"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali

di Giuseppe Romano e Andrea Gragnani

La scelta degli elementi endogeni o esogeni sui quali poniamo la nostra attenzione è guidata costantemente dalla rappresentazione (set attenzionale) di ciò che è rilevante per gli scopi attivi in un determinato momento. Tuttavia, l’attenzione può essere distolta da un obiettivo in presenza di uno stimolo con caratteristiche che lo rendono saliente (si pensi, ad esempio, allo squillo improvviso del cellulare mentre stiamo guardando un film). Ciò avviene ancora più facilmente per gli stimoli che suscitano reazioni emotive, poiché tendono a catturare l’attenzione in modo rapido e quindi a ricevere un’elaborazione preferenziale in virtù della loro importanza per il benessere dell’individuo.

A livello cerebrale, queste modulazioni attenzionali sono mediate in particolare dall’amigdala, che potenzia l’elaborazione degli stimoli a contenuto emozionale fin dagli stadi percettivi. Pertanto, quando vi sono stimoli distraenti che hanno significato emozionale, mantenere l’attenzione focalizzata su un compito è particolarmente difficile e impegnativo, in quanto implica “ignorare” un segnale che per sua natura è fatto per non essere ignorato! Leggi tutto “"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali”

"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali

di Giuseppe Romano e Andrea Gragnani

La scelta degli elementi endogeni o esogeni sui quali poniamo la nostra attenzione è guidata costantemente dalla rappresentazione (set attenzionale) di ciò che è rilevante per gli scopi attivi in un determinato momento. Tuttavia, l’attenzione può essere distolta da un obiettivo in presenza di uno stimolo con caratteristiche che lo rendono saliente (si pensi, ad esempio, allo squillo improvviso del cellulare mentre stiamo guardando un film). Ciò avviene ancora più facilmente per gli stimoli che suscitano reazioni emotive, poiché tendono a catturare l’attenzione in modo rapido e quindi a ricevere un’elaborazione preferenziale in virtù della loro importanza per il benessere dell’individuo.

A livello cerebrale, queste modulazioni attenzionali sono mediate in particolare dall’amigdala, che potenzia l’elaborazione degli stimoli a contenuto emozionale fin dagli stadi percettivi. Pertanto, quando vi sono stimoli distraenti che hanno significato emozionale, mantenere l’attenzione focalizzata su un compito è particolarmente difficile e impegnativo, in quanto implica “ignorare” un segnale che per sua natura è fatto per non essere ignorato! Leggi tutto “"Ignorare" un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali”

Faccia, facciata e Facebook

di Katia Tenore

Dinamica dell’apparenza e dell’aggressività sui social network

La faccia, così come definita dal celebre sociologo Goffman, rappresenta l’immagine di sé delineata in termini di attributi sociali approvati. Durante le interazioni sociali, ogni attore presenta e rivendica una immagine di sé, una linea di condotta. Quando la faccia di un attore sociale è messa in discussione, si avviano “giochi di faccia”, che rappresentano gli sforzi verbali e non verbali che le persone mettono in atto in caso di conflitto e sfida.
Minacce al mantenimento di una “buona faccia”, come critiche e insulti, sfidano il valore relazionale del singolo e il suo desiderio di essere approvato: in caso di offesa, le persone si rivalgono, possono divenire aggressive e agire una ritorsione per ripristinare la propria “faccia”, danneggiando quella dell’offensore.
Uno studio di una giornalista americana ha dimostrato come l’esperienza e il riconoscimento cosciente di un dolore sociale sia la molla che spinge verso la rappresaglia, che è tesa a ristabilire il proprio onore sociale, sia quando la minaccia è rappresentata dalla critica sia dall’esclusione sociale.
Questa dinamica è osservabile anche nelle interazioni sociali che avvengono nei contesti dei social network. Il bisogno di regolamentare le difficili modalità comunicative ha prodotto il neologismo “netiquette”, il galateo di comportamento in rete. Leggi tutto “Faccia, facciata e Facebook”

Perché la terapia cognitiva “funziona”

di Barbara Basile

La Terapia Cognitiva è la forma di intervento psicoterapeutico più indicato e più studiato: ma quali sono i fattori che lo rendono così efficace?

