L’arte rivoluzionaria del perdono

di Elena Bilotta

Appunti dal Corso “Teoria e clinica del perdono interpersonale” tenuto da Barbara Barcaccia presso l’APC di Roma

Da un punto di vista etico, esistono numerose offese considerate imperdonabili. Da un punto di vista psicologico, invece, il perdono è un atto sempre possibile. Questa la prima dicotomia che può fungere da ostacolo al processo del perdono. Ma l’aspetto morale non è l’unico impedimento. È facile, infatti, associare il perdono alla religione, identificandolo come atto di misericordia possibile solo a chi abbia una fede che lo aiuti e sostenga. In realtà, come ha scritto Hanna Arendt, anche se dobbiamo la scoperta del ruolo del perdono a Gesù di Nazareth, “non è una ragione per prenderla meno sul serio in un senso strettamente profano”.
La ricerca psicosociale sul perdono interpersonale ne testimonia, infatti, i suoi numerosi benefici osservati indipendentemente dal credo religioso. Tra i principali, vi è un maggiore benessere psicofisico nella vittima, indipendentemente dalla gravità dell’offesa ricevuta. Chi perdona è meno soggetto a sperimentare odio, ostilità, tristezza e ansia ed è meno assorbito in processi di ruminazione rabbiosa. Ha minori livelli di stress, senso di solitudine e depressione, ed è in generale più soddisfatto di sé e della propria qualità di vita.
Perdonare è tuttavia un processo difficile e doloroso, che non viene attuato semplicemente per una impossibilità di vendicarsi o per il timore di una ritorsione da parte del colpevole. Il perdono non è sinonimo di impotenza, ma è una scelta.
Per poter scegliere attivamente di perdonare chi ci ha fatto del male può essere utile fare chiarezza sul significato del perdono e sulle sue principali implicazioni:
Perdonare non è cancellare il torto. Se così fosse, avrebbe un potere magico. Il perdono può, però, ridurre notevolmente le conseguenze del torto, legate alla sofferenza psicologica.
Perdonare non vuol dire dimenticare. Un atto di oblio volontario è impossibile, specialmente quando le offese subìte sono state gravi. Per poter perdonare un torto bisogna ricordare di averlo subìto, ma lo si fa attraverso un processo diverso dalla ruminazione.
Perdonare non è sinonimo di riconciliazione. Pur essendo potenzialmente un passo verso la riconciliazione, non la implica necessariamente. Anzi, spesso la riconciliazione va evitata, specialmente se il colpevole è una persona potenzialmente pericolosa. Il perdono può essere un processo unilaterale, non è cioè necessario dichiarare al colpevole l’intenzione di perdonare, e si può perdonare anche chi non c’è più.
Perdonare non è giustificare. Non vuol dire sminuire l’entità dell’offesa subita, né deresponsabilizzare il colpevole, né negare o scusare il colpevole per ciò che è accaduto.
Perdonare non è un atto di sottomissione o debolezza. Al contrario, è un processo lungo e tumultuoso che necessita di forte motivazione al cambiamento e tolleranza alle frustrazioni.
Perdonare, insomma, è un processo molto più attivo e laico di quanto si potrebbe pensare. Non presuppone solo l’interruzione e l’abbandono di ruminazioni rabbiose e desiderio di vendetta, ma implica anche una crescita, perché contiene una dimensione costruttiva. Il perdono aiuta a modificare nel tempo le emozioni, i pensieri e le attitudini nei confronti di una persona che ci ha fatto del male. E questo va sempre a vantaggio della vittima, e mai del colpevole.

 

Per approfondimenti:

Barbara Barcaccia (2017). Il perdono interpersonale: analisi del costrutto. Efficacia, rischi e benefici per il benessere psicologico della terapia del perdono. Rassegna di Psicologia, XXXIV, 3, 55-66.

Barbara Barcaccia e Francesco Mancini (2013). Teoria e clinica del perdono. Raffaello Cortina Editore.

Aggressività in età evolutiva

di Stefania Prevete

 Report del convegno del 22 giugno 2018 a Napoli

 Il 22 giugno scorso, si è svolto a Napoli il Convegno “Aggressività e Psicopatologia in età evolutiva”, organizzato dall’équipe per l’età evolutiva APC/SPC di Roma e dalla sede di Napoli della Scuola di Psicoterapia Cognitiva SPC, con l’obiettivo di presentare il Coping Power Program, un intervento specifico per la gestione e il controllo dell’aggressività in età evolutiva.

A dare inizio ai lavori è il dott. Carlo Buonanno, didatta della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva sede di Napoli e Membro dell’équipe per l’età evolutiva APC/SPC di Roma. Il modello di riferimento è il “Contextual social-cognitive model” di Lochman e Wells, un modello ecologico dell’aggressività in età infantile che prevede l’utilizzo di tecniche cognitivo-comportamentali e attività utili al potenziamento di varie abilità di regolazione della rabbia. Il Coping Power Program viene utilizzato per il trattamento del Disturbo Oppositivo-Provocatorio e del Disturbo della Condotta, con lo scopo generale di aiutare e sostenere i bambini con problemi legati all’impulsività, al difficile rispetto delle regole e a comportamenti aggressivi e prevede una componente dedicata ai bambini e una dedicata ai genitori.

