Narcisista cerca specchio per relazione

di Malicia Bruno

“Vivo un rapporto con una narcisista?”. Capire per prevenire

Il Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) è definito come un quadro pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia, è assorbito da fantasie di successo, fascino e amore ideale, e mostra comportamenti arroganti e presuntuosi.
Il narcisista personifica le proiezioni della persona che deve sedurre ed è abile a vestire i panni del partner ideale: tutte le sue azioni mirano al raggiungimento del controllo e le loro relazioni affettive sono spesso all’immagine dell’alternanza tra idealizzazione e svalutazione.

Tra il narcisista e la sua vittima esiste uno scenario ben preciso nello sviluppo della relazione: si ha una prima fase di seduzione nella quale anestetizzerà la vittima con delle attenzioni amorevoli, dette “love bombing”; la fase successiva, l’invasione, avviene nel corso della relazione con il capovolgimento della situazione, in cui isola la vittima da suoi riferimenti; l’ultima fase, ossia di distruzione, corrisponde, infine, al momento in cui esegue un’opera di impoverimento della compagna per poi abbandonarla.
Il comportamento disfunzionale del narcisista determina un abuso così profondo sulla vittima da implicarne un trauma. La vittima ha un profilo preciso: spesso è una persona brillante e intelligente ma sarà soggiogata nel momento in cui vi è una crepa a livello dell’immagine di sé, una scarsa gestione emotiva e una posizione di difficoltà momentanea. Le tecniche di manipolazione messe in atto dal narcisista sono varie ma la più utilizzata è il “gaslighting”, ovvero una particolare forma di abuso psicologico che esercita al fine di creare nella vittima uno stato confusionale e di renderla incapace di fidarsi dei propri pensieri e della sua capacità di giudizio. Tra i sintomi più frequenti provati dalla vittima ci sono la bassa autostima, i pensieri suicidi e la depressione: per questo motivo può impiegare molto tempo a decidere di uscire dalla relazione col narcisista poiché si convincerà che la relazione sia vitale per la propria sopravvivenza psico-emotiva.
La conoscenza e la consapevolezza delle disfunzionalità presenti in una modalità interattiva narcisistica è fondamentale per la prevenzione.

“Perché non sono quando non ci sei”

di Caterina Parisio

Dipendenza: da fenomeno fisiologico a psicopatologia

 Nella notte tra l’11 e il 12 settembre 1902, Mathilde Tulla Larsen, amante del celeberrimo pittore Edward Munch, in seguito al suo ennesimo rifiuto a sposarla, fece giungere all’artista la notizia che ella era in fin di vita a causa di un’overdose di morfina. Quando Munch giunse a casa di Tulla, la trovò avvolta in un sudario e distesa in una bara, circondata da candele. Vedendolo, ella si sollevò stremata gridando: “Era l’unico modo per farti giungere a me!”.
Curiosa, a tratti comica, la scenetta di Tulla ed Edward, profondamente triste e tragica nella sua verità: quando una relazione si trasforma in qualcosa di tossico.

Esiste un momento preciso durante il quale una relazione approda a una dimensione patogena e patologica? Vari autori sottolineano la necessità di distinguere la dipendenza come fenomeno fisiologico dalla dipendenza intensa come Disturbo di Personalità. John Birtchnell considera la dipendenza negli adulti l’equivalente dell’attaccamento nei bambini e sottolinea come essa possa essere normale in alcune situazioni come le malattie invalidanti o nell’infanzia. L’autore evidenzia, come caratteristica del disturbo, l’incapacità di stabilire una propria identità separata da quelle delle figure di riferimento.
La dipendenza può, del resto, essere considerata come un atteggiamento etologicamente adattivo e appropriato in alcuni contesti, che spinge verso la ricerca di protezione da parte di un altro ritenuto più forte, ma che può determinare, in alcune situazioni cliniche, una grave menomazione del funzionamento personale e sociale.
La dipendenza problematica, legata alla stabilità di relazioni interpersonali disadattive, non configura sempre un Disturbo Dipendente di Personalità, ma è una dimensione comune a vari funzionamenti psicopatologici. La richiesta continua di rassicurazione, l’impossibilità di esprimere disaccordo e il prestarsi a compiti spiacevoli, sono modalità finalizzate al mantenimento della dipendenza dalle figure significative; sottomissione, l’essere facilmente feriti dalla critica e dalla disapprovazione, l’aggrapparsi alle relazioni sono, invece, manovre difensive tipiche del disturbo.