La terapia cognitiva (TC) è il trattamento di riferimento più efficace nella cura della depressione. In un noto studio di meta-analisi di Cuijpers del 2014 è stato riportato che questo modello è efficace nel 42-66% dei casi. Eppure, nonostante l’evidente e comprovata efficacia del modello, nessuno sa come concretamente la TC influisca nella riduzione dei sintomi depressivi.

WCENTER 0REDADFGHZ - illustrazione testa cervello ingranaggi intelligenza pensiero macro - masterfile -

La premessa è che chi soffre di depressione ha dei pensieri e delle convinzioni (spesso inaccurate) eccessivamente negativi riguardo a sé, agli altri e al mondo, la cosiddetta “triade cognitiva di Beck”. Il nocciolo del cambiamento consiste nell’aiutare il paziente a imparare ad esaminare in modo critico i propri pensieri, correggendo il modo di ragionare e favorendo un pensiero più ottimista e positivo. In realtà, però, è stato osservato che allo stesso modo, anche gli antidepressivi, quando efficaci (ovvero nel 22-40% dei casi), hanno lo stesso effetto e favoriscono una prospettiva più ottimista! Ma, allora, cos’è che spiega il processo di guarigione favorito dalla TC? e cosa rende i suoi effetti più duraturi nel tempo (è stato dimostrato che i suoi effetti persistono maggiormente rispetto a quelli ottenuti con la farmacoterapia)? Leggi tutto “Perché la terapia cognitiva “funziona””

Alessitimia: necessità o abitudine? Uno studio sull'interazione tra affettività negativa, strategie di coping evitante e alessitimia

di Elena Bilotta

In un articolo appena pubblicato sulla rivista Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice (Link: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/papt.12079/abstract; Bilotta, E., Giacomantonio, M., Leone, L., Mancini, F., & Coriale, G. (2015). Being alexithymic: necessity or convenience. Negative emotionality X avoidant coping interactions and alexithymia. Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice) abbiamo testato un’ipotesi secondo la quale l’alessitimia trae origine da due “percorsi” alternativi: 1) un’elevata sofferenza emotiva; oppure 2) un’abitudine a utilizzare stili di coping evitante. Tale concettualizzazione è in linea con quella che in letteratura viene definita alessitimia secondaria, ovvero una condizione sviluppata sulla base di sofferenza emotiva e conseguenza di strategie volte a evitare stati interiori avversi (Bailey & Henry, 2007; Marchesi, Brusamonti, & Maggini, 2000), ma a differenza degli studi tradizionali sull’argomento, propone un approfondimento del ruolo svolto dalla preferenza per strategie di coping evitante nella sua insorgenza. Leggi tutto “Alessitimia: necessità o abitudine? Uno studio sull'interazione tra affettività negativa, strategie di coping evitante e alessitimia”

II Rome Workshop on Experimental Psychopathology 2015

di Roberta Trincas e Maurizio Brasini

Da poco si è concluso (20-21 Marzo 2015) il secondo Rome Workshop on Experimental Psychopathology organizzato dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva SPC di Roma, e sponsorizzato dalla Società Italiana Terapia Comportamentale e Cognitiva SITCC. Il workshop è stato dedicato alla presentazione e discussione di studi empirici rilevanti per la psicopatologia sperimentale. I partecipanti di questa edizione sono stati ricercatori, dottori di ricerca e professori provenienti da diversi Istituti universitari e centri di ricerca nazionali (Trento, Napoli, Roma) e internazionali (Regno Unito, Belgio, Irlanda, Spagna, Serbia, Israele, Olanda, Germania, USA). Il workshop è stato aperto da Francesco Mancini (SPC, Roma), membro della Commissione Scientifica e Organizzativa del workshop insieme a Carlo Buonanno (SPC, Roma) Alessandro Couyoumdjian (Sapienza Università di Roma), Andrea Gragnani (SPC, Roma), Cristina Ottaviani (Fondazione Santa Lucia, Roma), Nicola Petrocchi (Sapienza Università di Roma), Katia Tenore (SPC, Roma), Roberta Trincas (SPC, Roma). In questa edizione le due giornate sono state strutturate in quattro sessioni orali riguardanti temi specifici: la psicopatologia, le neuroscienze, i bias e i processi cognitivi, i metodi di trattamento della psicopatologia; e una sessione poster.

