SITCC 2018 – La relazione terapeutica nella Terza Onda: nuove generazioni a confronto

di Maurizio Brasini

Lo scopo di questo simposio, realizzato nella giornata di sabato all’interno del XIX Congresso Sitcc di Verona, nelle intenzioni dei suoi promotori (il dr. Giuseppe Romano e il dr. Maurizio Brasini), era duplice: da una parte stimolare una riflessione sul ruolo della relazione terapeutica nell’ambito di quel variegato insieme di nuovi indirizzi epistemologici, metodi, tecniche e protocolli di intervento che viene denominato “terza onda” del cognitivismo; d’altro canto consentire uno scambio tra gli esponenti dell’attuale generazione di terapeuti cognitivi cresciuta all’interno di questo movimento per certi versi frastagliato e frammentario, nella auspicabile prospettiva di una integrazione.
La dr.ssa Elena Bilotta ha presentato una rassegna degli studi esistenti (non molto numerosi) sulla relazione terapeutica nei protocolli di Mindfulness. Al di là dei risultati non conclusivi circa il ruolo della relazione terapeutica nei protocolli di mindfulness (alcuni studi per esempio suggeriscono che l’effetto principale riguardi il committment piuttosto che l’esito), la dr.ssa Bilotta ha sottolineato un aspetto di notevole interesse riflettendo sul duplice ruolo del terapeuta/insegnante di Mindfulness: da una parte depositario di un sapere codificato di tipo tecnico/scientifico, dall’altra esempio incarnato di un modo di intendere la vita (il “Maestro”). Nel superamento di questa antinomia, profondamente radicata nella storia di tutta la psicoterapia, si intravede la strada per la conciliazione di metodi e relazione in psicoterapia.
Il dr. Emanuele Rossi ha illustrato i principi fondamentali della Acceptance and Commitment Therapy. Nell’individuare le matrici scientifiche e culturali su cui Ë sviluppato questo nuovo approccio, il dr. Rossi ha invitato a considerare l’ACT nella cornice più ampia dell’incontro tra il contestualismo funzionale (compatibile con l’approccio tradizionalmente comportamensita, ma non riducibile ad esse), la Relational Frame Theory, ed alcuni fondamenti degli orientamenti umanisti. A parere di chi scrive è proprio nel recupero di questa tradizione, preziosa ma non sempre riconociuta e valorizzata nell’ambito del cognitivismo, che risiede la chiave per comprendere la reale innovatività di questo approccio ed anche il suo ampio respiro in termini relazionali. L’importanza attribuita al modo di stare nella relazione e le caratteristiche del terapeuta (paritetico, equo, vulnerabile, compassionevole, genuino, rispettoso, aperto) ricordano molto da vicino l’approccio Rogersiano.
La dr.ssa Monica Dalla Valle ha introdotto alcuni principi di base della schema therapy ed ha mostrato con un esempio clinico le implicazioni del modello sulla relazione terapeutica. La dr.ssa Dalla Valle ha mostrato da una parte come alcuni costrutti centrali nella schema therapy, quali ad esempio i concetti di “bisogno emotivo”, di “schema” e “mode”, siano riferiti essenzialmente al mondo interpersonale del paziente; d’altra parte, il modello di intervento è fortemente basato sull’uso che il terapeuta fa della relazione (per esempio nel confronto empatico o nel reparenting) per “mettere in gioco” le dinamiche interpersonali del paziente. A parere di chi scrive, l’ispirazione transazionale della schema therapy contribuisce in modo decisivo a declinarla in senso relazionale. Inoltre, come evidenzia la dr.ssa Dalla Valle, il terapeuta informato alla schema therapy è chiamato ad un continuo monitoraggio di come i propri schemi entrano in gioco con il paziente, quello che Safran e Segal chiamerebbero “cicli interpersonali”.
La dr.ssa Ilaria Martelli Venturi ha mostrato, attraverso alcune tranches cliniche, la tensione dialettica propria della relazione terapeutica nel modello della dialectical behavior therapy (DBT), in cui il delicato equilibrio dinamico tra accettazione e cambiamento comporta che il terapeuta danzi insieme al paziente tra questi due poli opposti, con una costante attenzione al cambiamento degli stati dolorosi entro una sostanziale accettazione dei limiti imposti dalla realtà. Il terapeuta è dunque focalizzato primariamente sulla relazione, terapeutica, che gestisce integrando strategie e tecniche cognitivo-comportamentali con la pratica della mindfulness e dell’accettazione radicale, bilanciando interventi di reciprocità comunicativa propri della validazione emotiva e interventi di comunicazione irriverente, orientati al cambiamento.
Nell’insieme, i relatori di questo simposio sembrano offrire una incoraggiante risposta alla dibattuta questione se la terza onda apra la strada ad un cambiamento di paradigma o al contrario, per parafrasare il Vangelo, sia un po’ come “vino vecchio in otri nuove”. La sensazione è che la nuova generazione di terapeuti non si soffermi sulla patina “new age” né su altri aspetti della confezione dei modelli presentati, evidenziando invece connessioni ramificate non solo con il cognitivismo di prima e seconda generazione, ma anche con altri orientamenti esterni al cognitivismo (si vedano ad esempio le terapie di area umanista), la cui eredità era forse stata poco valorizzata dalle prime ondate. Questo fa ben sperare per un futuro in cui si potranno considerare parte dell’azione terapeutica aspetti quali ad esempio l’accettazione della condizione umana, la consapevolezza del presente, l’impegno orientato ai valori, e – naturalmente – la centralità della relazione con l’altro, all’interno di una cornice di riferimento forse meno esotica ma più radicata nella nostra cultura di riferimento: quella dell’umanesimo. D’altro canto, a recitare “Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere la differenza tra le une e le altre” è una preghiera di Tommaso Moro, anche se potrebbe sembrare un mantra tibetano!

