Nella mente dello stalker

di Fabrizia Tudisco
a cura di Carlo Buonanno

 Quante volte ci capita di spiegare il comportamento persecutorio, lo stalking, come l’esito di una psicopatologia? E’ davvero così?

La ricerca scientifica che mira alla comprensione del comportamento tipico dello stalker ha contribuito alla costruzione di stereotipi, secondo i quali i comportamenti persecutori rappresentano l’espressione di psicopatologia. Tantissimi i dati che hanno contribuito a strutturare questa ipotesi. Una delle motivazioni che potrebbe spiegare questi risultati risiederebbe nel fatto che la maggior parte delle ricerche condotte in questo ambito hanno preso in considerazione campioni di individui ricoverati presso ospedali psichiatrici, partendo quindi già dal presupposto che ci fosse un disturbo psichiatrico di fondo. Il passo successivo risiedeva nello spiegare i comportamenti persecutori come logica conseguenza dei disturbi, in particolare disturbi psicotici, dell’umore, di personalità e disturbi da uso di sostanze. Due sembrano quindi essere i limiti fondamentali della ricerca scientifica: ipotizzare che sia inevitabilmente il disturbo psicologico a determinare il comportamento molesto e condurre valutazioni psichiatriche in assenza di metodologia di raccolta e analisi dei criteri diagnostici condivisa.
E’ proprio sulla base di questo che gli autori di un interessante studio pubblicato nel 2018 e condotto alla Fordham University di New York hanno provato a stabilire un sistema valutativo ripetibile, che possa ridurre la probabilità di incorrere nei limiti diagnostici che abbiamo evidenziato; inoltre, i ricercatori hanno utilizzato un campione formato da una popolazione di stalker non necessariamente proveniente da un contesto psichiatrico. Altro obiettivo dello studio era verificare che, al contrario di quanto affermato dalle ricerche precedenti, i disturbi psicologici non rappresentano la condizione necessaria e sufficiente affinché il comportamento esiti nello stalking. Allo studio hanno partecipato 137 soggetti accusati di stalking e coinvolti in un programma di intervento. I partecipanti sono stati assegnati a quattro categorie diagnostiche sovrapposte (psicotici, ansiosi, uso di sostanze e disturbi di personalità); una quinta categoria corrispondeva a una non diagnosi.
I risultati dello studio hanno dimostrato che il 27,7% non presentava alcun disturbo. Questi dati potrebbero riflettere la tendenza dei clinici a sovrastimare la patologia dietro il comportamento di stalking, proprio come ipotizzato dagli autori. In più, rispetto ai livelli di aggressività e violenza, dai risultati non sono emerse differenze significative tra gli stalker con e senza psicopatologia. La psicopatologia, quindi, non correla con i livelli di aggressività presenti nel comportamento molesto e persecutorio.
I dati emersi disconfermano, inoltre, la forte correlazione che la letteratura riporta tra stalking e psicoticismo: nello studio infatti sono solo 14 i soggetti con questa psicopatologia. Inoltre, mentre le precedenti ricerche hanno enfatizzato la presenza di disturbi di personalità del cluster B, in questo studio sono emersi altri tipi di disturbi di personalità (schizoide, narcisistico e paranoide). Per quanto riguarda i dati sugli stalker con diagnosi di disturbi da uso di sostanze, i risultati sono coerenti con la letteratura esistente, secondo cui l’uso di sostanze aumenta in generale il rischio di incorrere in storie di crimini o di violenza.
In sintesi, la psicopatologia assume un ruolo marginale nella comprensione della vulnerabilità e delle caratteristiche cliniche dello stalking, laddove più di un quarto del campione non mostra segni di rilevanza clinica. Questo dato suggerisce che per la spiegazione del fenomeno esaminato la ricerca dovrà orientarsi sull’esame dei fattori di rischio non clinici, utilizzando protocolli standardizzati e condivisi.

 

Riferimenti bibliografici:

Alicia Nijdam-Jones,Barry Rosenfeld, Jacomina Gerbrandij, Ellen Quick, Michele Galietta (2018) Psychopathology of Stalking Offenders: Examining the Clinical, Demographic, and Stalking Characteristics of a Community-Based Sample

L’autoregolazione degli obiettivi: un fattore utile per la prevenzione del suicidio

di Giulia Mangani
curato da Mauro Giacomantonio

Secondo il World Health Organisation circa un milione di persone muore ogni anno per suicidio in tutto il mondo. Partendo da tale dato, alcuni ricercatori si sono chiesti se una maggior conoscenza del ruolo di alcuni meccanismi di rischio prossimali, potesse essere utile a prevedere comportamenti suicidari.