Per visionare i video delle relazioni
Guarda i video delle relazioni

Il primo intervento è stato quello di Graham Davey (Sussex University, UK), A Manual for Experimental Psychopathology: Developing Valid Psychological Models of Psychopathology using Healthy Individuals, che ha elaborato un’analisi critica dei metodi di ricerca utilizzati nell’ambito della psicopatologia sperimentale. Molto interessante la sua argomentazione, semplice e inattaccabile, che i modelli psicopatologici debbano individuare meccanismi universali di funzionamento dei processi cognitivi di base, per cui non ha alcun senso limitare la ricerca a popolazioni cliniche. A seguire, gli interventi si sono concentrati sulle caratteristiche di differenti psicopatologie, l’importanza della disperazione come fattore che favorisce la vulnerabilità cognitiva alla depressione (Igor Marchetti; Università di Ghent, Belgio), la percezione del controllo nella depressione (Rachel Msetfi; Università di Limerick, Irlanda), gli schemi cognitivi in pazienti con deliri paranoidei (Ljiljana Mihic, Università di Novi Sad, Serbia), il modello Seeking Proxies for Internal States (SPIS) come possibile spiegazione del dubbio e dei rituali nel DOC (Reuven Dar, Università di Tel Aviv, Israele), la prestazione del narcisista in condizioni di minaccia (Barbara Nevicka, Università di Amsterdam, Olanda).

La sessione di neuroscienze ha visto tre interventi inerenti il possibile ruolo delle cortecce posteriore e prefrontale nello sviluppo del DPTS (Gudrum Sartory, Università di Wuppertal, Germania), il ruolo del glucosio e dell’ippocampo nella generalizzazione dell’ansia (Laura Luyten, Università di Leuven, Belgio), e il ruolo della corteccia prefrontale nello sviluppo del bias attentivo verso la minaccia (Laura Sagliano, Università di Napoli, Italia). I contributi della sessione sui bias e sui processi cognitivi sono stati diversi, dagli effetti della pre-esposizione ad un contesto simile a quello di condizionamento sulla generalizzazione della paura (Dieuwke Sevenster, Università di Leuven, Belgio), all’influenza dello stato motivazionale sull’elaborazione attentiva di cue inerenti il cibo (Jessica Werthmann, King’s College di Londra, UK), agli effetti delle strategie di regolazione emotiva nell’esecuzione di compiti di decision making (Cinzia Giorgetta, CNR – ISTC Trento, Italia).

La sessione sulla psicoterapia ha compreso interventi riguardanti l’efficacia di differenti tecniche di trattamento: la Schema Therapy per la depressione cronica (Fritz Renner, Università di Maastricht, Olanda), un programma di training sul controllo cognitivo per i sintomi depressivi (Ernst Koster, Università di Ghent, Belgio), un protocollo cognitivo-comportamentale di prevenzione per i figli di genitori affetti da depressione, PRODO (Kornelija Starman, Università di Monaco, Germania). Inoltre, diversamente rispetto allo scorso anno, è stata introdotta una sessione per gli studenti (tirocinanti, specializzandi, dottorandi) in cui ogni lavoro ha ricevuto un commento da uno dei senior (Graham Davey dell’Università di Sussex, UK; Marcel Van den Hout dell’Università di Utrecht, Olanda; Alessandro Couyoumdjian dell’Università La Sapienza di Roma, Ernst Koster dell’università di Ghent, Belgio; Reuven Dar dell’Università di Tel Aviv, Israele; Richard McNally dell’Università di Harvard, USA). Quest’ultima è stata una buona opportunità per gli studenti che hanno ricevuto un feedback da esperti nel settore, e il dibattito è stato acceso e costruttivo. In questa sessione gli interventi sono stati ricchi e interessanti, e hanno toccato diversi argomenti: l’influenza dell’umore triste sull’autostima implicita (Lonneke van Tuijl, Università di Groningen, Olanda) e sull’elaborazione sensoriale (Katharina Koch, Sapienza Università di Roma, Italia), gli effetti del pensiero astratto di tipo “why” sulla memoria di lavoro (Jens Van Lier, Università di Leuven, Belgio), l’effetto della ruminazione sulle funzioni esecutive (Jelena Sokic, Università di Novi Sad, Serbia), l’elaborazione inconsapevole dell’espressione della rabbia nell’ansia sociale (Nikola Samac, Università di Novi Sad, Serbia), la ruminazione nell’età evolutiva e la sua relazione con lo stile genitoriale, i parametri psicofisiologici e le caratteristiche di tratto (Blu Cioffi, Sapienza Università di Roma, Italia).

