Non c’è scopo più caro di avere uno scopo

di Benedetto Astiaso Garcia

Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero. Demostene

Il concetto di scopo rientra nel dominio delle teorie motivazionali, rappresentando il costrutto principe atto a orientare l’attivazione, la persistenza e la cessazione di comportamenti ed emozioni. La sofferenza emotiva dell’uomo risiede nell’attribuire a un evento la responsabilità di aver compromesso alcuni scopi o il potere di minacciarne il perseguimento.

La mente umana deve avere l’incessante capacità di rappresentarsi interiormente nuovi scopi, evitando di lasciare un buco motivazionale destinato a catapultare l’individuo in una dimensione di incapacità di ripristino dell’equilibrio desiderato: è proprio l’assenza di scopi, infatti, ad aumentare il malessere, la tensione interna e la sofferenza psichica.

Il benessere stesso dell’uomo risiede, dunque, nell’avere uno scopo capace di generare una discrepanza tra stato percepito delle cose e stato desiderato: l’assenza di scopi, o l’incapacità di formularne di nuovi una volta raggiunti, potrebbe pertanto risultare ancor più grave della minaccia o della compromissione degli scopi stessi. Nel momento in cui l’uomo cessa di essere in tensione verso qualcosa smette di esistere: l’ineffabilità dell’appagamento dell’anima assume, in questo modo, l’accezione transgenerazionale e transculturale di scopo terminale.

Il semplice possedere uno scopo, sia esso funzionale o disfunzionale, perseguibile o irraggiungibile, proprio o altrui, diventa, di conseguenza, ciò che motiva le scelte. Non è la frustrazione o la soddisfazione di uno scopo a motivare il comportamento umano quanto la rappresentazione mentale dell’idea stessa di scopo, costrutto motivazionale capace di nutrirsi della sua stessa linfa.

In tal senso, raggiungere uno scopo potrebbe celare diverse minacce, quali, per esempio, la mancata corrispondenza tra rappresentazione mentale desiderata ed effettiva oggettività dello stato delle cose, mismatch potenzialmente deprimente. La frustrazione potrebbe dunque derivare anche dal perseguimento di uno scopo molto bramato, inducendo un profondo dolore dettato dallo scoprire che ciò che era da sempre desiderato non corrisponde a ciò che si credeva sarebbe stato. Prendere atto della realtà, inoltre, coincide molto spesso con la necessità di riorganizzare il proprio piano di vita, processo cognitivamente molto dispendioso.

Nel mito greco di Apollo e Dafne viene ben rappresentata la propensione umana a ricercare disperatamente ciò che viene desiderato, attività molto spesso destinata a rimanere frustrata nel momento stesso in cui il bisogno di possesso, o di goal, viene soddisfatto. Punito da Cupido con una freccia dorata per la sua arroganza, il figlio di Zeus vede nascere dentro di sé una irrefrenabile passione verso la sacerdotessa di Gea, quest’ultima tuttavia è condannata, sempre da Eros, a respingere per sempre l’amore di Apollo. Nel momento stesso in cui, a seguito di una estenuante ricerca, Apollo incontra Dafne e arriva quasi a toccarla, quest’ultima, terrorizzata e rifiutante, grazie all’aiuto della Madre Terra, vede trasformare irreversibilmente il suo corpo in un albero, il lauro. Il cambiamento, avvenuto sotto gli occhi del dio, genera in lui una ferita dettata dalla mancata corrispondenza tra rappresentazione desiderata e realtà percepita, quest’ultima fatta di fronde e non di carne, di forzata castità e non di passionale possesso.

La sofferenza del dio del Sole sarà destinata a rimarginarsi solamente nel momento in cui, considerati inutili i suoi tentativi di ritrovare la ninfa amata, proclama sacra al suo culto la pianta dell’alloro, attribuendo così una nuova valenza motivazionale al suo sentimento.

L’amore impossibile trova dunque senso nella sua stessa mancata realizzazione. Non vi è scopo più caro di possedere uno scopo, magari difficile da raggiungere. Il filosofo tedesco Paul Rée afferma: “la mente distrugge le nostre illusioni, ma il cuore le ricostruisce da capo”.

Per approfondimenti:

Mancini F., “Sulla necessità degli scopi come determinanti prossimi della sofferenza psicopatologica”, Cognitivismo Clinico (2016), 13, 1, 7-20

Catelfranchi C, Mancini F., Miceli M., “Fondamenti di cognitivismo clinico”, Bollati Bringhieri, Torino, 2012

 

I gifted: l’intelligenza è un dono?

di Emanuela Pidri

L’alto potenziale cognitivo può diventare un fattore di rischio

La National Association for Gifted Children definisce i bambini “gifted” come persone che mostrano, o hanno il potenziale per mostrare, un livello eccezionale di performance se confrontati con i coetanei, in una o più delle seguenti aree: abilità intellettiva generale, specifica attitudine scolastica, pensiero creativo, leadership, arti visive e dello spettacolo. Seguendo un approccio strettamente psicometrico, un bambino iperdotato è colui che possiede un livello cognitivo superiore alla norma.  Già nel 1986, lo psicologo educativo Joseph Renzulli ha descritto la “giftedness” (plusdotazione) con il modello dei tre anelli, mettendo in luce tre caratteristiche principali in questi bambini: impegno nel compito, creatività e abilità fuori del comune. Il pedagogista Robert Mills Gagné ha invece considerato  la giftedness come l’espressione di un talento naturale.

