Sintomatologia negativa e Schizofrenia

di Maria Pontillo

Nuove prospettive cliniche e di ricerca

In letteratura, i sintomi negativi sono da sempre riconosciuti come il core della Schizofrenia. Essi giocano un ruolo chiave nell’outcome funzionale del disturbo e si presentano come tra i sintomi più resistenti al trattamento farmacologico.
In una recente revisione della letteratura, elaborata da chi scrive, si è evidenziato come la gravità della sintomatologia negativa sia il predittore di efficacia più significativo negli interventi cognitivo-comportamentali finalizzati alla riduzione delle allucinazioni di comando in pazienti schizofrenici. Nel complesso, dunque, si rende necessario pervenire in ambito clinico e di ricerca a una loro corretta concettualizzazione e operazionalizzazione che consenta, successivamente, la costruzione di interventi terapeutici focalizzati. Tale punto è fortemente sostenuto in una recente concettualizzazione di tale questione clinica, pubblicata su World Psychiatry ed elaborata da Marder e Galderisi, in cui i sintomi negativi vengono definiti come un’assenza o una riduzione di comportamenti ed esperienze soggettive, normalmente presenti in una persona dello stesso ambiente culturale e fascia d’età. Leggi tutto “Sintomatologia negativa e Schizofrenia”

Qual è il destino professionale dei diplomati in psicoterapia della scuola della Associazione di Psicologia Cognitiva e della Scuola di Psicoterapia Cognitiva S.r.l?

di Francesca Baietta, Michela Carreri, Daniele di Pauli, Annalisa Gianello,
Mariangela Lanfredi, Silvia Mion, Laura Morini, Laura Pelaia, Cecilia Scolaro, Elisabeth Untermarzoner
e Claudia Perdighe

Scopo del presente lavoro è indagare aspetti gli effetti della formazione in psicoterapia sul futuro professionale dei terapeuti formati e, dunque, avere dati sulla qualità della formazione offerta.

A tale fine sono stati intervistati i terapeuti specializzati tra il 1999 e il 2007 presso le scuole di formazione in psicoterapia APC e SPC nella sede di Verona. Sono stati indagati aspetti di qualità e  quantità del lavoro svolto e di soddisfazione professionale, al fine di avere indicazioni sull’impatto della formazione in psicoterapia nelle possibilità di impiego e nella qualità e/o quantità del lavoro già svolto.

I risultati emersi, sebbene non generalizzabili a tutte le sedi, sono molto incoraggianti: tra i 74 soggetti intervistati, il 99% lavora e, tra questi, il 92% svolge l’attività di psicoterapia, con alti livelli di soddisfazione e senso di efficacia.

Introduzione

L’importanza di promuovere la qualità della formazione nell’ambito della psicoterapia e delle varie figure che operano nel campo dell’aiuto psicologico, è un argomento non solo di grande interesse e dibattuto a livello internazionale, ma anche di grande rilevanza etica e pragmatica (Ladany 2007, Boswell & Castonguay 2007, APA 2002). Da un lato, infatti, promuovere la qualità della formazione è un processo indiretto di promozione della salute mentale, dall’altro garantire alti livelli di qualità ha un grande impatto sul destino professionale dei “formati”, ovvero degli psicologi e medici che afferiscono alle scuole di formazione.

Ladany, stimando che solo per l’11% dei trainee la formazione degli allievi è efficace, conclude che la domanda che ogni didatta dovrebbe porsi nel valutare i suoi studenti è: “Farei un invio per una psicoterapia di un mio caro parente a questo allievo?”. L’autore stima che in un terzo dei casi la risposta sarebbe “No” (Ladany 2007).

Partendo dalla sconfortante osservazione di Ladany, ci siamo chiesti: che tipo di formazione offrono le scuole APC e SPC? Vale a dire, si tratta di una formazione efficace?

Per efficacia della formazione in psicoterapia s’intendono essenzialmente due cose: la formazione raggiunge l’obbiettivo di dare ai formati le competenze e abilità di cura; l’indicatore diretto del fatto che l’obiettivo è stato raggiunto, e quindi della efficacia della formazione, è l’esito delle terapie dei terapeuti formati (Norcoss 2005).