Quest’anno i Keynote Speakers sono stati: Richard McNally (Università di Harvard, USA), Marcel Van den Hout (Università di Utrecht, Olanda); Richard Bentall (Università di Liverpool, UK), e Nira Liberman (Università di Tel Aviv, Israele). McNally (titolo della lecture: Experimental and network analyses of PTSD and complicated grief) e Van den Hout (titolo della lecture: Network theory and the experimental psychopathology of OCD) hanno entrambi dedicato il loro intervento ad un nuovo approccio alla psicopatologia basato sulla “network analysis”. In questo approccio la visione tradizionale secondo la quale i sintomi costituiscono le manifestazioni visibili di disturbi sottostanti che ne sono la causa è considerata fuorviante in psicopatologia. Piuttosto, secondo questa prospettiva dovremmo considerare che i disturbi sono collezioni di sintomi concatenati tra loro, e che pertanto anche la psicoterapia non deve far altro che individuare le manifestazioni sintomatiche, quali ad esempio l’ansia o la tristezza, capire come funzionano e agire in modo da ridurre queste manifestazioni, a partire dalle più rilevanti. Una volta concentrata l’attenzione sui sintomi, si possono costruire delle reti di interconnessione tra sintomi che tendono a presentarsi insieme, e in tal modo individuare quali sintomi sono “centrali” in una determinata sindrome. Secondo questo modello “a rete”, più un sintomo è centrale, più la sua remissione potrà agire “a cascata” sulla remissione degli altri sintomi e quindi sulla risoluzione del disturbo stesso.

L’intervento di Bentall (From social risk factors to psychotic symptoms) ha dimostrato con dati e argomenti assai convincenti la natura assiomatica dell’idea che i disturbi psicotici siano determinati geneticamente, per arrivare a concludere, sempre sulla base di solide prove empiriche derivate da numerosi studi epidemiologici, che i principali fattori predittivi di psicosi sono di natura sociale. Non sorprende che tra questi fattori cosiddetti “sociali”, spicchino per rilevanza i maltrattamenti e in particolare quelli subiti in età infantile. La visione in generale è che i disturbi più gravi siano primariamente connessi ad una diffusa mancanza di una adeguata rete di supporto sociale.

L’intervento conclusivo è stato quello della Liberman (Transcending psychological distance: a Construal Level Theory perspective), che ha presentato un modello che dimostra quanto la prospettiva, ovvero la distanza psicologica che assumiamo, possa influenzare i nostri processi cognitivi e, in particolare, quelli decisionali. In generale, la posizione sostenuta dalla Liberman è che prendere le distanze favorisca processi cognitivi più astratti e, quindi, in ultima analisi più efficaci. Tuttavia, questo effetto, diceva la relatrice rispondendo a una domanda, potrebbe non valere in tutti i casi. Ad esempio, i pazienti affetti da DOC sembrano eccedere in senso opposto, divenendo eccessivamente accurati nelle loro valutazioni. Nello stesso senso, si notava che le terapie di terza generazione mindful-based sembrano invitare ad assumere una prospettiva più prossimale, orientata al presente. La Liberman stessa suggeriva la possibilità che la patologia possa risiedere nella scarsa capacità di modulare la prospettiva, da vicino a lontano, a seconda delle circostanze.

