Le impronte dei traumi non sono indelebili: come le esperienze correttive alterano la trasmissione epigenetica.

di Emiliana Stendardo
a cura di Maurizio Brasini

L’esposizione ad esperienze traumatiche durante le prime fasi di vita può incidere sullo sviluppo di particolari strategie di coping (ovvero sui meccanismi messi in atto dall’individuo per fronteggiare situazioni avverse, stressanti o di pericolo) o addirittura di quadri patologici che persistono per tutto l’arco di vita (Klengel & Binder, 2015). Alcune strategie di coping possono essere trasmesse alla prole senza che quest’ultima esperisca in modo diretto il trauma. Fortunatamente gli effetti delle esperienze traumatiche, anche di quelle più problematiche come i traumi infantili, sembrano poter essere ribaltati da fattori ambientali impedendo in tal modo la trasmissione alla progenie. Negli ultimi anni la ricerca epigenetica (una branca della genetica che studia i fattori coinvolti nelle alterazioni dell’espressione genica senza modificazioni del DNA) sta facendo luce sui meccanismi molecolari responsabili delle alterazioni fenotipiche dovute all’ambiente e sulla loro trasmissione transgenerazionale. Nella ricerca condotta da Gapp e colleghi pubblicata sulla rivista Neuropsychopharmachology nel 2016 gli autori hanno studiato gli effetti dei traumi precoci nei topi di prima e seconda generazione utilizzando una procedura di separazione materna imprevedibile. Gli autori hanno poi inserito una procedura di Arricchimento Ambientale: dopo il trauma i topi sono stati esposti ad un ambiente che favoriva la flessibilità comportamentale, l’apprendimento e la plasticità. I ricercatori hanno infine verificato gli effetti di tale ambiente sulle strategie di coping nella prima e nella seconda generazione. In particolare, hanno indagato le modificazioni comportamentali di coping e, attraverso tecniche di biologia molecolare, hanno misurato l’espressione del recettore Glucocorticoide GR, e la metilazione del DNA del promotore di tale recettore nelle regioni ippocampali e nelle cellule germinali paterne.

I risultati indicano che le esperienze avverse possono produrre modificazioni nelle strategie di coping nella prima generazione che si trasmettono anche alla successiva e, in particolare, che le esperienze avverse possono indurre la predisposizione ad un coping di evitamento attivo (per certi versi ritenuto resiliente ma, per altri, considerato di maggior allarme). Inoltre le successive esperienze di Arricchimento Ambientale interrompono la trasmissione intergenerazionale dei meccanismi di coping. A livello molecolare si è osservato un andamento simile riscontrando un aumento nell’espressione del recettore GR ed una diminuzione della metilazione del DNA nell’ippocampo dei topi esposti al trauma e nella loro progenie, effetti entrambi “corretti” dall’esposizione ad Ambiente Arricchito. Alterazioni simili sono state riscontrate, oltre che nelle regioni ippocampali, negli spermatozoi paterni. Infine, l’alterazione della metilazione del DNA nelle cellule spermatiche non è trasmessa a tutte le cellule della progenie ma la si riscontra solo in alcune aree in cui probabilmente avvengono dei fenomeni tessuto/regione specifici che sembrerebbero mediare gli effetti transgenerazionali e l’interazione tra traumi precoci e condizioni ambientali. In conclusione, futuri approfondimenti ci consentiranno di comprendere i fattori che influenzano il coping, i processi molecolari e di trasmissione transgenerazionale sottostanti in modo da prevedere e o “correggere” in terapia risposte di coping mal adattive in favore di fenomeni resilienti.

Gapp et al.,. 2016. Potential of Environmental Enrichment to Prevent Transgenerational Effects of Paternal Trauma. Neuropsychopharmacology. 41(11): 2749-58.

Klengel, Binder. 2015. Epigenetics of stress-related psychiatric disorders and gene x environment interactions. Neuron 86: 1343-1357.

Desistere dagli obiettivi irraggiungibili

di Giovanni Davì
a cura di Mauro Giacomantonio

Quando la ruminazione costituisce un ostacolo

You can’t always get what you want” cantano i Rolling Stone. Non sempre si può ottenere ciò che si vuole. Se la perseveranza e la tenacia sono due virtù molto apprezzate ed enfatizzate dall’odierna società, lo è anche una certa capacità di autoregolazione del proprio comportamento, che permetta di desistere dagli obiettivi che non vale più la pena di perseguire.

