L’intervento sul disturbo d’ansia sociale tramite l’Imagery Rescripting

di Giovanbattista Andreoli
curato da Elena Bilotta

Rispetto ad altri modelli di intervento, la terapia cognitivo-comportamentale mostra una particolare efficacia nel trattamento del disturbo d’ansia sociale (DAS). La letteratura scientifica concernente i modelli cognitivi alla base del medesimo disturbo evidenzia come fattore chiave la persistente intrusione di immagini negative quando individui con questa psicopatologia prendono parte a situazioni sociali reali o immaginate. Tali immagini consistono in rappresentazioni mentali che spesso evidenziano aspetti del proprio sé come inadeguati. Le immagini possono essere descritte in maniera talmente valida ed accurata che l’individuo può percepire pericoli laddove non sussistano, attivando contemporaneamente forti emozioni negative. Basando il proprio approccio su questi ricordi autobiografici, l’Imagery Rescripting (IR) è una tecnica relativamente recente che in combinazione con l’intervento della ristrutturazione cognitiva si è già mostrata efficace nel migliorare la sintomatologia nelle persone con DAS.
Tre sono i passi in cui l’IR si struttura: 1) il paziente richiama la memoria negativa narrandola in prima persona e descrivendo l’evento così come è accaduto; 2)l’immagine viene richiamata osservandola dalla prospettiva presente e il paziente è invitato a compiere delle rivalutazioni seguendo il suo punto di vista attuale; 3) il paziente assume nuovamente la prospettiva originaria dell’evento, ma incorporando le osservazioni elaborate durante la seconda fase.
Non esistono numerosi studi in grado di valutare l’applicazione della medesima tecnica senza la combinazione con la ristrutturazione cognitiva. Per tale ragione, Reimer&Moscovitch (2015) hanno condotto uno studio per misurarne l’efficacia secondo tale modalità. Venticinque partecipanti, tutti con diagnosi principale di DAS, sono stati divisi in due gruppi: al primo gruppo veniva somministrata una seduta di intervento IR senza ristrutturazione cognitiva, mentre al secondo gruppo non veniva somministrato alcun intervento.
I risultati hanno messo in luce come i soggetti che hanno avuto modo di sperimentare la IR riportano una sostanziale riduzione dei sintomi di  DAS, con un richiamo delle proprie memorie autobiografiche più positivo. Inoltre, i medesimi soggetti riportano marcati cambiamenti nel contenuto e nell’accuratezza delle proprie credenze principali legate alle memorie autobiografiche che possiedono.

Tali esiti mostrano come l’intervento a singola sessione di IR senza alcuna combinazione con la ristrutturazione cognitiva sia possibile ed efficace per persone con DAS. A questo punto ci si potrebbe chiedere perché non implementare un intervento come la IR, più breve e meno costoso in termini temporali ed economici, sostituendo così trattamenti più complessi attualmente utilizzati nell’intervento sull’ansia sociale. Le risposte possono essere molteplici. La prima riguarda l’efficacia dell’intervento sul campione considerato: solo il 23% dei soggetti dello studio ha raggiunto guarigione completa. Secondo, non esistono indicazioni precise riguardo al momento dell’intervento in cui precisamente debba essere amministrata la IR, o con quale tipo di pazienti. Terzo, è necessario determinare e definire meglio le competenze del terapeuta nel gestire una modalità di intervento adeguata.

I clinici dovrebbero dunque essere sempre attenti a consolidare con la pratica clinica e la ricerca nuovi protocolli d’intervento emergenti prima di sostituirli a trattamenti certamente più complessi ma con maggiore evidenza scientifica.

 

Per approfondimenti:
Reimer, S. G., &Moscovitch, D. A. (2015). The impact of imagery rescripting on memory appraisals and core beliefs in social anxiety disorder. Behaviour Research and Therapy, 75, 48-59.

