Nessun deficit nel Disturbo Ossessivo

di Stefania Fadda

La neuropsicologia del Disturbo Ossessivo Compulsivo

Ricorrere a deficit cognitivi nella spiegazione del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) appare facilmente compatibile con l’idea che tale disturbo sia la manifestazione di una patologia del Sistema Nervoso Centrale e sembra suggerito da alcuni aspetti della sintomatologia ossessiva stessa.

In occasione del Sesto meeting EABCT dello Special Interest Group (SIG) sul Disturbo Ossessivo Compulsivo, svoltosi ad Assisi dal 17 al 20 maggio 2018, Amitai Abramovitch ha riferito come negli ultimi decenni questo argomento sia stato oggetto di dibattiti e ricerche nel tentativo di rispondere alla domanda se il DOC possa essere spiegato in termini di deficit cognitivi.

In particolare, nel suo position paper, il ricercatore americano ha proposto una rassegna dello stato dell’arte della neuropsicologia del DOC, includendo i risultati degli studi condotti su ogni specifico dominio cognitivo, con riferimento ad adulti e bambini. Vediamoli qui di seguito, partendo dal dominio della memoria.

L’ipotesi della presenza di un deficit di memoria nei pazienti con DOC non ha ricevuto solido supporto. Sono, invece, disponibili vari studi che evidenziano come i controlli ripetuti producano una riduzione della fiducia nella memoria. Infatti, la ripetizione dei controlli aumenta la familiarità con gli stimoli che, a sua volta, promuove un’elaborazione di tipo concettuale. In questo modo si determina l’inibizione dell’elaborazione percettiva, la quale fa sì che il ricordo sia meno vivido e dettagliato. La riduzione della vividezza e del dettaglio, infine, promuove una sfiducia nella memoria.

In riferimento all’attenzione il meccanismo coinvolto è il medesimo riscontrato per la memoria. Infatti, con l’aumento dei controlli, l’elaborazione percettiva viene inibita in favore di quella concettuale, la quale porta l’individuo a fidarsi meno delle proprie capacità attentive. Inoltre, durante i primi controlli, quando l’elaborazione è ancora di tipo percettivo, è probabile che l’individuo scopra nuovi dettagli dello stimolo da ricordare e che proprio tale arricchimento percettivo contribuisca a una riduzione della fiducia nella propria attenzione.

Inoltre i pazienti con DOC riportano incertezze rispetto alla percezione (“Vedo che il ferro da stiro è staccato, ma non mi fido di ciò che vedo”) e cercano di fronteggiarle mediante comportamenti perseverativi quali la fissazione prolungata dello sguardo. Tuttavia, la fissazione incrementa la sensazione di incertezza in una spirale di mantenimento e dà luogo a sensazioni di tipo dissociativo.

Un altro dominio preso in considerazione è stato il monitoraggio della realtà. La difficoltà, riferita dai pazienti ossessivi, nel discernere se un’azione, ad esempio chiudere la porta di casa, sia stata realmente compiuta o solo immaginata risiede non in un deficit di monitoraggio, ma in una sfiducia nell’origine del proprio ricordo. Sfiducia che nasce da una sequenza simile a quella che porta alla sfiducia nella propria memoria.

La ripetizione e la perseverazione, viste nei domini fin qui descritti, inducono sfiducia anche in altre funzioni mentali, quali la comprensione di testi e il ragionamento. Rispetto alla prima funzione, sappiamo che l’effetto che consegue alla ripetizione di una parola (“latte, latte, latte, latte”) consiste in una sorta di alienazione soggettiva, come se la parola divenisse strana o irreale, sebbene il suo significato rimanga integro. Rispetto alla seconda funzione, i pazienti ossessivi spesso riferiscono che quando si trovano di fronte a una situazione apparentemente innocua e della quale si sentono responsabili, il timore che possa verificarsi un esito negativo li spinge a impegnarsi in lunghi ragionamenti, ipotizzando i possibili scenari che condurrebbero all’esito temuto. Tuttavia, questo tipo di ragionamento è perseverativo e sortisce l’effetto di aumentare l’incertezza circa l’esito temuto.

