“Perché non sono quando non ci sei”

di Caterina Parisio

Dipendenza: da fenomeno fisiologico a psicopatologia

 Nella notte tra l’11 e il 12 settembre 1902, Mathilde Tulla Larsen, amante del celeberrimo pittore Edward Munch, in seguito al suo ennesimo rifiuto a sposarla, fece giungere all’artista la notizia che ella era in fin di vita a causa di un’overdose di morfina. Quando Munch giunse a casa di Tulla, la trovò avvolta in un sudario e distesa in una bara, circondata da candele. Vedendolo, ella si sollevò stremata gridando: “Era l’unico modo per farti giungere a me!”.
Curiosa, a tratti comica, la scenetta di Tulla ed Edward, profondamente triste e tragica nella sua verità: quando una relazione si trasforma in qualcosa di tossico.

Esiste un momento preciso durante il quale una relazione approda a una dimensione patogena e patologica? Vari autori sottolineano la necessità di distinguere la dipendenza come fenomeno fisiologico dalla dipendenza intensa come Disturbo di Personalità. John Birtchnell considera la dipendenza negli adulti l’equivalente dell’attaccamento nei bambini e sottolinea come essa possa essere normale in alcune situazioni come le malattie invalidanti o nell’infanzia. L’autore evidenzia, come caratteristica del disturbo, l’incapacità di stabilire una propria identità separata da quelle delle figure di riferimento.
La dipendenza può, del resto, essere considerata come un atteggiamento etologicamente adattivo e appropriato in alcuni contesti, che spinge verso la ricerca di protezione da parte di un altro ritenuto più forte, ma che può determinare, in alcune situazioni cliniche, una grave menomazione del funzionamento personale e sociale.
La dipendenza problematica, legata alla stabilità di relazioni interpersonali disadattive, non configura sempre un Disturbo Dipendente di Personalità, ma è una dimensione comune a vari funzionamenti psicopatologici. La richiesta continua di rassicurazione, l’impossibilità di esprimere disaccordo e il prestarsi a compiti spiacevoli, sono modalità finalizzate al mantenimento della dipendenza dalle figure significative; sottomissione, l’essere facilmente feriti dalla critica e dalla disapprovazione, l’aggrapparsi alle relazioni sono, invece, manovre difensive tipiche del disturbo.

Gli stati mentali caratteristici di pazienti con DDP oscillano tra stati di autoefficacia, in cui il soggetto ha di sé un’immagine positiva, forte e adeguata, e stati di vuoto terrifico disorganizzato, in cui predomina una rappresentazione di sé inadeguato e fragile.

Il sé fragile è caratterizzato da temi di minaccia, solitudine, abbandono e perdita. La sensazione costante è quella di essere incapace a fronteggiare gli eventi da solo; è pervasiva la necessità di essere presenti nella mente dell’altro, di avere una profonda condivisione e sintonia. La fragilità si esprime nel timore costante di abbandono.

Se da un lato, il mantenimento della dipendenza consente la permanenza di una rappresentazione di sé come competente (ma non annulla quella di un sé debole), dall’altro, la rottura della dipendenza genera lo stato mentale temuto di vuoto disorganizzato. È caratterizzato da temi di pensiero di abbandono e perdita e da assenza di desideri attivi.

La dipendenza non è legata a un semplice bisogno di aiuto e rassicurazione contro le paure, ma è ciò su cui si basa la regolazione delle scelte, permette di percepire scopi e desideri, contrasta sensazioni terrificanti di vuoto: è la dipendenza che fa sentire vivo il soggetto! Combattere la dipendenza in questi pazienti è come voler riabilitare la muscolatura di un arto dopo la frattura, riducendo il funzionamento dell’arto sano. Sarà un lungo lavoro di potenziamento dei processi di riconoscimento dei propri scopi e di regolazione dei piani a equilibrare la dipendenza sintomatica versa una forma più funzionale.

Quando Munch, giunto a casa dell’amante, comprese l’inganno, sembra che disgustato decise di allontanarsi, ma ella, disperata, impugnò un revolver per uccidersi.

Ah Tulla, ad averti avuta in terapia chissà, forse avresti regolato meglio le tue scelte!