A seguito dell’introduzione di Buonanno, il prof. John Lochman ha presentato i risultati degli studi di efficacia del programma e le modalità per ottimizzarne i risultati. Il professore ha descritto, in particolare, l’influenza dei fattori di rischio sulla riuscita dell’intervento e sullo sviluppo dei comportamenti aggressivi dei bambini con riferimento alle variabili biologiche temperamentali e a quelle legate al contesto familiare, dei pari e sociali. Lochman ha poi illustrato le modalità di messa a punto del programma nella versione di base (34 sedute) e in quella breve (24/25 sedute), che risultano ugualmente efficaci, e ha esaminato la differenza tra l’applicazione del programma in un contesto gdi gruppo o individuale, dimostrandone l’efficacia e sottolineando la maggiore utilità di quello individuale per i bambini che presentano una problematica di disregolazione emotiva superiore. In conclusione, ha accennato alle nuove frontiere del programma: l’estensione a un range d’età differente rispetto a quello solito degli 8/14 anni, l’introduzione di sessioni su internet e l’inserimento di un modulo per la Mindfulness. Insomma: una piattaforma in continuo aggiornamento ed evoluzione.

In chiusura la tavola rotonda, con un dibattito ricco di spunti interessanti sull’influenza dello stile educativo permissivo o restrittivo dei genitori e della coerenza educativa sugli esiti del trattamento, sul possibile effetto dei social e altri media come fattori di rischio e sulla possibilità di introdurre un intervento sul bournout degli insegnanti.

Durante il dibattito, il dott. Muratori, dirigente psicologo dell’ICCS Fondazione Stella Maris di Pisa e docente della Scuola Bolognese di Psicoterapia Cognitiva (SBPC), ha sottolineato l’importante influenza sugli esiti del trattamento degli stili di attaccamento, sia dei terapeuti nella gestione di un gruppo Coping Power sia della coppia genitoriale ed ha evidenziato l’importanza dei moduli del Coping Power per il trattamento dei fattori di rischio più importanti.

Il convegno, oltre che un’occasione formativa di grande rilevanza clinica per le ricadute applicative in vari contesti, è stato un momento introduttivo anche al corso di aggiornamento professionale tenuto dal dott. Muratori e dal dott. Buonanno, rivolto a psicologi, medici, specializzandi in psicoterapia, psicoterapeuti, psichiatri e neuropsichiatri infantili, che si è poi tenuto nel weekend presso la sede di Napoli della Scuola di Psicoterapia Cognitiva SPC.

La Mente Ossessiva Unplugged

di Carlo Buonanno

Lunedì sera, a Viterbo, presso la galleria del Teatro Caffeina, è andata in scena una versione unplugedd di La Mente Ossessiva. E già, perché la sala in cui abbiamo amabilmente chiacchierato con Francesco Mancini mi ha ricordato le atmosfere “grunge” dei primi anni novanta, quando i Nirvana si esibivano sotto lampadari barocchi e con soli strumenti acustici.

Il libro ha suscitato l’interesse che merita e Francesco ha pizzicato per un’ora le corde dell’attenzione degli addetti ai lavori e degli amici presenti in sala. In scaletta, che cos’è il Disturbo Ossessivo Compulsivo, quali gli ingredienti cognitivi prossimi le condotte sintomatiche, quale il ruolo dei timori di colpa e di contaminazione, fino alla relazione tra disgusto fisico e disgusto morale, tra la vulnerabilità e gli interventi messi a punto da poco dall’equipe. La grammatica morale che sorveglia le nostre scelte morali e interviene nella spiegazione di alcuni passaggi chiave del disturbo è la sintesi che il pubblico ha condiviso. Una spiegazione che non fa leva su malfunzionamenti delle funzioni cognitive superiori come la memoria, ma su cosa orienta la mente del paziente e cosa gli impedisce di smettere di controllare o lavarsi le mani. Il suono è acustico e l’interesse di chi ascolta vibra su buone lunghezze d’onda. Il pubblico ascolta e con facilità accede piano a un’idea di psicopatologia. Le variabili psicologiche come cause prime della sofferenza psichica. Non c’è niente di rotto. La mente va in una direzione precisa, quella dell’assoluta sicurezza di non sentirsi responsabile del danno temuto. Una pretesa che produce dolore. La chiarezza, unitamente al rigore intellettuale di Francesco, ha definito il feeling della serata. Gli esempi clinici e il racconto delle ricerche condotte negli anni un ottimo esempio di divulgazione scientifica. È vero che all’inizio mi ha bruciato una decina di domande, ma non me la sono sentita di interromperlo. Erano tutti attenti. E questo a me è bastato.

L’unica nota stonata? Me lo ha fatto notare una collega ieri sera al concerto dei Pearl Jeam. Durante l’intervista, noi eravamo seduti su un divano in pelle. Sul tavolino, davanti a noi, due bicchieri e una bottiglia d’acqua. Si Katia, sono d’accordo anch’io. Lunedì sera mancavano all’appello solo due calici di bianco.

Se vuoi vedere il video clicca su questo link

Report dal Convegno “Aggressività e psicopatologia in età evolutiva”

di Stefania Prevete

Il 22 Giugno si è svolto a Napoli il Convegno “Aggressività e Psicopatologia in età evolutiva”, organizzato dall’Equipe per l’età evolutiva APC/SPC di Roma e dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva SPC sede di Napoli, con l’obiettivo di presentare il Coping Power Program, un intervento specifico per la gestione ed il controllo dell’aggressività in età evolutiva.

A dare inizio ai lavori è il Dott. Carlo Buonanno, Didatta della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva sede di Napoli e Membro dell’Equipe per l’Età Evolutiva APC/SPC di Roma, che ha introdottoi lavori. Il modello di riferimento è il “Contextual social-cognitive model” di Lochman e Wells (2002), un modello ecologico dell’aggressività in età infantile, che prevede l’utilizzo di tecniche cognitivo-comportamentali ed attività utili al potenziamento di varie abilità di regolazione della rabbia. Il Coping Power Program viene utilizzato per il trattamento del Disturbo Oppositivo-Provocatorio e del Disturbo della Condotta, con lo scopo generale di aiutare e sostenere i bambini con problemi legati all’impulsività, al difficile rispetto delle regole e a comportamenti aggressivi e prevede una componente dedicata ai bambini e una dedicata ai genitori.

