Perchè si uccide? Fattori di Rischio Psicosociali e del Neurosviluppo negli assassini seriali e di massa.

di Valentina Di Mauro
curato da Elena Bilotta

Proprio l’imperiosità del comando “non uccidere” ci assicura che discendiamo da una serie lunghissima di generazioni di assassini i quali avevano nel sangue, come forse ancora abbiamo noi stessi, il piacere di uccidere.
SIGMUND FREUD

Le domande sul perché qualcuno vorrebbe uccidere un gran numero di esseri umani non hanno risposte e la maggior parte delle discussioni si focalizzano sui fattori precipitanti degli omicidi, sia seriali che di massa.

Bisogna iniziare con il definire e differenziare le due tipologie prese in esame dalla letteratura: il serial killer (assassino seriale) è colui che uccide in almeno tre occasioni con un periodo di “raffreddamento” nel mezzo. È sottolineata l’importanza del periodo intermedio, per il fatto che ogni evento omicida sia vissuto come emozionalmente distinto e separato. I delitti hanno ciclicità temporale. Leggi tutto “Perchè si uccide? Fattori di Rischio Psicosociali e del Neurosviluppo negli assassini seriali e di massa.”

Quando il terapeuta è ansioso

di Giovanbattista Andreoli
curato da Elena Bilotta

La letteratura scientifica recente ha dimostrato come la terapia cognitivo-comportamentale (TCC) sia efficace nel trattamento di differenti disturbi psicologici. Tuttavia, è noto come il medesimo trattamento possa non presentare gli stessi esiti positivi se effettuato in contesti clinici di routine, differenti da quelli rigorosamente controllati della ricerca scientifica.

Tra le diverse motivazioni che possono spiegare il “gap” esistente tra i trial di ricerca e la pratica clinica vi può essere anche l’ansia che il terapeuta prova durante l’esercizio della pratica clinica e l’applicazione dei diversi protocolli d’intervento che la TCC prevede. Tra questi ultimi, si è evidenziato come gli interventi basati sull’esposizione siano tra i metodi meno applicati dai clinici ansiosi, nonostante siano proprio i più efficaci secondo la ricerca. Ciò porta a una situazione paradossale nella quale è proprio il terapeuta il primo a evitare la correzione dei comportamenti di evitamento messi in atto dal paziente. Leggi tutto “Quando il terapeuta è ansioso”

Il cervello del narcisista

di Graziella Pisano

curato da Elena Bilotta

Le conoscenze relative al funzionamento neurobiologico della mente del narcisista sono molto ristrette, nonostante l’elevata rilevanza clinica del disturbo e la tendenza a sottostimarne la prevalenza. Negli ultimi anni stanno tuttavia aumentando i contributi che approfondiscono il funzionamento nerobiologico del cervello narcisista, con l’obiettivo di dare anche una spiegazione neurobiologica agli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali che caratterizzano il funzionamento di questi pazienti. In uno studio pilota del 2015, alcuni autori hanno analizzato la sostanza grigia e quella bianca di sei pazienti maschi con disturbo narcisistico di personalità (NPD), confrontandole con un gruppo di controllo di soggetti senza disturbo di personalità. I risultati mostrano che i pazienti con NPD mostrano alterazioni nella materia grigia inclusa la corteccia cingolata anteriore, la corteccia prefrontale destra e la corteccia prefrontale mediale bilaterale. Leggi tutto “Il cervello del narcisista”

Il ruolo degli scopi nella psicopatologia

di Graziella Pisano

curato da Francesco Mancini

Non esistono criteri necessari e sufficienti per distinguere patologia e normalità, sulla base dell’assunto che la differenza tra psicopatologia e normalità sia quantitativa piuttosto che qualitativa si assume come criterio sufficiente la presenza di sofferenza emotiva più intensa e persistente rispetto alla norma. Il cognitivismo clinico assume che normalità e patologia siano basate sugli stessi costrutti esplicativi, dunque parte dalla normalità per spiegare la patologia; spiega la psicopatologia a  partire dalla psicologia del senso comune. I costrutti che spiegano i sintomi sono le conoscenze e gli scopi; che sono alla base della teoria della mente. Il Cognitivismo Clinico, per ragioni storiche, ha però il limite di focalizzarsi sulle credenze più che sugli scopi. Esso fa essenzialmente riferimento a tre elementi esplicativi della psicopatologia:

