SITCC 2018 – La relazione terapeutica nella Terza Onda: nuove generazioni a confronto

di Maurizio Brasini

Lo scopo di questo simposio, realizzato nella giornata di sabato all’interno del XIX Congresso Sitcc di Verona, nelle intenzioni dei suoi promotori (il dr. Giuseppe Romano e il dr. Maurizio Brasini), era duplice: da una parte stimolare una riflessione sul ruolo della relazione terapeutica nell’ambito di quel variegato insieme di nuovi indirizzi epistemologici, metodi, tecniche e protocolli di intervento che viene denominato “terza onda” del cognitivismo; d’altro canto consentire uno scambio tra gli esponenti dell’attuale generazione di terapeuti cognitivi cresciuta all’interno di questo movimento per certi versi frastagliato e frammentario, nella auspicabile prospettiva di una integrazione.
La dr.ssa Elena Bilotta ha presentato una rassegna degli studi esistenti (non molto numerosi) sulla relazione terapeutica nei protocolli di Mindfulness. Al di là dei risultati non conclusivi circa il ruolo della relazione terapeutica nei protocolli di mindfulness (alcuni studi per esempio suggeriscono che l’effetto principale riguardi il committment piuttosto che l’esito), la dr.ssa Bilotta ha sottolineato un aspetto di notevole interesse riflettendo sul duplice ruolo del terapeuta/insegnante di Mindfulness: da una parte depositario di un sapere codificato di tipo tecnico/scientifico, dall’altra esempio incarnato di un modo di intendere la vita (il “Maestro”). Nel superamento di questa antinomia, profondamente radicata nella storia di tutta la psicoterapia, si intravede la strada per la conciliazione di metodi e relazione in psicoterapia.
Il dr. Emanuele Rossi ha illustrato i principi fondamentali della Acceptance and Commitment Therapy. Nell’individuare le matrici scientifiche e culturali su cui Ë sviluppato questo nuovo approccio, il dr. Rossi ha invitato a considerare l’ACT nella cornice più ampia dell’incontro tra il contestualismo funzionale (compatibile con l’approccio tradizionalmente comportamensita, ma non riducibile ad esse), la Relational Frame Theory, ed alcuni fondamenti degli orientamenti umanisti. A parere di chi scrive è proprio nel recupero di questa tradizione, preziosa ma non sempre riconociuta e valorizzata nell’ambito del cognitivismo, che risiede la chiave per comprendere la reale innovatività di questo approccio ed anche il suo ampio respiro in termini relazionali. L’importanza attribuita al modo di stare nella relazione e le caratteristiche del terapeuta (paritetico, equo, vulnerabile, compassionevole, genuino, rispettoso, aperto) ricordano molto da vicino l’approccio Rogersiano.
La dr.ssa Monica Dalla Valle ha introdotto alcuni principi di base della schema therapy ed ha mostrato con un esempio clinico le implicazioni del modello sulla relazione terapeutica. La dr.ssa Dalla Valle ha mostrato da una parte come alcuni costrutti centrali nella schema therapy, quali ad esempio i concetti di “bisogno emotivo”, di “schema” e “mode”, siano riferiti essenzialmente al mondo interpersonale del paziente; d’altra parte, il modello di intervento è fortemente basato sull’uso che il terapeuta fa della relazione (per esempio nel confronto empatico o nel reparenting) per “mettere in gioco” le dinamiche interpersonali del paziente. A parere di chi scrive, l’ispirazione transazionale della schema therapy contribuisce in modo decisivo a declinarla in senso relazionale. Inoltre, come evidenzia la dr.ssa Dalla Valle, il terapeuta informato alla schema therapy è chiamato ad un continuo monitoraggio di come i propri schemi entrano in gioco con il paziente, quello che Safran e Segal chiamerebbero “cicli interpersonali”.
La dr.ssa Ilaria Martelli Venturi ha mostrato, attraverso alcune tranches cliniche, la tensione dialettica propria della relazione terapeutica nel modello della dialectical behavior therapy (DBT), in cui il delicato equilibrio dinamico tra accettazione e cambiamento comporta che il terapeuta danzi insieme al paziente tra questi due poli opposti, con una costante attenzione al cambiamento degli stati dolorosi entro una sostanziale accettazione dei limiti imposti dalla realtà. Il terapeuta è dunque focalizzato primariamente sulla relazione, terapeutica, che gestisce integrando strategie e tecniche cognitivo-comportamentali con la pratica della mindfulness e dell’accettazione radicale, bilanciando interventi di reciprocità comunicativa propri della validazione emotiva e interventi di comunicazione irriverente, orientati al cambiamento.
Nell’insieme, i relatori di questo simposio sembrano offrire una incoraggiante risposta alla dibattuta questione se la terza onda apra la strada ad un cambiamento di paradigma o al contrario, per parafrasare il Vangelo, sia un po’ come “vino vecchio in otri nuove”. La sensazione è che la nuova generazione di terapeuti non si soffermi sulla patina “new age” né su altri aspetti della confezione dei modelli presentati, evidenziando invece connessioni ramificate non solo con il cognitivismo di prima e seconda generazione, ma anche con altri orientamenti esterni al cognitivismo (si vedano ad esempio le terapie di area umanista), la cui eredità era forse stata poco valorizzata dalle prime ondate. Questo fa ben sperare per un futuro in cui si potranno considerare parte dell’azione terapeutica aspetti quali ad esempio l’accettazione della condizione umana, la consapevolezza del presente, l’impegno orientato ai valori, e – naturalmente – la centralità della relazione con l’altro, all’interno di una cornice di riferimento forse meno esotica ma più radicata nella nostra cultura di riferimento: quella dell’umanesimo. D’altro canto, a recitare “Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere la differenza tra le une e le altre” è una preghiera di Tommaso Moro, anche se potrebbe sembrare un mantra tibetano!

