Memorie di colpa e presente ossessivo

di Manuel Petrucci

Uno studio sull’efficacia dell’Imagery with Rescripting nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo

Diverse prospettive teoriche enfatizzano il ruolo della responsabilità/colpa nella genesi e nel funzionamento del Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Nello specifico, pur nella diversità dei contenuti con cui si manifestano, la minaccia nucleare veicolata dalle ossessioni sarebbe quella della possibilità di essere responsabili di atti gravemente immorali o dannosi. Di conseguenza, le compulsioni si configurano come atti mentali o comportamenti osservabili che hanno lo scopo di prevenire tale minaccia, percepita come catastrofica. A corroborare questa idea, numerose evidenze empiriche mostrano che i pazienti ossessivi riportano punteggi più alti alle misure di responsabilità e colpa rispetto a pazienti con altri disturbi e ai controlli sani, che interventi volti alla riduzione del senso di responsabilità/colpa risultano in una riduzione dei sintomi e che, al contrario, aumentando sperimentalmente il senso di responsabilità/colpa, anche i soggetti sani si comportano in maniera assimilabile al DOC.

I pazienti DOC presentano dunque una elevata vulnerabilità attuale all’esperienza della responsabilità e della colpa, e gli studiosi si sono chiesti quali possano essere gli eventi e le situazioni che nel corso della vita favoriscono lo sviluppo di questa vulnerabilità. Dai racconti dei pazienti e dalle ricerche emerge che i contesti familiari dei pazienti DOC sono spesso caratterizzati da standard elevati, marcata attenzione alla moralità e regole rigide, la cui trasgressione comporta reazioni critiche e punitive da parte delle figure di riferimento, in particolare a carico della relazione stessa. Il bambino è dunque esposto da un lato al senso di inadeguatezza rispetto alle norme di condotta, dall’altro può percepire che a causa di un suo errore o una sua mancanza una relazione per lui vitale è stata compromessa, come segnalato non solo dall’aperta disapprovazione e dai rimproveri, ma anche da forme di “delusione” e di vero e proprio ritiro dell’affetto a scopo punitivo.

Se attraverso la psicoterapia vengono modificate le valutazioni, le emozioni e le rappresentazioni di sé associate ai ricordi di esperienze di critica, rimprovero o punizione, ciò risulta in un miglioramento della sintomatologia ossessiva? È questo il quesito che si sono posti un gruppo di ricercatori del gruppo APC-SPC di Roma, che stanno conducendo uno studio su pazienti DOC utilizzando la tecnica dell’Imagery with Rescripting, i cui risultati preliminari sono stati presentati al “Sixth Meeting on Obsessive-Compulsive Disorder” organizzato dalla European Association for Behavioural and Cognitive Therapies (EABCT), tenutosi ad Assisi dal 17 al 20 maggio 2018.

Dopo una fase di assessment, dieci pazienti con diagnosi di DOC sono stati intervistati allo scopo di indagare la presenza di ricordi di esperienze di colpa legate a critiche o rimproveri, ma non direttamente connesse alla sintomatologia attuale. Dopo l’intervista, i pazienti sono stati sottoposti a tre sessioni di Imagery with Rescripting (ImR) focalizzate sui ricordi individuati, non in concomitanza con una psicoterapia. L’ImR è una tecnica esperienziale di derivazione gestaltica che viene ampiamente utilizzata nell’ambito della Schema Therapy e ha l’obiettivo di consentire una “riscrittura” di ricordi traumatici, introducendo all’interno della scena rievocata elementi di cambiamento, in particolare figure di riferimento, che possano prendersi cura di quei bisogni fondamentali che sono stati trascurati o violati nell’episodio specifico.

Per verificare l’efficacia dell’intervento, prima e dopo le sessioni di ImR sono state somministrate misure relative alla sintomatologia ossessiva (Yale-Brown Obsessive Compulsive Scale, Y-BOCS), ansiosa (Beck Anxiety Inventory, BAI), depressiva (Beck Depression Inventory II, BDI), e una per la valutazione della propensione al timore di colpa (Fear of Guilt Scale, FOGS). I risultati hanno mostrato una generale riduzione, a tre mesi dalle sessioni di imagery, dei punteggi riportati in tutti gli strumenti utilizzati. In particolare, sei pazienti su dieci hanno presentato un miglioramento clinicamente significativo (stimato in una riduzione di 11 punti alla Y-BOCS e in un punteggio totale inferiore a 17) dei sintomi DOC, con i restanti che hanno mostrato comunque un trend verso il miglioramento. Emerge inoltre una riduzione significativa del timore di colpa, come misurato dalla FOGS, in sei pazienti su dieci, e una riduzione complessiva dell’ansia (BAI) in quattro pazienti su dieci.

Pur essendo preliminari e ottenuti su un campione ancora limitato di pazienti, i dati emersi da questa ricerca indicano in maniera chiara che lavorare sulla vulnerabilità storica è una strategia con grandi potenzialità nella cura del disturbo ossessivo, ancor di più se si considera che le sessioni di imagery non sono state svolte all’interno di un percorso psicoterapeutico più ampio, e non hanno avuto come target ricordi di episodi ricollegabili direttamente allo sviluppo dei sintomi presentati dai pazienti. Le caratteristiche dell’ImR la rendono uno strumento prezioso ed efficace per questo tipo di intervento, in quanto consente a voci con toni e messaggi diversi di esprimersi laddove risuona perenne un’eco di sofferenza e pericolo, in un passato cristallizzato, e che dunque non è mai realmente passato.