 

Obiettivi personali e benessere

di Rosanna De Angelis
curato da Roberta Trincas

“La qualità non è mai casuale; è sempre il risultato di uno sforzo intelligente”. John Ruskin

Nell’ultimo decennio, si è andata affermando una Teoria Motivazionale del Benessere Soggettivo. L’approccio fondato su questa teoria si basa sul presupposto che il successo in obiettivi significativi abbia un ruolo importante nello sviluppo e nel mantenimento del benessere psicologico delle persone. In questa prospettiva, il benessere soggettivo è tanto più elevato quanto più l’individuo è impegnato in progetti di vita – piani di azione estesi tesi al raggiungimento di obiettivi personali – significativi, ben strutturati, supportati da altri, non eccessivamente stressanti e generativi di un senso di autoefficacia.
Uno studio longitudinale a breve termine, condotto su un campione di 88 studenti universitari, ha cercato di esaminare in che modo le caratteristiche degli obiettivi personali possono spiegare le differenze e i cambiamenti del benessere soggettivo nel tempo.
La ricerca si è focalizzata su tre caratteristiche degli obiettivi personali: l’impegno nel perseguimento dell’obiettivo, la valutazione che il soggetto formula sulla raggiungibilità dell’obiettivo e i progressi percepiti nel raggiungimento dell’obiettivo.
L’impegno nel perseguimento dell’obiettivo indica fino a che punto l’obiettivo personale è associato ad un forte senso di determinazione nel perseguirlo, all’urgenza di investire le proprie energie nel suo conseguimento e alla disponibilità a compiere un grande sforzo per realizzarlo.
La valutazione soggettiva sulla raggiungibilità dell’obiettivo rappresenta il risultato del confronto che il soggetto fa tra l’esistenza di condizioni favorevoli e l’esistenza di condizioni sfavorevoli al raggiungimento del suo obiettivo. Le condizioni favorevoli indicano che una persona ritiene di avere abbastanza tempo e opportunità per dedicarsi al suo obiettivo, di avere il potere di raggiungerlo e di ricevere un adeguato sostegno sociale nella sua realizzazione.
Dopo aver chiesto ai partecipanti di elencare sei obiettivi personali che si proponevano di realizzare nei primi mesi dell’anno accademico ed aver rilevato il loro stato di benessere iniziale, le tre dimensioni-obiettivo ed i livelli di benessere soggettivo sono stati misurati in 3 tempi diversi in un arco temporale di 14 settimane. Il benessere soggettivo è stato considerato nei suoi aspetti sia affettivi (umore euforico/depresso) che cognitivi (soddisfazione di vita).
Dallo studio in esame, è emerso che l’intensità dell’impegno dedicato al perseguimento dei propri obiettivi è una variabile di moderazione, perché determina la misura in cui le differenze nella percezione della loro raggiungibilità spiegano i cambiamenti positivi e negativi del benessere soggettivo nel tempo. Questo significa che, rispetto agli individui che dedicano uno scarso impegno alla realizzazione dei loro obiettivi, le differenze nella stima della loro raggiungibilità non sono indicative di differenze nel benessere soggettivo, mentre, rispetto a coloro che si impegnano molto per realizzare i propri scopi, la percezione di raggiungibilità degli obiettivi è predittiva di maggiori livelli di benessere soggettivo e, al contrario, la percezione di difficoltà o ostacoli nella raggiungibilità degli obiettivi implica una compromissione significativa dei livelli di benessere.
È emerso, altresì, che i progressi percepiti nel raggiungimento degli obiettivi hanno un effetto diretto sui livelli di benessere soggettivo e mediano l’effetto dell’interazione tra l’impegno e la raggiungibilità degli obiettivi sul benessere.

Per approfondimenti:

Brunstein J.C. (1993). Personal Goals and Subjective Well-Being: a longitudinal study. Journal Personality and Social Psychology, Vol. 65, No. 5, 1061-1070.

I meccanismi psicologici degli interventi basati sulla mindfulness

di Giulia Armani
curato da Alberto Chiesa

La mindfulness può essere definita come la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione in maniera intenzionale e in assenza di giudizio, al momento presente.
Negli ultimi anni sono state sviluppate diverse tecniche basate sulla mindfulness, che hanno unito la tradizione orientale della meditazione con le conoscenze cliniche del mondo occidentale.
Nonostante sia stata ormai ampiamente dimostrata l’efficacia di tali interventi per una vasta gamma di disturbi, ancora poca chiarezza si è fatta sui meccanismi psicologici che ne sono alla base. Comprendere quali sono i fattori su cui agisce la mindfulness permetterebbe di identificare i principi che accomunano le varie tecniche e di affinarle, puntando su ciò che ha maggiore efficacia.