In un articolo pubblicato da Van Randenborgh e colleghi nel 2010 viene analizzato uno dei meccanismi che potrebbero ostacolare questa importante capacità di autocontrollo: la ruminazione, un modo di pensare associato al mantenimento di emozioni negative e caratterizzato da pensieri ripetitivi, focalizzati sui propri sintomi e sulle loro conseguenze. I ricercatori hanno dimostrato che le persone inclini a ruminare e che quindi presentano difficoltà a distogliere il proprio pensiero da obiettivi insoddisfatti e fallimenti del passato, mostrano difficoltà anche nel desistere da mete irraggiungibili nel presente. Per fare ciò hanno predisposto due studi. Nel primo i partecipanti hanno tentato di risolvere degli anagrammi, alcuni dei quali senza soluzione, ed è stata valutata la loro predisposizione ad attività di ruminazione. È risultato che i soggetti con una maggiore tendenza a ruminare presentavano al contempo una maggiore difficoltà a tralasciare gli anagrammi irrisolvibili. Il secondo studio prevedeva anch’esso la risoluzione di un set di anagrammi, alcuni dei quali impossibili da risolvere, ma i partecipanti sono stati assegnati a due differenti gruppi: nel primo (gruppo “ruminazione”), i soggetti, precedentemente lo svolgimento del compito, venivano indotti ad attività ruminativa attraverso la lettura di frasi elaborate in modo da dirigere i loro pensieri verso i loro sentimenti e la loro situazione personale (ad esempio, “pensa alle aspettative che la tua famiglia ripone in te”); nel secondo (gruppo “distrazione”), le frasi non avevano alcuna relazione con il sé (“pensa alle parti che compongono un’auto”). È stato riscontrato come i soggetti del primo gruppo abbiano avuto maggiori difficoltà a desistere dal risolvere gli anagrammi irrisolvibili.

I risultati ottenuti consentono, inoltre, di approfondire la comprensione del ruolo della ruminazione nello sviluppo e nel decorso di condizioni psicopatologiche come la depressione. L’attività ruminativa, ostacolando il disimpegno da obiettivi irrealizzabili, impedisce che l’individuo possa impegnarsi su mete più realistiche e magari più gratificanti; il mancato disinvestimento da mete irraggiungibili potrebbe contribuire all’insorgere di una condizione depressiva. Interessante è anche la possibile funzione moderatrice che la ruminazione svolgerebbe tra la depressione e il disimpegno dagli obiettivi non raggiungibili. Per gli individui non inclini a ruminare, la depressione può rivelarsi utile nel disimpegnarsi dalle mete irraggiungibili. Il contrario accade con i soggetti che presentano una forte tendenza alla ruminazione; di conseguenza, non ci sarà un reinvestimento degli sforzi in obiettivi più realistici, impedendo loro di sperimentare un possibile successo ed ostacolando in tal modo una ripresa dalla sintomatologia depressiva.

Ad esempio, a volte ci si innamora non essendo ricambiati. Una condizione che porta a fare l’esperienza del rifiuto, la quale alimenta un sentimento di tristezza (depressione). La tendenza a ruminare porta a farsi costantemente domande del tipo “perché è successo a me?”, “perché nessuno mi vuole?”, “perché questa persona non ricambia i miei sentimenti?”, impedendo di disinvestire da un obiettivo che si rivela irraggiungibile e non concedendo a sé stessi, ad esempio, l’opportunità di conoscere nuove persone che sarebbero in grado di far provare quelle esperienze gratificanti che potrebbero contribuire ad una ripresa dalla condizione depressiva.

Per approfondimenti:

Van Randenborgh A., Hüffmeier J., LeMoult J. e Joormann J. (2010), Letting go of unmet goals: does self-focused rumination impair goal disengagement? Motivation and Emotion 34: 325-332.

Dilemmi morali

di Cinzia Calluso
a cura di Barbara Basile

L’integrazione delle valutazioni emotive e utilitaristiche

Nella vita quotidiana spesso ci troviamo a risolvere dilemmi morali. Ad esempio, è giusto torturare un terrorista al fine di ottenere informazioni che potrebbero aiutare a salvare delle vite? Un sempre maggiore interesse è stato rivolto alla comprensione delle basi psicologiche, neurali e computazionali alla base delle scelte morali.

Uno dei modelli proposti postula il coinvolgimento di due sistemi neurali: uno veloce, intuitivo e largamente basato su giudizi di natura emotiva, ed un secondo sistema più deliberativo, lento e basato sull’analisi delle conseguenze utilitaristiche della scelta. Sebbene esistano prove a supporto dell’esistenza di questi due sistemi, non è completamente chiaro in che modo essi interagiscano al fine di ottenere un giudizio morale complessivo. Una possibilità è che essi competano in parallelo, attraverso un processo di mutua inibizione. Un’altra possibilità è che essi operino un’analisi indipendente delle componenti emotive ed utilitaristiche, che vengono poi integrate in un giudizio unitario.