Per approfondimenti:

Tenore, K., Basile, B., Cosentino, T., De Sanctis, B., Fadda, S., Gragnani, A., Luppino, O.I., Perdighe, C., Romano, G., Saliani, A.M., & Mancini, F. (2018). Efficacy of Imagery with Rescripting in treating OCD: a single case series experimental design (preliminary results). Presentazione orale al “Sixth EABCT SIG Meeting on OCD”, Assisi, 17-20 Maggio 2018.

Mancini, F. (a cura di) (2016). La mente ossessiva. Milano: Cortina.

Essere compassionevoli

di Antonella D’Innocenzo

La Compassion Focused Therapy applicata in un contesto di gruppo

La CFT (Compassion Focused Therapy) è un approccio psicoterapeutico nato nell’ambito delle terapie cognitivo-comportamentali della terza generazione, grazie al lavoro di Paul Gilbert, che conferisce particolare centralità al fenomeno dell’autocritica e alla necessità di sviluppare una relazione accudente e benevola nei propri confronti. Quel dialogo interiore che continuamente svaluta, denigra e commenta in tono sprezzante e freddo le esperienze del soggetto rappresenta una modalità tesa al monitorare e punire eventuali errori piuttosto che al validarsi, accudirsi e incoraggiarsi, e sembra rivestire un ruolo chiave nello sviluppo e nel mantenimento di diverse condizioni psicopatologiche. L’incapacità o la difficoltà di alcune persone di attivare verso sé o verso gli altri una motivazione compassionevole dipenderebbe da un peggiore funzionamento del soothing system (sistema calmante), un sistema di regolazione emotiva responsabile di emozioni di calma, tranquillità e appagamento che si sperimentano quando non ci si deve difendere da qualche minaccia, lottare per acquisire risorse o raggiungere standard e che, al livello fisiologico, deriverebbe dall’attivazione del sistema parasimpatico e del sistema delle endorfine e dell’ossitocina. Segnali affiliativi di sicurezza (inclusi il tono di voce, la velocità dell’eloquio, lo sguardo, la vicinanza fisica) avrebbero la capacità stimolare il soothing system, quando emessi verso altri, quando rilevati nell’ambiente, e quando prodotti a livello endogeno e rivolti a noi stessi. Il compassionate mind training (CMT) rappresenta dunque un training volto a riattivare il funzionamento di un sistema emotivo compromesso, attraverso l’insegnamento e la pratica di specifiche skills. Ogni sessione comprende: elementi di psico-educazione sul modello evoluzionistico e sul razionale delle varie pratiche; lo svolgimento di pratiche di mindfulness volte a coltivare la consapevolezza e la presenza mentale; lo svolgimento di esercizi, pratiche meditative e immaginative allo scopo di attivare e sviluppare i tre principali “flussi” della compassione (quella degli altri verso di noi, quella che scaturisce da noi, indirizzata verso gli altri e quella verso noi stessi); momenti di discussione e condivisione di gruppo, in un clima di scoperta condivisa e di mutua validazione, cruciale nel costruire le abilità target del training. In particolare, nella prima parte del training, la stimolazione del sistema calmante avviene attraverso pratiche che coinvolgono più direttamente il corpo (ritmo del respiro calmante, postura) e attraverso la produzione intenzionale di segnali affiliativi nei confronti di se stessi e degli altri (tecnica del mezzo sorriso, del tono di voce “interiore”); successivamente si procede esplorando come l’attivazione volontaria di un particolare sistema motivazionale, la compassione, possa “accendere” il soothing system in modo più stabile. A queste pratiche si affianca, inoltre, un lavoro specifico volto a comprendere l’origine e la funzione dell’autocritica e ad allenare una modalità alternativa di rapporto con se stessi. Un gruppo di CMT è implementabile in gruppi di pazienti che, pur avendo differenti diagnosi, presentano alti livelli di autocritica e vergogna. Il terapeuta conduttore, oltre ad avere un’esperienza personale di pratica mindfulness e delle diverse pratiche della CMT, deve sviluppare l’abilità di cogliere l’attivazione dei sistemi motivazionali nei partecipanti e in se stesso, in modo da poterli validare ed eventualmente ri-orientare verso una motivazione compassionevole.

 

Abbi cura di te

di Sonia Di Munno

La Compassion Focused Therapy, un nuovo approccio psicoterapeutico per combattere la vulnerabilità alla psicopatologia

