Vita di coppia: litigare con lealtà

di Sonia Di Munno

I valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono connessione, prendersi cura e collaborazione. La terapia di coppia con tecniche ACT

“Ci sono due tipi di coppie: quelle che non litigano mai e quelle che non conosci davvero bene”.  Così scrive argutamente Russ Harris, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e principale esponente della Acceptance and Commitment Therapy (ACT), sulle relazioni di coppia.
L’ACT è un approccio di terza generazione della psicoterapia cognitivo comportamentale che pone l’accento su due fattori cardine per il benessere psicologico: l’accettazione e l’impegno che conducono alla flessibilità psicologica. La ricerca scientifica sta dimostrando che più alto è il nostro livello di flessibilità psicologica, migliore sarà la nostra qualità di vita. La flessibilità psicologica è definita come “l’abilità di adattarsi a una situazione con apertura e consapevolezza, di focalizzarsi e di intraprendere un’azione efficace guidata dai propri valori”. Essa è composta da due aspetti: essere psicologicamente presenti (mindfulness) e intraprendere azioni efficaci (motivate, orientate, consapevoli, flessibili e adattabili).
Ricerche di John Gottman e Nan Silver su un cospicuo campione di coppie hanno trovato che ciò che rende una relazione salutare non è la quantità di litigi, ma il modo in cui si litiga; per cui quando il litigio è amichevole con un po’ calore e tenerezza, le ferite saranno lievi e guariranno velocemente.
I loro dati mostrano anche che uno dei fattori chiave per una relazione sana è la presenza dei “tentativi di riparazione”, cioè ogni gesto, parola e azione destinati a riparare la relazione. La ricerca di Gottman afferma che persino quando le coppie litigano molto, ma lo fanno lealmente e sono presenti tentativi di riparazione, la loro relazione può essere molto sana e gratificante. Affinché questi tentativi vadano a buon fine, entrambi devono capirne il valore del “dare” e del “ricevere”. Anche chi “riceve” deve essere in grado di apprezzare e non respingere i tentativi del partner. Il conflitto è inevitabile, ma lottare lealmente, riparare, praticare la compassione, chiedere con gentilezza, lo renderanno meno distruttivo.
Verrebbe da pensare: ma come si fa a litigare senza disprezzo e critica ma lealmente e in modo compassionevole? Su questo la terapia ACT, impostando lo stile di vita personale e di coppia su valori personali e obiettivi, attraverso tecniche che ci allontanano dall’essere troppo incentrati sui nostri pensieri (come la defusione e l’espansione) e guardando il momento presente (mindfulness), porta il suo cospicuo contributo. Molto importante è anche sfatare i falsi miti sull’amore proposti dai film e dalle favole, che non fanno altro che allontanarci dalla realtà dei fatti. Ci sono cinque modalità fondamentali che allontanano i partner: la disconnessione, la reattività impulsiva, l’evitamento, rimanere dentro la propria mente e trascurare i propri valori. Di contro, a queste comuni modalità che ci allontanano non solo dal nostro partner, ma anche da quello che idealmente vorremmo essere noi come partner, possiamo applicare altri sistemi più funzionali e soddisfacenti come: mollare la presa, aprirsi, dare valore e impegnarsi attivamente. Fondamentali nella terapia ACT sono i valori personali, dove per valori si intende i desideri più profondi rispetto a ciò che si vuole fare e al significato che si vuole attribuire al tempo passato su questa terra. Vivere una vita seguendo i propri valori ci fa sentire liberi, leggeri e aperti alla vita; questi sono anche comportamenti desiderati che riguardano un processo continuo nell’arco della propria vita, non sono una meta ma una direzione. Nelle relazioni, i valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono essenzialmente tre: connessione, prendersi cura e collaborazione. Oltre a questi, ce ne sono tanti altri, ma avere una carenza in queste tre aree porta a lungo andare a un impoverimento della relazione e una sua rottura. Questi tre valori sono alla base dell’amore, del calore e dell’intimità e conducono a una maggiore connessione con il partner e ad un dialogo aperto, curioso e tollerante.
Tutto ciò non è così facile, bisogna imparare a tollerare delusioni, ansia, preoccupazioni, tristezza; emozioni che comunque fanno parte dell’esperienza umana. Fare spazio anche alle emozioni negative e non avere pregiudizi su di esse ci permette di vivere la vita nelle sue sfaccettature e non essere spaventati o arrabbiati quando le proviamo.
La terapia ACT, che si basa principalmente su un intervento esperienziale, propone tanti esercizi, tante situazioni in cui mettersi in gioco e tante riflessioni da applicare in maniera pratica. È un viaggio dentro di sé e verso l’altro. La disponibilità a imparare, crescere, adattarsi, abbracciare la realtà (anche quando è spiacevole), mettersi in discussione, affrontare le differenze, ecc., farà in modo che la flessibilità psicologica aumenti e che si possa vivere appieno la propria vita in tutte le sue umane sfaccettature.

