Problemi psicologici: uomini e donne soffrono degli stessi disturbi?

di Alessio Congiu
a cura di Barbara Basile

Gli studi epidemiologici compiuti a partire dagli anni ’80 hanno oramai mostrato una netta discrepanza nella prevalenza delle complicanze psicologiche tra i due sessi. Seppure equiparabili (in linea teorica) nei diritti ad essi riconosciuti, uomini e donne variano in funzione della prevalenza di specifiche condizioni psicopatologiche. Ad esempio, un dato oramai appurato nella letteratura scientifica è la maggiore prevalenza nella popolazione femminile di disturbi “internalizzanti” (es., disturbi d’ansia, disturbi depressivi), ossia quei disturbi in cui l’espressione del disagio è rivolta prevalentemente all’interno di sé.

Diversamente, sembra che nella popolazione maschile sia più prevalente la presenza di disturbi “esternalizzanti” (es., dipendenze patologiche, disturbi antisociali), ossia di disturbi in cui la manifestazione della sofferenza viene espressa prevalentemente all’esterno di sé.

Riassumendo, sembra che nella popolazione femminile sia più presente una tendenza ad inibire la manifestazione esterna del proprio disagio, o ad esprimerla in modo indiretto; al contrario, nella popolazione maschile sembrerebbe più presente una tendenza ad agire la propria sofferenza, ora attraverso la ricerca di sostanze sedativo-ipnotiche (es., alcol) o analgesiche (es., eroina), ora attraverso comportamenti aggressivi e antisociali (es., risse, anti vandalici)

Malgrado la presenza di dati ormai confermati nel panorama scientifico, i diversi studi che finora sono stati compiuti non ci permettono di comprendere il motivo alla base di questa differente distribuzione nelle problematiche psicologiche.

Molte sono le spiegazioni che i ricercatori hanno provato ad offrire a proposito di tale fenomeno, ma nessuna di queste sembra poter godere tutt’oggi di un consistente supporto scientifico.

Tali limiti esplicativi sono stati imputati alle scarse conoscenze in nostro possesso in merito all’eziogenesi dei diversi disturbi. Non possiamo quindi escludere l’ipotesi che le differenti prevalenze riscontrate nella popolazione maschile e femminile non rispecchino la realtà dei fatti, ma dipendano piuttosto dal modo con cui sarebbero state condotte le ricerche che ne hanno riscontrato la presenza. Ad esempio, non è da escludere che gli studi condotti non abbiamo prestato la giusta attenzione alla differente manifestazione dei sintomi tra i due sessi, come pure al differente modo con cui femmine e maschi ricercherebbero un supporto esterno per alleviare il proprio stato di disagio.

Sebbene limitatamente ad alcuni disturbi (es., disturbo depressivo maggiore), le teorie biologiche hanno provato a fornire una chiave esplicativa di tale fenomeno ricercando alterazioni nella struttura e nella funzionalità neurochimica cerebrale tra i due sessi, come pure nelle differenze nelle funzioni riproduttive di base e nei ritmi circadiani, mostrando ciononostante numerosi limiti di validità. Come poter spiegare, ad esempio, l’importanza dei fattori  psicosociali nell’influenzare le differenze nella prevalenza dei disturbi tra i due sessi se la causalità viene ricondotta ad un unico fattore biologico supposto universale?

I limiti nelle teorie biologiche hanno di certo alimentato il proliferare di ipotesi esplicative di stampo psicosociale, che hanno provato a spiegare la differente prevalenza psicopatologica riconducendola alla differenza nello status socio-economico tra i due sessi, alla maggiore probabilità delle donne di andare incontro ad eventi di vita stressanti, al minore supporto ad esse fornito dalla struttura sociale nel suo complesso, come pure alla maggiore probabilità di andare incontro ad eventi traumatici nell’infanzia e nell’adolescenza. Come per le teorie biologiche, anche quelle psicosociali, tuttavia, non sono riuscite ad disambiguare un fenomeno che rimane tutt’oggi avvolto nel mistero.

Un interessante studio ha mostrato come alcuni fattori sociodemografici siano associati a queste differenze. Nello specifico, sembra che per la popolazione femminile l’isolamento e il ritiro sociale si presentino spesso associati ad una psicopatologia; diversamente, nella popolazione maschile la patologia mentale si associa più frequentemente alla giovane età, al non avere figli (o ad essere unico tutore di un figlio a proprio carico) e al provenire da una bassa estrazione sociale. Colpisce inoltre come il basso status sociale e il trovarsi in una condizione di assenza di partner (es., essere single, separati, divorziati, etc.) si associno più frequentemente a condizioni di psicopatologia tanto per i maschi quanto per le femmine.