  • Erroneità dei processi cognitivi e delle credenze
  • Disposizioni cognitive e motivazionali
  • Deficit cognitivi

Leggi tutto “Il ruolo degli scopi nella psicopatologia”

Quali sono gli interventi terapeutici efficaci per la salute di adulti che hanno subito esperienze avverse durante l’infanzia?

di Graziella Pisano curato da Barbara Basile

Le esperienze avverse infantili sortiscono degli effetti sullo sviluppo e sulla salute degli individui. Tali esperienze sono tipicamente associate ad un’inadeguata qualità della cura che può declinarsi   in abuso fisico, emozionale o sessuale, in deprivazione emozionale, violenza domestica, abuso di sostanze o presenza di disturbi mentali o di comportamenti criminali all’interno della famiglia e separazione genitoriale.Una robusta letteratura evidenzia un’associazione tra una storia di eventi avversi nell’infanzia e la presenza, in età adulta, di problemi di salute tra cui il cancro,l’HIV,le fratture ossee e l’obesità. Le esperienze avverse infantili generano, inoltre,modificazioni a livello neurobiologico tra cui l’aumento dei livelli di cortisolo, in conseguenza allo stress, e la riduzione del funzionamento del sistema immunitario. Sebbene tali connessioni risultino indiscutibili, sono ancora poco chiari i meccanismi che vi sono alla base.

Le evidenze mostrano anche che gli esiti di tali esperienze impattano sulle sfere cognitiva, emotiva e sociale; infatti spesso si tratta di persone che mostrano scarse abilità sociali, sviluppano un modello operativo interno di sé negativo, caratterizzato da incompetenza e/o assenza di speranza, e possono presentare sintomi di disregolazione emotiva e la frequente messa in atto comportamenti rischiosi per la salute.

Korotana e collaboratori (2016) hanno revisionato gli studi presenti in letteratura allo scopo di evidenziare gli esiti degli interventi psicoterapeutici sugli adulti sopravvissuti ad eventi avversi infantili.Gli studi analizzati differiscono tra loro riguardo il rigore scientifico e l’ampiezza del campione. I risultati mostrano che la psicoterapia cognitivo-comportamentale (TCC) risulta essere l’orientamento con dati di ricerca più robusti, essa si è mostrata efficace per diversi problemi legati alle esperienze avverse infantili, evidenziando effetti positivi circa la riduzione dei comportamenti che mettono a rischio la salute, dei livelli di depressione, dei sintomi dissociativi, dei disturbi del sonno, abuso di sostanze e un miglioramento nella regolazione emotiva e nel funzionamento interpersonale. Inoltre, nello specifico, la TCC presenta degli esiti positivi anche nel trattamento del disturbo da stress post-traumatico (PTSD).

La scrittura espressiva (Expressive Writing) e le terapie basate sulla mindfulness hanno mostrato risultati promettenti, soprattutto riguardo la depressione, il PTSD, la regolazione emotiva e l’ansia; le terapie basate sulla mindfulness hanno degli esiti positivi pur non intervenendo direttamente sugli eventi traumatici. Questo dato è in contrasto con le linee guida internazionali per il trattamento del PTSD secondo cui gli eventi traumatizzanti devono essere affrontati direttamente per poter garantire una riduzione sintomatologica. Altri interventi efficaci rispetto alla riduzione della depressione e delle problematiche interpersonali derivano dalla terapia interpersonale. La Emotion-focusedtherapy ha mostrato risultati positivi riguardo la riduzione di intrusioni e/o evitamenti legati alle memorie traumatiche. La terapia psicodinamica, l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) e l’esposizione prolungata hanno mostrato avere alcuni effetti positivi soprattutto inerenti il funzionamento interpersonale e la qualità della vita.

