Esperienze precoci di colpevolizzazione e rimprovero nel DOC

di Brunetto De Sanctis

La tecnica dell’Imagery with Rescripting nello studio dell’infanzia di persone con disturbo ossessivo compulsivo

È stato pubblicato di recente un lavoro di Basile e collaboratori in cui sono stati indagati i contenuti emotivi delle esperienze infantili di persone con Disturbo Ossessivo Compulsivo. Già da tempo, molti studi hanno evidenziato lo stretto collegamento tra il DOC e il senso di colpa. Numerose ricerche sperimentali, correlazionali e anche di neuroimaging mettono, infatti, in risalto come l’inflated responsibility, ma soprattutto il timore di colpa, in particolare di colpa deontologica, giochino un ruolo chiave nella genesi e nel mantenimento del disturbo. Se effettivamente il timore di colpa deontologica è un fattore determinante dei sintomi ossessivi e del loro mantenimento, allora  è ragionevole interrogarsi sulle esperienze precoci che plausibilmente hanno reso inaccettabile il rischio di essere colpevoli.
Molteplici osservazioni cliniche e alcune ricerche retrospettive sostengono l’ipotesi che i futuri pazienti ossessivi abbiano vissuto, durante l’infanzia, numerose esperienze di rimprovero vissute in modo drammatico.
I dati sulle esperienze precoci avverse nei pazienti ossessivi, tuttavia, sono ancora scarsi. Per ovviare  a questa carenza Basile e collaboratori, tramite la tecnica dell’Imagery with Rescripting (IwR), hanno indagato il contenuto delle memorie infantili di un gruppo di pazienti con DOC (19 persone), mettendole a confronto con un altro gruppo di pazienti con diagnosi diverse (18 persone, affette soprattutto da disturbo depressivo maggiore e disturbi di ansia). L’IwR è una procedura di tipo esperienziale, utile a rintracciare esperienze precoci avverse emotivamente connesse con la sofferenza sintomatica attuale. Il fine è rielaborare le memorie di queste esperienze rendendole meno traumatiche e dolorose.
Nella ricerca di Basile et al. i pazienti sono stati invitati a rivivere una recente crisi ossessiva, poi a ricordare un episodio, vissuto da bambino, caratterizzato da una tonalità emotiva simile mettendo a fuoco ed esprimendo ciò di cui avrebbe avuto bisogno in quel momento doloroso. In una fase successiva (fase di Re-scripting), mentre il paziente rivive l’episodio critico e il terapeuta suggerisce di immaginare che  una figura di aiuto (solitamente il paziente o il terapeuta stesso), intervenga cercando di rispondere ai bisogni frustrati del bambino (protezione, accettazione, attenzione, cure, etc.). L’interazione tra il bambino e la figura d’aiuto prosegue finché i bisogni del bambino non sono pienamente soddisfatti.
Il contenuto dell’episodio recente, dell’episodio ricordato e dell’intervento della figura d’aiuto sono stati raccolti e valutati da giudici indipendenti all’oscuro dello scopo della ricerca.
I pazienti con DOC, rispetto agli altri pazienti, riportavano più frequentemente senso di colpa sia nell’evento recente sia in quello remoto. Questi ultimi erano caratterizzati da rimproveri o critiche da parte di uno o entrambi i genitori che inducevano colpa e paura nei bambini, evidenziando come i bisogni frustrati percepiti fossero legati al sentirsi attivamente rifiutati dai propri genitori. Nella fase di rielaborazione, i pazienti ossessivi modificavano il significato originario che avevano dato all’episodio critico, concludendo che quanto era successo non era una loro colpa. Nei pazienti ossessivi ma non negli altri, emergeva, dalle memorie degli eventi passati, un’idea di sé come persona responsabile di eventuali errori, profondamente sbagliata e meritevole di essere punita, biasimata e in aggiunta rifiutata. Questi dati sono congrui con i risultati di altre ricerche che hanno riscontrato come lo stile genitoriale a cui i pazienti con DOC erano esposti, risultasse centrato sulla moralità e particolarmente severo, ma soprattutto preoccupato del rispetto delle norme piuttosto che delle conseguenze sugli altri.
L’ipotesi “morale” del DOC, quindi, riceve un’altra conferma da questa ricerca: il senso di colpa appare un’emozione centrale nel disturbo. A conclusione, gli autori evidenziano come questo lavoro apra la strada a interventi terapeutici sulle radici del disturbo ossessivo.

Per approfondimenti

Alonso P, Menchón JM, Mataix-Cols D, Pifarré J, Urretavizcaya M, Crespo JM, Vallejo J (2004). Perceived parental rearing style in obsessive–compulsive disorder: relation to symptom dimensions. Psychiatry research 127, 3, 267-278.

Basile B, De Sanctis B, Fadda S, Luppino O.S, Perdighe C, Saliani A.M, Tenore K and Mancini F. (2018). Early life experiences in ocd and other disorders: a retrospective observational study using imagery with re-scripting. Clinical Neuropsychiatry (2018) 15, 5, 299-305.

Mancini F (2016). La mente ossessiva. Raffaello Cortina Editore.

Salkovskis PM, Shafran R, Rachman S, Freeston MH (1999). Multiple pathways to inflated responsibility beliefs in obsessional problems: Possible origins and implications for therapy and research. Behaviour Research and Therapy 37, 11, 1055-1072.

