Benvenuti nell’Era degli a-social network

di Benedetto Astiaso Garcia

Sono rimasto per qualche ora senza connessione internet e ho conosciuto delle persone stupende qui a casa. Dicono di essere la mia famiglia” (Anonimo)

L’interazione tra l’uomo e la tecnologia diviene ogni giorno più articolata e complessa, modificando significativamente la modalità dell’individuo di comportarsi, percepirsi, pensare ed entrare in relazione. L’epoca attuale, infatti, conferisce alla mente umana la capacità di creare nuovi mondi, delineare spazi tra il sogno e la realtà e configurare interi universi di esperienza completamente svincolati dalla dimensione materiale, estendendo il Sé e modificando in maniera rilevante le condizioni della coscienza.

Proprio come ogni forma di dipendenza patologica, tuttavia, un eccessivo utilizzo di piattaforme virtuali sviluppa sintomi di “craving” (impulsività nel ricercare l’oggetto gratificante), tolleranza e astinenza, contribuendo all’insorgenza di disturbi d’ansia, pensieri fissi, depressione, attacchi di panico, disturbi del sonno, cali prestazionali di attenzione e concentrazione, isolamento e fenomeni dissociativi.

I comportamenti maladattivi e compulsivi, connessi a una precoce ed eccessiva familiarizzazione con la rete, catturano l’individuo in un universo idealizzato e fantasmatico, inducendolo inesorabilmente a sacrificare impegni e relazioni appartenenti alla vita reale.

Affrontare tematiche connesse alla realtà virtuale non significa demonizzare il progresso o gli enormi ed evidenti benefici a esso connessi, ma solamente osservare in modo critico e consapevole comportamenti che giorno dopo giorno divengono abitudinari e caratterizzanti della nostra epoca, come dimostrato da innumerevoli ricerche sull’utilizzo di internet e dei sociali network effettuate in Italia e negli Stati Uniti:

  • In Italia solamente 4 persone su 100 non si connettono quotidianamente ad Internet;
  • In Italia, in media, ogni persona trascorre 4 ore al giorno su internet;
  • Oltre il 20% dei bambini delle scuole elementari italiane naviga su internet quotidianamente;
  • Il 75% dei bambini delle scuole elementari italiane utilizza computer o tablet con regolarità;
  • Il 76% degli studenti americani usa Facebook in classe;
  • Il 40% dei soggetti americani usa Facebook alla guida;
  • Il 63% dei soggetti americani usa Facebook durante le conversazioni faccia a faccia;
  • Il 65% dei soggetti americani usa Facebook durante l’orario di lavoro;

La tendenza a vivere sempre più frequentemente in una rappresentazione della realtà, piuttosto che nella realtà stessa, diventa la principale modalità attraverso cui l’individuo cerca di esprimere o superare il proprio malessere, alterando la nozione spazio-temporale e favorendo una totale perdita di controllo nella gestione dell’esperienza tecno-indotta.

In questo modo, il mondo virtuale diviene garante di un’illusoria e fraudolenta promessa di atemporalità, perfezione e infallibilità destinata a deragliare presto in alienazione, solitudine e disillusione nei confronti di relazioni tanto idealizzate quanto impalpabili e deludenti. Il sano desiderio di incrementare la propria autostima, sentirsi parte di qualcosa, aumentare la propria rete relazionale e liberarsi dalla schiavitù del giudizio altrui produce un effetto paradosso di isolamento, paura e incomunicabilità.

Diventare dipendenti dalla “droga virtuale” significa perdere un orizzonte di significato, sviluppando un profondo senso di estraneità, intolleranza, irritabilità e disgusto verso il mondo reale, troppo faticoso e frustrante per poter essere affrontato.  La stessa realtà virtuale, inizialmente percepita come una panacea dei propri limiti e delle proprie sofferenze, finirà poi con il deludere profondamente la persona, catapultandola in un limbo onirico e depressivo in cui sperimenterà uno struggente senso di mancata appartenenza  verso entrambe le realtà, materiale e virtuale.

Avevamo così tanta voglia di essere vicini che non siamo mai stati così lontani: i pochi momenti di autentica intimità familiare e sentimentale si sono ormai ridotti a una cena a lume di smartphone.