Come interpretare quindi la disparità di genere nella prevalenza di specifici disturbi? Come evitare di farsi condizionare da tesi poco fondate scientificamente? In cosa credere? I dati presenti nella letteratura scientifica ci esortano alla calma e a non ricercare frettolosamente una spiegazione che risulterebbe allo stato attuale poco difendibile con i dati in nostro possesso. In linea con quanto è stato detto, chi scrive non aggiungerà dunque ulteriori commenti, preferendo piuttosto invitare gli stessi lettori a mantenere un atteggiamento critico e flessibile.

<< Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere >>

(Ludwig Wittgenstein)

Curare la fobia dei ragni

di Giulia Mangani
a cura di Brunetto De Sanctis

Il trattamento dell’aracnofobia: terapia dell’esposizione o controcondizionamento?

Il trattamento classico di esposizione per l’aracnofobia può essere migliorato? Partendo da questa domanda, uno studio ha utilizzato la tecnica del “controcondizionamento” per valutare se potesse incrementarne l’efficacia. In particolare, la ricerca, ha tenuto conto degli effetti del disgusto, della paura e della valenza negativa esperiti dai soggetti fobici nei confronti dei ragni.
Riguardo il disgusto e la paura di contaminazione, numerose ricerche hanno fornito sopporto alla tesi secondo cui tale avversione è alla base dell’aracnofobia, come dimostrato dalle prove ottenute dalla ricercatrice olandese Sandra Mulkens, secondo cui basta il contatto di un ragno con un prodotto alimentare per rendere tale cibo disgustoso. La fobia del ragno sembra quindi essere concettualizzata come “paura del contatto fisico con uno stimolo rivoltante”. 
Sebbene numerosi studi abbiano dimostrato l’efficacia del trattamento classico di esposizione, con una singola sessione in vivo di due ore e mezza, nel ridurre la paura dei ragni e il comportamento di evitamento, secondo Frank Baeyens e colleghi “la terapia di esposizione spesso non riesce a modificare la valenza intrinseca negativa dell’oggetto fobico”.
A partire da queste premesse, è stato ipotizzato che l’esperienza di controcondizionamento, potrebbe fornire l’unico modo sia per portare verso una maggior neutralità la valutazione negativa dei ragni sia per ridurre le proprietà disgustose di questi. Ciò, a sua volta, potrebbe limitare ulteriormente i comportamenti di evitamento delle persone, così come le loro risposte di paura, aiutando nel contempo a prevenire il ritorno di disturbi fobici.
I partecipanti selezionati (donne con una aracnofobia clinicamente diagnosticata) sono stati assegnati in modo casuale o alla normale condizione di esposizione di una sessione o alla condizione di controcondizionamento. Per quest’ultimo gruppo di soggetti, durante le esposizioni, sono stati usati i loro cibi preferiti ed è stata trasmessa la loro musica favorita.
In linea con la precedente ricerca, entrambe le condizioni di trattamento sono risultate molto efficaci nel ridurre il comportamento di evitamento e la paura dei ragni mentre, in contrasto con la previsione di Frank Baeyens, l’esposizione classica in vivo è apparsa abbastanza efficace nel modificare la valenza negativa dei ragni. Riguardo le proprietà contaminanti e disgustose, queste sono state fortemente ridotte dopo il trattamento, come indicizzato dallo spettrometro DQ (un questionario sul disgusto utilizzato per lo screening iniziale dei partecipanti) mentre gli esiti del “test dei cookie” (un test comportamentale che valuta quanto i soggetti siano ancora interessati a mangiare un biscotto dopo che quest’ultimo è venuto a contatto con un ragno), hanno rivelato risultati simili a quelli di Sandra Mulkens e colleghi.
La tecnica di controcondizionamento, dunque, non è risultata essere più efficace né nel modificare la valenza dei ragni a livello dell’esposizione né rispetto al trattamento a lungo termine a un anno di follow-up. Apparentemente quindi, la terapia classica risulta essere abbastanza efficiente nel correggere la componente valutativa a livello di aracnofobia, mentre rimane da valutare se sia possibile migliorarne ulteriormente il risultato attraverso procedure specificamente progettate per la riduzione della valutazione negativa dei ragni.