Chiesa e collaboratori hanno messo in luce, passando in rassegna diversi studi recenti, alcuni punti chiave nel funzionamento degli interventi basati sulla mindfulness:
– La pratica di tali tecniche, indipendentemente dal tipo di intervento usato e dalla condizione clinica del soggetto, aumenta i livelli di mindfulness percepita soggettivamente. Mettendo a confronto gruppi che hanno ricevuto interventi basati sulla mindfulness, con gruppi di controllo di diverso tipo (sia condizioni aspecifiche, come l’inserimento in una lista d’attesa, la psicoeducazione o gruppi di supporto sociale, sia specifiche, come uso di antidepressivi o tecniche di rilassamento muscolare) emerge che l’incremento dei livelli di mindfulness è maggiore nei gruppi che usano gli interventi basati su di essa, rispetto agli altri. Questo sembra dimostrare che tale incremento della mindfulness sia da attribuire specificatamente alla pratica di questa e non a fattori generici, come l’aspettativa di un miglioramento, le cure di un professionista o il supporto del gruppo.
– L’aumento dei livelli di mindfulness sembra predire un miglioramento del quadro clinico dei pazienti, per una vasta gamma di sintomi: ansia, stress percepito, emozioni negative, sintomi depressivi. Anche in soggetti sani maggiori livelli di mindfulness sono connessi a un aumento del benessere percepito.
– Vi è una significativa relazione inversa tra mindfulness e ruminazione, dove all’aumentare della prima, si riduce la seconda. La diminuzione della ruminazione potrebbe quindi essere il meccanismo attraverso cui la pratica della mindfulness porta a così tanti benefici in pazienti e soggetti sani.
– Alti livelli di mindfulness sono legati a un aumento dell’auto compassione, il sentimento di gentilezza e cura verso sé stessi e la propria sofferenza. A sua volta, sembra che l’auto compassione abbia un ruolo importante nel determinare il miglioramento clinico.
– Emerge una relazione inversa tra i livelli di mindfulness e le strategie di evitamento esperienziale. Pare, cioè, che gli interventi basati sulla mindfulness agiscano riducendo l’evitamento delle situazioni che producono sentimenti negativi.
– La mindfulness sembra andare ad agire anche sulla reattività cognitiva, diminuendola. Per reattività cognitiva si intende il grado in cui uno stato emotivo disforico riattiva schemi di pensiero disfunzionali che fanno ricadere in un episodio depressivo.
– Vi è un’associazione tra alti livelli di mindfulness e maggiore intelligenza emotiva, che si traduce in una migliore regolazione delle emozioni.

Tali risultati, seppur da considerare con cautela per via dei limiti di alcuni studi, possono indirizzare la ricerca futura verso una maggiore comprensione del funzionamento della mindfulness.

Umore fluttuante: ordine nel disordine

di Jacopo Biraschi
a cura di Carlo Buonanno

Mi sveglio al mattino un venerdì e sono consapevole di avere avanti a me un weekend stimolante. La giornata parte molto bene, finché non mi ritrovo in un noiosissimo meeting di lavoro con il mio capo ed alcuni colleghi; al meeting però la mia collega Giulia mi guarda un paio di volte e mi lancia un sorriso. Situazioni come quella appena descritta ricorrono continuamente nella vita di ognuno di noi, infarcite delle peculiarità che caratterizzano la nostra routine. Quello che è interessante notare è che un breve frammento di vita come questo contiene elementi appartenenti a ordini temporali differenti: il weekend dura alcuni giorni, il meeting di lavoro alcune ore, lo scambio di sguardi con la collega alcuni istanti. Ma cos’è che accomuna esperienze appartenenti a ordini così temporali differenti (giorni, ore, secondi) in un’esperienza unitaria? La risposta è nelle fluttuazioni dell’umore, ovvero nel modo in cui il nostro umore cambia in risposta alla situazione.

