L’amore e la violenza

di Caterina Parisio

Disregolazione emotiva e funzionamento Borderline

“Betty ha talento […] con l’amore e la violenza. Vive bene, vive male. Non esiste differenza tra la morte di una rosa e l’adolescenza”. È un ritmo quasi ansiogeno quello che scandisce il testo di Betty, canzone del gruppo italiano Baustelle.

I profili di donna tracciati dai Baustelle recitano spesso il ruolo di personaggi dal funzionamento borderline, socialmente ai margini della nostra società. I loro brani parlano di adolescenti alla ricerca di un’identità, delineano profili di persone dinamiche, in continuo movimento, perse tra dipendenze, condotte trasgressive e autodistruttive:
come Betty, una giovane donna disintegrata e ambivalente, che vive stati mentali tanto intensi quanto inconciliabili.

La disregolazione e vulnerabilità emotiva, caratteristica saliente della nostra Betty, unitamente alla difficoltà di integrare stati mentali opposti o contraddittori e all’impossibilità di mantenere una stabilità delle rappresentazioni, determina una caoticità nella regolazione delle scelte, che possono così oscillare rapidamente da un fattore all’altro, con conseguente incoerenza del comportamento e difficoltà a perseguire scopi a lungo termine: “ride quando la tocchi, finge quando è felice […] come foglia al vento, temi per la sua vita”.

Stati mentali non integrati e processi di transizione rapidi e spesso drammatici sono caratteristici dei soggetti con funzionamento borderline. Nella principale letteratura sull’argomento si individua la rappresentazione di un sé indegno come nucleo di base: da questa rappresentazione derivano varie sensazioni attraverso cui un soggetto può transitare.

“Piove su immondizia e tamerici, sui suoi cinquemila amici, sui ragazzi e le città”: piove sulle tamerici, ma anche sull’immondizia e su una vita costruita a puntino su quello che vogliono gli altri, l’infelicità dei tempi moderni. Qui gli autori del testo sembrano voler descrivere lo stato di vuoto in cui versa Betty, i cinquemila amici virtuali su Facebook, l’immondizia come metafora di questa percezione di indegnità del sé.

Il sé indegno e vulnerabile spesso sottopone i soggetti borderline a un’intollerabile pressione fatta di pericolo, precarietà, indegnità. A volte ci si sottrae a questa pressione distaccandosi da tutto e da tutti ed entrando in uno stato di vuoto e di anestesia emotiva. È questa la condizione in cui si verificano frequentemente gesti suicidari e atti autolesivi, che rappresentano l’effetto di uno stato di distacco assoluto dal mondo: “Betty ha sognato di morire, sulla circonvallazione; prima ancora di soffrire era già in putrefazione senza alcun dolore”.

La gestione disregolata del vuoto finisce quasi invariabilmente con l’alimentare il senso di indegnità/vulnerabilità. Il circuito indegnità/vulnerabilità-vuoto-gestione disregolata-indegnità/vulnerabilità è quello che genera i comportamenti più a rischio per l’incolumità dei soggetti con funzionamento borderline.

Per il trattamento di soggetti con disturbo borderline di personalità con rischio suicidario cronico, nasce nel 1993 la DBT (Dialectical Behaviour Therapy), ideata da Marsha Linehan e successivamente applicata ad altre condizioni psicopatologiche, quali dipendenza da sostanze e da alcool, disturbi del comportamento alimentare, suicidarietà in adolescenza.

In Betty gli autori, chissà se conoscitori delle tecniche d’intervento della Linehan, delineano comunque per la nostra eroina un finale forse dalle tinte meno noir e aprono a un alito di speranza: “Betty sfida il buio, come la fine di una galleria […] tanto poi ritorna il sole”.

 

Per approfondimenti:

Antonino Carcione, Giuseppe Nicolò, Antonio Semerari (2016), Curare i casi complessi.

Giancarlo Di Maggio, Antonio Semerari (2003), I Disturbi di Personalità. Modelli e Trattamento. Ed. Laterza

Da grande posso diventare femmina?

di Sonia Di Munno

Disturbo di disforia di genere in età evolutiva. Che cos’è, come riconoscerlo e come comportarsi

 Per Disforia di Genere (DG), nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5), si intende la sofferenza clinica, affettiva o cognitiva, dovuta a una discrepanza tra il genere esperito, in cui la persona si identifica, e il genere cromosomico, assegnato alla nascita. Si parla di disforia di genere quando questa discrepanza crea nella persona frustrazione e angoscia per almeno sei mesi e anche una compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o scolastico e in altre aree importanti. Questa disforia può essere presente sia nei bambini sia negli adolescenti e negli adulti.

