La gentilezza salverà il mondo

di Elena Bilotta

Una pratica di Mindfulness per coltivare la benevolenza verso sé e verso gli altri

 Luigi è un infermiere del reparto di oncologia di un grande ospedale: tutti i giorni ha a che fare con la sofferenza e la morte, e questo spesso mette a dura prova il suo stato psicofisico. A volte pensa che l’unico modo per poter sopravvivere in un ambiente del genere sia distaccarsi cinicamente da tutto.
Roberta è una psicoterapeuta ed è preoccupata per una persona che ha in cura: teme che il trattamento sia inefficace e si sente impotente di fronte alla sofferenza della paziente. Nonostante riconosca il suo grande impegno, giudica sé stessa e non si sente all’altezza della situazione.
Giorgia ha avuto un forte litigio con sua sorella. Sono state dette frasi molto pesanti che hanno ferito entrambe. Prova rabbia e avversione e, nonostante ne soffra, crede che il loro rapporto sia finito.
Tre situazioni di stress ed emozioni negative, con una difficoltà a regolarle e ad aiutarsi.
La cura di sé, l’auto-compassione, la gentilezza amorevole rivolta a sé stessi sono sinonimi di una modalità di rispondere ai fallimenti e alle difficoltà personali e interpersonali attraverso un atteggiamento gentile, amorevole e non giudicante o ipercritico verso sé e verso gli altri, riconoscendo e accettando il fatto che tutti gli esseri umani – noi inclusi – commettono errori. La ricerca testimonia come mantenere questo tipo di atteggiamento promuova la resilienza, ovvero l’abilità di recuperare da situazioni ed eventi negativi e stressanti, e si dimostri particolarmente efficace nelle professioni di cura (Leggi l’articolo Avere cura di chi si prende cura).

Se riconosci di avere un atteggiamento ipercritico verso te o gli altri, di essere immerso in sentimenti di avversione o invalidazione, puoi provare a fare un’azione opposta e in certo senso rivoluzionaria, praticando la gentilezza amorevole. Siedi comodamente e inizia a osservare il respiro per almeno dieci minuti. Non importa quante volte sarai distratto da pensieri, sensazioni somatiche o rumori esterni: ricomincia sempre dal respiro, senza giudicarti male per esserti distratto.
Comincia la pratica di gentilezza amorevole da te stesso, rivolgendoti una serie di auguri diretti al tuo benessere personale: “Che io possa guardare me stesso con gli occhi della comprensione e dell’amore”; “Che io possa essere al sicuro da pericoli interiori ed esterni”; “Che io possa vivere in buona salute, nel corpo e nella mente”;”Che io possa essere in pace, felice e a mio agio”.
Puoi adattare le frasi come meglio preferisci. Ripetile più e più volte. Anche se riscontrerai difficoltà o le troverai meccaniche o addirittura ridicole, ciò è del tutto normale: non si è abituati a rivolgersi frasi simili nella propria vita quotidiana. A volte potrà capitare che le frasi, anziché alimentare gentilezza e benevolenza verso di te, facciano emergere altre emozioni, anche negative. Osserva e pratica con ciò che emerge, senza giudizio.
Ora prova a estendere la meditazione di gentilezza amorevole agli altri. Scegli una persona a te cara, che nella tua vita ti ha dato amore e si è preso cura di te, e rivolgi a questa persona le stesse frasi, mantenendo la sua immagine in mente: “Che tu possa guardare te stesso con gli occhi della comprensione e dell’amore”; “Che tu possa essere al sicuro da pericoli interiori ed esterni”; “Che tu possa vivere in buona salute, nel corpo e nella mente”; “Che tu possa essere in pace, felice e a tuo agio”.
Continua a piantare i semi della benevolenza, ripetendo le frasi con gentilezza, qualunque sia la sensazione o emozione che stai provando, senza giudizio.
Ora includi una persona per la quale non provi un particolare sentimento – né positivo né negativo -, ma che incontri occasionalmente nella tua vita (ad esempio, il cassiere del supermercato dove fai la spesa, il portiere del tuo stabile, ecc.). Rivolgi a questa persona quasi estranea gli stessi auguri di gentilezza, salute e felicità.
Infine, includi nella tua meditazione una persona con la quale hai dei rapporti difficili e verso la quale provi emozioni negative. Augura anche a questa persona di ricevere gentilezza amorevole, pace, salute e felicità. In principio potrai sperimentare grande avversione, rabbia, senso di ingiustizia. Osserva tutte le emozioni che emergono da questa pratica rivoluzionaria dell’augurare pace, gioia e salute a chi consideriamo un nemico; continua, senza giudicare ciò che stai facendo. Gradualmente e lentamente ti calmerà la mente e ti aprirà il cuore.

Per approfondimenti:
Il cuore saggio di Jack Cornfield
Pratiche di consapevolezza di Tich Nath Hahn

Collaborare per difendersi dai lupi

di Roberto Petrini

La cooperazione genera legami, aumenta fiducia e tolleranza, ma è un “bene” fragile molto facile da logorare e difficile da ricostituire