L’altra accezione di efficacia riguarda l’impatto della formazione sul destino lavorativo dei formati, ovvero: la formazione incide in modo significativo, sia in termini qualitativi che quantitativi, sul futuro professionale dei formati? Teoricamente questo secondo aspetto dovrebbe essere direttamente derivato dal primo: terapeuti che hanno ricevuto una buona formazione dovrebbero avere maggiori prospettive professionali. In realtà ci sono numerose variabili intervenienti, per cui l’impatto sul lavoro può essere considerato solo un indicatore indiretto dell’esito e della qualità della formazione ricevuta; in questo senso il destino professionale è si un indicatore indiretto della qualità della  formazione, ma è un indicatore asimmetrico: la competenza non garantisce il lavoro, ma la mancanza di competenze difficilmente è compatibile con una media o alta quantità di lavoro come psicoterapeuta, in particolare in ambito privato (dove di più conta il passaparola e, dunque, gli esiti delle terapie).

Se si assumono criteri cosi restrittivi di qualità vediamo che in letteratura abbiamo pochi dati (Boswell & Castonguay 2007; Ladany 2007; Stein & Lambert M. 1995). La gran parte delle ricerche in questo senso fanno riferimento a criteri di valutazione più soggettivi, in particolare self-report o valutazione fatta dai formatori; questo tipo di valutazioni pongono il problema di selezionare dei criteri di valutazione (o autovalutazione) che siano reali indicatori dell’oggetto di interesse, ovvero la capacità di cura dei formati (l’indicatore diretto della qualità appunto). In realtà c’è scarso accordo su questi indicatori, e c’è una enorme variabilità dei criteri di valutazione della “qualità” del terapeuta e della formazione: si passa da valutazioni basate sull’analisi della competenze tecniche, a valutazioni basate su qualità personali del terapeuta, a valutazioni di processo basate su “campioni” di  terapie effettuate dai formati ecc.

Questo lavoro si inserisce in un più ampio filone di studi orientati alla comprensione degli aspetti che contribuiscono maggiormente alla qualità della formazione: il ruolo della formazione personale nella terapia (Mancini & Perdighe 2009), il ruolo della formulazione del caso (Baietta et al. 2009), gli aspetti centrali di una buona formulazione (Baldini et al. 2009).

Il lavoro è nato, all’interno di un project in un quarto anno di Verona, dal desiderio di rispondere alla domanda: quale è il destino professionale degli specializzandi delle scuole APC e SPC? Che fine fanno, in senso lavorativo, una volta specializzati? È stata, dunque, indagata la qualità della formazione a partire da un indicatore indiretto di esito della formazione, raccogliendo dati sull’impatto di questa sul lavoro svolto una volta conclusa la formazione.

Alla raccolta di indicatori indiretti di esito, è stata aggiunta una raccolta di valutazioni self-report sul senso di efficacia e di soddisfazione professionale.

Obiettivi

L’obiettivo della ricerca era ottenere dati descrittivi sugli effetti della formazione ricevuta in psicoterapia cognitiva e, in particolare, avere da un lato un follow-up sulla situazione lavorativa una volta conclusa la formazione, dall’altro ottenere indicazioni sull’impatto della formazione in psicoterapia:

  • nella possibilità di impiego
  • nella quantità e/o qualità dell’attività professionale già svolta
  • nel senso di efficacia percepita.

Campione

Gli allievi specializzati tra il 1999 e il 2007 sono complessivamente 127, ma di questi sono stati intervistati 74 specializzati (53%); hanno risposto tutti quelli che sono stati contattati; non hanno risposto (47%) le persone che non è stato possibile contattare (per esempio perché avevano cambiato recapiti o non hanno mai risposto alle telefonate). Non c’è stata dunque nessuna selezione del campione. Le percentuali di risposta ottenute sono confrontabili o più alte di  quelle di studi simili (Mcewan e Duncan, 1993; Guy et al., 2005)

I soggetti intervistati hanno dai 31 ai 58 anni con un’età media di 38 anni: 57 (77%) sono donne e 17 (23%) uomini, 68 (91%) sono psicologi e 3 (4%) psichiatri (vedi tab. 1).