Per approfondimenti

Giancarlo Dimaggio, Antonio Semerari (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Ed. Laterza

Quiz: la vostra è una relazione sana?

di Erica Pugliese

Cosa definisce un amore sano? Ce lo spiega la nota psicologa, ricercatrice e scrittrice Sue Johnson con la sua Teoria Focalizzata sulle Emozioni, secondo la quale sentirsi sicuri, accettati e connessi emotivamente l’uno all’altro sono gli ingredienti fondamentali di una relazione soddisfacente

Amare è un bisogno primario, come l’ossigeno o l’acqua, un’esperienza meravigliosa ricca d’insegnamenti e stimoli alla crescita ma che può trasformarsi in una delle più devastanti fonti di dolore, come quando si viene lasciati mentre si ama oppure quando uno o entrambi i partner maltrattano l’altro o si dimostrano per niente o poco disponibili. Ci si può trovare, così, a lottare da soli nella relazione, nonostante i costi pagati più o meno consapevolmente. Questa condizione, definita come “dipendenza affettiva”, ha conseguenze anche gravi in diverse aree della vita della persona, come quella lavorativa, familiare e sociale. Ma la dipendenza non è sempre una caratteristica negativa, anzi, sentirsi legati a qualcuno è un’esperienza positiva e universalmente ricercata in tutte le culture.
Sue Johnson, psicologa clinica e fondatrice della Teoria Focalizzata sulle Emozioni, afferma che la chiave di una relazione intima positiva e duratura è quel senso di sicurezza provato da entrambi i partner, inteso come la loro capacità di connettersi e riconnettersi con lo stesso ritmo, come accade quando si danza.

Quando siamo sicuri con l’altro:

  • Ci sentiamo a nostro agio vicino a quella persona e sereni di poter dipendere dal nostro amato.
  • Siamo più disponibili a richiedere supporto e a offrirlo.
  • Siamo meno aggressivi e ostili quando ci arrabbiamo con il partner.
  • Siamo in grado di comprendere meglio ciò che desideriamo noi e gli altri.
  • Ci sentiamo più indipendenti e in grado di gestire meglio eventuali separazioni, risolvere i problemi e raggiungere traguardi.

L’autrice ha costruito un breve questionario – presentato di seguito – finalizzato a conoscere il grado di connessione emotiva dei partner. Il questionario è suddiviso in tre parti, per un totale di 15 affermazioni.

Per ciascuna di esse va indicato con “V” quando è vera o con “F” quando è falsa e assegnato un punto solo alle affermazioni vere. Il questionario può essere completato da soli e il partner rifletterà per conto suo sulla relazione. Oppure può essere compilato e discusso insieme al partner.


Dal tuo punto di vista, il tuo partner è accessibile?

  1. Posso ottenere facilmente le attenzioni del mio partner V F
  2. Il mio partner si connette facilmente con le mie emozioni V F
  3. Il mio partner mi dimostra che io sono la sua priorità V F
  4. Non mi sento sola o esclusa in questa relazione V F
  5. Posso condividere i miei sentimenti più profondi con il mio partner. Lui/Lei mi ascolta V F

Dal tuo punto di vista, il tuo partner risponde positivamente ai tuoi bisogni?

 

  1. Se ho bisogno di contatto e conforto, Lui/Lei me lo offre V F
  2. Il mio partner risponde positivamente quando sento il bisogno di averlo vicino V F
  3. Penso di potermi appoggiare al mio partner quando mi sento ansioso o insicuro V F
  4. Tutte le volte che noi litighiamo o che non ci troviamo in accordo, Io so di essere importante per il mio partner e che troveremo una soluzione insieme V F
  5. Quando ho bisogno di ricevere rassicurazioni su quanto sono importante per il mio partner so di poterle ottenere V F

Siete positivamente connessi dal punto di vista emotivo?

  1. Mi sento molto a mio agio quando sono vicino al mio partner, mi fido di Lui/Lei V F
  2. Posso confidare al mio partner quasi tutto V F
  3. Mi sento al sicuro, anche quando siamo lontani, so che siamo connessi l’uno/a con l’altra/o V F
  4. So che il mio partner si prende cura della mia felicità, dei miei dolori e delle paure V F
  5. Mi sento abbastanza sereno nel rischiare di espormi emotivamente con il mio partner V F

Se la somma delle affermazioni vere è maggiore o uguale a 7, vuol dire che tu e il tuo partner avete un legame abbastanza sicuro e positivo.

