Le prove PAC-SI per l’apprendimento

di Alessandra Micheloni

Uno strumento per conoscere, potenziare le abilità cognitive di base e prevenire le difficoltà scolastiche

Molto spesso, i genitori pongono agli esperti dell’età evolutiva il quesito: “Mio figlio sarà pronto per la scuola elementare?”. Domanda lecita, ma anche frutto di preoccupazioni da parte dei genitori per l’ingresso al mondo dei bambini più grandi; ciò comporta uno spunto di riflessione sul bisogno di avere un quadro dei prerequisiti degli apprendimenti (non una diagnosi) che i bambini possiedono già dalla fine della scuola dell’infanzia, come risorsa preventiva per il futuro percorso scolastico da condividere con genitori e insegnanti.
I prerequisiti degli apprendimenti sono abilità cognitive di base, ossia diversi processi di elaborazione di tipo linguistico, mnemonico e attentivo che il bambino deve possedere per apprendere le future abilità scolastiche: lettura, scrittura e calcolo. Tali prerequisiti sono in fase di sviluppo tra i 5 e i 6 anni, dunque possono essere potenziati fin dalla scuola dell’infanzia. Leggi tutto “Le prove PAC-SI per l’apprendimento”

Undicesimo comandamento: non stigmatizzare

di Elena Bilotta

Lo stigma nei confronti della malattia mentale è il primo ostacolo alla ricerca di cure

Più del 70% delle persone che soffrono di un disturbo psicologico non riceve alcun trattamento. La richiesta di cure psicologiche e psichiatriche è esposta, a differenza delle cure sanitarie in generale, a una serie di importanti barriere di natura culturale e sociale, che danno luogo a un enorme divario tra prevalenza dei disturbi e prevalenza del trattamento adeguato ricevuto. La stigmatizzazione e la discriminazione delle persone che soffrono di un disturbo mentale sono il principale ostacolo alla richiesta di cure adeguate.

Ma cos’è lo stigma? È un segno distintivo negativo che differenzia un “noi” da un “loro”, si basa su stereotipi e pregiudizi ed è associato a comportamenti discriminatori. Il mondo dei disturbi mentali è sicuramente ricco di stereotipi e pregiudizi. Lo stereotipo dell’individuo con disturbo mentale lo dipinge come imprevedibile e potenzialmente pericoloso, impossibilitato a svolgere alcun tipo di lavoro e a rendersi indipendente, immorale e a volte anche responsabile del proprio problema. Leggi tutto “Undicesimo comandamento: non stigmatizzare”

Fare l’amore “fa bene”

di Olga Ines Luppino

Il sesso come termometro del benessere

Sebbene il ruolo svolto dalla sessualità sia raramente discusso nei moderni modelli teorici sul benessere, un gruppo di ricercatori della George Mason University, in Virginia, hanno indagato la relazione tra esperienze sessuali e benessere, alla luce delle evidenze secondo cui gli esseri umani, nella loro quotidianità, pensano al sesso, fantasticano sul sesso e, escluse particolari condizioni, desiderano fare sesso.

A partire da esiti precedenti che hanno mostrato una relazione, indipendentemente dal genere e dall’età, tra la maggiore frequenza di esperienze sessuali e un aumentato senso di felicità, gli autori si sono proposti di verificare l’esistenza di una relazione positiva tra comportamento sessuale e benessere, esaminando l’eventuale bidirezionalità di tale relazione.

Il genere sessuale, lo status della relazione, l’intimità e la durata della stessa sono stati considerati quali moderatori di significato. Leggi tutto “Fare l’amore “fa bene””

L’attaccamento? – Un modello che ci accompagna “dalla culla alla tomba”.

di Giuseppe Femia

Che adulto sei? Che bambino sei stato? Come ti relazioni agli altri?

Alle volte non conosciamo l’origine delle nostre emozioni, ignoriamo il motivo di taluni disagi vissuti all’interno della nostra sfera affettiva  e relazionale.

Queste domande potrebbero trovare risposta seguendo  la teoria postulata da J. Bowlby secondo cui siamo predisposti di un sistema innato di attaccamento che si sviluppa durante il primo anno di vita e si costituisce, per diventare un modello operativo di riferimento, in strutture di memoria che in qualche modo andranno a condizionare la nostra capacità di relazionarci agli altri (Bowlby J., 1980).