Nei bambini, i criteri da prendere in considerazione per un’adeguata diagnosi sono: un forte desiderio di appartenere al genere opposto con una preferenza nell’indossare abbigliamento tipico del genere opposto; la propensione per giochi, compagni, attività tipiche del genere desiderato e, in alcuni casi, una manifesta avversione verso la propria anatomia sessuale, con desiderio di possedere le caratteristiche anatomiche/sessuali del genere opposto (criterio più frequente negli adolescenti). Questi comportamenti di solito si manifestano tra i 2 e i 4 anni, periodo in cui emergono i comportamenti legati al genere nello sviluppo del bambino. Nella maggiorparte dei bambini, la DG scompare prima o con l’inizio della pubertà e solo il 16% dei casi dei bambini diagnosticati nell’infanzia manifesterà DG anche in adolescenza e richiederà la riassegnazione del sesso in età adulta. Anche se molti bambini non riportano una DG nell’adolescenza e in età adulta, vi è una forte relazione tra la varianza di genere nell’infanzia e l’orientamento omosessuale in età adulta.
Per la presa in carico di questi bambini, le linee guida del Royal Collage of Psychiatrists del 1998 enfatizzano un approccio che tenga conto dello stadio evolutivo del bambino e che lavori con tutta la famiglia, ponendo attenzione anche al contesto sociale in cui il bambino vive. A prescindere dal percorso psicologico che si intraprende con il bambino, tutti gli studiosi sono concordi su alcuni punti fermi, come la non intromissione da parte del clinico nell’orientamento sessuale scelto dal bambino: fornire, quindi, un supporto per il bambino e per la famiglia in questo periodo delicato e non adottare interventi medici nell’età dell’infanzia. A tal riguardo, l’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry ha ribadito la posizione netta di contrarietà a un intervento psicologico che miri a modificare in alcun modo i comportamenti di genere non conformi del bambino perché sarebbe come voler far cambiare il colore della pelle solo per essere più accettato socialmente.
Lo spazio psicoterapico deve essere incentrato sullo sviluppo dell’abilità del bambino e di un’immagine positiva di sé e insegnargli ad affrontare eventuali scherni o stigmatizzazioni esterne con strategie di coping funzionali (soprattutto per i maschi con DG che tendono a essere più vessati rispetto alle bambine). Molte volte, questi bambini presentano problemi di ansia, depressione e scarsa autostima di sé che possono essere dovuti sia alla frustrazione nel non avere il genere desiderato sia all’ostilità o alle reazioni negative esterne.

Vi sono vari approcci di intervento e i più accreditati sono: il Modello di Osservazione e Attesa e il Modello Affermativo. Il primo mira a supportare il bambino e la famiglia nelle varie problematiche emotive e sociali, nell’attesa della naturale definizione puberale del bambino, sia che mantenga il DG sia che non lo mantenga. Questo modello cerca di alleviare il senso di vergogna che possono provare alcuni bambini e le loro famiglie e a incrementare le abilità sociali per le relazioni e la gestione di comportamenti ostili. Il Modello Affermativo, invece, punta a sviluppare le potenzialità del bambino e a vedere la varianza di genere come facente parte della naturale diversità umana. Sottolinea come questo possa essere un problema solo dal punto di vista culturale: non lo è, infatti, in molte altre culture come quelle africane o degli indiani d’America, nelle quali i generi sessuali riconosciuti  sono ben quattro (maschio, femmina, donna maschile e uomo femminile).
In tutti i casi, un ruolo importante è rappresentato dai genitori e dalla famiglia, che devono presentare flessibilità e apertura mentale, essere di supporto e accettanti rispetto alla varianza di genere del bambino e proteggerlo dall’ambiente quando è ostile.

 

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, 5th ed

La disforia di genere in età evolutiva (2015). Dèttore, Ristori, Antonelli. Alpes

