Esplorare la mente depressa

di Sabina Marianelli

Comprendere e curare la depressione con la psicoterapia cognitiva: un manuale a cura di Antonella Rainone e Francesco Mancini

Il gruppo di lavoro della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC), da diversi anni impegnato nella comprensione e nella cura dei disturbi depressivi, ha prodotto il volume di recente pubblicazione “La mente depressa. Comprendere e curare la depressione”, a cura di Antonella Rainone e di Francesco Mancini: un manuale che, avvalendosi delle ricerche evidence based e delle metanalisi degli ultimi venti anni, ha l’intento di presentare un aggiornamento degli approcci cognitivi alla depressione e illustrare il modello cognitivista di comprensione e cura della patologia.

In particolare, il manuale offre la possibilità di esplorare l’aspetto sia teorico sia pratico del problema, fornendo una visione molto ampia, descrittiva e funzionalista della depressione. Il cappello introduttivo sui dati epidemiologici di un disturbo che va sempre verso una maggiore diffusione prosegue presentando il valido contraltare della stessa, la resilienza, e dei percorsi terapeutici atti a incrementarla, per poi aprire un capitolo teorico sulla descrizione dettagliata della terapia cognitivo comportamentale di Aaron Beck, trampolino di lancio per presentare le ipotesi del gruppo di lavoro SPC. Il testo termina con un aggiornamento degli approcci per la cura – in particolare la Schema Therapy, l’ACT e la Compassion Focused Therapy – e per affrontare le ricadute depressive – la Well Being Therapy e la Mindfulness. L’ultimo capitolo, infine, introduce la frontiera interpersonale della terapia, che prende spunto da vari impianti teorici.

Le domande che guidano il lavoro sono due: come è fatta la mente depressa? Come possiamo portarla verso un funzionamento sano?
Si parte così dall’osservazione che una mente depressa si blocca a quella che è la normale reazione depressiva alla perdita di un bene/scopo, non riuscendo ad accedere all’accettazione a causa di alcune caratteristiche individuali o scorciatoie mentali (es. rimuginio, affect as information, problema secondario).

L’ingrediente fondamentale della terapia cognitiva è la costruzione di una “squadra” in cui il terapeuta lavora con il paziente, abbandonando l’ottica interpretativa, a vantaggio di uno studio, e la concettualizzazione del problema, che invece va affrontato insieme al fine di promuovere abilità sepolte dallo scompenso sintomatologico, che saranno i fattori protettivi per la persona. È quest’ultima a descrivere il problema, che il terapeuta inserisce in una cornice che lo rende più comprensibile: noi tutti abbiamo un funzionamento basato su scopi e aspettative, che se non raggiunti o disattesi generano dolore, che può diminuire con l’accettazione. Alcune persone non riescono ad accedere a questo stato a causa di un orientamento pessimistico della mente, di meccanismi di mantenimento che alimentano un circolo vizioso: già solo mostrare la traduzione grafica del problema, attraverso ciò che si definisce psico-educazione, favorisce un processo di normalizzazione e padronanza, oltre che mettere le fondamenta dell’alleanza con il terapeuta.

In quest’ottica, si può così parlare di lutto complesso, della ruminazione depressiva, del continuum teorico clinico tra normale reazione depressiva e disturbo, del legame con il senso di colpa, e infine illustrare vari protocolli e pratiche che intervengono sul problema.

Lo spazio esplorato dal testo a cura di Rainone e Mancini, e quindi il suo respiro, è molto ampio e allo stesso tempo maneggevole, come un buon manuale deve essere, poiché consente una lettura sia complessiva sia per singoli capitoli, ognuno dei quali apre un file che ha una propria autonomia epistemologica e utilità. Altro grande pregio è costituito dalla nutrita raccolta di studi evidence based e di metanalisi, fondamentale caratteristica del gruppo di lavoro SPC, che si pone da sempre in un’ottica tesa a colmare il gap esistente tra ricerca e pratica clinica.

Sono, dunque mangio (troppo)?

di Barbara Basile

 Quasi un terzo della popolazione adulta italiana è in sovrappeso e le cure, efficaci all’inizio, non perdurano nel tempo: come mai?

 In Europa, nel 2016, per una porzione che va tra il 15% e il 30%, la popolazione veniva identificata come obesa, con una percentuale particolarmente elevata in Paesi come la Gran Bretagna, la Repubblica Ceca e l’Ungheria. Nel 2012 in Italia oltre il 31% delle donne in età adulta era in sovrappeso e il 25% presentava una vera e propria obesità. Si parla di sovrappeso quando l’Indice di massa corporea (IMC) dell’individuo, valutato in base al peso in funzione dell’altezza, è tra 25 e 30, mentre si definisce “obeso” chi ha un IMC che supera il valore di 30.

