e di conseguenza si presume che un alto livello di ereditarietà riduca proporzionalmente le influenze dell’ambiente su un determinato esito patologico. E’ sulla base di questa assunzione che vengono diffuse informazioni secondo le quali la supposta ereditarietà della schizofrenia sarebbe pari all’80%. (schizophreniaresearch.org).

Bentall dimostra con alcuni chiari esempi come questa concezione sia fuorviante. Innanzitutto, un ragionamento simile dovrebbe riguardare le popolazioni e quindi non andrebbe applicato ai singoli individui. Ma, soprattutto, è facilmente dimostrabile che alti livelli di ereditarietà non implicano una riduzione dell’impatto delle cause ambientali (e viceversa). Bentall fa l’esempio di una popolazione ipotetica composta esclusivamente da accaniti fumatori; utilizzando il modello del rapporto gene/ambiente per valutare l’ereditarietà, con la variabilità ambientale ridotta quasi a zero (tutti tabagisti), la prevedibile epidemica diffusione del carcinoma polmonare in questa ipotetica popolazione di fumatori andrebbe attribuita quasi interamente alla genetica anziché all’effetto nocivo del tabacco. Un ulteriore difetto di questo modello esplicativo “additivo” è che non si tiene in considerazione la correlazione tra fattori genetici e ambientali; sempre utilizzando l’esempio del fumo, Bentall propone di immaginare cosa accadrebbe se la tendenza a sviluppare una dipendenza dalla nicotina fosse influenzata geneticamente: a quali cause dovremmo ascrivere lo sviluppo di un tumore al polmone nei fumatori, genetiche o ambientali? Su queste premesse Bentall nota che stime di elevata ereditarietà mascherano rilevanti effetti ambientali quando esiste una correlazione tra variabili genetiche ed ambientati, il che è verosimilmente il caso delle psicosi. Un ultimo errore concettuale che Bentall evidenzia riguarda la nostra idea naif della trasmissione genetica, quella secondo la quale dovrà pur esistere un gene che determina la psicosi così come un gene stabilisce il colore dei fiori dei piselli di mendeliana memoria. Ebbene questa concezione, alla luce di oltre un secolo di straordinari progressi nel campo della genetica, si è rivelata fondamentalmente inesatta, e la vecchia regola “un gene una funzione” è oggigiorno considerata “dogmatica” dai genetisti in primis, anche per caratteristiche molto più puntuali del disagio mentale. Per quanto riguarda i fattori di rischio genetici della schizofrenia, gli studi sul genoma umano sembrano indicare l’esistenza di alcune migliaia (sì, migliaia!) di geni correlati in modo blando seppure statisticamente significativo con la schizofrenia. Prese nel loro insieme, queste migliaia di geni rendono conto di circa il 30% della varianza per la schizofrenia. Migliaia di geni potenzialmente “a rischio” significa che ognuno di noi verosimilmente ne erediterà un “pacchetto” in numero variabile, pescando a caso dal mazzo del patrimonio genetico dei propri genitori; in termini epidemiologici, significa che il rischio genetico di psicosi è distribuito in modo ampio e variabile in tutta la popolazione umana. E’ come dire che siamo tutti dotati di un po’ di geni della follia (chi più e chi meno); dopo di che, saranno soprattutto i nostri percorsi evolutivi a stabilire se questi geni manifesteranno o meno il loro potenziale. E’ appena il caso di accennare qui che, facendo riferimento ad un’ampia mole di ricerche epidemiologiche, tra i fattori che incidono in questi percorsi evolutivi Bentall individua principalmente elementi di svantaggio e di marginalizzazione sociale, nonché le interazioni traumatiche, specie quelle subite in età precoce. Nelle sue considerazioni conclusive, Richard Bentall sfata un ulteriore mito: che considerare la psicosi come una malattia ad origine bio-genetica renda questa condizione più accettabile e più “trattabile” clinicamente. Al contrario, la ricerca dimostra che questa convinzione comporti un atteggiamento più negativo e un maggiore stigma nei confronti dei pazienti psicotici.

