Il cervello si adatta alla disonestà

di Rossana Otera
a cura di Maurizio Brasini

È esperienza comune che le persone confessino di essersi confrontate in passato con decisioni per cui avevano scelto di essere disoneste, seppur per azioni di poco conto, come viaggiare sull’autobus senza biglietto o dire piccole bugie nelle relazioni interpersonali. Il rischio è che gradualmente si allentino le remore che ci trattengono dall’agire fuori dalle regole socialmente condivise e così, quelle che in un primo momento possono sembrare piccole deviazioni dalla norma, finiscono per essere accettate anche quando portano a conseguenze più gravi, in una sorta di assuefazione alla corruzione morale. Questo comportamento è stato spiegato scientificamente, grazie a una ricerca condotta da un gruppo di studiosi di Londra, che hanno analizzato le basi neuroanatomiche dell’agire disonesto e forniscono specifiche indicazioni per anticiparlo.
Abitualmente, quando agiamo in maniera disonesta per trarne un vantaggio personale, percepiamo una situazione di disagio, causata da specifici segnali fisiologici e chimici, che accompagnano l’arousal neurovegetativo, provenienti dall’amigdala, il centro emotivo del sistema nervoso.
Un’evidenza emersa dalla ricerca dimostra come però, al ripetersi di azioni disoneste, l’amigdala gradualmente blocchi i recettori chimici che causano il disagio, per cui è come se si adattasse ai comportamenti che normalmente indurrebbero una reazione di avversione.
Nel disegno sperimentale sono state create, in maniera artificiosa, le condizioni per cui i partecipanti potessero compiere azioni disoneste, senza doverlo dichiarare esplicitamente. La prova richiedeva ai soggetti di fornire una stima a un secondo partecipante, complice degli sperimentatori, di quante monetine fossero contenute in un vaso e, in base alla correttezza della risposta, avrebbero ricevuto un compenso. I soggetti sperimentali venivano posti in condizione di poter indurre in errore l’altro partecipante; in un caso, l’inganno sarebbe andato a loro vantaggio, in un altro avrebbe favorito il complice.
Aumentando le trasgressioni perpetrate dai soggetti, si è riscontrata con la risonanza magnetica funzionale, una riduzione della saturazione di ossigeno nel sangue a livello dell’amigdala, segno di un adattamento alla condotta sleale; sulla base del livello di disonestà agita, i ricercatori erano in grado di prevedere l’entità della trasgressione nelle prove successive.
Un’altra evidenza significativa è che la disonestà andava incontro a un’escalation solo quando era “self-serving”, a proprio beneficio, rispetto a quando ne avrebbe tratto vantaggio l’altra parte, o rispetto alla condizione in cui ne sarebbe derivato un danno personale.
Quindi non è sufficiente che si ripeta un atto disonesto perché questo di per sé aumenti nel tempo, bensì è necessario che l’azione disonesta causi un vantaggio personale e non a terzi.
È da precisare che, nei contesti reali, altre variabili giocano un ruolo rilevante nel ricorso alle azioni disoneste, come la presenza di feedback esterni, di premi/punizioni e dell’opportunità di agire disonestamente, ma occorre considerare soprattutto la motivazione sottesa all’atto disonesto, ovvero gli scopi dell’agente e l’utilità percepita dell’illecito.
L’escalation documentata in questa ricerca potrebbe preoccupare, in quanto prospetta la possibilità che, a partire da piccole menzogne, si possa arrivare con relativa facilità ad assumere comportamenti esponenzialmente rischiosi se non, addirittura, criminosi.
Questo studio, dunque, solleva riflessioni sulle responsabilità delle diverse istituzioni educative e politiche perché concepiscano sistemi deterrenti, che impediscano e anticipino il graduale coinvolgimento in azioni disoneste da parte degli agenti sociali.

Vita di coppia: litigare con lealtà

di Sonia Di Munno

I valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono connessione, prendersi cura e collaborazione. La terapia di coppia con tecniche ACT