Quando il disgusto è patologico

di Sara Quaranta
a cura di Brunetto De Sanctis

Correlati cognitivi e psicofisiologici del disgusto nel disturbo ossessivo compulsivo

Nel mondo, tre persone ogni duecento soffrono di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) e per quanto possa capitare a tutti di sentirsi contaminati dopo aver utilizzato un bagno pubblico e che per questo ci si lavi un po’ più del normale, in queste persone i sintomi sono pervasivi oltre che invalidanti. La letteratura scientifica ha dimostrato che il disgusto ha un ruolo rilevante nel DOC. Questa emozione di base la cui funzione evolutiva è la protezione della salute da malattie contagiose, con l’evoluzione della società si è espansa ai domini socio-morali. Una reazione di disgusto ha due componenti: la propensione/tendenza a rispondere con disgusto e la sensibilità/avversione alle sensazioni di disgusto.
Gli psicologi cognitivisti Alexis E. Whitton, Julie D. Henry e Jessica R. Grisham hanno voluto indagare: 1) se ci fosse corrispondenza tra elevato disgusto di tratto self-report e risposte fisiologiche intense in individui con diagnosi DOC; 2) se le credenze ossessive fossero associate a risposte di disgusto tenendo sotto controllo variabili come la diagnosi e il disgusto di tratto.
Per la risposta fisiologica del disgusto, sono state utilizzate l’elettromiografia facciale e l’analisi dell’attività elettrodermica. La prima è stata utilizzata col fine di registrare l’attività di un particolare pattern di muscoli facciali coinvolti nell’espressione del disgusto: il muscolo levatore del labbro superiore (muscolo prossimo al naso che permette di arricciare il labbro superiore) e il muscolo corrugatore del sopracciglio che permette di contrarre la fronte. La seconda finalizzata a registrare l’indice del livello di conduttanza epidermica, il quale tende ad aumentare durante la visione di film o immagini disgustosi.
Al fine di valutare la presenza e la gravità delle credenze ossessive, è stato somministrato l’Obsessive Beliefs Questionnaire-44 (OBQ-44), un questionario self-report costituito da 44 item suddivisi in tre sottoscale: responsabilità/stima del pericolo; perfezionismo/certezza; importanza/controllo dei pensieri.
I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi: 25 individui con diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo, 25 individui con diagnosi di disturbo d’ansia e 25 individui sani. Inoltre è stato selezionato un set di 36 immagini statiche raggruppabili in sei categorie di domini tematici differenti (bagni sporchi, pattumiere, sangue, trasgressioni morali, immagini neutre e immagini negative ma non disgustose).
Le risposte fisiologiche sono state registrate durante la visione di ogni immagine attraverso dei sensori opportunamente applicati sul viso dei partecipanti e inoltre è stato chiesto loro di fornire un punteggio da 1 (per niente disgustato) a 8 (estremamente disgustato).
La presentazione delle categorie come pure delle immagini entro ogni categoria ha seguito un ordine random.
Dai punteggi medi del disgusto self-report si evince che rispetto agli individui sani e ansiosi, gli individui con DOC erano più propensi e sensibili a reazioni di disgusto e valutavano significativamente più disgustose immagini raffiguranti bagni sporchi e pattumiere.
Per quanto riguarda i risultati elettromiografici ed elettrodermici non è emersa nessuna significativa differenza tra i gruppi.
In conclusione, sebbene gli individui con DOC abbiano una maggiore propensione a reagire con disgusto a stimoli francamente disgustosi, è stato osservato che la presenza e la gravità delle credenze ossessive correlava positivamente con il disgusto self-report anche durante la visione di immagini neutre e che l’attività del muscolo levatore del labbro superiore era elevata durante la visione di immagini negative. Per queste ragioni si parla di “disgusto patologico”, cioè una tendenza a rispondere con reazioni di disgusto anche in contesti in cui non sono presenti stimoli disgustosi.

Disturbo dissociativo di identita’ e modello sociocognitivo: ricordando le lezioni del passato

di Alessia Bilato
curato da Francesco Mancini

L’eziologia del Disturbo Dissociativo dell’Identità (DDI) rappresenta uno dei temi più controversi della psicologia clinica contemporanea.

Nell’ultimo decennio sono emerse due teorie concorrenti rispetto alla genesi del DDI: il modello post-traumatico (D. H. Glaves, 1996), secondo il quale il disturbo si stabilirebbe come risposta difensiva ad un trauma avvenuto durante l’infanzia, e il modello sociocognitivo (Spanos, 1994), che concettualizza il DDI come una rappresentazione di ruoli sociali, derivanti dai suggerimenti dei terapeuti, dalle informazioni fornite dai media sul DDI e da esperienze personali.

In seguito ad un articolo di Glaves (1996), nel quale quest’ultimo critica il modello sociocognitivo, definendo che il modello post-traumatico fornisca una migliore spiegazione eziologica del DDI, Lilienfeld e collaboratori hanno pubblicato un articolo (1999) per dimostrare come tale conclusione sia ingiustificata.