Gli interventi volti a ridurre il sovrappeso e l’obesità includono sia trattamenti chirurgici, come l’inserimento di bypass gastrici, gastrectomie e bendaggio gastrico, sia terapie psicologiche come la cognitivo-comportamentale, affiancata dall’educazione alimentare e dall’incremento dell’attività fisica. Entrambi i tipi di trattamenti, anche combinati, risultano efficaci nel breve termine, ma purtroppo i risultati ottenuti, in termini di diminuzione di peso e modificazioni dello stile alimentare, non perdurano nel tempo. I motivi che spiegano la scarsa stabilità dei risultati iniziali sono poco chiari. Uno dei fattori che sicuramente gioca un ruolo è rappresentato dalla difficoltà dei pazienti a stabilizzare il nuovo regime alimentare, senza ricadere nei soliti circoli viziosi. È ragionevole ipotizzare che nell’individuo obeso o sovrappeso vi siano dei meccanismi di disfunzionali consolidati nel tempo e che questi in qualche modo interferiscano con il consolidamento dei nuovi apprendimenti.

Il modello psicoterapico integrato della Schema Therapy nasce negli USA con Jeffrey Young nel 2003, con lo scopo di curare disturbi emotivi e relazionali radicati nel tempo. Recentemente questo modello è stato usato come base per indagare le caratteristiche di personalità più radicate, definite come “schemi maladattivi precoci”, e le strategie di fronteggiamento alle avversità (definite come “coping mode”) in soggetti in sovrappeso, obesi o in generale in individui con grave dipendenza da cibo. Si è osservato che gli schemi più caratteristici di questi individui includono un profondo senso di isolamento sociale, non appartenenza ed esclusione, anche verso la famiglia, e un’immagine di sé come inadeguati e profondamente sbagliati, accompagnati da un generico senso di fallimento (in ambito scolastico/professionale).

In un recente lavoro di Francesco Mancini e collaboratori, è emerso che, rispetto a persone normopeso, quelle obese presentano schemi di abbandono (associati al timore di poter essere lasciati o alle separazioni in genere), dipendenza e sottomissione agli altri e una pervasiva difficoltà a esercitare l’autocontrollo e a tollerare momenti di frustrazione e stati emotivi negativi. Le strategie di fronteggiamento/coping, solitamente sviluppate negli anni infantili e adolescenziali come risposte adattive all’ambiente, facevano principalmente riferimento all’evitare, presumibilmente tramite il potere auto-consolatore del cibo, i propri vissuti negativi. A confermare questo dato, un’associazione positiva tra la frequenza delle abbuffate, l’intensità dei sintomi bulimici e la tendenza all’evitamento emotivo (definito dalla letteratura come “mode del protettore”), solamente nei soggetti obesi. Un ultimo dato interessante ha rivelato che sembra proprio che siano i comportamenti di evitamento i principali responsabili nel mediare la relazione tra gli schemi disfunzionali (di abbandono, abuso, sia emotivo che fisico, la sottomissione e l’autocontrollo insufficiente) e la frequenza delle abbuffate.

Questo dato è coerente con alcuni studi che hanno indagato l’effetto della strumentalizzazione del cibo (instrumental feeding) usato dai genitori in età infantile. È stato dimostrato come l’utilizzo del cibo come premio o punizione da parte dei genitori verso i bambini sia associato, in età adulta, all’alimentazione emotiva, alla tendenza a spiluccare, alla sovra-alimentazione, alla bulimia e al sovrappeso in genere. Queste evidenze confermano l’utilità di approfondire e intervenire sugli schemi di personalità radicati nel tempo e sulle abitudini alimentari che si sviluppano precocemente sotto forma di strategie di fronteggiamento nei pazienti obesi per incrementare l’efficacia dell’intervento.

Riferimenti

Basile B, Tenore K., Mancini F. “Maladaptive schemas, modes and coping strategies in overweight and obesity”, I Congresso Nazionale di Schema Therapy, Ottobre 2018, Roma

Comprendere e curare la depressione

di Katia Tenore

I trattamenti psicoterapeutici descritti nel volume “La mente depressa. Comprendere e curare la depressione con la psicoterapia cognitiva”, a cura di Antonella Rainone e Francesco Mancini

Al lettore che si affaccia al volume di recente pubblicazione “La mente depressa. Comprendere e curare la depressione con la psicoterapia cognitiva”, a cura di Antonella Rainone e Francesco Mancini, viene presentato un quadro completo del complesso fenomeno della depressione. Questo disturbo, definito dagli autori come “un’emergenza mondiale”, è descritto da differenti punti prospettici che fanno capo ai più accreditati modelli esplicativi, tra cui quelli degli psicoterapeuti statunitensi Aaron Beck e Martin Seligman, capifila rispettivamente del modello cognitivo di comprensione e cura della depressione e della teoria dell’impotenza appresa, transitata poi nella Hopelessness Depression.
Rainone e Mancini analizzano i fattori di mantenimento e la genesi del fenomeno depressivo, rispondendo al fondamentale quesito relativo alle ragioni per cui si passi da un dolore naturale per la perdita alla sofferenza patologica depressiva. In particolare, dopo aver descritto il ruolo della ruminazione depressiva, gli autori propongono un originale modello esplicativo dei paradossi della depressione, nel quale quelle che ci appaiono delle cocciute resistenze al cambiamento della persona depressa, sono illustrate e chiarite in termini di scopi perseguiti e di credenze disfunzionali.
Gli autori sottolineano che i meccanismi responsabili dell’accettazione di eventi avversi, quali perdite e fallimenti, risultano compromessi nella depressione. Tale modello è frutto del lavoro del gruppo clinico e di ricerca della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC) di Roma.
La cura della depressione è approcciata, oltre che con la descrizione degli interventi standard della Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT), anche attraverso gli approcci della terza ondata, con focus su Schema Therapy, Acceptance and Commitment Therapy, Compassion focused Therapy e Mindfulness.
Il lavoro presenta, inoltre, un’importante attenzione ad aspetti troppo spesso tralasciati nella concettualizzazione del funzionamento patologico, quali le risorse e i fattori che contribuiscono alla resilienza personale. Sulla stessa linea, il benessere psicologico e le sue dimensioni vengono approcciate attraverso la descrizione della Well-Being Therapy come strategia terapeutica per ridurre il rischio di ricadute sintomatologiche.
Il testo si chiude con un interessante approfondimento della Terapia Interpersonale e delle sue similitudini con la Terapia Cognitivo Comportamentale.
Oltre a distinguersi per un elevato valore scientifico, il libro si presta in maniera versatile a diversi usi e soddisfa diversi bisogni formativi. Costituisce sicuramente un manuale di riferimento nella sua globalità, ma allo stesso tempo i singoli capitoli possono soddisfare bisogni di approfondimento più circoscritti. Questa sua stessa natura fa sì che il volume sia fruibile da chi approccia per le prime volte il tema del fenomeno della depressione e chi, invece, necessita di un aggiornamento o di estendere la propria conoscenza ad approcci più recenti.