Un recente studio del team di Antonio Rangel ha tentato di fornire una risposta attraverso l’utilizzo di un paradigma di risonanza magnetica funzionale (fMRI). In un primo compito di valutazione emotiva, i partecipanti erano istruiti a valutare una serie di scenari in relazione alla loro risposta emotiva. In un secondo compito, invece, si richiedeva di giudicare esclusivamente i costi e i benefici complessivi, ignorando le emozioni associate ai vari scenari. Questi primi due compiti sono stati disegnati al fine di studiare le risposte neurali selettivamente associate alla valutazione emotiva ed utilitaristica, e di individuare le regioni cerebrali coinvolte. Infine, il terzo compito, prevedeva la formulazione di un giudizio morale complessivo relativo a scenari costruiti dalla combinazione di cattive azioni e conseguenze positive per il bene comune, valutate nei due compiti precedenti.

I risultati hanno evidenziato che le valutazioni a carattere emotivo vedono il coinvolgimento di regioni cerebrali quali il cingolo anteriore (ACC), l’insula ed il giro temporale superiore (STG), mentre quello utilitaristico coinvolge la giunzione temporo-parietale (TPJ) e la corteccia prefrontale dorso-mediale (dlPFC), e la formulazione di un giudizio morale complessivo ha luogo nella corteccia prefrontale ventro-mediale (vmPFC). L’analisi della connettività funzionale tra queste regioni supporta l’ipotesi secondo cui i valori emotivi ed utilitaristici delle scelte vengano elaborati separatamente, ed integrati successivamente nella vmPFC. Tuttavia, solo ACC e dmPFC hanno mostrato profili di connettività coerenti con il passaggio di informazioni alla vmPFC, suggerendo che possano svolgere una funzione di integrazione rispettivamente di informazioni emotive e utilitaristiche, organizzandole in modo funzionale all’integrazione di più alto livello svolta da vmPFC.

Da un punto di vista comportamentale, l’integrazione delle valutazioni emotive ed utilitaristiche si concretizza nella scelta tra omissione ed azione. Uno studio di Gangemi et al., su questo tema ha suggerito che la scelta dell’omissione sia legata a giustificazioni di tipo deontologico (i.e., non giocare a fare Dio o non interferire con l’ordine naturale delle cose) e di assunzione di responsabilità dell’atto, mentre, la scelta di agire vedrebbe una giustificazione di carattere più utilitaristico/consequenzialista, per il perseguimento del bene comune.

Alla luce di questi risultati, è poi interessante notare come le regioni coinvolte nella formulazione della valutazione emotiva siano anche implicate nell’elaborazione della colpa deontologica – legata alla violazione di norme etiche – e del disgusto morale, offrendo importanti prospettive per applicazioni cliniche, in particolare nella sfera del disturbo ossessivo-compulsivo.

Per approfondimenti:

Basile, B., Mancini, F., Macaluso, E., Caltagirone, C., Frackowiak, R. S. J., & Bozzali, M. (2011). ‘Deontological and altruistic guilt: Evidence for distinct neurobiological substrates’. Human Brain Mapping, 32, 229–239.

Gangemi, A., Mancini, F., Cognitiva, P., & Pretorio, V. C. (1999). ‘Moral choices : The influence of the “ Do not play God ” principle’. CogSci, 2973–2977.

Harrison, B. J., Pujol, J., Soriano-Mas, C., Hernández-Ribas, R., López-Solà, M., Ortiz, H., et al. (2012). ‘Neural correlates of moral sensitivity in obsessive-compulsive disorder’. Archives of General Psychiatry, 69, 741–749.

Hutcherson, C. A., Montaser-Kouhsari, L., Woodward, J., & Rangel, A. (2015). ‘Emotional and Utilitarian Appraisals ofMoral Dilemmas Are Encoded in Separate Areas and Integrated in Ventromedial Prefrontal Cortex’. The Journal of Neuroscience, 35, 12593–12605.

Phillips, M. L., Williams, L. M., Heining, M., Herba, C. M., Russell, T., Andrew, C., et al. (2004). ‘Differential neural responses to overt and covert presentations of facial expressions of fear and disgust’. NeuroImage, 21, 1484–1496.

Wicker, B., Keysers, C., Plailly, J., Royet, J.-P., Gallese, V., & Rizzolatti, G. (2003). ‘Both of Us Disgusted in My Insula: The Common Neural Basis of Seeing and Feeling Disgust’. Neuron, 40, 655–664.

I gifted: l’intelligenza è un dono?

di Emanuela Pidri

L’alto potenziale cognitivo può diventare un fattore di rischio

La National Association for Gifted Children definisce i bambini “gifted” come persone che mostrano, o hanno il potenziale per mostrare, un livello eccezionale di performance se confrontati con i coetanei, in una o più delle seguenti aree: abilità intellettiva generale, specifica attitudine scolastica, pensiero creativo, leadership, arti visive e dello spettacolo. Seguendo un approccio strettamente psicometrico, un bambino iperdotato è colui che possiede un livello cognitivo superiore alla norma.  Già nel 1986, lo psicologo educativo Joseph Renzulli ha descritto la “giftedness” (plusdotazione) con il modello dei tre anelli, mettendo in luce tre caratteristiche principali in questi bambini: impegno nel compito, creatività e abilità fuori del comune. Il pedagogista Robert Mills Gagné ha invece considerato  la giftedness come l’espressione di un talento naturale.