All’interno di tale ambito, numerosi studi, hanno già sottolineato come la capacità di saper rinunciare a perseguire obiettivi irraggiungibili, aiuti ad evitare sentimenti di fallimento associati al rischio suicidario. Tale disimpegno dagli scopi impossibili da realizzare, risulta tuttavia adattivo, solo quando è accompagnato alla possibilità di investire in nuove mete realizzabili. In particolare, nella popolazione più anziana, il disinvestire da scopi irraggiungibili, senza potersi impegnare in nuovi obiettivi, è associato ad un basso livello di benessere mentre nei giovani adulti si riscontra una maggior difficoltà a rinunciare a mete impossibili da perseguire con la conseguente accresciuta percezione di “sentirsi intrappolati” e la possibilità di mettere in atto atti autolesionistici.

Partendo da tali analisi, la ricerca ha individuato come fattore che aumenterebbe la probabilità di mettere in atto agiti suicidari la percezione di “sentirsi sconfitti ed intrappolati” in una situazione da cui non si riesce a fuggire (O’Connor, 20011). In particolare, lo studio ha esaminato la funzione di due processi coinvolti nell’autoregolazione degli obiettivi che aumenterebbero la sensazione di “non avere via di scampo”: il disimpegno da mete irraggiungibili e l’investimento in nuovi scopi (Wrosch, 2010 ; Wrosch e Scheier, 2003).

I risultati, in linea con l’ipotesi di ricerca, hanno mostrato come siano fattori predittivi del reiterarsi di atti autolesionistici la difficoltà ad investire in nuove mete, una storia di ospedalizzazione per agiti autolesionistici e l’ideazione suicidaria. Inoltre è stato dimostrato come il non riuscire a disinvestire da obiettivi irraggiungibili porti ad una percezione di basso livello di benessere e ad una maggior probabilità di agiti suicidari.

Nello specifico, la difficoltà ad impegnarsi in nuove mete, è risultata elevata nei giovani quando accompagnata ad una difficoltà a disinvestire da scopi impossibili da realizzare mentre negli anziani è risultata elevata anche quando sono stati abbandonati obiettivi irrealizzabili. La capacità di rinunciare a perseguire mete irraggiungibili, sembrerebbe quindi essere utile sia a non sprecare preziose risorse sia ad evitare sentimenti di fallimento associati al suicidio ma, risulterebbe adattiva, solo nel caso in cui siano disponibili altri scopi da perseguire.

Sebbene i ricercatori abbiano sottolineato alcuni limiti della ricerca, le conclusioni dello studio suggeriscono alcune linee guida per i futuri interventi terapeutici. In particolare, i trattamenti dovrebbero mirare da una parte all’autoregolazione degli scopi, valutando la disponibilità e la motivazione dei soggetti ad intraprendere nuovi obiettivi e dall’altra dovrebbero aiutare le persone ad esplorare il significato personale del disimpegno dalla meta e ad impegnarsi nel perseguimento di ulteriori scopi. Infine sarebbe utile approfondire ed analizzare il ruolo giocato dal disinvestimento da obiettivi irraggiungibili, rilevante nel predire la messo in atto di agiti suicidari.

Omicidi di massa e disturbo narcisistico di personalità. Il caso di Anders Breivik

di Serena La Bella
curato da Elena Bilotta

Un recente articolo (Faccini, Allely, 2016)1 guarda al collegamento tra Sindrome di Asperger (SA), Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) e violenza efferata nel caso di Anders Breivik, il terrorista che il 22 Luglio del 2011 uccise 77 persone in due attacchi coordinati. Il primo, con esplosione di autobomba di fronte il palazzo del governo, avente come obiettivo il primo ministro norvegese Jens Stoltenberg; il secondo, sull’isola di Utoya, dove era in corso una convention della sezione giovanile del Partito Labourista Norvegese.