Infine, il dominio del controllo inibitorio: il carattere intrusivo e ripetitivo dei pensieri ossessivi e la difficoltà a controllarli hanno suggerito l’ipotesi che i pazienti con DOC abbiano un deficit nell’abilità a dismetterli o inibirli, o che nei pazienti ossessivi sia deficitaria la capacità di interrompere i rituali compulsivi. In letteratura, le prestazioni dei pazienti ossessivi differiscono a seconda del paradigma utilizzato per misurare l’inibizione della risposta. Infatti, il compito Go/No-Go e il Continuous Performance Test (CPT) sono utilizzati per investigare la capacità di inibire un’azione, mentre lo Stop-Signal Task (SST) fornisce una misura della capacità di interrompere il flusso di un’azione in corso. La maggioranza degli studi che ha utilizzato il compito Go/No-Go o il CPT ha riportato un numero simile di errori di commissione nei pazienti DOC rispetto ai soggetti non DOC. Inoltre, con lo SST è stato riscontrato come la familiarità comprometta l’inibizione della risposta verso stimoli familiari. Ci si chiede, quindi, se dare retta ai pensieri intrusivi che preoccupano il paziente, o non interrompere le compulsioni, non rappresenti un modo per perseguire gli obiettivi più importanti per il paziente stesso.

In conclusione, rispetto alla domanda iniziale, se il DOC possa essere spiegato in termini di deficit cognitivi, Abramovitch risponde che le ricerche non supportano questa tesi. Al contrario, le stesse dimostrano che i presunti “deficit” dipendano dal peculiare funzionamento dei pazienti ossessivi. Pertanto, al fine di rendere conto della fenomenica ossessiva e delle sue variazioni nei diversi domini e condizioni di responsabilità si rivela necessario ricorrere a scopi e credenze del paziente.

Per approfondimenti:

Amitai Abramovitch The neuropsychology of OCD across the life span: A critical perspective. Sixth Meeting of the EABCT SIG on OCD, Assisi 17-20 Maggio 2018.

Fadda, S., Gragnani,A., Couyoumdjian A., Mancini, F. Deficit cognitivi e Disturbo Ossessivo Compulsivo (2016). In Mancini, F. (a cura di) La Mente Ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo, Raffaello Cortina.

Come la Schema Therapy ti cambia la vita

di Barbara Basile

Report del convegno internazionale del 2018 ad Amsterdam

L’ultimo weekend di maggio si è tenuto ad Amsterdam il convegno internazionale di Schema Therapy (ST) in cui oltre un migliaio di schema terapeuti provenienti da tutto il mondo si sono ritrovati per condividere nuove tecniche terapeutiche e i risultati delle recenti ricerche nell’ambito. L’apertura dei lavori ha visto il presidente David Edwards e il vice-presidente nonché organizzatore del convegno Remco Van der Wijngaart dare il benvenuto ai partecipanti sottolineando la significatività dell’evento, che puntualmente ricorre ogni due anni. L’intervento del presidente ha ripercorso il contributo dei più illustri clinici e ricercatori che con i loro concetti e modelli hanno provveduto a dare corpo alla ST. Partendo da Winnicott e le sue esperienze emotive correttive, passando per Moreno e Perls che hanno creato e diffuso la tecnica delle sedie, arrivando a Bandura e alla sua auto-efficacia e infine richiamando il prezioso contributo di Gianni Liotti che si è occupato, tra gli altri, di attaccamento e trauma complesso e che è malauguratamente venuto a mancare da poco.

Successivamente in una keynote, Arntz ha ripercorso gli studi di efficacia sull’applicazione della tecnica esperienziale di Imagery with Rescripting (ImRS), citando i dati preliminari di diversi studi, tra i quali: un lavoro coordinato da Yakin che coinvolge 320 pazienti e prevede controlli di follow-up a sei anni, uno studio guidato da Tan che indaga le reazioni dei pazienti all’applicazione delle tecniche immaginative e altre ricerche di Roediger, Raabe e Videler rivolte rispettivamente allo studio dell’efficacia nel contesto della terapia di coppia, al Disturbo Post-traumatico da Stress e in età geriatrica. Tra i diversi simposi in parallelo, una sessione coordinata anch’essa da Arntz, ha interessato gli ultimi contributi relativi all’applicazione della ST al trattamento della depressione. Si tratta di un disturbo mentale, seppure tra i più diffusi al mondo, di cui la ST si è occupata poco, e lo ha fatto unicamente a partire dal primo contributo di Renner nel 2012. Quest’ultimo ha presentato i dati preliminari dell’ultimo lavoro del suo team, in cui in 25 pazienti con depressione cronica (sintomi presenti da oltre 2 anni, BDI-II>20) è stata esplorata l’efficacia della ST, tenendo in considerazione anche altre variabili come le credenze depressive nucleari e aspetti relativi alla relazione terapeutica. Rhonda Goldman ha ripercorso, avvalendosi di brevi video, i sei interventi nucleari del modello della Emotion Focused Therapy (EFT): 1) la consapevolezza e l’abilità di verbalizzare le emozioni, 2) la loro espressione, 3) la capacità di regolazione emotiva, 4) le capacità riflessive sulle stesse, 5) i processi di trasformazione intra-personali e 6) i processi trasformativi emotivi inter-personali.