Negli ultimi anni, studi sperimentali hanno evidenziato come l’attitudine della persona ad autocriticarsi in maniera disprezzante e invalidante contribuisca al mantenimento della psicopatologia. Una terapia che si focalizza su questa attitudine, verso se stessi e verso gli altri, è la Compassion Focused Therapy (CFT). Tutto nasce da uno studio di Gilbert che aveva notato la resistenza dei pazienti depressi alle tecniche di ristrutturazione cognitiva e della persistenza di pensieri disfunzionali di disvalore, non amabilità e disprezzanti verso se stessi. Questi pazienti, benché razionalmente riuscissero a formulare dei pensieri alternativi a queste credenze nucleari, non riuscivano emotivamente a sentirli veri e autentici e non cambiava la loro sensazione di solitudine e indegnità che li caratterizzava. Gilbert scoprì un sistema di regolazione affettiva particolarmente deficitario in questi pazienti, il soothing system (sistema calmante). Questo sistema raggruppa emozioni positive di sicurezza, tranquillità e appagamento che si sperimentano durante le interazioni affiliative con gli altri. La CFT suggerisce che esperienze infantili di accudimento disfunzionale hanno reso più funzionale, per questi pazienti, un iper-sviluppo del sistema di protezione della minaccia, il threath system (il sistema della paura) di cui il comportamento auto-critico sarebbe una manifestazione a discapito di un normale sviluppo del soothing system.  L’autocritica, secondo Gilbert, non è altro che una strategia di coping (ovvero la modalità di adattamento con la quale si fronteggiano le situazioni stressanti) disfunzionale, che ha avuto origine in un ambiente di sviluppo percepito come imprevedibile, minaccioso, o in cui la sensazione di amabilità viene difficilmente sperimentata. Questa regolazione emotiva tesa a monitorare e punire aspramente gli errori connessi, invece che di incoraggiarsi e di accudirsi, avrebbe il ruolo di mantenere il locus of control interno, cioè la percezione di controllare gli eventi esterni negativi, essendo più attenti a questi, con l’effetto collaterale di darsi la colpa e responsabilità per l’accaduto. Per questo motivo l’autocritica servirebbe come difesa parossistica rispetto alla sensazione di immodificabilità degli eventi negativi esterni accaduti.

L’idea di Gilbert fu proprio di riattivare il soothing system ipostimolato attraverso dei training specifici, conosciuti come “compassionate mind training” (CMT); in questi training si riattiva la capacità motivazionale della compassione, intesa come capacità fisiologica di provare empatia e benevolenza verso le sofferenze di sé e degli altri.

Diversi studi hanno evidenziato che le persone che riescono ad avere verso se stessi un atteggiamento più cordiale, gentile, tollerante, benevolo e compassionevole tendono ad avere migliori rapporti sociali e soffrire meno di ansia, depressione, vergogna e paura di fallire. Inoltre questo faciliterebbe la regolazione emotiva di fronte alle situazioni difficili e diminuirebbe significativamente la ruminazione negativa.

L’auto-compassione è un costrutto psicologico auto-correlato, riferendosi alla capacità di trattare i propri problemi personali, i sentimenti di inadeguatezza e sofferenza con un senso di calore, connessione ed equilibrio. Secondo Neff, l’autocompassione si compone di tre elementi principali: l’auto-gentilezza, che si riferisce alla tendenza a essere premuroso e comprensivo con se stesso quando ci si trova a fronteggiare fallimenti personali, problemi e stress; sorte umana comune, cioè l’inclinazione a riconoscere il fallimento, i problemi e lo stress come normali condizioni umane; infine, la consapevolezza,  la capacità di non essere troppo assorbiti dalle proprie difficoltà e dai sentimenti negativi associati, così da poter mantenere un sano equilibrio tra gli eventi negativi e positivi. Questo costrutto contribuisce alla resilienza e all’adattamento umano di fronte alle avversità ed è correlato con il benessere, in quanto gli individui con livelli più elevati di autocompassione generalmente mostrano livelli più bassi di stress e sintomi psicopatologici. Dal punto di vista fisiologico, è associato a un aumento dell’ossitocina, neuropeptide che fornisce una sensazione di calma e tranquillità e inibisce l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (circuito cerebrale associato alla paura). L’attivazione di questo sistema, inoltre, non solo favorisce una migliore regolazione emotiva ma migliora anche le funzioni immunitarie e la longevità.

 

Per approfondimenti:

Barnard, L. K., & Curry, J. F. (2011). Self-compassion: Conceptualizations, correlates, and interventions. Review of General Psychology, 15, 289–303.

Gilbert, P., e Irons, C. (2005). Focused therapies and compassionate mind training for shame and self-attacking. In P. Gilbert (ed.), Compassion: Concepzualisations, Research and Use in Psychotherapy (pp. 263-325)

Gilbert, P., McEwan, K., Matos, M., & Rivis, A. (2011). Fears of compassion: Development of three self-report measures. Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice, 84, 239–255

Peter Muris e Nicola Petrocchi (2016). Protection or Vulnerability? A Meta-Analysis ofthe Relations Between the Positive and Negative Components of Self-Compassion and Psychopathology. Clinical Psychology and Psychotherapy Clin. Psychol. Psychother.

Zak PG (2012). The moral molecule. Penguin Group, New York

Se non ora quando?

di Valentina Silvestre

Origine e trattamento della procrastinazione

Il lavoro di Cristina Salvatori sull’ultimo numero di Cognitivismo Clinico offre una sintesi critica dei contributi presenti in letteratura sul tema della procrastinazione.