Subito dopo il Prof. J.Lochman ha presentato i risultati degli studi di efficacia del programma e le modalità per ottimizzarne i risultati. Il Prof. ha descritto, in particolare, l’influenza dei fattori di rischio sulla riuscita dell’intervento e sullo sviluppo dei comportamenti aggressivi dei bambini con riferimento alle variabili biologiche temperamentali e a quelle legate al contesto familiare, dei pari e sociali. Il Prof. ha illustrato le modalità di messa a punto del Programma nella versione di base (34 sedute) e in quella breve (24/25 sedute), che risulta ugualmente efficace, e ha esaminato la differenza tra l’applicazione del programma in un contesto gruppale o individuale, dimostrandone l’efficacia e sottolineando la maggiore utilità di quello individuale per i bambini che presentano una problematica di disregolazione emotiva superiore. In conclusione ha accennato alle nuove frontiere del programma: l’estensione a un range d’età differente rispetto a quello solito degli 8/14 anni, l’introduzione di sessioni su internet e di un modulo per la Mindfulness. Insomma una “Piattaforma” in continuo aggiornamento ed evoluzione.

In chiusura la Tavola Rotonda con un dibattito ricco di spunti interessanti sull’influenza dello stile educativo permissivo o restrittivo dei genitori e della coerenza educativa sugli esiti del trattamento, sul possibile effetto dei social e altri media come fattori di rischio e sulla possibilità di introdurre un intervento sul bournout degli insegnanti.

Durante il dibattito, l’intervento del Dott. Muratori, Dirigente Psicologo ICCS Fondazione Stella Maris di Pisa e Docente della Scuola Bolognese di Psicoterapia Cognitiva (SBPC), ha sottolineato l’importante influenza sugli esiti del trattamento degli stili di attaccamento, sia dei terapeuti nella gestione di un gruppo Coping Power che della coppia genitoriale ed ha evidenziato l’importanza dei moduli del Coping Power per il trattamento dei fattori di rischio più importanti.

Il convegno oltre che un’occasione formativa di grande rilevanza clinica per le ricadute applicative in vari contesti è stato un momento introduttivo anche al corso di aggiornamento professionale tenuto dal Dott. Muratori e dal Dott. Buonanno, rivolto a Psicologi, Medici, Specializzandi in Psicoterapia, Psicoterapeuti, Psichiatri e Neuropsichiatri infantili che si è poi tenuto nel weekend presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva SPC sede di Napoli e che si rinnoverà nel prossimo anno.

Seminario “Superhero Therapy”

di Elena Bratta

Come incorporare elementi della nostra cultura popolare all’interno dell’Acceptance and Commitment Therapy

Il 22 maggio 2018 si è tenuto presso l’Aula Asclepios del Policlinico di Bari il seminario “Superhero Therapy”, organizzato dalla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva AIPC di Bari e patrocinato dalla Società Italiana di Terapia Comportamentale Cognitiva (SITCC) – sezione Puglia e dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Giovanni XXIII di Bari.

Janina Scarlet, specializzata nel trattamento del Disturbo da Stress Post-Traumatico, dei Disturbi d’Ansia e Depressivi, lavora presso il Center for Stress and Anxiety Management a San Diego, in California, ed è l’autrice del libro “Superhero Therapy”, un manuale di auto-aiuto che utilizza tecniche di comprovata efficacia scientifica. Il modello di trattamento proposto è collocato all’interno della cornice ACT, la terapia dell’accettazione e dell’impegno (ACT), con una particolare attenzione agli interventi basati sulla Compassione.

Ad aprire i lavori è stata Maria Grazia Foschino, Direttore della scuola di specializzazione AIPC di Bari, che ha presentato la cornice generale entro cui questa giornata è stata voluta e organizzata, soffermandosi in particolare sulle potenzialità degli approcci innovativi, scientificamente fondati, pensati per le fasce più giovani della popolazione.

La parola è passata quindi a Barbara Barcaccia, didatta delle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale APC e SPC, formatrice ACT e istruttrice di protocolli basati sulla mindfulness (MBSR, MBCT), che ha introdotto il modello ACT presentando il cosiddetto Hexaflex: l’esagono della flessibilità. Ha messo in luce punti di contatto e continuità con la cosiddetta “seconda generazione” della terapia cognitivo-comportamentale. Si è in particolare soffermata sui processi più innovativi dell’ACT, come Defusione Cognitiva e Accettazione Esperienziale, facendo anche cenno al lavoro che si fa nell’ACT sui Valori del paziente. Si è successivamente soffermata sul Contatto con il Momento Presente, un altro dei processi ACT, che è molto fondato sull’abilità mindful di facilitare l’osservazione delle proprie esperienze interne e che ci allena a passare attraverso il nostro dolore, piuttosto che a farci trascinare da questo. Ha infine posto l’attenzione sull’importanza di intraprendere azioni impegnate in direzione dei nostri valori. La presentazione della cornice teorica dell’ACT ha permesso di osservare inoltre la continuità tra le diverse generazioni di psicoterapia cognitivo-comportamentale.

