Prevenire l’ideazione suicidaria

di Niccolò Varrucciu

 La stimolazione cerebrale come nuovo trattamento per intervenire sui rischi del disturbo depressivo

Il tasso di prevalenza lifetime del disturbo depressivo si aggira intorno al 16%; fra i sintomi principali si annovera purtroppo l’ideazione suicidaria. In questa popolazione (depressione maggiore o disturbo bipolare) il tasso di suicidio varia fra il 15% e il 20%, rappresentando un pericolo tutt’altro che infrequente.
Il suicidio è la dodicesima causa di morte nel mondo, con cifre che si aggirano intorno alle 800.000 persone annue. È fra le tre principali cause di morte tra i 15 e i 44 anni, insieme agli incidenti stradali e alle malattie cardiovascolari.
Secondo l’Organizzazione Mondiale di Sanità, questi numeri sono destinati a crescere in modo drammatico, con una previsione di 1,5 milioni di suicidi entro il 2020.
Questi numeri, di grande impatto, possono aiutare a capire la gravità del fenomeno.
Fink e Kellner hanno sostenuto il ruolo della terapia elettroconvulsivante (ECT) nei pazienti con disturbi dell’umore e ideazione suicidaria.
Altre ricerche hanno evidenziato il ruolo del litio nella riduzione del rischio di suicidio in pazienti con disturbi dell’umore. Tuttavia, entrambi i trattamenti sono associati a effetti collaterali significativi, come amnesia anterograda e problemi renali. Alcuni risultati sono stati ottenuti con trattamenti sperimentali, come quelli con ketamina. Tuttavia, dato che il numero di suicidi a livello mondiale rimane superiore a 800.000 all’anno e che il suicidio è la seconda causa di morte nelle persone di età compresa tra 15 e 29 anni, è estremamente necessario trovare opzioni rapide per il trattamento del suicidio che affianchino le psico-farmaco-terapie che nel tempo hanno trattato questa annosa problematica.
Da alcuni anni, nel trattamento delle psicopatologie si sta affacciando la stimolazione cerebrale, in molti casi con buoni risultati.
La stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS) è un trattamento basato sull’evidenza per pazienti con depressione maggiore resistente al trattamento.
Sebbene presumibilmente non sia efficace come l’ECT, l’rTMS sembra essere più accettabile per molti pazienti perché meno invasivo, non richiede anestesia, comporta meno stigma e non è associato ad effetti cognitivi avversi.
Uno studio CAMH pubblicato recentemente su The Journal of Clinical Psychiatry che ha preso in esame un campione di adulti con depressione resistente e ideazione suicidaria trattati con stimolazione magnetica transcranica bilaterale, unilaterale ripetitiva (rTMS ) e placebo (Sham rTMS). Per depressione resistente al trattamento s’intende la condizione in cui le persone non manifestano un notevole miglioramento dei sintomi dopo aver provato almeno due diversi farmaci antidepressivi.
I risultati sono stati confortanti: il 40% delle persone trattate con rTMS bilaterale ha riferito di non aver più avuto pensieri suicidari a fine studio, in confronto al 27% di quelli trattati con rTMS unilaterale e il 19% di quelli trattati con placebo, con una differenza statisticamente significativa fra rTMS bilaterale e placebo.
La rTMS bilaterale è stata più efficace delle altre metodologie anche nella prevenzione di pensieri suicidari in persone che all’inizio dello studio non li presentavano.
Rispetto al substrato neuroanatomico di questo trattamento, gli studi sembrano individuare il lobo frontale come punto core del trattamento dell’ideazione suicidaria.
Studi precedenti, effettuati su persone con depressione e ideazione suicidaria, hanno dimostrato come questa regione possa essere collegata con l’impulsività e le difficoltà di regolazione delle emozioni.
È interessante notare come le diminuzioni del pensiero suicidario non fossero strettamente legate alle riduzioni della gravità dei sintomi depressivi, a conferma della trasversalità di questo tipo di pensieri in numerosi quadri clinici, come Disturbo Post-Traumatico da Stress, Disturbo Bipolare, Schizofrenia, Disturbo Borderline di Personalità ecc. Questi risultati sembrerebbero individuare l’rTMS bilaterale come un valido trattamento per ridurre rapidamente l’ideazione suicidaria in pazienti con depressione resistente, anche se sono necessari ulteriori studi che analizzino gli altri quadri clinici caratterizzati da questo tipo di pensieri.