Le identità di genere (2009). Ruspini. Carrocci

Avere cura di chi si prende cura

di Elena Bilotta

 Gli effetti della Mindfulness sulla salute del caregiver del malato terminale

Prendersi cura di chi ha una malattia allo stadio terminale è un’esperienza che può esporre a forte sofferenza e stress. La ricerca dimostra che la condizione di caregiver “informale” – ovvero quando chi si prende cura è un familiare o un partner – è associata a forte stress legato all’aspettativa di sofferenza e morte della persona amata, espone ad ansia, depressione, e aumenta le probabilità di sviluppare malattie mortali. La condizione di caregiver informale necessita di una serie di importanti abilità per l’accettazione e la gestione del carico emotivo cui la persona deve far fronte. Se da una parte la repressione o l’evitamento di emozioni negative possono essere meccanismi messi in atto con l’intento di proteggere se stessi e la persona malata, dall’altra parte possono esporre a una maggiore probabilità di sviluppare problematiche psicologiche, come ad esempio il disturbo post-traumatico da stress.
Oltre ai caregiver informali, le cure a un malato terminale vengono fornite da figure professionali  – caregiver “formali” – che lavorano all’interno di strutture specificamente pensate per le cure palliative di accompagnamento a fine vita, i cosiddetti “Hospice”. Nonostante gli specialisti che lavorano nell’accompagnamento a fine vita riportino che l’esposizione continua alla morte possa insegnare ad apprezzare e vivere il presente, a coltivare la spiritualità e la ricerca del significato dell’esperienza del vivere, accompagnare chi sta morendo è un’esperienza che può diventare emotivamente intensa. In generale, stabilire dei limiti professionali è un fattore protettivo importante. Tuttavia, basarsi esclusivamente su strategie auto-protettive può comunque mettere a rischio il benessere nel lungo termine. Inoltre, la qualità della cura ricevuta può essere compromessa dal distacco o mancanza di supporto del personale sanitario.
Un intervento che si possa dire efficace in questo contesto così delicato ha un obiettivo paradossale: proteggere il caregiver (formale o informale) dall’essere travolto dal dolore emotivo quando si confronta con la sofferenza della persona di cui si prende cura, ma allo stesso tempo facilitarlo nel coltivare le proprie qualità di sensibilità e presenza alla sofferenza altrui.
Alcuni studi hanno preso in considerazione gli effetti dei programmi basati sulla Mindfulness, mostrando come l’MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction Program) dopo otto settimane riduca i livelli di stress nel caregiver informale e aumenti i livelli di accettazione della malattia della persona amata. Per il personale sanitario, altri studi recenti si sono focalizzati su interventi basati sulla meditazione di gentilezza amorevole. La “Metta”, una pratica che consiste nel mantenere un atteggiamento di gentilezza, calore e protezione nei confronti di sé e degli altri, è associata a maggiore resilienza e capacità di regolazione emotiva in chi la pratica, unita a una riduzione della sofferenza indotta dal contatto col paziente terminale e a una promozione del contatto interpersonale. Questa pratica sembra essere particolarmente utile nel contesto della cura, perché aiuta a coltivare la motivazione e la presenza mentale necessarie nella messa in atto di comportamenti compassionevoli verso gli altri.
La ricerca in questo campo è promettente, mostrando come la pratica della Mindfulness aiuti a diminuire i livelli di stress, ansia e burnout percepito e favorisca un aumento di accettazione, compassione e presenza mentale nei caregiver. Si può sperare che questi aspetti, a loro volta, possano influenzare positivamente anche la qualità della cura ricevuta da chi viene accompagnato alla fine della vita.


Per approfondimenti:

Orelliana-Ros C. et al. (2018). Mindfulness and compassion-oriented practices at work reduce distress and enhance self-care of palliative care teams: a mixed-method evaluation of an “on the job“ program. BMC Palliative Care, 17:3. DOI 10.1186/s12904-017-0219-7

Chi, N. et al. (2015). Behavioral and Educational Interventions to Support Family Caregivers in End-of-Life Care: A Systematic Review. American Journal of Hospice & Palliative Medicine. DOI: 10.1177/1049909115593938

Ostaseski, F. (2006). Saper accompagnare. aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte. Milano: Mondadori.

 

