A.A.A. Cercasi felicità

di Benedetto Astiaso Garcia

I più ondeggiano infelici tra il timore della morte e le angosce della vita. Lucio Anneo Seneca

L’essere umano è l’unica creatura per la quale la propria esistenza, in quanto limitata, costituisce un problema. Una simile condizione determina in maniera totalizzante la vita: come si può essere felici con questa ombra oscura dalla quale non ci separiamo mai? In che maniera la società post moderna supporta l’individuo nella gestione di tale consapevolezza?

Vivere ogni istante con la cognizione di dover morire non è cosa facile, è come tentare di fissare il sole, un atto destinato a poter durare solamente pochi istanti: “Né il sole né la morte si possono guardare fisso”, diceva Rochefoucauld. L’autocoscienza, dono supremo quanto la vita, viene spesso annichilita attraverso la promozione di autoinganni negazionistici, al fine di liberare l’individuo da un costrittivo senso di impotenza con cui egli è obbligato quotidianamente a confrontarsi. L’Io dell’uomo, tuttavia, nasce proprio davanti all’idea della morte: privare dunque l’individuo di tale consapevolezza significa rilegarlo a un’esistenza fantasmatica.

Il mondo all’interno del quale viviamo, pur di non guardare in faccia la morte, innalza muri e scava fossati, fondandosi su un illusorio e pervertito hic et nunc, inteso quale effimero desiderio di immortalità. Come maldestri pattinatori su un ghiaccio sottile, riteniamo che la velocità sia la nostra unica speranza di salvezza, così facendo, però, ci condanniamo da soli a una realtà tanto narcotizzante quanto fallacemente infinita. Un’inutile attività frenetica incarna, infatti, un goffo evitamento della sofferenza: il memento mori induce l’uomo a rifiutare il prestito della vita per eludere il pagamento del debito della morte. L’idea che nessuno debba soffrire, incapace di partorire martiri o eroi, induce a un’assenza di confronto esistenziale, ponendo l’individuo nella condizione di accontentarsi di false certezze. 

Come in un quadro di Turner, l’uomo è naufrago in un mare in tempesta, spolpando avidamente il razionalismo cartesiano senza però riuscire a saziarsi cogliendo l’ineffabile. Rinnegando l’intuizione, il marinaio affaticato perde anche l’intelletto e discende in un buio esistenziale più scuro e profondo dell’abisso stesso. Intuizione e intelletto, infatti, rappresentano due direzioni, opposte e indispensabili, dell’attività cosciente: sacrificare l’intuizione per l’intelletto non permette di rompere la cupezza della notte in cui l’uomo viene lasciato solo.

Così come i rapaci di una felicità immediata cercano invano di rendere unico ogni attimo, sprofondando inesorabilmente nella noia, coloro che invece incarnano “l’uomo etico” di Kierkegaard si illudono che il proprio benessere risieda nella costruzione, nella progettualità, nelle “doverizzazioni” e nel perseguimento del Sé ideale, finendo presto in un labirinto di specchi. 

Per quietare l’anima è dunque necessario, ma non sufficiente, riflettere sulla morte: come afferma lo psichiatra statunitense Irvin Yalom, infatti, “quattro questioni ultime sono attinenti alla pratica psicoterapica: la morte, l’isolamento, il significato della vita e la libertà”.

La cultura occidentale odierna dovrebbe insegnare ai propri figli a fissare maggiormente il sole, analizzando, contemplando e dissezionando tematiche di natura esistenziale. Evitare ciò significa rendere impossibile, per dirlo con le parole di Abram, “l’atto rivoluzionario di scegliere la gioia in un’epoca di disperazione” e offrire soluzioni infantili, terrificanti o, peggio ancora, che favoriscano la negazione della morte. Freud sosteneva che nel momento in cui l’uomo incomincia a porsi domande sul significato della vita si ammala: se tale affermazione fosse vera, vivremmo in una società completamente sana. Parlare della morte vuol dire cessare di dissetare con acqua di mare la mente umana: significa aprire l’armadio della camera del bambino, all’interno del quale, nel cuore della notte, è nascosto il peggiore dei mostri. 