L’amore e la violenza

di Caterina Parisio

Disregolazione emotiva e funzionamento Borderline

“Betty ha talento […] con l’amore e la violenza. Vive bene, vive male. Non esiste differenza tra la morte di una rosa e l’adolescenza”. È un ritmo quasi ansiogeno quello che scandisce il testo di Betty, canzone del gruppo italiano Baustelle.

I profili di donna tracciati dai Baustelle recitano spesso il ruolo di personaggi dal funzionamento borderline, socialmente ai margini della nostra società. I loro brani parlano di adolescenti alla ricerca di un’identità, delineano profili di persone dinamiche, in continuo movimento, perse tra dipendenze, condotte trasgressive e autodistruttive:
come Betty, una giovane donna disintegrata e ambivalente, che vive stati mentali tanto intensi quanto inconciliabili.

La disregolazione e vulnerabilità emotiva, caratteristica saliente della nostra Betty, unitamente alla difficoltà di integrare stati mentali opposti o contraddittori e all’impossibilità di mantenere una stabilità delle rappresentazioni, determina una caoticità nella regolazione delle scelte, che possono così oscillare rapidamente da un fattore all’altro, con conseguente incoerenza del comportamento e difficoltà a perseguire scopi a lungo termine: “ride quando la tocchi, finge quando è felice […] come foglia al vento, temi per la sua vita”.

Stati mentali non integrati e processi di transizione rapidi e spesso drammatici sono caratteristici dei soggetti con funzionamento borderline. Nella principale letteratura sull’argomento si individua la rappresentazione di un sé indegno come nucleo di base: da questa rappresentazione derivano varie sensazioni attraverso cui un soggetto può transitare.

“Piove su immondizia e tamerici, sui suoi cinquemila amici, sui ragazzi e le città”: piove sulle tamerici, ma anche sull’immondizia e su una vita costruita a puntino su quello che vogliono gli altri, l’infelicità dei tempi moderni. Qui gli autori del testo sembrano voler descrivere lo stato di vuoto in cui versa Betty, i cinquemila amici virtuali su Facebook, l’immondizia come metafora di questa percezione di indegnità del sé.

Il sé indegno e vulnerabile spesso sottopone i soggetti borderline a un’intollerabile pressione fatta di pericolo, precarietà, indegnità. A volte ci si sottrae a questa pressione distaccandosi da tutto e da tutti ed entrando in uno stato di vuoto e di anestesia emotiva. È questa la condizione in cui si verificano frequentemente gesti suicidari e atti autolesivi, che rappresentano l’effetto di uno stato di distacco assoluto dal mondo: “Betty ha sognato di morire, sulla circonvallazione; prima ancora di soffrire era già in putrefazione senza alcun dolore”.

La gestione disregolata del vuoto finisce quasi invariabilmente con l’alimentare il senso di indegnità/vulnerabilità. Il circuito indegnità/vulnerabilità-vuoto-gestione disregolata-indegnità/vulnerabilità è quello che genera i comportamenti più a rischio per l’incolumità dei soggetti con funzionamento borderline.

