Se le emozioni positive fanno star male

di Giuseppe Femia

Un’ipotesi su come funzionano gli stati mentali dell’ipomania e della mania

Il recente articolo della dottoressa Rainone e del professor Mancini (pubblicato sulla Rivista di Psichiatria: Il Pensiero Scientifico Editore) descrive il funzionamento dell’ipomania e della mania, individuandone i temi salienti, le credenze e i fattori cognitivi di mantenimento.

Gli studi svolti negli ultimi venti anni arrivano a individuare due caratteristiche cruciali (tratti) alla base di quella che potremmo definire vulnerabilità verso gli stati di ipomania e mania,  ovvero: a) la reattività emotiva positiva e b) la presenza di scopi di potere e successo.

a) La reattività emotiva positiva si caratterizza per un maggiore livello di responsività verso gli stimoli positivi rispetto a quella destinata agli stimoli negativi e da una persistenza delle emozioni piacevoli anche in contesti poco congrui, o subito dopo un trigger che interferisce (ad esempio dopo una manifestazione di ostilità). Tale reattività verso le emozioni positive non sembra essere connessa a situazioni di cooperazione e compassione, quanto piuttosto a situazioni in cui il successo personale svolge un ruolo cruciale e portante. Spesso la rabbia viene letta o vissuta come un’emozione positiva, seppure questa ultima osservazione meriti approfondimenti ulteriori e altri studi capaci di suffragare tale ipotesi.

b) La presenza di scopi di successo e potere a cui si associa una maggiore ambizione nella definizione degli obiettivi (progetto esistenziale) con un preponderante investimento su temi di affermazione personale, quali fama e riconoscimento.
A seguito di impegno e dedizione, si raggiunge un livello di piacere elevato, a cui andrebbe a corrispondere un minor investimento in obiettivi pro-sociali, quali l’amicizia e la famiglia. In sostanza, i self-focused goal sono maggiormente presenti rispetto agli other-focused goal.

 Il desiderio di sperimentare emozioni positive di soddisfazione persiste anche in seguito al raggiungimento degli obiettivi ambiti. Si delinea una stretta connessione fra i bersagli prefissati di auto-determinazione e il proprio valore personale, una sorta di risonanza della propria auto-valutazione (autostima) rispetto allo stato affettivo e umorale di soddisfazione/delusione. Vale a dire che, i soggetti inclini all’euforia e alle manifestazioni di ipomania e mania, presentano delle valutazioni riguardanti il Sé maggiormente “umore-dipendente” rispetto a quelle riguardanti le altre persone.
Inoltre, sembra che a questa tendenza corrisponda un´esperienza familiare in cui i valori dell’affermazione e del potere siano stati iper-investiti e promossi come valori di riferimento.

Gli studi di ricerca confermano che lo stato mentale coinvolto nell’ipomania e nella mania è la potenzialità personale (personal potentiality), dove lo scopo è acquisire il potere di perseguire qualsiasi obiettivo, a prescindere da ciò che si desidera, accompagnato dalla percezione, illusoria, di possedere un potere illimitato (“Posso fare quello che voglio, il mondo è dalla mia parte”), in assenza tuttavia di un progetto concreto da realizzare. Tale stato risulta difficile da controllare e modulare.
Nel comprendere il funzionamento dei diversi disturbi, il modello cognitivo si affida al meccanismo del “problema secondario” (secondary evaluation of the experience or secondary problem), che consiste nella valutazione critica che la persona compie circa la propria esperienza e il comportamento e nella serie di soluzioni che tenta di mettere in atto per risolvere l’esperienza o il comportamento ritenuto problematico.
Ad esempio, nel disturbo depressivo, i correlati psicologici del lutto (“mourning”) vengono auto-criticati, giudicati come evidenza della propria incapacità personale, fallibilità, impotenza, sino a bloccare il processo di accettazione e condurre all’insorgenza del vissuto depressivo.
Tuttavia, l’osservazione clinica e la ricerca empirica condotti sull’ ipomania e la mania, consentono di ipotizzare che in questo caso il meccanismo patogeno non sia l’autocritica, bensì una valutazione positiva della propria esperienza soggettiva di soddisfazione e del proprio comportamento, associati a tentativi di mantenere ed esaltare tale esperienza di piacevolezza.
Si ipotizza che i soggetti che tendono verso l’ipomania o la mania ricorrano in modo significativo al meccanismo dell’affect as information, che consiste nell’utilizzo dell’emozione come informazione sulla realtà. Nello specifico, essi basano la propria valutazione della realtà sulla propria esperienza affettiva/emotiva positiva di piacere ed euforia.
Ciò può spiegare un aumento della propria autostima e delle aspettative di successo unitamente a una diminuita consapevolezza dei rischi e dei pericoli, e, più in generale, dei segnali negativi.

Come distinguere un normale stato di potenzialità dalla ipomania/mania?

La differenza non è qualitativa bensì quantitativa. Si sfocia nella psicopatologia laddove i normali processi sono prolungati o intensificati oltre ciò che accade in una normale vita psicologica. Questo avviene a causa dell’attività di meccanismi di mantenimento psicologico ricorrenti.
Se, all’obiettivo della potenzialità, si aggiunge l’anti-obiettivo degli stati emotivi negativi o l’assoluto desiderio di non sperimentare tali stati, i meccanismi di mantenimento ne risultano intensificati.
Si crea, pertanto, un circolo vizioso che dall’euforia conduce all’ipomania/mania:

  1. Valutazione secondaria positiva dello stato emotivo di euforia e di potenzialità personale (conseguente ad esempio, a un successo)
  2. Valutazione secondaria negativa degli stati emotivi negativi, che indica la presenza dell’anti-obiettivo di perdita, assieme all’eccesivo ricorso di processi di ragionamento emozionale affect as information.

