Collaborare per difendersi dai lupi

di Roberto Petrini

La cooperazione genera legami, aumenta fiducia e tolleranza, ma è un “bene” fragile molto facile da logorare e difficile da ricostituire

Se un comportamento perdura nel tempo, significa che è al servizio della sopravvivenza della specie che ne è depositaria. Negli animali, l’aggressività seleziona i migliori, regola la gerarchia all’interno dei gruppi, serve alla conquista e alla difesa del territorio. Essi, però, si accordano nel non superare certi limiti (aggressività ritualizzata): il lupo assale l’avversario ma non lo morde mai alla gola, il cervo non colpisce mai il fianco del rivale ma si scontra solo frontalmente.
L’animale più violento in natura è quello più vicino a noi, cioè la scimmia e come l’uomo ha poca pietà per i suoi simili. L’uomo, addirittura, compie massacri senza essere presente sui luoghi del crimine e così non è nemmeno più esposto al dolore e ai rimorsi.
Fortunatamente, competere non è stata mai l’unica soluzione per accedere alle risorse materiali, per risolvere i conflitti, per accedere ai ranghi superiori. Oltre alla selezione naturale e alla mutazione, ha operato come principio fondamentale dell’evoluzione la cooperazione.
La caccia al cervo è un esempio di come il gruppo degli uomini è cresciuto collaborando. Lo psicologo evoluzionista Michael Tomasello lo spiega così: “Nella caccia al cervo, ognuno preferisce collaborare in vista delle ricompense che questo porterà a ciascun individuo e al gruppo. Il problema è come poter arrivare al punto di unire le forze. E non è una faccenda da poco, dato che ciò che io faccio in situazioni del genere dipende da ciò che penso, farai tu e viceversa, ricorsivamente, il che significa che dobbiamo essere in grado di comunicare tra noi in modo soddisfacente e di fidarci l’uno dell’altro”.
Continua esponendo cosa occorre per passare al comportamento collaborativo, individuando tre condizioni essenziali:

  • abilità e motivazioni per l’intenzionalità condivisa;
  • tolleranza e fiducia reciproca;
  • presenza di norme sociali pubbliche.

Collaborare significa percepirsi di pari valore e lavorare insieme per un vantaggio comune e dimostrarsi cooperativi e pronti ad aiutare gli altri spesso porta a ricevere in cambio altre offerte di aiuto e collaborazione. Un altro fattore che spinge in direzione della cooperazione è costituito dalle norme e dai valori del gruppo come anche l’essere sottoposti al giudizio altrui.
È oramai chiaro che le disuguaglianze crescono insieme a tutti gli effetti collegati a essa, per primo la riduzione della mobilità sociale e l’accesso equo alle risorse. La norma ha perso potere e spesso non riesce a garantire che sia tutelata la giustizia, quindi diminuisce la fiducia nel prossimo: la nostra propensione all’altruismo e ai legami si logora, i circoli, gli oratori, le sedi di partito si svuotano.

La competizione falsata tipica delle politiche neoliberiste promuove economie consumistiche di cambiamento che rovinano i legami sociali e incoraggiano le rotture a discapito della mediazione e del ricongiungimento, con il risultato di un capitale sociale che s’impoverisce sempre di più.
La disuguaglianza viola la nostra aspettativa di giustizia e logora i beni relazionali.
Solo disponendosi in cerchio i cavalli selvatici si difendono dai lupi.

Per approfondimenti:

Tomasello M. (2010). “Altruisti nati”. Bollati Boringhieri

Tomasello M. (1999). “Le origini culturali della cognizione umana”. Tr. It. il Mulino, Bologna 2005

Liotti, Fassone, Monticelli (2017) “L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali” R. Cortina editore

S.O.S. cameretta: la vergogna

di Roberto Petrini

Uno spazio per pensare, per cercare di capire, ma anche per giudicare successi e insuccessi rispetto a un obiettivo

La vergogna è un’emozione spiacevole e intensa, da ridimensionare al più presto. Se ci vergogniamo, proviamo un forte stimolo a nasconderci, sentiamo anche forte rabbia e dolore, ci sentiamo inadeguati, indegni, incapaci. La vergogna sconvolge l’attività in corso e ci costringe a concentrarci su di noi.
Charles Darwin ha ripetutamente scritto che la vergogna dipende dalla sensibilità alle opinioni altrui, buone o cattive. Il non essere all’altezza di uno standard di condotta, di un modello, di una norma, genera questa emozione morale, dove ci si vede piccoli, impotenti, bloccati e feriti. Diveniamo consapevoli della nostra inadeguatezza e proviamo una sorta di disprezzo nei confronti della nostra immagine, la svalutiamo.
La vergogna viene spesso erroneamente confusa con la colpa. Se il messaggio è “attenzione, stai trasgredendo, devi rimediare!” si tratta indubbiamente di colpa perché nella vergogna il comando è molto più violento ed è un giudizio globale negativo che blocca o spinge a nascondersi o a fuggire.
Abbiamo modelli di riferimento e sistemi di valori che ci dicono quando trasgrediamo o se facciamo una determinata azione con successo. Ci sono persone che usano criteri troppo esigenti per giudicare sé stesse e altre che incolpano sempre gli altri per gli insuccessi e si prendono il merito dei successi.
Genitori con alte pretese crescono, a loro volta, figli che pretendono molto da sé stessi: quando non sono all’altezza, si sentono a disagio e se si considerano i responsabili del fallimento, provano vergogna. La vergogna è uno strumento efficace per far interiorizzare valori e modi di comportamento e di condotta, ma se indotta in modo eccessivo diviene motivo di disagio.
L’uso della mimica del disgusto-disprezzo per far sì che il bambino provi vergogna ha i suoi vantaggi (evita di alzare la voce e di fare scenate in pubblico, di usare punizioni corporali) come la minaccia del ritiro dell’amore paterno o materno, ma questi metodi generano attribuzioni globali negative, cioè l’ingrediente essenziale della vergogna.
Se questa emozione sgradevole è aggirata, negata, rimossa, eserciterà comunque la sua azione nociva intrapsichica poiché potremmo non capire quello che ci succede e utilizzare l’ideazione in modo eccessivo per prendere le distanze e cercare così di dissipare la spiacevole sensazione che proviamo. Nella vergogna riconosciuta avremmo l’inverso, cioè un’abbondante reazione emotiva e un’ideazione ridotta al minimo.
Nel caso dell’aggiramento della vergogna a una momentanea sensazione dolorosa segue un’ossessiva reiterazione della scena, dove cerchiamo di non concentrare l’attenzione su quello che sentiamo nel tentativo di ridurre il dolore e magari cerchiamo di porre l’attenzione su altro, su altre emozioni. Tali strategie di sostituzione emotiva hanno una funzione adattiva poiché ci proteggono dalla sofferenza, ma l’emozione continuerà a esistere e ci sentiremo confusi. Il modo migliore per fare i conti con questa emozione, come con le altre, è di accettarla, cioè farsene carico e poi lasciare che si dissolva col tempo. Alla fine finirà per affievolire e sarà sostituita da altre emozioni o pensieri.
Per approfondimenti:
Lewis M. (1992). “Il sé a nudo”. Giunti editore