Per approfondimenti

“Se la coppia è in crisi.Impara a superare frustrazioni e risentimenti per ricostruire una relazione consapevole”, 2011; Russ Harris, FrancoAngeli

Gottman J., Silver N. (1999), Intelligenza emotiva per la coppia, Milano, Rizzoli

E se domani: i rimpianti del sé

di Niccolò Varrucciu

I rimpianti più duraturi derivano da discrepanze tra il sé reale e quello ideale e fra il sé reale e quello dovuto

Una recente ricerca sulle caratteristiche strutturali dei rimpianti delle persone ha evidenziato che quelli più duraturi riguardano l’aver agito o omesso di agire.
Rispetto alla loro connessione al concetto di sé, studi recenti hanno dimostrato come i rimpianti più duraturi della gente derivino più spesso da discrepanze tra il loro sé reale e quello ideale e fra il sé reale e quello dovuto.
Questa asimmetria sarebbe spiegata, almeno in parte, dalle differenze nel modo in cui le persone affrontano il rimpianto. Generalmente le persone sono più veloci ad affrontare i fallimenti inerenti ai propri doveri e alle proprie responsabilità (i propri rimpianti), piuttosto che quelli nel perseguire i loro obiettivi e le loro aspirazioni (rimpianti legati al sé ideale). Di conseguenza, i rimpianti relativi al sé ideale hanno più probabilità di rimanere irrisolti, lasciando le persone più propense a rimpiangere di non essere tutto ciò che avrebbero potuto essere.
Tutti hanno rimpianti: nel senso comune immaginiamo che i rimpianti principali ruotino attorno agli errori che pensiamo di aver fatto, come pentirsi di aver annullato il proprio matrimonio, di aver spostato la persona sbagliata. Forse vorremmo lasciare il lavoro e trasferirci in un altro “mondo”, per vivere una vita diversa, ma l’idea che possano essere scelte sbagliate ci impedisce di agire.
Un recentissimo studio pubblicato sulla rivista Emotion e intitolato “The Ideal Road Not Taken” indica che le persone non si pentono tanto di quelle scelte che hanno compiuto: sono piuttosto quelle che non hanno compiuto che possono rimanere irrisolte.
In questo studio, sono stati identificati tre elementi che costituirebbero il senso di sé di una persona: il sé reale, cioè le qualità che si crede di possedere, il sé ideale, cioè le qualità che si desidera avere e il sé “dovuto”, ossia la persona che, in base alle credenze e alle responsabilità personali, si pensa sia “opportuno” essere.
I risultati dell’indagine hanno mostrato un dato estremamente interessante: il 76% dei partecipanti alla ricerca, ai quali è stata sottoposta la differenza fra i tre sé, ha affermato di non essere soddisfatto del proprio sé ideale.
Ciò indica che le persone potrebbero avere un’idea inesatta di cosa rimpiangeranno e cercheranno di evitarlo in un modo scarsamente funzionale.
Molte persone pensano, infatti, di poter avere una vita soddisfacente (e alcuni sicuramente ce l’hanno) se ligi alle loro regole: quindi si impegnano nel fare le cose che la società si aspetta da loro, come sposarsi o fare un figlio al momento opportuno o guadagnare abbastanza per pagare tutti i conti.
Questo studio dimostrerebbe come, sebbene possano essere valori importanti per alcune persone, queste azioni siano legate al sé “dovuto” e che, in caso di fallimento, sembrerebbero portare a rimpianti limitati o comunque risolvibili in tempi relativamente brevi.
Quello che davvero farebbe soffrire le persone in modo prolungato sono i fallimenti rispetto ai sogni e alle aspirazioni (rimpianti legati al sé ideale): le persone sono più propense a lasciarli semplicemente andare alla deriva e questo è ciò che realmente induce sofferenza nel corso nella vita.
Lo studio prosegue evidenziando come le persone dovrebbero cercare di diventare ciò che veramente vorrebbero, seguendo il loro sé ideale.
I risultati, infine, indicano che non è sufficiente incoraggiare le persone a “fare la cosa giusta”: dobbiamo rimarcare l’importanza delle speranze e dei sogni, oltre alla pericolosità del lasciarli fuori dalla porta, come se fossero elementi di scarso valore.
Per concludere, nel breve periodo le persone si pentono più che altro delle loro azioni ma a lungo termine, i rimpianti del non aver agito restano più a lungo
Pertanto, secondo gli autori, dovremmo smettere di mettere da parte ciò che abbiamo dentro e iniziare ad agire: impariamo quella lingua che abbiamo sempre voluto studiare, prendiamo lo zaino in cantina e partiamo, scriviamo quel libro che abbiamo in testa da anni. Ciò che conta è il momento presente, a domani ci penseremo.

Per approfondimenti:

Davidai, Shai,Gilovich, Thomas (2018).The ideal road not taken: The self-discrepancies involved in people’s most enduring regrets. Emotion, Vol 18(3), 439-452.

Scopi e funzioni della ruminazione

di Roberta Trincas, Chiara Schepisi, Estelle Leombruni, Valentina Emilia Di Mauro, Francesco Mancini

Abstract dell’articolo “Goals and functions of rumination: a review”, pubblicato su Clinical Neuropsychiatry

La ruminazione è un processo di pensiero ripetitivo e abituale che riguarda generalmente un tema specifico, ed è implicato nello sviluppo e nel mantenimento di diverse psicopatologie. Considerando che ha un ruolo critico nella psicopatologia, lo studio delle funzioni e degli scopi della ruminazione ha suscitato notevole interesse negli ultimi anni di ricerca nel campo. Le motivazioni che hanno spinto l’interesse verso la conoscenza degli scopi della ruminazione deriva da prove empiriche che dimostrano che il pensiero ripetitivo può essere adattivo e che la ruminazione si osserva comunemente anche in popolazioni non cliniche.