Per concludere, in generale la partecipazione al workshop è stata prevalentemente internazionale e le ricerche presentate sono state di livello elevato dal punto di vista scientifico. Sono stati, inoltre, numerosi i riferimenti alle difficoltà di ottenere fondi e visibilità per questo settore di ricerca. E’ un peccato che la tradizione di ricerca sui processi di base, che tanto è tornata utile alla psicologia clinica sia in termini di metodo sia in termini di conoscenze acquisite, stia attualmente cedendo il passo; e in particolare è un peccato che ceda il passo per una fascinazione a volte un pò acritica nei confronti delle neuroscienze e della genetica. Per questi motivi, l’intento di questo workshop è proprio quello di portare avanti e accrescere una rete internazionale focalizzata prevalentemente sui meccanismi di base della psicopatologia.

PS. Si ricorda che a breve verrà pubblicato il libro degli abstract del RWEP 2015 e i video delle main relation.

Dai fattori sociali di rischio ai sintomi psicotici: l’intervento di Richard Bentall al Rome Workshop on Experimental Psychopathology 2015

di Elena Bilotta elena bilotta_2

L’intervento di Richard Bentall* per il Rome Workshop on Experimental Psychopathology (20 e 21 Marzo) ha preso in analisi il ruolo di diversi fattori sociali di rischio nell’insorgenza della schizofrenia. La teoria eziologica del Prof. Bentall parte dall’analisi di una serie di ricerche epidemiologiche che suggerirebbero un potenziale rischio per tutta la popolazione di sviluppare sintomi psicotici, perché questi sono identificabili lungo un continuum che parte da un funzionamento cognitivo normale. Esistono però dei fattori sociali e ambientali di rischio (oltre a quelli genetici) che farebbero la differenza nel determinare chi possa poi effettivamente manifestare sintomi psicotici nel corso della sua vita. Primo fra tutti: l’ambiente nel quale si vive. Vivere in ambiente urbano costituisce un pericolo per la salute mentale, non tanto perché le città sono caotiche, sporche e pericolose: ma perché, sottolinea Bentall, nelle grandi città è più evidente la disparità sociale, fonte di stress per l’individuo. In una metropoli è più probabile essere esposti a una convivenza tra persone molto ricche e persone molto povere; questo fenomeno è invece meno evidente nei piccoli centri. Ciò che cambia, inoltre, è l’entità del supporto sociale a disposizione nei due diversi luoghi: una variabile che costituisce un importante fattore di protezione per la salute mentale. Vivere in città espone inoltre le persone a conformarsi a una serie di strutture (sociali, culturali, politiche, economiche) che rendono impossibile il controllo sull’immediato contesto sociale, agendo come fonte di stress/emarginazione per le persone che non fanno parte (o che non sentono di far parte) della comunità. Questi fenomeni sono meno frequenti nei contesti rurali, perché è diversa la loro struttura sociale (Oher et al., 2014). In altre parole, se è vero che si hanno più probabilità di sopravvivenza se si viene colpiti da un attacco di cuore e si vive Roma, anziché in un villaggio in Africa, può essere verosimile che accada l’opposto per la malattia mentale.