Quando il disgusto è patologico

di Sara Quaranta
a cura di Brunetto De Sanctis

Correlati cognitivi e psicofisiologici del disgusto nel disturbo ossessivo compulsivo

Nel mondo, tre persone ogni duecento soffrono di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) e per quanto possa capitare a tutti di sentirsi contaminati dopo aver utilizzato un bagno pubblico e che per questo ci si lavi un po’ più del normale, in queste persone i sintomi sono pervasivi oltre che invalidanti. La letteratura scientifica ha dimostrato che il disgusto ha un ruolo rilevante nel DOC. Questa emozione di base la cui funzione evolutiva è la protezione della salute da malattie contagiose, con l’evoluzione della società si è espansa ai domini socio-morali. Una reazione di disgusto ha due componenti: la propensione/tendenza a rispondere con disgusto e la sensibilità/avversione alle sensazioni di disgusto.
Gli psicologi cognitivisti Alexis E. Whitton, Julie D. Henry e Jessica R. Grisham hanno voluto indagare: 1) se ci fosse corrispondenza tra elevato disgusto di tratto self-report e risposte fisiologiche intense in individui con diagnosi DOC; 2) se le credenze ossessive fossero associate a risposte di disgusto tenendo sotto controllo variabili come la diagnosi e il disgusto di tratto.
Per la risposta fisiologica del disgusto, sono state utilizzate l’elettromiografia facciale e l’analisi dell’attività elettrodermica. La prima è stata utilizzata col fine di registrare l’attività di un particolare pattern di muscoli facciali coinvolti nell’espressione del disgusto: il muscolo levatore del labbro superiore (muscolo prossimo al naso che permette di arricciare il labbro superiore) e il muscolo corrugatore del sopracciglio che permette di contrarre la fronte. La seconda finalizzata a registrare l’indice del livello di conduttanza epidermica, il quale tende ad aumentare durante la visione di film o immagini disgustosi.
Al fine di valutare la presenza e la gravità delle credenze ossessive, è stato somministrato l’Obsessive Beliefs Questionnaire-44 (OBQ-44), un questionario self-report costituito da 44 item suddivisi in tre sottoscale: responsabilità/stima del pericolo; perfezionismo/certezza; importanza/controllo dei pensieri.
I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi: 25 individui con diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo, 25 individui con diagnosi di disturbo d’ansia e 25 individui sani. Inoltre è stato selezionato un set di 36 immagini statiche raggruppabili in sei categorie di domini tematici differenti (bagni sporchi, pattumiere, sangue, trasgressioni morali, immagini neutre e immagini negative ma non disgustose).
Le risposte fisiologiche sono state registrate durante la visione di ogni immagine attraverso dei sensori opportunamente applicati sul viso dei partecipanti e inoltre è stato chiesto loro di fornire un punteggio da 1 (per niente disgustato) a 8 (estremamente disgustato).
La presentazione delle categorie come pure delle immagini entro ogni categoria ha seguito un ordine random.
Dai punteggi medi del disgusto self-report si evince che rispetto agli individui sani e ansiosi, gli individui con DOC erano più propensi e sensibili a reazioni di disgusto e valutavano significativamente più disgustose immagini raffiguranti bagni sporchi e pattumiere.
Per quanto riguarda i risultati elettromiografici ed elettrodermici non è emersa nessuna significativa differenza tra i gruppi.
In conclusione, sebbene gli individui con DOC abbiano una maggiore propensione a reagire con disgusto a stimoli francamente disgustosi, è stato osservato che la presenza e la gravità delle credenze ossessive correlava positivamente con il disgusto self-report anche durante la visione di immagini neutre e che l’attività del muscolo levatore del labbro superiore era elevata durante la visione di immagini negative. Per queste ragioni si parla di “disgusto patologico”, cioè una tendenza a rispondere con reazioni di disgusto anche in contesti in cui non sono presenti stimoli disgustosi.