Per approfondimenti

A. Rainone, F. Mancini (a cura di), “La mente depressa. Comprendere e curare la depressione con la psicoterapia cognitiva”, Franco Angeli, 2018

Cyberbullismo. Un fenomeno virale

di Sonia Di Munno

Definizione, diffusione e soggetti a rischio. Tratti psicologici e sociali del cyberbullo

La crescita nella disponibilità dei dispositivi elettronici e l’uso dei social media per comunicare con il gruppo di pari, conosciuti e non, sono diventati ormai una consuetudine di tutti i giorni. Questo fenomeno sociale si è anche sviluppato di pari passo con il cyberbullismo, una manifestazione di bullismo attuato attraverso la rete.
Il professore di genetica comportamentale dell’università di Leicester, Charalambos P. Kyriacou, definisce il cyberbullismo come la “trasmissione per via elettronica di umilianti, angoscianti e minacciosi messaggi e immagini offensive che colpiscono un particolare individuo o un gruppo di individui”. Il fenomeno è molto diffuso, basti pensare che in Italia su 819 studenti intervistati, ben il 16,2% ne è stato vittima. Inoltre, sembra che il coinvolgimento degli studenti nel cyberbullismo raggiunga il suo picco tra i 12 e i 14 anni e che ci sia una polarizzazione verso il genere femminile.
Presa consapevolezza di queste statistiche, è importante approfondire il perché alcuni studenti siano inclini a questo comportamento problematico, mentre altri (fortunatamente ancora la maggioranza) non lo sono.
Una ricerca interessante ha cercato di tracciare la psicologia del cyberbullo, indagando degli aspetti specifici: se il cyberbullo agisca per esibizionismo o in modo solitario e privato; se l’attacco è alimentato da un odio o vendetta personale verso la vittima conosciuta o se è dovuta a una mancanza di empatia verso gli altri o se a un discontrollo nell’utilizzo dei social media.

Nella definizione classica di bullo, sono quattro gli aspetti che i ricercatori hanno individuato:

  • il comportamento del bullo causa angoscia e tristezza nella vittima;
  • il bullo è più potente della vittima;
  • la vittima viene ripetutamente bersagliata dal bullo;
  • il bullo vuole causare intenzionalmente angoscia e paura nella vittima.

Questi aspetti nel contesto del cyberbullismo sono molto più complessi. La ricerca ha dimostrato che il fenomeno in rete differisce dal bullismo tradizionale in modo importante in quanto nel cyberbullismo è meno presente un coinvolgimento empatico del danno che si sta inferendo (mancando il rapporto face-to-face che permette di vedere la conseguenza del proprio comportamento sull’altro) e avendo una minore consapevolezza  morale (riducendosi a un atto afinalistico). Nell’aggressore si sono riscontrati anche più bassi livelli di empatia cognitiva (capire le emozioni e gli stati altrui) e di empatia affettiva (rispondere affettivamente agli stati emotivi delle altre persone). Anche il disimpegno morale è un fattore significativo per tale comportamento: per disimpegno morale si intende il processo di autoregolamentazione per cui l’aggressore si deresponsabilizza di fronte all’aggressione inferta cambiando le credenze e la valutazione dell’atto stesso (per esempio, con giustificazioni, responsabilità condivisa o esterna, minimizzando il danno arrecato, incolpando la vittima, ecc.).
Si sono delineate cinque tipologie psicologiche del cyberbullo: il cyberbullo socievole, il cyberbullo solitario, il cyberbullo narcisistico, il cyberbullo sadico e il cyberbullo moralmente orientato.
Il cyberbullo socievole è colui che ha la finalità di divertirsi e far divertire i suoi amici, la vittima è spesso inconsapevole e non sa delle immagini o messaggi offensivi che lo riguardano.
Il cyberbullo solitario ha pochi amici e passa la maggior parte del tempo su internet e le sue vittime possono essere sia persone conosciute nella realtà sia, molto spesso, persone sconosciute o anche personaggi famosi, che possono trasformarsi in vere e proprie ossessioni.
Il cyberbullo narcisista è attratto dal desiderio di esercitare potere sulla vittima, è prepotente e arrogante, prova orgoglio nel potere che internet gli può procurare ed è attratto dal desiderio di essere visto e ammirato. È il più pericoloso in quanto cerca immagini o video sempre più sensazionali sulla vittima in modo che diventino virali e accrescano la sua sensazione di gloria e potenza.
Il cyberbullo sadico si diverte nell’infliggere disagio e angoscia alla vittima e, anche senza vederla, prova soddisfazione e compiacenza nell’immaginare la sofferenza inferta all’altro.
Il cyberbullo moralmente orientato ha un comportamento finalizzato nel fare giustizia su una azione ricevuta dalla vittima o su un comportamento giudicato deplorevole. È mosso da un desiderio di vendetta, rivincita, giustizia o invidia nei confronti della vittima.
I confini tra queste classificazioni non sono ben delineati e spesso nel cyberbullo coesistono più tipologie.
Una migliore comprensione di questi tipi di cyberbullismo potrà assicurare delle migliori strategie da utilizzate per prevenire il cyberbullismo e capire le caratteristiche psicologiche (sia personali sia sociali) che sostengono tale comportamento.