Totale specializzati  (1999-2007) 127
Soggetti intervistati 74 (53%)
Età media 38aa (range 31-58)
Sesso F  57 (77%) – M 17 (23%)
Professione 68 (91%) Psicologi – 3 (4%) Psichiatri

Tabella 1: Descrizione del campione

Strumento e procedura

Lo studio che abbiamo condotto ha previsto la somministrazione di un’intervista strutturata a tutti i terapeuti che hanno concluso la formazione tra il 1999 e il 2007 presso l’Associazione di Psicologia Cognitiva (APC) e la Scuola di Psicoterapia cognitiva (SPC) nella sede di Verona.

L’intervista, da noi appositamente costruita, prevede una parte anagrafica e una parte di 16 item che indaga:

aspetti qualitativi e quantitativi dell’attività professionale svolta (indicatori indiretti di efficacia);
valutazioni, su scala likert, sul contributo della formazione ricevuta in psicoterapia rispetto a:

  • conseguimento di un impiego
  • soddisfazione professionale
  • senso di auto-efficacia percepita nel proprio lavoro

Le persone sono state contattate prima telefonicamente e poi hanno compilato il questionario inviato tramite posta elettronica.

Risultati

Dall’analisi dei risultati della parte del questionario relativa alla situazione lavorativa generale, emerge che:

  • tutti i soggetti del campione intervistato, eccetto uno, hanno un’occupazione in ambito socio-sanitario;
  • le ore lavorative settimanali medie sono 31,4 con un range che va da 4 a 50;
  • il 48,6% del campione è impiegato nel settore privato, il 13,6% in quello pubblico e il 37,8% in entrambi.

Per quanto riguarda l’aspetto più specifico dell’attività di psicoterapia:

68 specializzati (92%) dedicano complessivamente una media di 18 ore settimanali all’attività di psicoterapia e di questi:

  • il 52,1% nel privato;
  • il 10,1% nel servizio pubblico;
  • il 37,8% in entrambi

6 specializzati (8%) non esercitano la psicoterapia (per ragioni diverse; solo uno lamenta mancanza di opportunità lavorative).

I risultati della variabile “Soddisfazione professionale” (vedi Grafico 1) sono stati valutati  con una scala di punteggi che vanno da 1 a 5, dalla quale si evince che:

  • la soddisfazione dal punto di vista della gratificazione professionale raggiunge una media di 3,92;
  • la  soddisfazione dal punto di vista economico è mediamente di 2,99;
  • il livello di soddisfazione globale per la propria situazione professionale corrisponde ad una media di 3,64.

Riguardo alle opinioni sul rapporto tra formazione ricevuta e situazione professionale è emerso che: grazie alla formazione in psicoterapia

  • il 78% dei soggetti ritiene di svolgere l’attuale attività  professionale;
  • il 53% percepisce di avere  maggiore competenza professionale;
  • il 30% ha iniziato a lavorare in questo ambito.

Grafico1

Grafico 1: Soddisfazione professionale dei soggetti intervistati.

Per quanto concerne l’efficacia percepita o “Self-efficacy” (vedi Grafico 2), misurata da una scala con punteggi da 1 a 5, emerge che i soggetti intervistati:

  • si sentono efficaci e competenti nel proprio lavoro di psicoterapeuta con una media di 3,54;
  • pensano che le competenze acquisite siano spendibili nel settore in cui lavorano con un valore medio di 4,01;
  • sono soddisfatti delle competenze acquisite con la formazione in psicoterapia raggiungendo una media di 3,85;
  • sostengono che la formazione in psicoterapia ha contribuito alla loro attuale attività professionale con un punteggio medio di 3,96.

Infine, abbiamo voluto misurare se e quanto il senso di Self-efficacy fosse correlato con le altre variabili considerate dal questionario ed è risultato che correla significativamente (r di Pearson; sign. ** <0,01; * <0,05) con:

  • il numero di anni di specializzazione (r = 0,296*);
  • la soddisfazione per la propria situazione professionale (r = 0,322**);
  • la soddisfazione dal punto di vista economico (r = 0,257*);
  • la percezione di una forte relazione tra la formazione ricevuta e la situazione lavorativa attuale (r = 0,359**);
  • la percezione di aver acquisito con la formazione competenze spendibili nel mondo del lavoro (r = 0,402**).