Un bambino gifted non è soltanto intelligente ma è un bambino che sta crescendo, che sta sperimentando e sviluppando nuovi modi di stare al mondo: un bambino ad alto potenziale cognitivo è un bambino che, come gli altri, ha bisogno di un ambiente sociale ed educativo in cui confrontarsi e mettersi alla prova. Spesso, però, accade che il suo mondo emozionale venga messo da parte dalle incredibili potenzialità intellettive, producendo una marcata discrepanza tra sviluppo cognitivo e sviluppo emotivo. Questi bambini arrivano spesso all’attenzione clinica sentendosi inadeguati, rifiutati, isolati, manifestando problematiche emotivo-comportamentali e reazioni aggressive.

Esistono sei profili che permettono di riconoscere un gifted: il plusdotato di successo è un soggetto che ha una notevole riuscita scolastica e manifesta un comportamento da bravo ragazzo; il plusdotato creativo manifesta un’intensa motivazione a perseguire i propri scopi personali e ha una predisposizione allegra nei confronti del mondo; il plusdotato sotterraneo è insicuro, ansioso, con scarsa tolleranza alla frustrazione, usa strategie di coping disfunzionali, evita la possibilità di esprimere le proprie abilità; il plusdotato antisociale presenta problematicità di bullismo, devianza, uso di sostanze; il plusdotato due volte eccezionale presenta una forma di disabilità fisica o emotiva e, per tale motivo, non è quasi mai identificato come soggetto di talento; il plusdotato autonomo nell’apprendere rappresenta, infine, una tipologia in grado di esprimere la plusdotazione nella maniera più funzionale. Talvolta, esperienze emotive forti possono portare i gifted a vivere sbalzi di umore, periodi di depressione legati alla delusione rispetto ai propri ideali o alla solitudine che spesso soffrono per mancanza di affinità con i pari. Alcuni di questi studenti hanno incubi e disturbi di sonnambulismo, reagiscono al loro disagio mettendo in discussione l’insegnante, disturbano i compagni e attivano comportamenti di evitamento del compito e della relazione tipici del Disturbo da deficit di attenzione o iperattività (ADHD) o del Disturbo oppositivo provocatorio. Altri minori sviluppano un disturbo specifico dell’apprendimento perché non riescono a imparare con i metodi di insegnamento tradizionali.

La relazione diagnostica consegnata ai genitori va condivisa con la scuola in modo da attivare un supporto educativo e didattico adeguato. È importante, inoltre, evitare di mettersi in simmetria con i comportamenti bersaglio, sintonizzarsi con i vissuti del bambino e sviluppare l’intelligenza emotiva. La sfera cognitiva e la sfera emotiva si influenzano reciprocamente e quindi un lavoro sulle emozioni parte proprio dalle doti del bambino. Quando i bambini riescono a gestire l’emotività, hanno più potere sull’ansia da prestazione che spesso li ostacola nel realizzare un compito e, d’altra parte, è proprio attraverso la performance che possono giocare con le emozioni, sperimentando e fortificando le insicurezze.

 

Per approfondimenti:

Betts, T.G., Neihart, M. (1988). Profiles of the gifted and talented, Gifted Child Quarterly, Vol. 32, No. 2, pp. 248-253.

Daniels S., Piechowski M.M. (2008), Living with intensity: Understanding the sensitivity, excitability and emotional development of gifted children, adolescents and adults, Scottsdale, Great Potential Press.

Fox, L.H., Brody, L., & Tobin, D. (1983). Learning disabled/gifted children. Baltimore: University Park Press

Gagné F (2013) The DMGT: Changes within, beneath, and beyond. Talent Dev-Excellence 5: 15-19.

Morrone, C., Renati, R. (2012). Dal quoziente intellettivo ai profili degli studenti ad alto potenziale. In Psicologia dell’Educazione, Vol. 6, No. 3, pp. 343-356.

Renati, R., Zanetti, M. A. (2012). L’universo poco conosciuto della plusdotazione. Psicologia e scuola, 23, pp. 18-24

Renzulli JS (1986) The three-rings conception of giftedness: A developmental model for creative productivity. In: Sternberg RJ, Davidson J (Eds.) Conceptions of giftedness, New York, NY: Cambridge University Press; 246-279.