Per il trattamento di soggetti con disturbo borderline di personalità con rischio suicidario cronico, nasce nel 1993 la DBT (Dialectical Behaviour Therapy), ideata da Marsha Linehan e successivamente applicata ad altre condizioni psicopatologiche, quali dipendenza da sostanze e da alcool, disturbi del comportamento alimentare, suicidarietà in adolescenza.

In Betty gli autori, chissà se conoscitori delle tecniche d’intervento della Linehan, delineano comunque per la nostra eroina un finale forse dalle tinte meno noir e aprono a un alito di speranza: “Betty sfida il buio, come la fine di una galleria […] tanto poi ritorna il sole”.

 

Per approfondimenti:

Antonino Carcione, Giuseppe Nicolò, Antonio Semerari (2016), Curare i casi complessi.

Giancarlo Di Maggio, Antonio Semerari (2003), I Disturbi di Personalità. Modelli e Trattamento. Ed. Laterza

Chiedilo a Kurt Cobain

di Caterina Parisio

 Solitudine e stati di vuoto: la disregolazione emotiva da Kurt Cobain a Marylin Monroe, passando per le canzoni di Brunori Sas

 Immaginate quanto sia sfiancante dover cercare costantemente l’altro per evitare di sentire affiorare quel profondo senso di solitudine e abbandono di fondo. Convivere con l’esperienza soggettiva di continua autoinvalidazione di fronte ad un sé vissuto come indegno, sentimenti di rabbia e disprezzo verso se stessi, comportamenti autodistruttivi, stati di vuoto e anestesia emotiva: una vita priva di relazioni affettive intime autentiche, dove non c’è spazio per le proprie passioni e i propri desideri, se non vissuti con la sensazione di “giostra emotiva”, in cui la disregolazione fa da padrone alla gestione di ogni stato.

“Andare a scoprire se è vero che non sei soltanto una scatola vuota o l’ultima ruota del carro più grande che c’è”: così canta Dario Brunori, meglio conosciuto come Brunori Sas, nel brano “Kurt Cobain”. Facendo luce su ciò che succede una volta scesi dal “palcoscenico”, la corazza apparentemente luccicante si riduce a una crosta. La verità è che l’esperienza più intima che a volte si prova è un’esperienza di vuoto, di annichilimento, fragilità, terrore, mancanza di senso, spegnimento, inconsistenza. Quante volte, appena rotto l’incantesimo, che sia una relazione o un’esibizione, tutto si spegne, inizia l’era della stasi, del tempo arrestato, della profonda solitudine?

La storia di Kurt Cobain è ricca di aspetti psichiatrici e psicopatologici, culminati con il gesto estremo. Rabbia e disperazione sembrano essere gli stati d’animo che maggiormente lo caratterizzano: proprio come un prigioniero chiuso in una gabbia per tanti anni che grida la sua voglia di uscire.

Oltre a periodi di depressione ricorrente, Kurt Cobain soffriva cronicamente di gravi dolori addominali, che sosteneva di riuscire a curare solamente attraverso l’effetto analgesico degli oppiacei, nella fattispecie l’eroina, di cui è stato dipendente per diversi periodi della sua vita.

In un’intervista alla rivista Rolling Stone dichiarò che i dolori erano così forti che lo portarono ad avere seri problemi di alimentazione, fino a sviluppare un’ideazione autolesiva: “Avrei voluto uccidermi ogni giorno. – ha detto – Ci sono andato vicino diverse volte. Mi sono trovato in tour, steso sul pavimento a vomitare aria, perché non andava giù neanche l’acqua…”.
“Chiedilo a Kurt Cobain come ci si sente a stare sopra un piedistallo e a non cadere”, canta oggi Brunori: Kurt Cobain si suicidò all’età di ventisette anni nel 1994 con un colpo di fucile nella sua casa di Seattle.
Accanto al corpo c’era una lunga nota in cui Kurt raccontava il personale e profondissimo disagio che provava da una vita (“Penso che io amo troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste.”).