In linea con questa prospettiva, lo scopo di questa revisione è costruire un modello esaustivo della ruminazione coerente con l’idea che tale processo sia guidato da scopi. A tal fine, sono stati analizzati criticamente i modelli teorici più rilevanti e gli studi sulla ruminazione al fine di identificare potenziali indicatori del ruolo della ruminazione all’interno del sistema di scopi individuale.

Sulla base delle evidenze attuali, la ruminazione sembra avere la funzione di riflettere su eventi o situazioni che possono ostacolare il raggiungimento di scopi (o scopi di evitamento) al fine di favorire il perseguimento di scopi rilevanti. In particolare, la ruminazione si associa a obiettivi di livello intermedio nella gerarchia. In altre parole, focalizzandosi ripetutamente su un evento, su sensazioni fisiche o emozioni legate a un obiettivo non raggiunto, l’individuo cercherebbe di superare eventuali ostacoli per raggiungere lo scopo terminale desiderato.

L’analisi presentata nell’articolo  (http://www.clinicalneuropsychiatry.org/pdf/6CN18-6trincasetal..pdf) pubblicato sul numero di dicembre della rivista Clinical Neuropsychiatry (http://www.clinicalneuropsychiatry.org/#) ripercorre le principali teorie sull’argomento (Nolen-Hoeksema, Borkovech, Wells, Davey, Watkins), estrapolando le principali funzioni della ruminazione e delineando un modello scopistico all’interno del quale tale processo avrebbe un ruolo adattivo.

Per approfondimenti:

Clinical Neuropsychiatry – n. 6 December – 2018
http://www.clinicalneuropsychiatry.org/#

Articolo “Goals and functions of rumination: a review”
http://www.clinicalneuropsychiatry.org/pdf/6CN18-6trincasetal..pdf

Il ruolo delle credenze sulle emozioni

di Roberta Trincas, Laura Bernabei, Pina Cristina Bellizzi, Cecilia Laglia, Alessandra Nachira, Giuseppe Vitali, Francesco Mancini

Abstract dell’articolo “Il ruolo delle credenze sulle emozioni nei processi di regolazione emotiva. Una rassegna della letteratura su teorie, ricerche e trattamento” su Rivisteweb

Nonostante la ricerca abbia dimostrato l’impatto che le strategie di regolazione emotiva (SRE) hanno nel mantenimento della psicopatologia, risultano poco chiari i meccanismi implicati nell’uso di SRE disadattive, come le credenze che le persone hanno rispetto alle loro emozioni.
L’obiettivo dell’articolo “Il ruolo delle credenze sulle emozioni nei processi di regolazione emotiva. Una rassegna della letteratura su teorie, ricerche e trattamento”, pubblicato a marzo 2018 su Rivisteweb, è dunque comprendere le caratteristiche della relazione tra credenze sulle emozioni e processi di regolazione emotiva (RE). A tal fine verranno approfonditi gli studi che hanno indagato nello specifico le credenze sulle emozioni che influiscono sulla RE, i metodi di misura utilizzati e le psicoterapie che prevedono protocolli specifici focalizzati sulla modifica delle credenze sulle emozioni.
La rassegna mette in luce che le credenze che le persone hanno sulle emozioni possono influire sulle capacità di gestione delle proprie reazioni emotive. In particolare, sembra esserci un’associazione tra credenze specifiche e differenti strategie di RE. Infine, le credenze hanno un ruolo importante nell’incremento dei sintomi e nel mantenimento di specifici disturbi mentali. Considerando che gran parte degli studi ha approfondito tali meccanismi in campioni non clinici, emerge la necessità di ampliare il campo d’indagine nell’ambito della psicopatologia.
Per approfondimenti:

Articolo “Il ruolo delle credenze sulle emozioni nei processi di regolazione emotiva. Una rassegna della letteratura su teorie, ricerche e trattamento” su Rivisteweb https://www.rivisteweb.it/doi/10.1421/90325

Mind over mood, se la mente vince l’umore

di Miriam Miraldi

La terapia di gruppo e le competenze cognitive che alleviano la depressione

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è altamente efficace per la depressione e un elemento essenziale che la contraddistingue è l’acquisizione e l’utilizzo di specifiche skills o competenze da parte del paziente. Uno dei manuali CBT strutturati per la depressione è il “Mind Over Mood” di Dennis Greenberger e Christine A. Padesky: il volume mira a stimolare le persone a implementare strategie CBT basate sull’evidenza, come esercizi di attivazione comportamentale, ristrutturazione cognitiva e analisi delle core beliefs, anche mediante assegnazione di homework tra una sessione terapeutica a l’altra. A tal proposito, diverse metanalisi dimostrano che vi è una correlazione positiva tra l’ammontare di homework svolti nel percorso sia con l’esito trattamentale sia con la prevenzione delle ricadute depressive.