Gli incubi nel disturbo post-traumatico

di Miriam Miraldi

Cambiarli in nuove immagini positive da svegli e ridurne la frequenza di notte

Il disturbo post-traumatico si manifesta a seguito di uno o più eventi di rottura drammatica del regolare svolgersi della vita di un individuo. Una forma di ri-sperimentazione del trauma avviene attraverso gli incubi, il cui contenuto spesso riguarda, o comunque si associa, a luoghi, persone o situazioni legati all’evento traumatico. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) definisce gli incubi come “ripetuti episodi di sogni estesi, estremamente disforici e ben ricordati che di solito comportano sforzi per evitare minacce alla sopravvivenza, alla sicurezza o all’integrità fisica”. Oltre il 70% delle persone con disturbo post-traumatico (PTSD) presenta incubi frequenti, contro circa il 2-5% della popolazione generale. Secondo la terapia cognitivo comportamentale, gli eventi traumatici possono creare un network mnestico disfunzionale basato sull’emozione di paura (fear structure), sul quale si può intervenire a livello trattamentale attraverso attività di esposizione in vivo o in immaginazione, nell’idea che l’elaborazione di informazioni correttive produca cambiamenti nella rete dei ricordi traumatici. Secondo questo modello, gli incubi sono un elemento della fear structure e sono concettualizzati come un sintomo di re-esperienza che si verifica semplicemente di notte; pertanto, gli incubi dovrebbero diminuire sensibilmente col trattamento per il PTSD, sebbene in alcuni studi condotti su persone sopravvissute a eventi come terremoti o guerre si è rilevato come, nonostante una riduzione importante, gli incubi possano continuare a costituire un disagio clinicamente significativo.

Nel 2015, la ricercatrice canadese Katia Levrier e colleghi hanno condotto uno studio per esaminare se la presenza di incubi prima dell’inizio della terapia cognitivo comportamentale per il PTSD influenzi il trattamento. I 71 partecipanti, tra i 18 e i 65 anni, hanno ricevuto un trattamento di terapia cognitivo comportamentale (CBT) di 20 sessioni in setting individuale e sono stati valutati in cinque momenti: al pre-trattamento, dopo la terza e la nona sessione, a fine trattamento e al follow-up a sei mesi, attraverso la somministrazione della SCID-I, una checklist su eventi di vita stressanti, e della Clinician-Administered PTSD Scale (CAPS), un’intervista strutturata per valutare il disturbo post-traumatico da stress. I partecipanti hanno ricevuto un manuale e i terapeuti hanno seguito un protocollo di intervento standardizzato: i primi tre incontri sono stati centrati sulla psicoeducazione dei sintomi post-traumatici e sulle strategie anche fisiche di gestione dell’ansia, focalizzate sulla respirazione diaframmatica; le sessioni da quattro a nove consistevano nell’esercitare l’esposizione immaginativa ai ricordi dell’evento traumatico, con una ristrutturazione cognitiva; le ultime dieci sessioni sono state l’esposizione in vivo a situazioni evitate e la prevenzione delle ricadute.

Lo studio ci presenta risultati di rilevo: innanzitutto, la presenza di incubi non influisce sull’efficienza complessiva dell’intervento psicoterapeutico, dunque i partecipanti con alta presenza di incubi all’inizio della terapia non hanno beneficiato meno della CBT rispetto a chi non presentava invece questo sintomo. Inoltre, la terapia cognitivo comportamentale ha avuto un impatto positivo sulla riduzione degli incubi con il 77% dei partecipanti, che non li presentava quasi più dopo il trattamento. È interessante notare che la CBT ha avuto un effetto sulla riduzione degli incubi in fasi specifiche nel corso del trattamento: la frequenza degli incubi ha iniziato a diminuire dopo aver praticato l’esposizione immaginativa e ha continuato a decrescere fino alla fine della terapia, quando l’esposizione in vivo è stata completata. Il distress e l’angoscia percepiti relativi agli incubi hanno seguito invece un’altra traiettoria, con una diminuzione già dopo la psicoeducazione e gli esercizi di respirazione diaframmatica (la cui funzione è quella di fornire un modo per ridurre l’ansia del paziente quando esposto a stimoli correlati al trauma), fino alla fine degli interventi di esposizione immaginativa. Rispetto all’impatto della psicoeducazione sul distress c’è da dire che non vi sono studi precedenti in merito, e che quello che si è visto è che generalmente gli individui sembrano rimanere scettici sul fatto che la frequenza degli incubi possa essere oggetto di trattamento e, pertanto, si potrebbe ipotizzare che la psicoeducazione, durante la quale vengono fornite ai partecipanti informazioni sui sintomi del disturbo post-traumatico, possa invece aiutarli a ristrutturare questa convinzione, contribuendo così a ridurre il disagio associato agli incubi. Infine, l’obiettivo dell’esposizione, sia in immaginazione che in vivo, è quello di aiutare la persona a cambiare la percezione di una situazione e, quindi, la reazione a questa situazione specifica.