Il secondo giorno, Farrell e Shaw hanno ripercorso i principali concetti che il terapeuta in formazione dovrebbe conoscere nel suo percorso educativo, la self-practice (pratica personale) e la self-reflection (capacità auto-riflessive), non mancando di applicare esercizi esplicativi. Nella sua key lecture, Young ha presentato la nuova formulazione del caso clinico in chiave ST, disponibile sul sito della Società internazionale e che prevede la raccolta di nuove informazioni che riguardano gli aspetti culturali, etnici o religiosi del paziente e la relazione terapeutica, tenendo in considerazione le reazioni del terapeuta al paziente, il livello di collaborazione di quest’ultimo e le informazioni rispetto al reparenting. In un workshop, Genderen e Van der Wijngaart hanno affrontato, e arricchito con molteplici role play e esercitazioni pratiche, i diversi risvolti con cui l’emozione di rabbia può manifestarsi nel paziente. Le possibili modalità rabbiose prendono forma nel mode del bambino arrabbiato e furioso, nel genitore punitivo e nei coping mode di attacco/bullismo, del protettore arrabbiato, del predatore e del grandioso/auto-esaltatore. Senza dimenticare che la rabbia può venire espressa in modo adeguato e funzionale anche dalla parte dell’adulto sano del paziente. Gli strumenti che il terapeuta possiede per distinguere e identificare le diverse manifestazioni arrabbiate sono l’ascolto attento delle parole del paziente, il modo in cui parla e le reazioni emotive che il clinico può osservare dentro di sé. Ovviamente, rabbie “diverse” necessitano di interventi terapeutici differenti mirati.

Il gruppo APC-SPC romano ha partecipato con diversi contributi, orali e sotto forma di poster, presentando i risultati di studi che hanno visto coinvolte patologie di tipo depressivo e ossessivo-compulsivo (DOC), con la condivisione dei dati preliminari di uno studio volto a valutare l’efficacia dell’utilizzo di tre uniche sessioni di ImRS nel trattamento del DOC. Purtroppo il numero di connazionali che ha preso parte a questo meeting internazionale è stato davvero esiguo: si spera che la prossima edizione, in Gran Bretagna o in Danimarca, si possa assistere a un massiccio intervento di italiani!

 

“Il trattamento cognitivo-comportamentale dell’insonnia”

di Chiara Lamuraglia e Stefania Ferrante

Negli scorsi giorni (20-22 aprile 2018) si è tenuto a Bari il Workshop sul “Trattamento cognitivo-comportamentale dell’insonnia”, organizzato dall’Associazione Italiana di Psicoterapia Cognitiva (AIPC di Bari), in collaborazione con la Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC di Roma) e patrocinato dalla Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC Puglia).

Il corso, condotto dalla dott.ssa Federica Farina, è stato un affascinante viaggio fra mente e corpo: l’insonnia, infatti, è, fra i disturbi del sonno, uno tra quelli in cui maggiormente aspetti organici e psicologici si intrecciano profondamente in un processo molto articolato fra pensieri, emozioni, comportamenti e fisiologia corporea.

Dopo aver presentato gli aspetti legati alla fisiologia del sonno, all’epidemiologia dell’insonnia ed ai criteri di classificazione diagnostica nonché agli strumenti di valutazione clinica, la docente, ha condotto il gruppo verso l’approfondimento dei meccanismi di funzionamento del disturbo e dei modelli esplicativi dal punto di vista psicopatologico; si è, quindi, passati alla spiegazione del protocollo cognitivo-comportamentale per il trattamento, validato nell’efficacia, anche attraverso esercitazioni e presentazione di casi clinici.