Per approfondimenti:

Kyriacou, Chris (2016) A Psychological Typology of Cyberbullies in Schools. Psychology of Education Review. ISSN 1463-9807.

Namin Shin, EdD, and Hwasil Ahn (2015) Factors Affecting Adolescents’ Involvement in Cyberbullying: What Divides the 20% from the 80%,Cyberpsychology, behavior, and social networking; Volume 18, Number 7,DOI: 10.1089/cyber.2014.0362

Vassilis Barkoukis, Lambros Lazuras, Despoina Ourda e Haralambos Tsorbatzoudis (2016), Tackling Psychosocial Risk Factors for Adolescent Cyberbullying: Evidence From a School-Based Intervention; Aggressive Behavior Volume 42, Pages 114–122

Effetti di esperienze negative precoci

di Miriam Miraldi

Schemi maladattivi nel Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una condizione clinica caratterizzata da pensieri o impulsi indesiderati, che definiamo “ossessioni”, e dai tentativi di ridurre o neutralizzare l’ansia attraverso compulsioni – mentali o comportamentali – di tipo ritualistico. Le linee guida indicano come interventi elettivi la terapia comportamentale, con l’uso di tecniche di esposizione quali l’ERP (Exposure and response prevention), e la terapia farmacologica (principalmente inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, SSRI). Tuttavia, il 50% dei pazienti non risponde in modo soddisfacente a queste forme di trattamento e inoltre, persone con DOC che presentano in comorbidità disturbi di personalità o gravi difficoltà interpersonali ricevono meno benefici dalla tradizionale terapia cognitivo-comportamentale (CBT); questo sembrerebbe dipendere anche dalle difficoltà che tali pazienti manifestano nell’accedere alle loro stesse emozioni.

La Schema Therapy (ST) ideata dallo psicoterapeuta Jeffrey Young è un approccio di terza generazione, integrato, che armonizza le strategie della CBT con modelli legati alla teoria dell’attaccamento, l’analisi transazionale, la gestalt e la psicoanalisi delle relazioni oggettuali. Young identifica 18 Schemi Maladattivi Precoci, ovvero temi generali e pervasivi relativi al sé e all’altro, costituiti da ricordi, emozioni, sensazioni corporee e pensieri, e che si strutturano a partire dal temperamento di base, dalle esperienze frustranti e da bisogni non soddisfatti dai caregiver nell’età dello sviluppo. A partire dagli schemi maladattivi, si sviluppano anche i mode, definiti come stati emotivi intensi che si verificano quando gli schemi vengono attivati e includono le strategie di coping adottate. Per gestire il disagio derivante dall’attivazione degli schemi, gli individui sviluppano stili di coping specifici che rappresentano “strategie di sopravvivenza” e che includono, ad esempio, la “resa” (sottomissione a relazioni di abuso o trascuratezza), l’evitamento (dissociazione, evitamento comportamentale, uso di sostanze o altre strategie per evitare il contatto con bisogni emotivi) e l’ipercompensazione (es. il tentativo di controllare gli altri o le situazioni, oppure la ricerca di approvazione).

La ST nasce come trattamento per difficoltà relazionali, ma ha mostrato efficacia anche su Disturbi di Asse I. Specifici schemi e mode sono stati proposti per diversi disturbi e Ellen Gross ha presentato una formulazione per il DOC secondo l’approccio ST. A tal proposito, Katia Tenore e colleghi hanno indagato il ruolo degli schemi, dei mode e degli stili di coping in 51 soggetti non clinici che presentavano alti sintomi di DOC e li hanno confrontati con un gruppo di controllo di soggetti senza questa sintomatologia. Nel gruppo che presentava precise peculiarità per le caratteristiche del DOC, sono stati identificati Schemi Maladattivi prevalenti quali “sfiducia/abuso”, “vulnerabilità al pericolo” e “standard severi/ipercriticismo”, che hanno conseguentemente attivato in misura maggiore specifici mode, in particolare “genitore esigente” e “bambino vulnerabile” (che prova emozioni negative come tristezza, solitudine, colpa, vergogna), e stili di coping disfunzionali, come l’evitamento.