Dagli studi esaminati emerge un grosso gap in letteratura; infatti gli autori rilevano un ridotto numero di studi di efficacia in molti orientamenti psicoterapeutici. Questo ovviamente non necessariamente documenta l’inefficacia degli stessi, ma rende difficoltoso evidenziare un trattamento elettivo per patologie legate a esperienze traumatiche. Infine la maggior parte degli studi evidenzia risultati interessanti nell’ambito degli approcci cognitivi e comportamentali (TCC) e di quelli emotivi; di contro, scarseggiano le ricerche che valutano gli esiti in altri tipi di modelli di cura.

Bibliografia essenziale

Korotana L M , Dobson K S, Pusch D , Josephson T. “A review of primary care interventions to improve health outcomes in adult survivors of adverse childhood experiences”. ClinicalPsychologyReview 46 (2016) 59–90.

Il Trauma nelle Malattie Mentali Gravi

di Valentina Di Mauro
curato da Barbara Basile

Nel corso del tempo è stato ampiamente documentato che una storia di esposizione al trauma interpersonale e l’esistenza di disturbi legati al trauma influisce negativamente nelle SMI (Mueser et al., 2004). L’acronimo SMI ovvero “Serious Mental Illness”, viene usato, in America, per indicare malattie mentali che abbiano almeno tre dei seguenti criteri: (a) il comportamento sociale necessita di un intervento di salute mentale; (b) limitata capacità di ottenere assistenza; (c) deterioramento nelle attività di vita quotidiana e nelle esigenze di base; (d) compromesso funzionamento sociale; (e) prestazioni compromesse nel mondo del lavoro o (f) non-lavoro; (g) vulnerabilità allo stress; (h) disabilità che provoca dipendenza (NIMH, 1987). Invece, in Europa, le diagnosi di SMI variano lungo due dimensioni: durata del trattamento (≥ 2 anni) e il Grado di Disfunzione (GAF score ≥50 o 70 a seconda della diagnosi primaria) per qualsiasi disturbo mentale (Ruggeri, Leese, Thornicroft, Bisoffi e Tansella, 2000). Leggi tutto “Il Trauma nelle Malattie Mentali Gravi”

Disturbo Narcisistico di Personalità: sfide diagnostiche e cliniche

di Valentina Di Mauro
curato da Elena Bilotta

Il Disturbo Narcisistico di Personalità (NPD) è uno dei disturbi di personalità meno studiati empiricamente. Di conseguenza, esiste una certa confusione sull’affidabilità, la validità, la specificità e la sensibilità dei criteri diagnostici, così come sulla prevalenza del disturbo. Attualmente non esistono inoltre stati studi clinici randomizzati che testino l’efficacia di un trattamento psicoterapeutico.

La confusione diagnostica è dovuta alla presentazione altamente variabile del disturbo e alla diversa gravità che può caratterizzarlo. Gli individui con personalità narcisistica possono  mostrare un senso grandioso di sè, al contrario, essere sprezzanti verso di sé ; possono essere estroversi o socialmente isolati, grandi manager o incapaci di mantenere una occupazione, cittadini modello o inclini all’antisocialità. Data questa eterogeneità fenotipica, non appare evidente ciò che tali individui potrebbero avere in comune per giustificare una diagnosi condivisa. Leggi tutto “Disturbo Narcisistico di Personalità: sfide diagnostiche e cliniche”

Alessitimia in bambini con e senza Disturbi dello Spettro Autistico

di Ilaria Zaffina
curato da Elena Bilotta

“Alessitimia” è un termine che deriva dal greco e nella sua traduzione letterale corrisponde a “senza parole per l’emozione”. Essere alessimitici vuol dire avere difficoltà nell’identificare e nel descrivere le proprie emozioni, a distinguerle da sensazioni somatiche, insieme a una tendenza a focalizzare il proprio pensiero su eventi esterni. L’alessitimia è conosciuta per essere molto diffusa negli adulti con Disturbi dello Spettro Autistico (DSA) rispetto alla popolazione adulta con sviluppo tipico (ST). Poco invece si conosce sull’incidenza dell’alessitimia tra i bambini con DSA. Lo studio di Griffin e collaboratori del 2015 è il primo ad occuparsi di questa tematica. Nello studio sono stati esaminati 25 bambini (23 M, 2 F) con diagnosi di DSA e/o sindrome di Asperger, di età compresa tra gli 8 e i 13 anni e un gruppo di controllo, 32 bambini (ST) (15 M, 17 F; età 8-12 aa). Uno dei limiti di questo lavoro è riferibile alle dimensioni del campione, mentre uno dei vantaggi è l’utilizzo di valutazioni raccolte da osservatori in relazione con i partecipanti (come i genitori), oltre a quelle dei bambini. Leggi tutto “Alessitimia in bambini con e senza Disturbi dello Spettro Autistico”