La terapia cognitivo-comportamentale dell’insonnia (CBT-I Cognitive Behavioral Therapy for Insomnia), approccio terapeutico d’elezione a livello internazionale e che a lungo termine risulta essere più efficace del trattamento farmacologico, è un intervento multicomponenziale, che include un intervento psicoeducativo, volto ad incrementare le conoscenze sul sonno e sui meccanismi dell’insonnia, tecniche comportamentali, finalizzate a sviluppare buone abitudini di sonno ed evitare comportamenti che impediscono di dormire, e tecniche cognitive, per l’individuazione e la modifica dei pensieri disfunzionali e la riformulazione di aspettative irrealistiche riguardo il sonno.

La ricchezza dei contenuti e dei materiali presentati ha permesso ai partecipanti di avere strumenti concreti per la pratica clinica nel trattamento del disturbo; ma, cosa forse ancora più importante, ha sollecitato il desiderio e la curiosità per l’approfondimento di altre tematiche e di più ampi aspetti legati al sonno permettendo ai partecipanti di allargare il proprio sguardo su questo importante e centrale aspetto della vita.

L’esperienza, grazie alla competenza della docente ed alla ricca partecipazione del gruppo che ha attivato un interessante confronto e scambio di esperienze professionali, è stata pienamente soddisfacente. L’auspicio, come SITCC PUGLIA, è quello di poter avviare futuri momenti di formazione ed approfondimento sui temi legati ai disturbi del sonno mantenendo e rafforzando la già proficua collaborazione con la scuola di specializzazione AIPC di Bari. In tal senso la nostra attenzione a sostenere formazioni specialistiche, come nel caso dell’insonnia, persegue l’obiettivo di potenziare gli strumenti a disposizione dei professionisti e offrire sempre più al territorio risposte alle domande di cura dei pazienti.

Curare i casi complessi. La Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità

di Marvita Goffredo (AIPC Bari)

Seminario sull’applicazione degli interventi metacognitivi nella patologia della personalità. Presentazione del volume “Curare i casi complessi. La Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità” di Antonio Carcione, Giuseppe Nicolò e Antonio Semerari, Edizioni Laterza.

Il 16 marzo 2018, il Dipartimento di Scienze Della Formazione Psicologia Comunicazione dell’Università di Bari ha ospitato il seminario “Curare i casi complessi. La Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità”, che ha visto la presenza di Antonio Semerari. L’evento, organizzato dalla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva AIPC di Bari e dalla Società Italiana di Terapia Comportamentale Cognitiva (SITCC) – sezione Puglia, è stato patrocinato dal Dipartimento di Scienze Della Formazione Psicologia Comunicazione dell’Università di Bari ed è stato sostenuto dalla Edizioni Laterza.

Ospite indiscusso della giornata è stato il prof. Antonio Semerari, psichiatra psicoterapeuta, tra i massimi esponenti del Cognitivismo nazionale ed internazionale, docente e didatta storico delle scuole APC e SPC, il quale ha tenuto una lectio magistralis sulla metacognizione e sul ruolo delle abilità metacognitive come fattore generale nelle patologie della personalità.

Hanno introdotto i lavori, la prof.ssa Rosalinda Cassibba, Direttore del Dipartimento di Scienze Della Formazione Psicologia Comunicazione dell’Università di Bari, la dott.ssa Maria Grazia Foschino Barbaro, Direttore della scuola di specializzazione AIPC di Bari, e la dott.ssa Chiara Lamuraglia, Referente Regionale della SITCC – sezione Puglia.

Il primo intervento è stato a cura della prof.ssa Gabrielle Coppola, professore associato di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione del Dipartimento di Scienze della Formazione Psicologia e Comunicazione dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. La presentazione è stata interamente dedicata alla valorizzazione del connubio tra ricerca e clinica, forte quanto mai imprescindibile, che da sempre anima il Cognitivismo. La docente ha ripreso gli assunti cardine del metodo scientifico ipotetico deduttivo, applicato alle scienze cognitive e neurocognitive, per poi illustrare i principali orientamenti di ricerca perseguiti nell’ambito della Terapia Cognitivo-Comportamentale e i relativi risvolti sulla pratica clinica. Ha proseguito, per poi concludere, con la presentazione dei numerosi progetti di collaborazione, attuali e passati, tra l’università e l’Associazione Italiana di Psicoterapia Cognitiva (AIPC) di Bari, che sono emblema tangibile dello spirito di integrazione tra ricerca e clinica che anima da tempo il territorio barese.