Un bambino gifted non è soltanto intelligente ma è un bambino che sta crescendo, che sta sperimentando e sviluppando nuovi modi di stare al mondo: un bambino ad alto potenziale cognitivo è un bambino che, come gli altri, ha bisogno di un ambiente sociale ed educativo in cui confrontarsi e mettersi alla prova. Spesso, però, accade che il suo mondo emozionale venga messo da parte dalle incredibili potenzialità intellettive, producendo una marcata discrepanza tra sviluppo cognitivo e sviluppo emotivo. Questi bambini arrivano spesso all’attenzione clinica sentendosi inadeguati, rifiutati, isolati, manifestando problematiche emotivo-comportamentali e reazioni aggressive.

Esistono sei profili che permettono di riconoscere un gifted: il plusdotato di successo è un soggetto che ha una notevole riuscita scolastica e manifesta un comportamento da bravo ragazzo; il plusdotato creativo manifesta un’intensa motivazione a perseguire i propri scopi personali e ha una predisposizione allegra nei confronti del mondo; il plusdotato sotterraneo è insicuro, ansioso, con scarsa tolleranza alla frustrazione, usa strategie di coping disfunzionali, evita la possibilità di esprimere le proprie abilità; il plusdotato antisociale presenta problematicità di bullismo, devianza, uso di sostanze; il plusdotato due volte eccezionale presenta una forma di disabilità fisica o emotiva e, per tale motivo, non è quasi mai identificato come soggetto di talento; il plusdotato autonomo nell’apprendere rappresenta, infine, una tipologia in grado di esprimere la plusdotazione nella maniera più funzionale. Talvolta, esperienze emotive forti possono portare i gifted a vivere sbalzi di umore, periodi di depressione legati alla delusione rispetto ai propri ideali o alla solitudine che spesso soffrono per mancanza di affinità con i pari. Alcuni di questi studenti hanno incubi e disturbi di sonnambulismo, reagiscono al loro disagio mettendo in discussione l’insegnante, disturbano i compagni e attivano comportamenti di evitamento del compito e della relazione tipici del Disturbo da deficit di attenzione o iperattività (ADHD) o del Disturbo oppositivo provocatorio. Altri minori sviluppano un disturbo specifico dell’apprendimento perché non riescono a imparare con i metodi di insegnamento tradizionali.

La relazione diagnostica consegnata ai genitori va condivisa con la scuola in modo da attivare un supporto educativo e didattico adeguato. È importante, inoltre, evitare di mettersi in simmetria con i comportamenti bersaglio, sintonizzarsi con i vissuti del bambino e sviluppare l’intelligenza emotiva. La sfera cognitiva e la sfera emotiva si influenzano reciprocamente e quindi un lavoro sulle emozioni parte proprio dalle doti del bambino. Quando i bambini riescono a gestire l’emotività, hanno più potere sull’ansia da prestazione che spesso li ostacola nel realizzare un compito e, d’altra parte, è proprio attraverso la performance che possono giocare con le emozioni, sperimentando e fortificando le insicurezze.

 

Per approfondimenti:

Betts, T.G., Neihart, M. (1988). Profiles of the gifted and talented, Gifted Child Quarterly, Vol. 32, No. 2, pp. 248-253.

Daniels S., Piechowski M.M. (2008), Living with intensity: Understanding the sensitivity, excitability and emotional development of gifted children, adolescents and adults, Scottsdale, Great Potential Press.

Fox, L.H., Brody, L., & Tobin, D. (1983). Learning disabled/gifted children. Baltimore: University Park Press

Gagné F (2013) The DMGT: Changes within, beneath, and beyond. Talent Dev-Excellence 5: 15-19.

Morrone, C., Renati, R. (2012). Dal quoziente intellettivo ai profili degli studenti ad alto potenziale. In Psicologia dell’Educazione, Vol. 6, No. 3, pp. 343-356.

Renati, R., Zanetti, M. A. (2012). L’universo poco conosciuto della plusdotazione. Psicologia e scuola, 23, pp. 18-24

Renzulli JS (1986) The three-rings conception of giftedness: A developmental model for creative productivity. In: Sternberg RJ, Davidson J (Eds.) Conceptions of giftedness, New York, NY: Cambridge University Press; 246-279.