Se un comportamento perdura nel tempo, significa che è al servizio della sopravvivenza della specie che ne è depositaria. Negli animali, l’aggressività seleziona i migliori, regola la gerarchia all’interno dei gruppi, serve alla conquista e alla difesa del territorio. Essi, però, si accordano nel non superare certi limiti (aggressività ritualizzata): il lupo assale l’avversario ma non lo morde mai alla gola, il cervo non colpisce mai il fianco del rivale ma si scontra solo frontalmente.
L’animale più violento in natura è quello più vicino a noi, cioè la scimmia e come l’uomo ha poca pietà per i suoi simili. L’uomo, addirittura, compie massacri senza essere presente sui luoghi del crimine e così non è nemmeno più esposto al dolore e ai rimorsi.
Fortunatamente, competere non è stata mai l’unica soluzione per accedere alle risorse materiali, per risolvere i conflitti, per accedere ai ranghi superiori. Oltre alla selezione naturale e alla mutazione, ha operato come principio fondamentale dell’evoluzione la cooperazione.
La caccia al cervo è un esempio di come il gruppo degli uomini è cresciuto collaborando. Lo psicologo evoluzionista Michael Tomasello lo spiega così: “Nella caccia al cervo, ognuno preferisce collaborare in vista delle ricompense che questo porterà a ciascun individuo e al gruppo. Il problema è come poter arrivare al punto di unire le forze. E non è una faccenda da poco, dato che ciò che io faccio in situazioni del genere dipende da ciò che penso, farai tu e viceversa, ricorsivamente, il che significa che dobbiamo essere in grado di comunicare tra noi in modo soddisfacente e di fidarci l’uno dell’altro”.
Continua esponendo cosa occorre per passare al comportamento collaborativo, individuando tre condizioni essenziali:

  • abilità e motivazioni per l’intenzionalità condivisa;
  • tolleranza e fiducia reciproca;
  • presenza di norme sociali pubbliche.

Collaborare significa percepirsi di pari valore e lavorare insieme per un vantaggio comune e dimostrarsi cooperativi e pronti ad aiutare gli altri spesso porta a ricevere in cambio altre offerte di aiuto e collaborazione. Un altro fattore che spinge in direzione della cooperazione è costituito dalle norme e dai valori del gruppo come anche l’essere sottoposti al giudizio altrui.
È oramai chiaro che le disuguaglianze crescono insieme a tutti gli effetti collegati a essa, per primo la riduzione della mobilità sociale e l’accesso equo alle risorse. La norma ha perso potere e spesso non riesce a garantire che sia tutelata la giustizia, quindi diminuisce la fiducia nel prossimo: la nostra propensione all’altruismo e ai legami si logora, i circoli, gli oratori, le sedi di partito si svuotano.

La competizione falsata tipica delle politiche neoliberiste promuove economie consumistiche di cambiamento che rovinano i legami sociali e incoraggiano le rotture a discapito della mediazione e del ricongiungimento, con il risultato di un capitale sociale che s’impoverisce sempre di più.
La disuguaglianza viola la nostra aspettativa di giustizia e logora i beni relazionali.
Solo disponendosi in cerchio i cavalli selvatici si difendono dai lupi.

Per approfondimenti:

Tomasello M. (2010). “Altruisti nati”. Bollati Boringhieri

Tomasello M. (1999). “Le origini culturali della cognizione umana”. Tr. It. il Mulino, Bologna 2005

Liotti, Fassone, Monticelli (2017) “L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali” R. Cortina editore

S.O.S. cameretta: la vergogna

di Roberto Petrini

Uno spazio per pensare, per cercare di capire, ma anche per giudicare successi e insuccessi rispetto a un obiettivo

La vergogna è un’emozione spiacevole e intensa, da ridimensionare al più presto. Se ci vergogniamo, proviamo un forte stimolo a nasconderci, sentiamo anche forte rabbia e dolore, ci sentiamo inadeguati, indegni, incapaci. La vergogna sconvolge l’attività in corso e ci costringe a concentrarci su di noi.
Charles Darwin ha ripetutamente scritto che la vergogna dipende dalla sensibilità alle opinioni altrui, buone o cattive. Il non essere all’altezza di uno standard di condotta, di un modello, di una norma, genera questa emozione morale, dove ci si vede piccoli, impotenti, bloccati e feriti. Diveniamo consapevoli della nostra inadeguatezza e proviamo una sorta di disprezzo nei confronti della nostra immagine, la svalutiamo.
La vergogna viene spesso erroneamente confusa con la colpa. Se il messaggio è “attenzione, stai trasgredendo, devi rimediare!” si tratta indubbiamente di colpa perché nella vergogna il comando è molto più violento ed è un giudizio globale negativo che blocca o spinge a nascondersi o a fuggire.
Abbiamo modelli di riferimento e sistemi di valori che ci dicono quando trasgrediamo o se facciamo una determinata azione con successo. Ci sono persone che usano criteri troppo esigenti per giudicare sé stesse e altre che incolpano sempre gli altri per gli insuccessi e si prendono il merito dei successi.
Genitori con alte pretese crescono, a loro volta, figli che pretendono molto da sé stessi: quando non sono all’altezza, si sentono a disagio e se si considerano i responsabili del fallimento, provano vergogna. La vergogna è uno strumento efficace per far interiorizzare valori e modi di comportamento e di condotta, ma se indotta in modo eccessivo diviene motivo di disagio.
L’uso della mimica del disgusto-disprezzo per far sì che il bambino provi vergogna ha i suoi vantaggi (evita di alzare la voce e di fare scenate in pubblico, di usare punizioni corporali) come la minaccia del ritiro dell’amore paterno o materno, ma questi metodi generano attribuzioni globali negative, cioè l’ingrediente essenziale della vergogna.
Se questa emozione sgradevole è aggirata, negata, rimossa, eserciterà comunque la sua azione nociva intrapsichica poiché potremmo non capire quello che ci succede e utilizzare l’ideazione in modo eccessivo per prendere le distanze e cercare così di dissipare la spiacevole sensazione che proviamo. Nella vergogna riconosciuta avremmo l’inverso, cioè un’abbondante reazione emotiva e un’ideazione ridotta al minimo.
Nel caso dell’aggiramento della vergogna a una momentanea sensazione dolorosa segue un’ossessiva reiterazione della scena, dove cerchiamo di non concentrare l’attenzione su quello che sentiamo nel tentativo di ridurre il dolore e magari cerchiamo di porre l’attenzione su altro, su altre emozioni. Tali strategie di sostituzione emotiva hanno una funzione adattiva poiché ci proteggono dalla sofferenza, ma l’emozione continuerà a esistere e ci sentiremo confusi. Il modo migliore per fare i conti con questa emozione, come con le altre, è di accettarla, cioè farsene carico e poi lasciare che si dissolva col tempo. Alla fine finirà per affievolire e sarà sostituita da altre emozioni o pensieri.
Per approfondimenti:
Lewis M. (1992). “Il sé a nudo”. Giunti editore

