Motivazione e dislessia

di Emanuela Pidri

I dislessici hanno un diverso modo di apprendere ma imparano come tutti gli altri

l grado di difficoltà di un bambino dislessico può essere influenzato da fattori emotivo-relazionali come la motivazione. L’assenza, anche parziale, della spinta motivazionale verso la lettura e verso la scrittura ostacola le capacità attentive e di memoria a breve e a lungo termine. Il bambino demotivato ha scarsa tolleranza verso le frustrazioni per cui, di fronte all’insuccesso, spesso tende a non impegnarsi per risolvere il problema ma reagisce con il più totale disinteresse.

Secondo lo psicologo canadese Albert Bandura, è fondamentale agire sull’autoefficacia, cioè sull’insieme di aspettative che l’individuo nutre nei confronti di se stesso. Il soggetto, infatti, si impegnerà in un’attività in cui pensa di poter riuscire dove ritiene che il suo impegno possa essere positivamente riconosciuto, mentre non dedicherà sforzi in qualcosa in cui è convinto di non poter riuscire. A svolgere un ruolo determinante in questo processo è il locus of control, cioè la tendenza di ognuno ad attribuire a fattori esterni o interni i propri successi o insuccessi. Il bambino che attribuisce i suoi insuccessi a locus interno, attribuendo i pochi successi a locus esterno, sarà altamente demotivato, in quanto convinto che il suo impegno non possa migliorare la sua condizione. Ecco perché, iniziare un percorso di potenziamento, proponendo attività a lui accessibili, risulta importante per accrescere la sua autostima e quindi la sua motivazione. Il bambino dislessico è un bambino che ha alle sue spalle una storia scolastica costellata da insuccessi, perché non riconosciuto in tempo e quindi considerato troppo a lungo svogliato, pigro, disattento. Spesso si sarà sentito dire che non si impegna abbastanza, che dovrebbe fare più esercizio e avrà osservato tutti i suoi compagni procedere bene in un attività che a lui proprio non riesce. Questo può comportare atteggiamenti di fuga non solo fisica, come darsi malato o chiedere continuamente di uscire dall’aula, ma anche cognitiva, cioè pensare ad altro durante la lezione, evitando il più possibile di ascoltare l’insegnante e rendersi invisibile. Spesso tutto ciò si traduce in comportamenti disturbanti per la classe e molti dei bambini dislessici vengono scambiati per iperattivi o bambini poco maturi, con il rischio di ritardarne la diagnosi e quindi l’inizio di specifici interventi mirati al recupero. Anche l’ansia altera molto le prestazioni dell’individuo, per cui il bambino dislessico, con scarse capacità di lettura, posto in una situazione ansiogena, avrà performances ancora inferiori alle sue reali potenzialità. L’insuccesso prolungato provoca scarsa autostima e, dalla mancanza di fiducia nelle proprie possibilità, scaturisce un disagio psicologico che può sfociare in un’elevata demotivazione all’apprendimento, in manifestazioni emotivo-affettive particolari (quali la forte inibizione, l’aggressività, gli atteggiamenti istrionici di disturbo alla classe) e, in alcuni casi, nella depressione. Anche in famiglia, la maggior parte dei bambini dislessici si trova a vivere una situazione difficile.

Per molti genitori la scuola è importante e viene prima di tutto il resto, con la conseguenza che di fronte a qualche difficoltà scolastica, si dimenticano tutte le altre abilità che potrebbe avere il bambino. Così inizia una storia fatta di punizioni, esercizi estenuanti per il recupero, talvolta continui cambi di istituto scolastico. Le difficoltà a scuola, l’incapacità degli altri di riconoscerle e di individuare stati d’animo a esse riconducibili, possono comportare grave emarginazione sociale e isolamento. Di fronte a un bambino con difficoltà di apprendimento diagnosticate, la scuola deve redigere un Piano Didattico Personalizzato, in cui vengono indicate le strategie di personalizzazione educativa e le misure compensative e dispensative agenti su autostima, iniziativa personale e fiducia in sé.  I dislessici hanno un diverso modo di apprendere ma imparano come tutti gli altri.

Per approfondimenti:

BANDURA A. (2007). Autoefficacia, teorie ed applicazioni. Fabbri, Milano

BIANCARDI A. E MILANO G. (1999). Quando un bambino non sa leggere. Vincere la dislessia e i disturbi dell’apprendimento. Rizzoli, Milano

CORNOLDI C. (1999). Le difficoltà di apprendimento a scuola. Il Mulino, Bologna

HUNTINGTON DD. E BENDER W.N. (1993). Adolescents with learning disabilities at risk? Emotional well being, depression, suicide. Journal of learning disabilities, 26 pp. 159-166

MEAZZINI P. (2002). La lettura negata ovvero la dislessia e i suoi miti. Guida al trattamento degli errori e delle difficoltà di lettura in cattivi lettori. Franco Angeli, Milano

STONE W. L E LA GRECA A. (1990). The social status of children with learning disabilities a reexamination. Journal of learning disabilities, 23 pp. 33-38

ZAPPATERRA T. (2012). La lettura non è un ostacolo. Scuola e DSA. Edizioni ETS, Pisa

ZOCCOLOTTI et al (2005). I disturbi evolutivi di lettura e scrittura. Carocci, Roma

Delusioni e dintorni

  di Monica Mercuriu     

Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda. E lui si dice: “Il mio fiore è là in qualche luogo.”… Ma se la pecora mangia il fiore, è come se per lui tutto un tratto, tutte le stelle si spegnessero.
Antoine de Saint-Exupéry – Il Piccolo Principe                                                                      

La delusione rappresenta un sentimento di amarezza generato dalla mancanza di corrispondenza tra la realtà e una propria o altrui speranza.

Si può deludere qualcuno o essere deluso da qualcuno o qualcosa. In entrambe le situazioni, il soggetto non è passivo: genera un’aspettativa su sé stesso o sugli altri, immagina e si rappresenta uno scenario per lui positivo, e quando la realtà si scontra con la sua rappresentazione, senza adeguarsi ad  essa, la persona delusa si sente affranta, triste, prova emozioni sgradevoli che non sempre riesce ad accantonare.

Un bambino che prova delusione ha sicuramente immaginato una situazione in cui gli elementi presenti nella realtà vengono uniti insieme dalla migliore delle ipotesi: la speranza, talmente salda, a volte, da essere quasi irrealistica, nonostante la presenza scomoda di altri elementi pronti a contrastarla.

“Papà stasera ha detto che farà tardi, deve passare a ritirare una cosa… Forse si è ricordato che volevo l’album in edicola, sicuramente è così e vuole farmi una sorpresa”. La “migliore delle ipotesi” vince sul dubbio e, probabilmente, riesce a prevalere perché il bambino ha già sperimentato una situazione simile, con esito positivo, e ciò costituisce un antecedente forte e positivo.