Accettare la gratuità della vita, condividere e riflettere, pur rendendo meno gravoso l’onere/onore dell’esistenza, non significa perseguire l’utopico desiderio di eliminare definitivamente i timori connessi alla nostra vita mortale. Lo riassume bene Woody Allen in una frase: “Io non ho paura della morte, solo che non vorrei essere lì quando accade”.

Per approfondimenti

Irvin Yalom, “Fissando il sole”, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2008

Zygmunt Bauman, “Vita Liquida”, Laterza, Bari, 2018

Indistruttibile come il cristallo

 di Benedetto Astiaso Garcia
Il cuore dell’uomo è come il vestito del povero; è dove è stato rammendato più volte che è più forte. Paul Brulat
La sofferenza psichica, esperienza che accomuna il genere umano, sembra compromettere molto spesso il perseguimento sovrainvestito di scopi di forza, autonomia e indipendenza, rigurgitando la fallace illusione che solamente nell’impeccabile armonia della perfezione dell’essere risieda la felicità. La sofferenza, tempra dell’animo umano, favorisce, invece, un inevitabile processo di consapevolizzazione teso a ricordare la fragilità e la finitudine proprie dell’essere. Alcune ferite, pur ricominciando a sanguinare al primo pretesto, divengono riflesso di una bellezza diversa: matura, vissuta, reale. Assumono la forma di simbolo, divenendo sinestesia tra un ricordo di dolore e una consapevolezza di mortalità: scopi di autonomia e forza necessitano, infatti, di alternarsi, come sistole e diastole, a una matura coscienza della propria fragilità, emblema di una rivoluzionaria concezione di potenza e autoaffermazione.
La crepa dell’animo diviene così bussola del senso stesso della vita, rendendo l’uomo tanto forte da poter accettare il proprio essere mortale e fallibile. “Il mondo spezza tutti e poi molti sono forti proprio nei punti spezzati”(Ernest Hemingway).
Cercare a tutti i costi di mantenere l’integrità del proprio mondo emotivo e fisico significa rendersi soggetti a un vincolo di rigidità, un atteggiamento che favorisce l’incapacità di modificare la propria struttura interna in relazione a forze agenti dall’esterno. È proprio l’elasticità, di contro, a conferire alla materia una maggiore capacità di assorbire il trauma, evitandone la disgregazione: i vasi molto antichi che presentano una crepa, infatti, hanno una maggiore capacità di resistere al tempo di quanta non ne abbiano quelli perfettamente integri; è proprio grazie a questa ferita che l’oggetto, cessando di perseguire un’immagine di incrollabilità, diviene maggiormente capace di tollerare
traumi e sconvolgimenti. Nella sua apparente fragilità, la materia cela, dunque, una maggiore capacità di resilienza: questo perché rigidità e inflessibilità, mascherate da stoica indistruttibilità, pongono l’oggetto in una precaria condizione di potenziale compromissione, definitiva e irreversibile, della propria essenza.
La ferita assume in questo modo l’accezione di indispensabile strumento finalizzato alla sopravvivenza della propria psiche, dal momento che annichilisce l’effimera onnipotenza del perfetto. Ogni trauma diviene perciò un premio: “Porto su di me le cicatrici come se fossero medaglie” (Paulo Coelho).
Disinvestire scopi di forza e indistruttibilità permette all’individuo di far cadere l’opprimente maschera di ferro dentro la quale ha deciso di sopravvivere, accettando contenuti mentali maggiormente adattivi e funzionali alla relazione: l’homo fragilis, pertanto,si configura come colui che è capace di uscire dalla caverna platonica, divenendo libero e liberante, proprio come un terapeuta ferito.
​Al contrario, repressione del proprio mondo emotivo, inibizione, isolamento sociale e anassertività comunicativa rappresentano solamente alcuni dei costi che l’antieroe moderno, a carattere più sveviano che eracliano, è destinato a pagare. Continuare a perseguire obiettivi di forza condanna l’uomo al destino di Atlante, costretto da Zeus a tenere in eterno sulle proprie spalle l’intera volta celeste. Potenza e virilità assumono l’accezione di drammatica condanna alla solitudine ed all’individualismo; la forza, intesa come eroica tensione all’incrollabilità, diviene monito di un destino tanto drammatico quanto ideale e allucinatorio: l’homo valens acquisisce, così, la connotazione dell’elefante spaziale raffigurato dal pittore Dalì, pachiderma dalle gambe esili, probabilmente affascinante in quanto irreale ma certamente destinato a un prevedibile crollo.
Chiedere aiuto forse non libererà il titano dalla sua sorte, ma di certo renderà la sua condanna meno gravosa. Anche perché, come diceva William Shakespeare, “tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano”.