Queste evidenze, relative al ruolo delle esposizioni, si inseriscono sul filone di studi relativi all’efficacia della Terapia di Ripetizione Immaginativa (Imagery Rehearsal Therapy, IRT), ideata da Barry James Krakow e di stampo cognitivo-comportamentale, che incoraggia la persona a visualizzare l’incubo in stato di veglia, per modificarlo attivamente in una direzione meno angosciosa, la stimola a prendere il controllo dei suoi incubi modificandoli in qualsiasi modo desideri (ad esempio, modificando l’ambientazione, adottando “superpoteri”, ecc.) e introducendo quanti più dettagli possibili (ad esempio, emozioni, sensazioni fisiche, ecc.) al fine di facilitare l’assimilazione del nuovo finale nella memoria; quindi, il paziente “prova” il nuovo sogno con il terapeuta e viene incoraggiato a continuare la pratica, almeno due volte al giorno, a casa, nel tempo che precede la seduta successiva.

La base di partenza, ancora da sottoporre a nuovi e futuri studi, sta nell’idea che lavorare sulle immagini durante la veglia influenzi gli incubi perché i pensieri che facciamo durante il giorno si associano ai contenuti dei sogni notturni, perciò cambiare gli incubi in nuove immagini positive, reiterandole da svegli, porterebbe a una significativa riduzione degli stessi.
Per approfondimenti:

Levrier, K., Marchand, A., Belleville, G., Dominic, B. P., & Guay, S. (2016). Nightmare frequency, nightmare distress and the efficiency of trauma-focused cognitive behavioral therapy for post-traumatic stress disorder. Archives of trauma research, 5(3).

Levrier, K., Marchand, A., Billette, V., Guay, S., & Belleville, G. (2017). Imagery Rehearsal Therapy (IRT) Combined with Cognitive Behavioral Therapy (CBT). In Cognitive Behavioral Therapy and Clinical Applications. IntechOpen.

Krakow, B., Kellner, R., Pathak, D., & Lambert, L. (1995). Imagery rehearsal treatment for chronic nightmares. Behaviour Research and Therapy33(7), 837-843.

Profilassi nella depressione ricorrente

di Francesca Palladini
a cura di Alberto Chiesa

MBCT valida alternativa agli antidepressivi di mantenimento

Il Disturbo depressivo maggiore, è un Disturbo dell’umore che coinvolge la persona in maniera multidimensionale, interferendo sul benessere complessivo della stessa: qualità della vita, funzionamento psicosociale e lavorativo. Dopo aver vissuto un episodio depressivo maggiore, la persona cerca di riprendere il controllo della propria vita, ma è spesso ostacolata dalla persistenza di ruminazioni negative, che facilitano la riattivazione dei pattern di pensiero negativo, causando la ricaduta nella spirale discendente.

Zindel V. Segal et al. hanno condotto uno studio, all’interno del trattamento per la profilassi delle recidive depressive, ponendosi l’obiettivo di confrontare l’efficacia della Monoterapia antidepressiva con la Farmacoterapia sequenziale e della Terapia cognitiva basata sulla consapevolezza o placebo. Lo studio approfondito del Centro di tossicologia e di salute mentale di Toronto, ha visto coinvolti 478 pazienti di età compresa tra 18 e 65 anni, che soddisfacevano i criteri del DSM-IV, per il Disturbo depressivo maggiore. Ha previsto due fasi: durante la fase acuta tutti i pazienti hanno ricevuto la Farmacoterapia antidepressiva ed in seguito solo i pazienti, che hanno soddisfatto i criteri di remissione, sono entrati nella fase di mantenimento ed assegnati in modo casuale ad una delle tre condizioni di studio:
– Terapia antiepressiva di mantenimento;
– riduzione dei farmaci più Terapia cognitiva basata sulla consapevolezza;
– riduzione dei farmaci più placebo.
Gli psichiatri hanno studiato le fasi del trattamento, con una frequenza di incontri identica per tutte e tre le condizioni, constatando che con la Terapia cognitiva basata sulla consapevolezza, il tasso di recidiva nel Disturbo depressivo maggiore si riduceva di circa la metà, risultando quindi una valida alternativa alla Farmacoterapia antidepressiva di mantenimento. La MBCT, nello studio sopra citato, è stata attuata secondo il protocollo descritto da Segal et al. che ha previsto otto settimane di trattamento in gruppi di due ore, un giorno di ritiro tra le sessioni sei e sette e durante la fase di mantenimento è stata offerta una classe di meditazione facoltativa, di un’ora al mese. Gli incontri avevano l’obiettivo di aiutare i pazienti a coltivare la propria consapevolezza e ad evitare il ripristino di forme automatiche di pensiero e dolore, caratteristiche dello stato depressivo, come la ruminazione e l’evitamento.

In definitiva, la pratica della Terapia cognitiva basata sulla consapevolezza, quale risorsa per imparare un nuovo modo di relazionarsi con le esperienze difficili, rappresenta, per la prevenzione contro le recidive depressive, un approccio promettente.