Antonio Semerari, attraverso l’esemplificazione di un caso clinico, ha introdotto la platea alla profonda complessità che permea la sfera dei disturbi di personalità; una complessità che pone il clinico dinnanzi alla sfida di trattare con efficacia quei pazienti la cui sintomatologia “non obbedisce” ai manuali diagnostici, non rientrando perfettamente in alcun quadro nosografico. Il professore ha introdotto così il costrutto della metacognizione – in estrema sintesi, ascrivibile alla conoscenza che un individuo ha dei propri stati e processi mentali – definendolo come possibile fattore generale nella patologia di personalità. Le evidenze sperimentali sembrano, infatti, convergere nel mostrare come i disturbi della metacognizione predicano maggiormente la gravità del disturbo di personalità, in termini di quantità numerica ed intensità dei sintomi, piuttosto che la categoria diagnostica; altresì svolgano un importante ruolo mediazionale tra fattori di rischio noti e sviluppo di sintomi di personalità.

La descrizione del trattamento metacognitivo è anticipata dal riferimento alle principali problematiche che generalmente si incontrano nella relazione terapeutica con questi pazienti, determinati dalle difficoltà nelle funzioni metacognitive. Grande enfasi è stata posta sulla necessità, da parte del terapeuta, di comprendere gli stati mentali problematici posseduti dal paziente, ed anche sulla possibilità di avvalersene come strumento terapeutico per promuovere le abilità metacognitive del paziente stesso, quando tali stati mentali siano agiti nel contesto del colloquio piuttosto che raccontati.

L’intervento è terminato con la discussione sulle linee generali del modello di trattamento proposto dal gruppo di lavoro del prof. Semerari, la cui peculiarità risiede nell’articolazione ed integrazione di procedure di intervento diversificate per obiettivi e setting, al fine dell’accrescimento delle abilità metacognitive nel paziente con disturbo di personalità. Una riduzione delle problematiche nella metacognizione comporta una riduzione dei sintomi che sostanziano la patologia della personalità.

La conclusione è stata affidata alla visione di un video, inerente la simulata di un colloquio con una paziente con patologia della personalità, che ha mostrato concretamente come gestire gli stati mentali attivi e caldi nel vivo del colloquio e le strategie per ristabilire le funzioni di monitoraggio metacognitivo del paziente.
La discussione è stata curata dal dott. Domenico Semisa, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Bari, che ha avvalorato quanto esposto dai precedenti relatori ponendo, tuttavia, il focus dell’attenzione sulla necessità di trasferibilità e applicazione delle conoscenze derivanti dalla ricerca anche alle prassi cliniche del servizio pubblico deputato alla cura della patologia della personalità, un contesto, quest’ultimo, nel quale la qualità dell’organizzazione e la possibilità di cooperazione tra le risorse umane appaiono dirimenti rispetto all’efficacia degli interventi terapeutici attuati.

L’evento ha raccolto un grande successo, destando l’interesse e la partecipazione attiva della platea. Numerose, infatti, le domande e gli interventi del pubblico rivolti ai docenti ospitati, le quali hanno consentito l’approfondimento di alcuni aspetti specifici della pratica clinica nell’ambito della patologia della personalità, altresì contribuito alla condivisione di ulteriori spunti per la riflessione e la formazione in tale ambito.

Accettare per realizzare i propri desideri

di Valentina Silvestre e Alessandra Micheloni

 Act in pratica: applicare le procedure dell’Acceptance and Commitment Therapy alla clinica

 Nelle giornate del 25 e 25 novembre 2017, presso la sede della Scuola di Specializzazione di Psicoterapia Cognitiva SPC-APC di Roma, si è tenuto il corso “Act in pratica: applicare le procedure dell’Acceptance and Commitment Therapy alla clinica” a cura della dottoressa Barbara Barcaccia.

Le giornate formative si sono strutturate principalmente in un’ottica esperienziale, in cui i professionisti sono stati coinvolti nella pratica delle procedure ACT a partire dal lavoro sul proprio materiale personale, il modo migliore per apprendere davvero, in “prima persona”, le tecniche proposte. La parte esperienziale è stata poi inserita in una cornice teorica di riferimento, dalla filosofia ACT alla Relational Frame Theory.