Narcisista cerca specchio per relazione

di Malicia Bruno

“Vivo un rapporto con una narcisista?”. Capire per prevenire

Il Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) è definito come un quadro pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia, è assorbito da fantasie di successo, fascino e amore ideale, e mostra comportamenti arroganti e presuntuosi.
Il narcisista personifica le proiezioni della persona che deve sedurre ed è abile a vestire i panni del partner ideale: tutte le sue azioni mirano al raggiungimento del controllo e le loro relazioni affettive sono spesso all’immagine dell’alternanza tra idealizzazione e svalutazione.

Tra il narcisista e la sua vittima esiste uno scenario ben preciso nello sviluppo della relazione: si ha una prima fase di seduzione nella quale anestetizzerà la vittima con delle attenzioni amorevoli, dette “love bombing”; la fase successiva, l’invasione, avviene nel corso della relazione con il capovolgimento della situazione, in cui isola la vittima da suoi riferimenti; l’ultima fase, ossia di distruzione, corrisponde, infine, al momento in cui esegue un’opera di impoverimento della compagna per poi abbandonarla.
Il comportamento disfunzionale del narcisista determina un abuso così profondo sulla vittima da implicarne un trauma. La vittima ha un profilo preciso: spesso è una persona brillante e intelligente ma sarà soggiogata nel momento in cui vi è una crepa a livello dell’immagine di sé, una scarsa gestione emotiva e una posizione di difficoltà momentanea. Le tecniche di manipolazione messe in atto dal narcisista sono varie ma la più utilizzata è il “gaslighting”, ovvero una particolare forma di abuso psicologico che esercita al fine di creare nella vittima uno stato confusionale e di renderla incapace di fidarsi dei propri pensieri e della sua capacità di giudizio. Tra i sintomi più frequenti provati dalla vittima ci sono la bassa autostima, i pensieri suicidi e la depressione: per questo motivo può impiegare molto tempo a decidere di uscire dalla relazione col narcisista poiché si convincerà che la relazione sia vitale per la propria sopravvivenza psico-emotiva.
La conoscenza e la consapevolezza delle disfunzionalità presenti in una modalità interattiva narcisistica è fondamentale per la prevenzione.

L’epistemologia della Psicologia Clinica

Recensione di Maurizio Brasini

Prospettive teoriche e metodologiche nel libro di Stefano Blasi

Definire lo statuto scientifico della psicologia è da sempre una questione complessa, data la contraddizione insanabile tra la natura intangibile e “spirituale” dell’oggetto di indagine, e l’aspirazione a sviluppare su di esso un discorso che lo riconduca nell’alveo delle scienze naturali. Nel caso della psicologia clinica, questa dialettica si fa ancor più spinosa, poiché la clinica è l’arte di applicare la conoscenza medica alla cura del caso singolo. Così, scienza della natura e dello spirito si incontrano e tendono a confliggere quando si tratta di definire una teoria della conoscenza ed un metodo propri per la psicologia clinica e, se da una parte si fa sentire la tendenza, quasi la tentazione, di adagiare la psicologia clinica nel letto di Procuste delle altre scienze mediche, d’altro canto si tende ad invocare uno “statuto speciale” per questa disciplina che la liberi dai vincoli a cui deve necessariamente attenersi ogni sapere che voglia accreditarsi come scientifico.

Coraggio e curiosità sono le due principali doti che, a parere di chi scrive, hanno animato il curatore del libro “L’epistemologia della Psicologia Clinica – Prospettive teoriche e metodologiche” di Stefano Blasi (Psicologo, Psicoterapeuta, docente presso numerose scuole di psicoterapia per medici e psicologi e presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” dove svolge anche attività di ricerca), nell’impresa di riunire oltre 20 tra i più significativi studiosi del campo della psicologia clinica Italiana attorno ad un argomento così denso di implicazioni e, ammettiamolo, così scomodo in particolare per chi della clinica ha fatto una professione. Nel volume, pubblicato di recente da Giovanni Fioriti Editore, Blasi parte da una serie di domande tanto fondamentali quanto imbarazzanti sulla scientificità della conoscenza su cui basiamo la nostra pratica clinica, ciascuna delle quali ricorda la storiella zen del millepiedi che, soffermandosi a riflettere su come faccia a camminare coordinando mirabilmente i suoi numerosissimi arti, finisce per non riuscire più a muovere neppure un passo. Perché esistono così tante “scuole” di psicoterapia? Su quali prove di efficacia basiamo la nostra pratica clinica, e sulla base di quali metodi di indagine? In che modo e fino a che punto è possibile misurare i costrutti psicologici su cui poggiano le nostre teorie? Quale ruolo riveste la tecnica nell’agire terapeutico? E quale spazio va riservato all’esperienza individuale, alla soggettività e all’unicità dell’incontro tra paziente e terapeuta? La disamina di queste ed altre questioni apparentemente filosofiche, ma con ricadute evidenti e molto concrete sulla pratica clinica, ha dato come risultato il volume che, con modestia, Blasi afferma che avrebbe voluto leggere da studente, e che anima anche nel lettore lo stesso appassionato desiderio di comprensione e di approfondimento.