In primo luogo, questi autori affermano che molte delle argomentazioni proposte da Glaves siano interpretazioni erronee degli assunti del modello sociocognitivo. Ad esempio, Glaves dichiara che un disturbo non può essere interamente iatrogeno o interamente non iatrogeno. Tuttavia, il modello sociocognitivo non ipotizza che l’eziologia del DDI sia completamente iatrogena, in quanto propone che le caratteristiche del disturbo possano essere costruite a partire da una varietà di fonti in aggiunta ai suggerimenti involontari dei terapeuti e che le influenze sociali non siano le solo cause rilevanti del DDI. Difatti, anche le differenze individuali nella personalità possono predisporre certi individui al disturbo in questione.

In secondo luogo, la letteratura sul trattamento del DDI suggerisce che i fattori iatrogeni giochino un ruolo importante nell’eziologia. Ciò è evidenziato dal fatto che il numero di pazienti ai quali è stato diagnosticato il disturbo sia aumentato considerevolmente durante i decenni passati, in concomitanza con l’incremento delle conoscenze dei terapeuti rispetto alle caratteristiche diagnostiche del DDI. Inoltre, la maggior parte dei pazienti con DDI mostra pochi segnali di questa condizione prima della terapia e il trattamento sembrerebbe rinforzare verbalmente la presenza di altre identità, che aumenterebbero nel percorso terapeutico.

In terzo luogo, le prove che mettono in relazione l’abuso infantile con il DDI risultano essere problematiche. Nonostante Glaves abbia esaminato numerosi studi che riportano un’alta prevalenza di abuso infantile tra i pazienti con DDI, in nessuno di questi studi l’abuso era confermato da fonti differenti dal paziente stesso. Per di più, anche se fosse confermato, rimarrebbe da determinare se una storia di abuso infantile sia più comune tra i pazienti con DDI che tra i pazienti psichiatrici in generale e se possa essere associata causalmente con il rischio di un successivo DDI.

In conclusione, numerose linee di evidenza convergono sulla conclusione che la iatrogenesi giochi un ruolo importante nell’eziologia del DID, ma è fondamentale indagare quale sia la sua rilevanza comparata con altre potenziali variabili causali, come l’influenza dei media.

La recente epidemia di diagnosi di DDI impartisce un’importante lezione agli psicoterapeuti di oggi: la psicoterapia può avere anche degli effetti nocivi e questo deve costituire un necessario promemoria per il clinico, in quanto egli può essere scopritore quanto creatore di psicopatologia.

Per approfondimenti:

Lilienfeld, S.O., Lynn, S.J., Kirsch, I., Chaves, J.F., Sarbin, T.R., Ganaway, G.K, Powell, R.A. (1999). Dissociative identity disorder and the sociocognitive model: recalling the lessons of the past. Psychological Bulletin, 125 (5), 507-523.

Dilemmi morali: come vengono elaborati dal nostro cervello?

di Giorgia Petrova
a cura di Barbara Basile

Trovereste accettabile torturare una persona per ottenere informazioni allo scopo di salvare innumerevoli vite? I giudizi morali richiedono spesso difficili compromessi, in quanto sono situazioni in cui una persona si trova a dover rispondere ad obblighi morali incompatibili, dove è difficile decidere quale deve prevalere sull’altro. Molti studiosi concordano sul fatto che nei processi decisionali siano coinvolti due sistemi distinti legati a diverse modalità di elaborazione dell’informazione. Il primo sistema è caratterizzato da processi mentali veloci, automatici, intuitivi e maggiormente guidati dalle emozioni; il secondo, invece, è caratterizzato da processi lenti, controllati, basati sul ragionamento logico e sul calcolo costi-benefici. Il giudizio morale dunque è influenzato sia da una risposta automatica emozionale sia da un ragionamento cognitivo controllato.  Un dilemma deriverà quindi dal conflitto di questi due processi: quando i due sistemi producono risposte discordanti tra loro alla stessa domanda, essa diventa un dilemma e non importa quale risposta verrà selezionata, una parte di noi rimarrà comunque insoddisfatta della scelta (Cushman e Greene, 2012). Di conseguenza secondo la teoria del doppio processo, sia le valutazioni emozionali che quelle utilitaristiche influenzano la nostre decisioni. Vari studi supportano questa teoria, ma poco si sa delle basi neurobiologiche e del modo in cui questi due sistemi interagiscano tra di loro al fine di prendere una determinata decisione.
Per cercare di indagare meglio questa separazione all’interno del nostro cervello, Hutcherson e collaboratori hanno proposto uno studio utilizzando la risonanza magnetica funzionale. I partecipanti, all’interno del macchinario fRMI, dovevano rispondere a diversi scenari cercando di fornire le valutazioni emozionali e utilitaristiche separatamente. Veniva quindi chiesto, in un caso, di prendere una decisione riguardo allo scenario tenendo in considerazione solo le valutazioni emozionali personali, mentre nel secondo caso veniva loro richiesto di considerare solamente i costi-benefici dell’azione descritta. Infine veniva chiesto un giudizio morale complessivo riguardo l’appropriatezza del mettere in atto delle azioni deprecabili in vista di un bene superiore.
I risultati di questo esperimento mostrano come le regioni cingolata anteriore, l’insula, il giro temporale superiore si attivino maggiormente in risposta alle valutazione di tipo emozionale, mentre la giunzione temporoparietale e la corteccia prefrontale dorsomediale si attivino nelle valutazioni di tipo utilitaristico. Inoltre, il giudizio morale complessivo viene rappresentato in una terza regione separata, ossia nella corteccia prefrontale ventromediale. Il pattern di risposta in queste regioni supporta l’ipotesi iniziale degli autori che le valutazioni emozionali e utilitaristiche siano codificate separatamente e che vengano integrate in una terza area.
Questi risultati sembrerebbero supportare in parte la teoria del doppio processo. In accordo con lavori precedenti sembrano esistere due sistemi separati per l’elaborazione dell’informazione emozionale e utilitaristica, tuttavia questo studio non supporta l’idea che i due sistemi si inibiscano a vicenda, ma semplicemente che lavorino separatamente e che poi si integrino in un unico giudizio finale.