“Ma chiedilo a Marylin di quanto l’apparenza inganna e quanto ci si può sentire soli”, incalza Brunori Sas, lucidamente consapevole di essere divisa in due: da un lato la stella del cinema, oggetto perenne di attrazione maschile; dall’altro, indicata sempre col vero nome di battesimo, Norma Jean, la bambina vissuta in ben nove famiglie affidatarie, affamata di cibo e d’amore. “Un fenomeno da circo”, “un ninnolo smarrito”, “un gatto randagio”: lei si descrive così, in un misto di pietà e rabbia sottile. Marilyn Monroe è una donna che ha dovuto sopportare enormi sofferenze: non ha mai conosciuto il padre, che l’ha abbandonata prima della sua nascita, ha avuto una madre assente e affetta da gravi disturbi psichici, ha dovuto affrontare la povertà, il susseguirsi degli affidi, l’orfanotrofio, e addirittura uno stupro. Tutti questi terribili eventi l’hanno resa molto fragile, ansiosa e priva di basi solide su cui costruire la propria vita. Il terrore dell’abbandono, dovuto alle esperienze negative vissute durante l’infanzia, la seguirà sempre. Non aveva mai voluto affezionarsi a bambini o animali: “Ho paura che se comincio a voler loro bene – diceva – si stancheranno di me e mi abbandoneranno. Dio, non posso sopportare l’idea che qualcuno mi lasci!”.
Marylin transitò dalla diagnosi di schizofrenia, a quella di disturbo bipolare a grave personalità Borderline; di Kurt si dirà parimenti a livello diagnostico, oltre a un evidente disturbo dell’umore e un importante abuso di sostanze, si rileveranno dalla biografia dell’artista diversi criteri diagnostici tipici del disturbo di personalità Borderline: impulsività, disturbi dell’alimentazione (anche se legati al dolore cronico), instabilità nelle relazioni, tentativi di suicidio.

Entrambi probabilmente ad oggi sarebbero stati due pazienti di elezione della dottoressa Marsha Linehan, inseriti in gruppi DBT. Ma assumendo sicuramente una posizione meno tecnica, Dario Brunori suggerisce nella sua canzone: “Vivere come volare ci si può riuscire soltanto poggiando su cose leggere. […] Vivere come nuotare ci si può riuscire soltanto restando sul pelo del mare”.

Adolescenza: capire se tollerare o preoccuparsi

di Ilaria Martelli Venturi

Cosa può fare un genitore per aiutare il figlio a canalizzare al meglio le sue risorse in questa fase delicata della vita?

Non di rado capita che arrivino nello studio di uno psicoterapeuta genitori preoccupatissimi per alcuni comportamenti messi in atto dai figli adolescenti. Le lamentele più comuni riguardano l’eccesso di disordine, il vivere la casa “come un albergo”, il chiudersi in camera senza raccontare mai nulla, non rispettare gli orari di rientro, rispondere male ai genitori, passare ore sui social, stare con la testa tra le nuvole e perdere tempo, fare uso sporadico di cannabis e alcool.

Si assiste a un conflitto acceso in cui il genitore vorrebbe che il figlio si comportasse in modo diverso e l’adolescente che reclama a gran voce i propri bisogni. Da questo conflitto molto spesso ne consegue un effetto paradossale: più il genitore diventa critico e invalidante, più l’adolescente  aumenta la frequenza proprio di quei comportamenti che per il genitore sono intollerabili alimentando il clima conflittuale all’interno della famiglia. Leggi tutto “Adolescenza: capire se tollerare o preoccuparsi”

Borderline, una nuova versione delle “skills”

di Donatella Fiore

Un nuova edizione del manuale di Marsha Linehan presenta nuove sezioni per individuare e curare la carenza di competenze emozionali e di gestione delle relazioni interpersonali

La Terapia Dialettico Comportamentale (DBT) è uno dei trattamenti di maggiore efficacia riconosciuta nella comunità scientifica per il trattamento del disturbo borderline di personalità. Ideata da Marsha M. Linehan nel 1993, inizialmente per soggetti caratterizzati da rischio suicidario e poi applicata a vari aspetti problematici del disturbo, è diventato il trattamento maggiormente sottoposto a ricerca, dimostrando validità nel ridurre i comportamenti suicidari, i ricoveri in ambiente psichiatrico, l’abuso di sostanze, la “disregolazione” emozionale e le difficoltà interpersonali.
Il manuale DBT Skills Training della stessa autrice, pubblicato negli Stati Uniti nel 2014 e di recente tradotto in italiano, illustra una nuova versione delle skills (abilità socio-emotive), elaborata unendo la pluriennale esperienza clinica con le nuove strategie del trattamento cognitivo-comportamentale. Leggi tutto “Borderline, una nuova versione delle “skills””