Nella prima parte del volume si affrontano alcune delle principali controversie epistemologiche e metodologiche in psicologia clinica, con i contributi di Franco del Corno, Cesare Scandellari, Margherita Lang e Santo di Nuovo.

La seconda parte è dedicata ad un vivace dibattito sulla psicoterapia tra modello medico e modello sperimentale, sviluppato a partire dai contributi di Paolo Migone, Lucio Sibilia, Riccardo Sartori, Aristide Saggino e Marco Tommasi.

Nella terza parte si affronta il tema del dialogo tra la psicologia clinica e le altre scienze attraverso i contributi di Silvano Tagliagambe, Marco Casonato, Omar Gelo e Gloria Lagetto, e Giovanni Liotti (con quello che probabilmente è uno dei suoi ultimi scritti, pubblicato postumo).

La quarta parte affronta il dibattito sulla scientificità e sull’efficacia della psicanalisi, con i contributi di Dario Antiseri, Alfredo Civita, Vittorio Lingiardi e Maria Ponsi, Antonello Colli, Rosita Ricci e Giulia Gagliardini.

Nella quinta ed ultima parte si parla della psicologia clinica come scienza dell’esperienza, tra fenomenologia, costruttivismo e terapia cognitiva, grazie ai contributi di Maria Armezzani, Gabrele Chiari e Stefano Tempestini, Sergio Salvatore e Ruggero Andrisano Ruggieri, e Silvio Lenzi.

Un’ultima nota di merito va espressa nei confronti dell’editore Giovanni Fioriti il quale, in un’epoca dominata dai manuali pronto-uso che rispondono alla sempre crescente richiesta di tecniche e protocolli, compie un’operazione di notevole valore culturale nell’offrire spazio ad un testo che ritorna a far riflettere su teorie e metodi della conoscenza in ambito clinico, cioè proprio su quel terreno a partire dal quale è fiorita la stagione migliore della psicologia clinica Italiana.

Se il mio bambino fosse Borderline?*

di Giuseppina Fiorillo

Come riconoscere i primi sintomi di un’organizzazione borderline di personalità in età evolutiva e come arrivare a una prima diagnosi

Il Disturbo Borderline di Personalità diagnosticato in età evolutiva (prima infanzia-adolescenza) risulta essere una realtà sempre più consistente e con un’importante incidenza nella popolazione generale: negli ultimi anni, i ricercatori hanno dimostrato la presenza di caratteristiche disadattative persistenti, individuabili sin dalla tenera età. È importante sottolineare che tale disturbo, a differenza di quanto accade in età adulta, non è stabilmente definibile e dunque lo sviluppo evolutivo del bambino potrebbe determinare, nelle fasi evolutive successive, soluzioni intrapsichiche non patologiche.
Fondamentali, in ogni caso, sono la presa in carico e la diagnosi precoce, in quanto la stabilizzazione di un’organizzazione borderline di personalità in adolescenza comporta serie conseguenze in termini di presenza di comportamenti devianti.
Le cause dell’insorgenza del Disturbo Borderline di Personalità sono state ricercate, da qualche anno, nella presenza di fattori neuro-biologici traumatici, educativi e/o ambientali nelle storie evolutive dei piccoli pazienti: è stato così dimostrato che questi sono i principali fattori patogenetici responsabili dello sviluppo del DBP in età evolutiva (e adulta); tali fattori sono presenti in maniera frequente in tale disturbo a differenza di ciò che accade per tutti gli altri disturbi di personalità.
Il bambino Borderline nella prima infanzia presenta comportamenti incongrui verso le figure genitoriali, risulta essere capriccioso, oppositore, rabbioso e totalmente incapace di auto consolarsi. Numerose sono anche le manifestazioni a scuola: il bambino Borderline mostra comportamenti provocatori verso gli insegnanti e i compagni, scatenando delle risposte sociali negative dovute alla mancata comprensione del disturbo le quali, inconsapevolmente, esasperano l’intero nucleo sintomatologico.
Il DBP in età evolutiva è portatore di molteplici sofferenze: il bambino è incapace di controllare i propri impulsi e presenta un’instabilità nei rapporti interpersonali; vive il rapporto con l’altro e con sé stesso navigando tra isole di idealizzazione e svalutazione.
In adolescenza, tale disturbo comincia a stabilizzarsi e, a causa delle pressioni psicosociali ed evolutive, tende ad assumere le caratteristiche e le proporzioni di un disturbo di personalità “adulto”,  stabile e cronico. In tal caso, le conseguenze possono essere molto gravi: il ragazzo potrebbe, infatti, mettere in atto gesti auto lesivi e/o tentativi di suicidio.