Per approfondimenti:

Weissman CR, Blumberger DM, Brown PE, Isserles M, Rajji TK, Downar J, Mulsant  BH, Fitzgerald PB, Daskalakis ZJ. Bilateral Repetitive Transcranial Magnetic Stimulation Decreases Suicidal Ideation in Depression. J Clin Psychiatry. 2018 Apr 17;79(3). pii: 17m11692. doi: 10.4088/JCP.17m11692.

 

I miei pensieri? Non li capisco!

di Caterina Parisio

La compromissione cognitiva nei pazienti schizofrenici è divenuta uno dei domini più studiati ed è alla base di nuovi modelli di trattamento

 Difficoltà nel partecipare, apprendere, ricordare, risolvere problemi: queste gravi compromissioni, presenti nei pazienti schizofrenici, anche quando i sintomi psicotici sono sotto controllo, impediscono spesso di vivere in modo autonomo.

I deficit cognitivi diffusi, che sono stati documentati nei pazienti schizofrenici, riguardano l’attenzione, la memoria e il funzionamento esecutivo, le abilità visuo-spaziali e il linguaggio.

Già nelle prime descrizioni nosografiche della schizofrenia, i deficit cognitivi assumevano una posizione centrale, tanto da portare Kraepelin, nel 1919, a definire il disturbo Dementia precox, che letteralmente significa “declino cognitivo con esordio giovanile”. Eugen Bleuler, qualche anno più tardi, nel descrivere l’incapacità dei pazienti affetti da schizofrenia di controllare i propri pensieri, ipotizzò che il nucleo fondamentale di tale patologia potesse essere attribuito a uno scollegamento dei fili associativi che formano le relazioni tra le idee.

Nel corso degli anni, si sono succedute numerose evidenze riguardo alla presenza di compromissione nell’area cognitiva dei pazienti schizofrenici; tuttavia, per molto tempo è prevalsa la convinzione che tale dominio fosse inaccessibile dal punto di vista terapeutico.

La sottostima di queste funzioni ha contribuito, da una parte, all’inefficacia di molti interventi psicoterapeutici e riabilitativi; dall’altra, allo sviluppo di protocolli innovativi di trattamento ad hoc.

Si è poi avviato un nuovo corso, grazie alle scoperte riguardanti le indagini neuro-morfologiche e alla rinnovata metodologia del testing neuropsicologico: diversi filoni di ricerca hanno sottolineato la pervasività dei deficit cognitivi nella schizofrenia e il loro profondo impatto sull’esito del funzionamento. I deficit cognitivi e le loro conseguenze sono divenuti progressivamente sempre più importanti, tanto da polarizzare l’attenzione dei clinici e divenire un obiettivo fondamentale dei trattamenti. I sintomi produttivi, inoltre, si collegano direttamente al malfunzionamento cognitivo. L’ipotesi, secondo cui le compromissioni nei processi cognitivi di base contribuiscano sostanzialmente a un disturbo formale del pensiero, continua ad avere dei buoni fondamenti scientifici.

Inoltre, i pazienti schizofrenici presentano tra di loro innumerevoli differenze nel grado e nel tipo di compromissione cognitiva; quindi, se da una parte si ha una probante certezza che questi deficit siano presenti, dall’altra questi deficit sono differenti e specifici, sia tra i diversi pazienti che nello stesso soggetto.

Il deficit cognitivo, nella schizofrenia, è sostanzialmente di natura generalizzata, accompagnato da una compromissione in specifici domini della memoria episodica, della velocità di processamento, di fluenza verbale, di attenzione, di funzioni esecutive e memoria di lavoro.

I deficit cognitivi sembrano essere presenti prima della manifestazione conclamata della malattia. Tuttavia, in diversi studi, è stato dimostrato che tale compromissione non è sempre presente. È, quindi, difficoltoso evidenziare una specifica compromissione cognitiva nei pazienti a rischio di sviluppare la malattia, perché i domini cognitivi da esplorare sono estremamente difficili da indagare e presentano risultati talvolta contrastanti.

Per affrontare le compromissioni cognitive nei pazienti schizofrenici, gli interventi psicosociali si sono dimostrati di fondamentale importanza e, già alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, hanno iniziato ad avere una loro dignità e sistematizzazione.

La Cognitive Remediation, trattamento di tipo cognitivo-comportamentale, è rivolta a persone che presentano una compromissione cognitiva in grado di interferire con il funzionamento quotidiano, in modo da sviluppare e rafforzare le abilità cognitive che si mostrano deficitarie.

La CR mira a modificare direttamente le abilità di attenzione, memoria, velocità di processamento e di problem solving, attraverso una serie di esercizi carta matita o computerizzati; stimola le abilità che risultano deficitarie e offre sostegno al fine di ridurre i fallimenti nei diversi compiti della vita quotidiana; aumenta la soddisfazione degli individui nelle scelte, nell’apprendimento in generale, nelle attività lavorative e negli ambienti sociali.