Lo schema “sfiducia/abuso” si riferisce al fatto che il soggetto viva con l’aspettativa che gli altri intenzionalmente lo possano ferire, umiliare, manipolare o approfittarne. Le persone con questo schema verosimilmente hanno subito forme di abuso, sono state trattate in modo ingiusto oppure hanno ricevuto sistematicamente severe punizioni da parte dei loro caregivers; infatti, diversi studi riportano che molti pazienti con DOC presentano esperienze traumatiche durante l’infanzia. Il clima familiare descritto dai pazienti ossessivi risulta molto centrato sulla moralità e sul rispetto rigido di norme; inoltre spesso queste persone ricordano le reazioni genitoriali come distanzianti e caratterizzate da espressioni facciali di diniego, come “mettere su il muso”. Il mode “bambino vulnerabile” può sorgere in risposta a un messaggio punitivo o critico dettato dall’aver commesso errori o dal non aver raggiunto determinati standard elevati. In queste persone, anche la paura di essere rimproverati, criticati o umiliati quando si commette un errore può dunque spiegare la presenza dello schema di sfiducia/abuso nel DOC.

Lo schema “standard severi/ipercriticismo” si basa sulla convinzione di dover puntare al massimo e di dover evitare critiche. È caratterizzato da un senso di pressione verso se stessi e si attiva con il mode “genitore esigente”, che spinge verso obiettivi irrealisticamente alti, portando a comportamenti ipercontrollanti e perfezionistici, al fine di evitare errori e prevenire un senso generale di insuccesso; queste modalità possono spiegare i comportamenti compulsivi dei pazienti, come il controllo, i lavaggi e la ruminazione.

L’altro schema che si è mostrato attivo nel gruppo di partecipanti che mostravano sintomi ossessivo-compulsivi è la “vulnerabilità al pericolo”, intesa come suscettibilità sia a fattori interni (es. i propri pensieri) che esterni (es. un timore di contaminazione), in riferimento al timore esagerato connesso alla credenza di una catastrofe imminente.

L’identificazione di specifiche caratteristiche di personalità nel DOC può avere importanti implicazioni cliniche. La presenza dello schema di sfiducia/abuso, ad esempio, potrebbe avere un ruolo ostativo nella costruzione di un’alleanza terapeutica sicura, mentre lo schema degli standard elevati potrebbe portare i pazienti a lottare per obiettivi non realistici o perfezionistici, anche all’interno della terapia stessa. Inoltre, affrontare il tema delle modalità genitoriali esigenti e punitive costituisce un importante lavoro sulla vulnerabilità storica e rappresenta un ulteriore aspetto rilevante nel trattamento del DOC, poiché queste sembrano essere fortemente associate ai comportamenti compulsivi, che rappresentano il modo disfunzionale di far fronte a tali regole genitoriali introiettate. In sintesi, la Schema Therapy sostiene come esperienze negative precoci nella storia di vita di una persona possano divenire sensibilizzanti rispetto a specifici contenuti cognitivi ed emotivi tipici di alcuni disturbi, come ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo. 


Per approfondimenti

Tenore, K., Mancini, F., & Basile, B. (2018). Schemas, modes and coping strategies in obsessive-compulsive like symptoms. Clinical Neuropsychiatry15(6).

Gross, E., Stelzer, N., & Jacob, G. (2012). Treating OCD with the schema mode model. In The Wiley-Blackwell Handbook of Schema Therapy (pp. 173-184). John Wiley & Sons, Ltd., Oxford.

Predire i sottotipi di DOC usando i fattori cognitivi

di Martina Maderloni
a cura di Barbara Basile

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è un disturbo d’ansia caratterizzato da ossessioni, ovvero idee, pensieri, impulsi o immagini persistenti ed intrusive, che spesso comportano preoccupazione, e dalle quali segue la messa in atto di rituali compulsivi mentali o comportamentali.

Non è il contenuto delle idee intrusive a determinare la psicopatologia bensì la drammaticità con cui questo contenuto viene vissuto. Solitamente quando alcune normali intrusioni sono valutate come importanti ed altamente inaccettabili o immorali esse diventano ossessioni.

Attualmente c’è un crescente consenso circa il fatto che i fattori cognitivi e particolari tipologie di credenze disfunzionali siano correlati ai sintomi del DOC tuttavia pochi studi hanno tentato di determinare quali particolari fattori cognitivi possano specificatamente predire i differenti sottotipi del disturbo ossessivo.

Recentemente i ricercatori dell’Obsessive Compulsive Cognitions Working Group (OCCWG) hanno analizzato 3 domini di credenze rilevanti nell’eziologia e nel mantenimento del DOC: responsabilità/ sovrastima della minaccia; importanza/ controllo del pensiero; perfezionismo/ intolleranza dell’incertezza.