“Ci sono due tipi di coppie: quelle che non litigano mai e quelle che non conosci davvero bene”.  Così scrive argutamente Russ Harris, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e principale esponente della Acceptance and Commitment Therapy (ACT), sulle relazioni di coppia.
L’ACT è un approccio di terza generazione della psicoterapia cognitivo comportamentale che pone l’accento su due fattori cardine per il benessere psicologico: l’accettazione e l’impegno che conducono alla flessibilità psicologica. La ricerca scientifica sta dimostrando che più alto è il nostro livello di flessibilità psicologica, migliore sarà la nostra qualità di vita. La flessibilità psicologica è definita come “l’abilità di adattarsi a una situazione con apertura e consapevolezza, di focalizzarsi e di intraprendere un’azione efficace guidata dai propri valori”. Essa è composta da due aspetti: essere psicologicamente presenti (mindfulness) e intraprendere azioni efficaci (motivate, orientate, consapevoli, flessibili e adattabili).
Ricerche di John Gottman e Nan Silver su un cospicuo campione di coppie hanno trovato che ciò che rende una relazione salutare non è la quantità di litigi, ma il modo in cui si litiga; per cui quando il litigio è amichevole con un po’ calore e tenerezza, le ferite saranno lievi e guariranno velocemente.
I loro dati mostrano anche che uno dei fattori chiave per una relazione sana è la presenza dei “tentativi di riparazione”, cioè ogni gesto, parola e azione destinati a riparare la relazione. La ricerca di Gottman afferma che persino quando le coppie litigano molto, ma lo fanno lealmente e sono presenti tentativi di riparazione, la loro relazione può essere molto sana e gratificante. Affinché questi tentativi vadano a buon fine, entrambi devono capirne il valore del “dare” e del “ricevere”. Anche chi “riceve” deve essere in grado di apprezzare e non respingere i tentativi del partner. Il conflitto è inevitabile, ma lottare lealmente, riparare, praticare la compassione, chiedere con gentilezza, lo renderanno meno distruttivo.
Verrebbe da pensare: ma come si fa a litigare senza disprezzo e critica ma lealmente e in modo compassionevole? Su questo la terapia ACT, impostando lo stile di vita personale e di coppia su valori personali e obiettivi, attraverso tecniche che ci allontanano dall’essere troppo incentrati sui nostri pensieri (come la defusione e l’espansione) e guardando il momento presente (mindfulness), porta il suo cospicuo contributo. Molto importante è anche sfatare i falsi miti sull’amore proposti dai film e dalle favole, che non fanno altro che allontanarci dalla realtà dei fatti. Ci sono cinque modalità fondamentali che allontanano i partner: la disconnessione, la reattività impulsiva, l’evitamento, rimanere dentro la propria mente e trascurare i propri valori. Di contro, a queste comuni modalità che ci allontanano non solo dal nostro partner, ma anche da quello che idealmente vorremmo essere noi come partner, possiamo applicare altri sistemi più funzionali e soddisfacenti come: mollare la presa, aprirsi, dare valore e impegnarsi attivamente. Fondamentali nella terapia ACT sono i valori personali, dove per valori si intende i desideri più profondi rispetto a ciò che si vuole fare e al significato che si vuole attribuire al tempo passato su questa terra. Vivere una vita seguendo i propri valori ci fa sentire liberi, leggeri e aperti alla vita; questi sono anche comportamenti desiderati che riguardano un processo continuo nell’arco della propria vita, non sono una meta ma una direzione. Nelle relazioni, i valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono essenzialmente tre: connessione, prendersi cura e collaborazione. Oltre a questi, ce ne sono tanti altri, ma avere una carenza in queste tre aree porta a lungo andare a un impoverimento della relazione e una sua rottura. Questi tre valori sono alla base dell’amore, del calore e dell’intimità e conducono a una maggiore connessione con il partner e ad un dialogo aperto, curioso e tollerante.
Tutto ciò non è così facile, bisogna imparare a tollerare delusioni, ansia, preoccupazioni, tristezza; emozioni che comunque fanno parte dell’esperienza umana. Fare spazio anche alle emozioni negative e non avere pregiudizi su di esse ci permette di vivere la vita nelle sue sfaccettature e non essere spaventati o arrabbiati quando le proviamo.
La terapia ACT, che si basa principalmente su un intervento esperienziale, propone tanti esercizi, tante situazioni in cui mettersi in gioco e tante riflessioni da applicare in maniera pratica. È un viaggio dentro di sé e verso l’altro. La disponibilità a imparare, crescere, adattarsi, abbracciare la realtà (anche quando è spiacevole), mettersi in discussione, affrontare le differenze, ecc., farà in modo che la flessibilità psicologica aumenti e che si possa vivere appieno la propria vita in tutte le sue umane sfaccettature.

Per approfondimenti

“Se la coppia è in crisi.Impara a superare frustrazioni e risentimenti per ricostruire una relazione consapevole”, 2011; Russ Harris, FrancoAngeli

Gottman J., Silver N. (1999), Intelligenza emotiva per la coppia, Milano, Rizzoli

E se domani: i rimpianti del sé

di Niccolò Varrucciu

I rimpianti più duraturi derivano da discrepanze tra il sé reale e quello ideale e fra il sé reale e quello dovuto