In un recente studio, Hawley e colleghi hanno indagato 356 pazienti ambulatoriali con diagnosi di disturbo primario dell’umore, cui hanno fornito 14 sessioni di gruppo di due ore di CBT per la depressione, utilizzando il protocollo Mind Over Mood. In ogni sessione, i pazienti hanno completato il Beck Depression Inventory e durante la settimana hanno tenuto un diario (Homework Practice Questionnaire, HPQ) relativo all’uso di attivazione comportamentale (BA), ristrutturazione cognitiva (CR) e strategie di core belief (CB). Lo scopo dello studio era esaminare se la frequenza d’uso di queste tre abilità CBT sia differentemente associata con il successivo cambiamento dei sintomi depressivi e se la gravità dei suddetti sintomi sia un moderatore longitudinale tra l’uso delle abilità CBT e il cambiamento atteso.

I risultati indicano che la tipologia di abilità CBT utilizzata nel corso del trattamento terapeutico in setting gruppale è associata al differente successivo cambiamento dei sintomi. Un maggiore uso di attivazione comportamentale correla con una conseguente diminuzione dei punteggi della depressione durante il trattamento CBT, soprattutto per quei pazienti che mostravano sintomi depressivi iniziali da lievi a moderati; anche l’utilizzo più massivo della ristrutturazione cognitiva è stato associato a un miglioramento dei sintomi, in relazione alla gravità iniziale della depressione. Al contrario, invece, i risultati delle analisi sulle core belief sono stati inattesi, in quanto l’aumento dei livelli di intervento su tali credenze profonde e nucleari sembrerebbe correlare con un inasprimento sintomatologico, sempre comunque in relazione alla gravità iniziale.

Hawley e colleghi sostengono che i clinici spesso scelgono di affrontare le core beliefs (CB) nel trattamento della depressione, centrando quindi il lavoro su quelle strutture organizzative del pensiero, tendenzialmente globali e rigide, con cui la persona rappresenta se stessa e gli altri. A seguito dei risultati dello studio presentato, che ricordiamo si riferisce a un trattamento di gruppo, gli autori suggeriscono che concentrarsi sulle credenze profonde negative potrebbe invece implicare un successivo incremento dei sintomi depressivi; il terapeuta dovrebbe tenere in considerazione che il passaggio dal lavoro sulla riattivazione comportamentale e sulla ristrutturazione cognitiva (che portano generalmente a un miglioramento delle credenze nucleari positive) a quello diretto sulle credenze nucleari negative potrebbe portare la persona a “stare peggio”, almeno all’interno di un intervento psicoterapico breve e gruppale. Evidentemente gli autori non stanno suggerendo che le strategie CB siano rimosse dal trattamento CBT, piuttosto che, per alcuni pazienti, potrebbe essere più utile un intervento che li aiuti a rivedere le credenze disfunzionali profonde in un arco di tempo più lungo di quello che è tipico della terapia di gruppo di breve durata.

Questi risultati hanno potenziali implicazioni per la pratica clinica, in quanto suggeriscono che incoraggiare pazienti a impegnarsi su skills di attivazione comportamentale e ristrutturazione cognitiva possa portare a una graduale ma decisa riduzione dei sintomi. Inoltre, sempre secondo gli autori, l’efficacia del trattamento breve e di gruppo per la depressione potrebbe essere migliorata concentrandosi, appunto, sui cambiamenti comportamentali attuali e utilizzando strategie di ristrutturazione cognitiva per testare i pensieri automatici negativi contestuali, piuttosto che affrontare core beliefs di lunga data.
Per approfondimenti:

Hawley, L. L., Padesky, C. A., Hollon, S. D., Mancuso, E., Laposa, J. M., Brozina, K., & Segal, Z. V. (2017). Cognitive-behavioral therapy for depression using mind over mood: CBT skill use and differential symptom alleviation. Behavior therapy, 48(1), 29-44.

Greenberger, D., & Padesky, C. A. (1995). Mind over Mood: a cognitive therapy treatment manual for clients. Guilford press.

Esporsi alle paure per superarle

di Francesco Mariano Arbore

Exposure and Response Prevention nel trattamento del Disturbo Ossessivo Compulsivo