 

Per approfondimenti:

– Caretti V. e La Barbera D., “Le Dipendenze Patologiche”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005

– Dati Istat 22 Giugno 2016;

– Ricerca Digital 2016;

– Ricerca Saremi e Turel, University of South California, 2016;

Dal disturbo alla comprensione della persona

di Emanuela Pidri

Manuale Diagnostico Psicodinamico e Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali a confronto

L’esperienza clinica e le ricerche empiriche descritte nel Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM) hanno portato all’individuazione di tipi di disturbi di personalità, descritti privilegiando l’esperienza emotiva, cognitiva, sociale e soggettiva del paziente all’analisi dei criteri. Lo scopo del PDM è quello di integrare gli sforzi del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM). Considerando le differenze tra i due manuali diagnostici si evince che: il DSM si presenta come una tassonomia di patologie o di disturbi psichici, mentre il PDM come una tassonomia di persone, cioè orientato alla comprensione del funzionamento del singolo individuo; il DSM ha un impianto di tipo categoriale, mentre il PDM mantiene un approccio dimensionale; il DSM propone cluster di sintomi evitando una qualsivoglia attribuzione di significato, con il preciso intento di rimanere ateorico mentre il PDM si colloca esplicitamente all’interno della cornice teorica psicoanalitica, con l’intento di ascrivere significati ai fenomeni osservati e descritti dopo averli identificati e formulati.  Lingiardi e Del Corno, nel 2008, affermano che “il DSM è un esempio di diagnosi multiassiale, categoriale e politetica: le sindromi sono intese come categorie presenti/assenti, reciprocamente indipendenti e definite da un numero minimo di criteri. La valutazione del PDM può invece essere considerata multiassiale, multidimensionale e prototipica in quanto cerca di prendere in considerazione sia le sindromi cliniche sia l’esperienza soggettiva del paziente; il profilo globale del funzionamento mentale e le sue singole funzioni, lo stile di personalità, le sue basi strutturali e la sua funzionalità globale nel contesto di vita del soggetto”. Il PDM, quindi, se da un lato si pone criticamente rispetto al DSM, allo stesso tempo sembra proporsi come uno strumento di valutazione diagnostica complementare che origina, anch’esso, dalla ricerca empirica. Le edizioni del DSM si sono imposte maggiormente a livello internazionale poiché, soprattutto a partire dal DSM-III, sono molto più attendibili per la presenza di precisi criteri diagnostici. Tuttavia, sono presenti problemi metodologici della diagnostica psichiatrica: 1) validità e attendibilità; 2) sistema categoriale versus sistema dimensionale; 3) sistema politetico versus sistema monotetico. La validità di una diagnosi si riferisce alla sua capacità di riferirsi effettivamente a una determinata malattia, entità o costrutto sottostante, mentre la attendibilità indica soltanto il grado con cui operatori diversi concordano su una diagnosi. A questo proposito, va ricordato che i DSM hanno accresciuto in maniera sostanziale solo la attendibilità diagnostica, ma non la validità delle diagnosi stesse. Un altro interessante problema della diagnosi è se classificare le malattie utilizzando categorie o dimensioni. Utilizzare categorie significa suddividere le malattie mentali appunto in categorie diagnostiche in linea con la tradizione della medicina e della psichiatria kraepeliniana e neo-kraepeliniana. Utilizzare dimensioni, invece, significa distribuire le malattie secondo variazioni quantitative (relative alla gravità del disturbo, alla personalità, alla percezione, alla cognizione, alla tonalità dell’umore, ecc.) distribuite in un continuum che va fino alla normalità. I DSM hanno optato per l’approccio categoriale, perché più pratico mentre il PDM riconosce l’importanza dell’approccio dimensionale. Infine, di notevole importanza è il tipo di approccio polittico per cui i pazienti con una determinata diagnosi hanno in comune alcuni criteri diagnostici tutti di ugual valore ponderale: al contrario, uno o più criteri diagnostici devono essere obbligatoriamente presenti per fare diagnosi. Nelle vigenti classificazioni, comunque, come si procede verso un livello di maggiore specificazione diagnostica, si passa gradualmente e inevitabilmente da un approccio di tipo categoriale ad uno dimensionale.