Questi fattori rendono difficile accettare la perdita dello stato di potenzialità personale conseguente al porre dei freni e facilitano lo sviluppo dell’eccitazione patologica.
Nello specifico, le emozioni di tristezza e impotenza vengono valutate come prova di disvalore e fallimento personale e pertanto evitate/contrastate con un’esaltazione dei valori di successo e iperattività.
Partendo da questa ipotesi di funzionamento, una psicoterapia efficace per gli stati di mania e ipomania, normalmente implicati nei disturbi dello spettro bipolare (sia rispetto all’eziologia sia in termini di mantenimento) non può basarsi sul totale evitamento degli stati normali di potenzialità personale, quanto piuttosto sulla loro regolazione affinché non sfocino in patologia.
Allo scopo di raggiungere detto obiettivo, si propongono le seguenti strategie comportamentali e cognitive quali:

  • l’accettazione della perdita di potenzialità;
  • un intervento sul problema secondario e sui fenomeni di ruminazione positiva;
  • una ristrutturazione della tendenza all’affect as information a cui corrisponde una sottovalutazione dei rischi e una conseguente sopravvalutazione delle chances di successo;
  • una ristrutturazione della credenza che vede la rinuncia del mantenimento dello stato di euforia come un mancato guadagno/perdita;
  • un lavoro sulle abilità di consapevolezza e meta-consapevolezza degli stati interiori.

Lo scopo sarebbe quindi quello di portare il paziente a sviluppare altri investimenti, oltre a quello del piacere immediato e dello stato mentale della contentezza.

Al fine di rendere tale intervento efficace, risultano fondamentali i seguenti fattori: il timing, lo stato mentale e la collaborazione del paziente.

Il terapeuta dovrà comprendere gli obiettivi e le resistenze del paziente mettendo in risalto:

a) i costi personali della continua ricerca e del mantenimento dello stato di “potenzialità personale”;
b) i benefici derivanti, invece, dalla rinuncia a prolungare e intensificare tale stato
(ovvero, un maggior livello di benessere psicologico, una migliore capacità di regolazione emotiva, l´avvio verso un processo di cambiamento).


Per approfondimenti:

Antonella Rainone e Francesco Mancini , When positive emotions lead to feeling bad.The role of secondary evaluation and affect as information in hypomania and mania, Rivista di Psichiatria – Il Pensiero Scientifico Editore
http://www.rivistadipsichiatria.it/r.php?v=3084&a=30765&l=336145&f=allegati/03084_2018_06/fulltext/05.Rainone 317-323.pdf

Giovani detenuti e declino cognitivo

di Miriam Miraldi

L’intervento CBT e mindfulness sulla popolazione giovanile carceraria

La letteratura scientifica documenta bene quali siano alcuni degli effetti negativi della detenzione, come maggiori livelli di comportamento deviante nei figli, problemi di salute mentale e fisica, traumi, dipendenza da sostanze, recidiva. La maggior parte della ricerca si è concentrata sugli effetti psicologici e sociali, mentre sono pochi gli studi che indagano gli effetti della detenzione sul funzionamento cognitivo e neuropsicologico. La privazione dell’autodeterminazione e dell’autonomia, lo stress psicofisico sostenuto, la mancanza di stimoli, la vittimizzazione (fisica o psicologica) e la privazione del sonno sono potenziali mediatori in un percorso causale che collega l’esperienza detentiva al declino delle abilità cognitive.

Attraverso uno studio longitudinale svolto a New York su un campione di 197 giovani detenuti maschi, di età compresa fra i 16 e i 18 anni, Umbach e colleghi hanno dimostrato l’impatto negativo della detenzione su specifiche funzioni esecutive considerate, la cui compromissione sappiamo essere fattore di rischio per il comportamento antisociale. Le funzioni esecutive consistono, infatti, in abilità di decision making, pianificazione e controllo, tutte competenze che sono processi chiave del comportamento antisociale, e che correlano positivamente con la messa in atto di comportamenti prosociali.

Nello studio, in particolare, sono state prese in analisi le seguenti funzioni esecutive:

a) Controllo cognitivo. Scarsa inibizione e basso autocontrollo sono funzioni esecutive ben conosciute dalla letteratura sul comportamento antisociale. La teoria generale della criminalità di Gottfredson e Hirschi sostiene che il basso autocontrollo sia il principale predittore della devianza, sebbene vadano sempre incluse anche caratteristiche situazionali e di contesto;

b) Regolazione emotiva. La compromissione della capacità di gestire e modificare le proprie reazioni in modo appropriato è associata al comportamento antisociale;

c) Riconoscimento emotivo. Vi è un forte corpus di evidenze a sostegno di una relazione tra capacità di riconoscimento delle emozioni facciali e comportamento antisociale. L’ipotesi prevalente è che lo scarso riconoscimento di emozioni negative (in particolare dell’emozione di paura) si associ a uno svantaggio dello sviluppo empatico e quindi a una maggiore predisposizione al comportamento antisociale.

È stato somministrato a tutti un compito cognitivo pre-trattamento: si tratta della versione emotiva del classico compito “go/no-go”, in cui si richiedeva ai partecipanti di premere un pulsante quando veniva visualizzata una determinata espressione facciale (ad esempio, rabbia) e di astenersi dal premere se si vedevano altre espressioni (l’espressione “no go” o distrattore). Successivamente, gli adolescenti del campione sono stati assegnati casualmente a un programma CBT/MT (Cognitive behavioral therapy/mindfulness training) o a una condizione di controllo attivo (un altro tipo di trattamento evidence-based), per consentire di studiare gli effetti di un intervento di gruppo CBT/MT e comprendere se questo tipo di protocollo possa avere benefici sul funzionamento cognitivo, giacché il mantenimento di un buon funzionamento cognitivo in questi giovani sembra essere una variabile favorente la riduzione della recidiva.