 L’esposizione con prevenzione della risposta (ERP) rappresenta una delle possibili tecniche nell’ambito della terapia cognitivo comportamentale (CBT), che si è dimostrata particolarmente efficace nel trattamento del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC). L’esposizione nell’ERP si riferisce all’esporre se stessi a pensieri, immagini, oggetti o situazioni che rendono l’individuo ansioso o che producono le ossessioni. Mentre la prevenzione della risposta nell’ERP si riferisce a fare la scelta di non mettere in atto il comportamento compulsivo una volta che l’ansia o le ossessioni sono state “innescate”. Tutto ciò è svolto all’inizio sotto la supervisione di uno psicoterapeuta, anche se alla fine il paziente imparerà autonomamente a svolgere gli esercizi ERP per la gestione dei sintomi. Detto ciò, la strategia di esposizione volontaria a ciò che rende ansioso il paziente, potrebbe non sembrargli del tutto appropriata. Probabilmente diversi pazienti con DOC hanno provato molte volte ad affrontare le loro ossessioni soltanto per constatare come l’ansia aumenti vertiginosamente. Attraverso l’ERP, la differenza è che quando il paziente compie la scelta di fronteggiare la sua ansia e le sue ossessioni, deve inoltre assumere l’impegno di non piegarsi alla tentazione di innescare il comportamento compulsivo. Quando il paziente non mette in atto comportamenti compulsivi, col tempo avvertirà effettivamente una riduzione nel suo livello d’ansia. Questa naturale diminuzione nell’ansia che avviene quando il paziente è “esposto” e “previene” la “risposta” compulsiva, viene chiamata “abituazione”.
Potremmo considerare l’ansia come un sistema d’allarme. Che significato ha l’attivazione dell’allarme? L’allarme si attiva per richiamare l’attenzione. Se un intruso sta cercando di irrompere in casa di una persona, l’allarme si attiva, svegliando quella persona e predisponendola ad agire, a fare qualcosa come proteggere se stesso e la sua famiglia. Ma cosa succederebbe invece se il sistema d’allarme scattasse allorché un uccello si poggiasse sul tetto della casa di quella persona? Quest’ultima risponderebbe all’allarme allo stesso modo in cui risponderebbe se ci fosse stata una reale minaccia come la presenza di un intruso. Il disturbo ossessivo compulsivo prende il controllo del sistema d’allarme di un individuo, un sistema che dovrebbe essere presente per proteggere quell’individuo. Ma invece di avvertirgli di un pericolo reale, quel sistema d’allarme comincia a rispondere a qualsiasi innesco (“trigger”): non importa quanto sia lieve, viene vissuto come se fosse una minaccia assoluta, terrificante e catastrofica. Quando l’ansia di un individuo “scatta” come un sistema d’allarme, ciò veicola l’informazione che quell’individuo è in pericolo, piuttosto che comunicargli: “Presta attenzione poiché potresti essere in pericolo”. Sfortunatamente, attraverso il DOC, il cervello suggerisce a una persona che è in serio pericolo anche in situazioni dove quella persona è consapevole del fatto che c’è una piccola probabilità che qualcosa di infausto possa accadergli. Questa è una delle più crudeli parti del disturbo.
Ora consideriamo che i comportamenti compulsivi siano dei tentativi di una persona di mantenersi al sicuro quando l’allarme si attiva. Ma cosa sta dicendo quella persona al suo cervello quando innesta questi comportamenti? Sta rinforzando l’idea del cervello che lui/lei sia veramente in pericolo. Un uccello sul tetto viene considerato uno stimolo attivante alla stregua di un intruso che sta cercando di irrompere in casa. In altre parole, il comportamento compulsivo di quella persona sta alimentando quella parte del cervello che emette una serie di segnali d’allarme ingiustificati. Il nocciolo della questione è che, al fine di ridurre l’ansia e le ossessioni, l’individuo deve prendere la decisione di stoppare i comportamenti compulsivi. Tuttavia, intraprendere una terapia ERP può essere una decisione difficile da fare. È come se il paziente stia scegliendo di mettersi in pericolo. È importante sapere che l’ERP cambia il DOC e il profilo cerebrale. Il paziente comincia a sfidare il sistema d’allarme (l’ansia esperita) e a porlo più in linea a ciò che gli sta realmente accadendo. Le tradizionali talk therapy fondate sul colloquio (o psicoterapie) tentano di migliorare una condizione psicologica aiutando il paziente a ricavare l’insight all’interno dei suoi problemi. Una talk therapy può rappresentare un trattamento molto prezioso per diversi disturbi, ma non si è dimostrato che sia efficace nel trattamento dei sintomi attivi del DOC. Sebbene la talk therapy possa essere di beneficio in diverse fasi del processo di recupero del paziente con DOC, è importante innanzitutto provare un protocollo ERP o un approccio farmacologico, dal momento che in letteratura e sotto il profilo clinico risultano essere i rimedi più efficaci per il trattamento del DOC.
Per approfondimenti:

Dorz S, Novara C, Sanavio E. Il chiodo fisso. Come comprendere e sopravvivere alle ossessioni. Angeli Editore (1999).

Foa E, Wilson R. Stop Obsessing! How to Overcome Your Obsession and Compulsion. Bantam Books (1991).

Marks IM. Ansia e paure. Comprenderle, affrontarle e dominarle. McGraw-Hill (2002).

Rapoport JL. Il ragazzo che si lavava in continuazione ed altri disturbi ossessivi. Bollati Boringhieri Editore (1994).

Schwarz JM. Il cervello bloccato. Come liberarsi del disturbo ossessivo-compulsivo. Longanesi (1997).

Steketee G, White K. When Once Is Enough: Help for Obsessive Compulsives. Oakland, CA: New Harbinger (1990).

Le mie qualità viste dai miei compagni

di Laura Pannunzi

Il riconoscimento e la valorizzazione delle proprie e altrui abilità nel contesto classe attraverso il programma Coping Power Scuola

“Ognuno è un genio – diceva Albert Einstein –  ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”.
La citazione dello scienziato che ha rivoluzionato la fisica del ‘900 trova un senso anche nel campo della prevenzione scolastica.

Imparare a riconoscere le proprie qualità e quelle degli altri rappresenta, infatti, un’abilità indispensabile per ogni essere umano. Se tale concetto si estende all’età evolutiva, risulta facile intuire quanto per un bambino, che sta formando una propria personalità, risulti fondamentale imparare a riconoscere i propri punti di forza e dare valore ai propri progressi.

A questo scopo, il Coping Power Scuola si caratterizza come un programma di prevenzione universale, pensato per l’applicazione nei tre ordini di scuola (infanzia, primaria e secondaria di primo grado), mirato a promuovere il benessere socio-emotivo e potenziare le abilità emotivo-relazionali. Si tratta di un percorso strutturato in sei moduli, ognuno dei quali presenta obiettivi e finalità specifiche, integrato da una molteplicità di strumenti ed esercitazioni esperienziali.