Il cervello si adatta alla disonestà

di Rossana Otera
a cura di Maurizio Brasini

È esperienza comune che le persone confessino di essersi confrontate in passato con decisioni per cui avevano scelto di essere disoneste, seppur per azioni di poco conto, come viaggiare sull’autobus senza biglietto o dire piccole bugie nelle relazioni interpersonali. Il rischio è che gradualmente si allentino le remore che ci trattengono dall’agire fuori dalle regole socialmente condivise e così, quelle che in un primo momento possono sembrare piccole deviazioni dalla norma, finiscono per essere accettate anche quando portano a conseguenze più gravi, in una sorta di assuefazione alla corruzione morale. Questo comportamento è stato spiegato scientificamente, grazie a una ricerca condotta da un gruppo di studiosi di Londra, che hanno analizzato le basi neuroanatomiche dell’agire disonesto e forniscono specifiche indicazioni per anticiparlo.
Abitualmente, quando agiamo in maniera disonesta per trarne un vantaggio personale, percepiamo una situazione di disagio, causata da specifici segnali fisiologici e chimici, che accompagnano l’arousal neurovegetativo, provenienti dall’amigdala, il centro emotivo del sistema nervoso.
Un’evidenza emersa dalla ricerca dimostra come però, al ripetersi di azioni disoneste, l’amigdala gradualmente blocchi i recettori chimici che causano il disagio, per cui è come se si adattasse ai comportamenti che normalmente indurrebbero una reazione di avversione.
Nel disegno sperimentale sono state create, in maniera artificiosa, le condizioni per cui i partecipanti potessero compiere azioni disoneste, senza doverlo dichiarare esplicitamente. La prova richiedeva ai soggetti di fornire una stima a un secondo partecipante, complice degli sperimentatori, di quante monetine fossero contenute in un vaso e, in base alla correttezza della risposta, avrebbero ricevuto un compenso. I soggetti sperimentali venivano posti in condizione di poter indurre in errore l’altro partecipante; in un caso, l’inganno sarebbe andato a loro vantaggio, in un altro avrebbe favorito il complice.
Aumentando le trasgressioni perpetrate dai soggetti, si è riscontrata con la risonanza magnetica funzionale, una riduzione della saturazione di ossigeno nel sangue a livello dell’amigdala, segno di un adattamento alla condotta sleale; sulla base del livello di disonestà agita, i ricercatori erano in grado di prevedere l’entità della trasgressione nelle prove successive.
Un’altra evidenza significativa è che la disonestà andava incontro a un’escalation solo quando era “self-serving”, a proprio beneficio, rispetto a quando ne avrebbe tratto vantaggio l’altra parte, o rispetto alla condizione in cui ne sarebbe derivato un danno personale.
Quindi non è sufficiente che si ripeta un atto disonesto perché questo di per sé aumenti nel tempo, bensì è necessario che l’azione disonesta causi un vantaggio personale e non a terzi.
È da precisare che, nei contesti reali, altre variabili giocano un ruolo rilevante nel ricorso alle azioni disoneste, come la presenza di feedback esterni, di premi/punizioni e dell’opportunità di agire disonestamente, ma occorre considerare soprattutto la motivazione sottesa all’atto disonesto, ovvero gli scopi dell’agente e l’utilità percepita dell’illecito.
L’escalation documentata in questa ricerca potrebbe preoccupare, in quanto prospetta la possibilità che, a partire da piccole menzogne, si possa arrivare con relativa facilità ad assumere comportamenti esponenzialmente rischiosi se non, addirittura, criminosi.
Questo studio, dunque, solleva riflessioni sulle responsabilità delle diverse istituzioni educative e politiche perché concepiscano sistemi deterrenti, che impediscano e anticipino il graduale coinvolgimento in azioni disoneste da parte degli agenti sociali.