Non c’è scopo più caro di avere uno scopo

di Benedetto Astiaso Garcia

Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero. Demostene

Il concetto di scopo rientra nel dominio delle teorie motivazionali, rappresentando il costrutto principe atto a orientare l’attivazione, la persistenza e la cessazione di comportamenti ed emozioni. La sofferenza emotiva dell’uomo risiede nell’attribuire a un evento la responsabilità di aver compromesso alcuni scopi o il potere di minacciarne il perseguimento.

La mente umana deve avere l’incessante capacità di rappresentarsi interiormente nuovi scopi, evitando di lasciare un buco motivazionale destinato a catapultare l’individuo in una dimensione di incapacità di ripristino dell’equilibrio desiderato: è proprio l’assenza di scopi, infatti, ad aumentare il malessere, la tensione interna e la sofferenza psichica.

Il benessere stesso dell’uomo risiede, dunque, nell’avere uno scopo capace di generare una discrepanza tra stato percepito delle cose e stato desiderato: l’assenza di scopi, o l’incapacità di formularne di nuovi una volta raggiunti, potrebbe pertanto risultare ancor più grave della minaccia o della compromissione degli scopi stessi. Nel momento in cui l’uomo cessa di essere in tensione verso qualcosa smette di esistere: l’ineffabilità dell’appagamento dell’anima assume, in questo modo, l’accezione transgenerazionale e transculturale di scopo terminale.

Il semplice possedere uno scopo, sia esso funzionale o disfunzionale, perseguibile o irraggiungibile, proprio o altrui, diventa, di conseguenza, ciò che motiva le scelte. Non è la frustrazione o la soddisfazione di uno scopo a motivare il comportamento umano quanto la rappresentazione mentale dell’idea stessa di scopo, costrutto motivazionale capace di nutrirsi della sua stessa linfa.

In tal senso, raggiungere uno scopo potrebbe celare diverse minacce, quali, per esempio, la mancata corrispondenza tra rappresentazione mentale desiderata ed effettiva oggettività dello stato delle cose, mismatch potenzialmente deprimente. La frustrazione potrebbe dunque derivare anche dal perseguimento di uno scopo molto bramato, inducendo un profondo dolore dettato dallo scoprire che ciò che era da sempre desiderato non corrisponde a ciò che si credeva sarebbe stato. Prendere atto della realtà, inoltre, coincide molto spesso con la necessità di riorganizzare il proprio piano di vita, processo cognitivamente molto dispendioso.

Nel mito greco di Apollo e Dafne viene ben rappresentata la propensione umana a ricercare disperatamente ciò che viene desiderato, attività molto spesso destinata a rimanere frustrata nel momento stesso in cui il bisogno di possesso, o di goal, viene soddisfatto. Punito da Cupido con una freccia dorata per la sua arroganza, il figlio di Zeus vede nascere dentro di sé una irrefrenabile passione verso la sacerdotessa di Gea, quest’ultima tuttavia è condannata, sempre da Eros, a respingere per sempre l’amore di Apollo. Nel momento stesso in cui, a seguito di una estenuante ricerca, Apollo incontra Dafne e arriva quasi a toccarla, quest’ultima, terrorizzata e rifiutante, grazie all’aiuto della Madre Terra, vede trasformare irreversibilmente il suo corpo in un albero, il lauro. Il cambiamento, avvenuto sotto gli occhi del dio, genera in lui una ferita dettata dalla mancata corrispondenza tra rappresentazione desiderata e realtà percepita, quest’ultima fatta di fronde e non di carne, di forzata castità e non di passionale possesso.

La sofferenza del dio del Sole sarà destinata a rimarginarsi solamente nel momento in cui, considerati inutili i suoi tentativi di ritrovare la ninfa amata, proclama sacra al suo culto la pianta dell’alloro, attribuendo così una nuova valenza motivazionale al suo sentimento.