Narcisista cerca specchio per relazione

di Malicia Bruno

“Vivo un rapporto con una narcisista?”. Capire per prevenire

Il Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) è definito come un quadro pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia, è assorbito da fantasie di successo, fascino e amore ideale, e mostra comportamenti arroganti e presuntuosi.
Il narcisista personifica le proiezioni della persona che deve sedurre ed è abile a vestire i panni del partner ideale: tutte le sue azioni mirano al raggiungimento del controllo e le loro relazioni affettive sono spesso all’immagine dell’alternanza tra idealizzazione e svalutazione.

Tra il narcisista e la sua vittima esiste uno scenario ben preciso nello sviluppo della relazione: si ha una prima fase di seduzione nella quale anestetizzerà la vittima con delle attenzioni amorevoli, dette “love bombing”; la fase successiva, l’invasione, avviene nel corso della relazione con il capovolgimento della situazione, in cui isola la vittima da suoi riferimenti; l’ultima fase, ossia di distruzione, corrisponde, infine, al momento in cui esegue un’opera di impoverimento della compagna per poi abbandonarla.
Il comportamento disfunzionale del narcisista determina un abuso così profondo sulla vittima da implicarne un trauma. La vittima ha un profilo preciso: spesso è una persona brillante e intelligente ma sarà soggiogata nel momento in cui vi è una crepa a livello dell’immagine di sé, una scarsa gestione emotiva e una posizione di difficoltà momentanea. Le tecniche di manipolazione messe in atto dal narcisista sono varie ma la più utilizzata è il “gaslighting”, ovvero una particolare forma di abuso psicologico che esercita al fine di creare nella vittima uno stato confusionale e di renderla incapace di fidarsi dei propri pensieri e della sua capacità di giudizio. Tra i sintomi più frequenti provati dalla vittima ci sono la bassa autostima, i pensieri suicidi e la depressione: per questo motivo può impiegare molto tempo a decidere di uscire dalla relazione col narcisista poiché si convincerà che la relazione sia vitale per la propria sopravvivenza psico-emotiva.
La conoscenza e la consapevolezza delle disfunzionalità presenti in una modalità interattiva narcisistica è fondamentale per la prevenzione.

Clinica della Mente Ossessiva

di Valentina Silvestre e Cecilia Laglia

Secondo weekend del ciclo di workshop dedicato al disturbo ossessivo compulsivo

Nel secondo weekend del ciclo di workshop “Clinica della Mente Ossessiva”, tenutosi a fine marzo presso la sede della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Verona, Barbara Barcaccia, psicologa psicoterapeuta, ha introdotto e approfondito gli interventi di terza ondata della psicoterapia cognitiva.
La prima giornata è stata incentrata sull’applicazione della Mindfulness nel trattamento del paziente ossessivo. Il primo protocollo basato sulla mindfulness fu il programma Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), riduzione dello stress basato sulla mindfulness, descritto dal suo autore Jon Kabat-Zinn e indicato per la gestione dello stress in persone con malattie organiche e/o con difficoltà di coping rispetto al dolore e alla disabilità. Negli anni si sono sviluppati numerosi protocolli basati sulla mindfulness per i disturbi clinici, Mindfulness-Based Interventions (MBI), che ricalcano la struttura dell’intervento MBSR ma che presentano delle specificità a seconda del disturbo target. L’applicazione della mindfulness al trattamento di disturbi psicologici implica il divenire consapevoli di ciò che sta accadendo dentro di noi e ri-direzionare l’attenzione per non essere travolti dalla prepotenza dei contenuti mentali. La mindfulness è l’opposto dell’agire con il «pilota automatico», meccanicamente e inconsapevolmente. Per molti pazienti con DOC questo rappresenta un’abilità rilevante: è proprio la reattività automatica a intrusioni, emozioni e sensazioni a determinare l’innesco di circoli viziosi auto-invalidanti. In un contesto di Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT), i pazienti accettano di esporsi grazie al precedente addestramento alla mindfulness, in cui la pratica rende l’esposizione meno traumatica.
Nella seconda e terza giornata è stata messa in evidenza l’importanza dell’applicazione dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo.
Il tema dell’accettazione ha le proprie radici nella tradizione filosofica Occidentale che si è, poi, incontrata con quella Orientale e con i più recenti sviluppi degli interventi clinici basati su accettazione e mindfulness. L’ACT sottolinea l’importanza di due aspetti centrali: l’accettazione di ciò che non si può evitare e l’impegno a camminare in direzione dei propri desideri e valori. L’obiettivo dell’ACT non è quello di cambiare i contenuti dei pensieri disfunzionali ma il modo di rapportarsi ad essi, imparando a riconoscerli come prodotti della nostra mente. Nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) lo scopo è quello di aiutare il paziente ad accettare l’esperienza di colpa e confrontarlo con la possibilità di smettere di prevenire il rischio di essere moralmente imperfetto. Nel favorire l’accettazione della colpa, la rinuncia allo scopo di prevenire la colpa può implicare nel paziente con DOC una diminutio sul piano del valore morale: si ha una rinuncia senza diminutio quando il paziente valuta la possibilità di rinunciare a mettere in atto i tentativi di soluzione come qualcosa che può essere moralmente imperfetto ma compatibile con il mantenimento del proprio valore morale. L’identificazione dei propri valori personali è un passo fondamentale: rappresentano la bussola che indica la direzione, la direzione di vita prescelta. Sono il motore del cambiamento in terapia, ciò che consentirà al paziente di affrontare la sofferenza per poter vivere una vita degna di essere vissuta. Le giornate si sono strutturate in un’ottica esperienziale, per apprendere in prima persona le tecniche proposte. Come ha affermato Jon Kabat-Zinn: “L’insegnamento deve scaturire dalla pratica personale”.