La vita oltre il dolore cronico

                                                                                                     di Sonia di Munno

Interventi con le tecniche ACT sul dolore fisico cronico

Il dolore cronico è un grave problema di salute con un grande impatto emotivo e fisico sul funzionamento sociale dei pazienti. Quando nessuna terapia medica, chirurgica o farmacologica è in grado di rimuovere il dolore, si può solo cercare di affrontarlo con le sue correlate disabilità. In generale, il sollievo dal dolore è un obiettivo irrealistico e i trattamenti dovrebbero concentrarsi sul miglioramento della qualità della vita. L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) sottolinea la necessità dell’accettazione del dolore al fine di migliorare la vita della persona che e inoltre si focalizza sull’aumentare la flessibilità psicologica come obiettivo finale del trattamento. Nel contesto specifico del dolore cronico, aumentare la flessibilità psicologica significherebbe accettare le sensazioni dolorose, i sentimenti e i pensieri correlati al dolore e focalizzare l’attenzione sulle opportunità delle situazioni attuali, piuttosto che rimuginare sul passato perduto o su un catastrofico futuro, e orientare il comportamento alla realizzazione degli obiettivi importanti piuttosto che sul controllo del dolore. Nel 2016, Veehof, Trompetter e altri, hanno condotto uno studio di meta-analisi per indagare l’efficacia delle terapie basate sull’accettazione e la mindfulness per trattare i pazienti con dolore cronico. In questa meta analisi è emerso che ci sono stati, nei vari esperimenti, una serie di risultati positivi specialmente nel lungo termine. L’aumento del numero di studi sull’efficacia delle terapie basate sull’accettazione e consapevolezza per il trattamento di individui con dolore cronico ha permesso una valutazione più solida dei loro effetti sulla salute fisica e mentale dei pazienti. Venticinque studi randomizzati e controllati sono stati inclusi in questa meta-analisi. Sono stati valutati 1.285 pazienti adulti compresi tra i 35 e i 60 anni, per la maggior parte donne. I pazienti soffrivano di dolore cronico senza ulteriori specificazioni o muscoloscheletrico o con fibromialgia o con dolore specifico cronico (lombalgia cronica, mal di testa cronico) o con artrite reumatoide. Questi pazienti sono stati sottoposti alla Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT), terapia cognitiva basata sulla mindfulness, al protocollo Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR), per la riduzione dello stress mediante la consapevolezza, all’ACT, alla Cognitive-Behaviour Therapy (CBT), la terapia Cognitivo Comportamentale, o a nessuna terapia. Sono stati presi in considerazione gli effetti sull’intensità del dolore, sulla depressione, sull’ansia, sull’interferenza del dolore nella vita quotidiana, sulla disabilità dovuta al dolore e sulla qualità della vita. Nel post trattamento sono emersi effetti moderati per ansia ed effetti molto significativi sull’interferenza del dolore nella vita del paziente: ciò è congruente con i modelli del trattamento basati sull’accettazione e consapevolezza (MBCT, MBSR, ACT), poiché l’interferenza del dolore, al contrario dell’intensità del dolore, è un indicatore più coerente con l’obiettivo degli interventi basati sull’accettazione e consapevolezza, che presuppongono di continuare ad andare avanti con la vita anche con il dolore. La disabilità causata dal dolore cronico, sperimentata dai pazienti, dipende anche dal grado in cui i pazienti permettono alle sensazioni del dolore di interferire con la loro vita quotidiana. La maggiore accettazione delle sensazioni dolorose, invece di combatterle, può essere correlata a una maggiore diminuzione delle interferenza del dolore nella continuazione della vita. Da due a sei mesi dopo il trattamento, l’effect size per depressione, ansia e qualità della vita erano moderati, mentre l’effect size per l’interferenza del dolore era grande. Questi effetti nel follow up, indicano che i pazienti, anche in presenza di dolore persistente, riescono nel lungo termine ad applicare i principi dei trattamenti basati sulla consapevolezza e accettazione nella loro vita quotidiana. Questi interventi, possono avere effetti indiretti sull’intensità del dolore poiché una maggiore accettazione può tamponare le sensazioni dolorose vissute come eventi stressanti da evitare assolutamente. Nel complesso, si può riassumere che individui con dolore cronico rispondono abbastanza bene a interventi basati sull’accettazione e consapevolezza e che gli effetti benefici vengono mantenuti a lungo dopo il trattamento.

Per approfondimenti:

Veehof M.M., H. R. Trompetter, E. T. Bohlmeijer and K. M. G. Schreurs; Acceptance and mindfulness-based interventions for the treatment of chronic pain: a meta-analytic review; 2016; Cognitive Behaviour Therapy, VOL.45, NO.1, 5–31; http://dx.doi.org/10.1080/16506073.2015.1098724

Perfezionismo = successo terapeutico?

di Daniela Fagliarone

Effetti del perfezionismo dei terapeuti sui pazienti

Il perfezionismo è stato definito come un’eccessiva dipendenza della valutazione di sé dalla ricerca di standard personali elevati e auto-imposti in almeno un dominio importante per la persona, nonostante le conseguenze avverse. È stato riconosciuto come esso contribuisca allo sviluppo e al mantenimento di varie psicopatologie: è infatti correlato con bassa autostima, elevata sensibilità alla critica, depressione, disturbi d’ansia e alimentari, difficoltà interpersonali, disperazione e rischio di suicidio e, se non viene riconosciuto e trattato in terapia, può limitare il successo terapeutico. Cosa accade però quando ad essere perfezionista è il terapeuta? Le ricerche suggeriscono che il perfezionismo nei professionisti della salute mentale sia comune e dannoso per la guarigione del paziente, ma non esistono molti dati empirici del suo impatto, sull’esito delle terapie e sul rischio di drop-out. Vickie Presley e colleghi, ricercatori all’Università di Birmingham, hanno indagato questo legame chiedendosi in particolare se c’è una relazione significativa tra le dimensioni del perfezionismo nei terapeuti cognitivo comportamentali e i risultati del trattamento sui clienti nei punteggi di depressione e ansia e sugli effettivi drop-out dalla terapia. I risultati confermano questa ipotesi: in particolare, è emerso che i migliori risultati per i pazienti con sintomi depressivi erano associati al fatto di avere un terapeuta organizzato, che predispone materiali appropriati e di informazione da consegnare al paziente. Punteggi alti nella sottoscala “perseguimento dell’eccellenza” e “elevati standard per gli altri” del test di valutazione del perfezionismo dei terapeuti, però, erano associati a esiti peggiori nei loro pazienti depressi, perché la relazione terapeutica potrebbe essere danneggiata da queste attitudini che rischierebbero di demotivare il paziente, proponendo obiettivi irrealistici o prescrivendo compiti a casa troppo difficili. Al contrario, terapeuti che avevano riportato “bassa pressione genitoriale verso il successo” ottenevano i migliori risultati clinici con questi pazienti, probabilmente perché uno stile meno richiedente e critico a livello interpersonale è con loro più efficace. Per i disturbi di ansia, invece, i migliori risultati erano associati con quei terapeuti che avevano minori “preoccupazioni rispetto agli errori” e che non esageravano nella programmazione della seduta (farlo troppo può ridurre la collaborazione in terapia, inibire il paziente nell’esprimere i propri bisogni e far percepire lo psicoterapeuta come rigido e controllante). Chi ha elevati sintomi ansiosi già di suo può tendere, inoltre, a pianificare eccessivamente come strategia di coping, di fronteggiamento,  e questo può colludere con un terapeuta che mostra livelli troppo elevati di pianificazione, fungendo da ulteriore fattore di mantenimento dei sintomi e limitando il successo terapeutico. Altri pazienti ansiosi, invece, possono rifiutare del tutto la pianificazione per il timore di fallire e quindi possono trovare molta difficoltà a lavorare con uno psicologo con tali caratteristiche. Infine, la ricerca ha mostrato come bassi livelli di drop-out fossero associati a psicoterapeuti che non avevano elevati standard sugli altri e che non ruminavano sui propri errori ma anche con quelli che cercavano l’eccellenza in quello che facevano. In conclusione, si può affermare che le dimensioni interpersonali del perfezionismo sono importanti e identificare il proprio schema può aiutare lo psicoterapeuta a massimizzare i risultati clinici.