L’amore impossibile trova dunque senso nella sua stessa mancata realizzazione. Non vi è scopo più caro di possedere uno scopo, magari difficile da raggiungere. Il filosofo tedesco Paul Rée afferma: “la mente distrugge le nostre illusioni, ma il cuore le ricostruisce da capo”.

Per approfondimenti:

Mancini F., “Sulla necessità degli scopi come determinanti prossimi della sofferenza psicopatologica”, Cognitivismo Clinico (2016), 13, 1, 7-20

Catelfranchi C, Mancini F., Miceli M., “Fondamenti di cognitivismo clinico”, Bollati Bringhieri, Torino, 2012

 

Trattamento intensivo del DOC a Roma

di Benedetto Astiaso Garcia

È attivo, presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma, il servizio per il trattamento intensivo del Disturbo Ossessivo Compulsivo

 

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo affligge, in Italia, circa un milione di persone. Gli effetti sulla qualità della vita dei pazienti e dei loro familiari possono essere davvero molto negativi. In molti casi, l’intera attività quotidiana del paziente è condizionata dal disturbo, con gravi conseguenze per la vita di relazione e per il lavoro o lo studio. Esistono trattamenti di provata efficacia che consistono in cure farmacologiche e psicoterapeutiche. In accordo con diversi studi di esito, la psicoterapia cognitivo comportamentale è la psicoterapia di elezione. Il gruppo di professionisti che si occupa specificatamente di DOC, nell’ambito della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma ha misurato l’efficacia di uno specifico protocollo terapeutico cognitivo comportamentale che ha un duplice obiettivo. Da una parte, aiutare il paziente ad accettare livelli via via crescenti delle minacce rappresentate dalle ossessioni, rinunciando in modo progressivo alle compulsioni e ad altri tentativi di soluzione, come ad esempio le richieste di rassicurazione, le ruminazioni e gli evitamenti. In questo modo si riduce l’effetto dei processi psicologici che mantengono e aggravano il disturbo. Dall’altra, si tratta di intervenire sulla vulnerabilità al disturbo che, come molte ricerche suggeriscono, consiste nel timore catastrofico di essere colpevoli, che nella maggior parte dei casi deriva da esperienze precoci di rimproveri vissuti come molto dolorosi, e dunque da evitare ad ogni costo.
Esistono tecniche utili per ridurre la drammaticità delle memorie di queste esperienze la cui efficacia è stata misurata dal Gruppo DOC che opera con il patrocinio della Scuola di Psicoterapia Cognitiva. La gravità di molti pazienti suggerisce il ricorso a trattamenti intensivi. Il Gruppo DOC offre la possibilità di un intervento di quattro settimane, intervallate da una di riposo, che consiste in:

  • Valutazione psichiatrica, formulazione del caso e batteria di test iniziale dopo le prime due settimane e alla fine del trattamento;
  • Quattro ore al giorno di addestramento alla accettazione delle ossessioni, che utilizza tecniche derivate dalla Acceptance and Commitment Therapy, tecniche di ristrutturazione cognitiva e Esposizione e Prevenzione della risposta;
  • Due ore al giorno di intervento sulle memorie tramite la Imagery with Rescripting;
  • Quattro incontri di Parent training. I familiari sono spesso coinvolti nel disturbo e, nonostante le migliori intenzioni, per comprensibili esasperazioni, alimentano il disturbo stesso. Pertanto è opportuno aiutarli a reagire e a gestire i sintomi del familiare in modo efficace.

L’esperienza del Gruppo DOC e quella di altri gruppi, mostrano che il trattamento intensivo può essere di particolare utilità per i casi più gravi e anche per le persone che, per motivi logistici, hanno difficoltà a seguire una psicoterapia a frequenza settimanale.

Le procedure di intervento e il loro rationale sono riportate nel volume “La mente ossessiva”, curato dal neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta cognitivista Francesco Mancini e pubblicato nel 2016 per Raffaello Cortina Editore.