Grafico2

Grafico 2: Relazione tra Self-efficacy e formazione in psicoterapia in psicoterapia

Discussione e proposte per ricerche future

La nostra ricerca si inserisce in quel area di studio che valuta l’efficacia della formazione in psicoterapia sia dal punto di vista professionale ed economico, che dal punto di vista della soddisfazione personale.

Il dato che emerge in modo chiaro è che gli psicologi specializzati sembrano avere beneficiato notevolmente della formazione in psicoterapia: buona parte di loro conferma di aver trovato un impiego nel settore solo dopo aver conseguito la specializzazione e in specifico di aver potenziato le competenze percepite e il senso di autoefficacia personale. Questo aspetto è molto importante, dato che il tipo di lavoro in questione, porta spesso ad avere alti livelli di frustrazione, che possono essere la causa del burn-out del terapeuta. La percezione di un’elevata autoefficacia e di una corrispondente soddisfazione lavorativa può, al contrario, tutelare lo psicoterapeuta da questo rischio, soprattutto quando si lavora nel privato (Maslach 1997; Francescato et al.1993; Pellegrino 2007).

I limiti sono nel fatto che si tratta di una ricerca fatta con un campione non randomizzato e non rappresentativo non solo della realtà delle scuole di psicoterapia, ma neanche di tutte le scuole APC e SPC. La ricerca, infatti, è condotta sui soli specializzati di Verona, dunque, probabilmente, i dati ottenuti riflettono una realtà lavorativa difficilmente generalizzabile alle altre sedi delle scuole APC e SPC situate in altre regioni. Inoltre si tratta di una ricerca fatta con un questionario costruito ad hoc, quindi non con strumenti standardizzati o almeno ampiamente condivisi in letteratura; d’altra parte non ci sono, a nostra conoscenza, strumenti con queste caratteristiche.

Visti questi limiti, la presente ricerca non ha la pretesa di stabilire delle evidenze scientifiche sulla qualità della formazione offerta dall’APC e SPC, ma vuole solo essere un primo tentativo nella direzione di una valutazione della formazione offerta, possibilmente non solo basata sulle impressioni dei formatori.

Tuttavia, riconosciuti questi limiti, crediamo, con il nostro lavoro, di aver contribuito ad affrontare un’area complessa e ancora poco esplorata, e che i risultati raggiunti possano essere un punto di partenza per ulteriori indagini esplorative. In particolare, pensiamo che ricerche future possano investigare le seguenti aree:

  • Quali componenti della formazione (ad esempio lezioni teoriche vs training) contribuiscono di più all’efficacia del terapeuta? Quali al senso di auto-efficacia?
  • Relazione tra senso di autoefficacia percepita ed efficacia misurata su esiti
  • Relazione tra efficacia, burn-out e aggiornamento continuo

Inoltre, sarebbe interessante effettuare studi di follow-up a distanza di anni sullo stesso gruppo di intervistati, per indagare i cambiamenti rispetto a queste stesse aree di indagine.

Auspichiamo che questo nostro studio sia l’inizio di un filone di ricerca approfondito sul tema della  qualità ed efficacia della formazione in psicoterapia nelle nostre scuole, che successivamente possa essere allargato e confrontato con i risultati ottenuti da altre scuole in ambito cognitivo e non solo.

Concludendo: se si guarda alla sede di Verona e ai dati da noi raccolti, potremmo auspicare che i didatti di quelle scuole siano disposti a inviare un loro caro partente alla quasi totalità degli allievi formati!