Una recente ricerca sulle caratteristiche strutturali dei rimpianti delle persone ha evidenziato che quelli più duraturi riguardano l’aver agito o omesso di agire.
Rispetto alla loro connessione al concetto di sé, studi recenti hanno dimostrato come i rimpianti più duraturi della gente derivino più spesso da discrepanze tra il loro sé reale e quello ideale e fra il sé reale e quello dovuto.
Questa asimmetria sarebbe spiegata, almeno in parte, dalle differenze nel modo in cui le persone affrontano il rimpianto. Generalmente le persone sono più veloci ad affrontare i fallimenti inerenti ai propri doveri e alle proprie responsabilità (i propri rimpianti), piuttosto che quelli nel perseguire i loro obiettivi e le loro aspirazioni (rimpianti legati al sé ideale). Di conseguenza, i rimpianti relativi al sé ideale hanno più probabilità di rimanere irrisolti, lasciando le persone più propense a rimpiangere di non essere tutto ciò che avrebbero potuto essere.
Tutti hanno rimpianti: nel senso comune immaginiamo che i rimpianti principali ruotino attorno agli errori che pensiamo di aver fatto, come pentirsi di aver annullato il proprio matrimonio, di aver spostato la persona sbagliata. Forse vorremmo lasciare il lavoro e trasferirci in un altro “mondo”, per vivere una vita diversa, ma l’idea che possano essere scelte sbagliate ci impedisce di agire.
Un recentissimo studio pubblicato sulla rivista Emotion e intitolato “The Ideal Road Not Taken” indica che le persone non si pentono tanto di quelle scelte che hanno compiuto: sono piuttosto quelle che non hanno compiuto che possono rimanere irrisolte.
In questo studio, sono stati identificati tre elementi che costituirebbero il senso di sé di una persona: il sé reale, cioè le qualità che si crede di possedere, il sé ideale, cioè le qualità che si desidera avere e il sé “dovuto”, ossia la persona che, in base alle credenze e alle responsabilità personali, si pensa sia “opportuno” essere.
I risultati dell’indagine hanno mostrato un dato estremamente interessante: il 76% dei partecipanti alla ricerca, ai quali è stata sottoposta la differenza fra i tre sé, ha affermato di non essere soddisfatto del proprio sé ideale.
Ciò indica che le persone potrebbero avere un’idea inesatta di cosa rimpiangeranno e cercheranno di evitarlo in un modo scarsamente funzionale.
Molte persone pensano, infatti, di poter avere una vita soddisfacente (e alcuni sicuramente ce l’hanno) se ligi alle loro regole: quindi si impegnano nel fare le cose che la società si aspetta da loro, come sposarsi o fare un figlio al momento opportuno o guadagnare abbastanza per pagare tutti i conti.
Questo studio dimostrerebbe come, sebbene possano essere valori importanti per alcune persone, queste azioni siano legate al sé “dovuto” e che, in caso di fallimento, sembrerebbero portare a rimpianti limitati o comunque risolvibili in tempi relativamente brevi.
Quello che davvero farebbe soffrire le persone in modo prolungato sono i fallimenti rispetto ai sogni e alle aspirazioni (rimpianti legati al sé ideale): le persone sono più propense a lasciarli semplicemente andare alla deriva e questo è ciò che realmente induce sofferenza nel corso nella vita.
Lo studio prosegue evidenziando come le persone dovrebbero cercare di diventare ciò che veramente vorrebbero, seguendo il loro sé ideale.
I risultati, infine, indicano che non è sufficiente incoraggiare le persone a “fare la cosa giusta”: dobbiamo rimarcare l’importanza delle speranze e dei sogni, oltre alla pericolosità del lasciarli fuori dalla porta, come se fossero elementi di scarso valore.
Per concludere, nel breve periodo le persone si pentono più che altro delle loro azioni ma a lungo termine, i rimpianti del non aver agito restano più a lungo
Pertanto, secondo gli autori, dovremmo smettere di mettere da parte ciò che abbiamo dentro e iniziare ad agire: impariamo quella lingua che abbiamo sempre voluto studiare, prendiamo lo zaino in cantina e partiamo, scriviamo quel libro che abbiamo in testa da anni. Ciò che conta è il momento presente, a domani ci penseremo.

Per approfondimenti:

Davidai, Shai,Gilovich, Thomas (2018).The ideal road not taken: The self-discrepancies involved in people’s most enduring regrets. Emotion, Vol 18(3), 439-452.

Scopi e funzioni della ruminazione

di Roberta Trincas, Chiara Schepisi, Estelle Leombruni, Valentina Emilia Di Mauro, Francesco Mancini

Abstract dell’articolo “Goals and functions of rumination: a review”, pubblicato su Clinical Neuropsychiatry

La ruminazione è un processo di pensiero ripetitivo e abituale che riguarda generalmente un tema specifico, ed è implicato nello sviluppo e nel mantenimento di diverse psicopatologie. Considerando che ha un ruolo critico nella psicopatologia, lo studio delle funzioni e degli scopi della ruminazione ha suscitato notevole interesse negli ultimi anni di ricerca nel campo. Le motivazioni che hanno spinto l’interesse verso la conoscenza degli scopi della ruminazione deriva da prove empiriche che dimostrano che il pensiero ripetitivo può essere adattivo e che la ruminazione si osserva comunemente anche in popolazioni non cliniche.