Timpano KR, Keough ME, Mahaffey B, Schmidt NB & Abramowitz J (2010). Parenting and obsessive compulsive symptoms: Implications of authoritarian parenting. Journal of Cognitive Psychotherapy 24, 3, 151-164

SITCC 2018 – La felicità è morale?

di Claudia Perdighe

Quanto la felicità è legata alla percezione soggettiva di essere in linea con i propri valori morali e quanto, invece, è legata alla messa in atto di comportamenti prosociali?

Qualche tempo fa, confrontandomi con Francesco Mancini, notoriamente esperto di senso di colpa, sul mio interesse per il tema della felicità, lui concluse dicendo: “Io credo che, visto come va il mondo, non sia morale avere come scopo di vita la ricerca della felicità in quanto tale ”.
Con un gruppo di colleghi abbiamo portato avanti una serie di studi sul tema della felicità e, infatti, al recente convegno SITCC di Verona abbiamo presentato un simposio dal titolo “Felicità e psicoterapia: psicoterapia come costruzione di condotte funzionali”.
Marzia Albanese ha presentato una ricerca, su un campione di oltre 1200 soggetti, il cui scopo era rispondere essenzialmente a due domande: quanto la felicità è legata alla percezione soggettiva di essere in linea con i propri valori morali? Quanto la felicità è legata alla messa in atto di comportamenti prosociali?
Differentemente dalle ricerche finora elaborate (ad esempio quelle di Tsang o Jans-Beken), dal nostro studio emerge che il fattore che più pesa sul senso di felicità soggettiva è la percezione di fare bene, vale a dire di essere guidato nei propri comportamenti dai propri principi morali. La soddisfazione di sé in senso morale pesa più dell’impegno in comportamenti di tipo prosociale (che, comunque, rimangono fattori predittivi di felicità).
Abbiamo presentato i risultati preliminari di una ricerca nella quale abbiamo provato a manipolare la variabile orgoglio morale, al fine di capire se impegnarsi in comportamenti in linea con i propri valori morali aumentasse il senso di felicità e benessere globale più dell’impegno in comportamenti prosociali o in generiche attività di svago. Anche se ancora preliminari (il campione non è completo), le prime analisi indicano che le persone a cui abbiamo chiesto di impegnarsi in una direzione di orgoglio morale, vedono aumentare in modo stabile il senso di felicità nelle cinque settimane dell’esperimento. Non succede la stessa cosa nelle altre due condizioni: il senso di felicità riferito è più basso e più soggetto a oscillazioni.
Gli ultimi due lavori presentati erano di applicazione clinica: una rassegna su come il training assertivo possa essere usato come strumento di promozione del senso di benessere soggettivo (presentata da Teresa Cosentino) e una relazione sui fattori che promuovono la felicità in età evolutiva. In quest’ultima relazione, Caterina Villirillo ha presentato, attraverso un caso clinico, un protocollo sperimentale di otto incontri, focalizzato sull’aumento della quantità e qualità delle relazioni sociali (principale fattore di felicità nei bambini). Manipolare la sola variabile relazioni ha prodotto effetti sul senso di benessere, sull’autostima e anche sull’andamento scolastico in aree in cui era presente un disturbo specifico dell’apprendimento, dopo due anni di risultati modesti ottenuti attraverso riabilitazione neuropsicologica.
Quali conclusioni? Intanto questi dati ci ricordano che se è vero, come asserisce Mancini, che i disturbi emotivi sono concettualizzabili come un problema di non accettazione e che il cuore della psicoterapia è facilitare l’accettazione, è fondamentale non solo aiutare i pazienti a disinvestire da scopi non ottenibili, ma anche a investire su scopi che sono nel potere del paziente. Ed è vero che i due processi possono procedere parallelamente e favorirsi a vicenda. In particolare, quando la sintomatologia è regolata da un antiscopo, può essere utile aiutare il paziente non solo a disinvestire dall’antiscopo (ad esempio imparare a tollerare di più la possibilità di essere colpevole), ma anche a investire su scopi positivi (ad esempio impegnarsi nei propri valori morali in modo concreto). Del resto, l’accettazione in ultimo non è altro che assumere la corrispondenza tra ordine naturale delle cose ed eventi: accettare è comprendere che la morte, gli abbandoni, le bocciature fanno parte dell’ordine naturale delle cose, piuttosto che una violazione di esso. Accettare e sentirsi felici sono entrambi in questo senso due stati profondamente regolati dalla percezione di essere a posto con i propri diritti e i propri doveri.
Una seconda osservazione, anche se forse un po’ prematura, è che in psicoterapia può essere utile avere degli indicatori che non siano solo il buon senso, su quali sono scopi e obiettivi che più facilmente garantiscono un senso di benessere stabile e con locus of control interno (cosa che può essere inquadrata in termini di prevenzione delle ricadute in senso lato).
Un’ultima conclusione, più attinente al tema, è che non solo non è vero che essere felici è poco morale ma, al contrario, è l’impegno nel bene morale che garantisce un senso di felicità e benessere stabile, d’accordo con una buona parte della tradizione filosofica che va da Socrate e Aristotele a Kant al contemporaneo Zygmunt Bauman. Chiaramente, questa conclusione è connessa strettamente al concetto di felicità che si assume: noi facciamo riferimento a un tipo di felicità concettualizzabile come eudamonica che, semplificando, corrisponde all’essere soddisfatti di sé e della propria vita, contrapposta alla cosiddetta felicità edonistica (una felicità più transitoria, che fa riferimento al provare emozioni positive o non provare emozioni negative).Ritornando a Mancini, è proprio l’impegno morale che sembra dare un senso di felicità stabile. In realtà, ciò che può essere poco morale è la ricerca edonistica di una felicità qui e ora, quando questa sacrifica la dimensione dei doveri e della morale.