È un fatto consolidato che le fluttuazioni dell’umore, nel momento in cui deviano da un determinato status, vengano gestite tramite un meccanismo di regolazione omeostatica; tuttavia, questo tipo di funzionamento sembra essere insufficiente a spiegare la complessa flessibilità del sistema affettivo. L’ipotesi di ricercatori spagnoli è che il sistema affettivo operi piuttosto su diverse scale temporali (giorni, ore, secondi, come nell’esempio precedente), manifestando una multistabilità tipica di altri sistemi fisiologici e regolata da un controllo di tipo allometrico, sovraordinato rispetto all’omeostatico. L’allometria è un fenomeno biologico che descrive l’accrescimento relativo di una o più parti di un organismo rispetto all’organismo stesso, come ad esempio la velocità di crescita dei palchi di un cervo rispetto all’intero animale: il fatto che tale accrescimento funzioni su diverse scale temporali sotto controllo allometrico significa che, cambiando la scala temporale presa in esame, il rapporto di crescita resta invariato (invarianza di scala). In altri termini, il rapporto fra la velocità di crescita del cervo nel suo complesso e quella relativa ai suoi palchi, resta costante sia considerando un mese di sviluppo dell’animale, un anno o l’intero ciclo di vita. All’inizio degli anni ’90 è stato dimostrato che diversi sistemi fisiologici, come le fluttuazioni del battito cardiaco, della respirazione ecc, non sono casuali bensì frattali; un frattale è un oggetto caratterizzato da autosimilarità, ovvero un oggetto simile a se stesso. Ciò significa che questo presenta la stessa “forma” su scale diverse, come nelle diverse scale temporali dell’esempio iniziale. Nell’articolo preso qui brevemente in esame gli Autori hanno valutato la presenza di una struttura frattale – autosimile – delle fluttuazioni del sistema affettivo. Viene quindi postulato che tali fluttuazioni abbiano la stessa struttura su scale temporali diverse (secondi, ore, giorni): questo significa che le fluttuazioni dell’umore sono le stesse a prescindere dal fatto che si consideri l’intero weekend (giorni), il meeting di lavoro (ore) o lo sguardo d’intesa con Giulia (secondi). L’autosimilarità del sistema affettivo risulta adattiva in quanto positivamente correlata con la flessibilità psicologica: dunque il sistema affettivo è stabile perché multistabile, cioè frattale.

Per approfondimenti:

Bornas X., Balle M., Morillas-Romero A, Aguayo-Siquier B. (2015): Allometric control of daily mood and anxiety fluctuations, Springer Science+Business Media, New York.

Mindfulness, Controllo esecutivo e regolazione delle emozioni

di Daniele Ferrari
a cura di Mauro Giacomantonio

Nel corso degli ultimi decenni la particolare pratica meditativa chiamata Mindfulness ha stabilmente guadagnato popolarita’ nella cultura occidentale, diventando anche argomento di studi delle scienze psicologiche.
La Mindefulness comprende due sfaccettature: l’attenzione al momento presente e l’accettazione non giudicante di emozioni e pensieri.

I benefici sulla regolazione delle emozioni nel praticare la Mindfulness sono ben documentati, ma il come riesca a migliorare questa capacità non è ancora del tutto chiaro.

Un nuovo collegamento tra la Mindfulness e il miglioramento dell’abilità di regolazione emotiva potrebbe essere rappresentato dal ruolo svolto dal controllo esecutivo (la capacità di attuare un comportamento diretto verso l’obiettivo, mettendo in atto complessi processi mentali e abilità cognitive).

Nello specifico, il suggerimento è che l’attenzione al momento presente e l’accettazione non giudicante, coltivati dalla pratica meditativa, siano cruciali nella promozione del controllo esecutivo perchè icrementano la sensibilita’ ai piccoli segnali emotivi che vengono esperiti (ad es. la ‘fitta’ d’ansia,  rapida e sfuggente, preconscia, che si prova dopo aver commesso un errore). Questa raffinata sintonizzazione e apertura ai sottili cambiamenti favorisce il controllo. In che modo?

Meditare non è un processo di svuotamento della mente, una sospensione dal “sentire”, al contrario, tende a un sentire più chiaro,  l’adozione di una mentalità aperta e non giudicante agisce sulla relazione della persona con le proprie emozioni (considerate ora come eventi mentali transitori piuttosto che riflessi della realtà) e non sulla natura delle emozioni stesse, migliora la capacità di elaborare in modo più adattivo le informazioni emozionali ed a non utilizzare strategie di regolazione emozionale disfunzionali, come l’evitamento, il rimuginio o la soppressione.

La percezione più nitida della discrepanza esistente tra la rappresentazione dello stato attuale e quella dello stato desiderato aiuta a reclutare il controllo esecutivo e, di conseguenza, la capacità di fare aggiustamenti e migliorare la gestione della nostra condotta, attraverso un lavoro di approssimazioni successive tra Attenzione e Accettazione.

Le persone in grado di sentire e accettare l’iniziale “fitta” emotiva saranno anche in grado di mobilitare più rapidamente le risorse di regolazione necessarie, minimizzando le conseguenze negative associate a reazioni emotive irruenti.
Se ad esempio una persona ha come scopo la gestione della propria rabbia, il riconoscimento (chiaro e in anticipo) dello stato fisiologico transitorio (battito cardiaco accelerato), segnala il possibile fallimento dello scopo “gestione rabbia”, innescando il veloce reclutamento delle necessarie risorse regolatorie.