 

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (1980). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 3rd edition, revised. Washington: American Psychiatric Press. Ed.it.: DSM-III-R. Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Milano Masson, 1983.

American Psychiatric Association (2000). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 4-TR edition, revised. Washington: American Psychiatric Press. Ed. It: DSM IV- TR Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Milano Masson, 2001.

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5th edition, revised. Washington: American Psychiatric Press. Ed it: DSM V Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Milano Raffaello Cortina, 2014.

Helzer J.E. Et Al., (2008). Dimensional Approaches in Diagnostic Classification. Refining the Research Agenda for DSM-V. American Psychiatric Association, Washington, DC.

Herzing A., Licht J. (2006).  Overview of empirical support for the DSM symptom-based approach to diagnostic classification. In PDM Task Force (2006)Psychodynamic Diagnostic Manual. Silver Spring, MD: Alliance of Psychoanalytic Organizations , pag. 663-690.

Lingiardi V., Del Corno  F., (2008).  PDM. Manuale diagnostico psicodinamico. Cortina Raffaello

Rossi R, Rosso A.M., (2007).  Il PDM (Psychodynamic Diagnostic Manual): unaclassificazione con criteri diagnostici psicodinamici. In POL.it, www.priory.com/ital/rossirosso2007.htm.

Chi è dipendente sa scegliere?

di Sabina Marianelli

Dal marcatore somatico di Damasio alla Mindfulness come allenamento delle capacità decisionali

Un soggetto dipendente sceglie? Sa scegliere? Sembra essere questa la domanda a cui è importante rispondere sia da un punto di vista concettuale che pratico. La persona sceglie intenzionalmente, da un lato sulla base di presupposti e motivazioni, soddisfacendo i criteri minimi perché la sua azione possa definirsi intenzionale; dall’altro, però, sembra che gli strumenti che usa per decidere siano compromessi, e non può fare a meno di comportarsi assecondando la compulsione a usare una sostanza o, comunque, a seguire un certo schema. Questo accade, da un punto di vista psicologico, a partire dai “bias percettivi” e cognitivi, come il “bias attentivo” che rende maggiormente saliente alla mente del soggetto tutto ciò abbia a che vedere con l’abuso, oppure la tendenza a rispondere all’affettività negativa usando un pattern prestabilito, la ricerca e il consumo della sostanza.

Possiamo assumere che un processo di decision making deficitario possa essere alla base del passaggio tra un’assunzione casuale di sostanze e un comportamento compulsivo e incontrollabile. La capacità di operare la scelta più vantaggiosa tra quelle possibili è una dimensione neuro-comportamentale che, correlata al comportamento impulsivo, è un tratto tipico delle condizioni di dipendenza. Alterazione della capacità di decision making e impulsività aumentano la possibilità di operare scelte o intraprendere comportamenti rischiosi soprattutto nel caso in cui gli svantaggi delle scelte non siano immediati ed evidenti. Tale alterazione può quindi portare a una sorta di “miopia per il futuro”, caratteristica delle condizioni di dipendenza, in cui l’abuso della sostanza avviene nonostante conseguenze in ambito legale, sociale, occupazionale e familiare.
Il processo decisionale (ad esempio quello di compiere una scelta tra due o più alternative), secondo Antonio Rosa Damasio, è spesso ben lontano da quello di un’analisi che consideri minuziosamente i pro e i contro di ciascuna scelta. Il più delle volte, in special modo quando abbiamo a che fare con problemi complessi, dai molteplici risvolti personali e sociali, siamo portati a utilizzare una strategia diversa che fa riferimento agli esiti di passate esperienze, nelle quali riconosciamo una qualche analogia con la situazione presente. Dette esperienze hanno lasciato delle tracce, non necessariamente coscienti, che richiamano in noi emozioni e sentimenti, con connotazioni negative o positive. Damasio chiama queste tracce “marcatori somatici”: “somatici” perché riguardano i vissuti corporei, sia a livello viscerale a che quello non viscerale; il termine “marcatore” deriva invece dall’idea che il particolare stato corporeo richiamato costituisce una sorta di “contrassegno”, o etichetta.