SITCC 2018 – Perché ci deprimiamo?

di Dario Pappalardo

 

Il pomeriggio di Sabato 22 si apre nella sala principale del Polo Zannotto, sede del XIX Congresso SITCC, il simposio intitolato “Perché ci deprimiamo? Descrizione dei meccanismi di passaggio dalla tristezza alla depressione” presieduto da Marco Saettoni in veste di Chairman e da Giuseppe Romano in qualità di Discussant.

La depressione è la seconda causa di mortalità negli adulti dopo le cause di natura cardiovascolare e comprende un grande insieme di forme che vanno dalla sofferenza patologica alla normale infelicità legata alla percezione di uno scarto fra come si è e come si vorrebbe essere. Il simposio nasce dall’osservazione che non è sufficiente esaurire l’analisi quantitativa della fenomenica depressiva ma si rende necessario entrare nella sua qualità esperienziale, dal suo insorgere al suo perpetuarsi, per cogliere aspetti e consolidare trattamenti, sia psicologici che farmacologici, che evitino la ripresentazione ciclica di tale sindrome.

Chiara Schepisi (SPC Grosseto) ha presentato una relazione dal titolo “Problema secondario nel disturbo depressivo maggiore: uno studio quantitativo e qualitativo delle valutazioni negative dei sintomi depressivi” nella quale ha illustrato i risultati di uno studio compiuto su un gruppo di soggetti con depressione con gruppo di controllo dove è stato indagata, in primo luogo, la relazione tra intensità e frequenza delle valutazioni negative dei sintomi depressivi e severità e ricorrenza della sintomatologia depressiva, e in secondo luogo, la relazione tra specifiche tipologie di sintomi, precedentemente correlati alla compromissione di scopi di valore personale o amabilità, e specifiche valutazioni negative riconducibili a tali scopi. E’ stata inoltre indagata la presenza e l’intensità di ciascun sintomo depressivo ed è stato chiesto ai soggetti di identificare i due sintomi considerati più invalidanti, su tali sintomi sono state indagate, mediante un questionario apposito, le valutazioni negative secondarie legate alla compromissione di scopi di tipo valore personale o amabilità.

Paolo Rosamilia (Pandora Lucca e Firenze, SPC Grosseto), nella sua relazione “L’inaccettabile demotivazione: un caso clinico sul problema secondario dello stato depressivo”, ha presentato il caso clinico di Marcello, dove i sintomi depressivi occorsi in seguito alla perdita di un lavoro rappresentato come scopo strumentale iperinvestito in direzione della propria autodeterminazione, sono stati valutati come segno della sua incapacità, inutilità e debolezza e ne sono poi diventati i fattori di mantenimento. Il trattamento è stato indirizzato all’accettazione della perdita strumentale (lavoro) e al ridimensionamento dell’investimento sullo scopo terminale di autodeterminazione. E’ stata inoltre messa in discussione la credenza di debolezza e incapacità sulla base di evidenze controfattuali tale credenza ed è stato poi operato un reinvestimento sugli altri ambiti di vita quali la relazione di coppia e le amicizie.

Barbara Basile (SPC Roma), nella sua relazione “Integrazione dell’approccio cognitivo-Comportamentale e della Schema Therapy nella depressione: dati sperimentali e spunti di intervento clinico” illustra un importante tentativo di integrazione dei due interventi che permette di intervenire su diversi aspetti del disturbo. Basandosi sul modello di funzionamento del quadro depressivo cronico proposto da Renner e Artz (2013), gli autori hanno trovato un’associazione positiva tra l’intensità della depressione e la pervasività degli schemi di distacco e rifiuto, mode e stili di coping evitanti e disadattivi in un campione di individui non clinici con elevati livelli di depressione, con un particolare potere predittivo di alcune di queste variabili sull’intensità della depressione.

SITCC 2018 – Le dimensioni cognitive dei disturbi bipolari

di Silvia Timitilli

All’interno del XIX congresso nazionale SITCC, che si è svolto nella sede del polo universitario Giorgio Zanotto di Verona, Sabato 22 si è tenuto il simposio intitolato “Le dimensioni cognitive dei disturbi bipolari. Approfondimenti”, presieduto dal Dott. Marco Saettoni (psichiatra e psicoterapeuta, didatta SPC Grosseto) in veste di Chairman e dal Dott. Antonio Nisi (psicologo e psicoterapeuta, didatta SPC Verona) in qualità di Discussant.