Alcuni studi indicano che i soggetti con SA arrivano a manifestare comportamenti violenti e di rilievo penale, sebbene siano necessari gravi fattori contestuali, come il neglet infantile, per portare a questi acting-out. Rispetto al DNP, un probabile fattore predisponente è, secondo quanto sostenuto da Kohut, l’estrema ipersensibilità a rifiuti ed offese (la cosiddetta “ferita narcisistica”) che può esitare in rabbia e violenza incontrollata. Una conferma viene da O’Toole (1999), il quale ritiene che, alla percezione della minaccia, i soggetti con DNP reagiscono in modo più violento della media. Altri autori sostengono che i narcisisti sono più propensi a scegliere la violenza come gesto riparatore e di rivalsa. Ovviamente non tutti i soggetti con DNP hanno comportamenti violenti, per questo motivo il narcisismo si conferma importante fattore di rischio ma non condizione sufficiente per portare ad agiti aggressivi.

Un modello utilizzato in letteratura per spiegare il concretizzarsi di violenze spietate,  è il Path to Intended Violence (PTIV) di Calhoun e Weston (2003), ottimale per la valutazione della minaccia. Si riconosce una sequenza stadiale che porta dalla premeditazione alla violenza e che parte da una escalation della frustrazione (1), seguita dalla ideazione della violenza come soluzione (2) e da una fase di pianificazione e preparazione dettagliata del piano (3 e 4). Le ultime due fasi consistono nella messa in opera del piano con attacco conclusivo (5 e 6).

Si ritiene che Breivik abbia sviluppato, in un ambiente familiare disfunzionale, il DNP con tratti antisociali. Gli venne poi riconosciuta, in sede di perizia psichiatrica, la presenza di SA. Analizzando questo caso alla luce del modello PTIV, si osserva che il chiaro catalizzatore della violenza è lo scompenso narcisistico di cui il soggetto soffrì. In questa fase Breivik scrisse il suo Memoriale 2083 – Una dichiarazione europea d’indipendenza, in tre capitoli, l’ultimo dei quali consacrato a contrastare il governo e allo sterminio dei traditori. Molti autori sostengono che per il narcisista lo “scompenso” avviene quando percepisce la distanza esistente tra le sue fantasie di grandiosità e la realtà, cioè quando osserva che il suo sé ideale e il suo sé reale non coincidono, esitando in una ferita insanabile all’autostima. La sintomatologia vede: isolamento dagli altri, auto-sostentazione patologica dell’autostima, attribuzione esterna della causa dello scompenso, posizione schizo-paranoide ed abbandono totale della realtà. E’ questo distacco, strategia di coping condivisa dalla SA, che porterebbe alla violenza.

Si può quindi asserire, alla luce di studi, meta-analisi e, nello specifico, l’esame del caso Breivik, che viene legittimata la combinazione mortifera tra SA e DNP in relazione ad acting-out criminosi. Nello specifico del DNP, lo scompenso si profila come il fattore cruciale per l’avvio della premeditazione verso la violenza.

1  “Mass violence in individuals with Autism Spectrum Disorder and Narcissistic Personality Disorder: A case analysis of Anders Breivik using the “Path to Intended and Terroristic Violence “model”. Faccini, Allely, 2016

Predire i sottotipi di DOC usando i fattori cognitivi

di Martina Maderloni
a cura di Barbara Basile

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è un disturbo d’ansia caratterizzato da ossessioni, ovvero idee, pensieri, impulsi o immagini persistenti ed intrusive, che spesso comportano preoccupazione, e dalle quali segue la messa in atto di rituali compulsivi mentali o comportamentali.

Non è il contenuto delle idee intrusive a determinare la psicopatologia bensì la drammaticità con cui questo contenuto viene vissuto. Solitamente quando alcune normali intrusioni sono valutate come importanti ed altamente inaccettabili o immorali esse diventano ossessioni.

Attualmente c’è un crescente consenso circa il fatto che i fattori cognitivi e particolari tipologie di credenze disfunzionali siano correlati ai sintomi del DOC tuttavia pochi studi hanno tentato di determinare quali particolari fattori cognitivi possano specificatamente predire i differenti sottotipi del disturbo ossessivo.

Recentemente i ricercatori dell’Obsessive Compulsive Cognitions Working Group (OCCWG) hanno analizzato 3 domini di credenze rilevanti nell’eziologia e nel mantenimento del DOC: responsabilità/ sovrastima della minaccia; importanza/ controllo del pensiero; perfezionismo/ intolleranza dell’incertezza.