Gli stati mentali caratteristici di pazienti con DDP oscillano tra stati di autoefficacia, in cui il soggetto ha di sé un’immagine positiva, forte e adeguata, e stati di vuoto terrifico disorganizzato, in cui predomina una rappresentazione di sé inadeguato e fragile.

Il sé fragile è caratterizzato da temi di minaccia, solitudine, abbandono e perdita. La sensazione costante è quella di essere incapace a fronteggiare gli eventi da solo; è pervasiva la necessità di essere presenti nella mente dell’altro, di avere una profonda condivisione e sintonia. La fragilità si esprime nel timore costante di abbandono.

Se da un lato, il mantenimento della dipendenza consente la permanenza di una rappresentazione di sé come competente (ma non annulla quella di un sé debole), dall’altro, la rottura della dipendenza genera lo stato mentale temuto di vuoto disorganizzato. È caratterizzato da temi di pensiero di abbandono e perdita e da assenza di desideri attivi.

La dipendenza non è legata a un semplice bisogno di aiuto e rassicurazione contro le paure, ma è ciò su cui si basa la regolazione delle scelte, permette di percepire scopi e desideri, contrasta sensazioni terrificanti di vuoto: è la dipendenza che fa sentire vivo il soggetto! Combattere la dipendenza in questi pazienti è come voler riabilitare la muscolatura di un arto dopo la frattura, riducendo il funzionamento dell’arto sano. Sarà un lungo lavoro di potenziamento dei processi di riconoscimento dei propri scopi e di regolazione dei piani a equilibrare la dipendenza sintomatica versa una forma più funzionale.

Quando Munch, giunto a casa dell’amante, comprese l’inganno, sembra che disgustato decise di allontanarsi, ma ella, disperata, impugnò un revolver per uccidersi.

Ah Tulla, ad averti avuta in terapia chissà, forse avresti regolato meglio le tue scelte!

Per approfondimenti

Giancarlo Dimaggio, Antonio Semerari (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Ed. Laterza

Quiz: la vostra è una relazione sana?

di Erica Pugliese

Cosa definisce un amore sano? Ce lo spiega la nota psicologa, ricercatrice e scrittrice Sue Johnson con la sua Teoria Focalizzata sulle Emozioni, secondo la quale sentirsi sicuri, accettati e connessi emotivamente l’uno all’altro sono gli ingredienti fondamentali di una relazione soddisfacente

Amare è un bisogno primario, come l’ossigeno o l’acqua, un’esperienza meravigliosa ricca d’insegnamenti e stimoli alla crescita ma che può trasformarsi in una delle più devastanti fonti di dolore, come quando si viene lasciati mentre si ama oppure quando uno o entrambi i partner maltrattano l’altro o si dimostrano per niente o poco disponibili. Ci si può trovare, così, a lottare da soli nella relazione, nonostante i costi pagati più o meno consapevolmente. Questa condizione, definita come “dipendenza affettiva”, ha conseguenze anche gravi in diverse aree della vita della persona, come quella lavorativa, familiare e sociale. Ma la dipendenza non è sempre una caratteristica negativa, anzi, sentirsi legati a qualcuno è un’esperienza positiva e universalmente ricercata in tutte le culture.
Sue Johnson, psicologa clinica e fondatrice della Teoria Focalizzata sulle Emozioni, afferma che la chiave di una relazione intima positiva e duratura è quel senso di sicurezza provato da entrambi i partner, inteso come la loro capacità di connettersi e riconnettersi con lo stesso ritmo, come accade quando si danza.