Il discorso di Bentall ha trattato anche l’aspetto di specificità di sintomi: sintomi positivi, in particolare la paranoia, sono più facilmente osservabili in contesti urbani piuttosto che rurali. Considerato inoltre che i sintomi di paranoia possono essere una conseguenza di episodi di vittimizzazione, trauma e discriminazione, Bentall sostiene che tali tipi di avvenimenti possono accadere più di frequente in ambienti urbanizzati e altamente popolati. Oltre ai fattori legati all’ambiente di residenza, Bentall si è concentrato sul trauma come ulteriore fattore sociale di rischio per la manifestazione di sintomi psicotici. Maltrattamento (abuso fisico, psicologico e sessuale, neglect), vittimizzazione (bullismo), esperienze di perdita o separazione da un genitore, stile di comunicazione parentale vago, frammentato, o contraddittorio, sono tutti fattori di rischio per lo sviluppo di una psicosi (de Sousa et al., 2013). Ma quanto è forte l’effetto del trauma sullo sviluppo della schizofrenia? Secondo Bentall, è paragonabile al rischio di contrarre un tumore nei fumatori abituali. Secondo i risultati di una recente metanalisi (Varese et al., 2012) circa 150.000 persone non svilupperebbero il disturbo se si avesse la possibilità di eliminare tali fattori di rischio. Ritornando al discorso della specificità, anche in questo caso è possibile identificare un’associazione tra trauma sessuale e sintomi allucinatori, mentre esiste una forte correlazione tra sintomi paranoidei e neglect. L’intervento del Prof. Bentall si è concluso con due importanti messaggi, diretti alla comunità scientifica e alle Istituzioni: aprirsi alla possibilità di un trattamento della schizofrenia focalizzato su trauma e teoria dell’attaccamento, e fornire maggior peso al ruolo dell’insicurezza lavorativa, dell’isolamento sociale, della povertà, della vita in contesto urbano nella spiegazione dell’insorgenza della schizofrenia.

* Richard Bentall è Docente di Psicologia Clinica presso l’Università di Liverpool, UK. I suoi lavori sulla manifestazione della schizofrenia e sulla spiegazione dei sintomi allucinatori e paranoidei sono ampiamente conosciuti e condivisi dalla comunità scientifica internazionale. Suo l’intervento al RWEP2015 dal titolo “From social risk factors to psychotic symptoms”.

Bibliografia citata

de Sousa, P., Varese, F., Sellwood, W., & Bentall, R. P. (2013). Parental communication and psychosis: a meta-analysis. Schizophrenia bulletin, 40 (4): 756-768.

Oher, F. J., Demjaha, A., Jackson, D., Morgan, C., Dazzan, P., Morgan, K., Bentall, R.P., & Kirkbride, J. B. (2014). The effect of the environment on symptom dimensions in the first episode of psychosis: a multilevel study. Psychological medicine, 44(11), 2419-2430.

Varese, F., Smeets, F., Drukker, M., Lieverse, R., Lataster, T., Viechtbauer, W., … & Bentall, R. P. (2012). Childhood adversities increase the risk of psychosis: a meta-analysis of patient-control, prospective-and cross-sectional cohort studies. Schizophrenia bulletin, 38(4), 661-671).

Relazione tra scopi, emozioni e controllo cognitivo

di Simone Gazzellini

Ecco un’interessante review di Michael Inzlicht e coll., dal titolo “Emotional foundations of cognitive control”, in press su Trends in Cognitive Science. L’articolo evidenzia la relazione tra scopi, emozioni e controllo cognitivo. In particolare si rinforza l’idea che l’emozione scaturisca dalla rilevazione di discrepanza tra stato attuapdf-logole e stato di raggiungimento di uno scopo (quindi emozione a guardia dello scopo) e che inoltre sia l’emozione a guidare il controllo cognitivo (es. attenzione, pianificazione, funzioni esecutive).
Una buona base di evidenze a sostegno di una teoria che, da anni, circola anche nelle nostre scuole di Psicoterapia Cognitiva APC e SPC.

 

Advances in the understanding and treatment of Obsessive-Compulsive Disorder

di Francesco Mancini

È uscito, da pochi giorni, il Numero di Dicembre 2014 di Clinical Neuropsychiatry. Advances in the understanding and treatment of Obsessive-Compulsive Disorder, a cura di Barbara Barcaccia e Francesco Mancini. Tutti gli articoli possono essere scaricati gratuitamente dal sito della rivista http://www.clinicalneuropsychiatry.org/

Il volume raccoglie alcuni dei papers presentati al terzo e al quarto Meeting on OCD del SIG-EABCT tenuti ad Assisi nel 2013 e nel 2014.