Attraverso l’ osservazione sperimentale di madre e bambino durante sessioni di interazione, separazione e riunione, mediante l’impiego di uno specchio unidirezionale (Strange Situation), sono stati individuati diversi stili di attaccamento (Ainsworth M. D., 2006): Leggi tutto “L’attaccamento? – Un modello che ci accompagna “dalla culla alla tomba”.”

Disturbo Borderline o Disturbo Bipolare II?

di Lisa Lari e Stefania Iazzetta

La complessità dei due quadri clinici e della loro interferenza nel funzionamento generale delle persone che ne sono affette

“Disturbo borderline di personalità o disturbo bipolare II? Una revisione della letteratura per andare oltre una lettura categoriale”. Questo il titolo di apertura all’analitica revisione della letteratura che De Sanctis, Varrucciu, Saettoni e Gragnani hanno effettuato per chiarire la controversa questione riguardante alcune manifestazioni cliniche simili e dirimenti del Disturbo Borderline di Personalità (DBP) e del Disturbo Bipolare di tipo II (DB II).

Il lavoro risulterà particolarmente appetibile agli occhi del clinico che si interfaccia a pazienti che presentano, contemporaneamente o separatamente, queste due tipologie di disturbo: nonostante le specificità della variegata espressione clinica dei due disturbi, si possono riscontrare alcune aree sintomatologiche apparentemente simili e sovrapponibili che potrebbero produrre numerose difficoltà sia nell’inquadramento diagnostico sia nella scelta dell’impianto psicoterapico e psicofarmacologico più adeguato alle peculiarità del quadro clinico in oggetto.

Gli autori descrivono le due macroposizioni assunte nel tempo dai ricercatori che si sono dedicati a questo argomento: se da una parte esiste un filone di studi che considera questi disturbi come entità cliniche appartenenti a un medesimo continuum affettivo, dall’altra, si delinea un corpus di opere che, al contrario, valuta i disturbi come l’espressione di due forme cliniche distinte e indipendenti, che possono manifestarsi separatamente o in modo concomitante. In risposta alla letteratura, che vede una stretta connessione tra il DB e il DBP, gli autori focalizzano l’attenzione non solo sui segni e i sintomi ma anche sul funzionamento cognitivo dal quale derivano particolari pattern emotivi e comportamentali.

È apprezzabile come gli autori, a differenza di altri studi su questo argomento, abbiano focalizzato l’attenzione sugli stati mentali “che raccontano una storia molto diversa” perché mostrano quanto l’assetto cognitivo della persona con DB si differenzi da quella con DBP. Si dà, quindi, rilievo a quanto la comprensione profonda delle dinamiche interne del paziente sia fondamentale nel lavoro psicoterapico, in modo da andare oltre la mera descrizione delle diverse manifestazioni sintomatologiche.
Questo approccio consente di descrivere e distinguere il diverso funzionamento delle due tipologie di disturbi e di strutturare interventi di trattamento specifici e ad personam.

Un altro aspetto di indubbia utilità per la pratica clinica è l’individuazione, da parte degli autori, delle specificità dei disturbi nelle due aree di sovrapposizione sintomatologica, che sono l’una relativa all’instabilità affettiva e l’altra concernente l’impulsività. Sono stati selezionati gli studi basati sul confronto tra gruppi clinici e di controllo che utilizzavano test di valutazione validati e specifici per l’indagine del costrutto dell’instabilità affettiva e dell’impulsività. Vengono quindi descritti, in modo approfondito, i due gruppi di strumenti, presi in considerazione nelle ricerche selezionate, finalizzati alla misurazione dell’instabilità affettiva e, più precisamente, degli eventuali cambiamenti dallo stato di base verso uno specifico vissuto emotivo, e della presenza o assenza delle componenti fondanti il costrutto dell’impulsività.

Dopo aver differenziato il concetto di instabilità emotiva da quelli di labilità e disregolazione emotiva, vengono descritti i tre studi selezionati che mettono in evidenza come tra le due categorie diagnostiche emergano delle differenze nella velocità di cambiamento, nella reattività interpersonale, nella modulazione e nella valenza affettiva per il DBP da eutimia verso ansia, depressione e rabbia mentre, per il DB, da eutimia a euforia e depressione.