Se invece hai raggiunto un punteggio inferiore a 7, vuol dire che il vostro legame va meglio approfondito: comprendere i confini tra te e il tuo partner e condividere come lo vedi è il primo passo per iniziare a creare la connessione della quale entrambi avete bisogno. La percezione di quanto il tuo partner è accessibile, responsivo e connesso emotivamente e quanto la relazione è stata valutata sicura coincide con la sua di percezione? Prova a ricordare che il tuo partner sta descrivendo quanto si sente sicuro ora nella relazione con te e non se tu sia un partner più o meno perfetto. Potete parlare a turno di ciascuna affermazione o risposta che sembra importante per voi. L’ideale sarebbe parlare circa cinque minuti a testa.
Se ti senti a tuo agio, prova a esplorare le affermazioni e le risposte che ti hanno attivato emozioni intense. Prova a farlo con lo spirito di aiutare il tuo partner a sintonizzarsi con i tuoi sentimenti.
Lui/Lei non sarà capace di farlo se entri in una modalità negativa, quindi evita critiche e colpevolizzazioni. Anche in questo caso, è indicato parlare cinque minuti a testa senza interruzioni dell’altro.

Ora che hai un’idea di ciò che l’amore e la dipendenza positiva sono, sai anche se ti trovi in una relazione patologica.

Se sei in una relazione intima negativa e non sai come uscirne, chiedi aiuto. Parlarne è il primo passo per ritornare a stare bene.

 

Per approfondimenti

Johnson, S. (2011). Hold me tight: your guide to the most successful approach to building loving relationships. Hachette UK.

La spirale distruttiva della co-dipendenza

di Erica Pugliese

Che cosa ti spinge a riempire le carenze del partner o a rimediare alle conseguenze delle sue stesse azioni?

Rubrica “Se mi lasci mi cancello? Dipendenza affettiva e violenza di genere”

Sebbene non sia ancora stata riconosciuta tra i disturbi del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), la co-dipendenza è una problematica ascrivibile a relazioni patologiche e influenza la salute psicologica delle persone con conseguenze anche gravi. Si distingue per un atteggiamento di cura eccessiva verso l’altro che può sfociare anche nella messa in atto di comportamenti auto-distruttivi al fine di assicurarsi la vicinanza nella relazione. Tale condizione conduce, nel tempo, a una ridotta capacità di avere una sana e soddisfacente vita relazionale. Le persone co-dipendenti tendono spesso, infatti, a formare e a mantenere relazioni abusive o violente dal punto di vista psicologico, emotivo e fisico, caratterizzate in genere da dipendenza affettiva patologica. Quest’ultima può essere definita come un tipo particolare di rapporto nel quale i partner, nonostante il malessere percepito e gli alti e bassi, non si liberano ma mantengono compromettendo la loro salute psicofisica.

 

Chi sono i co-dipendenti?

I co-dipendenti si caratterizzano per una forte tendenza al controllo, da un’eccessiva preoccupazione per gli altri e da comportamenti di aiuto e sacrificio del sé finalizzati a sentirsi utili, vivi o di valore per il partner. Spesso il legame si crea o si solidifica proprio quando l’altro si trova nella condizione di necessità ed è bisognoso di cure. Ciò che contraddistingue queste forme di relazione patologica è, infatti, proprio la condizione di bisogno e la tendenza del co-dipendente a mettere i propri bisogni e desideri in secondo piano rispetto a quelli dell’altro, con un impiego abnorme di energie e tempo. I co-dipendenti assumono dunque tipicamente il ruolo di ammirare, rispecchiandosi e prendendosi cura del partner idealizzato il quale sembra invece essere assorbito completamente da sé. Nonostante i tentativi di aiuto e cure profuse, è possibile che inconsciamente temano la guarigione del loro amato, a causa di una reale o immaginaria paura di essere abbondonati perché non più utili.