Il successivo intervento di Janina Scarlet è stato tradotto in consecutiva da Elena Bratta, psicoterapeuta specializzata presso l’APC di Lecce. Janina ha iniziato il suo workshop soffermandosi sulla propria storia di vita e su cosa l’abbia portata a sviluppare l’idea di incorporare elementi della cultura pop all’interno di psicoterapie evidence-based come l’ACT. Originaria dell’Ucraina, è sopravvissuta all’esplosione di Chernobyl trasferendosi successivamente con la sua famiglia negli Stati Uniti, dove ha conosciuto la saga degli X-Men che l’ha aiutata ad affrontare le conseguenze fisiche del disastro e le difficoltà emerse nel doversi inserire in un contesto culturale nuovo. Quello che ha notato è che molti dei personaggi della cultura pop presentano nella loro vita situazioni traumatiche quali incidenti, lutti, guerre ma che queste esperienze non hanno impedito loro di diventare dei Supereroi (Crescita Post-Traumatica).

L’obiettivo principale del metodo Superhero Therapy è quello di facilitare i pazienti a esprimere, in un contesto psicoterapeutico, quello che essi provano permettendo loro di utilizzare i libri, i film, le serie tv, o i fumetti con i quali si immedesimano maggiormente. Si è spesso osservato che i pazienti adolescenti non hanno un adeguato vocabolario emotivo in grado di spiegare quello che stanno provando, ma che tramite la condivisone con il terapeuta delle loro passioni non solo si rafforza l’alleanza terapeutica, ma si fornisce loro una chiave per descrivere i propri vissuti emotivi. Il terapeuta non deve necessariamente essere un esperto di supereroi o fumetti, il paziente diventa l’esperto.

Nel corso del suo intervento, Janina Scarlet ha portato una serie di esempi a sostegno di questa tesi, utilizzando le storie dei più comuni Supereroi quali Superman o Spiderman affiancate a casi clinici dei Veterani di guerra o dei sopravvissuti di violenze sessuali, fino a citare la ricerca “The greatest magic of Harry Potter: Reducing prejudice” condotta da Loris Vezzali presso l’Università di Modena che dimostra come la lettura della saga di Harry Potter aiuti i più giovani ad accrescere l’empatia e a condividere le proprie emozioni.

La relatrice ha anche condotto delle esercitazioni di gruppo basate sul metodo ACT di Steven C. Hayes per dimostrare l’importanza di perseguire i propri Valori individuali e di come sia fondamentale impegnarsi nella direzione di questi. Infine si è soffermata sull’importanza da dare al momento del gioco, sottolineando come l’utilizzo dei videogiochi, in un contesto controllato, possa incentivare comportamenti prosociali, facilitare la comprensione dei processi emotivi nel PTSD e migliorare le relazioni interpersonali. A tal proposito si è proposta la visione del video della game designer Jane McGonigal che dimostra come “il gioco può creare un mondo migliore” (J. McGonigal).

Il suo manuale di auto-aiuto si chiama “Superhero Therapy”, nel quale sono descritte le storie di sei supereroi di finzione, magistralmente raffigurati dall’illustratore Wellinton Alves, ognuno dei quali affronta diverse problematiche psicologiche: disturbo di panico, disturbo da stress post-traumatico, disturbo d’ansia sociale, disturbi del comportamento alimentare ecc. Ogni capitolo spiega la sintomatologia provata dai singolo personaggi in una sorta di psicoeducazione al disturbo e propone degli esercizi dell’Acceptance and Committment Therapy, così come della Self-Compassion Therapy, da eseguire capitolo dopo capitolo in modo da affrontare un vero e proprio viaggio alla ricerca dell’eroe che abbiamo in noi stessi.

La conclusione è stata affidata a un esercizio di compassione verso se stessi dove tutti i presenti in sala si sono dovuti mettere in gioco per dimostrare l’importanza della gentilezza verso di sé del non-giudizio e di un senso di comunità condivisa.

È un martedì pomeriggio, un giorno lavorativo, ma la sala è piena e il pubblico è assai eterogeneo: studenti, professionisti, docenti. Molti hanno espresso apprezzamento ed interesse nei confronti delle tematiche presentate durante il seminario e numerosi sono stati gli spunti di riflessione che hanno portato il pubblico a rivolgere domande ai docenti presenti in sala e a condividere le proprie esperienze. Le copie presenti e fresche di stampa della versione italiana del manuale “Superhero Therapy” edito da Giovanni Fioriti Editore sono andate esaurite.

Elena Bratta, psicologa psicoterapeuta specializzata presso l’APC di Lecce. Ha tradotto il libro di Janina Scarlet (2018) Superhero Therapy. Un viaggio da eroe attraverso l’Acceptance and Commitment Therapy. Giovanni Fioriti Editore.

Nessun deficit nel Disturbo Ossessivo

di Stefania Fadda

La neuropsicologia del Disturbo Ossessivo Compulsivo

Ricorrere a deficit cognitivi nella spiegazione del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) appare facilmente compatibile con l’idea che tale disturbo sia la manifestazione di una patologia del Sistema Nervoso Centrale e sembra suggerito da alcuni aspetti della sintomatologia ossessiva stessa.

In occasione del Sesto meeting EABCT dello Special Interest Group (SIG) sul Disturbo Ossessivo Compulsivo, svoltosi ad Assisi dal 17 al 20 maggio 2018, Amitai Abramovitch ha riferito come negli ultimi decenni questo argomento sia stato oggetto di dibattiti e ricerche nel tentativo di rispondere alla domanda se il DOC possa essere spiegato in termini di deficit cognitivi.

In particolare, nel suo position paper, il ricercatore americano ha proposto una rassegna dello stato dell’arte della neuropsicologia del DOC, includendo i risultati degli studi condotti su ogni specifico dominio cognitivo, con riferimento ad adulti e bambini. Vediamoli qui di seguito, partendo dal dominio della memoria.