In linea con questa prospettiva, lo scopo di questa revisione è costruire un modello esaustivo della ruminazione coerente con l’idea che tale processo sia guidato da scopi. A tal fine, sono stati analizzati criticamente i modelli teorici più rilevanti e gli studi sulla ruminazione al fine di identificare potenziali indicatori del ruolo della ruminazione all’interno del sistema di scopi individuale.

Sulla base delle evidenze attuali, la ruminazione sembra avere la funzione di riflettere su eventi o situazioni che possono ostacolare il raggiungimento di scopi (o scopi di evitamento) al fine di favorire il perseguimento di scopi rilevanti. In particolare, la ruminazione si associa a obiettivi di livello intermedio nella gerarchia. In altre parole, focalizzandosi ripetutamente su un evento, su sensazioni fisiche o emozioni legate a un obiettivo non raggiunto, l’individuo cercherebbe di superare eventuali ostacoli per raggiungere lo scopo terminale desiderato.

L’analisi presentata nell’articolo  (http://www.clinicalneuropsychiatry.org/pdf/6CN18-6trincasetal..pdf) pubblicato sul numero di dicembre della rivista Clinical Neuropsychiatry (http://www.clinicalneuropsychiatry.org/#) ripercorre le principali teorie sull’argomento (Nolen-Hoeksema, Borkovech, Wells, Davey, Watkins), estrapolando le principali funzioni della ruminazione e delineando un modello scopistico all’interno del quale tale processo avrebbe un ruolo adattivo.

Per approfondimenti:

Clinical Neuropsychiatry – n. 6 December – 2018
http://www.clinicalneuropsychiatry.org/#

Articolo “Goals and functions of rumination: a review”
http://www.clinicalneuropsychiatry.org/pdf/6CN18-6trincasetal..pdf

Bambini silenziosi

di Monica Mercuriu

Aspetti controversi del mutismo selettivo

Il mutismo selettivo è un disturbo legato all’ansia, caratterizzato dall’incapacità del bambino di parlare in determinate situazioni, le cui cause non sono ritardo mentale, deficit neurologico, linguistico o uditivo.

Questo tipo di disturbo è caratterizzato dall’uso appropriato della lingua parlata in alcune situazioni, con una totale e persistente assenza dell’uso del linguaggio altrove; molto spesso il bambino parla liberamente a casa mentre è muto a scuola e in altri contesti sociali.

Nel 1934, lo psichiatra infantile svizzero Moritz Tramer descrisse il caso di un bambino di otto anni che si rifiutava di parlare in determinate situazioni e introdusse l’espressione “mutismo elettivo”, che intendeva sottolineare la mancanza di contatto verbale, come una scelta consapevole delle persone affette da questo disturbo.
Negli anni ’90 si sono sviluppate in letteratura molte teorie al riguardo, alcune delle quali sottolineavano un atteggiamento di insubordinazione e di testardaggine delle persone con mutismo elettivo, o mettevano in evidenza la presenza  di un comportamento manipolatorio e di controllo da parte di genitori con stile di parenting iperprotettivo.

Nelle ultime edizioni del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV, DSM-IV-TR e DSM-5), l’espressione “mutismo elettivo” è stata sostituita da
“mutismo selettivo” per evidenziare come il fenomeno del mutismo, che consiste
nella selettività del parlato che si applica solo ad alcuni (selezionati) e non a tutti gli ambienti sociali, non può essere combinata con la manipolazione consapevole dell’ambiente agita. Inoltre, è stato rimosso dalla sezione dedicata ai “Disordini dell’infanzia e dell’adolescenza” e inserito in quella relativa ai “Disturbi d’ansia”. Ciò ha comportato due importanti cambiamenti in termini d’interpretazione dei sintomi del mutismo selettivo: da una parte evidenziando l’eziologia ansiosa del disturbo e dall’altra aprendo la possibilità alla diagnosi di mutismo selettivo anche negli adulti, come speciale categoria dei disturbi d’ansia.

Il mutismo selettivo è un disturbo poco diffuso, con una prevalenza che varia tra lo 0.03 e l’1%, e sembra avere una frequenza maggiore nelle femmine rispetto ai maschi con rapporto di 2 a 1. L’età dell’esordio varia dai 2 ai 6 anni, dopo una produzione del linguaggio nella norma, e viene solitamente diagnosticato dopo l’inserimento dei bambini nella scuola elementare, anche se è molto probabile che si sia già manifestato negli anni della scuola materna.

Gli studi di follow-up sono limitati ma indicano che una parte consistente di questi bambini ha problemi di comunicazione persistenti, sintomi nello spettro dell’ansia e bassa auto-efficacia.

I dati epidemiologici indicano, inoltre, che nei bambini con sintomi di mutismo selettivo si riscontrano frequentemente criteri per altri disturbi mentali, come depressione, disturbo di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo dissociativo o disturbi dello spettro autistico.