Secondo la nostra prospettiva, è importante sottolineare quanto la componete emotiva e la sintomatologia che ne deriva siano uno dei principali “bersagli” di interventi terapeutici quali, ad esempio, i sets di skills di tolleranza della sofferenza e di regolazione emotiva della DBT per il DBP e i gruppi di psicoeducazione per il DB.

Anche rispetto all’impulsività, gli autori concludono che questa si esprime con sfumature differenti nei due quadri clinici. Nell’impulsività cognitiva (velocità di processamento delle informazioni) i pazienti con DBP riportano una maggiore velocità di processamento con scarso funzionamento delle funzioni attentive e una evidente difficoltà nel riflettere sulle conseguenze di alcune loro scelte (mancanza di premeditazione). Il DB II mostra, invece, un’impulsività cognitiva che si manifesta con una mancanza di concentrazione, un’elevata distraibilità e la presenza di disorganizzazione ideica. Inoltre, la mancanza di persistenza (problemi nel mantenersi impegnati in contesti) è permanente nel DBP mentre nel DB II sembra essere dipendente dalla tonalità affettiva in atto. Anche se questa dimensione ha caratteristiche diverse nei due disturbi, riteniamo indispensabile che il clinico strutturi precocemente un piano di intervento per tutti quei pattern comportamentali potenzialmente pericolosi che derivano dall’impulsività stessa.

In conclusione, questo lavoro di analisi contribuisce a semplificare l’inquadramento diagnostico e la scelta di interventi farmacologici e psicoterapici maggiormente specifici ed efficaci.

Per approfondimenti:

De Sanctis B. e coll., 2017. Disturbo borderline di personalità o disturbo bipolare II? Una revisione della letteratura per andare oltre una lettura categoriale. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale. Vol. 23, n. 2, 2017 (pp. 165-180). Edizioni Erickson – Trento.

 

L’amore al tempo dei vampiri

di Maurizio Brasini

Ovvero: perché la storia del narcisista maligno e della vittima empatica è una iper-semplificazione, ed è più utile immaginare che ogni coppia di amanti infelici si regga sulla segreta speranza di rompere un incantesimo

Amanda è una donna sulla quarantina che, nonostante la sua notevole bellezza, si considera sfortunata in amore. Non ha mai avuto una relazione stabile perché si è sempre innamorata di uomini che definisce “vampiri emotivi”, che si nutrivano del suo amore fino a prosciugarla e poi la gettavano via. Approda in terapia dopo le vacanze trascorse col suo attuale compagno, un uomo più grande di lei, ricco e affascinante. Lei lo aveva raggiunto nella sua villa sulle Dolomiti; si prospettava una situazione idilliaca, e invece era stato un disastro. Amanda aveva un problema ad un ginocchio, ma lui la costringeva ad interminabili arrampicate quotidiane e, in un paio di occasioni, la aveva letteralmente abbandonata lungo il sentiero: “smettila di frignare”, le diceva.

Inoltre, ogni sera lui organizzava qualche ricevimento, cosicché non potevano stare mai da soli; lei si era sentita come un trofeo che lui prima esibiva e poi metteva da parte. La richiesta di Amanda era semplice, perché aveva letto in Internet dell’esistenza dei narcisisti maligni, e aveva riconosciuto in pieno il profilo del suo compagno, per cui aveva bisogno di un aiuto esperto per liberarsi di lui. L’unico problema era che lei… lo amava perdutamente. Perché lui, quando era in vena, era galante e passionale e sapeva farla sentire la donna più speciale del mondo.

In storie come questa possiamo riconoscere un prototipo di relazione sentimentale in cui uno dei due partner appare soggiogato e sfruttato dall’altro. E in un rapporto vittima-carnefice, sembra ragionevole intervenire per liberare la vittima, proprio come chiede Amanda. Eppure, la visione incentrata sul narcisista maligno che vampirizza la vittima empatica si rivela parziale, e fuorviante l’obiettivo terapeutico di liberare la prigioniera.

Ascoltando attentamente Amanda, si capisce che il suo persecutore è anche l’uomo che occasionalmente la fa sentire amata, lei così sola e sfortunata; cioè: lui è anche un salvatore. Inoltre, Amanda riconosce le fragilità di quest’uomo ed è desiderosa di guarirlo col proprio amore; cioè: lui è anche una vittima. Persecutore, salvatore e vittima sono tre facce incompatibili dello stesso uomo, e Amanda sembra non saper decidere: qual è la sua vera natura? Peggio ancora; a seconda dei momenti, la povera Amanda sembra “vedere” una sola delle tre facce e “dimenticare” le altre due.