Cos’è la procrastinazione? Il rimandare consapevolmente l’esecuzione di compiti.
Nella procrastinazione comportamentale si posticipa un compito per ricercare sensazioni nuove e forti o per evitare un fallimento temuto e proteggere l’autostima. La procrastinazione decisionale, invece, riguarda il rimandare decisioni ed è accompagnata da un atteggiamento pessimistico circa la possibilità di fare scelte opportune e soddisfacenti.
Diversi studi evidenziano la presenza di tratti ben distinti che predispongono il soggetto a procrastinare. Le persone con alti livelli di impulsività sono le più propense: la variabile tempo è sottovalutata e la preoccupazione per le conseguenze si manifesta solo quando queste sono molto vicine nel tempo. Altro tratto ricorrente sarebbe la sensation seeking, la ricerca di forti emozioni, generate dall’avvicinarsi della scadenza, da parte di individui che sperimentano facilmente noia. Si pone, poi, l’accento sul perfezionismo: il procrastinatore, spinto dal timore del giudizio e del rifiuto altrui, tende a svolgere il compito in maniera perfetta.

Il lavoro passa in rassegna anche ricerche su aspetti relazionali correlati al fenomeno: si parla di modalità passivo-aggressiva di affermare la propria autostima e di modalità manipolativa per controllare l’altro. Quest’ultimo aspetto, in particolare, sembra richiamare quelle personalità di tipo dipendente: pensare di non avere le risorse necessarie per agire, sperare nell’appoggio dell’altro e allontanare il timore di solitudine. La procrastinazione, inoltre, è associata anche a bias ed euristiche di diverso tipo quali senso di inadeguatezza, scarsa fiducia in se stessi rispetto alla propria prestazione e alle proprie risorse e l’effetto di tali pensieri è l’evitamento.
Ma perché si procrastina? Per spiegare l’origine della procrastinazione, Piers Steel, psicologo dell’università di Calgary, propone la seguente equazione: le decisioni vengono prese moltiplicando le aspettative che si hanno rispetto alla probabilità che un evento si verifichi per il valore attribuito a quell’evento. A questo si aggiunge l’importanza del fattore tempo: tanto più è grande il ritardo, tanto più diminuisce la motivazione. Si evidenzia, infatti, la cattiva gestione del tempo e la valutazione erronea delle risorse a disposizione: i procrastinatori alternano, così, periodi di lavoro intenso a momenti di sospensione.
Si è evidenziato il ruolo trasversale della procrastinazione nella genesi e nel mantenimento di alcuni disturbi. Nel Disturbo Borderline e Antisociale di Personalità, la scarsa capacità di integrare i propri stati porterebbe il soggetto ad agire senza una pianificazione né una gerarchia di rilevanza. La personalità narcisistica tende a proteggersi dalla possibilità di fallimento con la procrastinazione. Rispetto ai disturbi di asse I, emergono forti correlazioni con l’abuso di alcol e sostanze, dove l’assunzione di sostanze è la ricompensa allo sforzo richiesto dalla mole di lavoro dovuta alla procrastinazione. Nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo è vista come difesa rispetto al timore di cadere in errore e sentirsi in colpa. Nella depressione, si evidenzia una forte associazione tra pensieri automatici negativi relativi a sé in seguito alla procrastinazione.
Perché lavorare sulla procrastinazione? Cristina Salvatori sottolinea come il fenomeno contribuisca a una serie di problematiche fisiche e mentali. Non esistono protocolli di testata efficacia: la terapia cognitivo-comportamentale è spesso indicata come trattamento d’elezione. La ristrutturazione cognitiva, accompagnata da esperimenti comportamentali, rappresenta la forma di intervento più utilizzata: rendere l’individuo consapevole di credenze disfunzionali e del loro ruolo, promuovere un ritmo giornaliero delle attività con una definizione chiara degli obiettivi inibisce la procrastinazione.