  • L’iper-responsabilità è la credenza di essere responsabile di aver causato o impedito un evento negativo ed i suoi esiti a causa dei pensieri intrusivi;
  • La sovrastima della minaccia è la credenza che eventi negativi siano molto probabili;
  • La sovrastima dell’importanza del pensiero consiste nel credere che i propri pensieri negativi ossessivi possano causare un evento negativo oppure che avere brutti pensieri equivalga moralmente ad agire una cattiva azione;
  • Il controllo del pensiero è la credenza che un completo controllo dei pensieri intrusivi sia necessario e possibile;
  • Il perfezionismo consiste nella credenza che sia necessario essere perfetti e non commettere errori;
  • L’intolleranza dell’incertezza è la credenza di dover essere certi al 100% che eventi negativi non si verifichino.

Ramezani e colleghi (2016) hanno indagato se i fattori cognitivi proposti dall’OCCWG possano specificatamente predire i sottotipi di DOC trovando che la responsabilità/ sovrastima della minaccia è un predittore significativo della maggior parte dei sottotipi del disturbo inclusi i sottotipi “controllo” (checking), “lavaggio” (washing) e “accumulo”. Invece, il sottotipo “ordine e simmetria” è predetto dalle credenze di perfezionismo/intolleranza dell’incertezza e dall’importanza/controllo del pensiero. Il sottotipo “accumulo”, nello specifico, è predetto oltre che dalla responsabilità/sovrastima della minaccia anche dalle credenze di perfezionismo/intolleranza dell’incertezza. A differenza degli altri due domini di credenze, quindi, le credenze di responsabilità/sovrastima della minaccia predicono la maggior parte dei sottotipi di DOC. Anche se emergono correlazioni significative fra le credenze di perfezionismo/ intolleranza dell’incertezza e quelle di importanza/ controllo del pensiero con tutti i sottotipi di DOC questi domini cognitivi, invece, non fungono da predittori distintivi e specifici del disturbo ossessivo. Gli autori suggeriscono che queste ultime due classi di fattori cognitivi siano cruciali anche per altri tipi di disturbi: le credenze di perfezionismo, ad esempio, possono giocare un ruolo chiave nei disturbi dell’alimentazione mentre le credenze di intolleranza dell’incertezza possono essere cruciali nel disturbo d’ansia generalizzata.

 

 

Problemi psicologici: uomini e donne soffrono degli stessi disturbi?

di Alessio Congiu
a cura di Barbara Basile

Gli studi epidemiologici compiuti a partire dagli anni ’80 hanno oramai mostrato una netta discrepanza nella prevalenza delle complicanze psicologiche tra i due sessi. Seppure equiparabili (in linea teorica) nei diritti ad essi riconosciuti, uomini e donne variano in funzione della prevalenza di specifiche condizioni psicopatologiche. Ad esempio, un dato oramai appurato nella letteratura scientifica è la maggiore prevalenza nella popolazione femminile di disturbi “internalizzanti” (es., disturbi d’ansia, disturbi depressivi), ossia quei disturbi in cui l’espressione del disagio è rivolta prevalentemente all’interno di sé.

Diversamente, sembra che nella popolazione maschile sia più prevalente la presenza di disturbi “esternalizzanti” (es., dipendenze patologiche, disturbi antisociali), ossia di disturbi in cui la manifestazione della sofferenza viene espressa prevalentemente all’esterno di sé.

Riassumendo, sembra che nella popolazione femminile sia più presente una tendenza ad inibire la manifestazione esterna del proprio disagio, o ad esprimerla in modo indiretto; al contrario, nella popolazione maschile sembrerebbe più presente una tendenza ad agire la propria sofferenza, ora attraverso la ricerca di sostanze sedativo-ipnotiche (es., alcol) o analgesiche (es., eroina), ora attraverso comportamenti aggressivi e antisociali (es., risse, anti vandalici)

Malgrado la presenza di dati ormai confermati nel panorama scientifico, i diversi studi che finora sono stati compiuti non ci permettono di comprendere il motivo alla base di questa differente distribuzione nelle problematiche psicologiche.

Molte sono le spiegazioni che i ricercatori hanno provato ad offrire a proposito di tale fenomeno, ma nessuna di queste sembra poter godere tutt’oggi di un consistente supporto scientifico.

Tali limiti esplicativi sono stati imputati alle scarse conoscenze in nostro possesso in merito all’eziogenesi dei diversi disturbi. Non possiamo quindi escludere l’ipotesi che le differenti prevalenze riscontrate nella popolazione maschile e femminile non rispecchino la realtà dei fatti, ma dipendano piuttosto dal modo con cui sarebbero state condotte le ricerche che ne hanno riscontrato la presenza. Ad esempio, non è da escludere che gli studi condotti non abbiamo prestato la giusta attenzione alla differente manifestazione dei sintomi tra i due sessi, come pure al differente modo con cui femmine e maschi ricercherebbero un supporto esterno per alleviare il proprio stato di disagio.