In effetti, una possibilità è aiutare Amanda a semplificare il suo dilemma a tre facce, confermarle che il suo compagno è in realtà un vampiro, offrirle dei rimedi per conoscere meglio come funzionano i vampiri in modo da poterlo smascherare, sconfiggere e riconquistare finalmente la propria libertà. Implicitamente, tuttavia, avremo anche confermato ad Amanda la sua visione di se stessa e degli uomini, e reiterato il suo destino di donna sfortunata in amore, che può al massimo liberarsi dai vampiri per rimanere sola, perché in un mondo popolato dai vampiri la solitudine è il prezzo per la libertà.

Ragionando di amori e vampiri insieme al terapeuta, viene in soccorso ad Amanda una sua eroina, la protagonista di “Twilight” che, proprio come lei, è innamorata di un vampiro. Nel romanzo, tuttavia, il vampiro rinuncia a nutrirsi del sangue della sua amata e lei a sua volta si astiene dall’utilizzare i propri poteri anti-vampiro contro di lui. Amanda si rende conto che la promessa di immortalità che accompagna il morso del vampiro è una condanna, sia perché la renderebbe schiava del suo stesso incantesimo sia perché la snaturerebbe irrimediabilmente, rendendola diversa da ciò che la sua eroina è e vuole essere. A questo punto, Amanda formula una nuova richiesta: non vuole essere aiutata a lasciare il suo narcisista maligno, preferisce iniziare a chiedergli un amore che la renda forse meno speciale, ma che sia fatto di considerazione e di rispetto.

La storia avrà un lieto fine diverso dalle aspettative di Amanda. Lei inizia a fare proposte del tipo: “invece di portarmi nel ristorante stellato, vieni a cena da me e poi dormiamo insieme”. Il suo compagno di fronte a questo cambiamento di atteggiamento si fa più evasivo, ma stavolta, curiosamente, Amanda non sente l’impulso irresistibile di inseguirlo. La relazione si sfilaccia, lei tollera un periodo di silenzio e poco tempo dopo conosce un altro uomo. Quando il suo compagno precedente torna a cercarla per professarle tutto il suo amore, Amanda è fortemente tentata, ma al primo incontro si accorge che tutto sommato sta meglio col suo nuovo compagno.

Alla fine della terapia, Amanda crede ancora nella sua teoria dei narcisisti vampiri, ma non si preoccupa più di non cadere nelle loro fauci, e soprattutto non è più convinta di essere sfortunata in amore perché dopotutto, con qualche accorgimento, anche un vampiro può essere un ottimo compagno, purché le voglia bene e ricordi di essere un gentiluomo.

Per Approfondimenti

Per cominciare, ecco alcuni dei numerosissimi riferimenti online sulle varie teorie dei vampiri emotivi, dei narcisisti maligni e delle vittime empatiche:

Per chi fosse interessato ad una comprensione dei tre volti del compagno di Amanda: persecutore, salvatore e vittima, essi corrispondono al cosiddetto “triangolo drammatico”, inizialmente identificato dallo psicoterapeuta transazionale Stephen Karpman (1968). Il ruolo di queste tre versioni inconciliabili dell’altro e della relazione nelle sequele dell’attaccamento disorganizzato è stato ampiamente trattato da Giovanni Liotti (qui sotto si riportano alcuni dei principali riferimenti bibliografici):

  • Karpman, S. (1968): “Fairy tales and script drama analysis”. Transactional Analysis Bulletin, 7: 39-43;
  • Liotti, G. (1999): “Disorganized attachment as a model for the understanding of dissociative psychopathology”. In: J. Solomon & C. George (eds.), Attachment Disorganization. New York: Guilford Press (pp. 291-317);
  • Liotti, G. (2004): “Trauma, Dissociation, and Disorganized Attachment: Three Strands of a Single Braid”. Psychotherapy: Theory, research, practice, training; Vol. 41, pp. 472-486, 2004;
  • Liotti, G. Farina, B. (2011): “Sviluppi traumatici”. Raffaello Cortina.

Per comprendere la logica terapeutica che sottende alla riformulazione della richiesta di Amanda, in cui anziché confermare la sua visione negativa delle relazioni la si aiuta a mettere in luce il proprio “piano di guarigione inconsapevole”, può essere utile un’introduzione alla Control Mastery Theory di Joseph Weiss e Harold Sampson:

  • Weiss, J. (1999): “come funziona la terapia”. Bollati Boringhieri.