La delusione che potrebbe nascere varierà d’intensità, da lieve a molto intensa, qualora il bambino non veda realizzata la sua aspettativa. Il genitore può essere però di grande aiuto nel processo di accettazione, poiché può confortare nell’immediato, facendo sentire il bambino al sicuro, e aiutarlo a capire dove il suo ragionamento, condito di speranza, ha seguito un’unica direzione, pur non avendo elementi di rinforzo o conferma. Da una delusione si guarisce, maggiori sono le aspettative infrante, maggiori saranno gli effetti di una delusione, ma pur sempre transitori.

Ma cosa accade quando il genitore comunica al bambino di essere stato deluso da lui, da un suo atteggiamento o comportamento, o magari dal fatto che non ha aderito a una sua richiesta? S’incontrano qui due stati d’animo: l’essere deluso del genitore e lo stato emotivo del bambino che ha deluso, caratterizzato spesso da elevati stati d’ansia, colpa e vergogna.

Un bambino, vulnerabile o sensibile alla colpa, può trovare inaccettabile questa condizione, sperimenta un fallimento per non essere riuscito nel suo intento o magari per aver fatto qualcosa che il proprio genitore non approva, e si può sentire colpevole, preoccupato, perché l’idea di aver generato nel genitore questo stato di forte amarezza è per lui grave. Può generarsi una credenza erronea di dover in tutti i modi far sì che i propri genitori non si sentano più delusi, alzando quindi costantemente il livello di controllo sulle proprie azioni, mantenendo alti standard di funzionamento a casa, a scuola, persino a livello sociale. Il bambino compie questo processo gradualmente con lo scopo di allontanare il più possibile l’eventualità di essere fonte di delusione. Questo vale anche per gli insegnanti e le altre figure di riferimento che fanno parte della sua vita; molto spesso il timore di deludere l’insegnante sovrasta il timore di prendere un brutto voto. Nella mente del bambino il voto si recupera, la fiducia una volta persa forse non si recupera più.

Alcuni test utilizzati nell’assessment in età evolutiva, soprattutto quelli che indagano la presenza di nuclei psicopatologici legati alla presenza dell’ansia, sono costituiti da questionari self report che il bambino può compilare da solo. Tra gli item proposti, spesso ricorrono le seguenti affermazioni: “temo di deludere i miei genitori”, “penso che i miei genitori non siano contenti di me”. Molti sono i bambini che, nell’intervista diagnostica, spiegano come questa sia una delle preoccupazioni più frequenti e importanti.

Un genitore o un insegnante può fare la differenza in queste circostanze. È importante comprendere come l’essere deluso e deludere faccia parte del processo maturativo di ogni individuo e come il superamento di tali emozioni porti, molto spesso, a cambiamenti positivi e stabili nel tempo, che tutelano il bambino e lo rendono allo stesso tempo autonomo e responsabile. È possibile, però, evitare conseguenze estreme o indesiderate, soprattutto in quelle famiglie dove il pattern di comportamento genitoriale si basa su uno stile di parenting autoritario o iperprotettivo, e dove l’essere colpevoli o fonte di delusione costituisce la base e la modalità di relazione preferenziale con i figli.

Concludendo questa riflessione, ancora una volta il romanzo “Il Piccolo Principe” può venirci in aiuto e costituire uno spunto di riflessione per l’adulto che di fronte ai singhiozzi di un piccolo principe, deluso e sconfortato può fare la differenza:

Era caduta la notte.
Avevo abbandonato i miei utensili.
Me ne infischiavo del mio martello, del mio bullone della sete e della morte.
Su di una stella un pianeta, il mio, la Terra, c’era un piccolo principe da consolare!
Lo presi in braccio. Lo cullai.
Gli dicevo:
“Il fiore che tu ami non è in pericolo. . . Disegnerò una museruola per la tua pecora. . .
e una corazza per il tuo fiore. . . Io. . .”
Non sapevo bene cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro.
Non sapevo come toccarlo, come raggiungerlo. . .
Il paese delle lacrime è così misterioso.”

Sensazioni corporee, che paura!