Dopo un mese dalla sua scomparsa, rileggendo sabbie…

di Elena Prunetti

È un mese che Franco è morto.

E’ sempre più vivido il ricordo del suo rapporto con la vita e le sue passioni.Sabbie

Vien facile immaginarlo nella solitaria scalata della duna che ci ha descritto in modo limpido e forte. (Clicca qui per scaricare il testo SABBIE)

Questa volta non sentirà le nostre voci provenienti dal campo che gli chiedono un consiglio, un aiuto, un sorriso o solo un po’ di compagnia.

La tristezza si alterna alla rabbia ben descritta da una sua studentessa che il giorno dopo l ultimo saluto ci disse: “ma quando si e’ allontanato dal campo per assaporare la felicità della sabbia, solo con se stesso, non ha pensato ai suoi amici che lo stavano aspettando?…li ha lasciati soli…”

Crediamo che Franco, se ci potesse dire qualcosa, oggi ci ricorderebbe che possiamo accettare questa sua assenza e dobbiamo continuare ad impegnarci in quello che crediamo vivendo con passione e gioendo di quello che la vita ci offre perché’ si può fare, e lui lo ha insegnato a noi con la sua vita e anche nel modo con cui ci ha lasciati.

Lo ricordiamo

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Ruggiero intervista Mancini

a cura della Redazione

Nel corso del V Forum sulla Formazione in Psicoterapia, che si è svolto ad Assisi nei giorni 18, 19 e 20 Ottobre 2013, Giovanni Maria Ruggiero ha intervistato, per State of Mind, Francesco Mancini. Riportiamo il link al video di State of Mind.

La “Scuola Romana” di psicoterapia cognitiva

di Gianluca Chiesa

Nel 1978, grazie all’iniziativa di Vittorio Filippo Guidano, Giovanni Liotti, Mario Antonio Reda, Francesco Mancini, Gabriele Chiari e Georgianna Gladys Gardner, nasce a Roma, in via degli Scipioni 245, il “Centro di Psicoterapia Comportamentale”, sede storica che, nei primi anni Ottanta, trasformerà il nome in “Primo Centro di Terapia Cognitiva”. Francesco Mancini, Maurizio Dodet, Toni Fenelli, Georgianna Gladys Gardner, Mario Antonio Reda, e altri soci del “Primo Centro di Terapia Cognitiva”, ai quali si aggiunse, successivamente, Francesca Righi, fondano, nel 1992, l’Associazione di Psicoterapia Cognitiva (Apc), istituzione a cui afferiscono i diversi centri di terapia cognitiva romani.

Il percorso che porta alla costituzione della “Scuola romana di psicoterapia cognitiva” ha inizio alla fine degli anni Sessanta, quando all’interno dell’Istituto di Psichiatria dell’Università “La Sapienza” di Roma, diretto da Giancarlo Reda, si forma, attorno a Vittorio Filippo Guidano e Giovanni Liotti, un gruppo di specializzandi che inizia ad interessarsi in modo sistematico allo studio e all’applicazione clinica di quell’“approccio globale che si poneva come un tentativo di revisione scientifica della psicoterapia breve sulla base dei principi dell’apprendimento e dei risultati della psicologia sperimentale” (Sanavio, 1981) definito Terapia del Comportamento (Behaviour Therapy)[1]. Questo orientamento, essendo fondato sui criteri epistemologici del Neopositivismo logico, elaborati dal “Circolo di Vienna”, e dell’Operazionismo di Percy Williams Bridgman, sembrava consentire lo sviluppo di un percorso di ricerca clinica, sul funzionamento normale e patologico dell’individuo, che fosse coerente con la metodologia delle scienze più evolute e in linea con i presupposti della moderna filosofia della scienza.