Una descrizione della personalità narcisistica godibilissima e assai meno “unidimensionale” di quella offerta dai teorici del narcisista-vampiro la si può trovare in un recente libro di Giancarlo Dimaggio:

  • Dimaggio, G. (2016) “L’illusione del narcisista”. Baldini & Castoldi.

Infine, per donne che vogliono provare a convivere coi propri narcisi, ecco un prontuario di facile accesso offerto dalla Prof. Umberta Telfner:

  • Telfner, U. (2006): “ho sposato un narciso”. Castelvecchi.

Disfunzioni sessuali: una questione di disgusto

di Elena Bilotta

Il ruolo del disgusto nella eziopatogenesi dei disturbi sessuali secondo Peter de Jong*

Nel corso del suo intervento al recente Rome Workshop on Experimental Psychopathology, il prof. Peter de Jong ha fornito una lettura per così dire “disgusto-centrica” dello sviluppo delle disfunzioni sessuali. L’emozione di disgusto è considerata una risposta protettiva dell’organismo nei confronti di possibili elementi patogeni di contagio: è dunque focalizzata sulla relazione di contatto tra il corpo e l’ambiente esterno, con particolare attenzione a pelle e orifizi del corpo. La sensibilità al disgusto cresce all’aumentare della prossimità dell’elemento potenzialmente contaminante, allo stesso modo la sensibilità al contagio è differente nelle diverse aree del corpo, ove le zone genitali mostrano il potenziale di contagio più elevato, mentre i prodotti del corpo, quali sudore e liquido seminale, corrispondono ai più potenti evocatori di disgusto. L’emozione di disgusto è inoltre associata a comportamenti evitanti e a riflessi muscolari difensivi che potrebbero aiutare a difendere la persona a proteggersi dall’eventuale elemento contaminante. Leggi tutto “Disfunzioni sessuali: una questione di disgusto”

Infanticidio. Psicopatologia o crudeltà?

di Niccolò Varrucciu

Contrariamente all’immaginario collettivo, alcuni studi hanno rilevato la bassa prevalenza di psicosi tra le madri infanticide. Quali passi deve compiere la ricerca neuropsicologica

Nessun crimine risulta più cruento, efferato e dettato dalla follia dell’uccisione di bambini da parte dei loro genitori. Ma, anche se controintuitivo, l’infanticidio è sempre esistito e su di esso la letteratura fornisce dati incredibili. Rougé-Maillart ha evidenziato come il principale obiettivo delle donne sia il marito, seguito dai figli.

Tra i bambini sotto i cinque anni uccisi negli Stati Uniti tra il 1976 e il 2005, il 61% aveva visto i genitori come propri carnefici: di questi ben il 30% aveva guardato la loro madre mentre li uccideva.

Tragica la vicenda perpetratasi nel 2007 in Germania: una madre uccise nove bambini subito dopo la nascita, facendoli a pezzi e interrandoli in vasi di fiori; un’altra aveva ucciso numerosi bambini e in seguito li aveva messi in un congelatore. Leggi tutto “Infanticidio. Psicopatologia o crudeltà?”

La tecnica EMDR per rielaborare un trauma

di Alessandra Micheloni e Gabriella Catalano

Non cancellare l’episodio doloroso ma considerarlo come appartenente al passato

Circa un mese fa, dal 12 al 14 maggio2017, a Grosseto si è tenuto un workshop dal titolo “I principi base dell’EMDR integrato nel trattamento cognitivo comportamentale dei disturbi psicopatologici”. Durante le tre giornate, i partecipanti hanno “fatto spazio” a contenuti personali ed emotivi, attraverso esercitazioni in coppia: l’uno si è posto di fronte all’altro, come “seduti su un treno”, osservando “fuori dal finestrino” e immergendosi nei ricordi dolorosi.
Laura Conti e Ilaria Martelli Venturi sono state le docenti che hanno accompagnato gli allievi psicoterapeuti in questo viaggio teorico ed esperienziale, lasciando loro materiale e strumenti da utilizzare con i propri pazienti, adulti e bambini, nei rispettivi percorsi terapeutici. Leggi tutto “La tecnica EMDR per rielaborare un trauma”