Nella mente dello stalker

di Fabrizia Tudisco
a cura di Carlo Buonanno

 Quante volte ci capita di spiegare il comportamento persecutorio, lo stalking, come l’esito di una psicopatologia? E’ davvero così?

La ricerca scientifica che mira alla comprensione del comportamento tipico dello stalker ha contribuito alla costruzione di stereotipi, secondo i quali i comportamenti persecutori rappresentano l’espressione di psicopatologia. Tantissimi i dati che hanno contribuito a strutturare questa ipotesi. Una delle motivazioni che potrebbe spiegare questi risultati risiederebbe nel fatto che la maggior parte delle ricerche condotte in questo ambito hanno preso in considerazione campioni di individui ricoverati presso ospedali psichiatrici, partendo quindi già dal presupposto che ci fosse un disturbo psichiatrico di fondo. Il passo successivo risiedeva nello spiegare i comportamenti persecutori come logica conseguenza dei disturbi, in particolare disturbi psicotici, dell’umore, di personalità e disturbi da uso di sostanze. Due sembrano quindi essere i limiti fondamentali della ricerca scientifica: ipotizzare che sia inevitabilmente il disturbo psicologico a determinare il comportamento molesto e condurre valutazioni psichiatriche in assenza di metodologia di raccolta e analisi dei criteri diagnostici condivisa.
E’ proprio sulla base di questo che gli autori di un interessante studio pubblicato nel 2018 e condotto alla Fordham University di New York hanno provato a stabilire un sistema valutativo ripetibile, che possa ridurre la probabilità di incorrere nei limiti diagnostici che abbiamo evidenziato; inoltre, i ricercatori hanno utilizzato un campione formato da una popolazione di stalker non necessariamente proveniente da un contesto psichiatrico. Altro obiettivo dello studio era verificare che, al contrario di quanto affermato dalle ricerche precedenti, i disturbi psicologici non rappresentano la condizione necessaria e sufficiente affinché il comportamento esiti nello stalking. Allo studio hanno partecipato 137 soggetti accusati di stalking e coinvolti in un programma di intervento. I partecipanti sono stati assegnati a quattro categorie diagnostiche sovrapposte (psicotici, ansiosi, uso di sostanze e disturbi di personalità); una quinta categoria corrispondeva a una non diagnosi.
I risultati dello studio hanno dimostrato che il 27,7% non presentava alcun disturbo. Questi dati potrebbero riflettere la tendenza dei clinici a sovrastimare la patologia dietro il comportamento di stalking, proprio come ipotizzato dagli autori. In più, rispetto ai livelli di aggressività e violenza, dai risultati non sono emerse differenze significative tra gli stalker con e senza psicopatologia. La psicopatologia, quindi, non correla con i livelli di aggressività presenti nel comportamento molesto e persecutorio.
I dati emersi disconfermano, inoltre, la forte correlazione che la letteratura riporta tra stalking e psicoticismo: nello studio infatti sono solo 14 i soggetti con questa psicopatologia. Inoltre, mentre le precedenti ricerche hanno enfatizzato la presenza di disturbi di personalità del cluster B, in questo studio sono emersi altri tipi di disturbi di personalità (schizoide, narcisistico e paranoide). Per quanto riguarda i dati sugli stalker con diagnosi di disturbi da uso di sostanze, i risultati sono coerenti con la letteratura esistente, secondo cui l’uso di sostanze aumenta in generale il rischio di incorrere in storie di crimini o di violenza.
In sintesi, la psicopatologia assume un ruolo marginale nella comprensione della vulnerabilità e delle caratteristiche cliniche dello stalking, laddove più di un quarto del campione non mostra segni di rilevanza clinica. Questo dato suggerisce che per la spiegazione del fenomeno esaminato la ricerca dovrà orientarsi sull’esame dei fattori di rischio non clinici, utilizzando protocolli standardizzati e condivisi.

 

Riferimenti bibliografici:

Alicia Nijdam-Jones,Barry Rosenfeld, Jacomina Gerbrandij, Ellen Quick, Michele Galietta (2018) Psychopathology of Stalking Offenders: Examining the Clinical, Demographic, and Stalking Characteristics of a Community-Based Sample