di Miriam Miraldi
Anxiety sensitivity e Disturbo Ossessivo Compulsivo
La persona che soffre di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) si trova a dover fronteggiare pensieri o immagini negative di tipo intrusivo, attivando compulsioni volte a neutralizzare il disagio da esse prodotto. La Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) può essere un valido aiuto in quanto, attraverso tecniche espositive con prevenzione della risposta (E/RP, Exposure with response prevention), favorisce il graduale avvicinamento agli stimoli temuti, al netto della messa in atto delle usuali strategie disfunzionali che il soggetto utilizza, e che sono generalmente di evitamento e fuga. Tuttavia, non tutte le tecniche sono egualmente efficaci per tutti gli individui e vi sono fattori che possono influenzare gli esiti trattamentali, come ad esempio la copresenza di depressione grave. La ricercatrice americana Shannon M. Blakey e colleghi si sono chiesti di recente se anche la cosiddetta Anxiety Sensitivity (AS), o “sensibilità all’ansia”, possa essere un elemento perturbante il buon esito della terapia per il disturbo ossessivo.
La AS consiste in una peculiare propensione a considerare pericolosi per la propria integrità psicofisica segnali, anche normali, di arousal, o attivazione corporea fisiologica (p.es. palpitazioni, lievi capogiri, vertigini, etc.), che vengono letti dal soggetto non come semplicemente fastidiosi, quanto piuttosto come ambigui o minacciosi, causando un inevitabile incremento dell’ansia; così, ad esempio, una persona con elevata sensibilità all’ansia potrebbe interpretare erroneamente un senso di costrizione toracica come segno di infarto, oppure le vertigini come segno di stare “perdendo il controllo”. Sebbene il concetto di AS sia principalmente associato al disturbo di panico o al disturbo di ansia per la salute, esso è considerato un processo transdiagnostico e un fattore di vulnerabilità per la psicopatologia in genere tanto che – per esempio- specie la dimensione cognitiva dell’AS si associa alla gravità dei sintomi nel DOC. Ci sono motivi per ipotizzare che l’AS possa impattare negativamente sulla buona riuscita del trattamento per tale disturbo. Innanzitutto, l’attivazione ansiosa viene spesso “provocata” durante la terapia di esposizione e pertanto, gli individui con un AS elevato tendono a temere non solo gli stimoli di esposizione di per sé, ma anche le sensazioni di attivazione che vengono “terapeuticamente” indotte durante l’esposizione. Ciò potrebbe comportare che i pazienti affetti da DOC con AS elevata possano essere soggetti a episodi di panico durante l’esposizione, il che condurrebbe a comportamenti di evitamento e ostacolerebbe sia l’aderenza al trattamento, che la fiducia nelle tecniche; inoltre, le ossessioni di alcuni pazienti potrebbero direttamente riguardare sensazioni somatiche ambigue: per esempio, un paziente che presenta un DOC da contaminazione può essere particolarmente ipervigilante e ansioso in risposta a sensazioni di nausea, che spesso accompagnano l’attivazione ansiosa.
La ricerca di Blackey ha inteso esaminare la misura in cui i livelli di partenza di AS possano influenzare l’esito del trattamento in un campione di individui con diagnosi clinica di DOC: 187 partecipanti sono stati inclusi in un programma di trattamento residenziale presso il Centro dei Disturbi Ossessivo-Compulsivi del Rogers Memorial Hospital di Oconomowoc, nel Wisconsin, che comprendeva una media di 28 ore settimanali di esposizioni graduate, gruppi di psicoeducazione, terapia cognitivo comportamentale individuale. Tutti i partecipanti hanno completato una batteria di questionari self report, sia pre- che post-trattamento, che includeva: una scala di valutazione dei sintomi ossessivo-compulsivi (DOCS,Dimensional Obsessive-Compulsive Scale); una scala di valutazione della depressione (BDI-II, Beck Depression Inventory-II); e infine una scala specifica per l’Anxiety Sensitivity (ASI, l’Anxiety Sensitivity ), un questionario di 16 item sulle credenze riguardanti la pericolosità dell’arousal (ad es., “Mi fa paura quando il mio cuore batte rapidamente”). Scopo dello studio era comprendere perché alcuni pazienti con DOC non aderiscono o rispondono alla TCC, sebbene sia l’intervento gold standard per tale disturbo.
Coerentemente con l’ipotesi dei ricercatori, l’AS era correlata positivamente con la gravità del DOC prima della terapia e ciò indica che un livello maggiore di paura delle sensazioni corporee è associato all’aumento della gravità del DOC. Lo studio ha confermato, inoltre, che maggiori livelli basali di AS, prospettivamente, predicono la gravità dei sintomi anche dopo la terapia.
Un importante passo è considerare il meccanismo attraverso il quale AS ostacola gli effetti della terapia sul DOC: si può ipotizzare che un AS elevata possa amplificare le difficoltà di esposizione; in particolare, le esposizioni che generano attivazione fisiologica possono essere vissute come più impegnative o angoscianti non solo a causa della paura degli stimoli (ad esempio, “Toccare il gabinetto mi farà star male”), ma anche a causa della minaccia associata all’attivazione fisiologica (es. “Se il mio cuore batte forte, avrò un infarto”). Sembra quindi che i pazienti ossessivi con alta Anxiety Sensitivity si debbano confrontare simultaneamente con due stimoli di paura condizionati durante le esposizioni, che potrebbero comprensibilmente portare a una più complicata aderenza al trattamento.
La terapia dovrebbe dunque implicare l’uso simultaneo di esposizioni “enterocettive” e di esposizioni in vivo : per esempio, una paziente che interpreta le sue mani tremanti come un’indicazione che è altamente probabile che agisca i suoi pensieri ossessivi indesiderati di pugnalare una persona cara, potrebbe condurre esercizi di esposizione enterocettiva “su misura” (es., tenendo una posizione di pressione per indurre il tremore) immediatamente prima di tenere un coltello, mentre è vicino alla persona cara (esposizione in vivo).