Quando e come intervenire per il trattamento del DBP in età evolutiva?

 I ricercatori ritengono che sia importante considerare la fascia d’età che va dai 6 ai 12 anni (età scolare-preadolescenza) come  periodo in cui intervenire per il trattamento dei disturbi di personalità. In tale periodo, a differenza della prima infanzia, si ha una maggiore certezza diagnostica e non ci si ritrova a combattere contro una personalità già definita come, invece, accade in adolescenza.

Il trattamento residenziale è l’opzione di intervento maggiormente utilizzata ed efficace per il DBP in età evolutiva. Ideato dagli studiosi John Gunderson e Kathryn Bleiberg, prevede l’integrazione di ogni aspetto della vita del bambino/adolescente all’interno di un contesto terapeutico e garantisce il pieno coinvolgimento della famiglia del paziente, dell’équipe curante e di psicoterapeuti, psicologi, insegnanti e case famiglia a sostegno.
Il “modello residenziale” consiste nel regolare le attività di vita quotidiane, nel riconoscere e modificare i gravi comportamenti disadattativi.
Identificare i primi sintomi di un DBP in età evolutiva è importante affinché non venga preclusa  al bambino la possibilità di ricevere un trattamento adeguato, evitando così che tale disturbo comprometta e danneggi un’età spensierata come quella infantile e soprattutto getti le basi di ulteriori e più gravi patologie in età adulta.

* Estratto dalla tesi triennale in Psicologia Clinica, Università Guglielmo Marconi

Il bene pubblico e il male nascosto

di Roberto Petrini

Quando la paura si trasforma in aggressività e l’altro diviene un rivale

La paura è il più grande inibitore del comportamento altruistico e orienta le condotte verso la violenza. Questo sentimento, che orienta i processi di valutazione e di decisione, è sfruttato ad arte da chi vuole ottenere dalla massa un certo tipo di comportamento. Si accresce, con i mass media, una specifica paura, per poi far accettare una soluzione predeterminata; è noto che si accetta più facilmente una riduzione della propria libertà per avere in cambio una maggiore sensazione di sicurezza.

In situazione percepite come incerte e urgenti, si cerca di agire velocemente anche a discapito della completezza d’informazioni, la ragione passa in secondo piano, la paura si trasforma in aggressività, l’altro diviene un rivale.

Arriviamo a convincerci che il male certo è preferibile a un bene incerto, un bene che qualora non si realizzasse, porterebbe a un dolore superiore rispetto alla prospettiva conosciuta di un male noto.

Se un comportamento perdura attraverso le epoche geologiche, significa che è al servizio della sopravvivenza della specie che ne è depositaria.

Negli animali l’aggressività ha la funzione di selezionare i migliori, gli consente di riprodursi di più, di regolare la gerarchia all’interno dei gruppi, serve alla conquista e alla difesa del territorio. I contendenti, nell’aggressività ritualizzata, convengono però nel non superare certi limiti: il lupo schiena l’avversario ma non lo morde mai alla gola, il cervo non colpisce mai il fianco dell’avversario ma si scontra solo frontalmente. L’animale più violento in natura sembra però quello più vicino a noi, cioè la scimmia, e come l’uomo ha poca pietà per i suoi simili.

Nelle situazioni conflittuali prevalgono egoismo e paura e, di norma, diminuiscono fiducia e altruismo; ma anche se sottoposti a condizioni che incutono paura, esiste sempre la possibilità di fare una scelta di libertà e andare oltre se stessi verso qualcuno da amare, verso un compito da compiere. L’altruismo prospera in un clima di fiducia e stima. La cooperazione non è mai stabile ed è influenzata dall’immagine che l’altro ha di noi, di quella parte che spesso non accettiamo né vediamo.

Quando sono in gioco risorse comuni, ognuno deve fare la propria parte per salvare il mondo, il bene ha una dimensione pubblica, il male deve rimanere nascosto: se è reso noto, esso non può non essere perseguito.

In tempi brevi l’egoismo sembra pagare, poiché si affianca bene all’atteggiamento indolente dove si ottiene il massimo con il minimo sforzo.

Il tempo fugge: dimostriamo e impieghiamo il nostro potere di bene senza rimandare, più la vita è sprecata e povera più è alta l’angoscia di morte.

Fare del bene offre vantaggi anche al donatore, aumenta la percezione di sicurezza, inibisce i sensi di colpa, fa superare i sentimenti d’invidia, dà ottimismo.

L’altruista ha un potere e intende usarlo, si percepisce come efficace nell’affrontare e portare a termine un compito specifico; rifiutarsi di agire significa, per lui, collaborare con situazioni che in fondo condanna.

L’altruismo ha bisogno di essere educato e non può essere ingenuo! L’idealista deve essere realista e disilluso, consapevole delle fragilità umane. Il premio sarà il passare oltre se stessi e dimenticarsi per poi incontrare un significato da realizzare o qualcuno da amare.