Quando il dolore emotivo si trasforma in dolore fisico: autolesionismo in adolescenza

di Emmanuela Bartolo
curato da Elena Bilotta

Il disturbo da autolesionismo non suicidario (NNSI) è definito come il danneggiamento del proprio corpo attraverso lesioni autoinflitte, volontarie, dirette e ripetitive; il cui fine ultimo non è l’intenzione di morire. Tale comportamento risulta essere molto diffuso tra gli adolescenti, con un incidenza maggiore nelle ragazze. Il NSSI è spesso associato a varie diagnosi mentali ed è noto per essere considerato come fattore di rischio per il suicidio. Data la sua grande rilevanza e la natura potenzialmente pericolosa, è stato incluso nel DSM-5 come condizione necessitante di ulteriori studi prima di poter diventare una diagnosi a sè. Molteplici sono i fattori psicosociali di sviluppo e di rischio che risultano essere coinvolti, tra questi troviamo il maltrattamento infantile, l’alessitimia e la dissociazione. Tuttavia si sa poco su come tali fattori di rischio possano interagire  e portare a NNSI. A tal proposito, un recente studio ha indagato la relazione esistente tra diverse esperienze infantili avverse, l’alessitimia e la dissociazione, nel predire le tendenze al NSSI in  due gruppi di adolescenti ospedalizzate: 46 con disturbo NNSI e 26 senza NNSI. Le partecipanti, tutte di sesso femminile, hanno compilato interviste diagnostiche e self report, tra cui: il Kinder-DIPS che valuta i più frequenti disturbi mentali nell’infanzia e nell’adolescenza; il CECA-Q,utilizzato per valutare il numero di esperienze infantili sfavorevoli, inclusa la scarsa cura e l’abuso fisico; la TAS-26 un questionario self report standardizzato per valutare la presenza e la gravità dei tratti alessitimici; FDS-20 per i sintomi dissociativi. I risultati mostrano una correlazione tra NSSI e abuso sessuale, ma nessuna correlazione con maltrattamento infantile. Differenze significative, tra il gruppo NNSI e il gruppo di controllo, inoltre si sono riscontrate riguardo la prevalenza della dissociazione e dell’alessitimia, con il gruppo NNSI che ha mostrato maggiori livelli in entrambi i casi. La dissociazione è stata significativamente associata con l’avversione materna e paterna, abbandono materno e paterno, ma non con l’abuso fisico paterno. L’abuso sessuale è risultato associato con l’abbandono materno e la dissociazione.  Contrariamente alle ipotesi iniziali dello studio, la dissociazione non risulta un predittore significativo  di NNSI, al contrario dell’alessitimia, che risulta essere un importante predittore di NSSI. Gli individui con alessitimia hanno una carente capacità di identificare e comunicare emozioni in maniera appropriata, capacità che è di fondamentale importanza per la corretta regolazione delle emozioni. In assenza di efficaci capacità di regolazione delle emozioni, tali individui possono ricorrere a comportamenti estremi per ridurre la loro attivazione emotiva. Questa è una possibile spiegazione per l’alta percentuale di adolescenti alessitimici con NSSI. Dunque, rafforzare la consapevolezza delle emozioni potrebbe consentire agli adolescenti con alessitimia e NSSI di migliorare le proprie capacità di regolazione delle emozioni per regolare gli stati emotivi negativi in grado di ferirli.

Per approfondimenti:

Janine Lüdtke, TinaIn-Albon, ChantalMichel, MarcSchmid, Predictors for DSM-5 nonsuicidal self-injury in female adolescent inpatients: The role of childhood maltreatment, alexithymia, and dissociation, Psychiatry Research, 17 Febbraio 2016.