L’azzardo non è un gioco

di Benedetto Astiaso Garcia

Il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale. Sigmund Freud

Il gioco d’azzardo nasce dal desiderio dell’individuo di ricreare e trasfigurare la realtà, costruendo mondi paralleli e alternativi a una quotidianità oggettiva e tangibile: scommettere significa, infatti, narcotizzare la mente, creandole un rifugio tanto illusorio quanto potenzialmente drammatico. È proprio a partire da un principio di realtà percepito come vincolante e costrittivo che l’Homo ludens ricerca strategie disfunzionali per riscattarsi, neutralizzare i propri disagi e difendersi da un profondo senso di debolezza, vulnerabilità e precarietà.

Cosa determina lo sviluppo e il mantenimento dei problemi legati al gioco? Per quali ragioni si ignorano gli enormi costi individuali e sociali in cui si potrebbe incorrere? Numerose ricerche dimostrano come i fattori cognitivi svolgano un ruolo determinante nella comprensione di tale dipendenza, ponendo la mente nella condizione di avvalersi di euristiche-intuitive scorciatoie di pensiero che esulano dal ragionamento logico.

Come illustrato dalla psicologa Ellen Langer, infatti, i meccanismi cognitivi e motivazionali che maggiormente illustrano l’irrazionalità del pensiero e delle decisioni prese dal giocatore d’azzardo risultano essere l’illusione di controllo e la fallacia del giocatore: mentre la prima può essere definita come “un’aspettativa di successo personale erroneamente alta rispetto a quanto l’obiettivo possa garantire”, la seconda è invece la tendenza del soggetto a prevedere l’esito di scommesse future in relazione ai risultati di quelle passate (per esempio stimando “bassa” la propria probabilità di successo quando si torna a giocare dopo una scommessa vinta). Il desiderio di controllare l’incontrollabile pone, dunque, il soggetto nella condizione di ritenere erroneamente l’azzardo un gioco di abilità personale, come osservato dal sociologo James M. Henslin: i giocatori di dadi, ad esempio, attribuiscono un potere magico alla modalità di lancio degli stessi, scagliandoli con maggiore o minor forza a seconda del numero desiderato.

Le possibilità di vincita vengono sovrastimate a causa di bias cognitivi, come il ripescare alla memoria solamente esperienze di successo, dimenticando le perdite, o, ancor peggio, attribuendo ad esse una valenza di “quasi vincita”, condizione che pone l’obiettivo non ancora raggiunto come a propria portata.

In seguito a diverse perdite, inoltre, il giocatore potrebbe percepire di aver superato un punto di non ritorno, continuando perciò a investire ancora di più nel tentativo di recuperare il denaro perduto; tale fenomeno paradossale, chiamato “effetto Macbeth”, viene così descritto dal protagonista della tragedia shakespeariana: “Mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto che, se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe tanto pericoloso quanto l’andare avanti”.

Nonostante le vincite siano rare e occasionali, il giocatore continua a scommettere, non solamente nel tentativo di perseguire l’illusorio fine della vittoria, ma anche e soprattutto per l’eccitamento e l’euforia associate al pianificare o all’agire un comportamento d’azzardo: scopo terminale non è, infatti, il guadagno materiale, bensì il piacere che deriva dall’attività stessa del giocare.

Il gioco d’azzardo potrebbe, dunque, configurarsi come una modalità di autoregolazione dei propri stati interni, in quanto pone il soggetto nella condizione di procacciare vissuti emotivi e cognitivi desiderati e di evitare quelli negativi: ecco come il sensation seeking, ovvero la ricerca di sensazioni intense, diviene l’unica fraudolenta modalità attraverso la quale il gambler riesce a sentirsi vivo, prescindendo dalla vincita o dalla perdita.

Il giocatore d’azzardo diviene così lo specchio dell’uomo moderno, tanto desideroso di essere felice quanto illuso di poter perseguire tale scopo attraverso astrazioni dalla realtà. L’animo umano conserva dentro di sé un dualismo transgenerazionale e transculturale, quello di Dedalo, incarnazione dello spirito scientifico, e di Icaro, pretesa del superamento del principio di realtà: la fantasmagorica rappresentazione mentale del successo, infatti, finirà per concretizzarsi in un incubo estremamente tangibile e concreto, rendendo il futuro ancor più tirannico del passato dal quale si voleva fuggire.