Clinica della mente ossessiva

di Valentina Silvestre e Cecilia Laglia

Primo weekend del ciclo di workshop dedicato al disturbo ossessivo compulsivo

A gennaio scorso si è svolto, presso la sede della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Verona, il primo weekend del ciclo di workshop “Clinica della Mente Ossessiva”.
La prima giornata è stata aperta dal neuropsichiatra infantile, psicoterapeuta cognitivista e direttore delle Scuole di Psicoterapia Cognitiva dell’Associazione di Psicologia Cognitiva APC Francesco Mancini, che ha evidenziato l’obiettivo del corso di creare una rete di psicoterapeuti che si occupino di disturbo ossessivo-compulsivo e condividano non solo una rappresentazione del funzionamento del paziente ossessivo ma anche le modalità di intervento. Mancini ha spiegato come rendere uniforme un intervento sia estremamente vantaggioso in termini di efficacia del trattamento: condividere un modello di riferimento e il razionale dell’intervento consente un confronto tra professionisti e una migliore comprensione e risoluzione soprattutto in caso di difficoltà, incongruenze o inefficienze.
Secondo il neuropsichiatra, l’approccio cognitivista ha dato un enorme contributo allo studio del disturbo ossessivo-compulsivo, tuttavia “è fondamentale non subordinare il disturbo alla tecnica”. Mancini ha infine delineato e schematizzato il modello di funzionamento e la formulazione di una concettualizzazione razionale del profilo interno del DOC.
Olga Ines Luppino, insieme con Katia Tenore, ha parlato dell’Esposizione con Prevenzione della Risposta (E/RP), un intervento di efficacia empirica che prevede una prima fase di esposizione allo stimolo elicitante il timore ossessivo per un tempo maggiore a quello normalmente tollerato e la successiva rinuncia alla messa in atto di comportamenti di ricerca di sicurezza. L’E/RP è un intervento evidence based e richiede una preparazione del paziente: l’esposizione perdura fino alla scomparsa del disagio e può essere applicata solo in fase avanzata del percorso di trattamento. La giornata è stata caratterizzata da un’impostazione nettamente pratica: i partecipanti sono stati suddivisi in piccoli gruppi per consentire esercitazioni sulla formulazione del caso clinico, la ricostruzione dello schema del disturbo e l’esposizione graduata.
Nella seconda giornata, Stefania Fadda ha esposto e approfondito le varie tecniche di intervento che si possono utilizzare nella pratica clinica, per ridurre il senso di responsabilità e accettare il rischio del paziente con DOC. La fase di ristrutturazione cognitiva ha l’obiettivo di ridurre le assunzioni di minaccia di colpa o di contaminazione del paziente ossessivo. È stato dedicato ampio spazio alle esercitazioni in piccoli gruppi: il vantaggio è stato quello di toccare con mano le difficoltà che si possono incontrare nel lavoro con questa tipologia di pazienti.
A chiusura di questo primo weekend, Angelo Maria Saliani ha presentato l’intervento con i familiari, descrivendo i processi interpersonali che coinvolgono non solo le persone che vivono a stretto contatto con il paziente DOC ma anche gli interlocutori abituali. Le possibili reazioni alla sintomatologia ossessivo-compulsiva si inseriscono su un continuum i cui estremi sono accommodation e antagonismo, entrambi fattori di mantenimento del DOC. Tuttavia non risultano essere le uniche modalità di interazione disfunzionale: Saliani ha descritto sette trappole interpersonali osservate nell’esperienza clinica, che comportano un fallimento sistematico dei tentativi di aiuto. Più efficaci risultano gli interventi di psicoeducazione e auto-osservazione delle trappole: la conoscenza del disturbo e il monitoraggio dei propri comportamenti consente di trasformare i dialoghi da viziosi in virtuosi. Esercitazioni, simulate e role playing sono stati un’ottima occasione di riflessione e confronto nonché di applicazione di quanto appreso durante l’ultima giornata.

Appuntamento a marzo per il secondo weekend!

Per approfondimenti:

Francesco Mancini, La mente ossessiva: curare il disturbo ossessivo compulsivo, 2016, Raffaello Cortina Editore

La gestione della rabbia

di Erica Pugliese

Il protocollo cognitivo-comportamentale di Brondolo e colleghi

La rabbia è un’emozione primaria e viene in genere attivata dalla frustrazione di aspettative o scopi importanti per la persona. Uno dei temi caldi della rabbia è quello dell’ingiustizia: ogni volta che una regola è infranta, un contratto violato o un desiderio importante non soddisfatto, è possibile che ci si possa sentire arrabbiati con sé stessi, con un altro o con una situazione.
La rabbia in sé ha la funzione adattiva di proteggere la persona da eventuali pericoli, preparandola all’azione. Tuttavia quest’emozione può diventare problematica se evocata troppo frequentemente, quando l’intensità è eccessiva o persiste nel tempo.
La rabbia va trattata quando è accompagnata da comportamenti di aggressione attiva o passiva che possono nuocere alla salute della persona che l’agisce (per esempio, con comportamenti autolesivi) o interferire con il lavoro o con la sfera delle relazioni interpersonali, come nei casi di violenza domestica.

Walter Brondolo, Raymond DiGiuseppe e Raymond Tafrate sono tre autori che hanno sviluppato un trattamento cognitivo-comportamentale per la gestione della rabbia che può essere applicato in presenza di disturbi della condotta, su bambini, adolescenti e adulti aggressivi, nei casi di violenza nelle relazioni intime e in varie forme di autolesionismo.
Gli incontri possono essere individuali, di coppia o di gruppo. Il trattamento dura nove settimane, durante le quali vengono impiegati esercizi cognitivi, affettivi e comportamentali divisi in cinque fasi:

  1. Valutazione e visione positiva
  2. Analisi dei fattori scatenanti e focus sui valori
  3. Riduzione dell’attivazione fisiologica
  4. Esposizione e prevenzione della risposta
  5. Supporto
    1. Valutazione e visione positiva
    La prima sezione ha lo scopo di ottenere la fiducia del paziente e creare, dunque, una buona alleanza terapeutica. La discussione potrebbe concentrarsi sui benefici di una gestione efficace della rabbia, identificando, per esempio, momenti nei quali il paziente è stato in grado di controllarsi e di affrontare in maniera serena e ragionevole un conflitto con il proprio compagno, figlio, collega di lavoro, ecc. In seguito sono raccolte informazioni sui fattori che in genere scatenano la reazione di rabbia eccessiva. A quel punto è ragionevole mostrare le conseguenze negative e quindi i costi di una cattiva gestione della rabbia, come la mancanza di concentrazione, la colpa, il sentirsi sbagliati, la fine della relazione, la perdita delle persone care, la violenza e le sue conseguenze psicologiche. Il fine della visualizzazione dei costi è quello di motivare il paziente al cambiamento.