Per Approfondimenti:

Presley V.L., Jones C. A. & Newton E.K. (2017). Are perfectionist therapists perfect? The relationship between therapist perfectionism an client outcomes in cognitive behavioural therapy. Behavioural and cognitive psychotherapy, 45(3), pp. 225-237

 

Ed io avrò cura di te

di Caterina Parisio

La relazione terapeutica: arte, musica e… Psicopatologia

 Nel 1887, Henry Tate commissionò a Luke Fildes, già allora pittore di fama, un quadro per la sua nuova National Gallery of British Art. La commissione non indicava un soggetto, che fu scelto dallo stesso Fildes. The Doctor ebbe un folgorante successo: il quadro è ambientato in una povera casa della campagna inglese. È l’alba e la prima luce del giorno filtra da una finestra sullo sfondo, illuminando flebilmente un bambino malato; seduto di fronte a lui il dottore. È un medico che ha trascorso lì la notte, assistendo il piccolo paziente, impotente. La madre, affranta, è china sul tavolo; il padre le poggia una mano sulla spalla per confortarla e guarda il medico con rispetto e gratitudine. Non sappiamo se il bambino si salverà ma sappiamo per certo che il dottore ha fatto il possibile.

Qual è il segreto del quadro di Fildes? Perché, tra i tanti dipinti su medici e medicina, questo sembra essere in assoluto il più amato? Il segreto sta nel fatto che The Doctor è l’icona della relazione tra medico e paziente, nella sua forma idealizzata. Il dottore, il bambino malato, i genitori affranti: il legame che li tiene insieme è la cura.

Non sappiamo quale fosse la malattia del bambino, sicuramente qualcosa di molto grave, presumibilmente una polmonite; non sappiamo da quanto tempo il dottore fosse in quella stanza; non conosciamo gli esiti della lunga nottata. Ora, provando a fare un salto temporale e trasponendo il concetto di relazione terapeutica alla sfera della psicopatologia, proviamo a capire quale sia la funzione che essa esercita all’interno di un percorso terapeutico.

Le prime formulazioni del concetto di alleanza terapeutica possono essere rintracciate dagli aspetti di transfert e contro-transfert di Freud (1912) sino a Rogers (1965), che pone l’accento su come la percezione dell’empatia con l’analista da parte del paziente è fondamentale ai fini della promozione di un’alleanza funzionale; si parlerà di alleanza di lavoro, risonanza empatica e mutua accettazione qualche anno dopo con Bordin (1979).

La terapia cognitivo-comportamentale negli ultimi decenni ha conferito una grande importanza al ruolo della relazione terapeutica, esplicitando la necessità di integrare, nella prassi clinica, le tecniche terapeutiche orientate alla comprensione e al cambiamento delle dinamiche interpersonali. Sul tema della relazione terapeutica, Aaron Beck raccomandava fin dai suoi primi libri sulla depressione, che “le qualità ottimali che il terapeuta deve possedere comprendono calore umano, empatia e schiettezza”, caratteristiche che modulano la collaborazione terapeutica in modo da favorire l’applicazione e quindi l’efficacia del trattamento.

“Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni e dalle tue manie”, canta Franco Battiato nel brano “La cura”: un Aaron Beck rivisitato che definisce in musica il concetto di cura e pone grande enfasi sulla relazione terapeutica.

Ma cosa succede all’interno della relazione terapeutica con il paziente grave? Gli autori che se ne sono interessati concordano tutti su due affermazioni riguardanti l’alleanza terapeutica: una buona relazione è un requisito fondamentale per l’efficacia del trattamento, ma la costruzione di una buona e stabile relazione è qualcosa di estremamente problematico.