In particolare, nel sesto modulo del programma, si affronta la tematica del riconoscimento delle proprie e altrui qualità.  Attraverso diverse attività svolte in classe, l’insegnante cercherà di veicolare ai bambini i seguenti concetti:

  • Tutti abbiamo delle qualità, degli aspetti positivi;
  • Siamo abituati, spesso, a focalizzarci soltanto sugli aspetti che non ci piacciono di noi e degli altri;
  • È importante imparare a riconoscere le proprie qualità, capacità e risorse per utilizzarle all’interno del gruppo;
  • È importante imparare a riconoscere le qualità dei propri compagni;
  • È importante imparare a fare complimenti agli altri.

Tra le numerose attività inserite nel manuale, c’è “Le qualità dei miei compagni, le mie qualità”: il compito che viene dato ai bambini è di pensare e individuare una o più qualità per ciascun compagno, che poi scriveranno su un foglio in forma anonima. Tale attività permette ai bambini di esprimere apprezzamenti ai compagni senza l’imbarazzo che generalmente si prova nel fare un complimento in prima persona, faccia a faccia.

Nel preparare l’attività si predispongono una serie di fogli formato A4, in numero pari agli alunni della classe, compresa l’insegnante. Su ogni foglio andrà scritto in alto il nome e cognome di ciascun alunno e dell’insegnante.  I bambini e l’insegnante si dispongono in cerchio, con una matita ciascuno.  L’insegnante distribuisce in ordine casuale i fogli ai bambini, facendo però attenzione che a ciascun membro del cerchio non capiti il foglio con il proprio nome.

Ciascuno leggerà il nome del compagno scritto sul foglio e dovrà pensare e scrivere una qualità. Dopo circa due minuti, il docente che conduce l’attività dice “Cambio!”: gli alunni passano il foglio al compagno di destra e ricevono quello del compagno alla loro sinistra, fino a completare le schede di tutti.

A quel punto l’insegnante ritira i fogli, cancella eventuali frasi o parole che non si riferiscono ad aspetti positivi del bambino, che possono essere equivocabili o fraintendibili.

Dato che l’insegnante partecipa all’attività, può avere l’opportunità di scrivere per ciascuno dei propri alunni una o più qualità che possono essere importanti per quel bambino, per rinforzarne l’autostima o evidenziare aspetti che ancora devono essere sviluppati.

Inoltre, se l’insegnante lo reputa opportuno, soprattutto con i bambini più piccoli,  può scrivere alla lavagna una lista di aggettivi o brevi frasi che possano rappresentare la maggior parte delle qualità di una persona.

Dopo aver controllato quanto scritto nei fogli, l’insegnante dispone nuovamente i bambini in cerchio e distribuisce a ciascuno il proprio foglio, con la consegna di leggere attentamente tutte le qualità che i compagni hanno scritto. Sempre in cerchio, ciascuno a turno commenterà il proprio foglio evidenziando:

  • I complimenti ricevuti che hanno accolto con maggior piacere;
  • I complimenti ricevuti che hanno generato in loro sorpresa, che proprio non si aspettavano di leggere;
  • Come si sono sentiti quando hanno letto tutte le qualità scritte per loro dai compagni, che emozione hanno provato;
  • Come si sono sentiti nel momento in cui hanno scritto le qualità di ciascun compagno.

In quest’attività i bambini hanno la possibilità di sperimentarsi nel doppio ruolo di mittente e destinatario di messaggi positivi e questo permette di orientare la discussione di gruppo su alcune riflessioni fondamentali, quali:

  • È più facile sottolineare gli aspetti negativi negli altri, rispetto a quelli positivi. Siamo più abituati a comunicare agli altri le cose che non apprezziamo in loro;
  • Se eliminiamo l’interazione verbale diretta, è più facile comunicare agli altri messaggi positivi e apprezzamenti sulle loro qualità;
  • Ognuno possiede delle qualità, ma non è sempre facile riconoscerle. Gli altri spesso vedono in noi delle qualità che non pensiamo di avere.

Un prezioso contributo, dunque, quello racchiuso nel programma Coping Power Scuola, ideato e curato da  Iacopo Bertacchi, Consuelo Giuli e Pietro Muratori, che si pone come importante guida per le insegnanti che mirano a valorizzare le qualità di ogni singolo alunno.

Perché ciascuno ha qualità e aspetti positivi, basta solo guardare con occhi diversi e scoprirli!

 

Per approfondimenti:

Bertacchi I., Giuli C., Muratori P., Coping Power nella scuola primaria. Gestire i comportamenti problematici e promuovere le abilità relazionali in classe. 2016, Edizioni Erickson. Trento.

Giuli, I. Bertacchi, P. Muratori, ( 2017) “Coping Power nella scuola dell’infanzia” , Trento: Erickson.

Lochman, J.E, Wells, K., Lenhart, L.A. (2012). Il Coping Power Program. Programma per il controllo di rabbia e aggressività in bambini e adolescenti. Edizione italiana a cura di P. Muratori, L. Polidori, L. Ruglioni, A. Manfredi e A. Milone. Trento: Erickson.