Quando l’umore dipende dalla memoria

di Emanuela Pidri

Personalità e bias di memoria nella depressione

I disturbi dell’umore consistono in alterazioni o anomalie del tono dell’umore dell’individuo di entità tale da causare alla persona problemi, disfunzioni persistenti o ripetute, disagio marcato e un disadattamento nella vita sociale, relazionale e lavorativa. Oggi i dati disponibili suggeriscono che la depressione sia una combinazione multifattoriale in cui convivono influenze genetiche, biologiche, ambientali e psicologiche. In letteratura esistono diversi studi che tentano di spiegare l’eterogeneità della sintomatologia depressiva nonché diverse modalità di elaborazione dell’informazione e diversi bias di memoria. Tra i bias maggiormente studiati vi è il fenomeno dell’overgeneral memory, in base al quale i pazienti depressi hanno difficoltà a rievocare episodi specifici del passato e invece tendono a riportare categorie di eventi, l’evitamento dell’aspetto emotivo, la ruminazione cognitiva e il deficit esecutivo. L’ipotesi di ricerca di Simona Torre e Alessandro Couyoumdjian è di verificare la presenza di bias cognitivi mnemonici quali l’overgeneral memory bias e il bias dei ricordi specifici a contenuto negativo in soggetti depressi, approfondendone lo studio in relazione ai due sottotipi di personalità analclitico e introiettivo di Sid Blatt. Il campione, composto da 30 soggetti, un gruppo di controllo (14) ed un gruppo sperimentale (16), è stato sottoposto a varie analisi. Dall’analisi del Depression Experiences Questionnaire (DEQ) emerge che i soggetti depressi e in remissione sono più numerosi per quanto riguarda l’autocritica rispetto al gruppo di controllo in cui è proporzionale la suddivisione tra personalità autocritiche e dipendenti; l’analisi del Ruminative Response Scale (RRS) evidenzia come la ruminazione, che non è altro che un tratto di personalità, sia maggiormente presente tra i depressi; l’analisi del Center for Epidemioloc Studies Depression Scale (CES-D), che valuta lo stato depressivo presente, mostra differenze significative tra i tre gruppi; l’analisi del Millon Clinical Multiaxal Inventory III (MCMI-III) mostra che i depressi hanno punteggi più alti nelle scale ansia, distimia, disturbo depressivo, disturbi depressivo maggiore; dall’analisi quantitativa e qualitativa dei ricordi emerge che i depressi presentano un netto calo di ricordi episodici con una maggior inclinazione verso i ricordi legati al fallimento e una presenza maggiore dell’overgeneral memory bias, presenza di bias per i ricordi negativi che si esprime attraverso una maggiore vividezza dei ricordi negativi stessi ma anche attraverso una distorta interpretazione dei ricordi ambigui a favore del negativo; l’analisi della  Scale visuo-analogiche (VAS) evidenzia che il gruppo dei depressi sperimenta tristezza, vergogna, colpa e tensione e, infine, l’analisi del battito cardiaco non evidenza differenze significative di attivazione fisiologica nei tre gruppi.
La stretta dipendenza tra memoria e umore è, dunque, dimostrata.
Concludendo, è stata confermata l’ipotesi per cui i soggetti depressi hanno una difficoltà a rievocare ricordi episodici e mostrano un overgeneral memory bias che si esprime attraverso incapacità di focalizzare il ricordo su un singolo evento, ipergeneralizzando i ricordi e riassumendoli. Si è dimostrato il bias per un accesso preferenziale verso i ricordi a contenuto negativo. Rispetto agli scenari futuri di ricerca, sarebbe interessante approfondire il funzionamento del bias categoriale, valutando quanto l’incapacità di accesso a ricordi episodici possa rallentare la guarigione e quanto, allo stesso modo, il focus eccessivo su un passato che continua a presentarsi attraverso flashback sia altrettanto deleterio. Sarebbe utile domandarsi se la personalità di base influisca sul tipo di ricordo evocato. Ci sono almeno due vantaggi del recuperare eventi specifici dalla memoria: può consentire a una persona di pensare su un evento in un modo diverso e, in secondo luogo, l’accesso a memorie specifiche può aiutare nella pianificazione e nell’apporto di modifiche verso un comportamento futuro.

Per approfondimenti:

Torre S. e Couyoumdjian A. (2017). Personalità e memoria categoriale nella depressione. Cognitivismo clinico 14,2, 191-221.

Il “Malignant Self-Regard”

di Roberto Pedone

 Un nuovo quadro di riferimento concettuale per la patologia di personalità depressiva, auto-frustrante, masochistica e narcisista vulnerabile

I disturbi di personalità (DP) masochista, autolesionista, e depressivo sono stati proposti per l’inclusione formale nelle diverse edizioni del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), senza mai però, in ultimo, essere inseriti. La causa principale della mancata inclusione è l’eterogeneità e sovrapposizione dei criteri, che rende queste classificazioni sovrapposte ad altri disturbi di personalità e difficili da differenziare mediante studi empirici. Un altro DP sotto-rappresentato nel sistema DSM è la manifestazione fenotipica vulnerabile del narcisismo.

Una approfondita revisione delle descrizioni teoriche di questi disturbi, delle proposte di spiegazione delle loro origini evolutive, insieme con l’analisi della loro sovrapposizione empirica e comorbidità con altri DP, ha consentito a Steven Huprich e ai suoi collaboratori di ipotizzare una dimensione di personalità trasversale, capace di riunire in un unica cornice di riferimento tutti questi disturbi. Il costrutto così definito ha preso il nome di “Malignant Self-Regard”, che lega insieme il narcisismo vulnerabile, la personalità depressiva, autolesionista e quella masochistica, è caratterizzato da stati mentali e sentimenti di inadeguatezza, ipersensibilità alle critiche, vergogna, disregolazione della rabbia, perfezionismo, desideri di approvazione e accettazione, depressione, pessimismo, autocritica, senso di colpa, azioni autodistruttive o, in ultimo, auto-boicottanti.

Il modello di funzionamento descritto nel MSR cattura l’insidia e i “moti e modi” auto-distruttivi in cui il senso individuale di sé viene attaccato e messo in discussione dalla mente stessa, specialmente in presenza di segnali che attivano la preoccupazione su come il sé viene visto dagli altri. Il risultato di questa dinamica, generata a partire dalla considerazione negativa della propria auto-rappresentazione, influisce conseguentemente sulle relazioni interpersonali e sul comportamento dell’individuo. L’attivazione malevola sul senso di sé è in qualche modo associabile a una attivazione auto-immunitaria di tipo psichico: il meccanismo di difesa del sé attacca sé stesso. Il risultato è un auto-boicottaggio probabilmente innescato dalla vulnerabilità narcisistica e sostenuto dal sistema depressivo della personalità.