Quando siamo sicuri con l’altro:

  • Ci sentiamo a nostro agio vicino a quella persona e sereni di poter dipendere dal nostro amato.
  • Siamo più disponibili a richiedere supporto e a offrirlo.
  • Siamo meno aggressivi e ostili quando ci arrabbiamo con il partner.
  • Siamo in grado di comprendere meglio ciò che desideriamo noi e gli altri.
  • Ci sentiamo più indipendenti e in grado di gestire meglio eventuali separazioni, risolvere i problemi e raggiungere traguardi.

L’autrice ha costruito un breve questionario – presentato di seguito – finalizzato a conoscere il grado di connessione emotiva dei partner. Il questionario è suddiviso in tre parti, per un totale di 15 affermazioni.

Per ciascuna di esse va indicato con “V” quando è vera o con “F” quando è falsa e assegnato un punto solo alle affermazioni vere. Il questionario può essere completato da soli e il partner rifletterà per conto suo sulla relazione. Oppure può essere compilato e discusso insieme al partner.


Dal tuo punto di vista, il tuo partner è accessibile?

  1. Posso ottenere facilmente le attenzioni del mio partner V F
  2. Il mio partner si connette facilmente con le mie emozioni V F
  3. Il mio partner mi dimostra che io sono la sua priorità V F
  4. Non mi sento sola o esclusa in questa relazione V F
  5. Posso condividere i miei sentimenti più profondi con il mio partner. Lui/Lei mi ascolta V F

Dal tuo punto di vista, il tuo partner risponde positivamente ai tuoi bisogni?

 

  1. Se ho bisogno di contatto e conforto, Lui/Lei me lo offre V F
  2. Il mio partner risponde positivamente quando sento il bisogno di averlo vicino V F
  3. Penso di potermi appoggiare al mio partner quando mi sento ansioso o insicuro V F
  4. Tutte le volte che noi litighiamo o che non ci troviamo in accordo, Io so di essere importante per il mio partner e che troveremo una soluzione insieme V F
  5. Quando ho bisogno di ricevere rassicurazioni su quanto sono importante per il mio partner so di poterle ottenere V F

Siete positivamente connessi dal punto di vista emotivo?

  1. Mi sento molto a mio agio quando sono vicino al mio partner, mi fido di Lui/Lei V F
  2. Posso confidare al mio partner quasi tutto V F
  3. Mi sento al sicuro, anche quando siamo lontani, so che siamo connessi l’uno/a con l’altra/o V F
  4. So che il mio partner si prende cura della mia felicità, dei miei dolori e delle paure V F
  5. Mi sento abbastanza sereno nel rischiare di espormi emotivamente con il mio partner V F

Se la somma delle affermazioni vere è maggiore o uguale a 7, vuol dire che tu e il tuo partner avete un legame abbastanza sicuro e positivo.

Se invece hai raggiunto un punteggio inferiore a 7, vuol dire che il vostro legame va meglio approfondito: comprendere i confini tra te e il tuo partner e condividere come lo vedi è il primo passo per iniziare a creare la connessione della quale entrambi avete bisogno. La percezione di quanto il tuo partner è accessibile, responsivo e connesso emotivamente e quanto la relazione è stata valutata sicura coincide con la sua di percezione? Prova a ricordare che il tuo partner sta descrivendo quanto si sente sicuro ora nella relazione con te e non se tu sia un partner più o meno perfetto. Potete parlare a turno di ciascuna affermazione o risposta che sembra importante per voi. L’ideale sarebbe parlare circa cinque minuti a testa.
Se ti senti a tuo agio, prova a esplorare le affermazioni e le risposte che ti hanno attivato emozioni intense. Prova a farlo con lo spirito di aiutare il tuo partner a sintonizzarsi con i tuoi sentimenti.
Lui/Lei non sarà capace di farlo se entri in una modalità negativa, quindi evita critiche e colpevolizzazioni. Anche in questo caso, è indicato parlare cinque minuti a testa senza interruzioni dell’altro.

Ora che hai un’idea di ciò che l’amore e la dipendenza positiva sono, sai anche se ti trovi in una relazione patologica.

Se sei in una relazione intima negativa e non sai come uscirne, chiedi aiuto. Parlarne è il primo passo per ritornare a stare bene.