 

Per approfondimenti:

Jans-Beken, L., Lataster, J., Peels, D. et al. (2018). Gratitude, Psychopathology and Subjective Well-Being: Results from a 7.5-Month Prospective General Population Study J Happiness Stud, 19: 1673.

Mancini F. (2018). Quali significati cambiare e come? Relazione convegno Società Italiana Terapia Cognitivo-Comportamentale, 20-23 settembre 2018, Verona.

Mancini F., Perdighe C. (2012). Perché si soffre? Il ruolo della non accettazione nella genesi e nel mantenimento della sofferenza emotiva. Cognitivismo Clinico, 9, 95-115.

Tsang, J.-A. (2006). Gratitude and prosocial behaviour: An experimental test of gratitude. Cognition and Emotion, 20(1), 138-148

Sentirsi alla pari

di Chiara Casali, Francesca Mira e Maurizio Brasini

Il miglior modo di incentivare la prosocialità

“Fairness is a more effective interpersonal motive than care for sustaining prosocial behaviour” [link]. In questo recente studio, condotto dal gruppo di ricerca della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC), sono stati adottati i metodi e la cornice teorica di riferimento della psicologia sociale per affrontare un tema fondamentale anche per la psicoterapia: quali motivazioni conviene promuovere per stabilire una solida relazione di alleanza? Meglio far uso di motivazioni squisitamente altruistiche, basate sull’empatia e sulla sollecitudine verso i bisogni dell’altro, o di motivazioni collaborative, basate sul senso di equità e di reciprocità? Una precedente ricerca comparsa su Nature [link] ha mostrato che è possibile distinguere funzionalmente i circuiti neurali attivi nei comportamenti prosociali (cioè orientati a vantaggio degli altri) basati sull’empatia da quelli basati su equità e reciprocità; inoltre, i circuiti basati su motivazioni di reciprocità risultavano più “evoluti” di quelli basati sull’empatia; infine, l’induzione di motivazioni empatiche aumentava i comportamenti pro-sociali nei soggetti con un orientamento di base più “egoista” mentre l’induzione di motivazioni orientate alla reciprocità era particolarmente efficace sui soggetti con un orientamento più prosociale. Nel presente esperimento, è stato adottato il paradigma del Dictator Game (DG), per cui i partecipanti dovevano decidere quale parte di una somma di 30 euro concedere a un (fittizio) altro partecipante in due differenti situazioni-tipo: in una bisognava dividersi una vincita, nell’altra ripartire una spesa (ripagare un danno). Nelle due diverse situazioni, l’altro poteva mostrarsi “egoista” (ad esempio dichiarandosi intenzionato a tenersi tutta la vincita), oppure equo (ad esempio proponendo di dividere a metà), oppure altruista (ad esempio offrendo l’intera vincita all’altro); in ogni caso, la decisione finale sarebbe spettata ai partecipanti. In aggiunta, per ciascuna decisione presa sono state considerate le motivazioni sottese, in particolare le motivazioni alla cura (care) e all’equità (fairness). Si è osservato che, nella condizione in cui bisogna suddividere un costo, quando l’altro si mostra altruista, i soggetti a orientamento più “egoista” tendono a ridurre la somma elargita, come se accettassero la generosità altrui o ne approfittassero. In questa condizione più critica, l’analisi delle motivazioni mostra che solo una mentalità orientata all’equità e alla reciprocità è in grado di sostenere un’equa ripartizione di un costo con una persona che si mostra altruista. Questi risultati sono in linea con la teoria dello psichiatra Giovanni Liotti, secondo il quale, in chiave evoluzionista, il senso di equità, che è una caratteristica distintiva del sistema motivazionale della collaborazione tra pari, fornisce un contesto interpersonale più favorevole al mantenimento di un assetto prosociale rispetto all’altruismo basato sull’empatia, che è invece indicativo di motivazioni di accudimento e invita l’altro a rispondere in termini di attaccamento (lasciarsi accudire) oppure di rango (impossessarsi di una risorsa limitata quando l’altro lo consente). Per concludere, cosa ci dicono questi risultati riguardo l’alleanza terapeutica e, in particolare, i momenti di rottura della relazione? Da una parte che in questi momenti risulta più difficile mantenere una mentalità prosociale, di condivisione e dall’altra che il senso di equità, e quindi il sistema motivazionale collaborativo-paritetico, è più efficace nel mantenere un comportamento di prosociale rispetto all’altruismo e quindi rispetto al sistema motivazionale dell’accudimento, in cui chi è oggetto dell’accudimento può esimersi dal sostenere un costo e dall’impegnare le sue risorse.

Gli effetti dei traumi infantili

di Alessandra Mancini

L’impatto delle esperienze traumatiche infantili sullo sviluppo neurobiologico e cognitivo

Le esperienze traumatiche in età infantile rappresentano, come è noto, un fattore di rischio che può predire l’insorgenza di disturbi psicologici in età adulta. Questo tema è stato approfondito ad Amsterdam al convegno della Società Internazionale di Schema Therapy. Durante una delle keynote, la professoressa Kim Felmingham dell’Università di Melbourne, specializzata in Disturbo Postraumatico da Stress (PTSD), ha citato numerosi studi che rivelano come il trauma infantile abbia un impatto significativo sullo sviluppo neurobiologico, sui processi psicologici e sul funzionamento ormonale e cognitivo.