 

Lo psicologo portoghese riporta il caso di pazienti con danni nella regione prefrontale (in particolare ventrale e mediale) che sembravano aver perduto le capacità di provare alcune delle più comuni emozioni connesse al vivere sociale, mantenendo integre le altre facoltà cognitive superiori (attenzione, memoria, intelligenza): ciò comportava per loro l’incapacità di decidere in situazioni che riguardano i propri interessi o quelli degli altri. Un problema nella decisione, processo che si pensa squisitamente razionale e cognitivo, emerge dunque da una compromissione a livello emotivo. Questo ha sicuramente costituito una rivoluzione paradigmatica dello studio della psicologia.

 

Secondo Otto Gross, le strategie di regolazione emotiva sono processi che influenzano, appunto, la decisione dell’individuo su quali emozioni avere, quando averle, come esperirle e come esprimerle e si situano a vari livelli del percorso, dalla selezione della situazione fino alla valutazione cognitiva e infine alla manifestazione comportamentale dell’emozione.

L’ipotesi del marcatore somatico sostiene che lo stato somatico influenza la presa di decisione e la memoria di lavoro: l’influenza nei contenuti mostrati in quest’ultima aiuta ad approvare o rifiutare oggetti e opzioni di risposta che arrivano alla mente durante il processo della scelta. Anche solo la rappresentazione mentale di un evento futuro può attivare uno stato somatico, e può essere processato consciamente o a livello inconscio.
Indipendentemente da come gli stati somatici sono attivati, se da induttori primari o secondari, essi si attivano nel corpo in una somma di stati positivi e negativi, fornendo segnali al cervello che poi fornisce il substrato del sentire e in un secondo momento il substrato per influenzare la decisione. L’influenza può avvenire a due livelli:

  • covert, a livello dello striato, la persona risponde in maniera inconsapevole, automatico, senza una vera e propria decisione;
  • overt, a livello della corteccia prefrontale orbitofrontale e del cingolato anteriore, quando la persona focalizza un pensiero e un piano d’azione ed ha il controllo conscio di essa.

La mindfulness agisce sulla dipendenza ri-allenando il processo decisionale a entrambi i livelli e funzionando come un meta-processo di regolazione emotiva centrata sulla consapevolezza e sull’accettazione: secondo Katie Witkiewitz, un training mindfulness può rompere il ciclo automatico stimolo-risposta, aumentando consapevolezza, accettazione del disagio fisico e affettivo, riducendo la reattività agli indicatori relativi al craving, favorendo risposte più adattive agli stressors e migliorando la regolazione emotiva, il controllo cognitivo e le funzioni esecutive. Questi cambiamenti aiutano la riduzione sia dell’interazione tra fattori di rischio che  all’immediata reazione ad essi.

Che schifo! Sarò stato contaminato?

di Barbara Basile

Cosa è il disgusto? Che funzione ha nella nostra vita e cosa accade se siamo troppo sensibili ad esso?

 Il disgusto ci salva dall’ingestione di cibi andati a male o dal contatto con sostanze potenzialmente pericolose. Grazie alla sua intensa sgradevolezza, associata a una specifica espressione del viso, a sensazioni fisiologiche (come nausea e vomito) e a una risposta di repulsione e allontanamento, l’uomo è riuscito a evitare alimenti putrefatti, a sottrarsi al contatto con animali sporchi e potenziali vettori di malattia, a evitare il possibile contagio tramite ferite o manifestazioni corporee potenzialmente dannose. Tutte queste caratteristiche e manifestazioni sono descritte in modo molto evocativo nel libro “Il Profumo” di Patrick Süskind.

Un’altra accezione più evoluta e socialmente determinata è quella del disgusto socio-morale, inteso come regolatore delle relazioni tra le persone. Capita spesso di sentir dire: “Che persona disgustosa!”, “Quell’individuo mi fa schifo! Non ci voglio avere a che fare”, rispetto a soggetti che agiscono in modo immorale, per esempio pedofili, stupratori, dittatori politici o personaggi che in qualche modo ledono, usano o approfittano degli altri. In questo senso, il disgusto incoraggia risposte di rifiuto e repulsione e anche di punizione (come accade, ad esempio, per i condannati criminali che vengono sottoposti a una pena da scontare in carcere).