Per approfondimenti:

“Altruismo e gratuità. I due polmoni della vita” di G. Cucci. Cittadella Editrice. 2015

“Logoterapia e analisi esistenziale” di V. Frankl. Editore Morcelliana. 2005

“Se non ci penso più mi sento bene”

di Caterina Parisio

Arisa e la sua mindfulness: da Sanremo alle pratiche ACT

“C’è solo un tempo importante: adesso! – diceva Lev Tolstoj – È il tempo più importante perché è l’unico tempo su cui abbiamo potere”.
La citazione dello scrittore russo, vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, è un monito per ricordare che la vita si sta svolgendo ora, in questo momento, e che il passato e il futuro esistono solamente come pensieri che avvengono nel presente. Si può pianificare il futuro, ma questo pianificare avviene nel “qui e ora”; si può riflettere sul passato e imparare da questo, ma tale riflessione avviene nel presente. Questo momento è tutto ciò che abbiamo sempre.
Siamo nel 2019, alla 69esima edizione del Festival di Sanremo. Nel brano “Mi sento bene”, l’artista Arisa canta: “Se non ci penso più mi sento bene […]. Forse è tutto questo il mio vivere, quasi elementare, semplice. Adesso voglio vivere così”.

Oltre un secolo di storia, dalla letteratura alla musica, per tracciare uno dei principi fondamentali di quella che oggi chiamiamo “pratica mindfulness”.
Nel linguaggio comune, la parola “mindfulness” è diventata sinonimo di “essere nel momento”, “essere presente” o “vivere adesso”. Essere in contatto con il momento presente è, infatti, il cuore del concetto di mindfulness: il fatto di essere presente rappresenta l’elemento fondamentale per vivere una vita congruente con i propri valori.
“Guardo una serie tv e mi sento bene, leggo il giornale e mi sdraio al mare e prendo la vita come viene”, prosegue Arisa nel testo della sua canzone, che tanto assomiglia a una delle pratiche informali della mindfluness.

Ma cosa vuol dire veramente vivere nel momento presente?

Significa essere consapevolmente “in contatto con” e “partecipi di” tutto ciò che accade in questo momento. Gli essere umani trovano molto difficile rimanere nel momento presente: è esperienza comune farsi catturare dai propri pensieri e perdere il contatto con il mondo. Si può trascorrere un sacco di tempo assorti in pensieri sul passato o sul futuro, senza essere pienamente consapevoli dell’esperienza che si sta vivendo. Entrare in contatto con il momento presente significa riportare in modo flessibile la consapevolezza sia sul mondo fisico sia su quello psicologico. Significa anche prestare attenzione consapevolmente alla propria esperienza “qui e ora” invece che andare alla deriva sui propri pensieri o attivare il “pilota automatico” sulle proprie azioni.

È importante altresì sottolineare quanto sia impossibile impedire alla mente di far riemergere ricordi dolorosi o di raccontarsi storie spaventose sul futuro; si può però imparare a lasciare che questi pensieri vadano e vengano invece di attaccarsi a questi.

Arisa direbbe di svegliarsi presto il lunedì, godere delle strade piene a Natale, stare al telefono, andare a cena fuori.
Steven Hayes, professore all’università del Nevada e fondatore dell’Acceptance and Committment Therapy (ACT), terapia di terza generazione nata per modificare la relazione tra pensieri disfunzionali ed emozioni negative, in una delle sue pratiche più conosciute di defusione dai pensieri, così direbbe:

  1. Trova una posizione comoda e chiudi gli occhi o fissali su un punto.
  2. Immagina di essere seduto in riva a un gentile ruscello che scorre e che ci siano foglie che scorrono sulla superficie.
  3. Ora, prendi ogni pensiero che sorge nella tua testa, ponilo su una foglia e lascia che sia trasportato. Fallo senza badare al contenuto positivo o negativo del pensiero, piacevole o doloroso. Anche se ci sono molti pensieri piacevoli, ponili sulle foglie e lascia che siano trasportati via.
  4. Se i tuoi pensieri si fermano, osserva il ruscello. Prima o poi i pensieri ricominceranno.
  5. Permetti al ruscello di scorrere secondo il proprio ritmo. Non accelerarlo. Non stai cercando di far scivolare via le foglie, stai permettendo loro di andare e venire con il proprio tempo.
  6. Se la tua mente ti dice “Questo è stupido” o “Non posso farlo”, poni quel pensiero su una foglia.
  7. Se una foglia si ferma, lasciala lì attorno. Non forzarla a scorrere via.
  8. Se sorge una sensazione negativa, come noia o impazienza, semplicemente riconoscila. Dì a te stesso “ecco un sentimento di noia” o “ecco una sensazione di impazienza”. Poi poni quel pensiero su una foglia e lascia che scorra via.
  9. Di tanto in tanto, i tuoi pensieri si agganceranno e potrai perdere l’attenzione. Questo è normale e naturale e potrebbe succedere. Quando realizzi che sta succedendo, gentilmente riconoscilo e riprendi.
  10. E ora, porta l’attenzione verso una fine… E apri i tuoi occhi. Guardati attorno. Nota che cosa puoi vedere e sentire, sgranchisciti un po’. Bentornato!