Bibliografia

APA (2002). Empirically Supported Therapy Relationships: Conclusions And Recommendations Of The Division 29 Task Force, Psychotherapy, Vol. 38, No 4, 405-97.
Baietta F., Morini L., Pelaia L. & Scolaro C. (2009). La formulazione del caso: definizioni, obiettivi, metodi e “effetti sull’esito”. III Forum sulla Formazione in Psicoterapia. Relazione presentata il 27 marzo ad Assisi.
Baldini F,. Nisi A., Pagliarani L. & Prunetti E. (2009). L’insegnamento della formulazione del caso in psicoterapia. III Forum sulla Formazione in Psicoterapia. Relazione presentata il 27 marzo ad Assisi.
Psychotherapy: Theory,     Research, Practice, Training.  Vol. 44, No. 4, 378-383.
Francescato, D., Leone, L., & Traversi, M. (1993). Oltre la Psicoterapia. Roma: Nis.
Ladany, N.  (2007).  Does Psychotherapy Training Matter? May be not.  Psychotherapy: Theory, Research, Practice, Training.  Vol. 44, No. 4,        392-396.
Mancini F. & Perdighe C. (2009). La funzione della terapia personale nella formazione alla psicoterapia. In corso di stampa.
Maslach, C. (1997). La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri. Cittadella Editrice.
McEwan, J. & Duncan P. (1993). Personal therapy in the training of psychologists.. Canadian Psychology. Vol 34, No 2, 186-197.
Norcoss J. C. (2005). The Psychotherapist’s Own Psychotherapy: Educating and Developing Psychologists. American Psychologist, Vol. 60, No. 8, 850 – 853
Pellegrino, F. (2007). Oltre lo stress, burn-out o logorio professionale. Torino: Centro Scientifico Editore.
Stein D. M. e Lambert M. J.  (1995).  Graduate Training in Psychotherapy: Are Therapy Outcomes Enhanced?.  Journal of Consulting and Clinical    Psychology.  Vol. 63, No. 2, 182-196.

Questo lavoro nasce da un project realizzato nel 2008 presso l’Associazione di Psicologia Cognitiva di Verona da un gruppo di specializzandi del IV anno.

Per informazioni: Perdighe@apc.it

"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali

di Giuseppe Romano e Andrea Gragnani

La scelta degli elementi endogeni o esogeni sui quali poniamo la nostra attenzione è guidata costantemente dalla rappresentazione (set attenzionale) di ciò che è rilevante per gli scopi attivi in un determinato momento. Tuttavia, l’attenzione può essere distolta da un obiettivo in presenza di uno stimolo con caratteristiche che lo rendono saliente (si pensi, ad esempio, allo squillo improvviso del cellulare mentre stiamo guardando un film). Ciò avviene ancora più facilmente per gli stimoli che suscitano reazioni emotive, poiché tendono a catturare l’attenzione in modo rapido e quindi a ricevere un’elaborazione preferenziale in virtù della loro importanza per il benessere dell’individuo.

A livello cerebrale, queste modulazioni attenzionali sono mediate in particolare dall’amigdala, che potenzia l’elaborazione degli stimoli a contenuto emozionale fin dagli stadi percettivi. Pertanto, quando vi sono stimoli distraenti che hanno significato emozionale, mantenere l’attenzione focalizzata su un compito è particolarmente difficile e impegnativo, in quanto implica “ignorare” un segnale che per sua natura è fatto per non essere ignorato! Leggi tutto “"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali”

"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali

di Giuseppe Romano e Andrea Gragnani

La scelta degli elementi endogeni o esogeni sui quali poniamo la nostra attenzione è guidata costantemente dalla rappresentazione (set attenzionale) di ciò che è rilevante per gli scopi attivi in un determinato momento. Tuttavia, l’attenzione può essere distolta da un obiettivo in presenza di uno stimolo con caratteristiche che lo rendono saliente (si pensi, ad esempio, allo squillo improvviso del cellulare mentre stiamo guardando un film). Ciò avviene ancora più facilmente per gli stimoli che suscitano reazioni emotive, poiché tendono a catturare l’attenzione in modo rapido e quindi a ricevere un’elaborazione preferenziale in virtù della loro importanza per il benessere dell’individuo.

A livello cerebrale, queste modulazioni attenzionali sono mediate in particolare dall’amigdala, che potenzia l’elaborazione degli stimoli a contenuto emozionale fin dagli stadi percettivi. Pertanto, quando vi sono stimoli distraenti che hanno significato emozionale, mantenere l’attenzione focalizzata su un compito è particolarmente difficile e impegnativo, in quanto implica “ignorare” un segnale che per sua natura è fatto per non essere ignorato! Leggi tutto “"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali”

Perché la terapia cognitiva “funziona”

di Barbara Basile

La Terapia Cognitiva è la forma di intervento psicoterapeutico più indicato e più studiato: ma quali sono i fattori che lo rendono così efficace?