  • L’iper-responsabilità è la credenza di essere responsabile di aver causato o impedito un evento negativo ed i suoi esiti a causa dei pensieri intrusivi;
  • La sovrastima della minaccia è la credenza che eventi negativi siano molto probabili;
  • La sovrastima dell’importanza del pensiero consiste nel credere che i propri pensieri negativi ossessivi possano causare un evento negativo oppure che avere brutti pensieri equivalga moralmente ad agire una cattiva azione;
  • Il controllo del pensiero è la credenza che un completo controllo dei pensieri intrusivi sia necessario e possibile;
  • Il perfezionismo consiste nella credenza che sia necessario essere perfetti e non commettere errori;
  • L’intolleranza dell’incertezza è la credenza di dover essere certi al 100% che eventi negativi non si verifichino.

Ramezani e colleghi (2016) hanno indagato se i fattori cognitivi proposti dall’OCCWG possano specificatamente predire i sottotipi di DOC trovando che la responsabilità/ sovrastima della minaccia è un predittore significativo della maggior parte dei sottotipi del disturbo inclusi i sottotipi “controllo” (checking), “lavaggio” (washing) e “accumulo”. Invece, il sottotipo “ordine e simmetria” è predetto dalle credenze di perfezionismo/intolleranza dell’incertezza e dall’importanza/controllo del pensiero. Il sottotipo “accumulo”, nello specifico, è predetto oltre che dalla responsabilità/sovrastima della minaccia anche dalle credenze di perfezionismo/intolleranza dell’incertezza. A differenza degli altri due domini di credenze, quindi, le credenze di responsabilità/sovrastima della minaccia predicono la maggior parte dei sottotipi di DOC. Anche se emergono correlazioni significative fra le credenze di perfezionismo/ intolleranza dell’incertezza e quelle di importanza/ controllo del pensiero con tutti i sottotipi di DOC questi domini cognitivi, invece, non fungono da predittori distintivi e specifici del disturbo ossessivo. Gli autori suggeriscono che queste ultime due classi di fattori cognitivi siano cruciali anche per altri tipi di disturbi: le credenze di perfezionismo, ad esempio, possono giocare un ruolo chiave nei disturbi dell’alimentazione mentre le credenze di intolleranza dell’incertezza possono essere cruciali nel disturbo d’ansia generalizzata.

 

 

Problemi psicologici: uomini e donne soffrono degli stessi disturbi?

di Alessio Congiu
a cura di Barbara Basile

Gli studi epidemiologici compiuti a partire dagli anni ’80 hanno oramai mostrato una netta discrepanza nella prevalenza delle complicanze psicologiche tra i due sessi. Seppure equiparabili (in linea teorica) nei diritti ad essi riconosciuti, uomini e donne variano in funzione della prevalenza di specifiche condizioni psicopatologiche. Ad esempio, un dato oramai appurato nella letteratura scientifica è la maggiore prevalenza nella popolazione femminile di disturbi “internalizzanti” (es., disturbi d’ansia, disturbi depressivi), ossia quei disturbi in cui l’espressione del disagio è rivolta prevalentemente all’interno di sé.

Diversamente, sembra che nella popolazione maschile sia più prevalente la presenza di disturbi “esternalizzanti” (es., dipendenze patologiche, disturbi antisociali), ossia di disturbi in cui la manifestazione della sofferenza viene espressa prevalentemente all’esterno di sé.

Riassumendo, sembra che nella popolazione femminile sia più presente una tendenza ad inibire la manifestazione esterna del proprio disagio, o ad esprimerla in modo indiretto; al contrario, nella popolazione maschile sembrerebbe più presente una tendenza ad agire la propria sofferenza, ora attraverso la ricerca di sostanze sedativo-ipnotiche (es., alcol) o analgesiche (es., eroina), ora attraverso comportamenti aggressivi e antisociali (es., risse, anti vandalici)

Malgrado la presenza di dati ormai confermati nel panorama scientifico, i diversi studi che finora sono stati compiuti non ci permettono di comprendere il motivo alla base di questa differente distribuzione nelle problematiche psicologiche.

Molte sono le spiegazioni che i ricercatori hanno provato ad offrire a proposito di tale fenomeno, ma nessuna di queste sembra poter godere tutt’oggi di un consistente supporto scientifico.

Tali limiti esplicativi sono stati imputati alle scarse conoscenze in nostro possesso in merito all’eziogenesi dei diversi disturbi. Non possiamo quindi escludere l’ipotesi che le differenti prevalenze riscontrate nella popolazione maschile e femminile non rispecchino la realtà dei fatti, ma dipendano piuttosto dal modo con cui sarebbero state condotte le ricerche che ne hanno riscontrato la presenza. Ad esempio, non è da escludere che gli studi condotti non abbiamo prestato la giusta attenzione alla differente manifestazione dei sintomi tra i due sessi, come pure al differente modo con cui femmine e maschi ricercherebbero un supporto esterno per alleviare il proprio stato di disagio.

Sebbene limitatamente ad alcuni disturbi (es., disturbo depressivo maggiore), le teorie biologiche hanno provato a fornire una chiave esplicativa di tale fenomeno ricercando alterazioni nella struttura e nella funzionalità neurochimica cerebrale tra i due sessi, come pure nelle differenze nelle funzioni riproduttive di base e nei ritmi circadiani, mostrando ciononostante numerosi limiti di validità. Come poter spiegare, ad esempio, l’importanza dei fattori  psicosociali nell’influenzare le differenze nella prevalenza dei disturbi tra i due sessi se la causalità viene ricondotta ad un unico fattore biologico supposto universale?