Che cosa origina la co-dipendenza?

La co-dipendenza si origina molto spesso a seguito di rapporti genitoriali distruttivi, negligenti, con problematiche psichiatriche, un passato abusivo o partner fortemente centrati su sé. Storicamente questo costrutto è stato introdotto per la prima volta nella letteratura clinica con riferimento ai compagni o in genere ai familiari di dipendenti da alcol che sembravano vivere un malessere comune e altrettanto invalidante: accadeva spesso che questi riproducessero il comportamento di dipendenza appreso in famiglia ma questa volta su altri target, non necessariamente le sostanze, come il sesso, il gioco d’azzardo e le relazioni affettive. Per questa ragione furono creati dei gruppi appositi di auto-aiuto chiamati Al-Anon/Alateen e Al-Anon Family Groups.

Il circolo vizioso della co-dipendenza: la spirale vittima-salvatore-persecutore.

Il malessere percepito, i tentativi di controllo del comportamento disfunzionale dell’altro, le cure e l’aiuto offerti e la colpa che segue spesso il fallimento del proprio intervento, sono gli elementi del circolo vizioso nel quale le persone con una problematica di co-dipendenza sembrano incastrarsi. Il partner del co-dipendente, si presenta inizialmente come vittima e il co-dipendente assume di conseguenza il ruolo di salvatore. La vittima, per ricambiare amore e cure ricevute, si dimostra motivata a superare i suoi problemi e a cambiare, promettendo al salvatore di concludere definitivamente i comportamenti che generano malessere, come per esempio l’assunzione di alcol, cocaina, gioco d’azzardo, tradimenti, silenzi forzati o vari abusi psicologici o fisici, co-partecipando a pieno titolo alla costruzione della coppia co-dipendente, che vede l’alternanza dei ruoli vittima, salvatore e persecutore. Se per un breve periodo le cose possono andare bene, ben presto la situazione precipita. Il comportamento patologico, infatti, si ripresenta: la vittima potrebbe bere di nuovo, fare uso di cocaina, giocarsi i soldi dello stipendio, tradire, scomparire per un periodo, ecc. A questo punto, può pretendere di essere lasciata in pace, chiedere soldi o diventare violenta, trasformandosi da vittima bisognosa di aiuto a persecutore freddo e distaccato, facendo divenire il co-dipendente la sua vittima. Dopo la ricaduta, accade spesso che il persecutore crolli e ricerchi l’aiuto del co-dipendente ricreando la diade vittima-salvatore. A nulla servono i continui progetti saltati, le promesse non mantenute e le aspettative disattese: il co-dipendente non placa la sua illusione salvifica, che lo spingerà a credere ancora una volta che cambiando strategia riuscirà prima o poi a salvare il partner, che in qualche modo capirà, guarirà, che lo farà per lui, lei o per la loro famiglia in una spirale patologica distruttiva.

Quali sono le credenze patologiche?

La ragione del comportamento di co-dipendenza è un forte senso d’inadeguatezza e di indegnità del sé che fa pensare di possedere valore soltanto nel momento in cui si è necessari e indispensabili per un altro. La co-dipendenza è supportata, inoltre, dalla credenza secondo la quale il sacrificio del sé rappresenta il prezzo che uno deve pagare per mantenere un certo grado di sicurezza nella relazione.

L’amore è vissuto, dunque, come il riflesso del prendersi cura dell’altro in maniera eccessiva e controllante ed è possibile che, anche quando questo pattern di comportamenti causa danni personali, l’individuo che ha possibilità e facoltà decida di non separarsi creando una condizione conosciuta come “dipendenza affettiva”.

Se ti trovi in una relazione con queste caratteristiche, domandati come mai ti stai facendo del male per aiutare gli altri. Perché ti ritrovi a sostenere qualcuno che è instabile, immaturo, irresponsabile, sconsiderato, assente o fallito. Che cosa ti spinge a riempire le sue carenze, a mentire a te stesso o agli altri o fare cose per proteggerlo dalle conseguenze delle proprie azioni.