2. Analisi dei fattori scatenanti e focus sui valori
L’obiettivo di questa parte del trattamento è individuare i fattori trigger (pensieri ed eventi in grado di attivare la reazione di rabbia, come per esempio un certo tono, gesto, contenuto verbale o situazione specifica). È preferibile che il racconto sulla rabbia non venga bloccato in prima battuta. Il paziente viene invitato a raccontare nuovamente la storia, identificando i pensieri e le emozioni attivate e valutandone anche l’intensità con una scala da 1 a 100, dove 100 rappresenta il valore più alto.
In sintesi, durante questa fase il paziente è incoraggiato a comprendere i meccanismi impiegati nell’interpretazione della situazione mediante l’uso della tecnica dell’ABC, dove A sta per Antecedent o evento scatenante, B sta per Belief o credenza e C sta per Consequents o conseguenze emotive e comportamentali.
Per esempio, si può domandare: “Come ti sei sentito? Quanta rabbia stavi provando? Cosa stavi pensando?”. In seguito il terapeuta analizzerà i valori messi in discussione (come cura, eguaglianza, giustizia, fratellanza, comunità, integrità, ecc.) fondamentali nella fase successiva di ristrutturazione cognitiva. Infatti, ciò che spesso accomuna le persone che soffrono a causa della rabbia è la credenza che una mancata risposta a una provocazione legittimi la persona a perseverare nel comportamento offensivo, perdendo il controllo della situazione. L’espressione emotiva e quindi il comportamento rabbioso sono finalizzati a controllare le azioni delle persone, a “rieducarle” ai valori che sembrano offendere. Per affrontare quest’obiezione, il terapista può porre l’accento sulla distinzione fra i valori di una persona e il modo che ha scelto di sostenerli: non mostrare la rabbia non significa dover accettare la violazione dei propri valori. Esistono, infatti, numerosi altri modi più efficaci in grado di tutelarli.

È importante, quindi, insegnare ai pazienti a comprendere la differenza fra subire un abuso e mantenere il controllo. Il controllo delle emozioni è un prerequisito essenziale per una gestione efficace delle reazioni all’ingiustizia. Mostrare la rabbia o manifestare comportamenti di rabbia non è sbagliato in sé, anzi: a volte sembra essere la reazione più appropriata. Tuttavia queste risposte hanno bisogno di essere pianificate anche rispetto al contesto nel quale si sceglie di manifestarle affinché si dimostrino efficaci.  Per esempio, di fronte a continui insulti da parte di una persona, sebbene reagire e non subire l’offesa sia una reazione comprensibile, bisogna valutare se si ha a che fare con una persona pericolosa, aggravando la situazione.

3. Riduzione dell’eccitazione fisiologica
È possibile ridurre l’attivazione generata dall’emozione della rabbia mediante la semplice respirazione addominale o adattando le tecniche di rilassamento progressivo. Le abilità di gestione della rabbia sono una pratica appresa durante gli incontri nello studio e a casa, dove i pazienti saranno invitati a esercitarsi. Durante la pratica di rilassamento, il terapeuta fornisce al paziente dei feedback. Possibili interventi sono: “Ora prova a rilassare la mascella”; o ancora: “Continua a respirare in questo modo, stai andando benissimo”. Inoltre, si può intervenire sulle credenze cognitive ripetendo insieme al paziente: “Io posso calmarmi” o “Posso sopportare tutto questo e non ho bisogno di arrabbiarmi”. Prima della fase successiva di esposizione è necessario che il paziente abbia ridotto la percentuale di attivazione fisiologica del 50%.

4. Esposizione
La maggior parte delle sedute è riservata alle tecniche di esposizione agli stimoli evocanti la rabbia. Lo scopo dell’esposizione è quello di ridurre frequenza e intensità dell’emozione in presenza di questi eventi. Tutte le sedute di esposizione iniziano con un breve esercizio di rilassamento della durata di circa 5 minuti.
Dopodiché il paziente è esposto allo stimolo attivante e invitato a rimanerci il più a lungo possibile provando a calmarsi. È possibile ripetere, per esempio, degli insulti considerati insopportabili ma inizialmente non utilizzando alcun tono emotivo. La cosa potrebbe essere vissuta come divertente, aiutando i pazienti a vivere gli stimoli in maniera diversa e a comprendere ciò che realmente dà loro fastidio. Non distratti dall’attivazione fisiologica della rabbia, spesso si rilassano durante l’esposizione a questi stimoli senza alcun aiuto e questo successo iniziale aumenta il loro senso di efficacia e incoraggia a continuare con l’esposizione graduale. Se invece il fattore scatenante è, per esempio, una particolare espressione del viso, il terapista può provare a ripetere il gesto senza verbalizzare nulla o più lentamente riducendone l’impatto. Non appena è possibile, è necessario aumentare l’intensità dell’attivazione della rabbia fino a quando il paziente non ha alcuna reazione fisiologica, verbale e non verbale durante la sua esposizione.

5. Supporto
Uno dei modi di offrire supporto è anticipare al paziente l’intera procedura del trattamento, indicando il tipo di supporto che riceverà. Per esempio, è possibile dire: “Durante le procedure di esposizione, se ti sentirai eccessivamente agitato ti aiuterò a calmarti facendo dei lunghi respiri. Puoi fermarti in qualsiasi momento”. Nel caso di violenza domestica ed esposizione insieme al partner, viene chiesto al paziente se può essere toccato e invitato a rimanere seduto durante l’esposizione. Per esempio, gli si può dire: “Ho intenzione di sedermi accanto a te e poggiare la mia mano sul tuo braccio per ricordarti di rimanere calmo e rilassato. Che ne pensi?”. Durante ogni esposizione è importante che il terapeuta fornisca feedback positivi al paziente, circa dieci per intervento, relativamente alla sua capacità di rilassarsi (“Stai andando bene, continua così, non hai bisogno di rispondere a questo attacco”). La funzione della rassicurazione è ridurre l’identificazione del paziente con la provocazione, aumentando la sua personale capacità di gestire la rabbia.
Un altro modo per fornire supporto è il training del paziente su ascolto attivo e assertività, una formazione specifica finalizzata allo sviluppo di abilità di espressione di sentimenti o frustrazioni senza la messa in atto di condotte aggressive, attive o passive.