L'intervento sul trauma secondo Martin Bohus: accorgimenti e indicazioni di metodo

di Chiara Lignola e Niccolò Varrucciu

Venerdì 12 e sabato 13 giugno presso l’Auditorium Via Rieti si è tenuto il workshop “DBT-PTSD: trattamento degli esiti psicopatologici degli abusi sessuali infantili” organizzato dalla SITCC Lazio e dalla Società Italiana Dialectical Behavior Therapy. Il seminario (per una sintesi dell’evento, a cura di Barbara Basile, è possibile collegarsi a questa pagina) è stato condotto dal Prof. Martin Bohus, professore ordinario dell’Università di Heidelberg e Direttore della Clinic for Psychosomatic Medicine and Psychotherapy di Mannheim, Board Member della German Association of Psychiatry (DGPPN), vice-Presidente of the European Society for the Studies of Personality Disorders (ESSPD) e presidente of the German Association for DBT.

Lo stile puntuale e coinvolgente del prof. Bohus ha tenuto alta l’attenzione dell’uditorio, evitando di trasformare il workshop nella “solita” lezione teorica sui principi della DBT che, purtroppo come a volte accade, lascia poco spazio all’illustrazione del trattamento, così utile a noi clinici. Le preziose nozioni teoriche si sono infatti intervallate con esercizi pratici di compassion, mindfulness, defusione, esempi clinici e interventi che, facendo sorridere i presenti, hanno permesso una migliore comprensione delle dinamiche della psicopatologia ed evidenziato come spesso i terapeuti abbiano riluttanza a parlare degli episodi traumatici riguardanti abusi sessuali, spezzettando il racconto in più incontri e trattando i pazienti borderline come oggetti particolarmente fragili… un po’ come se un urologo, citando Bohus, ci proponesse vari incontri nei quali nel primo si tolgono i pantaloni, nel secondo l’intimo…

Il rischio è, dunque, anche quello di alimentare la paura del paziente che il terapeuta non sia in grado di tollerare i dettagli di quanto gli è successo “potete parlare della vostra vita con la vostra fidanzata o dal barbiere ma purtroppo non ci sono dati che dimostrano che raccontare la propria vita aiuti a gestire la propria regolazione emotiva”.

“Trauma first!” Ancora prima di insegnare al paziente social skills per gestire la propria regolazione emotiva, Bohus propone di lavorare sul trauma partendo dalla conoscenza dei meccanismi di fuga emotivi, cognitivi e comportamentali messi in atto dal paziente prima.

I pazienti vogliono cancellare il trauma e non accettarlo, la terapia è invece rivolta a valutare il trauma come parte della propria vita: ricordare il trauma senza perdere il contatto con la realtà e considerarlo come appartenente al passato. “Sei sopravvissuto a quel periodo e sopravvivrai ai pensieri e ai ricordi di quel periodo.” L’intervento dev’essere così preciso che il prof. Bohus parla, utilizzando una similitudine, di “chirurgia psicologica”.

Nell’analisi delle fasi del trauma, il Prof. Bohus effettua una comparazione con il lutto. In questo processo il terapeuta assume il ruolo di quegli amici e parenti che si prendono cura di chi è in lutto, cercando di fornire tutto il supporto necessario rispettando i confini della persona al fine di non risultare invadente e limitare così l’efficacia del proprio intervento “un po’ come quando in alcune culture il vicinato prepara i pasti per la famiglia colpita dal lutto lasciandoli poi fuori dalla porta, senza entrare in casa”.

Una delle parti fondamentali di questo trattamento consiste nel gestire adeguatamente gli stati dissociativi del paziente al fine di permettere una corretta e consapevole rielaborazione della memoria dell’evento traumatico. Per questo sono state indicate semplici strategie utili al riconoscimento e alla gestione degli stati dissociativi.

Per rendere ulteriormente comprensibile la fase di esposizione al trauma è stato proiettato un video che ben ha mostrato i ruoli di terapeuta e paziente e l’interazione che avviene durante la seduta: il paziente viene esposto alla rievocazione del trauma stando in equilibrio su una pedana circolare sulla quale deve cercare di rimanere sorretto dal sostegno del terapeuta, quando il paziente stesso lo desideri: essere nella condizione di dover mantenere l’equilibro impedisce la dissociazione. Il paziente allora inizia a raccontare l’evento traumatico e una volta che il paziente riesce a sperimentare l’emozione core il terapeuta effettua continui confronti fra la situazione passata, in cui effettivamente ha sperimentato il trauma, e quella attuale, nella quale c’è l’emozione ma in assenza di un trauma effettivo. Con il passare delle sessioni la realtà del paziente verrà ri-orientata correttamente, permettendogli di superare quel “terribile” evento. Questo lavoro continuerà per tutti i traumi riportati.