L’ACT, terapia di accettazione e di impegno nell’azione, fa parte della terza generazione della terapia cognitivo-comportamentale, e sottolinea in modo particolare l’importanza di due aspetti centrali: l’accettazione di ciò che non si può evitare, e l’impegno a camminare in direzione dei propri desideri e valori. Naturalmente, la riflessione sul tema dell’accettazione ha origine antiche, antecedenti a qualsiasi forma di psicoterapia. Di accettazione, infatti, se ne sono occupate teologia e filosofia, in particolare la filosofia stoica, che proponeva un approccio pratico ai problemi quotidiani delle persone e forniva strumenti concreti per vivere più serenamente, attraverso una serie di regole di condotta e tecniche di meditazione. Una lunga storia, quindi, nella nostra tradizione filosofica Occidentale, che si è incontrata con quella Orientale, e con i recenti sviluppi degli interventi clinici basati sull’accettazione e la mindfulness.

Con l’ACT non si vogliono cambiare i contenuti dei pensieri disfunzionali, ma come ci rapportiamo a essi, imparando a riconoscerli come prodotti della nostra mente. A volte, infatti, tentare di modificare i nostri pensieri negativi e trasformarli in pensieri più funzionali è molto difficile. E tentare di sopprimerli finisce per rafforzarli e farli venire in mente più spesso, paradossalmente, come quando ci intimiamo di non pensare a qualcosa. Anche per le emozioni negative accade qualcosa di simile: più ci impegniamo a evitarle, mandarle via, o anestetizzarle, e più aumentano i problemi, come accade, ad esempio, quando per tentare di non sentire la sofferenza emotiva si ricorre all’uso di una sostanza.

In effetti, più tentiamo di modificare o cacciare via pensieri, emozioni e sensazioni spiacevoli, più aumentano i nostri problemi.  Imparare ad accettare la comparsa di pensieri, immagini mentali, sensazioni ed emozioni, è il primo passo per poter costruire una vita ricca, piena e significativa. Certo, nessuno può aspirare a vivere una vita completamente priva di dolore, senza emozioni o pensieri negativi. L’ACT aiuta le persone ad abbandonare questo obiettivo irraggiungibile, e a mettere in atto tecniche e strategie nuove per riuscire a gestire al meglio pensieri ed emozioni, accettandone la presenza e imparando a navigare al meglio quando il mare è mosso, senza essere travolti dalle onde.

L’identificazione dei propri valori personali è fondamentale, in questa ottica: i valori sono i desideri più profondi del cuore, ciò che davvero vogliamo essere. Una volta messi a fuoco, sarà più facile impegnarsi nel faticoso cammino del cambiamento: i valori diventeranno il motore della terapia, ciò che consentirà al paziente di affrontare con coraggio l’inevitabile sofferenza, in nome della realizzazione di quello che desidera di più bello per la propria esistenza. E come ci ricorda Steve Hayes, non bisogna attendere perché questo cambiamento inizi: “Non c’è motivo di aspettare che la vita cominci. Il gioco dell’attesa può finire. Adesso”.

La Terapia Cognitiva Italiana compie 40 anni

di Barbara Basile

Il 19 gennaio 2018 si è tenuto presso il Teatro Italia a Roma un evento in cui sono stati celebrati i 40 anni della Psicoterapia Cognitiva in Italia. Il convegno ha visto la partecipazione dei principali protagonisti che hanno contribuito alla realizzazione e alla diffusione del Cognitivismo nel nostro paese.

Ha aperto e diretto i lavori Tony Fenelli il quale, dopo una breve panoramica sulla storia del cognitivismo romano e la citazione dei primi libri di Vittorio Guidano e Gianni Liotti (tra cui Elementi di Psicoterapia Comportamentale), ha introdotto quest’ultimo. Il grande clinico ha subito rotto il ghiaccio ricordandoci il ruolo della dissociazione, o disintegrazione, della coscienza e la sua funzione fondamentale nel salvaguardare la mente di fronte ad eventi traumatici. A proseguire nell’approfondimento del tema gli è subentrato Benedetto Farina il quale ha citato i principali studi scientifici che, a partire dagli anni ’70, hanno diffuso e supportato le ipotesi di Liotti. In seguito Mario Reda ha ripercorso la sua esperienza personale in questi quarant’anni ricordando simpatici aneddoti di cui sono stati protagonisti Vittorio Guidano e Gianni Liotti e sottolineando il ruolo innovativo della Scuola Romana.