Sebbene la comprovata efficacia di questo protocollo cognitivo-comportamentale nella gestione della rabbia patologica, è importante una valutazione dello stato mentale dei pazienti in grado di prevenire eventuali danni alle persone coinvolte e al terapeuta stesso. Per esempio, questo trattamento non è indicato con pazienti psicotici non in cura farmacologica, o che fanno uso di sostanze.
Va infine sottolineato che, affinché un trattamento abbia effetto, è fondamentale che la persona riconosca il problema e i danni che ha provocato a sé stesso e alle persone intorno. Spesso succede, invece, che le persone con problemi di rabbia e agiti aggressivi possiedano idee e valori che rendono complicato immaginare di instaurare rapporti all’insegna del rispetto e della parità. In questi casi, è difficile riuscire a mettere in atto dei cambiamenti sostanziali e duraturi con una terapia.

Se sei in contatto con una persona aggressiva e temi per la tua vita o per quella delle persone a te care, chiedi aiuto, non aspettare che sia troppo tardi.

Giovani detenuti e declino cognitivo

di Miriam Miraldi

L’intervento CBT e mindfulness sulla popolazione giovanile carceraria

La letteratura scientifica documenta bene quali siano alcuni degli effetti negativi della detenzione, come maggiori livelli di comportamento deviante nei figli, problemi di salute mentale e fisica, traumi, dipendenza da sostanze, recidiva. La maggior parte della ricerca si è concentrata sugli effetti psicologici e sociali, mentre sono pochi gli studi che indagano gli effetti della detenzione sul funzionamento cognitivo e neuropsicologico. La privazione dell’autodeterminazione e dell’autonomia, lo stress psicofisico sostenuto, la mancanza di stimoli, la vittimizzazione (fisica o psicologica) e la privazione del sonno sono potenziali mediatori in un percorso causale che collega l’esperienza detentiva al declino delle abilità cognitive.

Attraverso uno studio longitudinale svolto a New York su un campione di 197 giovani detenuti maschi, di età compresa fra i 16 e i 18 anni, Umbach e colleghi hanno dimostrato l’impatto negativo della detenzione su specifiche funzioni esecutive considerate, la cui compromissione sappiamo essere fattore di rischio per il comportamento antisociale. Le funzioni esecutive consistono, infatti, in abilità di decision making, pianificazione e controllo, tutte competenze che sono processi chiave del comportamento antisociale, e che correlano positivamente con la messa in atto di comportamenti prosociali.

Nello studio, in particolare, sono state prese in analisi le seguenti funzioni esecutive:

a) Controllo cognitivo. Scarsa inibizione e basso autocontrollo sono funzioni esecutive ben conosciute dalla letteratura sul comportamento antisociale. La teoria generale della criminalità di Gottfredson e Hirschi sostiene che il basso autocontrollo sia il principale predittore della devianza, sebbene vadano sempre incluse anche caratteristiche situazionali e di contesto;

b) Regolazione emotiva. La compromissione della capacità di gestire e modificare le proprie reazioni in modo appropriato è associata al comportamento antisociale;

c) Riconoscimento emotivo. Vi è un forte corpus di evidenze a sostegno di una relazione tra capacità di riconoscimento delle emozioni facciali e comportamento antisociale. L’ipotesi prevalente è che lo scarso riconoscimento di emozioni negative (in particolare dell’emozione di paura) si associ a uno svantaggio dello sviluppo empatico e quindi a una maggiore predisposizione al comportamento antisociale.

È stato somministrato a tutti un compito cognitivo pre-trattamento: si tratta della versione emotiva del classico compito “go/no-go”, in cui si richiedeva ai partecipanti di premere un pulsante quando veniva visualizzata una determinata espressione facciale (ad esempio, rabbia) e di astenersi dal premere se si vedevano altre espressioni (l’espressione “no go” o distrattore). Successivamente, gli adolescenti del campione sono stati assegnati casualmente a un programma CBT/MT (Cognitive behavioral therapy/mindfulness training) o a una condizione di controllo attivo (un altro tipo di trattamento evidence-based), per consentire di studiare gli effetti di un intervento di gruppo CBT/MT e comprendere se questo tipo di protocollo possa avere benefici sul funzionamento cognitivo, giacché il mantenimento di un buon funzionamento cognitivo in questi giovani sembra essere una variabile favorente la riduzione della recidiva.

La mindfulness coinvolge l’autoregolazione dell’attenzione e l’auto-osservazione del momento presente in un modo non giudicante e accettante; per quanto riguarda la cognizione, essa si associa a un miglior funzionamento esecutivo e ciò è supportato da studi di imaging cerebrale che trovano maggiore attivazione della corteccia prefrontale. Delle tre funzioni cognitive misurate nello studio qui presentato, è stato dimostrato che la pratica mindfulness influisce specificatamente sulla regolazione delle emozioni e sul controllo cognitivo; al contrario, non si è evidenziato alcun supporto per un effetto positivo della mindfulness sul riconoscimento emotivo. Un dato degno di nota è proprio questo declino nel tempo del riconoscimento delle emozioni, indicativo per entrambi i gruppi di adolescenti presi in esame, e la mancanza di effetti di buffering, anche marginali, della mindfulness per questa specifica abilità cognitiva. Una delle ragioni potrebbe essere relativa a quanto riportano alcuni studi qualitativi che suggeriscono che i detenuti utilizzino meccanismi di coping per adattarsi al “codice” informale praticato in carcere, si autoisolano o diventano emotivamente “anestetizzati” (emotional numbing) anche per evitare di mostrare debolezza o vulnerabilità ad altri detenuti; inoltre, se i detenuti sono esposti a una gamma limitata di emozioni per lunghi periodi di tempo, la loro capacità di identificare le emozioni può essere ridotta.