L’intervento del Prof. Bohus ha assunto una particolare rilevanza nell’assegnare alla psicoterapia un ruolo sempre più rilevante nella cura del paziente grave e incoraggiando giovani clinici e ricercatori nel proseguire in questo cammino tanto arduo quanto ricco di soddisfazioni.

Workshop sulla DBT per pazienti con Disturbo Borderline di Personalità e sintomi post-traumatici

di Barbara Basile

Il workshop organizzato dalla SITCC pochi giorni fa a Roma ha consentito al professore Martin Bohus di illustrarci il suo approccio dialettico-comportamentale (DBT) al trattamento dei pazienti con Disturbo Borderline di Personalità (BPD), vittime di abusi sessuali infantili. L’intervento del professore di Medicina Psicosomatica e Psicoterapia dell’università di Heidelberg (tra le altre, anche Dirigente della Clinic for Psychosomatic Medicine and Psychotherapy di Mannheim, vice-presidente della Società Europea per gli studi sui Disturbi di Personalità, Presidente dell’Associazione tedesca per la DBT e altre ancora!) ha illustrato in modo semplice ed efficace come intervenire con quei pazienti che hanno sviluppato un DBP, in seguito ad un trauma infantile a sfondo sessuale. Il modello integra diversi approcci di terapia cognitivo-comportamentale (CBT) di terza generazione, tra i quali la DBT, l’Acceptance & Committment Therapy (ACT, Steve Hayes) e la Compassion Focused Therapy (Paul Gilbert), usati come facilitatori e motivatori, con una più classica esposizione al trauma, che avviene in una fase più tardiva del trattamento.

È noto che l’abuso sessuale infantile è fortemente correlato allo sviluppo di disturbi, tra i più frequenti sono quelli del sonno, il DBP, i disturbi d’ansia, l’abuso di sostanze e i tentativi suicidari, aumentando di ben tre volte la probabilità di sviluppare una patologia psichiatrica in età adulta. Molto spesso, inoltre, i sintomi di queste patologie si associano l’uno con l’altro e contribuiscono ad una bassa autostima, allo sviluppo di disturbi di somatizzazione (i.e., obesità, disturbi metabolici o cardiaci) e predispone a gravi sintomi dissociativi.

In seguito ad esperienze abusanti, il senso di auto-protezione/sicurezza del bambino è fortemente minato, innescando emozioni di paura, dolore, disgusto e impotenza, che attivano comportamenti di evitamento o congelamento. Questi meccanismi hanno l’obiettivo di proteggere il bambino nel tentativo di difendersi dall’esperienza traumatica, essendo costretto a restare nel contesto familiare, spesso teatro dell’abuso. In seguito, il paziente sviluppa delle credenze come “nella mia famiglia questo è normale”, “devo aver fatto qualcosa di sbagliato” o “sono sbagliato, sporco e merito di soffrire” che attivano emozioni secondarie, come la colpa e la vergogna. Queste emozioni permettono al paziente di spiegarsi in qualche modo l’esperienza subita e a sopravvivere nell’ambiente sociale, in modo da evitare l’esclusione o il rifiuto da parte degli altri.

Il modello di Bohus, autore di oltre 200 pubblicazioni, alcune delle quali volte a dimostrare l’efficacia dell’intervento, individua nella necessità di sicurezza e nello scopo dell’affiliazione sociale, i bisogni e gli scopi fondamentali del paziente BPD. Nell’età adulta diversi eventi (i.e., un odore, un suono, un ricordo, una sensazione, etc.) possono attivare un’emozione primaria simile a quella esperita durante l’abuso che accende il network del trauma del paziente, attivando, a sua volta, comportamenti di evitamento o di fuga (Figura 1). Per evitare l’attivazione di questo network, e delle emozioni ad esso associate, il paziente impara a sviluppare delle strategie di coping maladattive (i.e., rituali di pulizia, gesti auto-lesivi, uso di sostante, negazione, rimuginio, etc.), che a lungo termine causano ulteriori sintomi disfunzionali.