Dopo una pausa caffè in cui gli oltre 500 partecipanti, molti dei quali ex-allievi formatisi presso le diverse sedi della Scuola di Psicoterapia Cognitiva sparse sul territorio nazionale, si sono rincontrati, Francesco Mancini ci ha ricordato l’importanza della comprensione del funzionamento dei processi cognitivi ed emotivi di base per poter conoscere la mente in condizioni di psicopatologia esplorando, in particolare, il conflitto intrapsichico, il cui ruolo è stato trascurato dalla psicoterapia cognitiva. Richiamando magistralmente alcuni concetti relativi alla psicologia cognitiva e sociale, Mancini ha mostrato quali sono i processi mentali (per esempio la distanza psicologica, il goal shielding, le valutazioni secondare e le meta-valutazioni) che entrano in gioco quando ci si trova di fronte ad una scelta conflittuale. A seguire Antonio Semerari ha celebrato il ruolo delle abilità metacognitive in psicopatologia, con particolare riferimento ai Disturbi di Personalità. Lo psichiatra e psicoterapeuta ha ripercorso le ricerche dell’ultimo decennio in cui la metacognizione e le sue funzioni sono state indagate in pazienti con personalità disfunzionale, mostrando come il livello di gravità del deficit metacognitivo sia in grado di differenziare i disturbi egodistonici da quelli egosintonici. A chiudere i lavori la brillante presentazione di Roberto Lorenzini il quale ha spiegato, arricchendolo con esperienze cliniche, il senso del delirio e gli scopi, solitamente ragionevoli e comprensibili (se adeguatamente indagati) che si celano dietro ad esso, nella speciale individualità di ciascun paziente.

In un dibattito finale si sono tirate le conclusioni rispetto a quanto è stato fatto in questi 40 anni e quanto è ancora da fare. I protagonisti di questo grande evento invitano, unanimemente, a porre particolare attenzione, se non addirittura a mostrare scetticismo, verso alcune discipline mediche, in particolare le neuroscienze e la genetica. Il grande rischio che gli psicoterapeuti oggi corrono, sottolinea Mancini, è di affidarsi superficialmente a quanto proposto da queste discipline, senza tenere a mente le vulnerabilità individuali e le precise motivazioni che contraddistinguono ciascun paziente. A nostro favore, invece, i meccanismi studiati dall’epigenetica che, a differenza della genetica, studia come i geni o le informazioni memorizzate nel DNA interagiscono e si esprimono in ciascun individuo tenendo conto delle specifiche variabili ambientali (come quelle psicologiche, alimentari, sociali, culturali ed economiche, per citarne alcune) che questi incontra nella propria esistenza. Analogamente, viene ricordato come sia più esaustivo, nella pratica psicoterapica, favorire un approccio dimensionale, a dispetto della diffusa tassonomia categoriale. Questo tema riecheggia anche nell’applicazione di protocolli clinici eccessivamente rigidi e dogmatici che non considerano l’esperienza soggettiva ed individuale del paziente che si ha di fronte. Il rischio, come afferma da Lorenzini, sarebbe quello di “finire per utilizzare protocolli che potrebbero benissimo essere replicati da robot”!

Sicuramente, concludendo, quello che ad oggi ha permesso la diffusione della Terapia Cognitiva nel nostro paese sono le smisurate competenze, la ricerca scientifica basata sull’evidenza e la qualità indiscussa dei centri didattici che hanno caratterizzato, e tutt’ora contraddistinguono, il lavoro pioneristico dei nostri Grandi protagonisti.