La gestione della rabbia

di Erica Pugliese

Il protocollo cognitivo-comportamentale di Brondolo e colleghi

La rabbia è un’emozione primaria e viene in genere attivata dalla frustrazione di aspettative o scopi importanti per la persona. Uno dei temi caldi della rabbia è quello dell’ingiustizia: ogni volta che una regola è infranta, un contratto violato o un desiderio importante non soddisfatto, è possibile che ci si possa sentire arrabbiati con sé stessi, con un altro o con una situazione.
La rabbia in sé ha la funzione adattiva di proteggere la persona da eventuali pericoli, preparandola all’azione. Tuttavia quest’emozione può diventare problematica se evocata troppo frequentemente, quando l’intensità è eccessiva o persiste nel tempo.
La rabbia va trattata quando è accompagnata da comportamenti di aggressione attiva o passiva che possono nuocere alla salute della persona che l’agisce (per esempio, con comportamenti autolesivi) o interferire con il lavoro o con la sfera delle relazioni interpersonali, come nei casi di violenza domestica.

Walter Brondolo, Raymond DiGiuseppe e Raymond Tafrate sono tre autori che hanno sviluppato un trattamento cognitivo-comportamentale per la gestione della rabbia che può essere applicato in presenza di disturbi della condotta, su bambini, adolescenti e adulti aggressivi, nei casi di violenza nelle relazioni intime e in varie forme di autolesionismo.
Gli incontri possono essere individuali, di coppia o di gruppo. Il trattamento dura nove settimane, durante le quali vengono impiegati esercizi cognitivi, affettivi e comportamentali divisi in cinque fasi:

  1. Valutazione e visione positiva
  2. Analisi dei fattori scatenanti e focus sui valori
  3. Riduzione dell’attivazione fisiologica
  4. Esposizione e prevenzione della risposta
  5. Supporto
    1. Valutazione e visione positiva
    La prima sezione ha lo scopo di ottenere la fiducia del paziente e creare, dunque, una buona alleanza terapeutica. La discussione potrebbe concentrarsi sui benefici di una gestione efficace della rabbia, identificando, per esempio, momenti nei quali il paziente è stato in grado di controllarsi e di affrontare in maniera serena e ragionevole un conflitto con il proprio compagno, figlio, collega di lavoro, ecc. In seguito sono raccolte informazioni sui fattori che in genere scatenano la reazione di rabbia eccessiva. A quel punto è ragionevole mostrare le conseguenze negative e quindi i costi di una cattiva gestione della rabbia, come la mancanza di concentrazione, la colpa, il sentirsi sbagliati, la fine della relazione, la perdita delle persone care, la violenza e le sue conseguenze psicologiche. Il fine della visualizzazione dei costi è quello di motivare il paziente al cambiamento.

2. Analisi dei fattori scatenanti e focus sui valori
L’obiettivo di questa parte del trattamento è individuare i fattori trigger (pensieri ed eventi in grado di attivare la reazione di rabbia, come per esempio un certo tono, gesto, contenuto verbale o situazione specifica). È preferibile che il racconto sulla rabbia non venga bloccato in prima battuta. Il paziente viene invitato a raccontare nuovamente la storia, identificando i pensieri e le emozioni attivate e valutandone anche l’intensità con una scala da 1 a 100, dove 100 rappresenta il valore più alto.
In sintesi, durante questa fase il paziente è incoraggiato a comprendere i meccanismi impiegati nell’interpretazione della situazione mediante l’uso della tecnica dell’ABC, dove A sta per Antecedent o evento scatenante, B sta per Belief o credenza e C sta per Consequents o conseguenze emotive e comportamentali.
Per esempio, si può domandare: “Come ti sei sentito? Quanta rabbia stavi provando? Cosa stavi pensando?”. In seguito il terapeuta analizzerà i valori messi in discussione (come cura, eguaglianza, giustizia, fratellanza, comunità, integrità, ecc.) fondamentali nella fase successiva di ristrutturazione cognitiva. Infatti, ciò che spesso accomuna le persone che soffrono a causa della rabbia è la credenza che una mancata risposta a una provocazione legittimi la persona a perseverare nel comportamento offensivo, perdendo il controllo della situazione. L’espressione emotiva e quindi il comportamento rabbioso sono finalizzati a controllare le azioni delle persone, a “rieducarle” ai valori che sembrano offendere. Per affrontare quest’obiezione, il terapista può porre l’accento sulla distinzione fra i valori di una persona e il modo che ha scelto di sostenerli: non mostrare la rabbia non significa dover accettare la violazione dei propri valori. Esistono, infatti, numerosi altri modi più efficaci in grado di tutelarli.

È importante, quindi, insegnare ai pazienti a comprendere la differenza fra subire un abuso e mantenere il controllo. Il controllo delle emozioni è un prerequisito essenziale per una gestione efficace delle reazioni all’ingiustizia. Mostrare la rabbia o manifestare comportamenti di rabbia non è sbagliato in sé, anzi: a volte sembra essere la reazione più appropriata. Tuttavia queste risposte hanno bisogno di essere pianificate anche rispetto al contesto nel quale si sceglie di manifestarle affinché si dimostrino efficaci.  Per esempio, di fronte a continui insulti da parte di una persona, sebbene reagire e non subire l’offesa sia una reazione comprensibile, bisogna valutare se si ha a che fare con una persona pericolosa, aggravando la situazione.