Moralità & Disgusto: esiste un legame?

di Cinzia Calluso
a cura di Barbara Basile

Il modo in cui prendiamo decisioni che riguardano la sfera della moralità, ovvero come distinguiamo ciò che è giusto ed accettabile da ciò che non lo è, rappresenta un tema che ha da sempre affascinato il mondo scientifico e filosofico.

Nell’ultimo ventennio, diversi studi nell’ambito delle neuroscienze hanno evidenziato la relazione tra la moralità e l’emozione del disgusto (Eskine et al. 2011). In particolare, il lavoro di Hutcherson e collaboratori (2015), è partito dall’analisi della duplice valutazione alla base del giudizio morale – ovvero, quella emotiva e quella utilitaristica – con lo scopo di chiarire in che modo queste due componenti interagiscono al fine di formulare un giudizio morale unitario. Gli autori hanno chiesto ai partecipanti di giudicare dal punto di vista emotivo e, successivamente, dal punto di vista utilitaristico, una serie di azioni, mentre erano inseriti in una apparecchiatura di Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI). In seguito, queste azioni sono state combinate tra loro ed utilizzate al fine di ottenere un giudizio globale di moralità: esso era ottenuto chiedendo ai partecipanti di valutare quanto ritenessero moralmente accettabile una certa azione in vista di uno scopo ultimo (i.e., bene maggiore). Dai risultati è emerso che la valutazione emotiva e la valutazione utilitaristica del giudizio morale sono mappate in regioni cerebrali distinte, che formano network segregati deputati a queste due diverse tipologie di valutazione. Il network responsabile della valutazione emotiva include la corteccia del cingolo anteriore (ACC), l’insula, ed il giro temporale superiore (STG), mentre l’attività della giunzione temporo-parietale e della corteccia prefrontale dorso-mediale correlava con la valutazione utilitaristica.

L’interessamento di regioni quali l’insula, il STG e l’ACC nel network della valutazione emotiva del giudizio morale appare particolarmente interessante alla luce del fatto che queste regioni sono coinvolte anche nell’elaborazione cognitiva del disgusto, e che questa emozione sembrerebbe legata alla disapprovazione morale.

In particolare, alcune porzioni della corteccia insulare sono attivate dall’esperienza di disgusto e tale attivazione predice l’entità dell’esperienza disgustosa (Harrison et al. 2012), mentre la visone di facce che esprimono disgusto sembrerebbe attivare il STG (Phillips et al. 2004). Similmente, la ACC è attivata sia dell’esperienza sensoriale del disgusto, che dalla visione di facce che esprimono questa emozione (Wicker et al. 2003). È inoltre interessante notare che nessuna ricerca ha evidenziato il coinvolgimento del network della valutazione utilitaristica del giudizio morale in risposta all’esperienza di disgusto, suggerendo che il legame tra disgusto e giudizio morale sia di natura eminentemente affettiva.

Infine, un ulteriore tassello a conferma di questo legame deriva anche dall’analisi di pazienti con disturbo ossessivo compulsivo (DOC), caratterizzati da ossessioni morali (i.e., sessuali/religiose), che sembrerebbero esperire disgusto morale auto-diretto (self-disgust). Inoltre, alcuni studi hanno riportato un legame tra sensibilità e propensione al disgusto, giudizio morale e severità dei sintomi DOC nel dominio sintomatologico associato alla moralità (Olatunji et al. 2005; D’Olimpio et al. 2013; Inozu et al. 2014; Whitton et al. 2014).

I dati provenienti della letteratura neuroscientifica supportano l’esistenza di un legame tra disgusto e giudizio morale, suggerendo come quest’ultimo possa in parte derivare dal sentimento di repulsione conseguente alla valutazione affettiva dell’azione.

 

Reference List

 

D’Olimpio F, Cosentino T, Basile B, et al (2013) Obsessive-compulsive disorder and propensity to guilt feelings and to disgust. Clin Neuropsychiatry 10:20–29.