Nel 2000, Hanne Kristensen sottolineava come disturbi d’ansia non costituiscono la comorbidità dominante osservata in pazienti con mutismo selettivo. Secondo la psicoterapeuta danese, evitare il contatto verbale poteva essere un meccanismo per “mascherare” le difficoltà dovute anche alla presenza di vari deficit evolutivi o neurocognitivi: la studiosa affermava che gli effetti non adeguati della terapia possono derivare dal fatto che le terapie più comunemente utilizzate (farmacologica e comportamentale) per questo disturbo agiscono prevalentemente sulla componente ansiosa del disturbo e non intervengono sulle componenti associate a deficit di elaborazione uditiva, deficit neurocognitivi o deficit cognitivo-sociali, che possono presentarsi in un numero considerevole di bambini. Anche secondo gli studiosi israeliani Yael Henkin e Yair Bar-Haim, i deficit di elaborazione uditiva dovrebbero essere presi in considerazione nella diagnosi e nel trattamento del mutismo selettivo.

Allo stato attuale della ricerca sulla patogenesi e la psicopatologia di questo disturbo, il concetto di mutismo selettivo come tipologia di fobia sociale all’interno dello spettro del disturbo d’ansia è molto convincente (nel DSM-5, il mutismo selettivo viene interpretato come una forma estrema di fobia sociale).
All’interno di questa categoria, è possibile rintracciare un gruppo non omogeneo di disturbi diversi per eziologia e decorso. Tra gli aspetti psichiatrici del disturbo, la componente dell’ansia appare prioritaria, anche se è spesso possibile osservare un’importante presenza di comorbidità con deficit dello sviluppo o disfunzione dell’elaborazione uditiva che ne determinano un decorso tipico e ostacolano, a volte, l’efficacia delle terapie ad oggi più comunemente utilizzate per il trattamento del disturbo.

Per approfondimenti :

Holka-Pokorska1, A. Piróg-Balcerzak, M. Jarema. The controversy around the diagnosis of selective mutism – a critical analysis of three cases in the light of modern research and diagnostic criteria . Psychiatr. Pol. 2018; 52(2): 323–343

Il ruolo delle credenze sulle emozioni

di Roberta Trincas, Laura Bernabei, Pina Cristina Bellizzi, Cecilia Laglia, Alessandra Nachira, Giuseppe Vitali, Francesco Mancini

Abstract dell’articolo “Il ruolo delle credenze sulle emozioni nei processi di regolazione emotiva. Una rassegna della letteratura su teorie, ricerche e trattamento” su Rivisteweb

Nonostante la ricerca abbia dimostrato l’impatto che le strategie di regolazione emotiva (SRE) hanno nel mantenimento della psicopatologia, risultano poco chiari i meccanismi implicati nell’uso di SRE disadattive, come le credenze che le persone hanno rispetto alle loro emozioni.
L’obiettivo dell’articolo “Il ruolo delle credenze sulle emozioni nei processi di regolazione emotiva. Una rassegna della letteratura su teorie, ricerche e trattamento”, pubblicato a marzo 2018 su Rivisteweb, è dunque comprendere le caratteristiche della relazione tra credenze sulle emozioni e processi di regolazione emotiva (RE). A tal fine verranno approfonditi gli studi che hanno indagato nello specifico le credenze sulle emozioni che influiscono sulla RE, i metodi di misura utilizzati e le psicoterapie che prevedono protocolli specifici focalizzati sulla modifica delle credenze sulle emozioni.
La rassegna mette in luce che le credenze che le persone hanno sulle emozioni possono influire sulle capacità di gestione delle proprie reazioni emotive. In particolare, sembra esserci un’associazione tra credenze specifiche e differenti strategie di RE. Infine, le credenze hanno un ruolo importante nell’incremento dei sintomi e nel mantenimento di specifici disturbi mentali. Considerando che gran parte degli studi ha approfondito tali meccanismi in campioni non clinici, emerge la necessità di ampliare il campo d’indagine nell’ambito della psicopatologia.
Per approfondimenti:

Articolo “Il ruolo delle credenze sulle emozioni nei processi di regolazione emotiva. Una rassegna della letteratura su teorie, ricerche e trattamento” su Rivisteweb https://www.rivisteweb.it/doi/10.1421/90325

L’azzardo non è un gioco

di Benedetto Astiaso Garcia

Il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale. Sigmund Freud

Il gioco d’azzardo nasce dal desiderio dell’individuo di ricreare e trasfigurare la realtà, costruendo mondi paralleli e alternativi a una quotidianità oggettiva e tangibile: scommettere significa, infatti, narcotizzare la mente, creandole un rifugio tanto illusorio quanto potenzialmente drammatico. È proprio a partire da un principio di realtà percepito come vincolante e costrittivo che l’Homo ludens ricerca strategie disfunzionali per riscattarsi, neutralizzare i propri disagi e difendersi da un profondo senso di debolezza, vulnerabilità e precarietà.