Figura 1
Figura 1

Lo scopo del trattamento consiste nell’aiutare il paziente a bloccare l’evitamento e a connettersi, invece, con l’emozione primaria associata all’esperienza di abuso, ricollocandola nella realtà in cui il paziente opera, slegandola, quindi, dall’esperienza traumatica passata. È importante sottolineare che le emozioni primarie e le sensazioni esperite dal bambino possono essere anche piacevoli (i.e., sentirsi speciali, eccitamento sessuale, vicinanza) creando una associazione positiva con l’abuso e diventando, anch’esse, trigger dell’esperienza traumatica. L’obiettivo dell’intervento consiste nell’identificare le strategie di evitamento del paziente e nello scollegare le emozioni primarie (paura, disgusto, impotenza) da quelle secondarie (colpa e vergogna), in modo da aiutare il paziente ad elaborare ed accettare le emozioni associate al trauma.

Un aspetto fondamentale da trattare è quello della dissociazione. Lo scopo in terapia è impedire che il paziente si dissoci sia quando si attivano le emozioni primarie associate al trauma, che durante l’esposizione al ricordo traumatico, bilanciando in modo appropriato l’accettazione delle emozioni primarie associate al trauma e la consapevolezza e il contatto con la realtà attuale. La dissociazione può essere attenuata con diverse strategie, quali l’utilizzo di acqua gelida, la stimolazione del sistema vestibolare o il contatto orale con del peperoncino. Un altro aspetto importante è legato alla pratica di comportamenti pericolosi, auto-lesivi o suicidari. Questi vanno identificati (ad esempio usando la Severe Behavior Dyscontrol Interview) e limitati attraverso un contratto terapeutico scritto molto articolato e insegnando al paziente a regolare le emozioni particolarmente intense. Un altro aspetto che va regolarizzato riguarda le relazioni interpersonali in corso. È consigliato che i pazienti interrompano per un certo periodo le relazioni con persone che presentano tratti border (per evitare che queste possano innescare comportamenti disregolati), così come andrebbero sospesi i rapporti sessuali con i partner (anche questi potrebbero fungere da trigger dell’abuso).

Operativamente, la struttura del trattamento prevede le fasi di 1) motivazione e pianificazione (in cui vengono usate strategie dell’ACT, come l’identificazione di valori e la defusione), 2) la condivisione del razionale del trattamento e l’apprendimento di abilità relazionali e di regolazione emotiva, 3) l’esposizione al trauma ed, infine, 4) la ri-organizzazione di una vita più funzionale. All’interno del trattamento va anche considerata la psico-educazione e la gestione delle emozioni di colpa, vergogna e disgusto. In seguito all’intervento specifico su queste emozioni, il paziente viene esposto alle esperienze traumatiche (in seduta e tramite homework), favorendo una dissociazione delle emozioni primarie legate al trauma passato, dall’attivazione delle stesse nella vita presente.

Il modello DBT per pazienti con BPD associato a trauma sessuale infantile proposto da Bohus rappresenta una integrazione flessibile ed efficace che accomuna strategie della classica CBT e nuovi approcci psicoterapici. Gli studi di efficacia mostrano un drop-out molto basso e un netto miglioramento sintomatologico (i.e., riduzione dei gesti suicidari e auto-lesivi, gestione dei sintomi dissociativi, diminuzione dell’attivazione del network del trauma, etc.), anche in pazienti con un BPD molto grave.

Training intensivo sulla Terapia Dialettico-Comportamentale

di Federica Mansutti

Dal 17 al 19 Gennaio si è svolto a Vicenza il primo modulo del training intensivo sulla DBT (terapia dialettico-comportamentale) tenuto dal Prof. C. Swenson e organizzato dall’associazione DPFRI (Disturbi di Personalità Formazione e Ricerca Italia) in collaborazione con la Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC).

foto 2Fin dal primo impatto, il Prof. Swenson conquista l’uditorio grazie alla sua disponibilità, padronanza della materia e competenza clinica, con un raro connubio di qualità umane e professionali. Colpisce la sua storia professionale: psicoanalista, allievo e collaboratore del Prof. Kernberg al Cornell Medical Centre di New York ha diretto per vari anni il reparto per pazienti borderline. Leggi tutto “Training intensivo sulla Terapia Dialettico-Comportamentale”

Come adattare i materiali DBT per i pazienti sordi

di Stefania Fadda photo Stefania Fadda

L’approccio dialettico-comportamentale (DBT), sviluppato da Marsha Linehan (Linehan, M. 1993) per il trattamento di pazienti con comportamento suicidario cronico affetti da Disturbo Borderline di Personalità, è il primo modello terapeutico con efficacia dimostrata in tale disturbo. Pertanto, è auspicabile che anche i pazienti sordi abbiano accesso al trattamento DBT e, affinché questo avvenga, si rivela necessario l’adattamento dei materiali utilizzati.