Ciò che rende particolarmente importante la relazione, in questo tipo di trattamento, è il fatto che essa consente di influire sui livelli di funzionamento metacognitivo, in modo da rendere il paziente capace di operazioni mentali terapeutiche altrimenti cronicamente deficitarie. È evidente che questo ruolo della relazione abbia un peso minore con pazienti che non presentano significativi deficit metacognitivi. D’altra parte, proprio i deficit metacognitivi che vengono compensati dalla relazione rappresentano, allo stesso tempo, il maggior ostacolo alla costruzione della relazione stessa che, pertanto, richiede una cura tecnica del tutto particolare ed estremamente accurata.

Perché e come la relazione terapeuta-paziente è “terapeutica”? Che ruolo svolge la relazione nel determinare il miglioramento o la scomparsa della sofferenza psichica e della psicopatologia del paziente?

La relazione può influire in modi diversi e su aspetti diversi del funzionamento mentale per cui, ci si trova di fronte a sottolineature di aspetti differenti del ruolo svolto dalla relazione terapeutica. La relazione come influenza sociale positiva: essa costituirebbe il mezzo che consente al terapeuta di esercitare un’influenza positiva sul paziente affinché egli si attenga alle regole del setting e svolga i compiti concordati con il terapeuta.

La relazione terapeutica come contesto privilegiato per la presa di coscienza, oppure ancora come esperienza correttiva per l’incremento della conoscenza di sé.

Tanti altri i ruoli che la relazione terapeutica può assumere all’interno di un percorso di cura e molti i manuali che si sono occupati di ciò ma, in tale sede, concludiamo così, connotando musicalmente la caratteristica che può avere la relazione terapeutica: “ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. Percorreremo insieme le vie […] ed io avrò cura di te”.

Per approfondimenti:

Antonio Semerari (a cura di), 1999. Psicoterapia cognitiva del paziente grave, Raffaello Cortina Editore

Costruire l’“adulto sano”

di Alessandra Mancini

Una prospettiva integrata di ACT, Mindfulness e Schema Therapy

 Io non l’ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.
Luigi Pirandello – Uno, Nessuno, Centomila

Nella terapia dei disturbi di personalità, ci si può trovare di fronte a un’impasse nel momento in cui, per usare un’espressione pirandelliana, “si squarcia il teatrino”, ovvero quando il paziente prende coscienza delle proprie modalità di coping disfunzionali o “mode” (risposte emotive, cognitive e comportamentali con cui il paziente fa fronte alla propria sofferenza e più in generale che utilizza per rapportarsi agli altri).

A questo punto egli potrebbe chiedersi: “Chi sono dunque io?”. Il concetto di Sé sembra perdere nitidezza e ciò potrebbe generare delle resistenze al cambiamento, poiché, anche se connotato negativamente, esso consentiva una certa prevedibilità.

Da dove attingere quindi per creare una rappresentazione di Sé più funzionale?

Per la Schema Therapy (ST) lo sviluppo del “mode Adulto Sano” (la parte funzionale del Sé del paziente) costituisce un obiettivo importante. Nonostante l’importanza di questo mode, i testi di ST si focalizzano più sulla descrizione del funzionamento del “critico interiore”, ovvero l’interiorizzazione dei messaggi critici e punitivi inviati dalle figure genitoriali, e sui già menzionati mode di coping disfunzionali.

Questo tema è stato approfondito da Eckhard Roediger, direttore dell’Istituto di Schema Therapy di Francoforte, Bruce Stevens, professore alla Charles Sturt University di Camberra in Australia, e Robert Brockman dell’Australian Catholic University di Sydney, durante uno dei workshop precongressuali del convegno internazionale di ST, appena conclusosi ad Amsterdam. Gli autori propongono l’integrazione delle prospettive dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), della Mindfulness e del Contestualismo Funzionale per identificare e sviluppare le qualità dell’Adulto Sano. In particolare, dopo aver spostato l’attenzione del paziente dalla rappresentazione negativa di Sé a una prospettiva osservante, viene proposto di definire l’Adulto Sano come uno stato di percezione del “qui ed ora” (per usare termini ACT: “Mindful”); emotivamente distaccato dal dialogo interno tipico del genitore critico (in ACT: “defuso”) e in grado di vedere se stesso come contesto delle proprie esperienze (“Sé come contesto”); di essere in contatto con i propri valori e di perseguire questi ultimi tramite comportamenti funzionali (“azione impegnata”).

Una serie di studi di trasversali (studi in cui i fattori di rischio/protezione e la presenza del disturbo sono controbilanciati tra i gruppi presi in esame) condotti da Brockman e collaboratori sembra confermare la correlazione tra il mode dell’Adulto Sano e le qualità di mindfulness, flessibilità psicologica, auto-compassione e azione impegnata al perseguimento dei valori.