I limiti nelle teorie biologiche hanno di certo alimentato il proliferare di ipotesi esplicative di stampo psicosociale, che hanno provato a spiegare la differente prevalenza psicopatologica riconducendola alla differenza nello status socio-economico tra i due sessi, alla maggiore probabilità delle donne di andare incontro ad eventi di vita stressanti, al minore supporto ad esse fornito dalla struttura sociale nel suo complesso, come pure alla maggiore probabilità di andare incontro ad eventi traumatici nell’infanzia e nell’adolescenza. Come per le teorie biologiche, anche quelle psicosociali, tuttavia, non sono riuscite ad disambiguare un fenomeno che rimane tutt’oggi avvolto nel mistero.

Un interessante studio ha mostrato come alcuni fattori sociodemografici siano associati a queste differenze. Nello specifico, sembra che per la popolazione femminile l’isolamento e il ritiro sociale si presentino spesso associati ad una psicopatologia; diversamente, nella popolazione maschile la patologia mentale si associa più frequentemente alla giovane età, al non avere figli (o ad essere unico tutore di un figlio a proprio carico) e al provenire da una bassa estrazione sociale. Colpisce inoltre come il basso status sociale e il trovarsi in una condizione di assenza di partner (es., essere single, separati, divorziati, etc.) si associno più frequentemente a condizioni di psicopatologia tanto per i maschi quanto per le femmine.

Come interpretare quindi la disparità di genere nella prevalenza di specifici disturbi? Come evitare di farsi condizionare da tesi poco fondate scientificamente? In cosa credere? I dati presenti nella letteratura scientifica ci esortano alla calma e a non ricercare frettolosamente una spiegazione che risulterebbe allo stato attuale poco difendibile con i dati in nostro possesso. In linea con quanto è stato detto, chi scrive non aggiungerà dunque ulteriori commenti, preferendo piuttosto invitare gli stessi lettori a mantenere un atteggiamento critico e flessibile.

<< Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere >>

(Ludwig Wittgenstein)

Curare la fobia dei ragni

di Giulia Mangani
a cura di Brunetto De Sanctis

Il trattamento dell’aracnofobia: terapia dell’esposizione o controcondizionamento?

Il trattamento classico di esposizione per l’aracnofobia può essere migliorato? Partendo da questa domanda, uno studio ha utilizzato la tecnica del “controcondizionamento” per valutare se potesse incrementarne l’efficacia. In particolare, la ricerca, ha tenuto conto degli effetti del disgusto, della paura e della valenza negativa esperiti dai soggetti fobici nei confronti dei ragni.
Riguardo il disgusto e la paura di contaminazione, numerose ricerche hanno fornito sopporto alla tesi secondo cui tale avversione è alla base dell’aracnofobia, come dimostrato dalle prove ottenute dalla ricercatrice olandese Sandra Mulkens, secondo cui basta il contatto di un ragno con un prodotto alimentare per rendere tale cibo disgustoso. La fobia del ragno sembra quindi essere concettualizzata come “paura del contatto fisico con uno stimolo rivoltante”. 
Sebbene numerosi studi abbiano dimostrato l’efficacia del trattamento classico di esposizione, con una singola sessione in vivo di due ore e mezza, nel ridurre la paura dei ragni e il comportamento di evitamento, secondo Frank Baeyens e colleghi “la terapia di esposizione spesso non riesce a modificare la valenza intrinseca negativa dell’oggetto fobico”.
A partire da queste premesse, è stato ipotizzato che l’esperienza di controcondizionamento, potrebbe fornire l’unico modo sia per portare verso una maggior neutralità la valutazione negativa dei ragni sia per ridurre le proprietà disgustose di questi. Ciò, a sua volta, potrebbe limitare ulteriormente i comportamenti di evitamento delle persone, così come le loro risposte di paura, aiutando nel contempo a prevenire il ritorno di disturbi fobici.
I partecipanti selezionati (donne con una aracnofobia clinicamente diagnosticata) sono stati assegnati in modo casuale o alla normale condizione di esposizione di una sessione o alla condizione di controcondizionamento. Per quest’ultimo gruppo di soggetti, durante le esposizioni, sono stati usati i loro cibi preferiti ed è stata trasmessa la loro musica favorita.
In linea con la precedente ricerca, entrambe le condizioni di trattamento sono risultate molto efficaci nel ridurre il comportamento di evitamento e la paura dei ragni mentre, in contrasto con la previsione di Frank Baeyens, l’esposizione classica in vivo è apparsa abbastanza efficace nel modificare la valenza negativa dei ragni. Riguardo le proprietà contaminanti e disgustose, queste sono state fortemente ridotte dopo il trattamento, come indicizzato dallo spettrometro DQ (un questionario sul disgusto utilizzato per lo screening iniziale dei partecipanti) mentre gli esiti del “test dei cookie” (un test comportamentale che valuta quanto i soggetti siano ancora interessati a mangiare un biscotto dopo che quest’ultimo è venuto a contatto con un ragno), hanno rivelato risultati simili a quelli di Sandra Mulkens e colleghi.
La tecnica di controcondizionamento, dunque, non è risultata essere più efficace né nel modificare la valenza dei ragni a livello dell’esposizione né rispetto al trattamento a lungo termine a un anno di follow-up. Apparentemente quindi, la terapia classica risulta essere abbastanza efficiente nel correggere la componente valutativa a livello di aracnofobia, mentre rimane da valutare se sia possibile migliorarne ulteriormente il risultato attraverso procedure specificamente progettate per la riduzione della valutazione negativa dei ragni.