3. Riduzione dell’eccitazione fisiologica
È possibile ridurre l’attivazione generata dall’emozione della rabbia mediante la semplice respirazione addominale o adattando le tecniche di rilassamento progressivo. Le abilità di gestione della rabbia sono una pratica appresa durante gli incontri nello studio e a casa, dove i pazienti saranno invitati a esercitarsi. Durante la pratica di rilassamento, il terapeuta fornisce al paziente dei feedback. Possibili interventi sono: “Ora prova a rilassare la mascella”; o ancora: “Continua a respirare in questo modo, stai andando benissimo”. Inoltre, si può intervenire sulle credenze cognitive ripetendo insieme al paziente: “Io posso calmarmi” o “Posso sopportare tutto questo e non ho bisogno di arrabbiarmi”. Prima della fase successiva di esposizione è necessario che il paziente abbia ridotto la percentuale di attivazione fisiologica del 50%.

4. Esposizione
La maggior parte delle sedute è riservata alle tecniche di esposizione agli stimoli evocanti la rabbia. Lo scopo dell’esposizione è quello di ridurre frequenza e intensità dell’emozione in presenza di questi eventi. Tutte le sedute di esposizione iniziano con un breve esercizio di rilassamento della durata di circa 5 minuti.
Dopodiché il paziente è esposto allo stimolo attivante e invitato a rimanerci il più a lungo possibile provando a calmarsi. È possibile ripetere, per esempio, degli insulti considerati insopportabili ma inizialmente non utilizzando alcun tono emotivo. La cosa potrebbe essere vissuta come divertente, aiutando i pazienti a vivere gli stimoli in maniera diversa e a comprendere ciò che realmente dà loro fastidio. Non distratti dall’attivazione fisiologica della rabbia, spesso si rilassano durante l’esposizione a questi stimoli senza alcun aiuto e questo successo iniziale aumenta il loro senso di efficacia e incoraggia a continuare con l’esposizione graduale. Se invece il fattore scatenante è, per esempio, una particolare espressione del viso, il terapista può provare a ripetere il gesto senza verbalizzare nulla o più lentamente riducendone l’impatto. Non appena è possibile, è necessario aumentare l’intensità dell’attivazione della rabbia fino a quando il paziente non ha alcuna reazione fisiologica, verbale e non verbale durante la sua esposizione.

5. Supporto
Uno dei modi di offrire supporto è anticipare al paziente l’intera procedura del trattamento, indicando il tipo di supporto che riceverà. Per esempio, è possibile dire: “Durante le procedure di esposizione, se ti sentirai eccessivamente agitato ti aiuterò a calmarti facendo dei lunghi respiri. Puoi fermarti in qualsiasi momento”. Nel caso di violenza domestica ed esposizione insieme al partner, viene chiesto al paziente se può essere toccato e invitato a rimanere seduto durante l’esposizione. Per esempio, gli si può dire: “Ho intenzione di sedermi accanto a te e poggiare la mia mano sul tuo braccio per ricordarti di rimanere calmo e rilassato. Che ne pensi?”. Durante ogni esposizione è importante che il terapeuta fornisca feedback positivi al paziente, circa dieci per intervento, relativamente alla sua capacità di rilassarsi (“Stai andando bene, continua così, non hai bisogno di rispondere a questo attacco”). La funzione della rassicurazione è ridurre l’identificazione del paziente con la provocazione, aumentando la sua personale capacità di gestire la rabbia.
Un altro modo per fornire supporto è il training del paziente su ascolto attivo e assertività, una formazione specifica finalizzata allo sviluppo di abilità di espressione di sentimenti o frustrazioni senza la messa in atto di condotte aggressive, attive o passive.

Sebbene la comprovata efficacia di questo protocollo cognitivo-comportamentale nella gestione della rabbia patologica, è importante una valutazione dello stato mentale dei pazienti in grado di prevenire eventuali danni alle persone coinvolte e al terapeuta stesso. Per esempio, questo trattamento non è indicato con pazienti psicotici non in cura farmacologica, o che fanno uso di sostanze.
Va infine sottolineato che, affinché un trattamento abbia effetto, è fondamentale che la persona riconosca il problema e i danni che ha provocato a sé stesso e alle persone intorno. Spesso succede, invece, che le persone con problemi di rabbia e agiti aggressivi possiedano idee e valori che rendono complicato immaginare di instaurare rapporti all’insegna del rispetto e della parità. In questi casi, è difficile riuscire a mettere in atto dei cambiamenti sostanziali e duraturi con una terapia.

Se sei in contatto con una persona aggressiva e temi per la tua vita o per quella delle persone a te care, chiedi aiuto, non aspettare che sia troppo tardi.

Paziente difficile: come intervenire?

di Emanuela Pidri

Dal disturbo di personalità alla concettualizzazione del trattamento del paziente difficile