Quali altre conseguenze ipotetiche ci possono essere come conseguenza  di un miglior controllo esecutivo?

Quando i segnali emotivi cessano di essere adattivi diventando reazioni  disadattive ?

La consapevolezza migliora l’esperienza emotiva o consente una maggiore precisione di lettura?

Tra i molteplici effetti della Mindfulness, considerando gli interrogativi che si generano nel tentativo di comprendere i meccanismi che la sottendono, possiamo includere, senza dubbio, lo stimolo alla ricerca scientifica.

 

Per l’ampia bibliografia riferirsi alla pubblicazione originale:

Teper, Segal, & Inzlich, Inside the Mindful Mind, 2013.
http://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/0963721413495869

Il ruolo del Disgusto nel disturbo Ossessivo-compulsivo

di Cinzia Calluso
a cura di Barbara Basile

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è un disturbo invalidante che si caratterizza per la presenza di compulsioni che causano una sostanziale compromissione del funzionamento ed un elevato dispendio di tempo. Esso è stato a lungo classificato come un disturbo d’ansia, tuttavia, è emerso che l’ansia potrebbe non essere l’emozione primaria in questi pazienti. Sia sul versante della ricerca comportamentale, che delle neuro-immagini, sono emersi sempre più dati a favore del coinvolgimento di altre emozioni come la colpa e il disgusto.

In particolare, i pazienti DOC sembrerebbero sperimentare un’aumentata propensione (i.e., maggiore frequenza) e sensibilità (i.e., grado di negatività) al disgusto. Altre prove del coinvolgimento del disgusto nel DOC derivano da studi di evitamento comportamentale (i.e., compiti di difficoltà crescente, volti a misurare il grado di abituazione rispetto ad una certa emozione) che hanno confrontato i punteggi di abituazione alla paura e al disgusto. I risultati mostrano una progressiva abituazione alla paura, ma non al disgusto, all’aumentare della difficoltà del compito. Questo dato ha notevoli implicazioni per le terapie di esposizione e prevenzione della risposta, che si basano su tale principio. Ulteriori dati derivano da compiti di riconoscimento delle espressioni facciali, in cui i pazienti DOC mostrano un deficit nel riconoscimento del disgusto, ma non di altre emozioni. Ciò potrebbe essere dovuto alla tendenza ad associare al disgusto una più vasta gamma di espressioni facciali.

Importanti indicazioni sul ruolo del disgusto nella sintomatologia del DOC derivano dagli studi di neuro-immagine che hanno identificato le regioni chiave nell’elaborazione delle risposte emotive di disgusto. La percezione di immagini, odori o sapori sgradevoli sembrerebbe associata ad un aumento dell’attivazione funzionale dell’insula, del cingolo anteriore e dello striato. Interessante notare che queste aree sono coinvolte anche nell’elaborazione della colpa, e in particolare della colpa di tipo morale-deontologico, una emozione rispetto alla quale i pazienti con DOC sono particolarmente sensibili (Basile et al., 2011, 2014; Mancini, 2016).

Rispetto al DOC, studi di risonanza magnetica funzionale hanno suggerito che esso si caratterizzi per la compromissione a carico del circuito cortico-striato-talamo-corticale. In paradigmi di attivazione dei sintomi – in cui i pazienti vengono esposti a stimoli rilevanti per il loro dominio sintomatologico – si osserva un aumento dell’attività a carico dell’insula, della corteccia orbito frontale, del cingolo anteriore e del caudato.

In generale, sembrerebbe esserci una stretta corrispondenza tra le regioni coinvolte nell’elaborazione del disgusto e le regioni implicate nella fisiopatologia del DOC. Al contrario, l’amigdala – regione chiave nell’elaborazione di ansia e paura – non risulta comunemente attiva nei paradigmi di attivazione dei sintomi in pazienti DOC. Questo lascerebbe ipotizzare un più sostanziale coinvolgimento delle emozioni di colpa e disgusto nella patogenesi del DOC.

In conclusione, l’inquadramento del disgusto nei modelli teorici del DOC potrebbe contribuire ad una maggiore comprensione del disturbo e, parallelamente, ad un miglioramento degli approcci terapeutici. Pertanto, sebbene siano necessarie ulteriori ricerche, i dati attualmente presenti in letteratura sembrano sufficienti a supportare la necessità di operare una ristrutturazione del modello teorico del DOC.