L’ipotesi della presenza di un deficit di memoria nei pazienti con DOC non ha ricevuto solido supporto. Sono, invece, disponibili vari studi che evidenziano come i controlli ripetuti producano una riduzione della fiducia nella memoria. Infatti, la ripetizione dei controlli aumenta la familiarità con gli stimoli che, a sua volta, promuove un’elaborazione di tipo concettuale. In questo modo si determina l’inibizione dell’elaborazione percettiva, la quale fa sì che il ricordo sia meno vivido e dettagliato. La riduzione della vividezza e del dettaglio, infine, promuove una sfiducia nella memoria.

In riferimento all’attenzione il meccanismo coinvolto è il medesimo riscontrato per la memoria. Infatti, con l’aumento dei controlli, l’elaborazione percettiva viene inibita in favore di quella concettuale, la quale porta l’individuo a fidarsi meno delle proprie capacità attentive. Inoltre, durante i primi controlli, quando l’elaborazione è ancora di tipo percettivo, è probabile che l’individuo scopra nuovi dettagli dello stimolo da ricordare e che proprio tale arricchimento percettivo contribuisca a una riduzione della fiducia nella propria attenzione.

Inoltre i pazienti con DOC riportano incertezze rispetto alla percezione (“Vedo che il ferro da stiro è staccato, ma non mi fido di ciò che vedo”) e cercano di fronteggiarle mediante comportamenti perseverativi quali la fissazione prolungata dello sguardo. Tuttavia, la fissazione incrementa la sensazione di incertezza in una spirale di mantenimento e dà luogo a sensazioni di tipo dissociativo.

Un altro dominio preso in considerazione è stato il monitoraggio della realtà. La difficoltà, riferita dai pazienti ossessivi, nel discernere se un’azione, ad esempio chiudere la porta di casa, sia stata realmente compiuta o solo immaginata risiede non in un deficit di monitoraggio, ma in una sfiducia nell’origine del proprio ricordo. Sfiducia che nasce da una sequenza simile a quella che porta alla sfiducia nella propria memoria.

La ripetizione e la perseverazione, viste nei domini fin qui descritti, inducono sfiducia anche in altre funzioni mentali, quali la comprensione di testi e il ragionamento. Rispetto alla prima funzione, sappiamo che l’effetto che consegue alla ripetizione di una parola (“latte, latte, latte, latte”) consiste in una sorta di alienazione soggettiva, come se la parola divenisse strana o irreale, sebbene il suo significato rimanga integro. Rispetto alla seconda funzione, i pazienti ossessivi spesso riferiscono che quando si trovano di fronte a una situazione apparentemente innocua e della quale si sentono responsabili, il timore che possa verificarsi un esito negativo li spinge a impegnarsi in lunghi ragionamenti, ipotizzando i possibili scenari che condurrebbero all’esito temuto. Tuttavia, questo tipo di ragionamento è perseverativo e sortisce l’effetto di aumentare l’incertezza circa l’esito temuto.

Infine, il dominio del controllo inibitorio: il carattere intrusivo e ripetitivo dei pensieri ossessivi e la difficoltà a controllarli hanno suggerito l’ipotesi che i pazienti con DOC abbiano un deficit nell’abilità a dismetterli o inibirli, o che nei pazienti ossessivi sia deficitaria la capacità di interrompere i rituali compulsivi. In letteratura, le prestazioni dei pazienti ossessivi differiscono a seconda del paradigma utilizzato per misurare l’inibizione della risposta. Infatti, il compito Go/No-Go e il Continuous Performance Test (CPT) sono utilizzati per investigare la capacità di inibire un’azione, mentre lo Stop-Signal Task (SST) fornisce una misura della capacità di interrompere il flusso di un’azione in corso. La maggioranza degli studi che ha utilizzato il compito Go/No-Go o il CPT ha riportato un numero simile di errori di commissione nei pazienti DOC rispetto ai soggetti non DOC. Inoltre, con lo SST è stato riscontrato come la familiarità comprometta l’inibizione della risposta verso stimoli familiari. Ci si chiede, quindi, se dare retta ai pensieri intrusivi che preoccupano il paziente, o non interrompere le compulsioni, non rappresenti un modo per perseguire gli obiettivi più importanti per il paziente stesso.

In conclusione, rispetto alla domanda iniziale, se il DOC possa essere spiegato in termini di deficit cognitivi, Abramovitch risponde che le ricerche non supportano questa tesi. Al contrario, le stesse dimostrano che i presunti “deficit” dipendano dal peculiare funzionamento dei pazienti ossessivi. Pertanto, al fine di rendere conto della fenomenica ossessiva e delle sue variazioni nei diversi domini e condizioni di responsabilità si rivela necessario ricorrere a scopi e credenze del paziente.

Per approfondimenti:

Amitai Abramovitch The neuropsychology of OCD across the life span: A critical perspective. Sixth Meeting of the EABCT SIG on OCD, Assisi 17-20 Maggio 2018.

Fadda, S., Gragnani,A., Couyoumdjian A., Mancini, F. Deficit cognitivi e Disturbo Ossessivo Compulsivo (2016). In Mancini, F. (a cura di) La Mente Ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo, Raffaello Cortina.