L’attenzione sui disturbi, se da un lato permette di descriverli, dall’altro rischia di condurre a formulare rappresentazioni dei pazienti stereotipate e convenzionali. La nosografia ufficiale relativa ai Disturbi di Personalità sembra sia un’elencazione dal valore puramente descrittivo piuttosto che un modo di valorizzare la conoscenza del funzionamento globale della persona. Diventa inevitabile abbandonare la classificazione descrittiva per adottare un approccio ai pazienti difficili che orienti il terapeuta cognitivista nel predisporre un intervento efficace e mirato, rivolto alle modalità disfunzionali di pensare, sentire e relazionarsi con il mondo. Parlare di paziente difficile piuttosto che di paziente con disturbo di personalità, più o meno grave, consente di porre l’accento sugli aspetti di ordine comportamentale e relazionale che rendono necessaria una presa in carico globale. In ambito cognitivista, Antonio Semerari e Giancarlo Dimaggio propongono un modello nel quale i Disturbi di Personalità sono presentati come sistemi che si auto-organizzano e che mantengono la patologia nel momento presente. Secondo questi autori, gli elementi costitutivi dei disturbi sono identificabili come: un insieme di stati mentali rigido e specifico per ogni disturbo; povertà e/o disorganizzazione narrativa; disfunzioni stabili socialmente invalidanti definibili in termini di deficit delle capacità meta rappresentative; cicli interpersonali disfunzionali che agiscono nel concreto delle relazioni, in modo tale che determinati schemi interpersonali si perpetuino e si automantengano; disfunzioni nei processi di valutazione e scelta; problemi nella regolazione dell’autostima. L’analisi di Semerari e Dimaggio si concentra sulla carenza di abilità psicologiche che potrebbero invalidare le aspettative relazionali che si sono sviluppate in senso patologico mantenendo il disturbo di personalità. Tali abilità costituiscono sottofunzioni della più generale funzione metarappresentazionale. Essa può essere suddivisa in tre aree impiegate nella comprensione e nella gestione degli stati mentali: processi autoriflessivi (consentono di avere la consapevolezza del possesso e dell’attuale condizione dei propri stati interni e di formulare ipotesi su ciò che li ha determinati o che può modificarli); comprensione della mente altrui (permette di riconoscere all’altro una mente personale e distinta dalla propria, nonché di ipotizzarne lo stato interno e le variabili che lo potrebbero influenzare); mastery (permette di assumere un atteggiamento volto alla risoluzione dei problemi intrapsichici e interpersonali attraverso una serie di strategie d’autoregolazione che si riflettono sul piano della condotta interpersonale). L’adozione di questa prospettiva ha notevoli implicazioni per l’analisi dei Disturbi di Personalità. Dapprima si porrà la domanda rispetto a quanto la descrizione di un malessere in termini di disturbo di personalità sia utile per gli obiettivi terapeutici e quanto invece possa impedire di intravedere altre strade percorribili, rendendo più probabile il cristallizzarsi della situazione di disagio. In seguito si valuterà se considerare il funzionamento mentale e relazionale del paziente come insieme di sintomi da descrivere derivati dalla personalità o come comportamenti messi in atto in relazione a specifiche circostanze. Infine si valuterà l’efficacia di decostruire le narrazioni disfunzionali che il paziente ha consolidato e le descrizioni di sé con cui si presenta, costruendo narrative più funzionali. L’intervento clinico dovrebbe indirizzarsi sui fattori generali alla base della psicopatologia della personalità (disregolazione emotiva, dissociazione, bassa agency, mentalizzazione). L’attenzione sarà focalizzata sulle diverse funzioni metacognitive che potrebbero risultare danneggiate in questi pazienti (monitoraggio, integrazione, differenziazione, decentramento) e verranno potenziate le strategie di mastery distinte in tre livelli che vanno dal più semplice, che richiede un ridotto senso di agentività da parte dell’individuo, a quelle più complesse, che richiedono operazioni di rielaborazione metacognitiva.
Per approfondimenti:

MEIER C. et al., (1995) Oltre la diagnosi verso il cambiamento. In Pagliaro G., Cesa-Bianchi M., Nuove prospettive in psicoterapia e modelli interattivo cognitivi, FrancoAngeli, Milano.

PERRIS C., (1989). Cognitive Therapy Wth Schizophrenic Patients, Guilford, New York [trad.it. Terapia con I pazienti schizofrenici, Bollato Boringhieri, Torino 1996]

PERRIS C., (1993). Psicoterapia del paziente difficile, Métis, Lanciano.

PERRIS C., (1999).  A conceptualization of personality-related disorders of interpersonal behaviour with implications of treatment, in Clinical Psychology and Psychotherapy, 6, pp.239-260.

SEMERARI A., (2000). Storia della psicoterapia Cognitiva. Laterza, Bari

SEMERARI A., DIMAGGIO G., (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Laterza, Roma-Bari.

SEMERARI A., (2016). Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva. Laterza, Roma.

SEMERARI A., DIMAGGIO G., NICOLO’ G.,  (2016). Curare I casi complessi. Laterza, Roma.

Vita di coppia: litigare con lealtà

di Sonia Di Munno

I valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono connessione, prendersi cura e collaborazione. La terapia di coppia con tecniche ACT