Il disgusto si apprende fin dai primi mesi di vita, quando i genitori usano manifestazioni verbali o smorfie per indicare al bambino di non toccare o raccogliere oggetti sporchi e potenzialmente dannosi. Le figure genitoriali hanno quindi un ruolo fondamentale nell’insegnare al bambino come approcciarsi a questa emozione e rappresentano un modello di apprendimento molto importante.

Nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) il disgusto gioca un ruolo chiave. Ciò è particolamente vero nel sottotipo da contaminazione, in cui si ha il timore di potersi sporcare o di essere contagiati da una possibile malattia. Queste paure molto intense spingono a comportamenti di evitamento (arrivando anche a non uscire più di casa), di controllo e soprattutto di lavaggio, con lo scopo di prevenire a tutti i costi qualsiasi possibile contaminazione. Il film francese “Supercondriaco – Ridere fa bene alla salute” rappresenta abbastanza fedelmente quali possono essere i timori e i comportamenti che una persona affetta da questo disturbo vive.

Trattare chi ha una elevata sensibilità al disgusto è molto difficile, soprattutto considerando il forte potere attivante che questa emozione racchiude. Il flooding rappresenta una possibile tecnica di intervento terapeutico, difficile da attuare poichè richiede una fortissima adesione del paziente. Si tratta di un approccio comportamentale, in cui l’individuo entra in contatto con le situazioni che generano ansia in modo non-graduale e prolungato. L’ipotesi è che nel soggetto esposto allo stimolo ansiogeno per molto tempo, pian piano la risposta d’ansia si attenui fino alla completa estinzione. Proprio questo, senza anticipare troppo il finale del film diretto da Dany Boon, è quello che sperimenta il protagonista. Altri interventi consistono nell’aiutare il paziente a esporsi gradualmente agli stimoli disgustosi o pericolosi, senza poi mettere in atto i comportamenti di lavaggio (Esposizione e Prevenzione della Risposta, E/RP). Ancora, si può chiedere all’individuo di associare più volte gli stimoli disgustosi con stimoli valutati da lui come molto gradevoli. Se correttamente applicato, questo processo di controcondizionamento dovrebbe depotenziare l’effetto attivante negativo degli stimoli disgustosi. Anche in ambito scientifico, purtroppo, gli studi volti a verificare l’efficacia di uno specifico trattamento psicoterapico sono ancora scarsi.

 

Per approfondimenti:

 – Questa et al., Cognitivismo Clinico (2013) 10, 2, 161-172

– Mancini F. (2016), a cura di “La mente ossessiva”. Raffaello Cortina Editore

Verso un nuovo modello di psicopatologia

di Francesco Mancini e Elio Carlo

La sofferenza emotiva umana dipende dalla compromissione di uno scopo personale rilevante: nessun errore logico e nessuna disfunzione cognitiva alla base della psicopatologia

È ancor oggi forte, in ambito cognitivista, l’idea secondo cui la psicopatologia derivi da una incapacità di ragionare secondo i principi della logica formale, a causa di particolari disposizioni intellettive o di vere e proprie disfunzioni di natura organica.

Recenti studi sperimentali mostrano, però, che questa idea è con ogni probabilità falsa: sembrerebbe, infatti, che non esista affatto un vero e proprio modo patologico di ragionare, che gli errori logico formali siano comuni tanto nei soggetti affetti da disordini mentali quanto nei soggetti normali e che il ragionamento logico, nei soggetti con disordini emotivi, sia addirittura migliore che nella popolazione generale, almeno nei domini patologici di riferimento.

Alla luce di queste risultanze sperimentali, nell’articolo “La mente non accettante”, in pubblicazione sul prossimo numero (giugno 2018) di Cognitivismo Clinico, si troverà una spiegazione alternativa della sofferenza patologica, elaborata dagli autori di questo articolo. Il nuovo modello parte dall’idea secondo cui la sofferenza emotiva umana dipende pressoché sempre dalla compromissione di uno scopo personale rilevante.