Come la Schema Therapy ti cambia la vita

di Barbara Basile

Report del convegno internazionale del 2018 ad Amsterdam

L’ultimo weekend di maggio si è tenuto ad Amsterdam il convegno internazionale di Schema Therapy (ST) in cui oltre un migliaio di schema terapeuti provenienti da tutto il mondo si sono ritrovati per condividere nuove tecniche terapeutiche e i risultati delle recenti ricerche nell’ambito. L’apertura dei lavori ha visto il presidente David Edwards e il vice-presidente nonché organizzatore del convegno Remco Van der Wijngaart dare il benvenuto ai partecipanti sottolineando la significatività dell’evento, che puntualmente ricorre ogni due anni. L’intervento del presidente ha ripercorso il contributo dei più illustri clinici e ricercatori che con i loro concetti e modelli hanno provveduto a dare corpo alla ST. Partendo da Winnicott e le sue esperienze emotive correttive, passando per Moreno e Perls che hanno creato e diffuso la tecnica delle sedie, arrivando a Bandura e alla sua auto-efficacia e infine richiamando il prezioso contributo di Gianni Liotti che si è occupato, tra gli altri, di attaccamento e trauma complesso e che è malauguratamente venuto a mancare da poco.

Successivamente in una keynote, Arntz ha ripercorso gli studi di efficacia sull’applicazione della tecnica esperienziale di Imagery with Rescripting (ImRS), citando i dati preliminari di diversi studi, tra i quali: un lavoro coordinato da Yakin che coinvolge 320 pazienti e prevede controlli di follow-up a sei anni, uno studio guidato da Tan che indaga le reazioni dei pazienti all’applicazione delle tecniche immaginative e altre ricerche di Roediger, Raabe e Videler rivolte rispettivamente allo studio dell’efficacia nel contesto della terapia di coppia, al Disturbo Post-traumatico da Stress e in età geriatrica. Tra i diversi simposi in parallelo, una sessione coordinata anch’essa da Arntz, ha interessato gli ultimi contributi relativi all’applicazione della ST al trattamento della depressione. Si tratta di un disturbo mentale, seppure tra i più diffusi al mondo, di cui la ST si è occupata poco, e lo ha fatto unicamente a partire dal primo contributo di Renner nel 2012. Quest’ultimo ha presentato i dati preliminari dell’ultimo lavoro del suo team, in cui in 25 pazienti con depressione cronica (sintomi presenti da oltre 2 anni, BDI-II>20) è stata esplorata l’efficacia della ST, tenendo in considerazione anche altre variabili come le credenze depressive nucleari e aspetti relativi alla relazione terapeutica. Rhonda Goldman ha ripercorso, avvalendosi di brevi video, i sei interventi nucleari del modello della Emotion Focused Therapy (EFT): 1) la consapevolezza e l’abilità di verbalizzare le emozioni, 2) la loro espressione, 3) la capacità di regolazione emotiva, 4) le capacità riflessive sulle stesse, 5) i processi di trasformazione intra-personali e 6) i processi trasformativi emotivi inter-personali.

Il secondo giorno, Farrell e Shaw hanno ripercorso i principali concetti che il terapeuta in formazione dovrebbe conoscere nel suo percorso educativo, la self-practice (pratica personale) e la self-reflection (capacità auto-riflessive), non mancando di applicare esercizi esplicativi. Nella sua key lecture, Young ha presentato la nuova formulazione del caso clinico in chiave ST, disponibile sul sito della Società internazionale e che prevede la raccolta di nuove informazioni che riguardano gli aspetti culturali, etnici o religiosi del paziente e la relazione terapeutica, tenendo in considerazione le reazioni del terapeuta al paziente, il livello di collaborazione di quest’ultimo e le informazioni rispetto al reparenting. In un workshop, Genderen e Van der Wijngaart hanno affrontato, e arricchito con molteplici role play e esercitazioni pratiche, i diversi risvolti con cui l’emozione di rabbia può manifestarsi nel paziente. Le possibili modalità rabbiose prendono forma nel mode del bambino arrabbiato e furioso, nel genitore punitivo e nei coping mode di attacco/bullismo, del protettore arrabbiato, del predatore e del grandioso/auto-esaltatore. Senza dimenticare che la rabbia può venire espressa in modo adeguato e funzionale anche dalla parte dell’adulto sano del paziente. Gli strumenti che il terapeuta possiede per distinguere e identificare le diverse manifestazioni arrabbiate sono l’ascolto attento delle parole del paziente, il modo in cui parla e le reazioni emotive che il clinico può osservare dentro di sé. Ovviamente, rabbie “diverse” necessitano di interventi terapeutici differenti mirati.

Il gruppo APC-SPC romano ha partecipato con diversi contributi, orali e sotto forma di poster, presentando i risultati di studi che hanno visto coinvolte patologie di tipo depressivo e ossessivo-compulsivo (DOC), con la condivisione dei dati preliminari di uno studio volto a valutare l’efficacia dell’utilizzo di tre uniche sessioni di ImRS nel trattamento del DOC. Purtroppo il numero di connazionali che ha preso parte a questo meeting internazionale è stato davvero esiguo: si spera che la prossima edizione, in Gran Bretagna o in Danimarca, si possa assistere a un massiccio intervento di italiani!

 

Sixth EABCT SIG Meeting on OCD

di Olga Ines Luppino e Katia Tenore

Anche quest’anno, come da tradizione, si è tenuto ad Assisi l’EABCT Meeting dello Special Interest Group sul Disturbo Ossessivo Compulsivo, ormai giunto alla sua sesta edizione.

Come da sua migliore consuetudine, l’evento ha riunito presso la Cittadella del capoluogo umbro alcuni tra i maggiori esperti di clinica e ricerca nell’ambito del disturbo ossessivo compulsivo. In particolare questa edizione ha visto, oltre alla nota partecipazione di colleghi provenienti da paesi appartenenti all’EABCT, diversi contributi di ricercatori che operano negli Stati Uniti, Canada e Australia.