La mindfulness coinvolge l’autoregolazione dell’attenzione e l’auto-osservazione del momento presente in un modo non giudicante e accettante; per quanto riguarda la cognizione, essa si associa a un miglior funzionamento esecutivo e ciò è supportato da studi di imaging cerebrale che trovano maggiore attivazione della corteccia prefrontale. Delle tre funzioni cognitive misurate nello studio qui presentato, è stato dimostrato che la pratica mindfulness influisce specificatamente sulla regolazione delle emozioni e sul controllo cognitivo; al contrario, non si è evidenziato alcun supporto per un effetto positivo della mindfulness sul riconoscimento emotivo. Un dato degno di nota è proprio questo declino nel tempo del riconoscimento delle emozioni, indicativo per entrambi i gruppi di adolescenti presi in esame, e la mancanza di effetti di buffering, anche marginali, della mindfulness per questa specifica abilità cognitiva. Una delle ragioni potrebbe essere relativa a quanto riportano alcuni studi qualitativi che suggeriscono che i detenuti utilizzino meccanismi di coping per adattarsi al “codice” informale praticato in carcere, si autoisolano o diventano emotivamente “anestetizzati” (emotional numbing) anche per evitare di mostrare debolezza o vulnerabilità ad altri detenuti; inoltre, se i detenuti sono esposti a una gamma limitata di emozioni per lunghi periodi di tempo, la loro capacità di identificare le emozioni può essere ridotta.

Questo studio ha intenzionalmente incorporato elementi sia della CBT che della mindfulness, entrambi con forti corpus letterari che suggeriscono effetti positivi su vari esiti nella popolazione carceraria (p.es. recidiva, autostima); tuttavia, la fusione dei due interventi limita la possibilità di attribuire i risultati principalmente alla CBT o, viceversa, al mindfulness training.

Umbach e colleghi hanno dimostrato, empiricamente e longitudinalmente, gli effetti deleteri della detenzione sul funzionamento cognitivo e gli effetti positivi del trattamento CBT/MT; tali evidenze relative al fatto che la reclusione dei giovani alteri negativamente oltre che funzionamento psicosociale, anche quello più strettamente cognitivo (il cui declino – come detto – costituisce fattore di rischio per la recidiva futura), devono stimolare la possibilità di incrementare interventi preventivi rivolti alla popolazione giovanile carceraria, ma dovrebbero anche spingerci a continuare riflettere sui possibili benefici di forme alternative di giustizia, compresi gli approcci della giustizia riparativa.
Per approfondimenti

Umbach, R., Raine, A., & Leonard, N. R. (2018). Cognitive Decline as a Result of Incarceration and the Effects of a CBT/MT Intervention: A Cluster-Randomized Controlled Trial. Criminal justice and behavior, 45(1), 31-55.

Ogilvie JM, Stewart AL, Chan RC, Shum DH. Neuropsychological measures of executive function and antisocial behavior: A meta-analysis*. Criminology. 2011; 49(4):1063–1107.

Paziente difficile: come intervenire?

di Emanuela Pidri

Dal disturbo di personalità alla concettualizzazione del trattamento del paziente difficile

L’attenzione sui disturbi, se da un lato permette di descriverli, dall’altro rischia di condurre a formulare rappresentazioni dei pazienti stereotipate e convenzionali. La nosografia ufficiale relativa ai Disturbi di Personalità sembra sia un’elencazione dal valore puramente descrittivo piuttosto che un modo di valorizzare la conoscenza del funzionamento globale della persona. Diventa inevitabile abbandonare la classificazione descrittiva per adottare un approccio ai pazienti difficili che orienti il terapeuta cognitivista nel predisporre un intervento efficace e mirato, rivolto alle modalità disfunzionali di pensare, sentire e relazionarsi con il mondo. Parlare di paziente difficile piuttosto che di paziente con disturbo di personalità, più o meno grave, consente di porre l’accento sugli aspetti di ordine comportamentale e relazionale che rendono necessaria una presa in carico globale. In ambito cognitivista, Antonio Semerari e Giancarlo Dimaggio propongono un modello nel quale i Disturbi di Personalità sono presentati come sistemi che si auto-organizzano e che mantengono la patologia nel momento presente. Secondo questi autori, gli elementi costitutivi dei disturbi sono identificabili come: un insieme di stati mentali rigido e specifico per ogni disturbo; povertà e/o disorganizzazione narrativa; disfunzioni stabili socialmente invalidanti definibili in termini di deficit delle capacità meta rappresentative; cicli interpersonali disfunzionali che agiscono nel concreto delle relazioni, in modo tale che determinati schemi interpersonali si perpetuino e si automantengano; disfunzioni nei processi di valutazione e scelta; problemi nella regolazione dell’autostima. L’analisi di Semerari e Dimaggio si concentra sulla carenza di abilità psicologiche che potrebbero invalidare le aspettative relazionali che si sono sviluppate in senso patologico mantenendo il disturbo di personalità. Tali abilità costituiscono sottofunzioni della più generale funzione metarappresentazionale. Essa può essere suddivisa in tre aree impiegate nella comprensione e nella gestione degli stati mentali: processi autoriflessivi (consentono di avere la consapevolezza del possesso e dell’attuale condizione dei propri stati interni e di formulare ipotesi su ciò che li ha determinati o che può modificarli); comprensione della mente altrui (permette di riconoscere all’altro una mente personale e distinta dalla propria, nonché di ipotizzarne lo stato interno e le variabili che lo potrebbero influenzare); mastery (permette di assumere un atteggiamento volto alla risoluzione dei problemi intrapsichici e interpersonali attraverso una serie di strategie d’autoregolazione che si riflettono sul piano della condotta interpersonale). L’adozione di questa prospettiva ha notevoli implicazioni per l’analisi dei Disturbi di Personalità. Dapprima si porrà la domanda rispetto a quanto la descrizione di un malessere in termini di disturbo di personalità sia utile per gli obiettivi terapeutici e quanto invece possa impedire di intravedere altre strade percorribili, rendendo più probabile il cristallizzarsi della situazione di disagio. In seguito si valuterà se considerare il funzionamento mentale e relazionale del paziente come insieme di sintomi da descrivere derivati dalla personalità o come comportamenti messi in atto in relazione a specifiche circostanze. Infine si valuterà l’efficacia di decostruire le narrazioni disfunzionali che il paziente ha consolidato e le descrizioni di sé con cui si presenta, costruendo narrative più funzionali. L’intervento clinico dovrebbe indirizzarsi sui fattori generali alla base della psicopatologia della personalità (disregolazione emotiva, dissociazione, bassa agency, mentalizzazione). L’attenzione sarà focalizzata sulle diverse funzioni metacognitive che potrebbero risultare danneggiate in questi pazienti (monitoraggio, integrazione, differenziazione, decentramento) e verranno potenziate le strategie di mastery distinte in tre livelli che vanno dal più semplice, che richiede un ridotto senso di agentività da parte dell’individuo, a quelle più complesse, che richiedono operazioni di rielaborazione metacognitiva.
Per approfondimenti:

MEIER C. et al., (1995) Oltre la diagnosi verso il cambiamento. In Pagliaro G., Cesa-Bianchi M., Nuove prospettive in psicoterapia e modelli interattivo cognitivi, FrancoAngeli, Milano.

PERRIS C., (1989). Cognitive Therapy Wth Schizophrenic Patients, Guilford, New York [trad.it. Terapia con I pazienti schizofrenici, Bollato Boringhieri, Torino 1996]

PERRIS C., (1993). Psicoterapia del paziente difficile, Métis, Lanciano.

PERRIS C., (1999).  A conceptualization of personality-related disorders of interpersonal behaviour with implications of treatment, in Clinical Psychology and Psychotherapy, 6, pp.239-260.

SEMERARI A., (2000). Storia della psicoterapia Cognitiva. Laterza, Bari

SEMERARI A., DIMAGGIO G., (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Laterza, Roma-Bari.

SEMERARI A., (2016). Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva. Laterza, Bari.

CARCIONE A, NICOLO’ G., SEMERARI A.,  (2016). Curare I casi complessi. Laterza, Bari.

Il cinema che racconta la psicopatia

di Caterina Parisio

Dai personaggi dei film alla psicopatologia

Uno studio pubblicato sul Journal of Forensic Sciences ha messo in luce la relazione tra cinema e psicopatia al fine di descrivere e analizzare la rappresentazione di personaggi psicopatici immaginari nei film popolari e nella storia del cinema. Da 400 film (1915-2010), 126 caratteri psicopatici fittizi (21 donne e 105 uomini) sono stati selezionati sulla base del realismo e dell’accuratezza clinica dei loro profili. Tra questi: Anton Chigurh nel film No Country for Old Men dei fratelli Coen, George Harvey in The Lovely Bones di Peter Jackson, Jake Gyllenhaal nella parte di Lou Bloom in Nightcrawler di Dan Gilroy.

In Nightcrawler (“Lo sciacallo”), Lou è un ragazzo cinico e sociopatico che riuscirà a farsi strada nel mondo dei media come cineoperatore di assalto, grazie a un senso etico a dire poco inesistente, un esame di realtà completamente distorto e un’inclinazione alla manipolazione degli altri. Quella che sembra esclusivamente una storia sulla deriva etica del giornalismo e dell’umanità è anche il ritratto minuzioso di una persona fortemente disturbata. Lou ci mostra un personaggio dagli occhi spalancati che fa uso di nozioni e linguaggi stereotipati e di un’espressività da manuale: maschere sociali pronte a essere indossate e usate a seconda delle occasioni, un bisogno di esercitare potere sugli altri che prevale su qualsiasi altro intento e che spesso si concretizza tramite violenza e abuso. Caratteristiche salienti del disturbo antisociale di personalità, contraddistinto dal disprezzo patologico del soggetto nei confronti delle regole e delle leggi della società, dall’incapacità di assumersi responsabilità, dall’indifferenza verso i sentimenti altrui e dalla mancanza di senso di colpa e rimorso.
Molto spesso i racconti della personalità psicopatica sono pieni di incoerenze e contraddizioni, come quelli dello sciacallo interpretato da Jake Gyllenhaal, costantemente impegnato a tentare di ingannare. La prima ragione di ciò è la natura spesso improvvisata della loro coscienza: se sono colti in fallo o di fronte a domande impreviste, semplicemente rielaborano la propria narrazione per adattarsi alla nuova realtà senza fermarsi a riflettere sulle cose. La seconda ragione è che gli psicopatici sembrano avere difficoltà a integrare correttamente il linguaggio e le componenti emotive dei loro pensieri e ciò non rende possibile notare le contraddizioni nel loro discorso.

“Letteralmente spudorate”, così la psicologa Nancy McWilliams definisce le personalità antisociali: l’altro si riduce alla sua utilità, spettatore passivo del suo potere, specchio per un continuo riconoscimento. Tale descrizione potrebbe in qualche modo sovrapporsi con il funzionamento narcisistico, ma fu Otto Kernberg, a partire dalla metà degli anni ’80, a occuparsi della relazione tra Disturbo narcisistico di personalità e tendenza aggressive, condotte criminali e psicopatiche.