Quando uno scopo viene compromesso e si soffre, risolvere la sofferenza significa abbandonare lo scopo in questione, constatando che la credenza di poterlo raggiungere è falsa, o che il valore soggettivo dello scopo è cambiato, in misura tale da non giustificare più l’investimento diretto a raggiungerlo o a contenere l’entità della compromissione; ovvero, ancora, che esistono altri scopi rilevanti che sono ancora raggiungibili, e sui quali conviene quindi investire. Questo processo di disinvestimento, e di contemporaneo, eventuale, investimento su altri scopi, è quello che comunemente si chiama “accettazione”.

Secondo i due autori, la psicopatologia nasce per l’appunto da un problema di “mancata accettazione”, causato, in ultima analisi, dalle caratteristiche che il sistema degli scopi personali del soggetto patologico presenta: pochi scopi di importanza esagerata, strettamente collegati tra loro (di modo che comprometterne uno vuol dire comprometterli tutti), vissuti come impegni etici, e formulati in termini negativi.

In accordo con il modello patogenetico chiamato “Hyper Emotion Theory”, in presenza di queste caratteristiche, la compromissione di uno scopo genera una emozione negativa molto intensa, la quale a sua volta dà l’avvio ad un complesso sistema di meccanismi cognitivi ricorsivi (cioè autoalimentati) che, invece di “spegnere” l’investimento e di favorire dunque l’accettazione, lo “amplificano”, generando sofferenza emotiva aggiuntiva.

Abbiamo individuato il principale di questi meccanismi in una strategia di ragionamento, chiamata in letteratura “Primary Error Detection and Minimization” (PEDMIN), tesa a evitare che vengano commessi errori catastrofici e comunemente presente anche nei soggetti “normali” e, con una serie di esempi, in coerenza con più recenti esiti della ricerca, mostriamo come l’applicazione di questa strategia, se da una parte sortisce il risultato di rendere i soggetti affetti da disturbi emotivi particolarmente versati nel loro dominio patologico, dall’altra contribuisce a mantenere e generalizzare la condizione di sofferenza, aumentando l’investimento sullo scopo compromesso e impedendo l’accettazione.

Gli altri fattori ricorsivi individuati e discussi nell’articolo riguardano i safety seeking behaviours, cioè i comportamenti che i soggetti ansiosi mettono in atto per prevenire i pericoli, ma che sortiscono l’effetto di promuovere la disponibilità di dati “minacciosi”, il sunk cost bias, ossia l’errore di valutazione per cui gli investimenti già effettuati aumentano il valore del bene perduto e quindi incrementano la propensione all’investimento su tale bene, e l’ex-consequentia reasoning, cioè il fenomeno per cui elementi soggettivi, come le emozioni, vengono assunti come dati oggettivi.

 

Per approfondimenti:

Friedrich J (1998). Primary Error Detection and Minimization (PEDMIN) strategies in social cognition: a reinterpretation of confirmation bias phenomena. Psycological Review 100, 298-319.

Johnson-Laird P, Mancini F, Gangemi A (2006). A Hyper Emotion Theory of Psycological Illness. Psycological Review, 113, 4, 822-841.

Mancini F (2016). Sulla necessità degli scopi come determinanti prossimi della sofferenza psicopatologica. Cognitivismo Clinico 13, 7-20.

Mancini F, Carlo E (2018). La mente non accettante, in pubblicazione su Cognitivismo clinico 1, 2018.

 

La Terapia Cognitiva Italiana compie 40 anni

di Barbara Basile

Il 19 gennaio 2018 si è tenuto presso il Teatro Italia a Roma un evento in cui sono stati celebrati i 40 anni della Psicoterapia Cognitiva in Italia. Il convegno ha visto la partecipazione dei principali protagonisti che hanno contribuito alla realizzazione e alla diffusione del Cognitivismo nel nostro paese.

Ha aperto e diretto i lavori Tony Fenelli il quale, dopo una breve panoramica sulla storia del cognitivismo romano e la citazione dei primi libri di Vittorio Guidano e Gianni Liotti (tra cui Elementi di Psicoterapia Comportamentale), ha introdotto quest’ultimo. Il grande clinico ha subito rotto il ghiaccio ricordandoci il ruolo della dissociazione, o disintegrazione, della coscienza e la sua funzione fondamentale nel salvaguardare la mente di fronte ad eventi traumatici. A proseguire nell’approfondimento del tema gli è subentrato Benedetto Farina il quale ha citato i principali studi scientifici che, a partire dagli anni ’70, hanno diffuso e supportato le ipotesi di Liotti. In seguito Mario Reda ha ripercorso la sua esperienza personale in questi quarant’anni ricordando simpatici aneddoti di cui sono stati protagonisti Vittorio Guidano e Gianni Liotti e sottolineando il ruolo innovativo della Scuola Romana.