“Ci sono due tipi di coppie: quelle che non litigano mai e quelle che non conosci davvero bene”.  Così scrive argutamente Russ Harris, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e principale esponente della Acceptance and Commitment Therapy (ACT), sulle relazioni di coppia.
L’ACT è un approccio di terza generazione della psicoterapia cognitivo comportamentale che pone l’accento su due fattori cardine per il benessere psicologico: l’accettazione e l’impegno che conducono alla flessibilità psicologica. La ricerca scientifica sta dimostrando che più alto è il nostro livello di flessibilità psicologica, migliore sarà la nostra qualità di vita. La flessibilità psicologica è definita come “l’abilità di adattarsi a una situazione con apertura e consapevolezza, di focalizzarsi e di intraprendere un’azione efficace guidata dai propri valori”. Essa è composta da due aspetti: essere psicologicamente presenti (mindfulness) e intraprendere azioni efficaci (motivate, orientate, consapevoli, flessibili e adattabili).
Ricerche di John Gottman e Nan Silver su un cospicuo campione di coppie hanno trovato che ciò che rende una relazione salutare non è la quantità di litigi, ma il modo in cui si litiga; per cui quando il litigio è amichevole con un po’ calore e tenerezza, le ferite saranno lievi e guariranno velocemente.
I loro dati mostrano anche che uno dei fattori chiave per una relazione sana è la presenza dei “tentativi di riparazione”, cioè ogni gesto, parola e azione destinati a riparare la relazione. La ricerca di Gottman afferma che persino quando le coppie litigano molto, ma lo fanno lealmente e sono presenti tentativi di riparazione, la loro relazione può essere molto sana e gratificante. Affinché questi tentativi vadano a buon fine, entrambi devono capirne il valore del “dare” e del “ricevere”. Anche chi “riceve” deve essere in grado di apprezzare e non respingere i tentativi del partner. Il conflitto è inevitabile, ma lottare lealmente, riparare, praticare la compassione, chiedere con gentilezza, lo renderanno meno distruttivo.
Verrebbe da pensare: ma come si fa a litigare senza disprezzo e critica ma lealmente e in modo compassionevole? Su questo la terapia ACT, impostando lo stile di vita personale e di coppia su valori personali e obiettivi, attraverso tecniche che ci allontanano dall’essere troppo incentrati sui nostri pensieri (come la defusione e l’espansione) e guardando il momento presente (mindfulness), porta il suo cospicuo contributo. Molto importante è anche sfatare i falsi miti sull’amore proposti dai film e dalle favole, che non fanno altro che allontanarci dalla realtà dei fatti. Ci sono cinque modalità fondamentali che allontanano i partner: la disconnessione, la reattività impulsiva, l’evitamento, rimanere dentro la propria mente e trascurare i propri valori. Di contro, a queste comuni modalità che ci allontanano non solo dal nostro partner, ma anche da quello che idealmente vorremmo essere noi come partner, possiamo applicare altri sistemi più funzionali e soddisfacenti come: mollare la presa, aprirsi, dare valore e impegnarsi attivamente. Fondamentali nella terapia ACT sono i valori personali, dove per valori si intende i desideri più profondi rispetto a ciò che si vuole fare e al significato che si vuole attribuire al tempo passato su questa terra. Vivere una vita seguendo i propri valori ci fa sentire liberi, leggeri e aperti alla vita; questi sono anche comportamenti desiderati che riguardano un processo continuo nell’arco della propria vita, non sono una meta ma una direzione. Nelle relazioni, i valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono essenzialmente tre: connessione, prendersi cura e collaborazione. Oltre a questi, ce ne sono tanti altri, ma avere una carenza in queste tre aree porta a lungo andare a un impoverimento della relazione e una sua rottura. Questi tre valori sono alla base dell’amore, del calore e dell’intimità e conducono a una maggiore connessione con il partner e ad un dialogo aperto, curioso e tollerante.
Tutto ciò non è così facile, bisogna imparare a tollerare delusioni, ansia, preoccupazioni, tristezza; emozioni che comunque fanno parte dell’esperienza umana. Fare spazio anche alle emozioni negative e non avere pregiudizi su di esse ci permette di vivere la vita nelle sue sfaccettature e non essere spaventati o arrabbiati quando le proviamo.
La terapia ACT, che si basa principalmente su un intervento esperienziale, propone tanti esercizi, tante situazioni in cui mettersi in gioco e tante riflessioni da applicare in maniera pratica. È un viaggio dentro di sé e verso l’altro. La disponibilità a imparare, crescere, adattarsi, abbracciare la realtà (anche quando è spiacevole), mettersi in discussione, affrontare le differenze, ecc., farà in modo che la flessibilità psicologica aumenti e che si possa vivere appieno la propria vita in tutte le sue umane sfaccettature.

Per approfondimenti

“Se la coppia è in crisi.Impara a superare frustrazioni e risentimenti per ricostruire una relazione consapevole”, 2011; Russ Harris, FrancoAngeli

Gottman J., Silver N. (1999), Intelligenza emotiva per la coppia, Milano, Rizzoli

E se domani: i rimpianti del sé

di Niccolò Varrucciu

I rimpianti più duraturi derivano da discrepanze tra il sé reale e quello ideale e fra il sé reale e quello dovuto

Una recente ricerca sulle caratteristiche strutturali dei rimpianti delle persone ha evidenziato che quelli più duraturi riguardano l’aver agito o omesso di agire.
Rispetto alla loro connessione al concetto di sé, studi recenti hanno dimostrato come i rimpianti più duraturi della gente derivino più spesso da discrepanze tra il loro sé reale e quello ideale e fra il sé reale e quello dovuto.
Questa asimmetria sarebbe spiegata, almeno in parte, dalle differenze nel modo in cui le persone affrontano il rimpianto. Generalmente le persone sono più veloci ad affrontare i fallimenti inerenti ai propri doveri e alle proprie responsabilità (i propri rimpianti), piuttosto che quelli nel perseguire i loro obiettivi e le loro aspirazioni (rimpianti legati al sé ideale). Di conseguenza, i rimpianti relativi al sé ideale hanno più probabilità di rimanere irrisolti, lasciando le persone più propense a rimpiangere di non essere tutto ciò che avrebbero potuto essere.
Tutti hanno rimpianti: nel senso comune immaginiamo che i rimpianti principali ruotino attorno agli errori che pensiamo di aver fatto, come pentirsi di aver annullato il proprio matrimonio, di aver spostato la persona sbagliata. Forse vorremmo lasciare il lavoro e trasferirci in un altro “mondo”, per vivere una vita diversa, ma l’idea che possano essere scelte sbagliate ci impedisce di agire.
Un recentissimo studio pubblicato sulla rivista Emotion e intitolato “The Ideal Road Not Taken” indica che le persone non si pentono tanto di quelle scelte che hanno compiuto: sono piuttosto quelle che non hanno compiuto che possono rimanere irrisolte.
In questo studio, sono stati identificati tre elementi che costituirebbero il senso di sé di una persona: il sé reale, cioè le qualità che si crede di possedere, il sé ideale, cioè le qualità che si desidera avere e il sé “dovuto”, ossia la persona che, in base alle credenze e alle responsabilità personali, si pensa sia “opportuno” essere.
I risultati dell’indagine hanno mostrato un dato estremamente interessante: il 76% dei partecipanti alla ricerca, ai quali è stata sottoposta la differenza fra i tre sé, ha affermato di non essere soddisfatto del proprio sé ideale.
Ciò indica che le persone potrebbero avere un’idea inesatta di cosa rimpiangeranno e cercheranno di evitarlo in un modo scarsamente funzionale.
Molte persone pensano, infatti, di poter avere una vita soddisfacente (e alcuni sicuramente ce l’hanno) se ligi alle loro regole: quindi si impegnano nel fare le cose che la società si aspetta da loro, come sposarsi o fare un figlio al momento opportuno o guadagnare abbastanza per pagare tutti i conti.
Questo studio dimostrerebbe come, sebbene possano essere valori importanti per alcune persone, queste azioni siano legate al sé “dovuto” e che, in caso di fallimento, sembrerebbero portare a rimpianti limitati o comunque risolvibili in tempi relativamente brevi.
Quello che davvero farebbe soffrire le persone in modo prolungato sono i fallimenti rispetto ai sogni e alle aspirazioni (rimpianti legati al sé ideale): le persone sono più propense a lasciarli semplicemente andare alla deriva e questo è ciò che realmente induce sofferenza nel corso nella vita.
Lo studio prosegue evidenziando come le persone dovrebbero cercare di diventare ciò che veramente vorrebbero, seguendo il loro sé ideale.
I risultati, infine, indicano che non è sufficiente incoraggiare le persone a “fare la cosa giusta”: dobbiamo rimarcare l’importanza delle speranze e dei sogni, oltre alla pericolosità del lasciarli fuori dalla porta, come se fossero elementi di scarso valore.
Per concludere, nel breve periodo le persone si pentono più che altro delle loro azioni ma a lungo termine, i rimpianti del non aver agito restano più a lungo
Pertanto, secondo gli autori, dovremmo smettere di mettere da parte ciò che abbiamo dentro e iniziare ad agire: impariamo quella lingua che abbiamo sempre voluto studiare, prendiamo lo zaino in cantina e partiamo, scriviamo quel libro che abbiamo in testa da anni. Ciò che conta è il momento presente, a domani ci penseremo.