Nello studio delle personalità criminali, la presenza di tratti narcisistici emerge come una delle caratteristiche più frequenti; si tratta di individui che si caratterizzano per il senso di onnipotenza, il bisogno di sentire di avere sempre il controllo della situazione, il pensare di poter controllare e, talora, di schiacciare la vita delle altre persone.
Un altro indicatore caratteristico e distintivo del Disturbo antisociale di personalità è l’incapacità di attribuire agli altri una certa qualità morale.

Secondo la concettualizzazione di Theodore Millon, i comportamenti psicopatici sono accomunati da tratti nucleari quali la marcata centratura su di sé e il disprezzo per il bisogno altrui. Interessante anche la concettualizzazione di Simon Baron-Cohen rispetto alle condotte aggressive e psicopatiche, che riprende quella di Kernberg, aggiungendovi la teoria sul grado di empatia. Secondo tale modello, la psicopatia corrisponderebbe a quello che l’autore chiama “grado zero dell’empatia”, cioè la forma psicopatologica più grave, caratterizzata dall’assoluta mancanza di empatia, da una rappresentazione di sé come superiore a tutto e tutti, da una rappresentazione degli altri come esclusivamente strumentali ad alimentare gli aspetti narcisistici del soggetto, attraverso un controllo diretto degli altri, come vittime oppure come spettatori (vedi Lou che mostra attraverso una telecamera la violenza più terribile e agisce sugli spettatori una seconda violenza).

L’interpretazione magistrale dello sciacallo incarna a pieno l’immagine della personalità psicopatica che, attualmente, ha una prognosi sfavorevole con tutte le metodologie terapeutiche disponibili. Solo nel dispiegarsi della pellicola cinematografica, il “nostro” psicopatico Lou (segue spoiler) la farà franca grazie alla sua elevata capacità di imparare dalle esperienze così automaticamente e meccanicamente da diventare un vero e proprio computer: caricaturale e senza traccia di emozione alcuna.

 

Per approfondimenti:

Antonino Carcione, Antonio Semerari (20117), Il narcisismo e i suoi disturbi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale. Eclipsi Edizioni

Diagnosi del disturbo ossessivo compulsivo

di Alessandra Mancini

L’uso combinato di diversi strumenti di misura consente di valutare meglio la gravità del DOC

Gli strumenti che il clinico ha a disposizione per diagnosticare il Disturbo ossessivo compulsivo (DOC) sono numerosi. Tra questi, lo Yale-Brown Obsessive Compulsive Scale (Y-BOCS) e il Padua Inventory Revised (PI-R) sono generalmente i più utilizzati. Tuttavia, alcuni risultati mostrano un basso grado di accordo tra punteggi di gravità del DOC, se misurati con l’Y-BOCS o con il PI-R. Questo dato suggerisce che i due strumenti misurano caratteristiche differenti del DOC. Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione nel valutare quali strumenti usare è la loro capacità di cogliere la differenza tra sintomi ossessivi e psicotici, soprattutto nei casi in cui le ossessioni posseggono un contenuto particolarmente bizzarro. Infatti, come dimostrato da Tara Niendam, professoressa all’Università della California, e colleghi, i sintomi ossessivi non sono di per sé degli indicatori di rischio di psicosi; tuttavia, la diagnosi differenziale è facilitata dall’uso di diversi strumenti di misura. Pertanto, l’integrazione di più questionari sembrerebbe indicata al fine di cogliere la complessità del DOC.
Ma qual è il grado di accordo (o di “validità convergente”) tra i diversi strumenti? A questa domanda hanno tentato di rispondere Giuseppe Femia e i colleghi della Scuola di Psicoterapia SPC di Roma in un recente articolo pubblicato sulla rivista Clinical Neuropsychiatry.
Gli autori hanno utilizzato sia questionari autosomministrati, come la Symptoms Checklist-90 (SCL-90-R) e il PI-R, sia un’intervista semi-strutturata (i.e. la Y-BOCS), e un questionario di personalità (i.e. Minnesota Multiphasic Personality Inventory 2 o MMPI-2). I questionari sono stati somministrati a un gruppo di 121 pazienti con DOC, a 54 pazienti con altri disturbi d’ansia (tra cui Agorafobia, Ansia sociale e Ansia Generalizzata) e a un gruppo di 23 pazienti con Depressione. Lo studio, infatti, mirava a testare le differenze tra il gruppo con DOC e i gruppi di controllo nell’accordo tra le diverse scale utilizzate, oltre che naturalmente:

  • il grado di accordo tra l’MMPI-2 e l’SCL-90, sia per quanto riguarda le scale associate ai sintomi psicotici, sia per quelle associate alla presenza di sintomi ossessivi;
  • il grado di accordo tra i punteggi totali ottenuti nel PI-R e nell’Y-BOCS con le altre scale che misurano la presenza di sintomi ossessivi (MMPI-2 e SCL-90).