In generale, un livello maggiore di competenza cognitiva favorisce il funzionamento degli individui, soprattutto per il mantenimento dei ruoli sociali legati alla scuola, al lavoro e alle relazioni.


Per approfondimenti:

Antonino Carcione, Giuseppe Nicolò, Michele Procacci (a cura di), Manuale di terapia cognitiva delle psicosi, 2012. Ed. Franco Angeli

La psicoterapia modifica il cervello?

di Barbara Basile

Le neuroscienze mostrano come la psicoterapia intervenga sui circuiti cerebrali sottesi a specifici disturbi psichici

Gli effetti di una psicoterapia su una persona si possono misurare in diversi modi: da una parte ci sono i classici strumenti soggettivi, come i questionari, rilevabili dal paziente e dal terapeuta; dall’altra è possibile individuare eventuali cambiamenti sul piano neurobiologico.
Sempre più ricerche, nell’ultimo ventennio, si sono concentrate sugli effetti neurobiologici delle cure psicologiche e diversi studi hanno dimostrato, abbastanza inequivocabilmente, che i cambiamenti che un individuo raggiunge sul piano emotivo, comportamentale, cognitivo e sociale, hanno delle conseguenze anche sul suo cervello.
È tautologico che i processi mentali abbiano un substrato neurobiologico e che, modificando i primi, si intervenga anche sul secondo. Leggi tutto “La psicoterapia modifica il cervello?”

Che cos’è il Default Mode Network?

di Simone Migliore

Il metodo di studio innovativo dei neuroscienziati per comprendere la complessità dei processi cognitivi

Sei seduto in poltrona, stanco dopo una lunga giornata di lavoro, vuoi riposarti, inizi a pensare a cosa cucinerai per cena, a quanto lasciato in sospeso a lavoro, alla vacanza da programmare e alla macchina da portare all’autolavaggio.

In questi pochi minuti il tuo cervello continua a lavorare, attivando dei circuiti cerebrali specifici, di default, tipici di questi momenti durante i quali non stiamo compiendo un’azione specifica o non siamo coinvolti in un compito particolare.

Tali circuiti cerebrali attivi di default sono tipici, appunto, dei momenti in cui non si è focalizzati sul mondo esterno e non si sta compiendo un’azione, ma piuttosto caratterizzano circostanze in cui si è svegli e si sta pensando a noi stessi, a eventi del passato o si sta pianificando il futuro. Leggi tutto “Che cos’è il Default Mode Network?”

"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali

di Giuseppe Romano e Andrea Gragnani

La scelta degli elementi endogeni o esogeni sui quali poniamo la nostra attenzione è guidata costantemente dalla rappresentazione (set attenzionale) di ciò che è rilevante per gli scopi attivi in un determinato momento. Tuttavia, l’attenzione può essere distolta da un obiettivo in presenza di uno stimolo con caratteristiche che lo rendono saliente (si pensi, ad esempio, allo squillo improvviso del cellulare mentre stiamo guardando un film). Ciò avviene ancora più facilmente per gli stimoli che suscitano reazioni emotive, poiché tendono a catturare l’attenzione in modo rapido e quindi a ricevere un’elaborazione preferenziale in virtù della loro importanza per il benessere dell’individuo.

A livello cerebrale, queste modulazioni attenzionali sono mediate in particolare dall’amigdala, che potenzia l’elaborazione degli stimoli a contenuto emozionale fin dagli stadi percettivi. Pertanto, quando vi sono stimoli distraenti che hanno significato emozionale, mantenere l’attenzione focalizzata su un compito è particolarmente difficile e impegnativo, in quanto implica “ignorare” un segnale che per sua natura è fatto per non essere ignorato! Leggi tutto “"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali”

"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali

di Giuseppe Romano e Andrea Gragnani

La scelta degli elementi endogeni o esogeni sui quali poniamo la nostra attenzione è guidata costantemente dalla rappresentazione (set attenzionale) di ciò che è rilevante per gli scopi attivi in un determinato momento. Tuttavia, l’attenzione può essere distolta da un obiettivo in presenza di uno stimolo con caratteristiche che lo rendono saliente (si pensi, ad esempio, allo squillo improvviso del cellulare mentre stiamo guardando un film). Ciò avviene ancora più facilmente per gli stimoli che suscitano reazioni emotive, poiché tendono a catturare l’attenzione in modo rapido e quindi a ricevere un’elaborazione preferenziale in virtù della loro importanza per il benessere dell’individuo.

