L’azzardo non è un gioco

di Benedetto Astiaso Garcia

Il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale. Sigmund Freud

Il gioco d’azzardo nasce dal desiderio dell’individuo di ricreare e trasfigurare la realtà, costruendo mondi paralleli e alternativi a una quotidianità oggettiva e tangibile: scommettere significa, infatti, narcotizzare la mente, creandole un rifugio tanto illusorio quanto potenzialmente drammatico. È proprio a partire da un principio di realtà percepito come vincolante e costrittivo che l’Homo ludens ricerca strategie disfunzionali per riscattarsi, neutralizzare i propri disagi e difendersi da un profondo senso di debolezza, vulnerabilità e precarietà.

Cosa determina lo sviluppo e il mantenimento dei problemi legati al gioco? Per quali ragioni si ignorano gli enormi costi individuali e sociali in cui si potrebbe incorrere? Numerose ricerche dimostrano come i fattori cognitivi svolgano un ruolo determinante nella comprensione di tale dipendenza, ponendo la mente nella condizione di avvalersi di euristiche-intuitive scorciatoie di pensiero che esulano dal ragionamento logico.

Come illustrato dalla psicologa Ellen Langer, infatti, i meccanismi cognitivi e motivazionali che maggiormente illustrano l’irrazionalità del pensiero e delle decisioni prese dal giocatore d’azzardo risultano essere l’illusione di controllo e la fallacia del giocatore: mentre la prima può essere definita come “un’aspettativa di successo personale erroneamente alta rispetto a quanto l’obiettivo possa garantire”, la seconda è invece la tendenza del soggetto a prevedere l’esito di scommesse future in relazione ai risultati di quelle passate (per esempio stimando “bassa” la propria probabilità di successo quando si torna a giocare dopo una scommessa vinta). Il desiderio di controllare l’incontrollabile pone, dunque, il soggetto nella condizione di ritenere erroneamente l’azzardo un gioco di abilità personale, come osservato dal sociologo James M. Henslin: i giocatori di dadi, ad esempio, attribuiscono un potere magico alla modalità di lancio degli stessi, scagliandoli con maggiore o minor forza a seconda del numero desiderato.

Le possibilità di vincita vengono sovrastimate a causa di bias cognitivi, come il ripescare alla memoria solamente esperienze di successo, dimenticando le perdite, o, ancor peggio, attribuendo ad esse una valenza di “quasi vincita”, condizione che pone l’obiettivo non ancora raggiunto come a propria portata.

In seguito a diverse perdite, inoltre, il giocatore potrebbe percepire di aver superato un punto di non ritorno, continuando perciò a investire ancora di più nel tentativo di recuperare il denaro perduto; tale fenomeno paradossale, chiamato “effetto Macbeth”, viene così descritto dal protagonista della tragedia shakespeariana: “Mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto che, se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe tanto pericoloso quanto l’andare avanti”.

Nonostante le vincite siano rare e occasionali, il giocatore continua a scommettere, non solamente nel tentativo di perseguire l’illusorio fine della vittoria, ma anche e soprattutto per l’eccitamento e l’euforia associate al pianificare o all’agire un comportamento d’azzardo: scopo terminale non è, infatti, il guadagno materiale, bensì il piacere che deriva dall’attività stessa del giocare.

Il gioco d’azzardo potrebbe, dunque, configurarsi come una modalità di autoregolazione dei propri stati interni, in quanto pone il soggetto nella condizione di procacciare vissuti emotivi e cognitivi desiderati e di evitare quelli negativi: ecco come il sensation seeking, ovvero la ricerca di sensazioni intense, diviene l’unica fraudolenta modalità attraverso la quale il gambler riesce a sentirsi vivo, prescindendo dalla vincita o dalla perdita.

Il giocatore d’azzardo diviene così lo specchio dell’uomo moderno, tanto desideroso di essere felice quanto illuso di poter perseguire tale scopo attraverso astrazioni dalla realtà. L’animo umano conserva dentro di sé un dualismo transgenerazionale e transculturale, quello di Dedalo, incarnazione dello spirito scientifico, e di Icaro, pretesa del superamento del principio di realtà: la fantasmagorica rappresentazione mentale del successo, infatti, finirà per concretizzarsi in un incubo estremamente tangibile e concreto, rendendo il futuro ancor più tirannico del passato dal quale si voleva fuggire.