A livello cerebrale, il modello neurobiologico prevalente del PTSD suggerisce la compromissione delle funzioni di inibizione esercitate dalla corteccia prefrontale (la parte evolutivamente più recente del cervello dei mammiferi) sulle regioni dello striato (una parte più profonda del cervello, che si occupa di elaborare l’informazione emotiva). Inoltre, evidenze raccolte tramite la risonanza magnetica funzionale (fMRI, una tecnica in grado di rappresentare per immagini l’attività delle aree più profonde del cervello) mostrano l’iperattività della regione dell’amigdala (l’area del cervello associata all’elaborazione di stimoli emotivi come la paura). A livello funzionale, questa alterazione viene rispecchiata in una iperattività del sistema di rilevamento delle minacce, che può provocare reazioni di allerta spropositate e ricordi traumatici altamente intrusivi. Nel complesso, tale quadro risulta nella difficoltà a prevenire la naturale estinzione delle risposte di paura, favorendo il mantenimento del disturbo.

Quali sono dunque le tecniche terapeutiche efficaci per il trattamento del PTSD? Alcuni studi fMRI hanno mostrato come la tecnica cognitivo comportamentale dell’“esposizione” (che consiste proprio nel confrontarsi con lo stimolo che suscita paura) e la tecnica dell’Eye-movement desentization and reprocessing (EMDR) siano efficaci nell’incrementare l’inibizione esercitata dalla corteccia prefrontale sull’amigdala e nel ridurre l’iperattività dell’amigdala stessa.
Un ulteriore aspetto del PTSD consiste nell’intrusività dei ricordi traumatici. Tali ricordi sono, infatti, generalmente frammentari, intensamente emotigeni e facilmente elicitati da stimoli ambientali (ad esempio suoni molto forti e improvvisi). Come sottolineato da Felmingham, questo aspetto può trovare una spiegazione a livello ormonale, poiché durante il trauma vengono rilasciati ormoni dello stress come noroadrenalina e cortisolo. L’arousal (attivazione psicofisiologica) durante la formazione della memoria porta ad un iper-consolidamento degli aspetti sensoriali dei ricordi traumatici e ad una contestualizzazione inferiore degli stessi, risultando in tracce mnestiche più emotigene e facilmente accessibili. Tecniche terapeutiche come quelle dell’esposizione immaginativa, accompagnata dalla ristrutturazione cognitiva (un protocollo elaborato da Ehlers e Clark dell’Università di Oxford), sono volte proprio a promuovere una narrazione coerente del trauma, volta a de-enfatizzare gli aspetti sensoriali e a facilitare l’integrazione dei ricordi traumatici nella memoria autobiografica e stanno ottenendo numerose prove d’efficacia.
Infine, l’intervento della professoressa Felmingham ha sottolineato il ruolo di periodi sensibili critici nello sviluppo dell’individuo, in grado di amplificare gli effetti stessi del trauma a livello cerebrale ed emotivo. Ad esempio, il PTSD accompagnato da dissociazione, che sembra associato all’esposizione ripetuta a eventi traumatici in età infantile e che è stato recentemente riconosciuto come un sottotipo specifico di PTSD nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico e dei Disturbi Mentali (DSM-5), è caratterizzato da un quadro di attivazione cerebrale differente (se non opposta) a quella descritta in precedenza, con l’iperattività delle regioni corticali prefrontali e scarsa o assente risposta dell’amigdala agli stimoli di minaccia. A livello clinico, i pazienti con questo sottotipo di PTSD sembrano non rispondere alle tecniche di esposizione e hanno bisogno di trattamenti più lunghi, volti allo sviluppo delle capacità di riconoscimento e di regolazione emotiva. Infine, Felmingham ha mostrato interessanti dati in fase di pubblicazione, che suggeriscono che l’esposizione al trauma in età infantile porti a conseguenze cerebrali diverse dall’esposizione in età adulta. In particolare, uno studio svolto con il collega Richard Bryant dell’Università UNSW di Sydney ha mostrato come, a parità di gravità dei sintomi, il trauma avvenuto in età infantile porti a una maggiore attivazione di aree come l’amigdala e la corteccia dorsolaterale prefrontale in risposta a stimoli attivanti, rispetto al trauma subito in età adulta. Questi dati non sorprendono se si pensa che il cervello in età infantile è in fase di maturazione. In particolare, le strutture neurali implicate nel trauma hanno picchi di maturazione (quindi di vulnerabilità al trauma) differenti. Ad esempio, l’ippocampo ha un picco di vulnerabilità intorno ai 2-4 anni, l’amigdala in preadolescenza (10-12 anni) e la corteccia prefrontale in tarda adolescenza (14-17 anni). L’esposizione al trauma durante questi picchi, conclude Felmingham, ha un effetto potenzialmente amplificante.