Per approfondimenti:

Caretti V., La Barbera D., “Le dipendenze patologiche”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005

Amore Tossico

di Benedetto Astiaso Garcia

 “La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza”. Pier Paolo Pasolini

L’amore nei rapporti di coppia, considerato come un processo di attaccamento fondato sulla reciprocità, ha alla sua base tanto il bisogno di protezione, quanto la propensione a prendersi cura dell’altro. Tale alternanza di ruoli, oltre a differenziare l’attaccamento adulto da quello complementare del bambino, diviene la condizione necessaria per non amare in maniera distorta, evitando così di costruire legami sentimentali infelici.

In questo processo di formazione, risulta decisiva la pervasiva influenza delle prime esperienze affettive, affiancata da una costante interazione tra l’organismo e l’ambiente. Essa diviene, pertanto, garante della propria capacità di amare e lasciarsi amare, favorendo la formazione di strutture cognitive responsabili della scelta del partner e dello sviluppo di relazioni sentimentali felici o distorte.

Data tale premessa, è evidente come alla base della scelta del partner vi sia un’innata tendenza a evitare ciò che appare diverso o incompatibile. Questo favorisce la trasmissione di caratteristiche genetiche del proprio gruppo di appartenenza attraverso un principio di somiglianza e familiarità, processo mediato dal mere exposure effect: quanto più siamo esposti a uno stimolo tanto più lo troviamo gradevole.

Nella relazione sentimentali adulte, infatti, proprio come nel processo di attaccamento, vengono elaborati modelli interni di Sé e dell’altro, finalizzati a fornire previsioni e aspettative sulla possibile reazione del partner ad una richiesta di cura e accudimento.

Il sistema di attaccamento nella vita di coppia si attiva attraverso un indicatore soggettivo ed esperienziale di “pericolo” nella relazione, generando vissuti emozionali di paura, tristezza, ansia, colpa, angoscia abbandonica, rabbia passiva e disprezzo verso Sé e verso l’altro. È proprio alla luce di tale attivazione emotiva che vengono agite strategie e comportamenti finalizzati al perseguire scopi sovrainvestiti e irrinunciabili.

Essere dipendenti in amore, per esempio, significa sovrainvestire di significato l’antiscopo dell’abbandono, della solitudine e della perdita di una guida esclusiva: in questo modo si asseconda la strutturazione di credenze patogene su di Sé, in termini di vulnerabilità e mancanza di autonomia, e sull’altro, considerato invece forte, salvifico e responsabile di cura. A tale sequenza di tipo cognitivo comportamentale non di rado si affiancano partner “contro-dipendenti” di tipo altruistico (“io ti salverò”) o narcisistico (“sono il tuo padrone”).

Possessività, gelosia, controllo, manipolazione, sottomissione, non coinvolgimento affettivo e anassertività rappresentano solamente alcune delle strategie di coping, ovvero modalità di adattamento, con le quali si fronteggiano situazioni stressanti; queste ultime, chiaramente, sono connesse alla scelta di partner che confermano un’immagine di Sé come non amabile, rifiutante e non degno di cura, matrici la cui origine risiede proprio nell’attaccamento primario.

Solo la mutua dipendenza di coppia, dunque, può garantire lo sviluppo qualitativo della relazione, conferendo a entrambi i partner il vicendevole ruolo dinamico di curato e curante.

L’ambiente sociale contemporaneo, individualista e atemporale, uccide la possibilità di un amore resiliente, favorendo di contro un effimero edonismo centrato sulla deresponsabilizzazione e sulla promessa di un eterno innamoramento, fase invece evoluzionisticamente destinata a essere circoscritta.

Ignorare la propria storia di sviluppo affettivo potrebbe significare continuare a reiterare errori sistematici nella scelta dei partner, destinati a innescare vissuti depressivi connessi al ciclico tradimento di un’illusiva fiducia verso una felice vita di coppia: “eterna sempre sorge la speranza come un fungo velenoso”, scriveva Charles Baudelaire.

Per approfondimenti:

Attili G., “Attaccamento e Amore”, Il Mulino, Bologna, 2004

Attili G., “Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007