Per quanto riguarda le implicazioni cliniche, può dunque essere vantaggioso avvalersi anche di tecniche di esposizione enterocettiva, per modificare l’interpretazione erronea di sintomi fisici, inducendo deliberatamente sensazioni corporee temute, ma senza impegnarsi in strategie di riduzione dell’attivazione fisiologica, allo scopo di estinguere la paura delle sensazioni legate all’arousal: questo potrebbe aumentare la compliancenelle tecniche terapeutiche di esposizione che si utilizzano per il DOC e la buona riuscita della terapia.
Per approfodimenti:
Blakey, S. M., Abramowitz, J. S., Reuman, L., Leonard, R. C., & Riemann, B. C. (2017).  Anxiety sensitivity as a predictor of outcome in the treatment of obsessive-compulsive disorder. Journal of behavior therapy and experimental psychiatry, 57, 113-117.
Calamari, J. E., Rector, N. A., Woodard, J. L., Cohen, R. J., & Chik, H. M. (2008). Anxiety sensitivity and obsessive—compulsive disorder. Assessment,15(3), 351-363.
​Gragnani, A., Cosentino, T., Bove, A., & Mancini, F. (2011). Trattamento breve con l’uso dell’esposizione enterocettiva in un caso di disturbo di panico con agorafobia. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale,17 (2), 235-250.

L’amore, una partita a scacchi

di Emanuela Pidri
Il Disturbo Istrionico di Personalità e l’arte della seduzione
Il Disturbo Istrionico di personalità è caratterizzato da un’emotività eccessiva e dalla continua ricerca di attenzione.
Oltre allo stile interpersonale drammatico e seduttivo, caratterizzano
questo disturbo l’impressionabilità, la tendenza alla somatizzazione e la ricerca della novità. Tali caratteristiche compaiono entro la prima età adulta, investono numerosi contesti della vita e li compromettono, causando sofferenza. Le persone istrioniche sono guidate dalle sensazioni e possono passare velocemente da un umore a un altro, vivono ogni esperienza di vita in modo intenso e molto espansivo, sono particolarmente vivaci e divertenti. Sono seduttivi, coinvolgenti, affascinanti, tentatori, si ritengono irresistibili e in grado di conquistare chiunque. La seduttività viene messa in atto anche in situazioni inappropriate, come in ambiti sociali e professionali, al di là di ciò che è adeguato per il contesto.
Per l’istrionico, la seduzione è una partita a scacchi che non può durare molto: si giunge ben presto a una situazione di noia e di saturazione. E così, andrà alla ricerca di un nuovo partner, un trofeo da esibire per ottenere nuovi stimoli, per recitare daccapo la sua parte di conquistatore ed essere, quindi, rassicurato nelle proprie grandi abilità seduttive. L’uomo istrionico può ingannare la partner sul grado del suo impegno e coinvolgimento mentre la donna può ingannare il partner circa la sua fedeltà. Nei rapporti di coppia, queste persone
possono ricercare figure con forte autorità, a cui attribuiscono doti straordinarie e la risoluzione magica dei loro problemi.
Chi soffre di questo disturbo spesso presenta anche una marcata dipendenza affettiva: essendo estremamente dipendente dall’attenzione, dall’approvazione e dal supporto esterni, risulta molto sensibile al rifiuto e terrorizzato dalle separazioni.
Per evitare l’interruzione di un rapporto, può ricorrere a comportamenti estremi e manipolativi, volti ad attirare l’attenzione dell’altro.
All’origine di questa complessa personalità c’è una ferita profonda, un vuoto interiore scavato con la convinzione di non essere meritevole di attenzione e con la paura della solitudine.
Il fulcro della sofferenza dell’istrionico è determinato dal profondo senso di indegnità, mancanza d’affetto, inadeguatezza.
Dal punto di vista biologico, le persone che soffrono di questo disturbo presenterebbero un temperamento caratterizzato da ipersensibilità e dalla ricerca esterna di gratificazioni. Sul piano psicosociale, le persone che hanno sviluppato il disturbo istrionico di personalità spesso hanno sperimentato durante l’infanzia difficoltà nella soddisfazione dei loro legittimi bisogni di attenzione e cure. Ambienti familiari caotici, contraddittori, senza regole, facilitano l’insorgenza di questo disturbo. Spesso si tratta di rapporti che si basano sulla non autenticità, dove si considera solo l’apparire e non l’essere.
La terapia di tale disturbo è molto difficile. Nel trattamento Cognitivo Comportamentale, il paziente viene aiutato a identificare le proprie emozioni, i propri pensieri e gli eventi a cui questi sono correlati. Successivamente, il terapeuta collabora col paziente al fine di individuare e modificare le sue credenze centrali disfunzionali relative a: ritenere di essere incapaci di prendersi cura di se stessi tanto da dover ricercare costantemente attenzione e cure da parte degli altri; presentare eccessiva sensibilità al rifiuto e ricercare costantemente approvazione; ritenere che l’interruzione di un rapporto affettivo possa essere disastroso, mantenendo rapporti insoddisfacenti e inautentici e, dunque, confermando il proprio senso di incapacità a farcela da soli e la loro sensazione di inautenticità. Per un sottotipo di pazienti si è rivelato efficace anche un training per le abilità sociali volto, in particolare, alla modulazione delle emozioni e dei comportamenti impulsivi e allo sviluppo dell’empatia.
Per approfondimenti:
GABBARD, G. O., (2002). Psichiatria psicodinamica. Raffaello Cortina Editore, Milano.
PERRIS C., (1993). Psicoterapia del paziente difficile, Métis, Lanciano.
SEMERARI A., DIMAGGIO G., (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Laterza, Roma-Bari.
SEMERARI A., DIMAGGIO G., NICOLO’ G.,(2016). Curare I casi complessi. Laterza, Roma.