Sebbene limitatamente ad alcuni disturbi (es., disturbo depressivo maggiore), le teorie biologiche hanno provato a fornire una chiave esplicativa di tale fenomeno ricercando alterazioni nella struttura e nella funzionalità neurochimica cerebrale tra i due sessi, come pure nelle differenze nelle funzioni riproduttive di base e nei ritmi circadiani, mostrando ciononostante numerosi limiti di validità. Come poter spiegare, ad esempio, l’importanza dei fattori  psicosociali nell’influenzare le differenze nella prevalenza dei disturbi tra i due sessi se la causalità viene ricondotta ad un unico fattore biologico supposto universale?

I limiti nelle teorie biologiche hanno di certo alimentato il proliferare di ipotesi esplicative di stampo psicosociale, che hanno provato a spiegare la differente prevalenza psicopatologica riconducendola alla differenza nello status socio-economico tra i due sessi, alla maggiore probabilità delle donne di andare incontro ad eventi di vita stressanti, al minore supporto ad esse fornito dalla struttura sociale nel suo complesso, come pure alla maggiore probabilità di andare incontro ad eventi traumatici nell’infanzia e nell’adolescenza. Come per le teorie biologiche, anche quelle psicosociali, tuttavia, non sono riuscite ad disambiguare un fenomeno che rimane tutt’oggi avvolto nel mistero.

Un interessante studio ha mostrato come alcuni fattori sociodemografici siano associati a queste differenze. Nello specifico, sembra che per la popolazione femminile l’isolamento e il ritiro sociale si presentino spesso associati ad una psicopatologia; diversamente, nella popolazione maschile la patologia mentale si associa più frequentemente alla giovane età, al non avere figli (o ad essere unico tutore di un figlio a proprio carico) e al provenire da una bassa estrazione sociale. Colpisce inoltre come il basso status sociale e il trovarsi in una condizione di assenza di partner (es., essere single, separati, divorziati, etc.) si associno più frequentemente a condizioni di psicopatologia tanto per i maschi quanto per le femmine.

Come interpretare quindi la disparità di genere nella prevalenza di specifici disturbi? Come evitare di farsi condizionare da tesi poco fondate scientificamente? In cosa credere? I dati presenti nella letteratura scientifica ci esortano alla calma e a non ricercare frettolosamente una spiegazione che risulterebbe allo stato attuale poco difendibile con i dati in nostro possesso. In linea con quanto è stato detto, chi scrive non aggiungerà dunque ulteriori commenti, preferendo piuttosto invitare gli stessi lettori a mantenere un atteggiamento critico e flessibile.

<< Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere >>

(Ludwig Wittgenstein)

Curare la fobia dei ragni

di Giulia Mangani
a cura di Brunetto De Sanctis

Il trattamento dell’aracnofobia: terapia dell’esposizione o controcondizionamento?