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Perché non sono diventato post razionalista

di Francesco Mancini

Premessa.

Le riflessioni che seguono sono state presentate al Convegno “il cognitivismo post razionalista di Vittorio F. Guidano”, Milano, 20-21 marzo 2009, su invito e proposta della Prof. Valeria Ugazio, direttrice della Scuola di Psicoterapia Sistemica EIST e promotrice del Convegno stesso.

Alcune convergenze

Come suggerito dal titolo svolgerò delle considerazioni critiche nei confronti del post razionalismo, tuttavia non posso non premettere alcune convergenze con il post razionalismo ma soprattutto con le posizioni di Vittorio Guidano precedenti alla svolta post razionalista. In particolare mi preme sottolineare tre punti:

  • Il sintomo è riportato alla persona e alla dinamica complessiva della sua esistenza e non considerato come un fenomeno isolato e svincolato dal resto. In questo vi è, di fatto, una tendenziale differenza dalla la terapia cognitiva standard (TCS), dove il sintomo appare come un fenomeno sostanzialmente poco inserito nell’esistenza della persona e che, per essere compreso, non necessita di essere inquadrato nelle tematiche fondamentali dell’identità personale del paziente, delle sue relazioni più significative, dei suoi temi di vita, della sua esistenza e della sua storia. Ad esempio, il disturbo di panico, alla cui spiegazione comprensione la TCS ha fornito, peraltro, un enorme contributo sperimentale e terapeutico, sembra essere considerato principalmente per il suo profilo interno, mentre, almeno nella mia opinione, resta largamente sottovalutato il profilo esterno, cioè il senso che l’attacco di panico ha nella vita e nell’identità del paziente.
  • Il tentativo di fornire modelli di funzionamento per i diversi quadri psicopatologici. Contrariamente a quanto accade nella maggior parte di altri approcci psicoterapeutici, sia nel post razionalismo sia nella TCS, e ancor più nel Cognitivismo Clinico, vi è un’enorme attenzione allo studio dei meccanismi psicopatologici delle diverse sindromi e non solo alla teoria e alla tecnica dell’intervento. Nell’ambito del Cognitivismo Clinico tale tentativo è realizzato tramite la cosiddetta Experimental Psychopathology, e, dunque, su solide basi scientifiche. Infatti, esiste una vastissima produzione scientifica sui meccanismi di genesi e di mantenimento dei disturbi psicopatologici. E ciò appare assai opportuno: chi, infatti, andrebbe a farsi curare una malattia da un medico che conoscesse solo i farmaci e le loro indicazioni ma non sapesse nulla dell’anatomia patologica e della fisiopatologia della malattia in questione?  Di fatto ciò accade in medicina, poiché non di tutte le malattie è noto il funzionamento, ma certamente tale stato di cose è vissuto come negativo e s’investe per superarlo.
  • Il tentativo di fondare le conoscenze i modelli della psicopatologia sulla psicologia del normale. Per quanto possa sembrare strano, almeno ai miei occhi, si osserva che tra gli psicoterapeuti dei più diversi orientamenti vi è una sostanziale indifferenza per la psicologia del normale e, anzi, è diffusa l’idea che si possa e debba comprendere il normale a partire dal patologico. Ora, è indubbio che la conoscenza della sofferenza patologica possa avvantaggiare la comprensione di come funziona la mente ma è altrettanto indubbio che per comprendere e spiegare la psicopatologia sia indispensabile il ricorso alle conoscenze di psicologia al momento disponibili. Solo la conoscenza di sistematiche illusioni positive nei normali ha permesso, infatti, di mettere a fuoco il cosiddetto realismo depressivo (Alloy, Taylor). Solo la conoscenza del ruolo normale delle euristiche consente il superamento dell’idea che la patologia possa essere ricondotta ad errori di pensiero (Mancini e Gangemi, 2002).

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