Tratto o disturbo?

di Giuseppe Femia
Dimensione psicologica di funzionamento o psicopatologia? L’indagine clinica per i disturbi della personalità
  • Come si descriverebbe come persona? Come pensa che la descriverebbero gli altri?
  • Come si sente di solito rispetto a se stesso/a? Con che grado di successo direbbe che sta ottenendo le cose che vuole nella vita?
  • Come sono le sue relazioni con le altre persone? Chi sono le persone più importanti della sua vita? Va d’accordo con loro?
  • Quanto pensa di capire bene se stesso/a? Quanto comprende bene gli altri.

Queste domande preliminari sulla visione di Sé e sulla qualità delle relazioniinterpersonali caratterizzano il quadro generale della SCID-5 PD intervista ( Structured Clinical Interview for DSM-5 ), l’intervista clinica per i disturbi della personalità. Essa costituisce lo strumento elettivo di indagine della personalità nel suo funzionamento, nelle sue manifestazioni psicopatologiche e nella definizione di quelle costellazioni di tratti salienti che determinano la definizione di un funzionamento psicologico e di una struttura definita di pattern stabili di comportamento, ragionamento e relazione. Mediante questa metodica è possibile, infatti, approfondire le caratteristiche della personalità e differenziare le diverse manifestazioni psicopatologiche sciogliendo i maggiori dubbi diagnostici rispetto a quadri ad alta comorbilità.

Questo tipo di indagine agevola e promuove i processi di diagnosi differenziale tra il disturbo schizotipico di personalità e lo schizoaffettivo; tra il disturbo dipendente di personalità e il disturbo borderline; tra il disturbo evitante e le manifestazioni di ansia e fobia sociale; tra il disturbo narcisistico di tipo overt e quello covert; tra le manifestazioni sotto soglia e i quadri severi di psicopatologia, adottando un’ottica dimensionale di ragionamento clinico/diagnostico.

Nasce da un lavoro di revisione della SCID-II, che inizia dopo la pubblicazione del DSM-5 nel 2013, e riflette le modifiche apportate nel nuovo manuale dei disturbi mentali e soprattutto la revisione della logica multi assiale precedentemente adoperata. Attraverso la SCID-5 PD è dunque possibile tracciare un profilo della personalità e delle sue diverse manifestazioni in relazione ai criteri categoriali previsti, seguendo una logica di conoscenza dei disagi della personalità e della loro intensità mediante l’osservazione di tre diversi parametri trans–diagnostici, vale a dire la regola delle “Tre –P”
Patologia: Che livello di disagio manifesta la persona esaminata? Quanto il disturbo compromette il globale funzionamento e quanto il soggetto si mostra consapevole delle proprie difficoltà? Quante aree risultano inficiate? Con quale intensità e con quale frequenza si manifesta il disagio?
Persistenza: Quando ha avuto esordio? Quando ricorda di aver sentito/agito/pensato in questo modo per la prima volta? Quanto spesso accade e da quanto si sente così?
Pervasività: Le compromissioni rintracciate sono presenti in molte situazioni differenti? Si verificano con molte persone differenti?
La diagnosi è dunque possibile esclusivamente se i sintomi espressi dal soggetto risultano rintracciabili a partire dalla giovane età adulta, se il disturbo determina disagio e malessere e se coinvolge diverse aree di funzionamento, sociale, affettiva, familiare e lavorativa.
L’intervista si avvia a partire da un’indagine generale volta a ricavare informazioni sulle esperienze pregresse del soggetto rispetto alla sua storia di vita, la struttura familiare, le capacità professionali, precedenti rapporti terapeutici e/o l’esistenza di un trattamento in atto di tipo farmacologico; inoltre consente di individuare le risorse e i fattori di rischio rispetto al contesto della persona esaminata.
L’intervista segue con domande che indagano i diversi criteri per ognuno dei dieci disturbi della personalità secondo il seguente schema di valutazione: “?”= informazioni insufficienti; “0” = tratto assente; “1” = sotto-soglia; “2” = soglia patologica. Per attribuire il punteggio “2” devono essere presenti diversi episodi chiari in cui il tratto si manifesta in modo chiaro compromettendo un ambito di funzionamento.
Durante questa fase di attribuzione generale nella valutazione delle manifestazioni psicologiche riferite è bene rintracciare il grado di coerenza/incoerenza fra come il soggetto rappresenta se stesso e gli altri e ciò che riporta nella narrazione in termini di episodi a supporto della definizione fornita.
La Scid-5 si associa a un manuale alternativo dei disturbi della Personalità (AMPD) del DSM-5: mediante questa metodica di indagine è possibile, per ciascuna costellazione, approfondire i diversi criteri. Ad esempio, secondo il manuale, per il disturbo borderline si possono indagare i fenomeni appartenenti al criterio “A” (identità, auto-direzionalità, empatia, intimità) e quelli relativi al criterio “B” (labilità emotiva, angoscia da separazione, ansia, depressività, impulsività e tendenza a correre rischi, ostilità). Inoltre, appare possibile indagare nello specifico la grandiosità narcisistica e la ricerca di approvazione oppure il rigido perfezionismo tipico del disturbo ossessivo-compulsivo di personalità.
Questo tipo intervista consente di fotografare il funzionamento psicologico e valutare il peso di quei fenomeni ricorrenti e talvolta trans-diagnostici, dandogli la giusta importanza, anche nei casi in cui non vengano soddisfatti i criteri nosografici richiesti per operare diagnosi di disturbo della personalità. La Scid-AMPD prevede, infatti, la possibilità di operare una diagnosi di personalità tratto-specifica.
In una seconda fase di approfondimento, sono previsti dei moduli aggiuntivi riguardo alla diagnosi dimensionale e all’individuazione di aspetti e tratti salienti nel funzionamento globale della personalità.
Nello specifico, vengono differenziate diverse aree (domini) di approfondimento:
  • Il dominio del Distacco: evitamento, intimità, anedonia, depressività, affettività ridotta, sospettosità.
  • Il dominio dell’Affettività Negativa: labilità emotiva, ansia, angoscia da separazione, ostilità, perseverazione, sottomissione.
  • Il dominio dello Psicoticismo: convinzioni ed esperienze inusuali, eccentricità di regolazione cognitiva e percettiva.
  • Il dominio della Disinibizione: irresponsabilità, impulsività, distraibilità, e la tendenza a correre rischi.
  • Il dominio dell’Antagonismo: manipolatorietà, inganno, grandiosità, ricerca diattenzione, insensibilità, ostilità.