Il trattamento classico di esposizione per l’aracnofobia può essere migliorato? Partendo da questa domanda, uno studio ha utilizzato la tecnica del “controcondizionamento” per valutare se potesse incrementarne l’efficacia. In particolare, la ricerca, ha tenuto conto degli effetti del disgusto, della paura e della valenza negativa esperiti dai soggetti fobici nei confronti dei ragni.
Riguardo il disgusto e la paura di contaminazione, numerose ricerche hanno fornito sopporto alla tesi secondo cui tale avversione è alla base dell’aracnofobia, come dimostrato dalle prove ottenute dalla ricercatrice olandese Sandra Mulkens, secondo cui basta il contatto di un ragno con un prodotto alimentare per rendere tale cibo disgustoso. La fobia del ragno sembra quindi essere concettualizzata come “paura del contatto fisico con uno stimolo rivoltante”. 
Sebbene numerosi studi abbiano dimostrato l’efficacia del trattamento classico di esposizione, con una singola sessione in vivo di due ore e mezza, nel ridurre la paura dei ragni e il comportamento di evitamento, secondo Frank Baeyens e colleghi “la terapia di esposizione spesso non riesce a modificare la valenza intrinseca negativa dell’oggetto fobico”.
A partire da queste premesse, è stato ipotizzato che l’esperienza di controcondizionamento, potrebbe fornire l’unico modo sia per portare verso una maggior neutralità la valutazione negativa dei ragni sia per ridurre le proprietà disgustose di questi. Ciò, a sua volta, potrebbe limitare ulteriormente i comportamenti di evitamento delle persone, così come le loro risposte di paura, aiutando nel contempo a prevenire il ritorno di disturbi fobici.
I partecipanti selezionati (donne con una aracnofobia clinicamente diagnosticata) sono stati assegnati in modo casuale o alla normale condizione di esposizione di una sessione o alla condizione di controcondizionamento. Per quest’ultimo gruppo di soggetti, durante le esposizioni, sono stati usati i loro cibi preferiti ed è stata trasmessa la loro musica favorita.
In linea con la precedente ricerca, entrambe le condizioni di trattamento sono risultate molto efficaci nel ridurre il comportamento di evitamento e la paura dei ragni mentre, in contrasto con la previsione di Frank Baeyens, l’esposizione classica in vivo è apparsa abbastanza efficace nel modificare la valenza negativa dei ragni. Riguardo le proprietà contaminanti e disgustose, queste sono state fortemente ridotte dopo il trattamento, come indicizzato dallo spettrometro DQ (un questionario sul disgusto utilizzato per lo screening iniziale dei partecipanti) mentre gli esiti del “test dei cookie” (un test comportamentale che valuta quanto i soggetti siano ancora interessati a mangiare un biscotto dopo che quest’ultimo è venuto a contatto con un ragno), hanno rivelato risultati simili a quelli di Sandra Mulkens e colleghi.
La tecnica di controcondizionamento, dunque, non è risultata essere più efficace né nel modificare la valenza dei ragni a livello dell’esposizione né rispetto al trattamento a lungo termine a un anno di follow-up. Apparentemente quindi, la terapia classica risulta essere abbastanza efficiente nel correggere la componente valutativa a livello di aracnofobia, mentre rimane da valutare se sia possibile migliorarne ulteriormente il risultato attraverso procedure specificamente progettate per la riduzione della valutazione negativa dei ragni.

Quando il disgusto è patologico

di Sara Quaranta
a cura di Brunetto De Sanctis

Correlati cognitivi e psicofisiologici del disgusto nel disturbo ossessivo compulsivo

Nel mondo, tre persone ogni duecento soffrono di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) e per quanto possa capitare a tutti di sentirsi contaminati dopo aver utilizzato un bagno pubblico e che per questo ci si lavi un po’ più del normale, in queste persone i sintomi sono pervasivi oltre che invalidanti. La letteratura scientifica ha dimostrato che il disgusto ha un ruolo rilevante nel DOC. Questa emozione di base la cui funzione evolutiva è la protezione della salute da malattie contagiose, con l’evoluzione della società si è espansa ai domini socio-morali. Una reazione di disgusto ha due componenti: la propensione/tendenza a rispondere con disgusto e la sensibilità/avversione alle sensazioni di disgusto.
Gli psicologi cognitivisti Alexis E. Whitton, Julie D. Henry e Jessica R. Grisham hanno voluto indagare: 1) se ci fosse corrispondenza tra elevato disgusto di tratto self-report e risposte fisiologiche intense in individui con diagnosi DOC; 2) se le credenze ossessive fossero associate a risposte di disgusto tenendo sotto controllo variabili come la diagnosi e il disgusto di tratto.
Per la risposta fisiologica del disgusto, sono state utilizzate l’elettromiografia facciale e l’analisi dell’attività elettrodermica. La prima è stata utilizzata col fine di registrare l’attività di un particolare pattern di muscoli facciali coinvolti nell’espressione del disgusto: il muscolo levatore del labbro superiore (muscolo prossimo al naso che permette di arricciare il labbro superiore) e il muscolo corrugatore del sopracciglio che permette di contrarre la fronte. La seconda finalizzata a registrare l’indice del livello di conduttanza epidermica, il quale tende ad aumentare durante la visione di film o immagini disgustosi.
Al fine di valutare la presenza e la gravità delle credenze ossessive, è stato somministrato l’Obsessive Beliefs Questionnaire-44 (OBQ-44), un questionario self-report costituito da 44 item suddivisi in tre sottoscale: responsabilità/stima del pericolo; perfezionismo/certezza; importanza/controllo dei pensieri.
I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi: 25 individui con diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo, 25 individui con diagnosi di disturbo d’ansia e 25 individui sani. Inoltre è stato selezionato un set di 36 immagini statiche raggruppabili in sei categorie di domini tematici differenti (bagni sporchi, pattumiere, sangue, trasgressioni morali, immagini neutre e immagini negative ma non disgustose).
Le risposte fisiologiche sono state registrate durante la visione di ogni immagine attraverso dei sensori opportunamente applicati sul viso dei partecipanti e inoltre è stato chiesto loro di fornire un punteggio da 1 (per niente disgustato) a 8 (estremamente disgustato).
La presentazione delle categorie come pure delle immagini entro ogni categoria ha seguito un ordine random.
Dai punteggi medi del disgusto self-report si evince che rispetto agli individui sani e ansiosi, gli individui con DOC erano più propensi e sensibili a reazioni di disgusto e valutavano significativamente più disgustose immagini raffiguranti bagni sporchi e pattumiere.
Per quanto riguarda i risultati elettromiografici ed elettrodermici non è emersa nessuna significativa differenza tra i gruppi.
In conclusione, sebbene gli individui con DOC abbiano una maggiore propensione a reagire con disgusto a stimoli francamente disgustosi, è stato osservato che la presenza e la gravità delle credenze ossessive correlava positivamente con il disgusto self-report anche durante la visione di immagini neutre e che l’attività del muscolo levatore del labbro superiore era elevata durante la visione di immagini negative. Per queste ragioni si parla di “disgusto patologico”, cioè una tendenza a rispondere con reazioni di disgusto anche in contesti in cui non sono presenti stimoli disgustosi.