I disturbi bipolari costituiscono un’importante realtà clinica con una significativa distribuzione nella popolazione generale (prevalenza lifetime 2,8%, Fassassi et a., 2014) e con un peso rilevante in termini di costi sociali. Nel simposio sono stati forniti spunti di riflessione per la comprensione dei possibili stati mentali sottostanti gli aspetti clinici, tentando di proporre criteri di diagnosi differenziale rispetto a quadri morbosi spesso concomitanti e in parte sovrapposti nell’espressione sintomatologica, illustrando inoltre strumenti diagnostici e di intervento di rapido e pronto utilizzo per il terapeuta cognitivo-comportamentale.

La qualità dei lavori presentati è stata di assoluto spessore, mettendo in evidenza l’importanza di integrare le conoscenze derivanti dalla ricerca con le conoscenze provenienti dall’osservazione clinica.

La prima relazione dal titolo “Studio delle correlazioni tra processi cognitivi, psicologici e comportamentali nel disturbo bipolare” ha visto l’intervento della Dott.ssa Michela Lupo (SPC Grosseto). In linea con i più recenti studi che hanno cercato di indagare alterazioni specifiche delle capacità cognitive in accordo alla specifica fase umorale del disturbo, nel presente lavoro si è cercato di affrontare specificatamente la possibile correlazione tra alterazioni psicologiche, deficit cognitivi e fasi di malattia. L’obiettivo è stato dimostrare come l’alterazione di alcuni processi cognitivi possa correlare con aspetti personologici e del comportamento in una popolazione di soggetti Bipolari di tipo 1 e 2. Il campione dello studio è stato composto da soggetti con Disturbo Bipolare di tipo 1 e 2 in fase eutimica, sottoposti ad una estesa batteria di test volta a svolgere un’approfondita valutazione cognitiva e personologica. I risultati hanno evidenziato specifiche alterazioni nelle funzioni esecutive coinvolte negli aspetti decisionali, di programmazione e pianificazione delle azioni.

La Dott.ssa Lisa Lari (SPC Grosseto), nella relazione “Disturbo Bipolare e Disturbo Borderline di Personalità: caratteristiche cognitive, emotive e comportamentali differenziali”, ha presentato una raffinata analisi della diagnosi differenziale tra i due disturbi. Le similarità esistenti tra i due quadri possono generare nel clinico difficoltà di inquadramento diagnostico e, soprattutto, difficoltà nella scelta della strategia di intervento da seguire, sia che si tratti di un intervento psicoterapico o psicofarmacologico. La comprensione delle dinamiche mentali, emotive e comportamentali specifiche di ciascuno dei due disturbi risulta dunque un elemento imprescindibile per implementare un efficace intervento terapeutico. Il confronto è stato condotto prendendo in esame cinque aree di interesse clinico, in particolare: 1) gli stati mentali coinvolti nella costruzione del costrutto identitario; 2) “scelta” e perseguimento degli scopi esistenziali; 3) pattern emotivi; 4) dominio relazionale; 5) pattern comportamentali. Dall’analisi condotta emerge come i due disturbi, pur quanto caratterizzati da manifestazioni sintomatologiche simili, costituiscano due differenti realtà cliniche. Entrambi i disturbi, ad esempio, presentano una dicotomia relativa al costrutto identitario: mentre nel disturbo bipolare ritroviamo una dicotomia stato-dipendente con un’alternanza della visione di un sé grandioso (tipica delle fasi espansive) alla visione di un sé fallimentare (tipica delle fasi depressive); nel disturbo borderline di personalità è rintracciabile una confusione identitaria costante, in cui si alterna una valutazione transitoria e desiderabile di poter essere accettabili a una visione senza speranza di un sé indegno, inaccettabile e difettato.

Nell’intervento successivo, “Assessment e trattamento dei Disturbi Bipolari: Il Life Chart Method”, la Dott.ssa Stefania Iazzetta (SPC Grosseto) ha presentato l’utilizzo del Life Chart Retrospective Method (LCM-r) in ottica cognitiva. Si tratta di un metodo di ricostruzione degli episodi di alterazione dell’umore nel tempo, della loro gravità e il relativo impairment funzionale, evidenziando gli eventi psicosociali concomitanti alla fase di alterazione timica. Attraverso esemplificazioni di casi clinici, il metodo è stato presentato in un’ottica squisitamente cognitivista, mettendo in evidenza l’utilità dell’approfondimento dei contenuti mentali che si generano nella mente del paziente al presentarsi degli eventi, per procedere poi all’individuazione delle credenze e degli scopi centrali per l’individuo. Questo intervento riveste una duplice funzione: in una prospettiva di trattamento, consente di proporre un intervento psicoterapico più raffinato e ritagliato sul paziente. Sul piano della ricerca, permette di delineare un modello di funzionamento mentale del disturbo.