    La presenza di questi moduli di approfondimento riflette la sempre più crescente necessità di proporre interventi personalizzati che siano rivolti al funzionamento dimensionale della psicopatologia e dei fenomeni trans-diagnostici che risultano cruciali e che fungono da mantenimento rispetto ai disagi psichici. In conclusione, possiamo dire che il ricorso alla Scid-intervista in fase di Assessment, oltre a sostenere il clinico, guidandolo nella definizione di eventuali problematiche relative alla personalità, delinea un profilo psicologico individuando le credenze nucleari, i timori, la consapevolezza circa i propri limiti, le emozioni ricorrenti, le convinzioni patogene, le abilità sociali e interpersonali, oltre che il funzionamento affettivo, il mondo interiore e le modalità di contatto e costruzione rispetto ai legami intimi e duraturi.

    Per approfondimenti

    Michael B. First, Janet B.W. Williams, Lorna Smith Benjamin and Robert L. Spitzer(2016), Structured Clinical Interview for DSM-5 Personality Disorders (SCID-5-PD). Edizione italiana a cura di: Andrea Fossati e Serena Borroni. Raffaello Cortina Editore,2017

I 5 segnali di un amore tossico

di Erica Pugliese – illustrazioni di Elena Bilotta
 
Costruire rapporti sani è tra le capacità più importanti e più difficili della vita
Per lungo tempo abbiamo pensato alle relazioni come a un argomento frivolo, quando invece la capacità di costruire rapporti sani è tra le più importanti e più difficili della vita.
Identificare i segnali di una relazione tossica, infatti, non ci aiuta soltanto a non cadere nel pantano dell’amore patologico, ma anche a gestire meglio le relazioni in generale. Se amare è un istinto, imparare ad amare meglio è un’abilità che tutti possiamo sviluppare e affinare con il tempo.
Circa una persona su tre subisce una qualche forma di violenza durante il corso della sua vita. Si parla anche di un ampio sommerso e quindi di persone che non riescono a trovare la forza di rompere il silenzio e si rinchiudono mute nel dolore pensando, probabilmente, di meritarselo in parte. Per violenza, si intende abusi fisici, ma anche verbali, psicologici, emotivi. Oggi si è consapevoli di come queste forme di violenza siano molto più frequenti di quanto dichiarato e del tutto trasversali alle diverse condizioni socio-economiche e al genere.
​Lavoro da anni con vittime di violenza di genere o con una sintomatologia ascrivibile alla dipendenza affettiva patologica. Questa condizione può essere definita come “un fenomeno relazionale nel quale un individuo sembra avere un legame apparentemente irrinunciabile con un partner problematico”. Questo legame si caratterizza per la presenza, nel tempo, di abusi, violenza o manipolazioni perpetrati da uno o da entrambi i partner ed è, per almeno uno dei due, fonte di sofferenza: chi soffre crede di non essere in grado di porre termine alla relazione o di tollerare che sia l’altro a decidere di separarsi. Nei loro racconti, le vittime di violenza spesso si mostrano consapevoli di essere in una relazione non sana o malata, eppure non la interrompono. Molte di loro si chiedono: “E se mi sbagliassi?”, “Se stessi pretendendo troppo?”; o ancora: “Se facessi questo o quello la situazione potrebbe migliorare?”.
Le vittime di violenza non riconoscono di essere veramente in pericolo.
Accade che le azioni del maltrattante non vengano riconosciute come segnali  di pericolo imminente ma sono continuamente giustificate dal “troppo amore”,
espressione fin troppo abusata nei titoli dei giornali, o da fattori quasi sempre esterni alla coppia come l’alcol, un problema al lavoro, in famiglia, ecc. Alla luce dei dati sulla violenza nelle relazioni intime, sembra allora lecito domandarsi: se le vittime o le persone a loro vicine fossero state in grado di riconoscere immediatamente i segni di una relazione tossica prima ancora che diventasse violenta, sarebbe stato possibile, almeno in parte, evitare gesti estremi come il femminicidio o l’omicidio-suicidio?
La nostra missione oggi, come clinici, è assicurarci che le persone ricevano informazioni adeguate, quelle che le vittime di femminicidio o per sempre deturpate dall’acido e le loro famiglie forse non hanno mai avuto. L’obiettivo è prevenire, salvare vite, perché fin troppe sono andate perdute quando forse qualcosa ancora poteva essere fatto.
Per poter raggiungere questo obiettivo è importante individuare i segnali di una relazione tossica. La dottoressa Elena Bilotta illustra sotto forma di disegni i cinque segnali di un rapporto non sano, di seguito riportati
1. Intensità
​Le relazioni violente o abusive non lo sono dall’inizio. Nessuna vittima di violenza racconta di schiaffi, calci o umiliazioni nel primissimo periodo.
Riferiscono della gioia e del desiderio tipico della fase d’innamoramento.
Pensano di essere fortunate, di aver trovato il loro principe o la loro principessa. Nel tempo, però, qualcosa cambia. Si passa dall’eccitazione, al
sentirsi soffocati o sopraffatti, dalle rose alle spine: l’altro/a incomincia, per esempio, a marcarvi stretto, a presentarsi attraverso messaggi o telefonate insistenti, divenendo impaziente quando non potete rispondere, anche se sa bene che siete occupati a lavoro.
Non importa, dunque, come la relazione comincia ma come evolve.
Risulta fondamentale chiedervi: sono a mio agio con il tipo d’intimità richiesta dalla relazione? Penso di avere il mio spazio? Ho la libertà di esprimere i miei bisogni? Le mie richieste sono rispettate? Se la risposta a una o più domande è no, questo non è amore.
2. L’isolamento
L’isolamento è spesso uno dei segnali più ignorati perché ogni relazione inizia con un forte desiderio di trascorrere del tempo con l’altro, di voler condividere quanti più momenti possibili e può capitare di non accorgersi che qualcosa a un certo punto non va. L’isolamento occorre quando il vostro ragazzo o la vostra ragazza inizia ad allontanarvi dalla famiglia o dagli amici e a legarvi sempre di più. Potrebbe per esempio dirvi: “Ma che esci a fare con quegli sfigati dei tuoi amici?” o “Non ti accorgi che la tua amica è invidiosa e sta facendo di tutto per farci lasciare?”. L’isolamento viene nutrito dal seme del dubbio lanciato su qualsiasi persona a voi vicina che frequentavate prima della relazione e che in qualche modo viene considerata un ostacolo alla fusione amorosa. L’amore sano prevede l’indipendenza, due persone che adorano passare insieme del tempo, ma che restano in contatto con i propri amici e cari e con le attività che svolgevano anche prima. Anche se all’inizio passavate molti momenti insieme, con il tempo sarà fondamentale mantenere i propri spazi, per esempio programmando serate con gli amici e incoraggiando il vostro partner a fare lo stesso.
3. Gelosia cieca
Quando finisce la fase di “luna di miele”, può iniziare a insinuarsi la gelosia cieca. Il partner potrebbe diventare più esigente, pretendendo di sapere sempre dove siete e con chi, e potrebbe iniziare a seguirvi ovunque nella vita reale o online, chiedervi insistentemente di approfondire con dettagli la relazione con i vostri ex, per poi spesso arrabbiarsi o rimanere deluso o diffidente. La gelosia cieca comporta ossessività e sospetto, frequenti accuse di sospetto, di tradire o flirtare con altre persone e il rifiuto di ascoltarvi quando le rassicurate sul fatto che amate solo loro. La gelosia è un’emozione che fa parte di ogni relazione umana, ma quella patologica è diversa: contiene minacce, rabbia e disperazione. L’amore non dovrebbe farci sentire in questo modo.
4. Denigrare
Nelle relazioni tossiche, le parole possono essere armi. I dialoghi spensierati e dolci fanno posto a conversazioni meschine e umilianti. Il partner incomincia a prendervi in giro alcune vostre vulnerabilità ferendovi, racconta storie o fa battute su di voi. Quando dite di sentirvi feriti, non vi ascolta o riferisce che state esagerando: “perché sei cosi sensibile?”, “che problema hai?”, “non rompere!”. Quelle parole vi tappano la bocca. Il vostro partner dovrebbe, invece, sostenervi e le sue essere parole di comprensione e incoraggiamento e non sminuirvi. Dovrebbe mantenere il segreto, essere leale, proteggervi e non farvi sentire meno sicure/i.
5. L’instabilità
Frequenti rotture e riappacificazioni con alti alti e bassi bassi sono tipici dei rapporti non sani. Se la tensione sale, aumenta anche l’instabilità. Diverse vittime di violenza raccontano di sentirsi come camminare sulle uova. Tremendi litigi seguiti da riconciliazioni strazianti, commenti carichi di odio, come “non vali niente” o “non so neanche che ci sto a fare con te”, sono seguiti da scuse e promesse che non accadrà più. Arrivati a questo punto, siete talmente tanto consumati dalle montagne russe, da non rendervi conto di quanto tossica e pericolosa sia la vostra relazione. Può essere difficile capire di essere in una relazione non sana che si sta trasformando in abuso, ma è possibile affermare che maggiori saranno i segnali che si presentano nel vostro rapporto, più siete a rischio di essere nella condizione sopra definita di dipendenza affettiva patologica, e quindi in una relazione dalla quale non riuscite a liberarvi, nonostante le conseguenze negative.
Se i segnali sopra descritti caratterizzano la vostra relazione e se doveste essere in pericolo, rompete il silenzio con qualcuno di fidato o rivolgetevi
immediatamente alle autorità competenti (forze dell’ordine, centri antiviolenza, avvocati, ospedale), in modo da elaborare insieme un piano per andarvene in maniera sicura.

È importante, infine, non dimenticare che avere una relazione sana è possibile:

rispetto reciproco, gentilezza, supporto, ascolto, fiducia, amore, unione, comprensione sono gli ingredienti di un amore felice.
Possiamo provare a rivolgerli a noi per primi e poi anche verso gli altri.
Per approfondimenti:
Discorso di Katie Hood nella conferenza TED tenuta ad Aprile 2019:
https://www.ted.com/talks/katie_hood_the_difference_between_healthy_and_un healthy_love
Pugliese E., Saliani A.M., Mancini F. (2019). Un modello cognitivo delle dipendenze affettive patologiche. Psicobiettivo (1), 43-58.