I risultati mostrano un buon grado di accordo tra MMPI-2 e SCL-90, sia per quanto riguarda le scale che misurano i sintomi psicotici, sia in quelle che misurano sintomi ossessivi. Per quanto riguarda le scale di psicosi, questo dato è risultato vero in tutti e tre i gruppi (DOC, ansiosi e depressi), mentre l’accordo tra scale che misurano i sintomi e i tratti ossessivi è risultato vero solo negli ossessivi e negli ansiosi, ma non nei depressi. Quest’ultimo dato, in particolare, riflette le caratteristiche condivise tra il DOC e gli altri disturbi d’ansia. Inoltre, gli autori hanno potuto riscontrare un elevato grado di accordo tra tutte le scale utilizzate per valutare i sintomi e i tratti ossessivi nel gruppo di pazienti con DOC. Infine, sempre in questo gruppo, i dati hanno mostrato una debole ma significativa correlazione positiva tra PI-R e Y-BOCS (che appunto indica un certo grado di accordo anche nei punteggi di questi due questionari).
È interessante notare che per quanto riguarda l’SCL-90, i pazienti con DOC hanno ottenuto punteggi più elevati rispetto agli altri due gruppi di pazienti sia nei punteggi relativi ai sintomi ossessivi, sia nei punteggi di psicoticismo. Secondo gli autori, la presenza di credenze bizzarre nel DOC può portare all’innalzamento di queste scale. Tuttavia, come dimostrato da Paul Salkovskis, direttore dell’Oxford Institute for Clinical Psychology Training and Research e dell’Oxford Cognitive Therapy Centre, questo tipo di credenze arbitrarie, anche quando molto radicate, non può essere considerato come un sottotipo di psicosi poiché la terapia cognitiva risulta efficace per esse come per le credenze meno radicate. Come evidenziato da Francesco Mancini nel volume “La Mente Ossessiva”, la ragione del mantenimento di tali credenze e del comportamento bizzarro che ne consegue è da ricercarsi nello scopo di evitare di essere immorali. Inoltre, come ipotizzato da Maria Pontillo e dallo stesso Mancini in una recente revisione della letteratura, la sovrapposizione tra stati mentali psicotici e ossessivi può essere presa in considerazione in presenza di comorbidità con un disturbo schizotipico di personalità. Pertanto, gli autori concludono che elevati punteggi nelle scale di psicoticismo possono essere utilizzati come un indice di gravità del DOC, più che come indicatori di psicosi.
Stando a questi dati, sembrerebbe dunque che gli strumenti utilizzati dagli autori posseggano un buon grado di accordo e che l’uso combinato di più strumenti faciliti il processo diagnostico e consenta non solo di valutare la presenza di sintomi e tratti ossessivi nella loro complessità, ma anche di valutare la gravità di questo disturbo su diversi livelli.

Per approfondimenti

Femia, G., Visco Comandini F., Cosentino, T., Sorbara, F., Gragnani, A. (2018). Identification of specific correlation in obsessive-compulsive disorder among different measures. Clinical Neuropsychiatry, 15, 6, 379-383.

Vita di coppia: litigare con lealtà

di Sonia Di Munno

I valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono connessione, prendersi cura e collaborazione. La terapia di coppia con tecniche ACT

“Ci sono due tipi di coppie: quelle che non litigano mai e quelle che non conosci davvero bene”.  Così scrive argutamente Russ Harris, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e principale esponente della Acceptance and Commitment Therapy (ACT), sulle relazioni di coppia.
L’ACT è un approccio di terza generazione della psicoterapia cognitivo comportamentale che pone l’accento su due fattori cardine per il benessere psicologico: l’accettazione e l’impegno che conducono alla flessibilità psicologica. La ricerca scientifica sta dimostrando che più alto è il nostro livello di flessibilità psicologica, migliore sarà la nostra qualità di vita. La flessibilità psicologica è definita come “l’abilità di adattarsi a una situazione con apertura e consapevolezza, di focalizzarsi e di intraprendere un’azione efficace guidata dai propri valori”. Essa è composta da due aspetti: essere psicologicamente presenti (mindfulness) e intraprendere azioni efficaci (motivate, orientate, consapevoli, flessibili e adattabili).
Ricerche di John Gottman e Nan Silver su un cospicuo campione di coppie hanno trovato che ciò che rende una relazione salutare non è la quantità di litigi, ma il modo in cui si litiga; per cui quando il litigio è amichevole con un po’ calore e tenerezza, le ferite saranno lievi e guariranno velocemente.
I loro dati mostrano anche che uno dei fattori chiave per una relazione sana è la presenza dei “tentativi di riparazione”, cioè ogni gesto, parola e azione destinati a riparare la relazione. La ricerca di Gottman afferma che persino quando le coppie litigano molto, ma lo fanno lealmente e sono presenti tentativi di riparazione, la loro relazione può essere molto sana e gratificante. Affinché questi tentativi vadano a buon fine, entrambi devono capirne il valore del “dare” e del “ricevere”. Anche chi “riceve” deve essere in grado di apprezzare e non respingere i tentativi del partner. Il conflitto è inevitabile, ma lottare lealmente, riparare, praticare la compassione, chiedere con gentilezza, lo renderanno meno distruttivo.
Verrebbe da pensare: ma come si fa a litigare senza disprezzo e critica ma lealmente e in modo compassionevole? Su questo la terapia ACT, impostando lo stile di vita personale e di coppia su valori personali e obiettivi, attraverso tecniche che ci allontanano dall’essere troppo incentrati sui nostri pensieri (come la defusione e l’espansione) e guardando il momento presente (mindfulness), porta il suo cospicuo contributo. Molto importante è anche sfatare i falsi miti sull’amore proposti dai film e dalle favole, che non fanno altro che allontanarci dalla realtà dei fatti. Ci sono cinque modalità fondamentali che allontanano i partner: la disconnessione, la reattività impulsiva, l’evitamento, rimanere dentro la propria mente e trascurare i propri valori. Di contro, a queste comuni modalità che ci allontanano non solo dal nostro partner, ma anche da quello che idealmente vorremmo essere noi come partner, possiamo applicare altri sistemi più funzionali e soddisfacenti come: mollare la presa, aprirsi, dare valore e impegnarsi attivamente. Fondamentali nella terapia ACT sono i valori personali, dove per valori si intende i desideri più profondi rispetto a ciò che si vuole fare e al significato che si vuole attribuire al tempo passato su questa terra. Vivere una vita seguendo i propri valori ci fa sentire liberi, leggeri e aperti alla vita; questi sono anche comportamenti desiderati che riguardano un processo continuo nell’arco della propria vita, non sono una meta ma una direzione. Nelle relazioni, i valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono essenzialmente tre: connessione, prendersi cura e collaborazione. Oltre a questi, ce ne sono tanti altri, ma avere una carenza in queste tre aree porta a lungo andare a un impoverimento della relazione e una sua rottura. Questi tre valori sono alla base dell’amore, del calore e dell’intimità e conducono a una maggiore connessione con il partner e ad un dialogo aperto, curioso e tollerante.
Tutto ciò non è così facile, bisogna imparare a tollerare delusioni, ansia, preoccupazioni, tristezza; emozioni che comunque fanno parte dell’esperienza umana. Fare spazio anche alle emozioni negative e non avere pregiudizi su di esse ci permette di vivere la vita nelle sue sfaccettature e non essere spaventati o arrabbiati quando le proviamo.
La terapia ACT, che si basa principalmente su un intervento esperienziale, propone tanti esercizi, tante situazioni in cui mettersi in gioco e tante riflessioni da applicare in maniera pratica. È un viaggio dentro di sé e verso l’altro. La disponibilità a imparare, crescere, adattarsi, abbracciare la realtà (anche quando è spiacevole), mettersi in discussione, affrontare le differenze, ecc., farà in modo che la flessibilità psicologica aumenti e che si possa vivere appieno la propria vita in tutte le sue umane sfaccettature.