Sempre più dunque, all’interno della mission dei meeting sul Doc l’evento si va a costituire quale spazio di confronto, dialogo e condivisione di idee e progetti tra esperti in materia.

Il merito della qualità dell’organizzazione va certamente riconosciuto a Barbara Barcaccia, chairperson per l’EABCT del gruppo di interesse sul Doc, sostenuta da Antonio Pinto (Socio SITCC e fondatore EACBT SIGs) e Francesco Mancini (Past President SITCC e Direttore delle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia APC-SPC)

A Barbara Barcaccia abbiamo rivolto qualche breve domanda:

  • Il Meeting è arrivato alla sua sesta edizione confermando il suo successo. Secondo te cosa ne garantisce il buon esito?

B.B. Mi sembra ci siano tanti ingredienti diversi a contribuire al successo della ricetta “Meeting”, dal livello scientifico delle presentazioni garantito da una selezione forte del Comitato Scientifico, all’eterna bellezza di Assisi.

Se dovessi però individuare pochi tratti essenziali che connotano questo evento, indicherei l’elevato spessore scientifico condiviso in un clima molto amichevole e quella della “cura”: si tratta di un evento dedicato esclusivamente alla comprensione e al trattamento del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, e al quale partecipano solo studiosi davvero impegnati e interessati a questo disturbo. Il comitato scientifico, composto da Ruvi Dar, Marcel van den Hout e Amitai Abramovitch seleziona i lavori per il Meeting con il rigore tipico delle ottime riviste scientifiche. Ciò significa che chi partecipa a questo evento difficilmente può rimanere deluso dai contributi presentati. E il clima rilassato e amichevole facilita l’instaurarsi di collaborazioni: si può parlare di DOC con i colleghi e pianificare progetti congiunti anche durante le pause per il caffè, o mentre si passeggia al tramonto per le strade di Assisi.

Non ci sono “super-star”, ma studiosi di grandissima esperienza e spessore scientifico, insieme ad altri molto più giovani e in fasi iniziali della carriera. Tutti condividono la stessa atmosfera amicale, quasi familiare, che consente discussioni scientifiche accese e stimolanti, senza mai sconfinamenti in esibizioni narcisistiche… Non ci sono inviti speciali rivolti ai cosiddetti “big”. Tutti sono ugualmente importanti e tra tutti ci si chiama per nome: anche le cartelline che consegniamo ai partecipanti non sono anonime, ma vi è apposto il primo nome del recipiente.

L’altro aspetto, quello della cura, riguarda l’attenzione al benessere dei partecipanti, la disponibilità a comprendere le esigenze di chi deve muoversi da paesi lontani e necessita di un po’ d’aiuto per organizzare la propria partecipazione al Meeting, così come di risposte rapide ai quesiti che arrivano per e-mail nei mesi precedenti allo svolgimento del convegno. Chi partecipa ha la percezione di non essere “uno dei tanti”, ma di essere ben rappresentato e ricordato da chi organizza il Meeting, e spesso quando finalmente conosco ad Assisi colleghi con i quali si è avviata una corrispondenza da tempo per questioni riguardanti il viaggio, l’alloggio, la sottomissione del proprio lavoro al Comitato Scientifico, o difficoltà particolari che alla fine si sono superate, quell’incontro si trasforma in una piccola festa. 

  • Come è cambiato il Meeting in questi sei anni?

B.B. Lo spirito mi sembra sia rimasto intatto: un clima familiare e un livello scientifico molto alto.

Sicuramente è aumentata la partecipazione, sia in termini di pubblico che di relatori, anche se il nostro desiderio è di coinvolgere sempre più colleghi nel mondo e riuscire a far giungere le informazioni su questo evento a tutti coloro che sono interessati alla comprensione e trattamento del DOC. Da tempo, ormai, abbiamo varcato i confini Europei, pur trattandosi di un’iniziativa nata in seno all’EABCT, la società europea di terapia cognitivo-comportamentale. Quest’anno, ad esempio, hanno partecipato anche relatori dall’Australia, dagli Stati Uniti e dal Canada, così come anche da altri paesi europei che non avevano mai partecipato, come l’Islanda e la Turchia. Ma c’è ancora molto strada da compiere, prima di poterci ritenere soddisfatti della diffusione delle informazioni su questo evento a tutti gli esperti di DOC.

  • Secondo te quali opportunità sono offerte dal meeting ad esperti di Doc e a giovani colleghi che si affacciano alla ricerca alla clinica?

B.B. Un’occasione unica per fare un’immersione totale nella ricerca su questo disturbo, non ci sono in Italia eventi simili a questo. Gli esperti di DOC, anche nomi molto importanti del settore che abbiamo avuto il piacere di ospitare (Amitai Abramovitch, Christine Purdon, Marcel van den Hout, Ruvi Dar, Kieron O’Connor, Paul Salkovskis, Jonathan Huppert, solo per citarne alcuni), hanno l’opportunità di venire a conoscenza di ricerche e di gruppi di lavoro in aree del mondo fino a poco tempo fa poco rappresentate nelle pubblicazioni internazionali, e di instaurare collaborazioni feconde per tutti. Vale la pena ricordare che delle tradizioni accademiche anglosassoni, ma anche di quelle del Nord Europa, così come di tanti altri paesi stranieri, fa parte una certa informalità e una naturale grande apertura e disponibilità nei confronti di colleghi brillanti, anche se molto giovani e a inizio carriera. È una dimensione alla quale noi Italiani siamo poco avvezzi… ma sicuramente una bellissima scoperta per tutti i giovani che talvolta faticano a far apprezzare il proprio valore in Italia! Possono davvero presentarsi opportunità uniche di ricerca e di carriera.