A livello cerebrale, queste modulazioni attenzionali sono mediate in particolare dall’amigdala, che potenzia l’elaborazione degli stimoli a contenuto emozionale fin dagli stadi percettivi. Pertanto, quando vi sono stimoli distraenti che hanno significato emozionale, mantenere l’attenzione focalizzata su un compito è particolarmente difficile e impegnativo, in quanto implica “ignorare” un segnale che per sua natura è fatto per non essere ignorato! Leggi tutto “"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali”

Perché la terapia cognitiva “funziona”

di Barbara Basile

La Terapia Cognitiva è la forma di intervento psicoterapeutico più indicato e più studiato: ma quali sono i fattori che lo rendono così efficace?

La terapia cognitiva (TC) è il trattamento di riferimento più efficace nella cura della depressione. In un noto studio di meta-analisi di Cuijpers del 2014 è stato riportato che questo modello è efficace nel 42-66% dei casi. Eppure, nonostante l’evidente e comprovata efficacia del modello, nessuno sa come concretamente la TC influisca nella riduzione dei sintomi depressivi.

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La premessa è che chi soffre di depressione ha dei pensieri e delle convinzioni (spesso inaccurate) eccessivamente negativi riguardo a sé, agli altri e al mondo, la cosiddetta “triade cognitiva di Beck”. Il nocciolo del cambiamento consiste nell’aiutare il paziente a imparare ad esaminare in modo critico i propri pensieri, correggendo il modo di ragionare e favorendo un pensiero più ottimista e positivo. In realtà, però, è stato osservato che allo stesso modo, anche gli antidepressivi, quando efficaci (ovvero nel 22-40% dei casi), hanno lo stesso effetto e favoriscono una prospettiva più ottimista! Ma, allora, cos’è che spiega il processo di guarigione favorito dalla TC? e cosa rende i suoi effetti più duraturi nel tempo (è stato dimostrato che i suoi effetti persistono maggiormente rispetto a quelli ottenuti con la farmacoterapia)? Leggi tutto “Perché la terapia cognitiva “funziona””

L’importanza della neuropsicologia nei disturbi di personalità

di Simone Migliore

Alcuni deficit evidenziati dall’esame neuropsicologico possono spiegare una parte della varietà dei problemi interpersonali e comportamentali

La richiesta di diagnosi e riabilitazione neuropsicologica è, da diversi anni, in crescente aumento non solo negli ambiti storicamente di interesse neuropsicologico (stroke, demenze, gravi cerebrolesioni), ma anche in ambito psichiatrico e dei disturbi del neurosviluppo.

La relazione tra neuropsicologia e disturbi di personalità è altamente articolata: negli ultimi anni si è assistito a un fiorire di produzioni scientifiche caratterizzate dallo scopo di chiarire i possibili correlati neuropsicologici e anatomo-funzionali dei disturbi di personalità, così da costruire un percorso terapeutico integrato che tenga conto dell’intero spettro di difficoltà a cui il soggetto deve far fronte. Leggi tutto “L’importanza della neuropsicologia nei disturbi di personalità”

Anatomia funzionale del sé: come il cervello gestisce gli stimoli

di Simone Gazzellini

Di cosa si compone il senso di sé, la cognizione della mia identità unica e irripetibile? Le aree da cui dipende il giudizio sulle emozioni

Gli studiosi Northoff e Bermpohl hanno proposto un interessante modello neuroanatomico del sé che chiama in causa le strutture mesiali del cervello: per intenderci, quelle che si affacciano sullo spazio centrale che separa i due emisferi. Tali aree del cervello sono infatti anatomicamente altamente interconnesse tra loro, tendono ad attivarsi simultaneamente e sono legate al sistema da cui dipende l’espressione emotiva.
Per stimoli riferiti al sé si intendono quegli stimoli, esterni o interni, che riguardano aspetti propri dell’individuo che li percepisce o che se li rappresenta, nel caso di stimoli interni. Esempi di stimoli esterni riferiti al sé sono quelli sociali e relazionali, le emozioni, le attitudini, i tratti di personalità. Gli stimoli interni riferiti al sé sono, invece, quelli propriocettivi (es. dolorifici, riguardanti la postura, le tensioni muscolari o lo stato di attivazione psicofisiologica), i pensieri o le immagini mentali riguardanti il sé, le memorie autobiografiche, i giudizi su stati emotivi percepiti, i giudizi su azioni compiute, i giudizi morali, le credenze circa le proprie abilità e le proprie attitudini. Leggi tutto “Anatomia funzionale del sé: come il cervello gestisce gli stimoli”