Per approfondimenti

“Se la coppia è in crisi.Impara a superare frustrazioni e risentimenti per ricostruire una relazione consapevole”, 2011; Russ Harris, FrancoAngeli

Gottman J., Silver N. (1999), Intelligenza emotiva per la coppia, Milano, Rizzoli

E se domani: i rimpianti del sé

di Niccolò Varrucciu

I rimpianti più duraturi derivano da discrepanze tra il sé reale e quello ideale e fra il sé reale e quello dovuto

Una recente ricerca sulle caratteristiche strutturali dei rimpianti delle persone ha evidenziato che quelli più duraturi riguardano l’aver agito o omesso di agire.
Rispetto alla loro connessione al concetto di sé, studi recenti hanno dimostrato come i rimpianti più duraturi della gente derivino più spesso da discrepanze tra il loro sé reale e quello ideale e fra il sé reale e quello dovuto.
Questa asimmetria sarebbe spiegata, almeno in parte, dalle differenze nel modo in cui le persone affrontano il rimpianto. Generalmente le persone sono più veloci ad affrontare i fallimenti inerenti ai propri doveri e alle proprie responsabilità (i propri rimpianti), piuttosto che quelli nel perseguire i loro obiettivi e le loro aspirazioni (rimpianti legati al sé ideale). Di conseguenza, i rimpianti relativi al sé ideale hanno più probabilità di rimanere irrisolti, lasciando le persone più propense a rimpiangere di non essere tutto ciò che avrebbero potuto essere.
Tutti hanno rimpianti: nel senso comune immaginiamo che i rimpianti principali ruotino attorno agli errori che pensiamo di aver fatto, come pentirsi di aver annullato il proprio matrimonio, di aver spostato la persona sbagliata. Forse vorremmo lasciare il lavoro e trasferirci in un altro “mondo”, per vivere una vita diversa, ma l’idea che possano essere scelte sbagliate ci impedisce di agire.
Un recentissimo studio pubblicato sulla rivista Emotion e intitolato “The Ideal Road Not Taken” indica che le persone non si pentono tanto di quelle scelte che hanno compiuto: sono piuttosto quelle che non hanno compiuto che possono rimanere irrisolte.
In questo studio, sono stati identificati tre elementi che costituirebbero il senso di sé di una persona: il sé reale, cioè le qualità che si crede di possedere, il sé ideale, cioè le qualità che si desidera avere e il sé “dovuto”, ossia la persona che, in base alle credenze e alle responsabilità personali, si pensa sia “opportuno” essere.
I risultati dell’indagine hanno mostrato un dato estremamente interessante: il 76% dei partecipanti alla ricerca, ai quali è stata sottoposta la differenza fra i tre sé, ha affermato di non essere soddisfatto del proprio sé ideale.
Ciò indica che le persone potrebbero avere un’idea inesatta di cosa rimpiangeranno e cercheranno di evitarlo in un modo scarsamente funzionale.
Molte persone pensano, infatti, di poter avere una vita soddisfacente (e alcuni sicuramente ce l’hanno) se ligi alle loro regole: quindi si impegnano nel fare le cose che la società si aspetta da loro, come sposarsi o fare un figlio al momento opportuno o guadagnare abbastanza per pagare tutti i conti.
Questo studio dimostrerebbe come, sebbene possano essere valori importanti per alcune persone, queste azioni siano legate al sé “dovuto” e che, in caso di fallimento, sembrerebbero portare a rimpianti limitati o comunque risolvibili in tempi relativamente brevi.
Quello che davvero farebbe soffrire le persone in modo prolungato sono i fallimenti rispetto ai sogni e alle aspirazioni (rimpianti legati al sé ideale): le persone sono più propense a lasciarli semplicemente andare alla deriva e questo è ciò che realmente induce sofferenza nel corso nella vita.
Lo studio prosegue evidenziando come le persone dovrebbero cercare di diventare ciò che veramente vorrebbero, seguendo il loro sé ideale.
I risultati, infine, indicano che non è sufficiente incoraggiare le persone a “fare la cosa giusta”: dobbiamo rimarcare l’importanza delle speranze e dei sogni, oltre alla pericolosità del lasciarli fuori dalla porta, come se fossero elementi di scarso valore.
Per concludere, nel breve periodo le persone si pentono più che altro delle loro azioni ma a lungo termine, i rimpianti del non aver agito restano più a lungo
Pertanto, secondo gli autori, dovremmo smettere di mettere da parte ciò che abbiamo dentro e iniziare ad agire: impariamo quella lingua che abbiamo sempre voluto studiare, prendiamo lo zaino in cantina e partiamo, scriviamo quel libro che abbiamo in testa da anni. Ciò che conta è il momento presente, a domani ci penseremo.