Eskine KJ, Kacinik NA, Prinz JJ (2011) A bad taste in the mouth: Gustatory disgust influences moral judgment. Psychol Sci 22:295–299. doi: 10.1177/0956797611398497

Harrison BJ, Pujol J, Soriano-Mas C, et al (2012) Neural correlates of moral sensitivity in obsessive-compulsive disorder. Arch Gen Psychiatry 69:741–749. doi: 10.1001/archgenpsychiatry.2011.2165

Inozu M, Ulukut FO, Ergun G, Alcolado GM (2014) The mediating role of disgust sensitivity and thought-action fusion between religiosity and obsessive compulsive symptoms. Int J Psychol 49:334–341. doi: 10.1002/ijop.12041

Olatunji BO, Tolin DF, Huppert JD, Lohr JM (2005) The relation between fearfulness, disgust sensitivity and religious obsessions in a non-clinical sample. Pers Individ Dif 38:891–902. doi: 10.1016/j.paid.2004.06.012

Phillips ML, Williams LM, Heining M, et al (2004) Differential neural responses to overt and covert presentations of facial expressions of fear and disgust. Neuroimage 21:1484–1496. doi: 10.1016/j.neuroimage.2003.12.013

Whitton AE, Henry JD, Grisham JR (2014) Moral rigidity in obsessive-compulsive disorder: Do abnormalities in inhibitory control, cognitive flexibility and disgust play a role? J Behav Ther Exp Psychiatry 45:152–159. doi: 10.1016/j.jbtep.2013.10.001

Wicker B, Keysers C, Plailly J, et al (2003) Both of Us Disgusted in My Insula: The Common Neural Basis of Seeing and Feeling Disgust. Neuron 40:655–664. doi: 10.1111/j.1365-2672.1990.tb01793.x

Supervisione e bias cognitivi nel trattamento della depressione: uno studio sperimentale sul ruolo del genere e dell’ansia del terapeuta

di Sandra Rienzi
curato da Elena Bilotta

La supervisione clinica viene solitamente concepita come un utile strumento per garantire che la terapia venga erogata in modo accurato. In realtà, i risultati della ricerca in merito sono spesso eterogenei. I supervisori potrebbero non essere le terze parti oggettive che si presume siano nel processo terapeutico, in quanto potrebbero essere influenzati dai loro stessi pregiudizi. Mentre le caratteristiche del terapeuta possono influire sul processo terapeutico, non è noto se e come quelle stesse caratteristiche del clinico influiscano sul focus delle sedute di supervisione. Due fattori che sono stati identificati in letteratura sull’erogazione di trattamenti evidence-based da parte del clinico potrebbero essere rilevanti nella pratica di supervisione quando si lavora con la depressione: il livello di ansia e il genere del terapeuta. In un recente studio è stato esplorato sperimentalmente come l’ansia e il genere dei terapeuti in supervisione  che lavorano con la depressione possano predire la tipologia di consigli che i supervisori danno nel dirigerli. Lo studio si focalizza sulle supervisioni per CBT in modo specifico, non solo perché è il trattamento raccomandato per la depressione, ma anche perché essa ha un rigoroso protocollo di intervento. L’ipotesi è che i supervisori che lavorano con terapeuti ‘poco ansiosi’ sottolineeranno maggiormente la necessità per questi ultimi di concentrarsi sulle tecniche CBT rispetto a terapeuti ‘molto ansiosi’. E’ stato anche ipotizzato che i supervisori faranno concentrare maggiormente sulle tecniche CBT i terapeuti uomini rispetto alle donne. Ciò che è emerso, in breve, è che sia il grado d’ansia sia il genere del terapeuta in supervisione hanno un impatto sul focus del supervisore nella supervisione. Infatti è stato confermato che i supervisori fanno focalizzare maggiormente i terapeuti ‘poco ansiosi’ sulle tecniche CBT rispetto a quelli ‘molto ansiosi’ ma ciò è vero soltanto quando si tratta di terapeute donne. Inoltre anche se sia i terapeuti uomini sia le donne vengono fatti focalizzare allo stesso modo sulle tecniche CBT, le terapeute donne vengono fatte concentrare maggiormente sul lavoro per l’alleanza rispetto ai terapeuti uomini. Questi risultati supportano la conclusione secondo cui i supervisori hanno dei bias (impliciti o espliciti) nel modo in cui essi supportano il lavoro dei terapeuti che trattano la depressione. Una possibile spiegazione è che forse sia i supervisori uomini sia le donne considerano le terapeute donne come aventi una maggiore predisposizione ansiosa, in virtù del loro genere. Pertanto, qualsiasi manifestazione di ansia potrebbe portare i supervisori ad assumere che i clinici donna siano più vulnerabili degli uomini. Ad ogni modo qualsiasi ipotesi sarebbe malfondata dato che il genere del terapeuta non ha molto impatto sull’esito della terapia e del paziente. Al contrario, come riportato in letteratura, le terapeute donne sono a volte più performanti degli uomini. Un’ulteriore spiegazione potrebbe essere che le terapeute donne siano più propense a cogliere i segnali di possibili fratture dell’alleanza terapeutica. Proprio per questa ragione i supervisori prenderebbero l’ansia delle terapeute più sul serio rispetto a quella dei terapeuti. Il dato che i supervisori sarebbero più propensi a far focalizzare le terapeute sul lavoro per l’alleanza rispetto ai terapeuti sarebbe a sostegno di questa spiegazione.