Per approfondimenti:

Davidai, Shai,Gilovich, Thomas (2018).The ideal road not taken: The self-discrepancies involved in people’s most enduring regrets. Emotion, Vol 18(3), 439-452.

Bambini silenziosi

di Monica Mercuriu

Aspetti controversi del mutismo selettivo

Il mutismo selettivo è un disturbo legato all’ansia, caratterizzato dall’incapacità del bambino di parlare in determinate situazioni, le cui cause non sono ritardo mentale, deficit neurologico, linguistico o uditivo.

Questo tipo di disturbo è caratterizzato dall’uso appropriato della lingua parlata in alcune situazioni, con una totale e persistente assenza dell’uso del linguaggio altrove; molto spesso il bambino parla liberamente a casa mentre è muto a scuola e in altri contesti sociali.

Nel 1934, lo psichiatra infantile svizzero Moritz Tramer descrisse il caso di un bambino di otto anni che si rifiutava di parlare in determinate situazioni e introdusse l’espressione “mutismo elettivo”, che intendeva sottolineare la mancanza di contatto verbale, come una scelta consapevole delle persone affette da questo disturbo.
Negli anni ’90 si sono sviluppate in letteratura molte teorie al riguardo, alcune delle quali sottolineavano un atteggiamento di insubordinazione e di testardaggine delle persone con mutismo elettivo, o mettevano in evidenza la presenza  di un comportamento manipolatorio e di controllo da parte di genitori con stile di parenting iperprotettivo.

Nelle ultime edizioni del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV, DSM-IV-TR e DSM-5), l’espressione “mutismo elettivo” è stata sostituita da “mutismo selettivo” per evidenziare come il fenomeno del mutismo, che consiste nella selettività del parlato che si applica solo ad alcuni (selezionati) e non a tutti gli ambienti sociali, non può essere combinata con la manipolazione consapevole dell’ambiente agita. Inoltre, è stato rimosso dalla sezione dedicata ai “Disordini dell’infanzia e dell’adolescenza” e inserito in quella relativa ai “Disturbi d’ansia”. Ciò ha comportato due importanti cambiamenti in termini d’interpretazione dei sintomi del mutismo selettivo: da una parte evidenziando l’eziologia ansiosa del disturbo e dall’altra aprendo la possibilità alla diagnosi di mutismo selettivo anche negli adulti, come speciale categoria dei disturbi d’ansia.

Il mutismo selettivo è un disturbo poco diffuso, con una prevalenza che varia tra lo 0.03 e l’1%, e sembra avere una frequenza maggiore nelle femmine rispetto ai maschi con rapporto di 2 a 1. L’età dell’esordio varia dai 2 ai 6 anni, dopo una produzione del linguaggio nella norma, e viene solitamente diagnosticato dopo l’inserimento dei bambini nella scuola elementare, anche se è molto probabile che si sia già manifestato negli anni della scuola materna.

Gli studi di follow-up sono limitati ma indicano che una parte consistente di questi bambini ha problemi di comunicazione persistenti, sintomi nello spettro dell’ansia e bassa auto-efficacia.

I dati epidemiologici indicano, inoltre, che nei bambini con sintomi di mutismo selettivo si riscontrano frequentemente criteri per altri disturbi mentali, come depressione, disturbo di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo dissociativo o disturbi dello spettro autistico.

Nel 2000, Hanne Kristensen sottolineava come disturbi d’ansia non costituiscono la comorbidità dominante osservata in pazienti con mutismo selettivo. Secondo la psicoterapeuta danese, evitare il contatto verbale poteva essere un meccanismo per “mascherare” le difficoltà dovute anche alla presenza di vari deficit evolutivi o neurocognitivi: la studiosa affermava che gli effetti non adeguati della terapia possono derivare dal fatto che le terapie più comunemente utilizzate (farmacologica e comportamentale) per questo disturbo agiscono prevalentemente sulla componente ansiosa del disturbo e non intervengono sulle componenti associate a deficit di elaborazione uditiva, deficit neurocognitivi o deficit cognitivo-sociali, che possono presentarsi in un numero considerevole di bambini. Anche secondo gli studiosi israeliani Yael Henkin e Yair Bar-Haim, i deficit di elaborazione uditiva dovrebbero essere presi in considerazione nella diagnosi e nel trattamento del mutismo selettivo.