Questo studio ha intenzionalmente incorporato elementi sia della CBT che della mindfulness, entrambi con forti corpus letterari che suggeriscono effetti positivi su vari esiti nella popolazione carceraria (p.es. recidiva, autostima); tuttavia, la fusione dei due interventi limita la possibilità di attribuire i risultati principalmente alla CBT o, viceversa, al mindfulness training.

Umbach e colleghi hanno dimostrato, empiricamente e longitudinalmente, gli effetti deleteri della detenzione sul funzionamento cognitivo e gli effetti positivi del trattamento CBT/MT; tali evidenze relative al fatto che la reclusione dei giovani alteri negativamente oltre che funzionamento psicosociale, anche quello più strettamente cognitivo (il cui declino – come detto – costituisce fattore di rischio per la recidiva futura), devono stimolare la possibilità di incrementare interventi preventivi rivolti alla popolazione giovanile carceraria, ma dovrebbero anche spingerci a continuare riflettere sui possibili benefici di forme alternative di giustizia, compresi gli approcci della giustizia riparativa.
Per approfondimenti

Umbach, R., Raine, A., & Leonard, N. R. (2018). Cognitive Decline as a Result of Incarceration and the Effects of a CBT/MT Intervention: A Cluster-Randomized Controlled Trial. Criminal justice and behavior, 45(1), 31-55.

Ogilvie JM, Stewart AL, Chan RC, Shum DH. Neuropsychological measures of executive function and antisocial behavior: A meta-analysis*. Criminology. 2011; 49(4):1063–1107.

Paziente difficile: come intervenire?

di Emanuela Pidri

Dal disturbo di personalità alla concettualizzazione del trattamento del paziente difficile

L’attenzione sui disturbi, se da un lato permette di descriverli, dall’altro rischia di condurre a formulare rappresentazioni dei pazienti stereotipate e convenzionali. La nosografia ufficiale relativa ai Disturbi di Personalità sembra sia un’elencazione dal valore puramente descrittivo piuttosto che un modo di valorizzare la conoscenza del funzionamento globale della persona. Diventa inevitabile abbandonare la classificazione descrittiva per adottare un approccio ai pazienti difficili che orienti il terapeuta cognitivista nel predisporre un intervento efficace e mirato, rivolto alle modalità disfunzionali di pensare, sentire e relazionarsi con il mondo. Parlare di paziente difficile piuttosto che di paziente con disturbo di personalità, più o meno grave, consente di porre l’accento sugli aspetti di ordine comportamentale e relazionale che rendono necessaria una presa in carico globale. In ambito cognitivista, Antonio Semerari e Giancarlo Dimaggio propongono un modello nel quale i Disturbi di Personalità sono presentati come sistemi che si auto-organizzano e che mantengono la patologia nel momento presente. Secondo questi autori, gli elementi costitutivi dei disturbi sono identificabili come: un insieme di stati mentali rigido e specifico per ogni disturbo; povertà e/o disorganizzazione narrativa; disfunzioni stabili socialmente invalidanti definibili in termini di deficit delle capacità meta rappresentative; cicli interpersonali disfunzionali che agiscono nel concreto delle relazioni, in modo tale che determinati schemi interpersonali si perpetuino e si automantengano; disfunzioni nei processi di valutazione e scelta; problemi nella regolazione dell’autostima. L’analisi di Semerari e Dimaggio si concentra sulla carenza di abilità psicologiche che potrebbero invalidare le aspettative relazionali che si sono sviluppate in senso patologico mantenendo il disturbo di personalità. Tali abilità costituiscono sottofunzioni della più generale funzione metarappresentazionale. Essa può essere suddivisa in tre aree impiegate nella comprensione e nella gestione degli stati mentali: processi autoriflessivi (consentono di avere la consapevolezza del possesso e dell’attuale condizione dei propri stati interni e di formulare ipotesi su ciò che li ha determinati o che può modificarli); comprensione della mente altrui (permette di riconoscere all’altro una mente personale e distinta dalla propria, nonché di ipotizzarne lo stato interno e le variabili che lo potrebbero influenzare); mastery (permette di assumere un atteggiamento volto alla risoluzione dei problemi intrapsichici e interpersonali attraverso una serie di strategie d’autoregolazione che si riflettono sul piano della condotta interpersonale). L’adozione di questa prospettiva ha notevoli implicazioni per l’analisi dei Disturbi di Personalità. Dapprima si porrà la domanda rispetto a quanto la descrizione di un malessere in termini di disturbo di personalità sia utile per gli obiettivi terapeutici e quanto invece possa impedire di intravedere altre strade percorribili, rendendo più probabile il cristallizzarsi della situazione di disagio. In seguito si valuterà se considerare il funzionamento mentale e relazionale del paziente come insieme di sintomi da descrivere derivati dalla personalità o come comportamenti messi in atto in relazione a specifiche circostanze. Infine si valuterà l’efficacia di decostruire le narrazioni disfunzionali che il paziente ha consolidato e le descrizioni di sé con cui si presenta, costruendo narrative più funzionali. L’intervento clinico dovrebbe indirizzarsi sui fattori generali alla base della psicopatologia della personalità (disregolazione emotiva, dissociazione, bassa agency, mentalizzazione). L’attenzione sarà focalizzata sulle diverse funzioni metacognitive che potrebbero risultare danneggiate in questi pazienti (monitoraggio, integrazione, differenziazione, decentramento) e verranno potenziate le strategie di mastery distinte in tre livelli che vanno dal più semplice, che richiede un ridotto senso di agentività da parte dell’individuo, a quelle più complesse, che richiedono operazioni di rielaborazione metacognitiva.
Per approfondimenti:

MEIER C. et al., (1995) Oltre la diagnosi verso il cambiamento. In Pagliaro G., Cesa-Bianchi M., Nuove prospettive in psicoterapia e modelli interattivo cognitivi, FrancoAngeli, Milano.