Per valutare questo costrutto, Huprich e Nelson hanno sviluppato un questionario (MSRQ) del quale è in corso di pubblicazione la validazione italiana. Il Malignant Self-Regard è risultato correlare con le misure di DP autolesionistico, depressivo, e narcisistico vulnerabile. Inoltre, ha mostrato forti associazioni con le misure di depressione, ruminazione, affettività negativa e altri aspetti della personalità quali ansia, labilità emotiva, perseverazione, distraibilità, disregolazione percettiva e ostilità. Il MSR è anche correlato con molteplici dimensioni di problematiche interpersonali quali inibizione sociale, mancanza di assertività, iper-accomodamento ed eccessiva abnegazione e sacrificio.

Nel loro insieme, i risultati di questi studi consentono di concludere che il MSR è un costrutto psicometricamente valido che potrebbe avere una buona utilità clinica per spiegare alcune dinamiche della patologia di personalità che storicamente sono state difficili da valutare e quindi da trattare in una visione integrata.

 

Per approfondimenti:

Huprich, S. K. (2014). Malignant self-regard: A self-structure enhancing the understanding of masochistic, depressive, and vulnerably narcissistic personalities. Harvard review of psychiatry, 22(5), 295-305.

Huprich, S. K., Nelson, S. M. (2014). Malignant self-regard: Accounting for commonalities in vulnerably narcissistic, depressive, self-defeating, and masochistic personality disorders. Comprehensive psychiatry, 55(4), 989-998.

Huprich, S. K., Lengu, K., Evich, C. (2016). Interpersonal Problems and Their Relationship to Depression, Self-Esteem, and Malignant Self-Regard. Journal of personality disorders, 30(6), 742-761.

Pedone, R., Cosenza, M., Semerari, A. (2017). Reliability and Validity of the Malignant Self-Regard Questionnaire in an italian non-clinical sample. Unpublished Report, Department of Psychology, Univeristy of Campania L.V.

Che schifo! Sarò stato contaminato?

di Barbara Basile

Cosa è il disgusto? Che funzione ha nella nostra vita e cosa accade se siamo troppo sensibili ad esso?

 Il disgusto ci salva dall’ingestione di cibi andati a male o dal contatto con sostanze potenzialmente pericolose. Grazie alla sua intensa sgradevolezza, associata a una specifica espressione del viso, a sensazioni fisiologiche (come nausea e vomito) e a una risposta di repulsione e allontanamento, l’uomo è riuscito a evitare alimenti putrefatti, a sottrarsi al contatto con animali sporchi e potenziali vettori di malattia, a evitare il possibile contagio tramite ferite o manifestazioni corporee potenzialmente dannose. Tutte queste caratteristiche e manifestazioni sono descritte in modo molto evocativo nel libro “Il Profumo” di Patrick Süskind.

Un’altra accezione più evoluta e socialmente determinata è quella del disgusto socio-morale, inteso come regolatore delle relazioni tra le persone. Capita spesso di sentir dire: “Che persona disgustosa!”, “Quell’individuo mi fa schifo! Non ci voglio avere a che fare”, rispetto a soggetti che agiscono in modo immorale, per esempio pedofili, stupratori, dittatori politici o personaggi che in qualche modo ledono, usano o approfittano degli altri. In questo senso, il disgusto incoraggia risposte di rifiuto e repulsione e anche di punizione (come accade, ad esempio, per i condannati criminali che vengono sottoposti a una pena da scontare in carcere).

Il disgusto si apprende fin dai primi mesi di vita, quando i genitori usano manifestazioni verbali o smorfie per indicare al bambino di non toccare o raccogliere oggetti sporchi e potenzialmente dannosi. Le figure genitoriali hanno quindi un ruolo fondamentale nell’insegnare al bambino come approcciarsi a questa emozione e rappresentano un modello di apprendimento molto importante.

Nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) il disgusto gioca un ruolo chiave. Ciò è particolamente vero nel sottotipo da contaminazione, in cui si ha il timore di potersi sporcare o di essere contagiati da una possibile malattia. Queste paure molto intense spingono a comportamenti di evitamento (arrivando anche a non uscire più di casa), di controllo e soprattutto di lavaggio, con lo scopo di prevenire a tutti i costi qualsiasi possibile contaminazione. Il film francese “Supercondriaco – Ridere fa bene alla salute” rappresenta abbastanza fedelmente quali possono essere i timori e i comportamenti che una persona affetta da questo disturbo vive.

Trattare chi ha una elevata sensibilità al disgusto è molto difficile, soprattutto considerando il forte potere attivante che questa emozione racchiude. Il flooding rappresenta una possibile tecnica di intervento terapeutico, difficile da attuare poichè richiede una fortissima adesione del paziente. Si tratta di un approccio comportamentale, in cui l’individuo entra in contatto con le situazioni che generano ansia in modo non-graduale e prolungato. L’ipotesi è che nel soggetto esposto allo stimolo ansiogeno per molto tempo, pian piano la risposta d’ansia si attenui fino alla completa estinzione. Proprio questo, senza anticipare troppo il finale del film diretto da Dany Boon, è quello che sperimenta il protagonista. Altri interventi consistono nell’aiutare il paziente a esporsi gradualmente agli stimoli disgustosi o pericolosi, senza poi mettere in atto i comportamenti di lavaggio (Esposizione e Prevenzione della Risposta, E/RP). Ancora, si può chiedere all’individuo di associare più volte gli stimoli disgustosi con stimoli valutati da lui come molto gradevoli. Se correttamente applicato, questo processo di controcondizionamento dovrebbe depotenziare l’effetto attivante negativo degli stimoli disgustosi. Anche in ambito scientifico, purtroppo, gli studi volti a verificare l’efficacia di uno specifico trattamento psicoterapico sono ancora scarsi.