Secondo i relatori del workshop, l’integrazione delle qualità tipicamente esperienziali della ST con le tecniche cognitive di terza generazione può portare alla costruzione di una rappresentazione e di una consapevolezza di Sé più funzionali al perseguimento dei propri valori e quindi, a lungo termine, al soddisfacimento dei propri bisogni.
Per approfondimenti:

Roediger, E., Stevens, B.A. and Brockman, R. (2018). Contextual Schema Therapy. An Integrative Approach to Personality Disorders, Emotional Dysregulation and Interpersonal Functioning. Oakland, CA: New Harbinger

Memorie di colpa e presente ossessivo

di Manuel Petrucci

Uno studio sull’efficacia dell’Imagery with Rescripting nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo

Diverse prospettive teoriche enfatizzano il ruolo della responsabilità/colpa nella genesi e nel funzionamento del Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Nello specifico, pur nella diversità dei contenuti con cui si manifestano, la minaccia nucleare veicolata dalle ossessioni sarebbe quella della possibilità di essere responsabili di atti gravemente immorali o dannosi. Di conseguenza, le compulsioni si configurano come atti mentali o comportamenti osservabili che hanno lo scopo di prevenire tale minaccia, percepita come catastrofica. A corroborare questa idea, numerose evidenze empiriche mostrano che i pazienti ossessivi riportano punteggi più alti alle misure di responsabilità e colpa rispetto a pazienti con altri disturbi e ai controlli sani, che interventi volti alla riduzione del senso di responsabilità/colpa risultano in una riduzione dei sintomi e che, al contrario, aumentando sperimentalmente il senso di responsabilità/colpa, anche i soggetti sani si comportano in maniera assimilabile al DOC.

I pazienti DOC presentano dunque una elevata vulnerabilità attuale all’esperienza della responsabilità e della colpa, e gli studiosi si sono chiesti quali possano essere gli eventi e le situazioni che nel corso della vita favoriscono lo sviluppo di questa vulnerabilità. Dai racconti dei pazienti e dalle ricerche emerge che i contesti familiari dei pazienti DOC sono spesso caratterizzati da standard elevati, marcata attenzione alla moralità e regole rigide, la cui trasgressione comporta reazioni critiche e punitive da parte delle figure di riferimento, in particolare a carico della relazione stessa. Il bambino è dunque esposto da un lato al senso di inadeguatezza rispetto alle norme di condotta, dall’altro può percepire che a causa di un suo errore o una sua mancanza una relazione per lui vitale è stata compromessa, come segnalato non solo dall’aperta disapprovazione e dai rimproveri, ma anche da forme di “delusione” e di vero e proprio ritiro dell’affetto a scopo punitivo.

Se attraverso la psicoterapia vengono modificate le valutazioni, le emozioni e le rappresentazioni di sé associate ai ricordi di esperienze di critica, rimprovero o punizione, ciò risulta in un miglioramento della sintomatologia ossessiva? È questo il quesito che si sono posti un gruppo di ricercatori del gruppo APC-SPC di Roma, che stanno conducendo uno studio su pazienti DOC utilizzando la tecnica dell’Imagery with Rescripting, i cui risultati preliminari sono stati presentati al “Sixth Meeting on Obsessive-Compulsive Disorder” organizzato dalla European Association for Behavioural and Cognitive Therapies (EABCT), tenutosi ad Assisi dal 17 al 20 maggio 2018.

Dopo una fase di assessment, dieci pazienti con diagnosi di DOC sono stati intervistati allo scopo di indagare la presenza di ricordi di esperienze di colpa legate a critiche o rimproveri, ma non direttamente connesse alla sintomatologia attuale. Dopo l’intervista, i pazienti sono stati sottoposti a tre sessioni di Imagery with Rescripting (ImR) focalizzate sui ricordi individuati, non in concomitanza con una psicoterapia. L’ImR è una tecnica esperienziale di derivazione gestaltica che viene ampiamente utilizzata nell’ambito della Schema Therapy e ha l’obiettivo di consentire una “riscrittura” di ricordi traumatici, introducendo all’interno della scena rievocata elementi di cambiamento, in particolare figure di riferimento, che possano prendersi cura di quei bisogni fondamentali che sono stati trascurati o violati nell’episodio specifico.

Per verificare l’efficacia dell’intervento, prima e dopo le sessioni di ImR sono state somministrate misure relative alla sintomatologia ossessiva (Yale-Brown Obsessive Compulsive Scale, Y-BOCS), ansiosa (Beck Anxiety Inventory, BAI), depressiva (Beck Depression Inventory II, BDI), e una per la valutazione della propensione al timore di colpa (Fear of Guilt Scale, FOGS). I risultati hanno mostrato una generale riduzione, a tre mesi dalle sessioni di imagery, dei punteggi riportati in tutti gli strumenti utilizzati. In particolare, sei pazienti su dieci hanno presentato un miglioramento clinicamente significativo (stimato in una riduzione di 11 punti alla Y-BOCS e in un punteggio totale inferiore a 17) dei sintomi DOC, con i restanti che hanno mostrato comunque un trend verso il miglioramento. Emerge inoltre una riduzione significativa del timore di colpa, come misurato dalla FOGS, in sei pazienti su dieci, e una riduzione complessiva dell’ansia (BAI) in quattro pazienti su dieci.