PERRIS C., (1989). Cognitive Therapy Wth Schizophrenic Patients, Guilford, New York [trad.it. Terapia con I pazienti schizofrenici, Bollato Boringhieri, Torino 1996]

PERRIS C., (1993). Psicoterapia del paziente difficile, Métis, Lanciano.

PERRIS C., (1999).  A conceptualization of personality-related disorders of interpersonal behaviour with implications of treatment, in Clinical Psychology and Psychotherapy, 6, pp.239-260.

SEMERARI A., (2000). Storia della psicoterapia Cognitiva. Laterza, Bari

SEMERARI A., DIMAGGIO G., (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Laterza, Roma-Bari.

SEMERARI A., (2016). Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva. Laterza, Bari.

CARCIONE A, NICOLO’ G., SEMERARI A.,  (2016). Curare I casi complessi. Laterza, Bari.

Il cinema che racconta la psicopatia

di Caterina Parisio

Dai personaggi dei film alla psicopatologia

Uno studio pubblicato sul Journal of Forensic Sciences ha messo in luce la relazione tra cinema e psicopatia al fine di descrivere e analizzare la rappresentazione di personaggi psicopatici immaginari nei film popolari e nella storia del cinema. Da 400 film (1915-2010), 126 caratteri psicopatici fittizi (21 donne e 105 uomini) sono stati selezionati sulla base del realismo e dell’accuratezza clinica dei loro profili. Tra questi: Anton Chigurh nel film No Country for Old Men dei fratelli Coen, George Harvey in The Lovely Bones di Peter Jackson, Jake Gyllenhaal nella parte di Lou Bloom in Nightcrawler di Dan Gilroy.

In Nightcrawler (“Lo sciacallo”), Lou è un ragazzo cinico e sociopatico che riuscirà a farsi strada nel mondo dei media come cineoperatore di assalto, grazie a un senso etico a dire poco inesistente, un esame di realtà completamente distorto e un’inclinazione alla manipolazione degli altri. Quella che sembra esclusivamente una storia sulla deriva etica del giornalismo e dell’umanità è anche il ritratto minuzioso di una persona fortemente disturbata. Lou ci mostra un personaggio dagli occhi spalancati che fa uso di nozioni e linguaggi stereotipati e di un’espressività da manuale: maschere sociali pronte a essere indossate e usate a seconda delle occasioni, un bisogno di esercitare potere sugli altri che prevale su qualsiasi altro intento e che spesso si concretizza tramite violenza e abuso. Caratteristiche salienti del disturbo antisociale di personalità, contraddistinto dal disprezzo patologico del soggetto nei confronti delle regole e delle leggi della società, dall’incapacità di assumersi responsabilità, dall’indifferenza verso i sentimenti altrui e dalla mancanza di senso di colpa e rimorso.
Molto spesso i racconti della personalità psicopatica sono pieni di incoerenze e contraddizioni, come quelli dello sciacallo interpretato da Jake Gyllenhaal, costantemente impegnato a tentare di ingannare. La prima ragione di ciò è la natura spesso improvvisata della loro coscienza: se sono colti in fallo o di fronte a domande impreviste, semplicemente rielaborano la propria narrazione per adattarsi alla nuova realtà senza fermarsi a riflettere sulle cose. La seconda ragione è che gli psicopatici sembrano avere difficoltà a integrare correttamente il linguaggio e le componenti emotive dei loro pensieri e ciò non rende possibile notare le contraddizioni nel loro discorso.

“Letteralmente spudorate”, così la psicologa Nancy McWilliams definisce le personalità antisociali: l’altro si riduce alla sua utilità, spettatore passivo del suo potere, specchio per un continuo riconoscimento. Tale descrizione potrebbe in qualche modo sovrapporsi con il funzionamento narcisistico, ma fu Otto Kernberg, a partire dalla metà degli anni ’80, a occuparsi della relazione tra Disturbo narcisistico di personalità e tendenza aggressive, condotte criminali e psicopatiche.

Nello studio delle personalità criminali, la presenza di tratti narcisistici emerge come una delle caratteristiche più frequenti; si tratta di individui che si caratterizzano per il senso di onnipotenza, il bisogno di sentire di avere sempre il controllo della situazione, il pensare di poter controllare e, talora, di schiacciare la vita delle altre persone.
Un altro indicatore caratteristico e distintivo del Disturbo antisociale di personalità è l’incapacità di attribuire agli altri una certa qualità morale.

Secondo la concettualizzazione di Theodore Millon, i comportamenti psicopatici sono accomunati da tratti nucleari quali la marcata centratura su di sé e il disprezzo per il bisogno altrui. Interessante anche la concettualizzazione di Simon Baron-Cohen rispetto alle condotte aggressive e psicopatiche, che riprende quella di Kernberg, aggiungendovi la teoria sul grado di empatia. Secondo tale modello, la psicopatia corrisponderebbe a quello che l’autore chiama “grado zero dell’empatia”, cioè la forma psicopatologica più grave, caratterizzata dall’assoluta mancanza di empatia, da una rappresentazione di sé come superiore a tutto e tutti, da una rappresentazione degli altri come esclusivamente strumentali ad alimentare gli aspetti narcisistici del soggetto, attraverso un controllo diretto degli altri, come vittime oppure come spettatori (vedi Lou che mostra attraverso una telecamera la violenza più terribile e agisce sugli spettatori una seconda violenza).

L’interpretazione magistrale dello sciacallo incarna a pieno l’immagine della personalità psicopatica che, attualmente, ha una prognosi sfavorevole con tutte le metodologie terapeutiche disponibili. Solo nel dispiegarsi della pellicola cinematografica, il “nostro” psicopatico Lou (segue spoiler) la farà franca grazie alla sua elevata capacità di imparare dalle esperienze così automaticamente e meccanicamente da diventare un vero e proprio computer: caricaturale e senza traccia di emozione alcuna.