 

Per approfondimenti

Johnson, S. (2011). Hold me tight: your guide to the most successful approach to building loving relationships. Hachette UK.

Amore Tossico

di Benedetto Astiaso Garcia

 “La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza”. Pier Paolo Pasolini

L’amore nei rapporti di coppia, considerato come un processo di attaccamento fondato sulla reciprocità, ha alla sua base tanto il bisogno di protezione, quanto la propensione a prendersi cura dell’altro. Tale alternanza di ruoli, oltre a differenziare l’attaccamento adulto da quello complementare del bambino, diviene la condizione necessaria per non amare in maniera distorta, evitando così di costruire legami sentimentali infelici.

In questo processo di formazione, risulta decisiva la pervasiva influenza delle prime esperienze affettive, affiancata da una costante interazione tra l’organismo e l’ambiente. Essa diviene, pertanto, garante della propria capacità di amare e lasciarsi amare, favorendo la formazione di strutture cognitive responsabili della scelta del partner e dello sviluppo di relazioni sentimentali felici o distorte.

Data tale premessa, è evidente come alla base della scelta del partner vi sia un’innata tendenza a evitare ciò che appare diverso o incompatibile. Questo favorisce la trasmissione di caratteristiche genetiche del proprio gruppo di appartenenza attraverso un principio di somiglianza e familiarità, processo mediato dal mere exposure effect: quanto più siamo esposti a uno stimolo tanto più lo troviamo gradevole.

Nella relazione sentimentali adulte, infatti, proprio come nel processo di attaccamento, vengono elaborati modelli interni di Sé e dell’altro, finalizzati a fornire previsioni e aspettative sulla possibile reazione del partner ad una richiesta di cura e accudimento.

Il sistema di attaccamento nella vita di coppia si attiva attraverso un indicatore soggettivo ed esperienziale di “pericolo” nella relazione, generando vissuti emozionali di paura, tristezza, ansia, colpa, angoscia abbandonica, rabbia passiva e disprezzo verso Sé e verso l’altro. È proprio alla luce di tale attivazione emotiva che vengono agite strategie e comportamenti finalizzati al perseguire scopi sovrainvestiti e irrinunciabili.

Essere dipendenti in amore, per esempio, significa sovrainvestire di significato l’antiscopo dell’abbandono, della solitudine e della perdita di una guida esclusiva: in questo modo si asseconda la strutturazione di credenze patogene su di Sé, in termini di vulnerabilità e mancanza di autonomia, e sull’altro, considerato invece forte, salvifico e responsabile di cura. A tale sequenza di tipo cognitivo comportamentale non di rado si affiancano partner “contro-dipendenti” di tipo altruistico (“io ti salverò”) o narcisistico (“sono il tuo padrone”).

Possessività, gelosia, controllo, manipolazione, sottomissione, non coinvolgimento affettivo e anassertività rappresentano solamente alcune delle strategie di coping, ovvero modalità di adattamento, con le quali si fronteggiano situazioni stressanti; queste ultime, chiaramente, sono connesse alla scelta di partner che confermano un’immagine di Sé come non amabile, rifiutante e non degno di cura, matrici la cui origine risiede proprio nell’attaccamento primario.

Solo la mutua dipendenza di coppia, dunque, può garantire lo sviluppo qualitativo della relazione, conferendo a entrambi i partner il vicendevole ruolo dinamico di curato e curante.

L’ambiente sociale contemporaneo, individualista e atemporale, uccide la possibilità di un amore resiliente, favorendo di contro un effimero edonismo centrato sulla deresponsabilizzazione e sulla promessa di un eterno innamoramento, fase invece evoluzionisticamente destinata a essere circoscritta.

Ignorare la propria storia di sviluppo affettivo potrebbe significare continuare a reiterare errori sistematici nella scelta dei partner, destinati a innescare vissuti depressivi connessi al ciclico tradimento di un’illusiva fiducia verso una felice vita di coppia: “eterna sempre sorge la speranza come un fungo velenoso”, scriveva Charles Baudelaire.

Per approfondimenti:

Attili G., “Attaccamento e Amore”, Il Mulino, Bologna, 2004

Attili G., “Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007