Per approfondimenti:

Felmingham, K.L. (2017). The Neurobiology of Posttraumatic Stress Disorder: Recent Advances and Clinical Implications. Australian Clinical Psychologist, 3(1) Article no. 005

Sintomatologia negativa e Schizofrenia

di Maria Pontillo

Nuove prospettive cliniche e di ricerca

In letteratura, i sintomi negativi sono da sempre riconosciuti come il core della Schizofrenia. Essi giocano un ruolo chiave nell’outcome funzionale del disturbo e si presentano come tra i sintomi più resistenti al trattamento farmacologico.
In una recente revisione della letteratura, elaborata da chi scrive, si è evidenziato come la gravità della sintomatologia negativa sia il predittore di efficacia più significativo negli interventi cognitivo-comportamentali finalizzati alla riduzione delle allucinazioni di comando in pazienti schizofrenici. Nel complesso, dunque, si rende necessario pervenire in ambito clinico e di ricerca a una loro corretta concettualizzazione e operazionalizzazione che consenta, successivamente, la costruzione di interventi terapeutici focalizzati. Tale punto è fortemente sostenuto in una recente concettualizzazione di tale questione clinica, pubblicata su World Psychiatry ed elaborata da Marder e Galderisi, in cui i sintomi negativi vengono definiti come un’assenza o una riduzione di comportamenti ed esperienze soggettive, normalmente presenti in una persona dello stesso ambiente culturale e fascia d’età. Leggi tutto “Sintomatologia negativa e Schizofrenia”

Qual è il destino professionale dei diplomati in psicoterapia della scuola della Associazione di Psicologia Cognitiva e della Scuola di Psicoterapia Cognitiva S.r.l?

di Francesca Baietta, Michela Carreri, Daniele di Pauli, Annalisa Gianello,
Mariangela Lanfredi, Silvia Mion, Laura Morini, Laura Pelaia, Cecilia Scolaro, Elisabeth Untermarzoner
e Claudia Perdighe

Scopo del presente lavoro è indagare aspetti gli effetti della formazione in psicoterapia sul futuro professionale dei terapeuti formati e, dunque, avere dati sulla qualità della formazione offerta.

A tale fine sono stati intervistati i terapeuti specializzati tra il 1999 e il 2007 presso le scuole di formazione in psicoterapia APC e SPC nella sede di Verona. Sono stati indagati aspetti di qualità e  quantità del lavoro svolto e di soddisfazione professionale, al fine di avere indicazioni sull’impatto della formazione in psicoterapia nelle possibilità di impiego e nella qualità e/o quantità del lavoro già svolto.

I risultati emersi, sebbene non generalizzabili a tutte le sedi, sono molto incoraggianti: tra i 74 soggetti intervistati, il 99% lavora e, tra questi, il 92% svolge l’attività di psicoterapia, con alti livelli di soddisfazione e senso di efficacia.

Introduzione

L’importanza di promuovere la qualità della formazione nell’ambito della psicoterapia e delle varie figure che operano nel campo dell’aiuto psicologico, è un argomento non solo di grande interesse e dibattuto a livello internazionale, ma anche di grande rilevanza etica e pragmatica (Ladany 2007, Boswell & Castonguay 2007, APA 2002). Da un lato, infatti, promuovere la qualità della formazione è un processo indiretto di promozione della salute mentale, dall’altro garantire alti livelli di qualità ha un grande impatto sul destino professionale dei “formati”, ovvero degli psicologi e medici che afferiscono alle scuole di formazione.

Ladany, stimando che solo per l’11% dei trainee la formazione degli allievi è efficace, conclude che la domanda che ogni didatta dovrebbe porsi nel valutare i suoi studenti è: “Farei un invio per una psicoterapia di un mio caro parente a questo allievo?”. L’autore stima che in un terzo dei casi la risposta sarebbe “No” (Ladany 2007).

Partendo dalla sconfortante osservazione di Ladany, ci siamo chiesti: che tipo di formazione offrono le scuole APC e SPC? Vale a dire, si tratta di una formazione efficace?

Per efficacia della formazione in psicoterapia s’intendono essenzialmente due cose: la formazione raggiunge l’obbiettivo di dare ai formati le competenze e abilità di cura; l’indicatore diretto del fatto che l’obiettivo è stato raggiunto, e quindi della efficacia della formazione, è l’esito delle terapie dei terapeuti formati (Norcoss 2005).

L’altra accezione di efficacia riguarda l’impatto della formazione sul destino lavorativo dei formati, ovvero: la formazione incide in modo significativo, sia in termini qualitativi che quantitativi, sul futuro professionale dei formati? Teoricamente questo secondo aspetto dovrebbe essere direttamente derivato dal primo: terapeuti che hanno ricevuto una buona formazione dovrebbero avere maggiori prospettive professionali. In realtà ci sono numerose variabili intervenienti, per cui l’impatto sul lavoro può essere considerato solo un indicatore indiretto dell’esito e della qualità della formazione ricevuta; in questo senso il destino professionale è si un indicatore indiretto della qualità della  formazione, ma è un indicatore asimmetrico: la competenza non garantisce il lavoro, ma la mancanza di competenze difficilmente è compatibile con una media o alta quantità di lavoro come psicoterapeuta, in particolare in ambito privato (dove di più conta il passaparola e, dunque, gli esiti delle terapie).

Se si assumono criteri cosi restrittivi di qualità vediamo che in letteratura abbiamo pochi dati (Boswell & Castonguay 2007; Ladany 2007; Stein & Lambert M. 1995). La gran parte delle ricerche in questo senso fanno riferimento a criteri di valutazione più soggettivi, in particolare self-report o valutazione fatta dai formatori; questo tipo di valutazioni pongono il problema di selezionare dei criteri di valutazione (o autovalutazione) che siano reali indicatori dell’oggetto di interesse, ovvero la capacità di cura dei formati (l’indicatore diretto della qualità appunto). In realtà c’è scarso accordo su questi indicatori, e c’è una enorme variabilità dei criteri di valutazione della “qualità” del terapeuta e della formazione: si passa da valutazioni basate sull’analisi della competenze tecniche, a valutazioni basate su qualità personali del terapeuta, a valutazioni di processo basate su “campioni” di  terapie effettuate dai formati ecc.