Allo stato attuale della ricerca sulla patogenesi e la psicopatologia di questo disturbo, il concetto di mutismo selettivo come tipologia di fobia sociale all’interno dello spettro del disturbo d’ansia è molto convincente (nel DSM-5, il mutismo selettivo viene interpretato come una forma estrema di fobia sociale).
All’interno di questa categoria, è possibile rintracciare un gruppo non omogeneo di disturbi diversi per eziologia e decorso. Tra gli aspetti psichiatrici del disturbo, la componente dell’ansia appare prioritaria, anche se è spesso possibile osservare un’importante presenza di comorbidità con deficit dello sviluppo o disfunzione dell’elaborazione uditiva che ne determinano un decorso tipico e ostacolano, a volte, l’efficacia delle terapie ad oggi più comunemente utilizzate per il trattamento del disturbo.

Per approfondimenti :

Holka-Pokorska1, A. Piróg-Balcerzak, M. Jarema. The controversy around the diagnosis of selective mutism – a critical analysis of three cases in the light of modern research and diagnostic criteria . Psychiatr. Pol. 2018; 52(2): 323–343

L’azzardo non è un gioco

di Benedetto Astiaso Garcia

Il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale. Sigmund Freud

Il gioco d’azzardo nasce dal desiderio dell’individuo di ricreare e trasfigurare la realtà, costruendo mondi paralleli e alternativi a una quotidianità oggettiva e tangibile: scommettere significa, infatti, narcotizzare la mente, creandole un rifugio tanto illusorio quanto potenzialmente drammatico. È proprio a partire da un principio di realtà percepito come vincolante e costrittivo che l’Homo ludens ricerca strategie disfunzionali per riscattarsi, neutralizzare i propri disagi e difendersi da un profondo senso di debolezza, vulnerabilità e precarietà.

Cosa determina lo sviluppo e il mantenimento dei problemi legati al gioco? Per quali ragioni si ignorano gli enormi costi individuali e sociali in cui si potrebbe incorrere? Numerose ricerche dimostrano come i fattori cognitivi svolgano un ruolo determinante nella comprensione di tale dipendenza, ponendo la mente nella condizione di avvalersi di euristiche-intuitive scorciatoie di pensiero che esulano dal ragionamento logico.

Come illustrato dalla psicologa Ellen Langer, infatti, i meccanismi cognitivi e motivazionali che maggiormente illustrano l’irrazionalità del pensiero e delle decisioni prese dal giocatore d’azzardo risultano essere l’illusione di controllo e la fallacia del giocatore: mentre la prima può essere definita come “un’aspettativa di successo personale erroneamente alta rispetto a quanto l’obiettivo possa garantire”, la seconda è invece la tendenza del soggetto a prevedere l’esito di scommesse future in relazione ai risultati di quelle passate (per esempio stimando “bassa” la propria probabilità di successo quando si torna a giocare dopo una scommessa vinta). Il desiderio di controllare l’incontrollabile pone, dunque, il soggetto nella condizione di ritenere erroneamente l’azzardo un gioco di abilità personale, come osservato dal sociologo James M. Henslin: i giocatori di dadi, ad esempio, attribuiscono un potere magico alla modalità di lancio degli stessi, scagliandoli con maggiore o minor forza a seconda del numero desiderato.

Le possibilità di vincita vengono sovrastimate a causa di bias cognitivi, come il ripescare alla memoria solamente esperienze di successo, dimenticando le perdite, o, ancor peggio, attribuendo ad esse una valenza di “quasi vincita”, condizione che pone l’obiettivo non ancora raggiunto come a propria portata.

In seguito a diverse perdite, inoltre, il giocatore potrebbe percepire di aver superato un punto di non ritorno, continuando perciò a investire ancora di più nel tentativo di recuperare il denaro perduto; tale fenomeno paradossale, chiamato “effetto Macbeth”, viene così descritto dal protagonista della tragedia shakespeariana: “Mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto che, se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe tanto pericoloso quanto l’andare avanti”.

Nonostante le vincite siano rare e occasionali, il giocatore continua a scommettere, non solamente nel tentativo di perseguire l’illusorio fine della vittoria, ma anche e soprattutto per l’eccitamento e l’euforia associate al pianificare o all’agire un comportamento d’azzardo: scopo terminale non è, infatti, il guadagno materiale, bensì il piacere che deriva dall’attività stessa del giocare.

Il gioco d’azzardo potrebbe, dunque, configurarsi come una modalità di autoregolazione dei propri stati interni, in quanto pone il soggetto nella condizione di procacciare vissuti emotivi e cognitivi desiderati e di evitare quelli negativi: ecco come il sensation seeking, ovvero la ricerca di sensazioni intense, diviene l’unica fraudolenta modalità attraverso la quale il gambler riesce a sentirsi vivo, prescindendo dalla vincita o dalla perdita.

Il giocatore d’azzardo diviene così lo specchio dell’uomo moderno, tanto desideroso di essere felice quanto illuso di poter perseguire tale scopo attraverso astrazioni dalla realtà. L’animo umano conserva dentro di sé un dualismo transgenerazionale e transculturale, quello di Dedalo, incarnazione dello spirito scientifico, e di Icaro, pretesa del superamento del principio di realtà: la fantasmagorica rappresentazione mentale del successo, infatti, finirà per concretizzarsi in un incubo estremamente tangibile e concreto, rendendo il futuro ancor più tirannico del passato dal quale si voleva fuggire.

Per approfondimenti:

Caretti V., La Barbera D., “Le dipendenze patologiche”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005