La tecnica EMDR per rielaborare un trauma

di Alessandra Micheloni e Gabriella Catalano

Non cancellare l’episodio doloroso ma considerarlo come appartenente al passato

Circa un mese fa, dal 12 al 14 maggio2017, a Grosseto si è tenuto un workshop dal titolo “I principi base dell’EMDR integrato nel trattamento cognitivo comportamentale dei disturbi psicopatologici”. Durante le tre giornate, i partecipanti hanno “fatto spazio” a contenuti personali ed emotivi, attraverso esercitazioni in coppia: l’uno si è posto di fronte all’altro, come “seduti su un treno”, osservando “fuori dal finestrino” e immergendosi nei ricordi dolorosi.
Laura Conti e Ilaria Martelli Venturi sono state le docenti che hanno accompagnato gli allievi psicoterapeuti in questo viaggio teorico ed esperienziale, lasciando loro materiale e strumenti da utilizzare con i propri pazienti, adulti e bambini, nei rispettivi percorsi terapeutici. Leggi tutto “La tecnica EMDR per rielaborare un trauma”

Sonno e psicopatologia: un legame in doppio cieco

di Niccolò Varrucciu

Nell’usuale cornice del Centro Convegni Villa Palestro si è svolto, in data 20 maggio, il workshop dal titolo ’Il Trattamento dell’Insonnia nel paziente psichiatrico: farmaci e psicoterapia cognitivo comportamentale’, che ha visto la partecipazione di professionisti di varia estrazione, con lo scopo di dar conto dei molteplici aspetti di un fenomeno tanto comune e importante quanto complesso come il sonno.insonnia

Dopo le presentazioni di rito, effettuate dal dott. Coradeschi, la giornata ha preso il via con una bella rassegna della dr.ssa Devoto sui differenti modelli teorici dell’Insonnia, la quale ha evidenziato come un’accurata valutazione aiuti sia il clinico sia il paziente a diventare consapevoli, monitorare e infine modificare gli aspetti biofisiologici e gli ingredienti cognitivi. Di fondamentale importanza, al fine di avere un quadro completo della situazione, anche la considerazione dell’ormai desueta asse I e dei tratti di personalità.

Come naturale conseguenza, la dr.ssa Lombardo ha illustrato come questa condizione si configuri come un fattore trans-diagnostico, spesso presente fra le fila di molte condizioni psicopatologiche, fra le quali sembrano distinguersi ansia e depressione; in tal senso la ricerca sta ancora cercando di chiarire la possibile funzione dell’insonnia come fattore di rischio per alcuni disturbi, soprattutto riguardanti il tono dell’umore. Leggi tutto “Sonno e psicopatologia: un legame in doppio cieco”

Diario di bordo: Workshop II – Strategie nella Schema Therapy

di Chiara Lignola, Lavinia Lombardi, Agnese Fatighenti e Dario Pappalardo

Corso intensivo sulla Schema Therapy 2016 Firenze: la nostra esperienza!

Ed ora che ci faccio con tutto quello che ho imparato con la CBT in quattro anni di specializzazione? L’ACT e la mindfulness si integrano bene, ma con questa Schema Therapy che faccio? Devo resettare tutto? Come posso integrarla?

Ecco l’effetto che ci ha fatto questo percorso di formazione arrivati alla seconda tappa, il Workshop II “Strategie nella Schema Therapy”.

Dopo un iniziale smarrimento è diventata sempre più chiara la sua utilità, il suo potenziale e la possibilità di integrarla alla CBT, a seconda dei casi clinici. Si sta proprio rivelando un altro strumento da inserire nella valigetta degli attrezzi del terapeuta; se la CBT è il “razionale” della terapia, la Schema Therapy ne rappresenta il cuore, ossia la possibilità di attivare emotivamente il paziente ed entrare in contatto con le sue emozioni. Che potenziale!

Eh si…appena applicate le prime tecniche imparate, l’impatto è stato forte. schema therapy

Ma quando è possibile applicarla? Quando il paziente ha difficoltà ad accedere ai propri pensieri, i propri “B” come diciamo noi cognitivisti, o al contrario quando rimane sul piano “razionale” e poco in contatto con le proprie emozioni, oppure ancora quando è stato condiviso il funzionamento con il paziente, ma abbiamo la percezione di essere sempre “impantanati” nello stesso punto, nello stesso mood. Tecniche come l’imagery with rescripting attivano le emozioni del paziente; è come agganciarsi ad una corsia preferenziale che porta il paziente e il terapeuta a nuove scoperte, a link col passato che danno una nuova lettura del funzionamento del paziente. È possibile, quindi, accedere ad una ristrutturazione della credenza sollecitando in vivo l’emozione. Leggi tutto “Diario di bordo: Workshop II – Strategie nella Schema Therapy”