Questo lavoro si inserisce in un più ampio filone di studi orientati alla comprensione degli aspetti che contribuiscono maggiormente alla qualità della formazione: il ruolo della formazione personale nella terapia (Mancini & Perdighe 2009), il ruolo della formulazione del caso (Baietta et al. 2009), gli aspetti centrali di una buona formulazione (Baldini et al. 2009).

Il lavoro è nato, all’interno di un project in un quarto anno di Verona, dal desiderio di rispondere alla domanda: quale è il destino professionale degli specializzandi delle scuole APC e SPC? Che fine fanno, in senso lavorativo, una volta specializzati? È stata, dunque, indagata la qualità della formazione a partire da un indicatore indiretto di esito della formazione, raccogliendo dati sull’impatto di questa sul lavoro svolto una volta conclusa la formazione.

Alla raccolta di indicatori indiretti di esito, è stata aggiunta una raccolta di valutazioni self-report sul senso di efficacia e di soddisfazione professionale.

Obiettivi

L’obiettivo della ricerca era ottenere dati descrittivi sugli effetti della formazione ricevuta in psicoterapia cognitiva e, in particolare, avere da un lato un follow-up sulla situazione lavorativa una volta conclusa la formazione, dall’altro ottenere indicazioni sull’impatto della formazione in psicoterapia:

  • nella possibilità di impiego
  • nella quantità e/o qualità dell’attività professionale già svolta
  • nel senso di efficacia percepita.

Campione

Gli allievi specializzati tra il 1999 e il 2007 sono complessivamente 127, ma di questi sono stati intervistati 74 specializzati (53%); hanno risposto tutti quelli che sono stati contattati; non hanno risposto (47%) le persone che non è stato possibile contattare (per esempio perché avevano cambiato recapiti o non hanno mai risposto alle telefonate). Non c’è stata dunque nessuna selezione del campione. Le percentuali di risposta ottenute sono confrontabili o più alte di  quelle di studi simili (Mcewan e Duncan, 1993; Guy et al., 2005)

I soggetti intervistati hanno dai 31 ai 58 anni con un’età media di 38 anni: 57 (77%) sono donne e 17 (23%) uomini, 68 (91%) sono psicologi e 3 (4%) psichiatri (vedi tab. 1).

Totale specializzati  (1999-2007) 127
Soggetti intervistati 74 (53%)
Età media 38aa (range 31-58)
Sesso F  57 (77%) – M 17 (23%)
Professione 68 (91%) Psicologi – 3 (4%) Psichiatri

Tabella 1: Descrizione del campione

Strumento e procedura

Lo studio che abbiamo condotto ha previsto la somministrazione di un’intervista strutturata a tutti i terapeuti che hanno concluso la formazione tra il 1999 e il 2007 presso l’Associazione di Psicologia Cognitiva (APC) e la Scuola di Psicoterapia cognitiva (SPC) nella sede di Verona.

L’intervista, da noi appositamente costruita, prevede una parte anagrafica e una parte di 16 item che indaga:

aspetti qualitativi e quantitativi dell’attività professionale svolta (indicatori indiretti di efficacia);
valutazioni, su scala likert, sul contributo della formazione ricevuta in psicoterapia rispetto a:

  • conseguimento di un impiego
  • soddisfazione professionale
  • senso di auto-efficacia percepita nel proprio lavoro

Le persone sono state contattate prima telefonicamente e poi hanno compilato il questionario inviato tramite posta elettronica.

Risultati

Dall’analisi dei risultati della parte del questionario relativa alla situazione lavorativa generale, emerge che:

  • tutti i soggetti del campione intervistato, eccetto uno, hanno un’occupazione in ambito socio-sanitario;
  • le ore lavorative settimanali medie sono 31,4 con un range che va da 4 a 50;
  • il 48,6% del campione è impiegato nel settore privato, il 13,6% in quello pubblico e il 37,8% in entrambi.

Per quanto riguarda l’aspetto più specifico dell’attività di psicoterapia:

68 specializzati (92%) dedicano complessivamente una media di 18 ore settimanali all’attività di psicoterapia e di questi:

  • il 52,1% nel privato;
  • il 10,1% nel servizio pubblico;
  • il 37,8% in entrambi

6 specializzati (8%) non esercitano la psicoterapia (per ragioni diverse; solo uno lamenta mancanza di opportunità lavorative).

I risultati della variabile “Soddisfazione professionale” (vedi Grafico 1) sono stati valutati  con una scala di punteggi che vanno da 1 a 5, dalla quale si evince che:

  • la soddisfazione dal punto di vista della gratificazione professionale raggiunge una media di 3,92;
  • la  soddisfazione dal punto di vista economico è mediamente di 2,99;
  • il livello di soddisfazione globale per la propria situazione professionale corrisponde ad una media di 3,64.

Riguardo alle opinioni sul rapporto tra formazione ricevuta e situazione professionale è emerso che: grazie alla formazione in psicoterapia

  • il 78% dei soggetti ritiene di svolgere l’attuale attività  professionale;
  • il 53% percepisce di avere  maggiore competenza professionale;
  • il 30% ha iniziato a lavorare in questo ambito.

Grafico1

Grafico 1: Soddisfazione professionale dei soggetti intervistati.