 

Per approfondimenti:

Antonino Carcione, Antonio Semerari (20117), Il narcisismo e i suoi disturbi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale. Eclipsi Edizioni

Diagnosi del disturbo ossessivo compulsivo

di Alessandra Mancini

L’uso combinato di diversi strumenti di misura consente di valutare meglio la gravità del DOC

Gli strumenti che il clinico ha a disposizione per diagnosticare il Disturbo ossessivo compulsivo (DOC) sono numerosi. Tra questi, lo Yale-Brown Obsessive Compulsive Scale (Y-BOCS) e il Padua Inventory Revised (PI-R) sono generalmente i più utilizzati. Tuttavia, alcuni risultati mostrano un basso grado di accordo tra punteggi di gravità del DOC, se misurati con l’Y-BOCS o con il PI-R. Questo dato suggerisce che i due strumenti misurano caratteristiche differenti del DOC. Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione nel valutare quali strumenti usare è la loro capacità di cogliere la differenza tra sintomi ossessivi e psicotici, soprattutto nei casi in cui le ossessioni posseggono un contenuto particolarmente bizzarro. Infatti, come dimostrato da Tara Niendam, professoressa all’Università della California, e colleghi, i sintomi ossessivi non sono di per sé degli indicatori di rischio di psicosi; tuttavia, la diagnosi differenziale è facilitata dall’uso di diversi strumenti di misura. Pertanto, l’integrazione di più questionari sembrerebbe indicata al fine di cogliere la complessità del DOC.
Ma qual è il grado di accordo (o di “validità convergente”) tra i diversi strumenti? A questa domanda hanno tentato di rispondere Giuseppe Femia e i colleghi della Scuola di Psicoterapia SPC di Roma in un recente articolo pubblicato sulla rivista Clinical Neuropsychiatry.
Gli autori hanno utilizzato sia questionari autosomministrati, come la Symptoms Checklist-90 (SCL-90-R) e il PI-R, sia un’intervista semi-strutturata (i.e. la Y-BOCS), e un questionario di personalità (i.e. Minnesota Multiphasic Personality Inventory 2 o MMPI-2). I questionari sono stati somministrati a un gruppo di 121 pazienti con DOC, a 54 pazienti con altri disturbi d’ansia (tra cui Agorafobia, Ansia sociale e Ansia Generalizzata) e a un gruppo di 23 pazienti con Depressione. Lo studio, infatti, mirava a testare le differenze tra il gruppo con DOC e i gruppi di controllo nell’accordo tra le diverse scale utilizzate, oltre che naturalmente:

  • il grado di accordo tra l’MMPI-2 e l’SCL-90, sia per quanto riguarda le scale associate ai sintomi psicotici, sia per quelle associate alla presenza di sintomi ossessivi;
  • il grado di accordo tra i punteggi totali ottenuti nel PI-R e nell’Y-BOCS con le altre scale che misurano la presenza di sintomi ossessivi (MMPI-2 e SCL-90).

I risultati mostrano un buon grado di accordo tra MMPI-2 e SCL-90, sia per quanto riguarda le scale che misurano i sintomi psicotici, sia in quelle che misurano sintomi ossessivi. Per quanto riguarda le scale di psicosi, questo dato è risultato vero in tutti e tre i gruppi (DOC, ansiosi e depressi), mentre l’accordo tra scale che misurano i sintomi e i tratti ossessivi è risultato vero solo negli ossessivi e negli ansiosi, ma non nei depressi. Quest’ultimo dato, in particolare, riflette le caratteristiche condivise tra il DOC e gli altri disturbi d’ansia. Inoltre, gli autori hanno potuto riscontrare un elevato grado di accordo tra tutte le scale utilizzate per valutare i sintomi e i tratti ossessivi nel gruppo di pazienti con DOC. Infine, sempre in questo gruppo, i dati hanno mostrato una debole ma significativa correlazione positiva tra PI-R e Y-BOCS (che appunto indica un certo grado di accordo anche nei punteggi di questi due questionari).
È interessante notare che per quanto riguarda l’SCL-90, i pazienti con DOC hanno ottenuto punteggi più elevati rispetto agli altri due gruppi di pazienti sia nei punteggi relativi ai sintomi ossessivi, sia nei punteggi di psicoticismo. Secondo gli autori, la presenza di credenze bizzarre nel DOC può portare all’innalzamento di queste scale. Tuttavia, come dimostrato da Paul Salkovskis, direttore dell’Oxford Institute for Clinical Psychology Training and Research e dell’Oxford Cognitive Therapy Centre, questo tipo di credenze arbitrarie, anche quando molto radicate, non può essere considerato come un sottotipo di psicosi poiché la terapia cognitiva risulta efficace per esse come per le credenze meno radicate. Come evidenziato da Francesco Mancini nel volume “La Mente Ossessiva”, la ragione del mantenimento di tali credenze e del comportamento bizzarro che ne consegue è da ricercarsi nello scopo di evitare di essere immorali. Inoltre, come ipotizzato da Maria Pontillo e dallo stesso Mancini in una recente revisione della letteratura, la sovrapposizione tra stati mentali psicotici e ossessivi può essere presa in considerazione in presenza di comorbidità con un disturbo schizotipico di personalità. Pertanto, gli autori concludono che elevati punteggi nelle scale di psicoticismo possono essere utilizzati come un indice di gravità del DOC, più che come indicatori di psicosi.
Stando a questi dati, sembrerebbe dunque che gli strumenti utilizzati dagli autori posseggano un buon grado di accordo e che l’uso combinato di più strumenti faciliti il processo diagnostico e consenta non solo di valutare la presenza di sintomi e tratti ossessivi nella loro complessità, ma anche di valutare la gravità di questo disturbo su diversi livelli.

Per approfondimenti

Femia, G., Visco Comandini F., Cosentino, T., Sorbara, F., Gragnani, A. (2018). Identification of specific correlation in obsessive-compulsive disorder among different measures. Clinical Neuropsychiatry, 15, 6, 379-383.