 

Per approfondimenti:

 – Questa et al., Cognitivismo Clinico (2013) 10, 2, 161-172

– Mancini F. (2016), a cura di “La mente ossessiva”. Raffaello Cortina Editore

Verso un nuovo modello di psicopatologia

di Francesco Mancini e Elio Carlo

La sofferenza emotiva umana dipende dalla compromissione di uno scopo personale rilevante: nessun errore logico e nessuna disfunzione cognitiva alla base della psicopatologia

È ancor oggi forte, in ambito cognitivista, l’idea secondo cui la psicopatologia derivi da una incapacità di ragionare secondo i principi della logica formale, a causa di particolari disposizioni intellettive o di vere e proprie disfunzioni di natura organica.

Recenti studi sperimentali mostrano, però, che questa idea è con ogni probabilità falsa: sembrerebbe, infatti, che non esista affatto un vero e proprio modo patologico di ragionare, che gli errori logico formali siano comuni tanto nei soggetti affetti da disordini mentali quanto nei soggetti normali e che il ragionamento logico, nei soggetti con disordini emotivi, sia addirittura migliore che nella popolazione generale, almeno nei domini patologici di riferimento.

Alla luce di queste risultanze sperimentali, nell’articolo “La mente non accettante”, in pubblicazione sul prossimo numero (giugno 2018) di Cognitivismo Clinico, si troverà una spiegazione alternativa della sofferenza patologica, elaborata dagli autori di questo articolo. Il nuovo modello parte dall’idea secondo cui la sofferenza emotiva umana dipende pressoché sempre dalla compromissione di uno scopo personale rilevante.

Quando uno scopo viene compromesso e si soffre, risolvere la sofferenza significa abbandonare lo scopo in questione, constatando che la credenza di poterlo raggiungere è falsa, o che il valore soggettivo dello scopo è cambiato, in misura tale da non giustificare più l’investimento diretto a raggiungerlo o a contenere l’entità della compromissione; ovvero, ancora, che esistono altri scopi rilevanti che sono ancora raggiungibili, e sui quali conviene quindi investire. Questo processo di disinvestimento, e di contemporaneo, eventuale, investimento su altri scopi, è quello che comunemente si chiama “accettazione”.

Secondo i due autori, la psicopatologia nasce per l’appunto da un problema di “mancata accettazione”, causato, in ultima analisi, dalle caratteristiche che il sistema degli scopi personali del soggetto patologico presenta: pochi scopi di importanza esagerata, strettamente collegati tra loro (di modo che comprometterne uno vuol dire comprometterli tutti), vissuti come impegni etici, e formulati in termini negativi.

In accordo con il modello patogenetico chiamato “Hyper Emotion Theory”, in presenza di queste caratteristiche, la compromissione di uno scopo genera una emozione negativa molto intensa, la quale a sua volta dà l’avvio ad un complesso sistema di meccanismi cognitivi ricorsivi (cioè autoalimentati) che, invece di “spegnere” l’investimento e di favorire dunque l’accettazione, lo “amplificano”, generando sofferenza emotiva aggiuntiva.

Abbiamo individuato il principale di questi meccanismi in una strategia di ragionamento, chiamata in letteratura “Primary Error Detection and Minimization” (PEDMIN), tesa a evitare che vengano commessi errori catastrofici e comunemente presente anche nei soggetti “normali” e, con una serie di esempi, in coerenza con più recenti esiti della ricerca, mostriamo come l’applicazione di questa strategia, se da una parte sortisce il risultato di rendere i soggetti affetti da disturbi emotivi particolarmente versati nel loro dominio patologico, dall’altra contribuisce a mantenere e generalizzare la condizione di sofferenza, aumentando l’investimento sullo scopo compromesso e impedendo l’accettazione.

Gli altri fattori ricorsivi individuati e discussi nell’articolo riguardano i safety seeking behaviours, cioè i comportamenti che i soggetti ansiosi mettono in atto per prevenire i pericoli, ma che sortiscono l’effetto di promuovere la disponibilità di dati “minacciosi”, il sunk cost bias, ossia l’errore di valutazione per cui gli investimenti già effettuati aumentano il valore del bene perduto e quindi incrementano la propensione all’investimento su tale bene, e l’ex-consequentia reasoning, cioè il fenomeno per cui elementi soggettivi, come le emozioni, vengono assunti come dati oggettivi.

 

Per approfondimenti:

Friedrich J (1998). Primary Error Detection and Minimization (PEDMIN) strategies in social cognition: a reinterpretation of confirmation bias phenomena. Psycological Review 100, 298-319.

Johnson-Laird P, Mancini F, Gangemi A (2006). A Hyper Emotion Theory of Psycological Illness. Psycological Review, 113, 4, 822-841.

Mancini F (2016). Sulla necessità degli scopi come determinanti prossimi della sofferenza psicopatologica. Cognitivismo Clinico 13, 7-20.

Mancini F, Carlo E (2018). La mente non accettante, in pubblicazione su Cognitivismo clinico 1, 2018.