Per quanto concerne l’efficacia percepita o “Self-efficacy” (vedi Grafico 2), misurata da una scala con punteggi da 1 a 5, emerge che i soggetti intervistati:

  • si sentono efficaci e competenti nel proprio lavoro di psicoterapeuta con una media di 3,54;
  • pensano che le competenze acquisite siano spendibili nel settore in cui lavorano con un valore medio di 4,01;
  • sono soddisfatti delle competenze acquisite con la formazione in psicoterapia raggiungendo una media di 3,85;
  • sostengono che la formazione in psicoterapia ha contribuito alla loro attuale attività professionale con un punteggio medio di 3,96.

Infine, abbiamo voluto misurare se e quanto il senso di Self-efficacy fosse correlato con le altre variabili considerate dal questionario ed è risultato che correla significativamente (r di Pearson; sign. ** <0,01; * <0,05) con:

  • il numero di anni di specializzazione (r = 0,296*);
  • la soddisfazione per la propria situazione professionale (r = 0,322**);
  • la soddisfazione dal punto di vista economico (r = 0,257*);
  • la percezione di una forte relazione tra la formazione ricevuta e la situazione lavorativa attuale (r = 0,359**);
  • la percezione di aver acquisito con la formazione competenze spendibili nel mondo del lavoro (r = 0,402**).

Grafico2

Grafico 2: Relazione tra Self-efficacy e formazione in psicoterapia in psicoterapia

Discussione e proposte per ricerche future

La nostra ricerca si inserisce in quel area di studio che valuta l’efficacia della formazione in psicoterapia sia dal punto di vista professionale ed economico, che dal punto di vista della soddisfazione personale.

Il dato che emerge in modo chiaro è che gli psicologi specializzati sembrano avere beneficiato notevolmente della formazione in psicoterapia: buona parte di loro conferma di aver trovato un impiego nel settore solo dopo aver conseguito la specializzazione e in specifico di aver potenziato le competenze percepite e il senso di autoefficacia personale. Questo aspetto è molto importante, dato che il tipo di lavoro in questione, porta spesso ad avere alti livelli di frustrazione, che possono essere la causa del burn-out del terapeuta. La percezione di un’elevata autoefficacia e di una corrispondente soddisfazione lavorativa può, al contrario, tutelare lo psicoterapeuta da questo rischio, soprattutto quando si lavora nel privato (Maslach 1997; Francescato et al.1993; Pellegrino 2007).

I limiti sono nel fatto che si tratta di una ricerca fatta con un campione non randomizzato e non rappresentativo non solo della realtà delle scuole di psicoterapia, ma neanche di tutte le scuole APC e SPC. La ricerca, infatti, è condotta sui soli specializzati di Verona, dunque, probabilmente, i dati ottenuti riflettono una realtà lavorativa difficilmente generalizzabile alle altre sedi delle scuole APC e SPC situate in altre regioni. Inoltre si tratta di una ricerca fatta con un questionario costruito ad hoc, quindi non con strumenti standardizzati o almeno ampiamente condivisi in letteratura; d’altra parte non ci sono, a nostra conoscenza, strumenti con queste caratteristiche.

Visti questi limiti, la presente ricerca non ha la pretesa di stabilire delle evidenze scientifiche sulla qualità della formazione offerta dall’APC e SPC, ma vuole solo essere un primo tentativo nella direzione di una valutazione della formazione offerta, possibilmente non solo basata sulle impressioni dei formatori.

Tuttavia, riconosciuti questi limiti, crediamo, con il nostro lavoro, di aver contribuito ad affrontare un’area complessa e ancora poco esplorata, e che i risultati raggiunti possano essere un punto di partenza per ulteriori indagini esplorative. In particolare, pensiamo che ricerche future possano investigare le seguenti aree:

  • Quali componenti della formazione (ad esempio lezioni teoriche vs training) contribuiscono di più all’efficacia del terapeuta? Quali al senso di auto-efficacia?
  • Relazione tra senso di autoefficacia percepita ed efficacia misurata su esiti
  • Relazione tra efficacia, burn-out e aggiornamento continuo

Inoltre, sarebbe interessante effettuare studi di follow-up a distanza di anni sullo stesso gruppo di intervistati, per indagare i cambiamenti rispetto a queste stesse aree di indagine.

Auspichiamo che questo nostro studio sia l’inizio di un filone di ricerca approfondito sul tema della  qualità ed efficacia della formazione in psicoterapia nelle nostre scuole, che successivamente possa essere allargato e confrontato con i risultati ottenuti da altre scuole in ambito cognitivo e non solo.

Concludendo: se si guarda alla sede di Verona e ai dati da noi raccolti, potremmo auspicare che i didatti di quelle scuole siano disposti a inviare un loro caro partente alla quasi totalità degli allievi formati!