La terapia cognitiva (TC) è il trattamento di riferimento più efficace nella cura della depressione. In un noto studio di meta-analisi di Cuijpers del 2014 è stato riportato che questo modello è efficace nel 42-66% dei casi. Eppure, nonostante l’evidente e comprovata efficacia del modello, nessuno sa come concretamente la TC influisca nella riduzione dei sintomi depressivi.

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La premessa è che chi soffre di depressione ha dei pensieri e delle convinzioni (spesso inaccurate) eccessivamente negativi riguardo a sé, agli altri e al mondo, la cosiddetta “triade cognitiva di Beck”. Il nocciolo del cambiamento consiste nell’aiutare il paziente a imparare ad esaminare in modo critico i propri pensieri, correggendo il modo di ragionare e favorendo un pensiero più ottimista e positivo. In realtà, però, è stato osservato che allo stesso modo, anche gli antidepressivi, quando efficaci (ovvero nel 22-40% dei casi), hanno lo stesso effetto e favoriscono una prospettiva più ottimista! Ma, allora, cos’è che spiega il processo di guarigione favorito dalla TC? e cosa rende i suoi effetti più duraturi nel tempo (è stato dimostrato che i suoi effetti persistono maggiormente rispetto a quelli ottenuti con la farmacoterapia)? Leggi tutto “Perché la terapia cognitiva “funziona””

I correlati fisiologici delle emozioni dei bambini in situazioni di trasgressione morale

di Beatrice Biagioni
(curato da Barbara Basile)

In questo articolo viene ripreso il recentissimo lavoro di Tina Malti e collaboratori (2016), in cui gli autori si propongono di testare il loro modello bifasico, con l’obiettivo di rilevare le emozioni anticipate dai bambini in situazioni di bullismo e la reattività cardiaca dei bambini in situazioni di trasgressioni morali.
Le emozioni morali a valenza negativa (NVMEs; es. senso di colpa e tristezza) sono emozioni auto-valutative associate alla violazione di uno standard morale, a partire da una consapevolezza interna della validità delle regole morali. Le traiettorie evolutive delle NVMEs riportano che i bambini di 3 anni anticipano spesso emozioni a valenza positiva (PVEs; es. felicità e orgoglio) quando attuano un comportamento non morale (come nel paradigma “del bullo felice”) a differenza di quelli di 7-8 anni che riportano meno PVEs e più NVMEs (es. senso di colpa e tristezza) di fronte alle trasgressioni morali.

Young girl (10-11) crying, teenage girl (14-15) comforting her

Ciò è dovuto ad una maggiore consapevolezza delle conseguenze negative di certe azioni sugli altri, anche grazie ad una crescente capacità di auto-regolazione ed assunzione della prospettiva altrui. Questo aspetto è di fondamentale importanza in quanto i bambini che anticipano NVMEs, piuttosto che PVEs, nei casi di trasgressione morale tendono ad essere meno aggressivi e più pro-sociali. In linea con tale prospettiva, un recente studio (Barhight, Hubbard, & Hyde, 2013) sottolinea che i bambini che di fronte alla visione di episodi di bullismo mostrano un’accelerazione del battito cardiaco ed anticipano NVMEs (in particolare rabbia) sono anche quelli definiti dai pari come “quelli più proni ad intervenire per difendere le vittime”. Leggi tutto “I correlati fisiologici delle emozioni dei bambini in situazioni di trasgressione morale”

Sonno e psicopatologia: un legame in doppio cieco

di Niccolò Varrucciu

Nell’usuale cornice del Centro Convegni Villa Palestro si è svolto, in data 20 maggio, il workshop dal titolo ’Il Trattamento dell’Insonnia nel paziente psichiatrico: farmaci e psicoterapia cognitivo comportamentale’, che ha visto la partecipazione di professionisti di varia estrazione, con lo scopo di dar conto dei molteplici aspetti di un fenomeno tanto comune e importante quanto complesso come il sonno.insonnia

Dopo le presentazioni di rito, effettuate dal dott. Coradeschi, la giornata ha preso il via con una bella rassegna della dr.ssa Devoto sui differenti modelli teorici dell’Insonnia, la quale ha evidenziato come un’accurata valutazione aiuti sia il clinico sia il paziente a diventare consapevoli, monitorare e infine modificare gli aspetti biofisiologici e gli ingredienti cognitivi. Di fondamentale importanza, al fine di avere un quadro completo della situazione, anche la considerazione dell’ormai desueta asse I e dei tratti di personalità.