Per uscire dalla condizione di co-dipendenza è necessario prima di tutto essere consapevoli del problema, riconoscere l’esistenza e l’importanza dei propri bisogni e sostituire le credenze negative automatiche fonte di dolore e i vecchi comportamenti disfunzionali con modalità di pensiero e di azione più sane. A tal fine si suggerisce di intraprendere una terapia individuale o di gruppo che consenta il lavoro sugli stati ansiosi, depressivi e di rabbia che caratterizzano questa condizione per migliorare, di conseguenza, la qualità della vita e delle relazioni con gli altri.

 

Per approfondimenti:

Borgioni, Massimo (2015). Dipendenza e contro-dipendenza affettiva: dalle passioni scriteriate all’indifferenza vuota. Roma, Alpes.

Sono io il narcisista?

di Erica Pugliese

Ogni giorno milioni di utenti chiedono a Google di rispondere a molte delle loro domande. Una di queste sembra proprio essere: sono narcisista? Ecco la risposta

Rubrica
Se mi lasci mi cancello? Dipendenza affettiva e violenza di genere

P. è un paziente di trent’anni che si presenta in studio a seguito della fine della sua relazione. Tre anni fa incontra una donna della quale s’innamora perdutamente. La relazione descritta da P. come inizialmente perfetta, dopo il primo anno comincia a presentare delle incompatibilità che nel tempo hanno portato alla rottura definitiva. P. è infelice ma, nonostante questo, continua a voler rimanere ancorato alla relazione e a fare di tutto per non chiuderla. È arrabbiato, frustrato e triste. Non riesce a farsene una ragione, non accetta di essere stato lasciato, lui che ha amato tanto la partner, fin troppo. Le ha dedicato tempo, risorse economiche, ha cambiato nazione e lavoro per amore. È un fiume di pensieri di rabbia per quanto accaduto, per il comportamento della partner, per come è stato lasciato, per essere stato immediatamente sostituito come lo si fa con un abito in disuso. Secondo P., la compagna è una narcisista perversa. Sintomi, comportamenti, reazioni: tutto coincide. A questi pensieri si alternano, poi, stati mentali di colpa nei quali si accusa e si deprime all’idea di essere, in realtà, il vero colpevole della fine della relazione. “Sono io il narcisista?”, chiede in prima seduta.

In realtà, se ci si ritrova a farsi questa domanda, molto probabilmente la risposta è “no”. P. non è affatto un narcisista ma soffre di dipendenza affettiva patologica, una condizione relazionale nella quale, nonostante il malessere percepito e la quasi totale assenza di cure da parte della partner, continua a sostare, pensando di essere lui stesso in qualche modo colpevole del malfunzionamento.

Come emerso in un articolo del quotidiano britannico The Guardian, ogni giorno milioni di utenti pongono numerose domande a Google. Una di queste sembra proprio essere: “Sono narcisista?”. La cosa non stupisce, data la crescente attenzione negli ultimi anni al tema delle dipendenze affettive e al ruolo del disturbo narcisistico di personalità nella contro-dipendenza, ovvero la tendenza opposta a ricercare il partner e contemporaneamente a evitarlo, con il risultato che la relazione non è mai veramente intima. Il problema della definizione del narcisismo, però, è che non è una condizione così unidimensionale e monostrato come sembrerebbe essere. Non basta essere concentrati su stessi o egoisti per essere dei narcisisti. Non è neanche sufficiente avere a che fare con qualcuno che abbia difficoltà a condividere le proprie emozioni, o che spesso si dimostra disinteressato al/alla partner, non gli/le fa regali o non rinuncia alla palestra per lui/lei. Per capire se un individuo ha o no una personalità narcisistica, “vanno osservati i comportamenti e bisogna provare a sentire che cosa l’interazione con questo individuo smuove dentro”, afferma Di Maggio nel “L’illusione del Narcisista”.

In letteratura, vengono descritte due tipologie di narcisismo: entrambe alternano stati di rabbia, disprezzo, depressione, vergogna, colpa e forte senso di solitudine.