Nell’adattare il materiale scritto si dovrà tener conto del bagaglio culturale, del funzionamento psicologico e delle competenze in lingua italiana posseduti dai pazienti sordi. Ad esempio, schede ed esercizi potrebbero essere modificati in tre forme che rispondano a differenti abilità di lettura e comprensione dei pazienti: una prima forma potrebbe rivolgersi a coloro i quali possiedono minime abilità di lettura e comprensione e, pertanto, necessitano di materiale iconico; una seconda forma potrebbe rivolgersi a coloro i quali sono in grado di leggere l’italiano ad un livello elementare ed, infine, una terza forma a coloro i quali leggono l’italiano ad un livello avanzato. Ad esempio, nel modulo dedicato alle abilità nucleari di mindfulness, immagini quali quella di Dorothy e della sfera di cristallo nel “Mago di Oz” aiuterebbero pazienti con povere capacità linguistiche a comprendere l’importanza di osservare prendendo distanza critica da ciò che viene esperito (i pensieri non sono la realtà) (Glickman e Gulati, 2003). Per i pazienti con maggiori competenze linguistiche tali semplificazioni non sono necessarie, tuttavia è consigliabile utilizzare un linguaggio più chiaro e diretto rispetto a quello presente nelle schede rivolte ai pazienti udenti.

Per orientare il paziente alle varie componenti e procedure del programma DBT, i terapeuti utilizzano spesso una varietà di metafore. Queste ultime, per risultare efficaci con i pazienti sordi, devono essere significative in Lingua dei Segni Italiana e tener conto della cultura sorda e delle esperienze di vita peculiari dei pazienti sordi. Devono, quindi, essere di tipo visivo e comprensibili sia da un punto di vista linguistico che concettuale. Ad esempio, quando si introduce l’abilità di “tolleranza della sofferenza mentale/angoscia” si potrebbero utilizzare i cambiamenti del tempo come metafora per lavorare sulle emozioni: è, infatti, difficile controllare il meteo come lo è controllare le proprie emozioni, tuttavia è possibile rispondere efficacemente in situazioni che attivano emozioni forti, così come ci si può preparare ad affrontare il freddo. Quando si introduce l’argomento dell’ambiente invalidante potrebbe essere utile discutere dell’esperienza comune a molte persone sorde di essersi sentite invalidate dal “mondo udente”, in primis dalla famiglia d’origine.

All’interno del modulo “efficacia nelle relazioni interpersonali” vengono spesso utilizzati acronimi quali, ad esempio, “DEAR MAN” il cui fine è quello di ricordare ai pazienti i sette passi che consentono di richiedere ciò di cui si ha bisogno e dire di “no” (Descrivere, Esprimere, Affermare, Rinforzare, Mantenere la Mindfulness, Apparire fiduciosi, Negoziare). Con i pazienti sordi non fluenti in italiano gli acronimi risultano spesso poco utili in quanto il significato viene perso nella traduzione in Lingua dei Segni. Negli Stati Uniti sono stati creati acronimi comprensibili per le persone sorde mediante l’impiego di lettere che formano parole dalla dattilologia nota e associate a segni di uso quotidiano. Ad esempio, l’acronimo “DEAR MAN” è stato modificato in “DEAF CAN”, più semplice da ricordare e adeguato culturalmente. I sette concetti dell’acronimo originale sono rimasti invariati, ma collocati in posizioni differenti e segnati in modo comprensibile per i pazienti sordi (Describe, Express, Ask/Say no, Focus, Confident appearance, Add rewards, Negotiate/suggest).

Rispetto ai pazienti sordi italiani, sia l’adattamento per le persone udenti italiane che quello per le persone sorde americane non si rivela efficace, infatti entrambi mancano di accessibilità linguistica e culturale. Un passo in tale direzione sarebbe, pertanto, auspicabile al fine di rendere la DBT sempre più fruibile da parte dei pazienti sordi.

Riferimenti

Glickman, N., & Gulati, S. (Eds.). (2003). Mental health care of deaf people: A culturally affirmative approach Mahway, NJ: Lawrence Erlbaum.

Linehan, M. M. (1993). Cognitive-behavioral treatment of borderline personality disorder. New York: Guiliford Press.