In particolare segnalo due articoli, uno di Anholt e Kalanthroff (“Do we need a cognitive theory of obsessive-compulsive disorder?”) e l’altro di Mancini e Barcaccia (“Do we need a cognitive theory of obsessive-compulsive disorder? Yes, we do”). Questi due articoli affrontano un problema di grande attualità: per spiegare i disturbi psicopatologici, ma in particolare il disturbo ossessivo compulsivo, è necessario ricorrere ai contenuti della mente del paziente o, al contrario, ciò non è necessario e si deve ricorrere al funzionamento della mente e dunque a deficit delle funzioni cognitive? cop-cn

Da decenni assistiamo, in campo psichiatrico e psicologico clinico, a una sempre più netta deriva verso spiegazioni neurali o neuropsicologiche dei disturbi mentali. Le prime assumono che alla base dei disturbi mentali vi siano patologie del sistema nervoso. Il prototipo “forte” di questo approccio è la paralisi progressiva, cioè quell’insieme di sintomi prettamente psichiatrici, come deliri di grandezza, allucinazioni, alterazione dell’umore etc, che, a cavallo tra l’800 e il ‘900, si scoprì essere causato dalla infezione cerebrale di treponema, cioè dalla sifilide. Le seconde, connesse con le precedenti, assumono che la chiave di spiegazione dei disturbi psichiatrici siano deficit di alcune funzioni cognitive di base. Il prototipo forte di siffatte spiegazioni è il defict di ToM che sarebbe alla base dell’autismo.

Tali spiegazioni potrebbero essere definite da Dennet “subpersonali” e si differenziano da spiegazioni che tentano di ricondurre i disturbi psicopatologici alla dimensione personale del paziente cioè ai suoi significati, a ciò che egli desidera o teme e a come si rappresenta la realtà, gli altri e se stesso. Questo livello di spiegazione è tradizionale delle psicoterapie e anche del cognitivismo clinico, e riguarda i contenuti della mente del paziente e non tanto il suo funzionamento, cioè la qualità deficitaria delle sue operazioni, e nemmeno il substrato neurale. Si tratta delle cosiddette Appraisal Theories che spiegano il DOC sulla base degli scopi, delle rappresentazioni del paziente. Ad esempio, molte ricerche convergono nel sostenere l’idea che l’attività ossessiva sia finalizzata a prevenire una colpa e/o una contaminazione disgustosa, che sono rappresentate dal paziente come inaccettabili.

La deriva, che potremmo definire “subpersonale”, coinvolge anche il cognitivismo clinico e anche la spiegazione del disturbo ossessivo compulsivo.

Per approfondire
Per approfondire

Anholt e Kalanthroff (“Do we need a cognitive theory of obsessive-compulsive disorder?”) argomentano contro le spiegazioni “personali” del DOC e a favore del ruolo dei deficit cognitivi, in particolare del deficit di inibizione, nella genesi di ossessioni e compulsioni. Il titolo stesso del loro articolo suggerisce la non necessità delle Appraisal Theories per la spiegazione del DOC.

Al contrario, Mancini e Barcaccia (“Do we need a cognitive theory of obsessive-compulsive disorder? Yes, we do”), in conformità a dati rigorosamente sperimentali, contestano le argomentazioni contrarie alle Appraisal Theories, e argomentano a sostegno dell’idea che le spiegazioni contenutistiche, vale a dire quelle che fanno riferimento agli scopi e alle rappresentazioni del paziente, sono necessarie e sufficienti per spiegare ossessioni e compulsioni. Infine, mostrano come le teorie del deficit siano poco sostenute dalla ricerca sperimentale, non siano né necessarie né sufficienti per spiegare il DOC, e, anzi, ciò che appare come deficit sia il risultato degli scopi e delle rappresentazioni attivi nella mente del paziente ossessivo, ad esempio le funzioni esecutive possono essere disturbate dallo scopo, tipicamente ossessivo, di evitare errori, infatti, la performance dei pazienti è più scadente se si mette fretta al paziente.