 

Acceptance e Commitment Therapy

di Niccolò Varrucciu

La supremazia degli studi cognitivi sugli antichi fondamenti comportamentali non è affatto scontata

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un enorme diffusione delle psicoterapie cognitivo-comportamentali di terza generazione e in particolare dell’Acceptance e Commitment Therapy, in breve ACT.

Quest’ondata di novità, dal sapore strettamente cognitivo con aggiunta di mindfulness e momento presente sembra, a prima vista, consolidare la supremazia degli studi cognitivi a dispetto dei più antichi fondamenti comportamentali, coerentemente con l’impegno dei cognitivisti degli ultimi decenni di allontanarsi dalla “semplicistica” Skinner Box. Ma è proprio così? Le psicoterapie di terza generazione sono così lontane da tutto ciò?

A sentire il dott. Harris, psichiatra australiano e autore del libro “Fare ACT”, non sarebbe proprio così, anzi. Harris descrive l’ACT come il piano superiore di una bellissima casa a tre piani: “al secondo piano – spiega – troverete la Relational frame theory, RFT, una teoria comportamentale che studia il linguaggio e la cognizione umana”. E al piano terra si trova “l’Analisi comportamentale applicata (ABA), un potente modello per la predizione e l’influenzamento del comportamento”.

Sempre Harris descrive come il terreno su cui poggia il tutto sia quello del “contestualismo funzionale”.

Molti modelli psicologici sono basati su una filosofia meccanicistica, in cui la mente è formata da elementi separati fra loro; in questi modelli, i pensieri e le emozioni disfunzionali sono viste come elementi difettosi e lo scopo del terapeuta e tentare di “aggiustare” queste parti. In quest’ottica i pensieri e le emozioni sono etichettate come disfunzionali o patologici.

Anche i nostri pazienti arrivano spesso in terapia con l’ottica “meccanicistica” di essere danneggiati, difettati o sbagliati, e alla ricerca di qualcuno che li aggiusti, un terapeuta che abbia i giusti strumenti di riparazione. Ritengono, inoltre, di sperimentare emozioni o pensieri inaccettabili, che non vogliono più “sentire”.

Nelle psicoterapie più funzionaliste si cerca di cambiare il modo di vedere le cose; l’ACT cerca di modificare il rapporto fra la persona e ciò che le causa sofferenza, sfumando, nel corso della terapia, il concetto di sintomo “nocivo” o “anormale”, e la tendenza dell’individuo a volersene liberare a ogni costo, con tutte le conseguenze secondarie che ne derivano. Nell’ACT lo scopo è specificatamente di aiutare gli esseri umani a creare una vita ricca, soddisfacente e piena di significato. Pertanto l’ACT insegna alle persone ad aumentare la consapevolezza del proprio comportamento (sia pubblico che privato), e a notare come questo funzioni nel contesto delle loro vite.

Dopo aver dato una breve descrizione dell’ACT torniamo al punto di partenza: da dove proviene?

La risposta potrà sorprendervi: proviene da una branca conosciuta come “comportamentismo radicale”, in cui qualsiasi cosa un organismo faccia è visto come un comportamento; i processi come pensare, sentire e ricordare sono tutte forme di comportamento, e sono tutti importanti.

Ci sono due suddivisioni principali del comportamento, quello pubblico, cioè direttamente osservabile dagli altri (azioni), e quello privato, ossia quello che viene osservato solamente dalla persona che lo sta eseguendo (pensare, sentire, ricordare, fantasticare, preoccuparsi, assaggiare, annusare, ecc.).

Ma se non c’è una teoria cognitiva stricto sensu, che c’è al piano terra della nostra casa?

La risposta, anche in questo caso, ha una deriva comportamentale; al piano terra si trova, infatti, la scienza del comportamento applicato, altresì detta ABA.

L’Analisi comportamentale applicata è la scienza che applica sistematicamente strategie derivanti dai principi del comportamento per migliorare comportamenti socialmente significativi. Tramite specifiche strategie è infatti possibile predire e influenzare il comportamento. Tra i principali strumenti si trova “l’analisi funzionale del comportamento”. In altre parole, si cerca di scoprire quale sia lo scopo del comportamento agito.

Nell’analisi funzionale la A sta per antecedente: “Cos’è accaduto prima di questo comportamento e cosa lo ha influenzato?”. Fra gli antecedenti ritroviamo pensieri, sensazioni, memorie, ecc.; la B sta per comportamento: nello specifico il comportamento oggetto d’indagine; la C sta per conseguenze del comportamento: “Quali effetti ha questo comportamento su sé stessi, sugli altri e sull´ambiente?

Nell’ACT, come nell’analisi del comportamento applicata, nelle psicolpatologie “neurotipiche” come nei disturbi del neurosviluppo, analizziamo spesso il comportamento problema attraverso il metodo ABC, come un primo passo per aumentare la consapevolezza di cosa veramente accade e favorire il distanziamento e il cambiamento.

In conclusione, considerando il terreno comune che sottostà ad alcune pratiche terapeutiche, approfondire paradigmi e nozioni di natura comportamentale aumenterebbe le nostre capacità terapeutiche, che spesso consideriamo, in modo arbitrario, troppo isolate e autoevidenti.