Dopo una pausa caffè in cui gli oltre 500 partecipanti, molti dei quali ex-allievi formatisi presso le diverse sedi della Scuola di Psicoterapia Cognitiva sparse sul territorio nazionale, si sono rincontrati, Francesco Mancini ci ha ricordato l’importanza della comprensione del funzionamento dei processi cognitivi ed emotivi di base per poter conoscere la mente in condizioni di psicopatologia esplorando, in particolare, il conflitto intrapsichico, il cui ruolo è stato trascurato dalla psicoterapia cognitiva. Richiamando magistralmente alcuni concetti relativi alla psicologia cognitiva e sociale, Mancini ha mostrato quali sono i processi mentali (per esempio la distanza psicologica, il goal shielding, le valutazioni secondare e le meta-valutazioni) che entrano in gioco quando ci si trova di fronte ad una scelta conflittuale. A seguire Antonio Semerari ha celebrato il ruolo delle abilità metacognitive in psicopatologia, con particolare riferimento ai Disturbi di Personalità. Lo psichiatra e psicoterapeuta ha ripercorso le ricerche dell’ultimo decennio in cui la metacognizione e le sue funzioni sono state indagate in pazienti con personalità disfunzionale, mostrando come il livello di gravità del deficit metacognitivo sia in grado di differenziare i disturbi egodistonici da quelli egosintonici. A chiudere i lavori la brillante presentazione di Roberto Lorenzini il quale ha spiegato, arricchendolo con esperienze cliniche, il senso del delirio e gli scopi, solitamente ragionevoli e comprensibili (se adeguatamente indagati) che si celano dietro ad esso, nella speciale individualità di ciascun paziente.

In un dibattito finale si sono tirate le conclusioni rispetto a quanto è stato fatto in questi 40 anni e quanto è ancora da fare. I protagonisti di questo grande evento invitano, unanimemente, a porre particolare attenzione, se non addirittura a mostrare scetticismo, verso alcune discipline mediche, in particolare le neuroscienze e la genetica. Il grande rischio che gli psicoterapeuti oggi corrono, sottolinea Mancini, è di affidarsi superficialmente a quanto proposto da queste discipline, senza tenere a mente le vulnerabilità individuali e le precise motivazioni che contraddistinguono ciascun paziente. A nostro favore, invece, i meccanismi studiati dall’epigenetica che, a differenza della genetica, studia come i geni o le informazioni memorizzate nel DNA interagiscono e si esprimono in ciascun individuo tenendo conto delle specifiche variabili ambientali (come quelle psicologiche, alimentari, sociali, culturali ed economiche, per citarne alcune) che questi incontra nella propria esistenza. Analogamente, viene ricordato come sia più esaustivo, nella pratica psicoterapica, favorire un approccio dimensionale, a dispetto della diffusa tassonomia categoriale. Questo tema riecheggia anche nell’applicazione di protocolli clinici eccessivamente rigidi e dogmatici che non considerano l’esperienza soggettiva ed individuale del paziente che si ha di fronte. Il rischio, come afferma da Lorenzini, sarebbe quello di “finire per utilizzare protocolli che potrebbero benissimo essere replicati da robot”!

Sicuramente, concludendo, quello che ad oggi ha permesso la diffusione della Terapia Cognitiva nel nostro paese sono le smisurate competenze, la ricerca scientifica basata sull’evidenza e la qualità indiscussa dei centri didattici che hanno caratterizzato, e tutt’ora contraddistinguono, il lavoro pioneristico dei nostri Grandi protagonisti.