A concludere il simposio è la Dott.ssa Laura Bernabei (SPC Roma) con la relazione “Valutazione e trattamento della cognizione nel disturbo bipolare. Applicazione del protocollo Cognitive Remediation in Integrated Treatment – CRiIT”. L’impiego del CRiIT nei pazienti bipolari trova ragione nell’osservazione clinica e sperimentale della presenza di un profilo di funzionamento cognitivo tipico di questi pazienti, caratterizzato da alterazioni delle abilità attentive, mnesiche ed esecutive che ne compromettono il funzionamento sociale, soprattutto in termini di perdita di ruoli sociali (familiari, lavorativi, relazionali). Il CRiIT si è dimostrato come uno dei trattamenti più efficaci delle funzioni cognitive in pazienti con schizofrenia e studi di esito hanno indicato come l’impiego di tale protocollo in individui affetti da Disturbo Bipolare, associato a interventi di riabilitazione psichiatrica, abbia condotto a significativi miglioramenti nel funzionamento sociale e psicopatologico. Nel presente lavoro è stata presentata l’applicazione del protocollo in un campione di pazienti affetti da Disturbo Bipolare di tipo 1 e 2, trattati farmacologicamente e in una fase eutimica protratta, mettendo in luce i rapidi e importanti miglioramenti ottenuti sul funzionamento cognitivo e psicosociale. L’applicazione del protocollo CRiIT potrebbe dunque costituire un importante intervento terapeutico da includere nel bagaglio del terapeuta cognitivo-comportamentale al fine di favorire il raggiungimento del recovery in quadri psicopatologici così complessi.

SITCC 2018 – Ruminazione: caratteristiche, funzioni e trattamento

di Gilda Franceschini

Durante la mattinata del 22 settembre, nell’ambito del XIX congresso nazionale SITCC, svoltosi nella sede del polo universitario Giorgio Zanotto di Verona, si è tenuto il simposio dal titolo “Ruminazione: caratteristiche, funzioni e trattamento”, in cui il tema della ruminazione è stato esplorato nei suoi diversi aspetti: da un inquadramento del fenomeno nell’ambito degli studi presenti in letteratura, ad una focalizzazione sulle sue funzioni, dunque sul suo rapporto con gli scopi dell’individuo, fino agli aspetti legati al trattamento.
Il simposio ha visto nel ruolo di chair e discussant il Professor Gabriele Caselli, psicologo e psicoterapeuta, docente presso la Scuola di specializzazione in psicoterapia cognitiva “Studi cognitivi” e presso la Sigmund Freud University, che ha aperto dando la parola alla prima relatrice, la dottoressa Chiara Schepisi, della Scuola di Psicoterapia Cognitiva, sede di Grosseto, la quale ha presentato un’interessante e puntuale review sugli scopi e sulle funzioni della ruminazione. Nel suo intervento particolare rilevanza è stata data alle teorie che illustrano le funzioni della ruminazione e all’analisi di modelli teorici e prove sperimentali con l’obiettivo di individuare il ruolo che tale processo di pensiero svolge all’interno del sistema scopistico dell’individuo. Dalle evidenze scientifiche prese in esame è emerso che la funzione per cui gli individui utilizzerebbero la ruminazione è quella di riflettere su ciò che compromette il raggiungimento di uno scopo rilevante.
Subito dopo è intervenuta la dottoressa Rosanna De Carlo, allieva presso la scuola SPC di Roma, che ha presentato un lavoro di ricerca teso ad indagare l’ipotesi secondo cui ad attivare la ruminazione sarebbe il fallimento in un compito irrilevante che risulta compromettente per uno scopo personale di alto livello. Ha dunque descritto il paradigma sperimentale e gli interessanti risultati circa il potere della rassicurazione nel ridurre parzialmente la ruminazione; ed in particolare il fatto che i soggetti con un’alta tendenza alla ruminazione e alla depressione ruminavano più sul valore di ordine superiore potenzialmente compromesso, che sull’evento di fallimento in sé.
La parola è poi passata alla dottoressa Roberta Trincas, psicoterapeuta e docente presso la scuola SPC di Roma, che ha concentrato il suo intervento sull’aspetto del trattamento. Il protocollo terapeutico descritto è stato quello della Rumination Focused Therapy, che, nel suo porre attenzione ad un’analisi precisa delle diverse funzioni della ruminazione in relazione a differenti contesti, abbraccia una prospettiva in linea con il modello scopistico; ha inoltre discusso un caso clinico trattato secondo i principi della RFCBT.
Infine è intervenuta la dottoressa Olga Ines Luppino, psicoterapeuta e docente presso la scuola SPC di Roma, che ha presentato uno studio pilota finalizzato a valutare l’efficacia della Rumination Focused CBT in un gruppo di 6 pazienti con diagnosi di ansia e depressione, nei quali è stata riscontrata una riduzione dei livelli di ruminazione in seguito all’intervento esplicitatosi in 10 sedute di gruppo a cadenza quindicinale, dato in linea con studi recenti, tra i quali quelli del dr <watkins del 2016, che hanno dimostrato l’efficacia del trattamento della ruminazione nell’ambito dell’esperienza di gruppo.