Per approfondimenti:

Caretti V., La Barbera D., “Le dipendenze patologiche”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005

Amore Tossico

di Benedetto Astiaso Garcia

 “La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza”. Pier Paolo Pasolini

L’amore nei rapporti di coppia, considerato come un processo di attaccamento fondato sulla reciprocità, ha alla sua base tanto il bisogno di protezione, quanto la propensione a prendersi cura dell’altro. Tale alternanza di ruoli, oltre a differenziare l’attaccamento adulto da quello complementare del bambino, diviene la condizione necessaria per non amare in maniera distorta, evitando così di costruire legami sentimentali infelici.

In questo processo di formazione, risulta decisiva la pervasiva influenza delle prime esperienze affettive, affiancata da una costante interazione tra l’organismo e l’ambiente. Essa diviene, pertanto, garante della propria capacità di amare e lasciarsi amare, favorendo la formazione di strutture cognitive responsabili della scelta del partner e dello sviluppo di relazioni sentimentali felici o distorte.

Data tale premessa, è evidente come alla base della scelta del partner vi sia un’innata tendenza a evitare ciò che appare diverso o incompatibile. Questo favorisce la trasmissione di caratteristiche genetiche del proprio gruppo di appartenenza attraverso un principio di somiglianza e familiarità, processo mediato dal mere exposure effect: quanto più siamo esposti a uno stimolo tanto più lo troviamo gradevole.

Nella relazione sentimentali adulte, infatti, proprio come nel processo di attaccamento, vengono elaborati modelli interni di Sé e dell’altro, finalizzati a fornire previsioni e aspettative sulla possibile reazione del partner ad una richiesta di cura e accudimento.

Il sistema di attaccamento nella vita di coppia si attiva attraverso un indicatore soggettivo ed esperienziale di “pericolo” nella relazione, generando vissuti emozionali di paura, tristezza, ansia, colpa, angoscia abbandonica, rabbia passiva e disprezzo verso Sé e verso l’altro. È proprio alla luce di tale attivazione emotiva che vengono agite strategie e comportamenti finalizzati al perseguire scopi sovrainvestiti e irrinunciabili.

Essere dipendenti in amore, per esempio, significa sovrainvestire di significato l’antiscopo dell’abbandono, della solitudine e della perdita di una guida esclusiva: in questo modo si asseconda la strutturazione di credenze patogene su di Sé, in termini di vulnerabilità e mancanza di autonomia, e sull’altro, considerato invece forte, salvifico e responsabile di cura. A tale sequenza di tipo cognitivo comportamentale non di rado si affiancano partner “contro-dipendenti” di tipo altruistico (“io ti salverò”) o narcisistico (“sono il tuo padrone”).

Possessività, gelosia, controllo, manipolazione, sottomissione, non coinvolgimento affettivo e anassertività rappresentano solamente alcune delle strategie di coping, ovvero modalità di adattamento, con le quali si fronteggiano situazioni stressanti; queste ultime, chiaramente, sono connesse alla scelta di partner che confermano un’immagine di Sé come non amabile, rifiutante e non degno di cura, matrici la cui origine risiede proprio nell’attaccamento primario.

Solo la mutua dipendenza di coppia, dunque, può garantire lo sviluppo qualitativo della relazione, conferendo a entrambi i partner il vicendevole ruolo dinamico di curato e curante.

L’ambiente sociale contemporaneo, individualista e atemporale, uccide la possibilità di un amore resiliente, favorendo di contro un effimero edonismo centrato sulla deresponsabilizzazione e sulla promessa di un eterno innamoramento, fase invece evoluzionisticamente destinata a essere circoscritta.

Ignorare la propria storia di sviluppo affettivo potrebbe significare continuare a reiterare errori sistematici nella scelta dei partner, destinati a innescare vissuti depressivi connessi al ciclico tradimento di un’illusiva fiducia verso una felice vita di coppia: “eterna sempre sorge la speranza come un fungo velenoso”, scriveva Charles Baudelaire.

Per approfondimenti:

Attili G., “Attaccamento e Amore”, Il Mulino, Bologna, 2004

Attili G., “Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007