Cosa determina lo sviluppo e il mantenimento dei problemi legati al gioco? Per quali ragioni si ignorano gli enormi costi individuali e sociali in cui si potrebbe incorrere? Numerose ricerche dimostrano come i fattori cognitivi svolgano un ruolo determinante nella comprensione di tale dipendenza, ponendo la mente nella condizione di avvalersi di euristiche-intuitive scorciatoie di pensiero che esulano dal ragionamento logico.

Come illustrato dalla psicologa Ellen Langer, infatti, i meccanismi cognitivi e motivazionali che maggiormente illustrano l’irrazionalità del pensiero e delle decisioni prese dal giocatore d’azzardo risultano essere l’illusione di controllo e la fallacia del giocatore: mentre la prima può essere definita come “un’aspettativa di successo personale erroneamente alta rispetto a quanto l’obiettivo possa garantire”, la seconda è invece la tendenza del soggetto a prevedere l’esito di scommesse future in relazione ai risultati di quelle passate (per esempio stimando “bassa” la propria probabilità di successo quando si torna a giocare dopo una scommessa vinta). Il desiderio di controllare l’incontrollabile pone, dunque, il soggetto nella condizione di ritenere erroneamente l’azzardo un gioco di abilità personale, come osservato dal sociologo James M. Henslin: i giocatori di dadi, ad esempio, attribuiscono un potere magico alla modalità di lancio degli stessi, scagliandoli con maggiore o minor forza a seconda del numero desiderato.

Le possibilità di vincita vengono sovrastimate a causa di bias cognitivi, come il ripescare alla memoria solamente esperienze di successo, dimenticando le perdite, o, ancor peggio, attribuendo ad esse una valenza di “quasi vincita”, condizione che pone l’obiettivo non ancora raggiunto come a propria portata.

In seguito a diverse perdite, inoltre, il giocatore potrebbe percepire di aver superato un punto di non ritorno, continuando perciò a investire ancora di più nel tentativo di recuperare il denaro perduto; tale fenomeno paradossale, chiamato “effetto Macbeth”, viene così descritto dal protagonista della tragedia shakespeariana: “Mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto che, se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe tanto pericoloso quanto l’andare avanti”.

Nonostante le vincite siano rare e occasionali, il giocatore continua a scommettere, non solamente nel tentativo di perseguire l’illusorio fine della vittoria, ma anche e soprattutto per l’eccitamento e l’euforia associate al pianificare o all’agire un comportamento d’azzardo: scopo terminale non è, infatti, il guadagno materiale, bensì il piacere che deriva dall’attività stessa del giocare.

Il gioco d’azzardo potrebbe, dunque, configurarsi come una modalità di autoregolazione dei propri stati interni, in quanto pone il soggetto nella condizione di procacciare vissuti emotivi e cognitivi desiderati e di evitare quelli negativi: ecco come il sensation seeking, ovvero la ricerca di sensazioni intense, diviene l’unica fraudolenta modalità attraverso la quale il gambler riesce a sentirsi vivo, prescindendo dalla vincita o dalla perdita.

Il giocatore d’azzardo diviene così lo specchio dell’uomo moderno, tanto desideroso di essere felice quanto illuso di poter perseguire tale scopo attraverso astrazioni dalla realtà. L’animo umano conserva dentro di sé un dualismo transgenerazionale e transculturale, quello di Dedalo, incarnazione dello spirito scientifico, e di Icaro, pretesa del superamento del principio di realtà: la fantasmagorica rappresentazione mentale del successo, infatti, finirà per concretizzarsi in un incubo estremamente tangibile e concreto, rendendo il futuro ancor più tirannico del passato dal quale si voleva fuggire.

Per approfondimenti:

Caretti V., La Barbera D., “Le dipendenze patologiche”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005

Moralità & Disgusto: esiste un legame?

di Cinzia Calluso
a cura di Barbara Basile

Il modo in cui prendiamo decisioni che riguardano la sfera della moralità, ovvero come distinguiamo ciò che è giusto ed accettabile da ciò che non lo è, rappresenta un tema che ha da sempre affascinato il mondo scientifico e filosofico.