Reference:

Basile, B., Mancini, F., Macaluso, E., Caltagirone, C., and Bozzali, M. (2014). Abnormal processing of deontological guilt in obsessive-compulsive disorder. Brain Struct. Funct. 219, 1321–1331. doi:10.1007/s00429-013-0570-2.

Basile, B., Mancini, F., Macaluso, E., Caltagirone, C., Frackowiak, R. S. J., and Bozzali, M. (2011). Deontological and altruistic guilt: Evidence for distinct neurobiological substrates. Hum. Brain Mapp. 32, 229–239. doi:10.1002/hbm.21009.

Bhikram, T., Abi-Jaoude, E., & Sandor, P. (2017). OCD: Obsessive-compulsive … disgust? The role of disgust in obsessive-compulsive disorder. Journal of Psychiatry and Neuroscience, 42(5), 300–306. https://doi.org/10.1503/jpn.160079

Mancini, F. (2016). La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo. Raffaello Cortina Editore.

L’identificazione dei sintomi base dei sottotipi di depressione: uno studio di coorte rappresentativo a livello nazionale

di Ilaria Bernardon
curato da Barbara Basile

Ogni individuo affetto da depressione varia in modo marcato sia nei sintomi sia nella risposta al trattamento. Il riconoscimento di questa  eterogeneità nella depressione ha spinto molti ricercatori a identificare dei sottotipi sintomatici validi per far maggior chiarezza sull’eziologia e per aiutare lo sviluppo di programmi di intervento e trattamento personalizzati. Infatti, negli ultimi anni, molti studi hanno utilizzato alcune tecniche, come l’Analisi delle Classi Latenti o LCA, per distinguere la qualità dei sintomi costituendo delle sottocategorie diagnostiche, e l’Analisi Fattoriale o FA, per quantificare i sintomi ponendoli lungo un continuum dimensionale di gravità, con lo scopo di chiarire l’eterogeneità dei sintomi depressivi.

La ricerca pubblicata in un articolo recente (Ten Have et al., 2016) prende in considerazione sia le variazioni della depressione che si riflettono qualitativamente tra categorie di sintomi, sia le differenze quantitative nella gravità del continuum dimensionale, in modo da predirne meglio il decorso e l’esito del trattamento.

Gli autori sono partiti analizzando i dati dell’indagine NEMESIS-2, uno studio epidemiologico olandese di coorte sulla salute mentale e sull’incidenza rappresentativa a livello nazionale della popolazione generale, di età compresa tra 18 e 64 anni. Dal campione generale di questo studio è stato creato un sottocampione di partecipanti, valutati con la CIDI 3.0 – Composite International Diagnostic Interview, che ha permesso di selezionare chi presentava un sintomo chiave della depressione. Per identificare i sottotipi depressivi, poi, sono stati utilizzati quattordici sintomi: umore depresso, perdita di interesse, cambiamento di appetito, cambiamento di peso, cambiamento nel sonno, disturbo psicomotorio, affaticamento/diminuzione dell’energia, sentimenti di inutilità/senso di colpa, mancanza di concentrazione/indecisione, pensieri suicidari, sintomi ansiosi, attacchi di panico, irritabilità e pensieri ricorsivi. Per studiare il campione e identificare il miglior modello di sottotipizzazione, sono state applicate tre tecniche di variabili latenti: l’LCA, l’FA e l’analisi di modellazione di una miscela di fattori o FMM che unifica alcune caratteristiche delle prime due tecniche.

Partendo dal peggior episodio depressivo vissuto dai pazienti, gli autori hanno identificato quattro classi di malattia, categorizzate secondo sintomi e gravità.

  1. classe 1 (28%) la depressione grave con ansia, nella quale vi appartenevano la maggior percentuale di adulti che presentava comorbilità con altri disturbi dell’umore, disturbo d’ansia e disturbi da uso di sostanze;
  2. (classe 2: 29,3%); la depressione moderata con ansia
  3. (classe 3: 23,6%) la depressione moderata senza ansia
  4. (classe 4: 19%) la depressione lieve, nella quale vi apparteneva la percentuale di adulti più bassa con diagnosi di qualsiasi disturbo dell’umore durante l’arco della vita e che aveva avuto genitori con una storia psichiatrica.