Una nota dolente è rappresentata però proprio dalla scarsa partecipazione degli Italiani: la SITCC, che ha sponsorizzato il Meeting, garantisce la partecipazione gratuita a tutti i suoi iscritti, eppure i connazionali che vi partecipano sono di gran lunga meno numerosi degli stranieri. Quest’anno, in particolare, avevamo avuto molte iscrizioni da colleghi Italiani, a tutti i livelli di carriera, la maggior parte dei quali però non si è poi presentata. Penso che abbiamo tanto da offrire ai colleghi internazionali in termini di idee, di ricerca, di know-how, a partire dalla grande tradizione di ricerca sul DOC avviata da Francesco Mancini, ma anche senz’altro qualcosa da imparare dai colleghi stranieri, la cui presenza numerosa, puntuale, attenta e rispettosa nel corso delle presentazioni, ha reso più piacevole e fruttuosa per tutti la partecipazione al Meeting.

L’evento ha confermato il suo successo in termini di partecipazione nonché di qualità dei contributi presentati, tutti interessanti ed innovativi, capaci pertanto di rappresentare spunti di riflessione importanti nel panorama della ricerca sul Doc. Non è mancato lo spazio per momenti di condivisione di opinioni e suggestioni tra colleghi; le tavole rotonde che si sono tenute durante l’ultima giornata e che hanno rappresentato una novità importante di questa edizione hanno favorito la costituzione di reti di interesse tra colleghi. Con la finalità di stabilire o rinsaldare collaborazioni, le tavole rotonde sono state centrate sui temi della neuropsicologia del Doc, delle emozioni morali, delle nuove tecnologie nel trattamento e delle terapie della terza ondata

La serata conclusiva ha visto poi uno speciale spazio sociale dedicato alla celebrazione dell’evento attraverso lo stare insieme; la splendida cornice del Ristorante “La Locanda del Cardinale”, location della cena sociale, ha offerto agli ospiti stranieri la possibilità di apprezzare le specialità del luogo nonché gli splendidi reperti di epoca romana riportati alla luce nei basamenti durante la costruzione del locale.

Nel riconfermare il successo di questo importante evento all’interno del panorama italiano ci mettiamo dunque nella posizione di fruttuosa attesa, nella speranza che la prossima edizione che si terrà nel 2020 possa vedere una sempre maggiore partecipazione e presentazione di lavori da parte dei colleghi del nostro paese.

“Il trattamento cognitivo-comportamentale dell’insonnia”

di Chiara Lamuraglia e Stefania Ferrante

Negli scorsi giorni (20-22 aprile 2018) si è tenuto a Bari il Workshop sul “Trattamento cognitivo-comportamentale dell’insonnia”, organizzato dall’Associazione Italiana di Psicoterapia Cognitiva (AIPC di Bari), in collaborazione con la Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC di Roma) e patrocinato dalla Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC Puglia).

Il corso, condotto dalla dott.ssa Federica Farina, è stato un affascinante viaggio fra mente e corpo: l’insonnia, infatti, è, fra i disturbi del sonno, uno tra quelli in cui maggiormente aspetti organici e psicologici si intrecciano profondamente in un processo molto articolato fra pensieri, emozioni, comportamenti e fisiologia corporea.

Dopo aver presentato gli aspetti legati alla fisiologia del sonno, all’epidemiologia dell’insonnia ed ai criteri di classificazione diagnostica nonché agli strumenti di valutazione clinica, la docente, ha condotto il gruppo verso l’approfondimento dei meccanismi di funzionamento del disturbo e dei modelli esplicativi dal punto di vista psicopatologico; si è, quindi, passati alla spiegazione del protocollo cognitivo-comportamentale per il trattamento, validato nell’efficacia, anche attraverso esercitazioni e presentazione di casi clinici.

La terapia cognitivo-comportamentale dell’insonnia (CBT-I Cognitive Behavioral Therapy for Insomnia), approccio terapeutico d’elezione a livello internazionale e che a lungo termine risulta essere più efficace del trattamento farmacologico, è un intervento multicomponenziale, che include un intervento psicoeducativo, volto ad incrementare le conoscenze sul sonno e sui meccanismi dell’insonnia, tecniche comportamentali, finalizzate a sviluppare buone abitudini di sonno ed evitare comportamenti che impediscono di dormire, e tecniche cognitive, per l’individuazione e la modifica dei pensieri disfunzionali e la riformulazione di aspettative irrealistiche riguardo il sonno.

La ricchezza dei contenuti e dei materiali presentati ha permesso ai partecipanti di avere strumenti concreti per la pratica clinica nel trattamento del disturbo; ma, cosa forse ancora più importante, ha sollecitato il desiderio e la curiosità per l’approfondimento di altre tematiche e di più ampi aspetti legati al sonno permettendo ai partecipanti di allargare il proprio sguardo su questo importante e centrale aspetto della vita.

L’esperienza, grazie alla competenza della docente ed alla ricca partecipazione del gruppo che ha attivato un interessante confronto e scambio di esperienze professionali, è stata pienamente soddisfacente. L’auspicio, come SITCC PUGLIA, è quello di poter avviare futuri momenti di formazione ed approfondimento sui temi legati ai disturbi del sonno mantenendo e rafforzando la già proficua collaborazione con la scuola di specializzazione AIPC di Bari. In tal senso la nostra attenzione a sostenere formazioni specialistiche, come nel caso dell’insonnia, persegue l’obiettivo di potenziare gli strumenti a disposizione dei professionisti e offrire sempre più al territorio risposte alle domande di cura dei pazienti.