Come naturale conseguenza, la dr.ssa Lombardo ha illustrato come questa condizione si configuri come un fattore trans-diagnostico, spesso presente fra le fila di molte condizioni psicopatologiche, fra le quali sembrano distinguersi ansia e depressione; in tal senso la ricerca sta ancora cercando di chiarire la possibile funzione dell’insonnia come fattore di rischio per alcuni disturbi, soprattutto riguardanti il tono dell’umore. Leggi tutto “Sonno e psicopatologia: un legame in doppio cieco”

Chi ha tratti “sadici” minimizza il ruolo dell’intenzionalità e della responsabilità nel giudizio morale

di Emanuela Pidri

La moralità rappresenta l’insieme delle convenzioni, delle norme e dei valori alla base di una collettività e ha lo scopo rafforzare il legame tra gli individui, favorendo le disposizioni altruistiche (Tomasello & Vaish, 2013). Hauser (2006) sostiene che ogni individuo è in grado di giudicare se un comportamento sociale rispetta, o meno, le regole morali.

Ma cosa accade negli individui con tratti marcati di sadismo? Ricerche hanno evidenziato come la Dark Triad (Paulhus 2014) sia correlata con la perdita di valore morale attribuita a disregolazione emotiva, bassa empatia e difficoltà nell’integrare informazioni sull’intenzionalità (Cima et al., 2010). Per Dark Triad si intende l’insieme di tratti che contraddistinguono una personalità con deficit di empatia, caratterizzata da 1) narcisismo, in termini di senso di superiorità e unicità; 2) machiavellismo, come visione cinica del mondo e disprezzo per la moralità convenzionale associato a manipolazione e sfruttamento; e 3) psicopatia subclinica, in termini di insensibilità, crudeltà, mancanza di rimorso e impulsività. Leggi tutto “Chi ha tratti “sadici” minimizza il ruolo dell’intenzionalità e della responsabilità nel giudizio morale”

Il bias cognitivo nello scanner

di Annalisa Bello

Quando l’evidence based non risparmia nulla, anche i bias cognitivi entrano nel tubo della risonanza, riflettendosi nelle neuroimaging. Un recente studio, pubblicato su Current Biology e recensito on line come la “sorprendente” evidenza che l’ansia altera la percezione della realtà, ha catturato la mia attenzione.

Trattasi di uno studio volto ad indagare, sia a livello comportamentale che cerebrale (mediante fMRI), la generalizzazione in soggetti con Disturbo d’Ansia Generalizzato (DAG). Per far ciò, gli autori hanno articolato la procedura sperimentale in due fasi: una fase di condizionamento e una di generalizzazione. Nella prima fase, i partecipanti allo studio sono stati condizionati a tre suoni (300, 500 e 700 Hz per 300 msec) con valenza emozionale positiva, negativa e neutra. Lo stimolo sonoro “positivo” era associato ad un guadagno monetario; quello negativo ad una perdita; mentre quello neutro non comportava conseguenza alcuna. A condizionamento avvenuto, aveva inizio la fase di generalizzazione, verso cui i ricercatori erano particolarmente interessati. L’obiettivo, infatti, era quello di indagare eventuali differenze nella generalizzazione tra stimoli positivi e negativi, in pazienti con DAG rispetto ai controlli. A tal fine, ogni partecipante era chiamato ad identificare gli stimoli sonori (della sola valenza “negativa” vs. “positiva”), già ascoltati nella precedente fase di condizionamento, da suoni nuovi non ascoltati precedentemente. Leggi tutto “Il bias cognitivo nello scanner”