IV Forum sulla Formazione in Psicoterapia – Assisi, 14/15/16 Ottobre 2011

L’intervista ai direttori delle Scuole di Psicoterapia organizzatrici del IV Forum sulla Formazione in Psicoterapia, realizzata dai colleghi di Studi Cognitivi & Psicoterapia e Ricerca, su gentile concessione http://psicoterapiaericerca.wordpress.com/

Sandra Sassaroli – Direttore delle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia “Studi Cognitivi”

Francesco Mancini – Direttore delle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva APC ed SPC

Perché non sono diventato post razionalista

di Francesco Mancini

Premessa.

Le riflessioni che seguono sono state presentate al Convegno “il cognitivismo post razionalista di Vittorio F. Guidano”, Milano, 20-21 marzo 2009, su invito e proposta della Prof. Valeria Ugazio, direttrice della Scuola di Psicoterapia Sistemica EIST e promotrice del Convegno stesso.

Alcune convergenze

Come suggerito dal titolo svolgerò delle considerazioni critiche nei confronti del post razionalismo, tuttavia non posso non premettere alcune convergenze con il post razionalismo ma soprattutto con le posizioni di Vittorio Guidano precedenti alla svolta post razionalista. In particolare mi preme sottolineare tre punti:

  • Il sintomo è riportato alla persona e alla dinamica complessiva della sua esistenza e non considerato come un fenomeno isolato e svincolato dal resto. In questo vi è, di fatto, una tendenziale differenza dalla la terapia cognitiva standard (TCS), dove il sintomo appare come un fenomeno sostanzialmente poco inserito nell’esistenza della persona e che, per essere compreso, non necessita di essere inquadrato nelle tematiche fondamentali dell’identità personale del paziente, delle sue relazioni più significative, dei suoi temi di vita, della sua esistenza e della sua storia. Ad esempio, il disturbo di panico, alla cui spiegazione comprensione la TCS ha fornito, peraltro, un enorme contributo sperimentale e terapeutico, sembra essere considerato principalmente per il suo profilo interno, mentre, almeno nella mia opinione, resta largamente sottovalutato il profilo esterno, cioè il senso che l’attacco di panico ha nella vita e nell’identità del paziente.
  • Il tentativo di fornire modelli di funzionamento per i diversi quadri psicopatologici. Contrariamente a quanto accade nella maggior parte di altri approcci psicoterapeutici, sia nel post razionalismo sia nella TCS, e ancor più nel Cognitivismo Clinico, vi è un’enorme attenzione allo studio dei meccanismi psicopatologici delle diverse sindromi e non solo alla teoria e alla tecnica dell’intervento. Nell’ambito del Cognitivismo Clinico tale tentativo è realizzato tramite la cosiddetta Experimental Psychopathology, e, dunque, su solide basi scientifiche. Infatti, esiste una vastissima produzione scientifica sui meccanismi di genesi e di mantenimento dei disturbi psicopatologici. E ciò appare assai opportuno: chi, infatti, andrebbe a farsi curare una malattia da un medico che conoscesse solo i farmaci e le loro indicazioni ma non sapesse nulla dell’anatomia patologica e della fisiopatologia della malattia in questione?  Di fatto ciò accade in medicina, poiché non di tutte le malattie è noto il funzionamento, ma certamente tale stato di cose è vissuto come negativo e s’investe per superarlo.
  • Il tentativo di fondare le conoscenze i modelli della psicopatologia sulla psicologia del normale. Per quanto possa sembrare strano, almeno ai miei occhi, si osserva che tra gli psicoterapeuti dei più diversi orientamenti vi è una sostanziale indifferenza per la psicologia del normale e, anzi, è diffusa l’idea che si possa e debba comprendere il normale a partire dal patologico. Ora, è indubbio che la conoscenza della sofferenza patologica possa avvantaggiare la comprensione di come funziona la mente ma è altrettanto indubbio che per comprendere e spiegare la psicopatologia sia indispensabile il ricorso alle conoscenze di psicologia al momento disponibili. Solo la conoscenza di sistematiche illusioni positive nei normali ha permesso, infatti, di mettere a fuoco il cosiddetto realismo depressivo (Alloy, Taylor). Solo la conoscenza del ruolo normale delle euristiche consente il superamento dell’idea che la patologia possa essere ricondotta ad errori di pensiero (Mancini e Gangemi, 2002).

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