Disturbo dissociativo di identita’ e modello sociocognitivo: ricordando le lezioni del passato

di Alessia Bilato
curato da Francesco Mancini

L’eziologia del Disturbo Dissociativo dell’Identità (DDI) rappresenta uno dei temi più controversi della psicologia clinica contemporanea.

Nell’ultimo decennio sono emerse due teorie concorrenti rispetto alla genesi del DDI: il modello post-traumatico (D. H. Glaves, 1996), secondo il quale il disturbo si stabilirebbe come risposta difensiva ad un trauma avvenuto durante l’infanzia, e il modello sociocognitivo (Spanos, 1994), che concettualizza il DDI come una rappresentazione di ruoli sociali, derivanti dai suggerimenti dei terapeuti, dalle informazioni fornite dai media sul DDI e da esperienze personali.

In seguito ad un articolo di Glaves (1996), nel quale quest’ultimo critica il modello sociocognitivo, definendo che il modello post-traumatico fornisca una migliore spiegazione eziologica del DDI, Lilienfeld e collaboratori hanno pubblicato un articolo (1999) per dimostrare come tale conclusione sia ingiustificata.

In primo luogo, questi autori affermano che molte delle argomentazioni proposte da Glaves siano interpretazioni erronee degli assunti del modello sociocognitivo. Ad esempio, Glaves dichiara che un disturbo non può essere interamente iatrogeno o interamente non iatrogeno. Tuttavia, il modello sociocognitivo non ipotizza che l’eziologia del DDI sia completamente iatrogena, in quanto propone che le caratteristiche del disturbo possano essere costruite a partire da una varietà di fonti in aggiunta ai suggerimenti involontari dei terapeuti e che le influenze sociali non siano le solo cause rilevanti del DDI. Difatti, anche le differenze individuali nella personalità possono predisporre certi individui al disturbo in questione.

In secondo luogo, la letteratura sul trattamento del DDI suggerisce che i fattori iatrogeni giochino un ruolo importante nell’eziologia. Ciò è evidenziato dal fatto che il numero di pazienti ai quali è stato diagnosticato il disturbo sia aumentato considerevolmente durante i decenni passati, in concomitanza con l’incremento delle conoscenze dei terapeuti rispetto alle caratteristiche diagnostiche del DDI. Inoltre, la maggior parte dei pazienti con DDI mostra pochi segnali di questa condizione prima della terapia e il trattamento sembrerebbe rinforzare verbalmente la presenza di altre identità, che aumenterebbero nel percorso terapeutico.

In terzo luogo, le prove che mettono in relazione l’abuso infantile con il DDI risultano essere problematiche. Nonostante Glaves abbia esaminato numerosi studi che riportano un’alta prevalenza di abuso infantile tra i pazienti con DDI, in nessuno di questi studi l’abuso era confermato da fonti differenti dal paziente stesso. Per di più, anche se fosse confermato, rimarrebbe da determinare se una storia di abuso infantile sia più comune tra i pazienti con DDI che tra i pazienti psichiatrici in generale e se possa essere associata causalmente con il rischio di un successivo DDI.