Don’t look back in anger

 di Sonia Di Munno
L’angry rumination è un processo di pensieri perseveranti e coscienti che si presentano in assenza di richieste ambientali che riguardano un evento che ha procurato rabbia. L’evento può essere sia personale sia capitato ad altri significativi (figlio, partner, etc.).
Un corposo esperimento del 2002 su 600 studenti universitari, condotto da Brad Bushman, ha cercato di capire se questo processo aumentasse la rabbia e l’aggressività nelle persone. I gruppi sperimentali erano tre e a tutti veniva detto che un altro partecipante (finto e non visibile) aveva criticato la loro tesi.
Poi, un primo campione doveva colpire il sacco da box pensando alle critiche che gli erano state fatte; un secondo gruppo, mentre colpiva il sacco, doveva pensare a quanto questo esercizio fisico li facesse diventare in forma e un altro gruppo non doveva fare niente: né pensare e né colpire il sacco. Dopo di che, a tutti e tre i gruppi veniva data la possibilità di vendicarsi degli insulti punendo il finto partecipante con dei rumori che lui avrebbe sentito in cuffia. Da questo esperimento si è visto che le persone che erano indotte a ruminare rabbiosamente sull’accaduto (primo gruppo) si mostravano più arrabbiate e aggressive verso il partecipante offensivo rispetto agli altri due gruppi: ciò dimostra che l’angry rumination aumenta la rabbia e l’aggressività. In altri due esperimenti si è dimostrato che l’angry rumination porta anche a una displaced aggression (aggressività spostata), nel senso che questa aggressività può essere inferta anche nei confronti di chi non aveva nulla a che fare con la provocazione iniziale.Questi risultati forniscono un quadro per la comprensione di situazioni in cui gli individui aggrediscono il partner o i figli dopo una giornata stressante di lavoro.
Un altro studioso, Thomas Denson, si è occupato invece di studiare il fenomeno dell’angry rumination secondo un modello di sistemi multipli: cognitivo, neurobiologico, affettivo, sistema di autocontrollo e comportamentale. Approfondendo il processo dal punto di vistacognitivo, il ricercatore ha individuato tre elementi fondamentali che caratterizzano questa esperienza fenomenologica, ognuno con le sue conseguenze neurobiologiche e affettive.
Focus sul contenuto.
Il focus della ruminazione può essere sull’evento (focus sulla provocazione), accompagnato a volte dal desiderio di vendetta; o relativo alle implicazioni che l’evento ha avuto su di sé (focus se stessi). Tra le due modalità, la prima può portare di più a un agìto aggressivo e una maggiore attivazione del sistema cardiovascolare (forse perché il corpo si prepara a un possibile attacco contro il persecutore), mentre avere il focus su di sé porta a una maggiore attivazione psicologica con aumento dell’affettività negativa autocritica e a una maggiore produzione di cortisolo.
Modalità di elaborazione.
Un altro modo in cui la ruminazione differisce è la sua modalità. La modalità analitica produce uno stile di elaborazione astratto e consiste nel concentrarsi sul “perché” sia successo qualcosa pensando alle cause e alle conseguenze dell’episodio che ha prodotto la rabbia. La modalità esperienziale produce uno stile di elaborazione più concreto e consiste nel concentrarsi su “che cosa” sia successo, pensando ai dettagli dell’evento e alle ​emozioni che ha suscitato in noi. La prima modalità porta a mantenere la rabbia mentre la seconda porta a una rivalutazione dell’accaduto in maniera più obiettiva e positiva.
Tipo di prospettiva.
Un altro modo di differenziare questo processo è se il rimuginatore ha una prospettiva centrata su di sé o distanziante. La prima modalità porta la persona rivivere l’evento in prima persona inducendola anche a riviverne gli aspetti emotivi, mentre la seconda comporta un’analisi dell’accaduto in modo più distaccato (analizzandolo in terza persona). La prima modalità porta la persona a rivivere l’esperienza con le stesse sensazioni mentre nella seconda emerge più un distacco emotivo dall’esperienza vissuta.
Poiché l’angry rumination può portare a un aumento di aggressività, rabbia, problemi cardiovascolari, stress, affettività negativa e a minore autocontrollo e problemi psicopatologici, è interessante capire come, dal punto di vista evoluzionistico, questo processo si sia sviluppato e quale sia stata la sua utilità adattiva. Degli studi affermano che originariamente sia stato funzionale: per mantenere le faide nelle varie generazioni (aumentando l’unione nel gruppo e allontanando l’estraneo); per superare l’inibizione per l’aggressione del nemico (progettando mentalmente la vendetta e aumentando la rabbia); per
diminuire le probabilità del perdono, aumentando così le possibilità di accoppiamento e approvvigionamento delle risorse ambientali e a mantenere un’attivazione fisiologica di allerta costante.
Attualmente, nelle società moderne, questo processo ha più effetti negativi che positivi ed è diventata disfunzionale all’adattamento e al benessere di chi lo sperimenta; più utile è invece il perdono che permette alle persone di superare i torti ricevuti e a progettare un rapporto più costruttivo in modo che la relazione possa continuare o, in ogni caso, non fa rimanere intrappolati nel passato sprecando energie e risorse mentali e fisiche.
Per approfondimenti:
Bushman Brad J., 2002, Does Venting Anger Feed or Extinguish the Flame? Catharsis, Rumination, Distraction, Anger, and Aggressive Responding, Iowa State University
Denson Thomas F., 2009 , Angry Rumination and the Self-Regulation of Aggression, Universityof New South Wales
Denson Thomas F., 2012, The Multiple Systems Model of Angry Rumination, Personality and Social Psychology Review 17(2) 103–123, DOI: 10.1177/1088868312467086 pspr.sagepub.com
Sukhodolsky Denis G., Golub A. Cromwell Erin N., 2001, Development and validation of the anger rumination scale, Personality and Indivisual Differences 31 689-700

Indistruttibile come il cristallo

 di Benedetto Astiaso Garcia
Il cuore dell’uomo è come il vestito del povero; è dove è stato rammendato più volte che è più forte. Paul Brulat
La sofferenza psichica, esperienza che accomuna il genere umano, sembra compromettere molto spesso il perseguimento sovrainvestito di scopi di forza, autonomia e indipendenza, rigurgitando la fallace illusione che solamente nell’impeccabile armonia della perfezione dell’essere risieda la felicità. La sofferenza, tempra dell’animo umano, favorisce, invece, un inevitabile processo di consapevolizzazione teso a ricordare la fragilità e la finitudine proprie dell’essere. Alcune ferite, pur ricominciando a sanguinare al primo pretesto, divengono riflesso di una bellezza diversa: matura, vissuta, reale. Assumono la forma di simbolo, divenendo sinestesia tra un ricordo di dolore e una consapevolezza di mortalità: scopi di autonomia e forza necessitano, infatti, di alternarsi, come sistole e diastole, a una matura coscienza della propria fragilità, emblema di una rivoluzionaria concezione di potenza e autoaffermazione.
La crepa dell’animo diviene così bussola del senso stesso della vita, rendendo l’uomo tanto forte da poter accettare il proprio essere mortale e fallibile. “Il mondo spezza tutti e poi molti sono forti proprio nei punti spezzati”(Ernest Hemingway).
Cercare a tutti i costi di mantenere l’integrità del proprio mondo emotivo e fisico significa rendersi soggetti a un vincolo di rigidità, un atteggiamento che favorisce l’incapacità di modificare la propria struttura interna in relazione a forze agenti dall’esterno. È proprio l’elasticità, di contro, a conferire alla materia una maggiore capacità di assorbire il trauma, evitandone la disgregazione: i vasi molto antichi che presentano una crepa, infatti, hanno una maggiore capacità di resistere al tempo di quanta non ne abbiano quelli perfettamente integri; è proprio grazie a questa ferita che l’oggetto, cessando di perseguire un’immagine di incrollabilità, diviene maggiormente capace di tollerare
traumi e sconvolgimenti. Nella sua apparente fragilità, la materia cela, dunque, una maggiore capacità di resilienza: questo perché rigidità e inflessibilità, mascherate da stoica indistruttibilità, pongono l’oggetto in una precaria condizione di potenziale compromissione, definitiva e irreversibile, della propria essenza.
La ferita assume in questo modo l’accezione di indispensabile strumento finalizzato alla sopravvivenza della propria psiche, dal momento che annichilisce l’effimera onnipotenza del perfetto. Ogni trauma diviene perciò un premio: “Porto su di me le cicatrici come se fossero medaglie” (Paulo Coelho).
Disinvestire scopi di forza e indistruttibilità permette all’individuo di far cadere l’opprimente maschera di ferro dentro la quale ha deciso di sopravvivere, accettando contenuti mentali maggiormente adattivi e funzionali alla relazione: l’homo fragilis, pertanto,si configura come colui che è capace di uscire dalla caverna platonica, divenendo libero e liberante, proprio come un terapeuta ferito.
​Al contrario, repressione del proprio mondo emotivo, inibizione, isolamento sociale e anassertività comunicativa rappresentano solamente alcuni dei costi che l’antieroe moderno, a carattere più sveviano che eracliano, è destinato a pagare. Continuare a perseguire obiettivi di forza condanna l’uomo al destino di Atlante, costretto da Zeus a tenere in eterno sulle proprie spalle l’intera volta celeste. Potenza e virilità assumono l’accezione di drammatica condanna alla solitudine ed all’individualismo; la forza, intesa come eroica tensione all’incrollabilità, diviene monito di un destino tanto drammatico quanto ideale e allucinatorio: l’homo valens acquisisce, così, la connotazione dell’elefante spaziale raffigurato dal pittore Dalì, pachiderma dalle gambe esili, probabilmente affascinante in quanto irreale ma certamente destinato a un prevedibile crollo.
Chiedere aiuto forse non libererà il titano dalla sua sorte, ma di certo renderà la sua condanna meno gravosa. Anche perché, come diceva William Shakespeare, “tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano”.