Ora, una cosa potrà risultare sicuramente più chiara: quanto è cara questa felicità. E, di certo, Arisa o Hayes sarebbero due perfetti compagni di viaggio per godere a pieno del momento presente, sdraiati in riva al mare.

 

Per approfondimenti:
Russ Harris (2009), Fare ACT, Ed. Franco Angeli

Trattamento intensivo del DOC a Roma

di Benedetto Astiaso Garcia

È attivo, presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma, il servizio per il trattamento intensivo del Disturbo Ossessivo Compulsivo

 

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo affligge, in Italia, circa un milione di persone. Gli effetti sulla qualità della vita dei pazienti e dei loro familiari possono essere davvero molto negativi. In molti casi, l’intera attività quotidiana del paziente è condizionata dal disturbo, con gravi conseguenze per la vita di relazione e per il lavoro o lo studio. Esistono trattamenti di provata efficacia che consistono in cure farmacologiche e psicoterapeutiche. In accordo con diversi studi di esito, la psicoterapia cognitivo comportamentale è la psicoterapia di elezione. Il gruppo di professionisti che si occupa specificatamente di DOC, nell’ambito della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma ha misurato l’efficacia di uno specifico protocollo terapeutico cognitivo comportamentale che ha un duplice obiettivo. Da una parte, aiutare il paziente ad accettare livelli via via crescenti delle minacce rappresentate dalle ossessioni, rinunciando in modo progressivo alle compulsioni e ad altri tentativi di soluzione, come ad esempio le richieste di rassicurazione, le ruminazioni e gli evitamenti. In questo modo si riduce l’effetto dei processi psicologici che mantengono e aggravano il disturbo. Dall’altra, si tratta di intervenire sulla vulnerabilità al disturbo che, come molte ricerche suggeriscono, consiste nel timore catastrofico di essere colpevoli, che nella maggior parte dei casi deriva da esperienze precoci di rimproveri vissuti come molto dolorosi, e dunque da evitare ad ogni costo.
Esistono tecniche utili per ridurre la drammaticità delle memorie di queste esperienze la cui efficacia è stata misurata dal Gruppo DOC che opera con il patrocinio della Scuola di Psicoterapia Cognitiva. La gravità di molti pazienti suggerisce il ricorso a trattamenti intensivi. Il Gruppo DOC offre la possibilità di un intervento di quattro settimane, intervallate da una di riposo, che consiste in:

  • Valutazione psichiatrica, formulazione del caso e batteria di test iniziale dopo le prime due settimane e alla fine del trattamento;
  • Quattro ore al giorno di addestramento alla accettazione delle ossessioni, che utilizza tecniche derivate dalla Acceptance and Commitment Therapy, tecniche di ristrutturazione cognitiva e Esposizione e Prevenzione della risposta;
  • Due ore al giorno di intervento sulle memorie tramite la Imagery with Rescripting;
  • Quattro incontri di Parent training. I familiari sono spesso coinvolti nel disturbo e, nonostante le migliori intenzioni, per comprensibili esasperazioni, alimentano il disturbo stesso. Pertanto è opportuno aiutarli a reagire e a gestire i sintomi del familiare in modo efficace.

L’esperienza del Gruppo DOC e quella di altri gruppi, mostrano che il trattamento intensivo può essere di particolare utilità per i casi più gravi e anche per le persone che, per motivi logistici, hanno difficoltà a seguire una psicoterapia a frequenza settimanale.

Le procedure di intervento e il loro rationale sono riportate nel volume “La mente ossessiva”, curato dal neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta cognitivista Francesco Mancini e pubblicato nel 2016 per Raffaello Cortina Editore.

Chi si accontenta gode. È vero?

di Maurizio Brasini

Oppure, come canta Ligabue, ”chi si accontenta gode così così”? Tutto dipende da cosa intendiamo per accontentarci

Apparentemente, l’idea che chi si accontenta poi è soddisfatto/contento è una verità tautologica. In realtà è diverso essere soddisfatti/contenti, una condizione di fatto che possiamo raggiungere senza alcuno sforzo, ad esempio perché la nostra squadra del cuore vince una partita, e accontentarsi, che implica, invece, il dover fare qualcosa, adattare il nostro stato d’animo agli avvenimenti in modo tale da essere contenti, per esempio se la squadra del cuore non ha vinto ma io posso pensare che comunque ha giocato bene. Questo è accontentarsi. Ma è un bene o un male?