Nello specifico, il primo sottotipo è quello manifesto o overt. In questa sottocategoria si ritrovano fantasie grandiose, costante richiesta di ammirazione e disprezzo. Il narcisista overt pensa di essere superiore e pretende di essere trattato in modo speciale. Ossessionato dal successo e dalla necessità di comandare, ha poco tempo per occuparsi dei bisogni degli altri, considerati solo a fini utilitaristici e, in genere, solo un possibile intralcio ai propri piani di grandiosità. L’avere a che fare con un narcisista overt, subito dopo la fase inziale della conquista, comporta sentimenti di grande tristezza e depressione.

La sensazione del partner è di essere trasparente emotivamente e fisicamente poiché qualsiasi forma d’intimità viene per lo più evitata. La relazione che si viene a instaurare è superficiale, ci si può sentire umiliati o svalutati. Il narcisista potrebbe essere violento verbalmente o fisicamente, tanto da far costantemente temere una sua reazione, come se si camminasse sulle uova. Molto spesso il partner non si fida e la maggior parte delle volte a buona ragione: questo tipo di personalità è, infatti, particolarmente seduttiva e promiscua nella sessualità e non si farà certo molti scrupoli a tradire.

Poi vi è il secondo tipo, il passivo o covert, che invece presenta sentimenti d’inferiorità. Intimamente cerca anch’egli gloria e potere, ma non si espone poiché teme insuccesso e critiche. Avere una relazione con un narcisista covert, vi farà sentire inizialmente speciali poiché, nonostante la distanza intraposta con l’altro, tendono a disperarsi all’idea della vostra assenza. Giocano il ruolo di “vittima” e i partner quello dei “salvatori”. Apparentemente potrebbero non avere alcuna difficoltà ad aprirsi, anzi, è molto probabile che raccontino fin dal primo incontro episodi particolarmente dolorosi della loro vita, come la separazione con l’ex o un trauma del passato (un lutto, la separazione dei genitori, ecc). Il partner del covert si potrebbe sentire incaricato del benessere dell’altro, fino a provare colpa quando, anche se per poco, accennerà l’espressione dei suoi personali bisogni. Il narcisista covert può reagire accusandolo di non fornire le cure adeguate e di non essere sufficientemente di aiuto. Il risultato è la sensazione di essere eccessivamente richiestivi e poco comprensivi.

Se il narcisismo di qualcun altro sta rendendo la tua vita un inferno, invece di provare a cambiarlo, attaccarlo o a mostrare costantemente segni di insofferenza, parti dal presupposto che non è quella persona la vera responsabile della tua sofferenza. Sono le motivazioni alla base del fatto che lo hai scelto a essere il vero demone da sconfiggere. La domanda giusta è: “Perché sono ancora qui a penare e passare gli anni sperando che cambi e finalmente mi tratti bene?”. Se arrivate a questa svolta, la vostra vita ha buone probabilità di prendere un percorso più salutare.

 

Per approfondimenti:

Di Maggio, G. & Semerari, A. (2003). I disturbi di personalità: modelli e trattamento. Laterza

Di Maggio, G. L’illusione del Narcisista (2016). La malattia della grande vita. Baldini e Castoldi.

Rubrica Se mi lasci Mi cancello? Dipendenza affettiva e violenza sulle donne

di Erica Pugliese

La violenza sulle donne ha radici culturali specifiche, nutrite dal mito dell’amore romantico che intreccia l’idea di passione a quella di relazioni intime violente e che illude con promesse il più delle volte false. È promossa da stereotipi di genere che hanno diffuso e favorito un prototipo di donna debole, metà di una mela, incompleta senza un uomo nel ruolo di principe e salvatore. È spinta da un substrato culturale che vede nei principi di tolleranza e sacrificio a tutti i costi, la formula per il buon funzionamento della relazione e alla quale si affianca l’idea che la realizzazione personale della donna sia seconda a quella dell’uomo e al matrimonio. Così, sebbene sembrino lontani i tempi in cui Franca Viola vinceva la sua guerra per l’abolizione del matrimonio riparatore che avrebbe salvato, secondo la legge e la morale dell’epoca, l’onore della ragazza “svergognata” dallo stupro, vent’anni dopo sono ancora numerose le donne vittime di violenza nelle relazioni intime, violenza sessuale, fisica, psicologica, emotiva ed economica. Leggi tutto “Rubrica Se mi lasci Mi cancello? Dipendenza affettiva e violenza sulle donne”