La gentilezza salverà il mondo

di Elena Bilotta

Una pratica di Mindfulness per coltivare la benevolenza verso sé e verso gli altri

 Luigi è un infermiere del reparto di oncologia di un grande ospedale: tutti i giorni ha a che fare con la sofferenza e la morte, e questo spesso mette a dura prova il suo stato psicofisico. A volte pensa che l’unico modo per poter sopravvivere in un ambiente del genere sia distaccarsi cinicamente da tutto.
Roberta è una psicoterapeuta ed è preoccupata per una persona che ha in cura: teme che il trattamento sia inefficace e si sente impotente di fronte alla sofferenza della paziente. Nonostante riconosca il suo grande impegno, giudica sé stessa e non si sente all’altezza della situazione.
Giorgia ha avuto un forte litigio con sua sorella. Sono state dette frasi molto pesanti che hanno ferito entrambe. Prova rabbia e avversione e, nonostante ne soffra, crede che il loro rapporto sia finito.
Tre situazioni di stress ed emozioni negative, con una difficoltà a regolarle e ad aiutarsi.
La cura di sé, l’auto-compassione, la gentilezza amorevole rivolta a sé stessi sono sinonimi di una modalità di rispondere ai fallimenti e alle difficoltà personali e interpersonali attraverso un atteggiamento gentile, amorevole e non giudicante o ipercritico verso sé e verso gli altri, riconoscendo e accettando il fatto che tutti gli esseri umani – noi inclusi – commettono errori. La ricerca testimonia come mantenere questo tipo di atteggiamento promuova la resilienza, ovvero l’abilità di recuperare da situazioni ed eventi negativi e stressanti, e si dimostri particolarmente efficace nelle professioni di cura (Leggi l’articolo Avere cura di chi si prende cura).

Se riconosci di avere un atteggiamento ipercritico verso te o gli altri, di essere immerso in sentimenti di avversione o invalidazione, puoi provare a fare un’azione opposta e in certo senso rivoluzionaria, praticando la gentilezza amorevole. Siedi comodamente e inizia a osservare il respiro per almeno dieci minuti. Non importa quante volte sarai distratto da pensieri, sensazioni somatiche o rumori esterni: ricomincia sempre dal respiro, senza giudicarti male per esserti distratto.
Comincia la pratica di gentilezza amorevole da te stesso, rivolgendoti una serie di auguri diretti al tuo benessere personale: “Che io possa guardare me stesso con gli occhi della comprensione e dell’amore”; “Che io possa essere al sicuro da pericoli interiori ed esterni”; “Che io possa vivere in buona salute, nel corpo e nella mente”;”Che io possa essere in pace, felice e a mio agio”.
Puoi adattare le frasi come meglio preferisci. Ripetile più e più volte. Anche se riscontrerai difficoltà o le troverai meccaniche o addirittura ridicole, ciò è del tutto normale: non si è abituati a rivolgersi frasi simili nella propria vita quotidiana. A volte potrà capitare che le frasi, anziché alimentare gentilezza e benevolenza verso di te, facciano emergere altre emozioni, anche negative. Osserva e pratica con ciò che emerge, senza giudizio.
Ora prova a estendere la meditazione di gentilezza amorevole agli altri. Scegli una persona a te cara, che nella tua vita ti ha dato amore e si è preso cura di te, e rivolgi a questa persona le stesse frasi, mantenendo la sua immagine in mente: “Che tu possa guardare te stesso con gli occhi della comprensione e dell’amore”; “Che tu possa essere al sicuro da pericoli interiori ed esterni”; “Che tu possa vivere in buona salute, nel corpo e nella mente”; “Che tu possa essere in pace, felice e a tuo agio”.
Continua a piantare i semi della benevolenza, ripetendo le frasi con gentilezza, qualunque sia la sensazione o emozione che stai provando, senza giudizio.
Ora includi una persona per la quale non provi un particolare sentimento – né positivo né negativo -, ma che incontri occasionalmente nella tua vita (ad esempio, il cassiere del supermercato dove fai la spesa, il portiere del tuo stabile, ecc.). Rivolgi a questa persona quasi estranea gli stessi auguri di gentilezza, salute e felicità.
Infine, includi nella tua meditazione una persona con la quale hai dei rapporti difficili e verso la quale provi emozioni negative. Augura anche a questa persona di ricevere gentilezza amorevole, pace, salute e felicità. In principio potrai sperimentare grande avversione, rabbia, senso di ingiustizia. Osserva tutte le emozioni che emergono da questa pratica rivoluzionaria dell’augurare pace, gioia e salute a chi consideriamo un nemico; continua, senza giudicare ciò che stai facendo. Gradualmente e lentamente ti calmerà la mente e ti aprirà il cuore.

Per approfondimenti:
Il cuore saggio di Jack Cornfield
Pratiche di consapevolezza di Tich Nath Hahn