Al termine delle presentazioni delle relatrici, il professor Caselli ha posto delle domande stimolando un dibattito rispetto ai possibili risvolti clinici della concettualizzazione della ruminazione intesa come connessa agli scopi dell’individuo, e ci si è poi confrontati sull’importanza di affiancare ad interventi comportamentali, ispirati ai principi dell’analisi funzionale, come previsto dal protocollo della RFCBT, un’indagine accurata sui significati personali attribuiti ai trigger di innesco del pensiero ruminativo e sulla natura storica degli scopi rispetto alla compromissione dei quali si attiva la ruminazione.

SITCC 2018 – La genitorialità nel processo di psicoterapia

di Sara Bernardelli

Domenica 23 settembre, nell’ambito del XIX congresso nazionale SITCC, svoltosi nella sede del polo universitario Giorgio Zanotto di Verona, si è svolto  il simposio dal titolo: “La genitorialità nel processo di psicoterapia: ambiti, modelli e protocolli di intervento” con chair il Dott. Giuseppe Romano e discussant la Dott.ssa Monica Mercuriu.

Le tre relazioni presentate hanno affrontato diversi argomenti: la Dott.ssa Lorenza Isola, responsabile dell’equipe per l’età evolutiva APC e SPC di Roma, in collaborazione con la Dott.ssa Giordana Ercolani, ha presentato un lavoro dal titolo: “Basi teoriche ed applicazioni pratiche di principi e tecniche utili al lavoro clinico con la coppia genitoriale”; la Dott.ssa Sara Bernardelli, della Scuola di Psicoterapia Cognitiva-SPC di Verona ha presentato un lavoro dal titolo: “Davanti a lui sono impotente: un caso di supporto alla genitorialità con un bambino con difficoltà comportamentali” ed, infine, la Dott.ssa Ilaria Martelli Venturi e la Dott.ssa Teresa Fera, entrambe del Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva di Roma, hanno presentato un lavoro dal titolo: “Gruppi Skill Training DBT sulla genitorialità”.

Il simposio ha permesso ai partecipanti di comprendere l’importanza del ruolo genitoriale nel trattamento psicoterapeutico dei bambini e degli adolescenti. Come sappiamo, il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei disturbi psicologici dei figli è di fondamentale importanza per garantire una maggiore efficacia dell’intervento oltre che per il mantenimento dei risultati ottenuti durante il percorso di psicoterapia e la riduzione delle possibilità di ricadute nel tempo. I diversi lavori presentati hanno offerto una panoramica degli interventi destinati alla componente genitoriale sia in affiancamento al trattamento di problematiche non specifiche, sia in relazione a disturbi e quadri nosografici ben definiti, sia in termini di programmi preventivo promozionali.

Nella prima relazione, la Dott.ssa Isola ha illustrato la modalità di lavoro sia con i genitori che con i giovani pazienti, sottolineando come il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei disturbi psicologici dei figli assume un rilevante potenziale positivo. Esso, infatti, ha una doppia utilità: aiutare i genitori nella costruzione di competenze utili ad affrontare la crescita dei propri figli e sostenere l’intervento terapeutico svolto nei confronti di questi ultimi.

Nella seconda relazione, è stato illustrato il lavoro con una mamma con un figlio con difficoltà comportamentali secondo l’approccio della REBT-Rational Emotive Behavior Therapy. Particolare attenzione è stata data ad illustrare il protocollo che viene utilizzato negli interventi rivolti al supporto della genitorialità, evidenziando il lavoro sulle idee disfunzionali del genitore che possono interferire in modo negativo sulla relazione genitore-bambino.

Infine, la terza relazione ha descritto l’esperienza dei gruppi multifamiliari all’interno del modello della DBT-Dialectical Behavior Therapy che vengono condotti con i genitori di giovani pazienti con Disturbo Borderline di Personalità. L’idea è di insegnare sia ai ragazzi che ai familiari le stesse abilità, al fine di modificare comportamenti problematici ma soprattutto ridurre il conflitto, che risulta essere sia un fattore di mantenimento che scatenante comportamenti disfunzionali. I gruppi DBT mirano a motivare, costruire, potenziare e generalizzare l’uso delle abilità di autoregolazione emotiva, di consapevolezza, di efficacia interpersonale e di tolleranza della sofferenza, sia dell’adolescente che dei suoi familiari.

Il simposio è stata un’occasione utile per comprendere la centralità del coinvolgimento genitoriale nel lavoro con i giovani pazienti e discutere di alcuni protocolli di intervento concreti che possono essere utilizzati in setting terapeutici diversi.

SITCC 2018 – Complessità in età evolutiva: interventi e contesti

di Lorenza Isola

Già il titolo definisce il tipo di lavoro che ci troviamo ad affrontare in età evolutiva. Infatti è un intervento che si articola in diversi contesti (famiglia, scuola, attività extrascolastiche, psicoterapia)  e per tutte le attività e le relazioni implicate è complesso.

Due contributi, presentati nel Simposio dal titolo “Complessità in età evolutiva: interventi e contesti”, all’interno del XIX Congresso SITCC, dalle dott.sse Cristana Patrizi e Giordana Ercolani, Equipe Età Evolutiva APC-SPC Roma, si sono riferiti il primo al rifiuto scolare in fascia adolescenziale, descrivendo tre casi clinici  e presentando le diverse strategie di intervento adottate con le giovani, le famiglie, la scuola. Mettendo in evidenza quanto questo intervento sia rilevante per scongiurare l’evenienza che un protratto rifiuto scolare esiti in un maggiore isolamento sociale con tutte le conseguenze psicopatologiche connesse.