Muratori, P., Bertacchi, I., Giuli, G., Nocentini, A., Lochman, J. (2016), Implementing Coping Power Adapted as Universal Prevention Program in Italian Primary Schools: A Randomized Control Trial, «Prevention Science» DOI 10.1007/s11121-016-0715-7

Donne e azzardo

di Guyonne Rogier

Il gioco d’azzardo patologico nella popolazione femminile

Se il gioco d’azzardo rappresenta per molti una modalità di intrattenimento innocua, per una fetta non trascurabile di popolazione può mutare in una vera e propria dipendenza: il Disturbo da Gioco d’Azzardo (DGA).
Le stime statistiche ci dicono che su dieci individui dipendenti dal gioco, sei sono uomini. Tuttavia, il numero di donne affette dal DGA non è trascurabile e, in quanto tale, merita una specifica attenzione clinica. In effetti, la proporzione di donne che diventa dipendente dal gioco sembra in costante aumento.
I pochi studi che illuminano le peculiarità del disturbo nel genere femminile evidenziano differenze di genere in relazione alla tipologia di gioco preferita. È importante notare che alcune tipologie di gioco d’azzardo particolarmente predilette dalle donne sembrano particolarmente inclini a favorire lo sviluppo di una dipendenza, come ad esempio le slot machines.
Inoltre, le motivazioni sottostanti il gioco d’azzardo differiscono in maniera importante tra uomini e donne. I giocatori sono propensi a cercare nel gioco alti livelli di adrenalina mentre le giocatrici sembrano motivate dalla capacità del gioco di fornire una fuga da stati emotivi spiacevoli come la noia, lo stress, l’ansia o i sentimenti depressivi legati all’isolamento sociale. In linea con ciò, le donne dipendenti dal gioco sono colpite in misura ampiamente superiore, rispetto agli uomini, da altre psicopatologie come i disturbi d’ansia o depressione rispetto ai loro corrispettivi maschili. Inoltre, le giocatrici descrivono spesso i luoghi dove consumano il gioco come ambienti dove possono sentirsi sicure e nei confronti dei quali hanno sviluppato un sentimento di appartenenza. Anche le attenzioni offerte dallo staff amichevole sembrano allievare i sentimenti di solitudine e isolamento. In questo senso, la solitudine sociale, il sentimento di non appartenere alla comunità e il bisogno di partecipare in attività ricreazionali socialmente accettate sono stati spesso identificati come fattori di rischio per lo sviluppo di una dipendenza da gioco nelle donne.
Per quanto riguarda il trattamento, sappiamo che gli individui dipendenti dal gioco si recano solo in minima parte nei servizi di salute mentale e hanno difficoltà a chiedere aiuto. Nella popolazione femminile, sebbene si ritrovi, questa tendenza è minore rispetto alla popolazione maschile. Possibili spiegazioni sono che le donne sperimentano con più disagio l’impatto economico del gioco ma anche che potrebbero essere maggiormente sensibili al giudizio e ai consigli dati dai loro familiari. Inoltre, potrebbero sperimentare maggiormente sofferenza, sotto la forma di sentimenti di colpa e vergogna, in relazione alle difficoltà che incontrano nello svolgimento delle loro funzioni di accudimento.
Eventuali barriere alla richiesta di aiuto nelle donne sono spesso i sentimenti di vergogna e colpa associati allo stigma sociale che accompagna il disturbo. In effetti, data la tradizionale concettualizzazione del gioco d’azzardo come un’attività maschile, lo stigma relativo al disturbo può essere maggiormente elevato nelle donne rispetto agli uomini. Inoltre, la paura di perdere l’affidamento dei figli o il timore di subire violenze da parte del coniuge possono essere forti deterrenti per una richiesta di trattamento. La ricerca d’aiuto nelle donne è spesso motivata dal desiderio di riprendere il controllo, di prevenire il suicidio e di mantenere l’affidamento del proprio figlio. È stato notato che le donne dipendenti dal gioco sembrano beneficiare da gruppi terapeutici composti da solo donne e condotti da terapeute. In tal senso, la messa a punto di un protocollo di trattamento e di opere di prevenzione fatte su misura per la popolazione di giocatrici dipendenti sembra un obiettivo fondamentale nel miglioramento dei servizi offerti a questa popolazione.

 

Per approfondimenti

Bowden Jones, H., Prever, F. (2017). Gambling disorders in women: an international female perspective on treatment and research . (2017). London: Routledge.

Holdsworth, L., Hing, N., & Breen, H. (2012). Exploring women’s problem gambling: A review of the literature. International Gambling Studies, 12(2), 199-213. doi:10.1080/14459795.2012.656317

Karter, E. (2013). Women and Problem Gambling : Therapeutic Insights Into Understanding Addiction and Treatment. New York: Routledge.

Prever, F. (2018). Specificità della ricerca e del trattamento nel DGA femminile. In Casciani, O. & De Luca, O. (a cura di) Teoria e pratica del trattamento psicologico e psicoterapeutico nel Disturbo da Gioco d’Azzardo in una prospettiva multidisciplinare. Roma:Publiedit.