Per approfondimenti:

Davidai, Shai,Gilovich, Thomas (2018).The ideal road not taken: The self-discrepancies involved in people’s most enduring regrets. Emotion, Vol 18(3), 439-452.

Scopi e funzioni della ruminazione

di Roberta Trincas, Chiara Schepisi, Estelle Leombruni, Valentina Emilia Di Mauro, Francesco Mancini

Abstract dell’articolo “Goals and functions of rumination: a review”, pubblicato su Clinical Neuropsychiatry

La ruminazione è un processo di pensiero ripetitivo e abituale che riguarda generalmente un tema specifico, ed è implicato nello sviluppo e nel mantenimento di diverse psicopatologie. Considerando che ha un ruolo critico nella psicopatologia, lo studio delle funzioni e degli scopi della ruminazione ha suscitato notevole interesse negli ultimi anni di ricerca nel campo. Le motivazioni che hanno spinto l’interesse verso la conoscenza degli scopi della ruminazione deriva da prove empiriche che dimostrano che il pensiero ripetitivo può essere adattivo e che la ruminazione si osserva comunemente anche in popolazioni non cliniche.

In linea con questa prospettiva, lo scopo di questa revisione è costruire un modello esaustivo della ruminazione coerente con l’idea che tale processo sia guidato da scopi. A tal fine, sono stati analizzati criticamente i modelli teorici più rilevanti e gli studi sulla ruminazione al fine di identificare potenziali indicatori del ruolo della ruminazione all’interno del sistema di scopi individuale.

Sulla base delle evidenze attuali, la ruminazione sembra avere la funzione di riflettere su eventi o situazioni che possono ostacolare il raggiungimento di scopi (o scopi di evitamento) al fine di favorire il perseguimento di scopi rilevanti. In particolare, la ruminazione si associa a obiettivi di livello intermedio nella gerarchia. In altre parole, focalizzandosi ripetutamente su un evento, su sensazioni fisiche o emozioni legate a un obiettivo non raggiunto, l’individuo cercherebbe di superare eventuali ostacoli per raggiungere lo scopo terminale desiderato.

L’analisi presentata nell’articolo  (http://www.clinicalneuropsychiatry.org/pdf/6CN18-6trincasetal..pdf) pubblicato sul numero di dicembre della rivista Clinical Neuropsychiatry (http://www.clinicalneuropsychiatry.org/#) ripercorre le principali teorie sull’argomento (Nolen-Hoeksema, Borkovech, Wells, Davey, Watkins), estrapolando le principali funzioni della ruminazione e delineando un modello scopistico all’interno del quale tale processo avrebbe un ruolo adattivo.

Per approfondimenti:

Clinical Neuropsychiatry – n. 6 December – 2018
http://www.clinicalneuropsychiatry.org/#

Articolo “Goals and functions of rumination: a review”
http://www.clinicalneuropsychiatry.org/pdf/6CN18-6trincasetal..pdf

Il ruolo delle credenze sulle emozioni

di Roberta Trincas, Laura Bernabei, Pina Cristina Bellizzi, Cecilia Laglia, Alessandra Nachira, Giuseppe Vitali, Francesco Mancini

Abstract dell’articolo “Il ruolo delle credenze sulle emozioni nei processi di regolazione emotiva. Una rassegna della letteratura su teorie, ricerche e trattamento” su Rivisteweb

Nonostante la ricerca abbia dimostrato l’impatto che le strategie di regolazione emotiva (SRE) hanno nel mantenimento della psicopatologia, risultano poco chiari i meccanismi implicati nell’uso di SRE disadattive, come le credenze che le persone hanno rispetto alle loro emozioni.
L’obiettivo dell’articolo “Il ruolo delle credenze sulle emozioni nei processi di regolazione emotiva. Una rassegna della letteratura su teorie, ricerche e trattamento”, pubblicato a marzo 2018 su Rivisteweb, è dunque comprendere le caratteristiche della relazione tra credenze sulle emozioni e processi di regolazione emotiva (RE). A tal fine verranno approfonditi gli studi che hanno indagato nello specifico le credenze sulle emozioni che influiscono sulla RE, i metodi di misura utilizzati e le psicoterapie che prevedono protocolli specifici focalizzati sulla modifica delle credenze sulle emozioni.
La rassegna mette in luce che le credenze che le persone hanno sulle emozioni possono influire sulle capacità di gestione delle proprie reazioni emotive. In particolare, sembra esserci un’associazione tra credenze specifiche e differenti strategie di RE. Infine, le credenze hanno un ruolo importante nell’incremento dei sintomi e nel mantenimento di specifici disturbi mentali. Considerando che gran parte degli studi ha approfondito tali meccanismi in campioni non clinici, emerge la necessità di ampliare il campo d’indagine nell’ambito della psicopatologia.
Per approfondimenti:

Articolo “Il ruolo delle credenze sulle emozioni nei processi di regolazione emotiva. Una rassegna della letteratura su teorie, ricerche e trattamento” su Rivisteweb https://www.rivisteweb.it/doi/10.1421/90325