La dott.ssa Ercolani ha presentato un caso clinico caratterizzato da tre aree disturbate: condotta oppositiva, disattenzione/iperattività e ansia di separazione. Tale situazione ha compromesso il funzionamento sociale con la conseguente esclusione dal gruppo dei coetanei. La psicoterapia individuale del bambino e la concomitante attività di sostegno alla funzione genitoriale ha permesso di ridurre la conflittualità e generare comportamenti educativi coerenti.

Il dott. Gaetano Mangiola, SPC  Reggio Calabria, ha presentato uno studio pilota riguardante l’adattamento dello Skills Training DBT nel contesto scolastico. I soggetti dello studio sono stati 18 studenti di un liceo scientifico, iscritti al secondo anno, il protocollo di intervento prevedeva 8 incontri di gruppo, organizzato per moduli: laboratorio di mindfulness, laboratorio di regolazione emotiva, laboratorio mente e corpo, laboratorio efficacia interpersonale . La ricerca è in corso.

Il dott. Riccardo Bertaccini, SBPC Bologna e Forlì, ha presentato il caso di un adolescente di 15 anni con un severo disturbo dell’umore associato a ritiro sociale e rischio suicidario. Il primo scopo dell’intervento è stato rimettere in funzione processi evolutivi e adattativi bloccati. L’alleanza terapeutica è stata, con fatica e competenza, costruita nonostante le numerose messe alla prova da parte del ragazzo. In questi casi, ha enfatizzato il relatore, è fondamentale non preoccuparsi di applicare protocolli terapeutici ma attuare un attento monitoraggio e manutenzione della relazione terapeutica.

Come si può evincere, dalla breve sintesi, la rilevanza dei temi presentati, il rigore descrittivo utilizzato, la collaborazione attiva tra tutti i partecipanti benché provenienti da appartenenze diverse ha reso questo simposio molto aderente alla complessità del lavoro in età evolutiva e ha dimostrato quanto l’operare con successo in questa fascia d’età richieda competenze specifiche  riguardanti il funzionamento nelle diverse fasce d’età, un’ottima conoscenza della psicopatologia, attitudini personali alla curiosità e flessibilità.

Come si può facilmente evincere, sono molto soddisfatta di aver fatto la chair a questo simposio!

SITCC 2018 – Psicopatologia della noia: dalla ricerca alla pratica clinica

di Stefania Iazzetta

Venerdì 21 settembre, nell’ambito del XIX congresso nazionale SITCC, svoltosi nella sede del polo universitario Giorgio Zanotto di Verona, si è tenuto il simposio “Psicopatologia della noia: dalla ricerca alla pratica clinica”. Chairman il Dott. Andrea Gragnani, discussant il Dott. Marco Saettoni.

In psicologia e psicoterapia cognitiva si parla molto delle emozioni e del loro ruolo nei diversi disturbi. Tristezza, ansia, senso di colpa e rabbia, come altri stati emotivi, hanno spesso un ruolo di rilievo nella riflessione del clinico e nel suo intervento. La noia, invece, rimane poco indagata e spesso trascurata nel lavoro psicoterapico, nonostante questa rivesta un ruolo di estremo rilievo nella sofferenza della persona e nell’attuazione di condotte disfunzionali nel tentativo di uscirne. Il simposio nasce da una serie di riflessioni effettuate sul ruolo della noia all’interno di alcuni quadri psicopatologici e di come poter intervenire su di essa.

Il primo lavoro, presentato dalla Dott.ssa Michela Lupo, “Inclinazione alla noia e uso di cocaina…esiste una correlazione?”, indaga il rapporto esistente tra una maggiore inclinazione alla noia in soggetti utilizzatori occasionali di cocaina e come questi presentino una maggiore tendenza ad attribuire all’esterno le cause attivanti lo stato emotivo della noia rispetto ad un gruppo di controllo. Inoltre, è stato evidenziato come negli stessi soggetti ci fossero punteggi significativamente più elevati in dimensioni temperamentali e caratteriali che spesso sono correlate alla messa in atto di comportamenti a rischio, valutati tramite il test del Temper & Char Inventory (TCI_R) come la NS, HA SD e C. Se da un lato questi risultati hanno confermato le correlazioni già dimostrate in letteratura (Iazzetta et al., 2013) tra l’assetto di personalità di chi abusa di sostanze e l’inclinazione alla noia, dall’altro ha anche evidenziato come proprio un gruppo intermedio, senza diagnosi di uso da sostanze ma con un uso occasionale, si possono riscontrare fattori di vulnerabilità fortemente patologici a livello di tratti temperamentali e caratteriali che renderebbero questi soggetti maggiormente sensibili agli effetti della noia, sottolineando come un trattamento specifico di questa emozione, in questi soggetti, potrebbe prevenire l’attuazione di alcuni comportamenti patologici.