Esperienze precoci di colpevolizzazione e rimprovero nel DOC

di Brunetto De Sanctis

La tecnica dell’Imagery with Rescripting nello studio dell’infanzia di persone con disturbo ossessivo compulsivo

È stato pubblicato di recente un lavoro di Basile e collaboratori in cui sono stati indagati i contenuti emotivi delle esperienze infantili di persone con Disturbo Ossessivo Compulsivo. Già da tempo, molti studi hanno evidenziato lo stretto collegamento tra il DOC e il senso di colpa. Numerose ricerche sperimentali, correlazionali e anche di neuroimaging mettono, infatti, in risalto come l’inflated responsibility, ma soprattutto il timore di colpa, in particolare di colpa deontologica, giochino un ruolo chiave nella genesi e nel mantenimento del disturbo. Se effettivamente il timore di colpa deontologica è un fattore determinante dei sintomi ossessivi e del loro mantenimento, allora  è ragionevole interrogarsi sulle esperienze precoci che plausibilmente hanno reso inaccettabile il rischio di essere colpevoli.
Molteplici osservazioni cliniche e alcune ricerche retrospettive sostengono l’ipotesi che i futuri pazienti ossessivi abbiano vissuto, durante l’infanzia, numerose esperienze di rimprovero vissute in modo drammatico.
I dati sulle esperienze precoci avverse nei pazienti ossessivi, tuttavia, sono ancora scarsi. Per ovviare  a questa carenza Basile e collaboratori, tramite la tecnica dell’Imagery with Rescripting (IwR), hanno indagato il contenuto delle memorie infantili di un gruppo di pazienti con DOC (19 persone), mettendole a confronto con un altro gruppo di pazienti con diagnosi diverse (18 persone, affette soprattutto da disturbo depressivo maggiore e disturbi di ansia). L’IwR è una procedura di tipo esperienziale, utile a rintracciare esperienze precoci avverse emotivamente connesse con la sofferenza sintomatica attuale. Il fine è rielaborare le memorie di queste esperienze rendendole meno traumatiche e dolorose.
Nella ricerca di Basile et al. i pazienti sono stati invitati a rivivere una recente crisi ossessiva, poi a ricordare un episodio, vissuto da bambino, caratterizzato da una tonalità emotiva simile mettendo a fuoco ed esprimendo ciò di cui avrebbe avuto bisogno in quel momento doloroso. In una fase successiva (fase di Re-scripting), mentre il paziente rivive l’episodio critico e il terapeuta suggerisce di immaginare che  una figura di aiuto (solitamente il paziente o il terapeuta stesso), intervenga cercando di rispondere ai bisogni frustrati del bambino (protezione, accettazione, attenzione, cure, etc.). L’interazione tra il bambino e la figura d’aiuto prosegue finché i bisogni del bambino non sono pienamente soddisfatti.
Il contenuto dell’episodio recente, dell’episodio ricordato e dell’intervento della figura d’aiuto sono stati raccolti e valutati da giudici indipendenti all’oscuro dello scopo della ricerca.
I pazienti con DOC, rispetto agli altri pazienti, riportavano più frequentemente senso di colpa sia nell’evento recente sia in quello remoto. Questi ultimi erano caratterizzati da rimproveri o critiche da parte di uno o entrambi i genitori che inducevano colpa e paura nei bambini, evidenziando come i bisogni frustrati percepiti fossero legati al sentirsi attivamente rifiutati dai propri genitori. Nella fase di rielaborazione, i pazienti ossessivi modificavano il significato originario che avevano dato all’episodio critico, concludendo che quanto era successo non era una loro colpa. Nei pazienti ossessivi ma non negli altri, emergeva, dalle memorie degli eventi passati, un’idea di sé come persona responsabile di eventuali errori, profondamente sbagliata e meritevole di essere punita, biasimata e in aggiunta rifiutata. Questi dati sono congrui con i risultati di altre ricerche che hanno riscontrato come lo stile genitoriale a cui i pazienti con DOC erano esposti, risultasse centrato sulla moralità e particolarmente severo, ma soprattutto preoccupato del rispetto delle norme piuttosto che delle conseguenze sugli altri.
L’ipotesi “morale” del DOC, quindi, riceve un’altra conferma da questa ricerca: il senso di colpa appare un’emozione centrale nel disturbo. A conclusione, gli autori evidenziano come questo lavoro apra la strada a interventi terapeutici sulle radici del disturbo ossessivo.

Per approfondimenti

Alonso P, Menchón JM, Mataix-Cols D, Pifarré J, Urretavizcaya M, Crespo JM, Vallejo J (2004). Perceived parental rearing style in obsessive–compulsive disorder: relation to symptom dimensions. Psychiatry research 127, 3, 267-278.

Basile B, De Sanctis B, Fadda S, Luppino O.S, Perdighe C, Saliani A.M, Tenore K and Mancini F. (2018). Early life experiences in ocd and other disorders: a retrospective observational study using imagery with re-scripting. Clinical Neuropsychiatry (2018) 15, 5, 299-305.

Mancini F (2016). La mente ossessiva. Raffaello Cortina Editore.

Salkovskis PM, Shafran R, Rachman S, Freeston MH (1999). Multiple pathways to inflated responsibility beliefs in obsessional problems: Possible origins and implications for therapy and research. Behaviour Research and Therapy 37, 11, 1055-1072.

Timpano KR, Keough ME, Mahaffey B, Schmidt NB & Abramowitz J (2010). Parenting and obsessive compulsive symptoms: Implications of authoritarian parenting. Journal of Cognitive Psychotherapy 24, 3, 151-164