Nell’ultimo ventennio, diversi studi nell’ambito delle neuroscienze hanno evidenziato la relazione tra la moralità e l’emozione del disgusto (Eskine et al. 2011). In particolare, il lavoro di Hutcherson e collaboratori (2015), è partito dall’analisi della duplice valutazione alla base del giudizio morale – ovvero, quella emotiva e quella utilitaristica – con lo scopo di chiarire in che modo queste due componenti interagiscono al fine di formulare un giudizio morale unitario. Gli autori hanno chiesto ai partecipanti di giudicare dal punto di vista emotivo e, successivamente, dal punto di vista utilitaristico, una serie di azioni, mentre erano inseriti in una apparecchiatura di Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI). In seguito, queste azioni sono state combinate tra loro ed utilizzate al fine di ottenere un giudizio globale di moralità: esso era ottenuto chiedendo ai partecipanti di valutare quanto ritenessero moralmente accettabile una certa azione in vista di uno scopo ultimo (i.e., bene maggiore). Dai risultati è emerso che la valutazione emotiva e la valutazione utilitaristica del giudizio morale sono mappate in regioni cerebrali distinte, che formano network segregati deputati a queste due diverse tipologie di valutazione. Il network responsabile della valutazione emotiva include la corteccia del cingolo anteriore (ACC), l’insula, ed il giro temporale superiore (STG), mentre l’attività della giunzione temporo-parietale e della corteccia prefrontale dorso-mediale correlava con la valutazione utilitaristica.

L’interessamento di regioni quali l’insula, il STG e l’ACC nel network della valutazione emotiva del giudizio morale appare particolarmente interessante alla luce del fatto che queste regioni sono coinvolte anche nell’elaborazione cognitiva del disgusto, e che questa emozione sembrerebbe legata alla disapprovazione morale.

In particolare, alcune porzioni della corteccia insulare sono attivate dall’esperienza di disgusto e tale attivazione predice l’entità dell’esperienza disgustosa (Harrison et al. 2012), mentre la visone di facce che esprimono disgusto sembrerebbe attivare il STG (Phillips et al. 2004). Similmente, la ACC è attivata sia dell’esperienza sensoriale del disgusto, che dalla visione di facce che esprimono questa emozione (Wicker et al. 2003). È inoltre interessante notare che nessuna ricerca ha evidenziato il coinvolgimento del network della valutazione utilitaristica del giudizio morale in risposta all’esperienza di disgusto, suggerendo che il legame tra disgusto e giudizio morale sia di natura eminentemente affettiva.

Infine, un ulteriore tassello a conferma di questo legame deriva anche dall’analisi di pazienti con disturbo ossessivo compulsivo (DOC), caratterizzati da ossessioni morali (i.e., sessuali/religiose), che sembrerebbero esperire disgusto morale auto-diretto (self-disgust). Inoltre, alcuni studi hanno riportato un legame tra sensibilità e propensione al disgusto, giudizio morale e severità dei sintomi DOC nel dominio sintomatologico associato alla moralità (Olatunji et al. 2005; D’Olimpio et al. 2013; Inozu et al. 2014; Whitton et al. 2014).

I dati provenienti della letteratura neuroscientifica supportano l’esistenza di un legame tra disgusto e giudizio morale, suggerendo come quest’ultimo possa in parte derivare dal sentimento di repulsione conseguente alla valutazione affettiva dell’azione.

 

Reference List

 

D’Olimpio F, Cosentino T, Basile B, et al (2013) Obsessive-compulsive disorder and propensity to guilt feelings and to disgust. Clin Neuropsychiatry 10:20–29.

Eskine KJ, Kacinik NA, Prinz JJ (2011) A bad taste in the mouth: Gustatory disgust influences moral judgment. Psychol Sci 22:295–299. doi: 10.1177/0956797611398497

Harrison BJ, Pujol J, Soriano-Mas C, et al (2012) Neural correlates of moral sensitivity in obsessive-compulsive disorder. Arch Gen Psychiatry 69:741–749. doi: 10.1001/archgenpsychiatry.2011.2165

Inozu M, Ulukut FO, Ergun G, Alcolado GM (2014) The mediating role of disgust sensitivity and thought-action fusion between religiosity and obsessive compulsive symptoms. Int J Psychol 49:334–341. doi: 10.1002/ijop.12041

Olatunji BO, Tolin DF, Huppert JD, Lohr JM (2005) The relation between fearfulness, disgust sensitivity and religious obsessions in a non-clinical sample. Pers Individ Dif 38:891–902. doi: 10.1016/j.paid.2004.06.012

Phillips ML, Williams LM, Heining M, et al (2004) Differential neural responses to overt and covert presentations of facial expressions of fear and disgust. Neuroimage 21:1484–1496. doi: 10.1016/j.neuroimage.2003.12.013

Whitton AE, Henry JD, Grisham JR (2014) Moral rigidity in obsessive-compulsive disorder: Do abnormalities in inhibitory control, cognitive flexibility and disgust play a role? J Behav Ther Exp Psychiatry 45:152–159. doi: 10.1016/j.jbtep.2013.10.001

Wicker B, Keysers C, Plailly J, et al (2003) Both of Us Disgusted in My Insula: The Common Neural Basis of Seeing and Feeling Disgust. Neuron 40:655–664. doi: 10.1111/j.1365-2672.1990.tb01793.x