Rita Cardelli portava invece i dati di una ricerca pilota effettuata dal Centro Pandora sulla correlazione esistente fra l’inclinazione alla noia e i disturbi dell’umore in un campione di 54 pazienti con spettro bipolare (DB I, DB II e ciclotimici) in fase di remissione sintomatologica. Partendo da un precedente lavoro (Lari et all. 2013) l’indagine evidenzia come i soggetti con DB tendano ad individuare nella monotonia dell’ambiente esterno le cause della noia e a gestirla ricorrendo a fattori esterni, spesso disfunzionali, come le sostanze. Non è stata rilevata, inoltre, una relazione tra la durata di malattia e la tendenza ad esperire tale emozione, confermando l’ipotesi avanzata dal gruppo di lavoro che si tratti di un’emozione di tratto specifica dei soggetti con DB. Infine, questo rappresenta il primo studio che indaga la noia nei diversi sottotipi di disturbo bipolare ed evidenzia come i soggetti con DB I siano maggiormente inclini alla noia e la attribuiscano maggiormente ad aspetti esterni rispetto ai soggetti con ciclotimia.

Paola Mancuso ha presentato una ricerca dal titolo “Noia e detachment: un’indagine preliminare” che esplorava la possibilità che esista una radice dissociativa nell’esperienza della noia. L’indagine, condotta su un campione di 373 soggetti reclutati on line, evidenzia come vi sia, infatti, un legame tra questo stato emotivo e la sofferenza psichica del soggetto. Nello specifico i risultati mostrano come questa emozione sia in parte riconducibile ad alcuni fenomeni quali il detachment, l’alienazione e l’assorbimento, che sia una parte rilevante dell’esperienza di chi è soggetto ad oscillazione dell’umore e che presenta una correlazione con il disagio psichico che del paziente.

Infine, Lisa Lari, ha concluso il simposio proponendo un intervento dal titolo “La Noia nel Disturbo Bipolare: un’ipotesi d’intervento psicoterapeutico”. La spiccata intolleranza alla noia dei pazienti con DB può portare alla messa in atto di comportamenti disfunzionali che influenzano l’andamento dell’umore. Partendo da tale evidenza empirica, si è cercato, da una parte, di delineare quando e come indagare tale emozione e, dall’altra, di individuare le manovre psicoterapiche utili alla gestione di tale emozione, quali ad esempio: l’incremento della consapevolezza, la messa in atto di condotte alternative e maggiormente funzionali per la gestione della noia, l’inserimento di skills di tolleranza della sofferenza (volte all’accettazione) e di regolazione emotiva (per favorire il cambiamento).

L’arte rivoluzionaria del perdono

di Elena Bilotta

Appunti dal Corso “Teoria e clinica del perdono interpersonale” tenuto da Barbara Barcaccia presso l’APC di Roma

Da un punto di vista etico, esistono numerose offese considerate imperdonabili. Da un punto di vista psicologico, invece, il perdono è un atto sempre possibile. Questa la prima dicotomia che può fungere da ostacolo al processo del perdono. Ma l’aspetto morale non è l’unico impedimento. È facile, infatti, associare il perdono alla religione, identificandolo come atto di misericordia possibile solo a chi abbia una fede che lo aiuti e sostenga. In realtà, come ha scritto Hanna Arendt, anche se dobbiamo la scoperta del ruolo del perdono a Gesù di Nazareth, “non è una ragione per prenderla meno sul serio in un senso strettamente profano”.
La ricerca psicosociale sul perdono interpersonale ne testimonia, infatti, i suoi numerosi benefici osservati indipendentemente dal credo religioso. Tra i principali, vi è un maggiore benessere psicofisico nella vittima, indipendentemente dalla gravità dell’offesa ricevuta. Chi perdona è meno soggetto a sperimentare odio, ostilità, tristezza e ansia ed è meno assorbito in processi di ruminazione rabbiosa. Ha minori livelli di stress, senso di solitudine e depressione, ed è in generale più soddisfatto di sé e della propria qualità di vita.
Perdonare è tuttavia un processo difficile e doloroso, che non viene attuato semplicemente per una impossibilità di vendicarsi o per il timore di una ritorsione da parte del colpevole. Il perdono non è sinonimo di impotenza, ma è una scelta.
Per poter scegliere attivamente di perdonare chi ci ha fatto del male può essere utile fare chiarezza sul significato del perdono e sulle sue principali implicazioni:
Perdonare non è cancellare il torto. Se così fosse, avrebbe un potere magico. Il perdono può, però, ridurre notevolmente le conseguenze del torto, legate alla sofferenza psicologica.
Perdonare non vuol dire dimenticare. Un atto di oblio volontario è impossibile, specialmente quando le offese subìte sono state gravi. Per poter perdonare un torto bisogna ricordare di averlo subìto, ma lo si fa attraverso un processo diverso dalla ruminazione.
Perdonare non è sinonimo di riconciliazione. Pur essendo potenzialmente un passo verso la riconciliazione, non la implica necessariamente. Anzi, spesso la riconciliazione va evitata, specialmente se il colpevole è una persona potenzialmente pericolosa. Il perdono può essere un processo unilaterale, non è cioè necessario dichiarare al colpevole l’intenzione di perdonare, e si può perdonare anche chi non c’è più.
Perdonare non è giustificare. Non vuol dire sminuire l’entità dell’offesa subita, né deresponsabilizzare il colpevole, né negare o scusare il colpevole per ciò che è accaduto.
Perdonare non è un atto di sottomissione o debolezza. Al contrario, è un processo lungo e tumultuoso che necessita di forte motivazione al cambiamento e tolleranza alle frustrazioni.
Perdonare, insomma, è un processo molto più attivo e laico di quanto si potrebbe pensare. Non presuppone solo l’interruzione e l’abbandono di ruminazioni rabbiose e desiderio di vendetta, ma implica anche una crescita, perché contiene una dimensione costruttiva. Il perdono aiuta a modificare nel tempo le emozioni, i pensieri e le attitudini nei confronti di una persona che ci ha fatto del male. E questo va sempre a vantaggio della vittima, e mai del colpevole.