In conclusione, numerose linee di evidenza convergono sulla conclusione che la iatrogenesi giochi un ruolo importante nell’eziologia del DID, ma è fondamentale indagare quale sia la sua rilevanza comparata con altre potenziali variabili causali, come l’influenza dei media.

La recente epidemia di diagnosi di DDI impartisce un’importante lezione agli psicoterapeuti di oggi: la psicoterapia può avere anche degli effetti nocivi e questo deve costituire un necessario promemoria per il clinico, in quanto egli può essere scopritore quanto creatore di psicopatologia.

Per approfondimenti:

Lilienfeld, S.O., Lynn, S.J., Kirsch, I., Chaves, J.F., Sarbin, T.R., Ganaway, G.K, Powell, R.A. (1999). Dissociative identity disorder and the sociocognitive model: recalling the lessons of the past. Psychological Bulletin, 125 (5), 507-523.

Dilemmi morali: come vengono elaborati dal nostro cervello?

di Giorgia Petrova
a cura di Barbara Basile

Trovereste accettabile torturare una persona per ottenere informazioni allo scopo di salvare innumerevoli vite? I giudizi morali richiedono spesso difficili compromessi, in quanto sono situazioni in cui una persona si trova a dover rispondere ad obblighi morali incompatibili, dove è difficile decidere quale deve prevalere sull’altro. Molti studiosi concordano sul fatto che nei processi decisionali siano coinvolti due sistemi distinti legati a diverse modalità di elaborazione dell’informazione. Il primo sistema è caratterizzato da processi mentali veloci, automatici, intuitivi e maggiormente guidati dalle emozioni; il secondo, invece, è caratterizzato da processi lenti, controllati, basati sul ragionamento logico e sul calcolo costi-benefici. Il giudizio morale dunque è influenzato sia da una risposta automatica emozionale sia da un ragionamento cognitivo controllato.  Un dilemma deriverà quindi dal conflitto di questi due processi: quando i due sistemi producono risposte discordanti tra loro alla stessa domanda, essa diventa un dilemma e non importa quale risposta verrà selezionata, una parte di noi rimarrà comunque insoddisfatta della scelta (Cushman e Greene, 2012). Di conseguenza secondo la teoria del doppio processo, sia le valutazioni emozionali che quelle utilitaristiche influenzano la nostre decisioni. Vari studi supportano questa teoria, ma poco si sa delle basi neurobiologiche e del modo in cui questi due sistemi interagiscano tra di loro al fine di prendere una determinata decisione.
Per cercare di indagare meglio questa separazione all’interno del nostro cervello, Hutcherson e collaboratori hanno proposto uno studio utilizzando la risonanza magnetica funzionale. I partecipanti, all’interno del macchinario fRMI, dovevano rispondere a diversi scenari cercando di fornire le valutazioni emozionali e utilitaristiche separatamente. Veniva quindi chiesto, in un caso, di prendere una decisione riguardo allo scenario tenendo in considerazione solo le valutazioni emozionali personali, mentre nel secondo caso veniva loro richiesto di considerare solamente i costi-benefici dell’azione descritta. Infine veniva chiesto un giudizio morale complessivo riguardo l’appropriatezza del mettere in atto delle azioni deprecabili in vista di un bene superiore.
I risultati di questo esperimento mostrano come le regioni cingolata anteriore, l’insula, il giro temporale superiore si attivino maggiormente in risposta alle valutazione di tipo emozionale, mentre la giunzione temporoparietale e la corteccia prefrontale dorsomediale si attivino nelle valutazioni di tipo utilitaristico. Inoltre, il giudizio morale complessivo viene rappresentato in una terza regione separata, ossia nella corteccia prefrontale ventromediale. Il pattern di risposta in queste regioni supporta l’ipotesi iniziale degli autori che le valutazioni emozionali e utilitaristiche siano codificate separatamente e che vengano integrate in una terza area.
Questi risultati sembrerebbero supportare in parte la teoria del doppio processo. In accordo con lavori precedenti sembrano esistere due sistemi separati per l’elaborazione dell’informazione emozionale e utilitaristica, tuttavia questo studio non supporta l’idea che i due sistemi si inibiscano a vicenda, ma semplicemente che lavorino separatamente e che poi si integrino in un unico giudizio finale.