Bibliografia

APA (2002). Empirically Supported Therapy Relationships: Conclusions And Recommendations Of The Division 29 Task Force, Psychotherapy, Vol. 38, No 4, 405-97.
Baietta F., Morini L., Pelaia L. & Scolaro C. (2009). La formulazione del caso: definizioni, obiettivi, metodi e “effetti sull’esito”. III Forum sulla Formazione in Psicoterapia. Relazione presentata il 27 marzo ad Assisi.
Baldini F,. Nisi A., Pagliarani L. & Prunetti E. (2009). L’insegnamento della formulazione del caso in psicoterapia. III Forum sulla Formazione in Psicoterapia. Relazione presentata il 27 marzo ad Assisi.
Psychotherapy: Theory,     Research, Practice, Training.  Vol. 44, No. 4, 378-383.
Francescato, D., Leone, L., & Traversi, M. (1993). Oltre la Psicoterapia. Roma: Nis.
Ladany, N.  (2007).  Does Psychotherapy Training Matter? May be not.  Psychotherapy: Theory, Research, Practice, Training.  Vol. 44, No. 4,        392-396.
Mancini F. & Perdighe C. (2009). La funzione della terapia personale nella formazione alla psicoterapia. In corso di stampa.
Maslach, C. (1997). La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri. Cittadella Editrice.
McEwan, J. & Duncan P. (1993). Personal therapy in the training of psychologists.. Canadian Psychology. Vol 34, No 2, 186-197.
Norcoss J. C. (2005). The Psychotherapist’s Own Psychotherapy: Educating and Developing Psychologists. American Psychologist, Vol. 60, No. 8, 850 – 853
Pellegrino, F. (2007). Oltre lo stress, burn-out o logorio professionale. Torino: Centro Scientifico Editore.
Stein D. M. e Lambert M. J.  (1995).  Graduate Training in Psychotherapy: Are Therapy Outcomes Enhanced?.  Journal of Consulting and Clinical    Psychology.  Vol. 63, No. 2, 182-196.

Questo lavoro nasce da un project realizzato nel 2008 presso l’Associazione di Psicologia Cognitiva di Verona da un gruppo di specializzandi del IV anno.

Per informazioni: Perdighe@apc.it

"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali

di Giuseppe Romano e Andrea Gragnani

La scelta degli elementi endogeni o esogeni sui quali poniamo la nostra attenzione è guidata costantemente dalla rappresentazione (set attenzionale) di ciò che è rilevante per gli scopi attivi in un determinato momento. Tuttavia, l’attenzione può essere distolta da un obiettivo in presenza di uno stimolo con caratteristiche che lo rendono saliente (si pensi, ad esempio, allo squillo improvviso del cellulare mentre stiamo guardando un film). Ciò avviene ancora più facilmente per gli stimoli che suscitano reazioni emotive, poiché tendono a catturare l’attenzione in modo rapido e quindi a ricevere un’elaborazione preferenziale in virtù della loro importanza per il benessere dell’individuo.

A livello cerebrale, queste modulazioni attenzionali sono mediate in particolare dall’amigdala, che potenzia l’elaborazione degli stimoli a contenuto emozionale fin dagli stadi percettivi. Pertanto, quando vi sono stimoli distraenti che hanno significato emozionale, mantenere l’attenzione focalizzata su un compito è particolarmente difficile e impegnativo, in quanto implica “ignorare” un segnale che per sua natura è fatto per non essere ignorato! Leggi tutto “"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali”

"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali

di Giuseppe Romano e Andrea Gragnani

La scelta degli elementi endogeni o esogeni sui quali poniamo la nostra attenzione è guidata costantemente dalla rappresentazione (set attenzionale) di ciò che è rilevante per gli scopi attivi in un determinato momento. Tuttavia, l’attenzione può essere distolta da un obiettivo in presenza di uno stimolo con caratteristiche che lo rendono saliente (si pensi, ad esempio, allo squillo improvviso del cellulare mentre stiamo guardando un film). Ciò avviene ancora più facilmente per gli stimoli che suscitano reazioni emotive, poiché tendono a catturare l’attenzione in modo rapido e quindi a ricevere un’elaborazione preferenziale in virtù della loro importanza per il benessere dell’individuo.

A livello cerebrale, queste modulazioni attenzionali sono mediate in particolare dall’amigdala, che potenzia l’elaborazione degli stimoli a contenuto emozionale fin dagli stadi percettivi. Pertanto, quando vi sono stimoli distraenti che hanno significato emozionale, mantenere l’attenzione focalizzata su un compito è particolarmente difficile e impegnativo, in quanto implica “ignorare” un segnale che per sua natura è fatto per non essere ignorato! Leggi tutto “"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali”

Perché la terapia cognitiva “funziona”

di Barbara Basile

La Terapia Cognitiva è la forma di intervento psicoterapeutico più indicato e più studiato: ma quali sono i fattori che lo rendono così efficace?

La terapia cognitiva (TC) è il trattamento di riferimento più efficace nella cura della depressione. In un noto studio di meta-analisi di Cuijpers del 2014 è stato riportato che questo modello è efficace nel 42-66% dei casi. Eppure, nonostante l’evidente e comprovata efficacia del modello, nessuno sa come concretamente la TC influisca nella riduzione dei sintomi depressivi.

WCENTER 0REDADFGHZ - illustrazione testa cervello ingranaggi intelligenza pensiero macro - masterfile -

La premessa è che chi soffre di depressione ha dei pensieri e delle convinzioni (spesso inaccurate) eccessivamente negativi riguardo a sé, agli altri e al mondo, la cosiddetta “triade cognitiva di Beck”. Il nocciolo del cambiamento consiste nell’aiutare il paziente a imparare ad esaminare in modo critico i propri pensieri, correggendo il modo di ragionare e favorendo un pensiero più ottimista e positivo. In realtà, però, è stato osservato che allo stesso modo, anche gli antidepressivi, quando efficaci (ovvero nel 22-40% dei casi), hanno lo stesso effetto e favoriscono una prospettiva più ottimista! Ma, allora, cos’è che spiega il processo di guarigione favorito dalla TC? e cosa rende i suoi effetti più duraturi nel tempo (è stato dimostrato che i suoi effetti persistono maggiormente rispetto a quelli ottenuti con la farmacoterapia)? Leggi tutto “Perché la terapia cognitiva “funziona””