 

Per approfondimenti:

Barbara Barcaccia (2017). Il perdono interpersonale: analisi del costrutto. Efficacia, rischi e benefici per il benessere psicologico della terapia del perdono. Rassegna di Psicologia, XXXIV, 3, 55-66.

Barbara Barcaccia e Francesco Mancini (2013). Teoria e clinica del perdono. Raffaello Cortina Editore.

Aggressività in età evolutiva

di Stefania Prevete

 Report del convegno del 22 giugno 2018 a Napoli

 Il 22 giugno scorso, si è svolto a Napoli il Convegno “Aggressività e Psicopatologia in età evolutiva”, organizzato dall’équipe per l’età evolutiva APC/SPC di Roma e dalla sede di Napoli della Scuola di Psicoterapia Cognitiva SPC, con l’obiettivo di presentare il Coping Power Program, un intervento specifico per la gestione e il controllo dell’aggressività in età evolutiva.

A dare inizio ai lavori è il dott. Carlo Buonanno, didatta della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva sede di Napoli e Membro dell’équipe per l’età evolutiva APC/SPC di Roma. Il modello di riferimento è il “Contextual social-cognitive model” di Lochman e Wells, un modello ecologico dell’aggressività in età infantile che prevede l’utilizzo di tecniche cognitivo-comportamentali e attività utili al potenziamento di varie abilità di regolazione della rabbia. Il Coping Power Program viene utilizzato per il trattamento del Disturbo Oppositivo-Provocatorio e del Disturbo della Condotta, con lo scopo generale di aiutare e sostenere i bambini con problemi legati all’impulsività, al difficile rispetto delle regole e a comportamenti aggressivi e prevede una componente dedicata ai bambini e una dedicata ai genitori.

A seguito dell’introduzione di Buonanno, il prof. John Lochman ha presentato i risultati degli studi di efficacia del programma e le modalità per ottimizzarne i risultati. Il professore ha descritto, in particolare, l’influenza dei fattori di rischio sulla riuscita dell’intervento e sullo sviluppo dei comportamenti aggressivi dei bambini con riferimento alle variabili biologiche temperamentali e a quelle legate al contesto familiare, dei pari e sociali. Lochman ha poi illustrato le modalità di messa a punto del programma nella versione di base (34 sedute) e in quella breve (24/25 sedute), che risultano ugualmente efficaci, e ha esaminato la differenza tra l’applicazione del programma in un contesto gdi gruppo o individuale, dimostrandone l’efficacia e sottolineando la maggiore utilità di quello individuale per i bambini che presentano una problematica di disregolazione emotiva superiore. In conclusione, ha accennato alle nuove frontiere del programma: l’estensione a un range d’età differente rispetto a quello solito degli 8/14 anni, l’introduzione di sessioni su internet e l’inserimento di un modulo per la Mindfulness. Insomma: una piattaforma in continuo aggiornamento ed evoluzione.

In chiusura la tavola rotonda, con un dibattito ricco di spunti interessanti sull’influenza dello stile educativo permissivo o restrittivo dei genitori e della coerenza educativa sugli esiti del trattamento, sul possibile effetto dei social e altri media come fattori di rischio e sulla possibilità di introdurre un intervento sul bournout degli insegnanti.

Durante il dibattito, il dott. Muratori, dirigente psicologo dell’ICCS Fondazione Stella Maris di Pisa e docente della Scuola Bolognese di Psicoterapia Cognitiva (SBPC), ha sottolineato l’importante influenza sugli esiti del trattamento degli stili di attaccamento, sia dei terapeuti nella gestione di un gruppo Coping Power sia della coppia genitoriale ed ha evidenziato l’importanza dei moduli del Coping Power per il trattamento dei fattori di rischio più importanti.

Il convegno, oltre che un’occasione formativa di grande rilevanza clinica per le ricadute applicative in vari contesti, è stato un momento introduttivo anche al corso di aggiornamento professionale tenuto dal dott. Muratori e dal dott. Buonanno, rivolto a psicologi, medici, specializzandi in psicoterapia, psicoterapeuti, psichiatri e neuropsichiatri infantili, che si è poi tenuto nel weekend presso la sede di Napoli della Scuola di Psicoterapia Cognitiva SPC.