Per approfondimenti:
Simpson-Southward C., Waller G. e Hardy G. E., 2016 “Supervision for treatment of depression: An experimental study of the role of therapist gender and anxiety”

Obiettivi personali e benessere

di Rosanna De Angelis
a cura di Roberta Trincas

“La qualità non è mai casuale; è sempre il risultato di uno sforzo intelligente”. John Ruskin

Nell’ultimo decennio, si è andata affermando una Teoria Motivazionale del Benessere Soggettivo. L’approccio fondato su questa teoria si basa sul presupposto che il successo in obiettivi significativi abbia un ruolo importante nello sviluppo e nel mantenimento del benessere psicologico delle persone. In questa prospettiva, il benessere soggettivo è tanto più elevato quanto più l’individuo è impegnato in progetti di vita – piani di azione estesi tesi al raggiungimento di obiettivi personali – significativi, ben strutturati, supportati da altri, non eccessivamente stressanti e generativi di un senso di autoefficacia.
Uno studio longitudinale a breve termine, condotto su un campione di 88 studenti universitari, ha cercato di esaminare in che modo le caratteristiche degli obiettivi personali possono spiegare le differenze e i cambiamenti del benessere soggettivo nel tempo.
La ricerca si è focalizzata su tre caratteristiche degli obiettivi personali: l’impegno nel perseguimento dell’obiettivo, la valutazione che il soggetto formula sulla raggiungibilità dell’obiettivo e i progressi percepiti nel raggiungimento dell’obiettivo.
L’impegno nel perseguimento dell’obiettivo indica fino a che punto l’obiettivo personale è associato ad un forte senso di determinazione nel perseguirlo, all’urgenza di investire le proprie energie nel suo conseguimento e alla disponibilità a compiere un grande sforzo per realizzarlo.
La valutazione soggettiva sulla raggiungibilità dell’obiettivo rappresenta il risultato del confronto che il soggetto fa tra l’esistenza di condizioni favorevoli e l’esistenza di condizioni sfavorevoli al raggiungimento del suo obiettivo. Le condizioni favorevoli indicano che una persona ritiene di avere abbastanza tempo e opportunità per dedicarsi al suo obiettivo, di avere il potere di raggiungerlo e di ricevere un adeguato sostegno sociale nella sua realizzazione.
Dopo aver chiesto ai partecipanti di elencare sei obiettivi personali che si proponevano di realizzare nei primi mesi dell’anno accademico ed aver rilevato il loro stato di benessere iniziale, le tre dimensioni-obiettivo ed i livelli di benessere soggettivo sono stati misurati in 3 tempi diversi in un arco temporale di 14 settimane. Il benessere soggettivo è stato considerato nei suoi aspetti sia affettivi (umore euforico/depresso) che cognitivi (soddisfazione di vita).
Dallo studio in esame, è emerso che l’intensità dell’impegno dedicato al perseguimento dei propri obiettivi è una variabile di moderazione, perché determina la misura in cui le differenze nella percezione della loro raggiungibilità spiegano i cambiamenti positivi e negativi del benessere soggettivo nel tempo. Questo significa che, rispetto agli individui che dedicano uno scarso impegno alla realizzazione dei loro obiettivi, le differenze nella stima della loro raggiungibilità non sono indicative di differenze nel benessere soggettivo, mentre, rispetto a coloro che si impegnano molto per realizzare i propri scopi, la percezione di raggiungibilità degli obiettivi è predittiva di maggiori livelli di benessere soggettivo e, al contrario, la percezione di difficoltà o ostacoli nella raggiungibilità degli obiettivi implica una compromissione significativa dei livelli di benessere.
È emerso, altresì, che i progressi percepiti nel raggiungimento degli obiettivi hanno un effetto diretto sui livelli di benessere soggettivo e mediano l’effetto dell’interazione tra l’impegno e la raggiungibilità degli obiettivi sul benessere.

Per approfondimenti:

Brunstein J.C. (1993). Personal Goals and Subjective Well-Being: a longitudinal study. Journal Personality and Social Psychology, Vol. 65, No. 5, 1061-1070.