Disturbo borderline o bipolare?

di Chiara Serra

Quali elementi distintivi differenziano il disturbo borderline di personalità dal disturbo bipolare?

Negli ultimi anni si è registrata una maggiore attenzione alla promozione di una corretta diagnosi differenziale tra il disturbo borderline di personalità (DBP) e il disturbo bipolare (DB). L’interesse nasce dalla difficoltà a differenziarli soprattutto quando manifestano sintomi sovrapponibili, come impulsività e disregolazione emotiva. Ad esempio, le esplosioni di rabbia dei DBP assomigliano alle manifestazioni sintomatologiche delle fasi ipomaniacali nel DB del tipo II, mentre l’instabilità dell’umore è confondibile con le oscillazioni timiche dello spettro bipolare, in particolare dei quadri ciclotimici. Mentre alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che il DBP piuttosto che un disturbo distintio sia parte dello spettro bipolare (Paris, 2007) altri studi hanno indicato la presenza di elementi distintivi nel differenziare i quadri psicopatologici, come l’età dell’esordio, la storia di vita, la fenomenologia degli stati depressivi vissuti, la qualità delle relazioni interpersonali e l’identità di sé (Kernberg & Yeomans, 2013).

E’ stato svolto un approfondimento della letteratura nell’ambito del project sperimentale “Diagnosi differenziale tra DBP e DB” condotto dal Dott. Femia e dalla Dott.ssa Basile (project realizzato all’interno dei percorsi di eccellenza delle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva APC e SPC). Uno degli studi più recenti che ha contribuito a chiarire il dilemma diagnostico è quello di Bayes e collaboratori (2016), che aveva l’obiettivo di identificare un set di elementi psicopatologici capaci di orientare il clinico nella diagnosi differenziale, soprattutto nei casi più complessi ove la sintomatologia è sovrapponibile.

Il campione sperimentale includeva 226 partecipanti suddivisi in pazienti con DBP e pazienti con DB. I due gruppi sono stati ulteriormente distinti sulla base delle tre modalità diagnostiche utilizzate: una diagnosi rigorosa basata sui criteri qualitativi e temporali del DSM-IV, un’altra basata sui criteri maturati dai clinici nella pratica quotidiana e una terza basata sull’impiego meno stringente dei criteri DSM-IV, escludendone i limiti temporali.

A prescindere dalle tre strategie diagnostiche utilizzate, è stato identificato un set di variabili che differenzia significativamente i due gruppi di pazienti. Il modello proposto, che include tutte le variabili identificate, predice con un livello di accuratezza pari al 88% l’occorrenza di uno dei quadri psicopatologici. Nello specifico la presenza di abusi sessuali infantili, gli episodi di depersonalizzazione e l’appartenenza al genere femminile sono i migliori predittori del disturbo borderline di personalità. Gli autori hanno ipotizzato una stretta relazione tra la prevalenza delle donne nel DBP e gli abusi sessuali: la maggiore diffusione del DBP nelle donne potrebbe essere spiegata dal rischio di essere vittima di abuso sessuale più elevato del 2-3% rispetto agli uomini. Accanto a queste caratteristiche, sono risultati discriminanti anche le difficoltà interpersonali e la sensibilità alle critiche altrui. A confermare questo risultato è l’osservazione clinica, in cui uno dei core psicopatologici del paziente borderline è rappresentato dalle difficoltà interpersonali, tradotte in condotte di svalutazione e/o idealizzazione dell’altro e nella marcata presenza di timori abbandonici. Ancora poco valutata nel DBP è invece la sensibilità alle critiche altrui, una dimensione che assume significato se messa in relazione con la sensibilità al rifiuto, caratteristica del paziente DBP. Il maggior livello di accuratezza nella diagnosi pari al 95% si raggiunge aggiungendo al modello discusso i sintomi ipomaniacali, la cui presenza esclude necessariamente una diagnosi di DBP a favore di una orientata al disturbo bipolare.

Concludendo, lo studio ha approfondito gli elementi distintivi nella diagnosi differenziale tra DBP e DB, evidenziando la rilevanza clinica nella diagnosi di DBP della vulnerabilità storica, della sensibilità nei rapporti interpersonali e dell’appartenenza al genere femminile. Una direzione futura nel nostro project mira all’identificazione di indici testologici per valutare la presenza degli elementi discussi.

 

Bibliografia

Bayes, AJ, McClure, G, Fletcher, K, Román Ruiz del Moral, YE, Hadzi‐Pavlovic, D, Stevenson, JL, Manicavasagar, VL, Parker, GB. Differentiating the bipolar disorders from borderline personality disorder. Acta Psychiatr Scand 2016: 133: 187–195.

Kernberg, O. F., & Yeomans, F. E. (2013). Borderline personality disorder, bipolar disorder, depression, attention deficit/hyperactivity disorder, and narcissistic personality disorder: practical differential diagnosis. Bulletin of the Menninger Clinic, 77, 1-22.

Paris, J. (2007). The Nature of Borderline Personality Disorder: Multiple Dimensions, Multiple Symptoms, but One Category. Journal of Personality Disorders 21:457–473.