Le categorie mostravano una buona corrispondenza nel follow-up, dove la classe 1 (depressione grave con ansia) ha mostrato il decorso e i risultati peggiori, con il più alto tasso di utilizzo del servizio per problemi di salute mentale e il più alto numero di altri disturbi. I sottotipi depressivi moderatamente severi e lievi, invece, non differivano considerevolmente rispetto ai tassi di prevalenza di altri disturbi mentali e rispetto all’ideazione suicidaria, ma hanno mostrato differenze significative riguardo all’uso del servizio per la salute mentale e per problematiche in ambito sociale. Per quanto riguarda la classe meno grave, le differenze al follow-up erano meno evidenti e questo risultato potrebbe essere dato dal passaggio degli intervistati da una classe ad un altra durante la loro vita.

Le distinzioni ricavate da questo studio potrebbero aiutare a trovare gruppi di pazienti che condividono un profilo eziologico e un decorso della malattia simili e, di conseguenza, potrebbe aiutarci a scegliere il trattamento più appropriato. Questa ricerca ritiene che per gli studi futuri gli studiosi dovrebbero concentrarsi sulla stabilità della tipologia attuale nella popolazione generale, sulle valutazioni di follow-up e sui predittori di cambiamento tra i sottotipi nel tempo.

 

Bibliografia

Ten Have M, Lamers F, Wardenaar K, Beekman A, de Jonge P, van Dorsselaer S, Tuithof M, Kleinjan M, de Graaf R “The identification of symptom-based subtypes of depression: A nationally representative cohort study”. Journal of Affective Disorders 190 (2016) 395–406.

La riparazione di rotture nell’alleanza terapeutica – Safran et al., 2001

di Sandra Rienzi
a cura di Maurizio Brasini

Secondo Safran e collaboratori la negoziazione delle rotture nell’alleanza è fondamentale per il processo di cambiamento. In questo articolo gli autori hanno esaminato la ricerca riguardante i processi coinvolti nella riparazione delle rotture dell’alleanza al fine di estrapolare delle linee guida dalla pratica clinica. Dalla revisione dell’evidenza empirica  è emerso che un’alleanza terapeutica forte contribuisce al buon esito del trattamento. Ciò suggerisce che riconoscere e affrontare le debolezze dell’alleanza terapeutica è di fondamentale importanza per terapie di successo. Sfortunatamente la ricerca ha dimostrato che anche psicoterapeuti esperti possono avere difficoltà nel riconoscerle. Inoltre,  la consapevolezza da parte del terapeuta di riserve e preoccupazioni del paziente può essere dannosa per l’esito della terapia. Questo perché gli psicoterapeuti potrebbero o aumentare l’aderenza al loro modello di trattamento in modo rigido, o rispondere ai sentimenti negativi dei pazienti esprimendo a loro volta i propri sentimenti negativi. Al contrario, numerosi studi hanno suggerito che quando i terapeuti sono in grado di rispondere al paziente senza mettersi sulla difensiva, partecipare in prima persona all’alleanza, adattare il proprio comportamento e affrontare le fratture quando si verificano, l’alleanza migliora.

Il programma di ricerca di Safran e collaboratori sul processo di risoluzione delle rotture li ha portati a sviluppare un modello di trattamento basato su interventi che gli autori stessi hanno reputato dei facilitatori del processo risolutivo. Il modello BRT (Brief Relational Therapy)  è definito un trattamento a breve termine e comprende principi derivati da psicoanalisi relazionale, psicoterapia esperienziale e umanistica e contemporanee teorie su cognizione ed emozione. In uno studio preliminare da essi condotto su 128 pazienti con disturbi di personalità è emersa una maggior efficacia del modello BRT rispetto ad altre due tradizionali  psicoterapie a breve termine, una psicodinamica e l’altra cognitivo-comportamentale. Sebbene all’epoca gli autori ritenessero che questo filone di ricerca fosse ancora nelle fasi iniziali, ne sono state tratte delle implicazioni considerevoli per la pratica clinica che possono essere così sintetizzate:

  1. Gli psicoterapeuti dovrebbero essere coscienti del fatto che spesso i pazienti hanno sentimenti negativi rispetto alla terapia o alla relazione terapeutica e che sono riluttanti a condividere per paura della reazione del terapeuta. E’ quindi fondamentale che i terapeuti prestino attenzione ai piccoli segnali di rottura nell’alleanza in modo da poter prendere l’iniziativa nell’esplorarli insieme al paziente.
  2. Sembra importante per i pazienti la possibilità di esprimere i sentimenti negativi riguardo la terapia allo psicoterapeuta. I pazienti dovrebbero far emergere e far valere il proprio punto di vista su ciò che è emerso nel corso della terapia quando questo differisce dal punto di vista del terapeuta.
  3. Quando ciò avviene, è importante per i terapeuti rispondere in modo aperto, senza mettersi sulla difensiva, e accettare la responsabilità per il proprio ruolo nella relazione.
  4. Ci sono alcune evidenze del fatto che il processo di esplorazione delle paure e delle aspettative del paziente, che rende loro difficile esprimere i propri sentimenti negativi rispetto al trattamento, può contribuire al processo di risoluzione delle rotture dell’alleanza.

Le radici dell’altruismo umano – Felix Warneken e Micheal Tomasello

di Sandra Rienzi
curato da Francesco Mancini

Già Darwin (1871) sapeva che l’altruismo costituiva un problema per la sua teoria dell’evoluzione basata sulla selezione naturale. La soluzione a questa impasse proviene dalla genetica moderna e, in particolare, dalla Teoria della selezione di parentela di Hamilton e dalla Teoria dell’altruismo reciproco di Trivers. Questi meccanismi contribuiscono a spiegare le condotte altruistiche nell’uomo adulto. Meno si sa invece sul modo in cui la tendenza all’altruismo si sia sviluppata nell’uomo sia da un punto di vista ontogenetico che filogenetico. In questo articolo gli autori sostengono la tesi per cui i bambini piccoli siano intrinsecamente altruisti. Questa ipotesi si basa sui risultati provenienti da un insieme di recenti studi condotti sulla propensione di bambini di un anno di età ad aiutare il prossimo in maniera strumentale.

Da un punto di vista filogenetico, in ricerche condotte sugli scimpanzè, è emerso che anch’essi sembrano essere mossi da una motivazione di base ad agire altruisticamente osservabile più in alcune circostanze che in altre. Tutto ciò ha fatto ipotizzare l’esistenza di più radici filogenetiche distinte per ciascun dominio di attività.

Da un punto di vista ontogenetico, gli autori hanno osservato che lo sviluppo dell’altruismo è radicato nella tendenza dei bambini ad aiutare il prossimo spontaneamente (ossia in situazioni nuove o che prevedevano dei costi, senza essere incoraggiati ad aiutare, senza l’aspettativa di essere ricompensati).

In breve, ciò che gli autori rivendicano è che le tendenze altruistiche osservate nella prima ontogenesi umana sarebbero il risultato di una naturale predisposizione, dalla quale potrebbero poi svilupparsi le pratiche di socializzazione. La cultura avrebbe quindi un ruolo nel  nutrire l’altruismo nella psiche umana piuttosto che instillarlo in essa. L’internalizzazione delle norme prosociali suggerisce a sua volta una complessa interazione tra predisposizioni biologiche e inculturazione durante l’ontogenesi.

Sembra, quindi, che i bambini aiutino gli altri indiscriminatamente, senza tener conto del fatto che il beneficiario sia un parente o uno sconosciuto, se quest’ultimo ricambierà il favore o se, e in che modo, il loro comportamento avrà degli effetti sulla loro reputazione. Ad ogni modo, come ha affermato Dennis Krebs (2006), è implausibile, da una prospettiva evolutiva, che un altruismo naive di questo tipo possa sopravvivere. E’ stata quindi ipotizzata l’esistenza di misure di sicurezza nell’agire altruisticamente che da una parte impediscono all’”helper” di essere sfruttato dagli altri, e che dall’altra guidano la messa in atto di gesti altruistici verso alcuni individui e situazioni piuttosto che verso altri. Queste distinzioni concettuali nel dominio del comportamento prosociale iniziano ad essere acquisite dai bambini già nella media infanzia. Gli autori concludono aggiungendo che le ricerche future dovrebbero indagare il successivo sviluppo dell’altruismo umano nell’arco dell’infanzia, specificando in che modo i fattori evolutivamente cruciali che sostengono i comportamenti altruistici in età adulta, divengono gradualmente parte del processo di sviluppo.

Molto interessante in questo ambito è l’articolo di Luverà (2012) nel quale l’autrice vuole indagare il fenomeno dell’altruismo utilizzando un punto di vista naturalistico ed evoluzionistico, dalla comparazione tra l’altruismo umano e animale, alla discussione delle implicazioni sul sistema etico specificatamente umano.