Partiamo dal significato della parola. “Contento” deriva dal latino contentus, ovvero “contenuto”, e quindi rimanda all’idea di contenere o contenersi, vale a dire di rimanere entro certi limiti, non spingersi oltre, suggerendo un’idea di moderazione, di limitazione delle proprie aspettative e aspirazioni. Questa è la prima accezione di accontentarsi, quella più moraleggiante, a cui rimanda il proverbio: gode davvero chi non cede al peccato capitale dell’avarizia (brama insaziabile di cose materiali) o anche della gola o della lussuria.

Nella Divina Commedia, l’esempio illuminante dell’incontinenza sono Paolo e Francesca: peccatori per i quali è previsto che “men crucciata / la divina vendetta li martelli” (Inferno, Canto XI, vv. 89-90). Non a caso Dante, in accordo con la morale aristotelica, ci invita a un comprensivo moto di pietà verso i due amanti; lo fa perché si intende meno grave il loro peccato, che consiste nel non aver saputo “frenare e mantenere entro i limiti dell’onesto e del giusto, la volontà eccitata dalle passioni nell’ordine d’istinti e di appetiti naturali e quindi per sé stessi, se mantenuti con moderazione, sani e legittimi” (Encicolpedia Dantesca Treccani). L’incontinenza è dunque amore mal indirizzato.

In senso psicologico, contenere significa saper “reggere”, sostenere e tollerare alcuni stati mentali o emotivi. Il contenimento è quella funzione che fin dai primi mesi di vita svolge chi si prende cura di noi, nell’aiutarci a tollerare in particolare le condizioni di disagio, e più in generale tutti quegli aspetti della realtà che non sappiamo fronteggiare. Generalmente gli stati d’animo sono il centro di questa operazione di contenimento, e la relazione con la madre insegna al bambino a “reggere” i suoi stessi stati d’animo: che si tratti di una paura, o di un dolore o anche di una gioia incontenibile, la relazione ha una funzione di contenimento, cioè consente di tollerare ciò che accade e gli effetti emotivi che provoca. Pian piano, col tempo, il bambino impara a svolgere questa funzione in modo autonomo, vale a dire a “contenersi” da solo.

In questo senso, sapersi accontentare significa appunto essere capaci di contenersi, di fare da argine alle proprie reazioni emotive di fronte alla realtà. Se la mia squadra del cuore perde, io posso imparare a tollerare la delusione e la rabbia, e a considerare gli aspetti positivi di questo evento per me sfavorevole o comunque a non lasciarmene travolgere.

Torniamo all’accontentarsi nella sua accezione più comune, inteso come farsi bastare ciò che si ha, accettare la distanza tra i nostri desideri, aspettative, aspirazioni e la realtà. Per esempio, vorrei avere i soldi per andare a sciare nel weekend, ma in realtà ho i soldi sufficienti per un cinema e una pizza. Quello che posso avere, dal mio punto di vista, è di meno di ciò che vorrei. Che cosa è meglio fare? Mi accontento?

Qui entra in gioco una questione interessante e ben nota: la questione dell’uovo oggi e della gallina domani. Prendete un bambino e mettetegli davanti un dolcetto. Poi avvisatelo che state per uscire dalla stanza, che tornerete presto, e che se al vostro ritorno non avrà mangiato il dolcetto potrà averne altri due. Il bambino si ritroverà da solo con un cioccolatino a portata di mano, sapendo che se resiste alla tentazione di mangiarselo subito, a breve potrà averne tre al posto di uno solo. Questo semplice test, che gli americani chiamano “marshmallow test”, misura efficacemente la capacità di “contenersi”, di tollerare le frustrazioni e regolare gli impulsi che spingono alla soddisfazione immediata del bisogno in vista di una maggiore soddisfazione in futuro. Tornando all’uovo e alla gallina, se riesco a rinunciare all’uovo oggi anche se ho fame, posso puntare ad ottenere la gallina domani. La cosa più interessante è che il marshmallow test si è dimostrato una misura affidabile delle probabilità di successo nella vita.

Ora, se accontentarci significa mangiare il dolcetto subito (o l’uovo oggi), allora ha ragione Ligabue nella canzone “Certe notti”: saremo soddisfatti così e così. Ma questa idea di accontentarsi è molto vicina a rinunciare. Se invece accontentarci significa saper contenere noi stessi, accettare la scomoda situazione di avere davanti un dolcetto (o un uovo) che ci fa gola ma scegliere di non mangiarlo e tollerare questa scomoda circostanza in vista di un obiettivo ancora di là da venire, allora è vero che chi si contenta gode.

In altre parole, accontentarsi non significa rinunciare, ma saper accettare i limiti imposti dalla realtà, tollerando disagi e frustrazioni. Questo può aiutarci a mantenere vivi i nostri obiettivi e a perseguirli con impegno. Accontentarsi allora diventa il primo requisito per avere successo e soddisfazione, perché ci consente di indirizzare efficacemente il nostro entusiasmo, che è una forma d’amore, è scintilla divina.