Mind over mood, se la mente vince l’umore

di Miriam Miraldi

La terapia di gruppo e le competenze cognitive che alleviano la depressione

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è altamente efficace per la depressione e un elemento essenziale che la contraddistingue è l’acquisizione e l’utilizzo di specifiche skills o competenze da parte del paziente. Uno dei manuali CBT strutturati per la depressione è il “Mind Over Mood” di Dennis Greenberger e Christine A. Padesky: il volume mira a stimolare le persone a implementare strategie CBT basate sull’evidenza, come esercizi di attivazione comportamentale, ristrutturazione cognitiva e analisi delle core beliefs, anche mediante assegnazione di homework tra una sessione terapeutica a l’altra. A tal proposito, diverse metanalisi dimostrano che vi è una correlazione positiva tra l’ammontare di homework svolti nel percorso sia con l’esito trattamentale sia con la prevenzione delle ricadute depressive.

In un recente studio, Hawley e colleghi hanno indagato 356 pazienti ambulatoriali con diagnosi di disturbo primario dell’umore, cui hanno fornito 14 sessioni di gruppo di due ore di CBT per la depressione, utilizzando il protocollo Mind Over Mood. In ogni sessione, i pazienti hanno completato il Beck Depression Inventory e durante la settimana hanno tenuto un diario (Homework Practice Questionnaire, HPQ) relativo all’uso di attivazione comportamentale (BA), ristrutturazione cognitiva (CR) e strategie di core belief (CB). Lo scopo dello studio era esaminare se la frequenza d’uso di queste tre abilità CBT sia differentemente associata con il successivo cambiamento dei sintomi depressivi e se la gravità dei suddetti sintomi sia un moderatore longitudinale tra l’uso delle abilità CBT e il cambiamento atteso.

I risultati indicano che la tipologia di abilità CBT utilizzata nel corso del trattamento terapeutico in setting gruppale è associata al differente successivo cambiamento dei sintomi. Un maggiore uso di attivazione comportamentale correla con una conseguente diminuzione dei punteggi della depressione durante il trattamento CBT, soprattutto per quei pazienti che mostravano sintomi depressivi iniziali da lievi a moderati; anche l’utilizzo più massivo della ristrutturazione cognitiva è stato associato a un miglioramento dei sintomi, in relazione alla gravità iniziale della depressione. Al contrario, invece, i risultati delle analisi sulle core belief sono stati inattesi, in quanto l’aumento dei livelli di intervento su tali credenze profonde e nucleari sembrerebbe correlare con un inasprimento sintomatologico, sempre comunque in relazione alla gravità iniziale.

Hawley e colleghi sostengono che i clinici spesso scelgono di affrontare le core beliefs (CB) nel trattamento della depressione, centrando quindi il lavoro su quelle strutture organizzative del pensiero, tendenzialmente globali e rigide, con cui la persona rappresenta se stessa e gli altri. A seguito dei risultati dello studio presentato, che ricordiamo si riferisce a un trattamento di gruppo, gli autori suggeriscono che concentrarsi sulle credenze profonde negative potrebbe invece implicare un successivo incremento dei sintomi depressivi; il terapeuta dovrebbe tenere in considerazione che il passaggio dal lavoro sulla riattivazione comportamentale e sulla ristrutturazione cognitiva (che portano generalmente a un miglioramento delle credenze nucleari positive) a quello diretto sulle credenze nucleari negative potrebbe portare la persona a “stare peggio”, almeno all’interno di un intervento psicoterapico breve e gruppale. Evidentemente gli autori non stanno suggerendo che le strategie CB siano rimosse dal trattamento CBT, piuttosto che, per alcuni pazienti, potrebbe essere più utile un intervento che li aiuti a rivedere le credenze disfunzionali profonde in un arco di tempo più lungo di quello che è tipico della terapia di gruppo di breve durata.

Questi risultati hanno potenziali implicazioni per la pratica clinica, in quanto suggeriscono che incoraggiare pazienti a impegnarsi su skills di attivazione comportamentale e ristrutturazione cognitiva possa portare a una graduale ma decisa riduzione dei sintomi. Inoltre, sempre secondo gli autori, l’efficacia del trattamento breve e di gruppo per la depressione potrebbe essere migliorata concentrandosi, appunto, sui cambiamenti comportamentali attuali e utilizzando strategie di ristrutturazione cognitiva per testare i pensieri automatici negativi contestuali, piuttosto che affrontare core beliefs di lunga data.
Per approfondimenti:

Hawley, L. L., Padesky, C. A., Hollon, S. D., Mancuso, E., Laposa, J. M., Brozina, K., & Segal, Z. V. (2017). Cognitive-behavioral therapy for depression using mind over mood: CBT skill use and differential symptom alleviation. Behavior therapy, 48(1), 29-44.

Greenberger, D., & Padesky, C. A. (1995). Mind over Mood: a cognitive therapy treatment manual for clients. Guilford press.