Pur essendo preliminari e ottenuti su un campione ancora limitato di pazienti, i dati emersi da questa ricerca indicano in maniera chiara che lavorare sulla vulnerabilità storica è una strategia con grandi potenzialità nella cura del disturbo ossessivo, ancor di più se si considera che le sessioni di imagery non sono state svolte all’interno di un percorso psicoterapeutico più ampio, e non hanno avuto come target ricordi di episodi ricollegabili direttamente allo sviluppo dei sintomi presentati dai pazienti. Le caratteristiche dell’ImR la rendono uno strumento prezioso ed efficace per questo tipo di intervento, in quanto consente a voci con toni e messaggi diversi di esprimersi laddove risuona perenne un’eco di sofferenza e pericolo, in un passato cristallizzato, e che dunque non è mai realmente passato.

Per approfondimenti:

Tenore, K., Basile, B., Cosentino, T., De Sanctis, B., Fadda, S., Gragnani, A., Luppino, O.I., Perdighe, C., Romano, G., Saliani, A.M., & Mancini, F. (2018). Efficacy of Imagery with Rescripting in treating OCD: a single case series experimental design (preliminary results). Presentazione orale al “Sixth EABCT SIG Meeting on OCD”, Assisi, 17-20 Maggio 2018.

Mancini, F. (a cura di) (2016). La mente ossessiva. Milano: Cortina.

Essere compassionevoli

di Antonella D’Innocenzo

La Compassion Focused Therapy applicata in un contesto di gruppo

La CFT (Compassion Focused Therapy) è un approccio psicoterapeutico nato nell’ambito delle terapie cognitivo-comportamentali della terza generazione, grazie al lavoro di Paul Gilbert, che conferisce particolare centralità al fenomeno dell’autocritica e alla necessità di sviluppare una relazione accudente e benevola nei propri confronti. Quel dialogo interiore che continuamente svaluta, denigra e commenta in tono sprezzante e freddo le esperienze del soggetto rappresenta una modalità tesa al monitorare e punire eventuali errori piuttosto che al validarsi, accudirsi e incoraggiarsi, e sembra rivestire un ruolo chiave nello sviluppo e nel mantenimento di diverse condizioni psicopatologiche. L’incapacità o la difficoltà di alcune persone di attivare verso sé o verso gli altri una motivazione compassionevole dipenderebbe da un peggiore funzionamento del soothing system (sistema calmante), un sistema di regolazione emotiva responsabile di emozioni di calma, tranquillità e appagamento che si sperimentano quando non ci si deve difendere da qualche minaccia, lottare per acquisire risorse o raggiungere standard e che, al livello fisiologico, deriverebbe dall’attivazione del sistema parasimpatico e del sistema delle endorfine e dell’ossitocina. Segnali affiliativi di sicurezza (inclusi il tono di voce, la velocità dell’eloquio, lo sguardo, la vicinanza fisica) avrebbero la capacità stimolare il soothing system, quando emessi verso altri, quando rilevati nell’ambiente, e quando prodotti a livello endogeno e rivolti a noi stessi. Il compassionate mind training (CMT) rappresenta dunque un training volto a riattivare il funzionamento di un sistema emotivo compromesso, attraverso l’insegnamento e la pratica di specifiche skills. Ogni sessione comprende: elementi di psico-educazione sul modello evoluzionistico e sul razionale delle varie pratiche; lo svolgimento di pratiche di mindfulness volte a coltivare la consapevolezza e la presenza mentale; lo svolgimento di esercizi, pratiche meditative e immaginative allo scopo di attivare e sviluppare i tre principali “flussi” della compassione (quella degli altri verso di noi, quella che scaturisce da noi, indirizzata verso gli altri e quella verso noi stessi); momenti di discussione e condivisione di gruppo, in un clima di scoperta condivisa e di mutua validazione, cruciale nel costruire le abilità target del training. In particolare, nella prima parte del training, la stimolazione del sistema calmante avviene attraverso pratiche che coinvolgono più direttamente il corpo (ritmo del respiro calmante, postura) e attraverso la produzione intenzionale di segnali affiliativi nei confronti di se stessi e degli altri (tecnica del mezzo sorriso, del tono di voce “interiore”); successivamente si procede esplorando come l’attivazione volontaria di un particolare sistema motivazionale, la compassione, possa “accendere” il soothing system in modo più stabile. A queste pratiche si affianca, inoltre, un lavoro specifico volto a comprendere l’origine e la funzione dell’autocritica e ad allenare una modalità alternativa di rapporto con se stessi. Un gruppo di CMT è implementabile in gruppi di pazienti che, pur avendo differenti diagnosi, presentano alti livelli di autocritica e vergogna. Il terapeuta conduttore, oltre ad avere un’esperienza personale di pratica mindfulness e delle diverse pratiche della CMT, deve sviluppare l’abilità di cogliere l’attivazione dei sistemi motivazionali nei partecipanti e in se stesso, in modo da poterli validare ed eventualmente ri-orientare verso una motivazione compassionevole.