SITCC 2018 – Il trauma interpersonale infantile: nuovi scenari per la cura e per la ricerca

 

di Lea Vergatti

Dal 20 al 23 Settembre 2018 la città di Verona ha ospitato il XIX Congresso nazionale SITCC “Casi Clinici: tra teoria, ricerca e pratica”. Tra i numerosi simposi articolatisi nel corso delle tre giornate, di grande interesse clinico è stato quello intitolato “Il trauma interpersonale infantile: nuovi scenari per la cura e per la ricerca”, presieduto dalla Dott.ssa Maria Grazia Foschino Barbaro, Direttore della Scuola di Specializzazione Cognitiva AIPC di Bari, nel ruolo di chairman, e dalla Dott.ssa Valeria Semeraro, psicologa psicoterapeuta dell’Equipe dell’età evolutiva APC SPC di Roma.

Il simposio ha dato spazio ad un interessante ventaglio di contributi, tutti orientati alla presentazione di protocolli di ricerca e intervento psicoterapico in favore di target di popolazione ancora poco esplorati.

Ha aperto il simposio il dott. Sergio Gatto, Dirigente Psicologo del Servizio di Psicologia Clinica e di Psicoterapia dell’Età Adulta e dell’Età Infantile – Dipartimento di Salute Mentale – ASL Taranto, il quale ha presentato l’applicazione del Preschool PTSD Treatment (PPT) di Scheeringa su un campione di n. 15 bambini, di età prescolare, esposti a ripetuti maltrattamenti fisici e psicologici in contesto scolastico. Dopo una breve ma dettagliata disamina delle evidenze empiriche più recenti relative all’impatto del trauma interpersonale in età prescolare, si è entrati nel vivo dell’intervento. È stato illustrato il disegno di ricerca nelle sue ipotesi principali, la metodologia implementata e i risultati conseguiti. Le rilevazioni osservative effettuate nel contesto classe, nella fase preliminare all’intervento, altresì le valutazioni testistiche attuate con il coinvolgimento diretto di genitori e maestre, hanno confermato la presenza, tanto nei bambini quanto negli adulti, di uno stato di attivazione neurofisiologica intensa in concomitanza di elevati livelli di ansia in risposta agli stimoli evocativi l’evento traumatico. Tale dato, come ben messo in evidenza dal dott. Gatto, ha dunque imposto la necessità di coinvolgere i piccoli in alcune attività di rilassamento precedenti l’intervento terapeutico. Ha fatto seguito la descrizione del protocollo PPT di Scheeringa: articolato in 12 incontri, il protocollo riprende gli elementi salienti del trattamento del trauma in età evolutiva, perseguendo, pertanto, la psicoeducazione delle figure adulte significative (genitori e maestra), l’espressione delle emozioni connesse all’evento traumatico e la costruzione condivisa di una narrazione degli eventi traumatici, attraverso l’uso di disegni e immagini. La fase conclusiva è dedicata alla condivisione dei risultati perseguiti. Come ipotizzato, si è trovata una riduzione significativa dei comportamenti internalizzanti ed esternalizzanti, oltre che un miglioramento della sintomatologia traumatica con un calo degli evitamenti e degli stati di arousal.

La parola è passata alla dott.ssa Marvita Goffredo, psicologa psicoterapeuta dell’AIPC di Bari, la quale ha illustrato il percorso diagnostico-terapeutico implementato in Puglia per la presa in carico dei bambini orfani speciali, ossia quei bambini che hanno perso la mamma perché uccisa dal proprio padre. La prima parte dell’intervento è stato volto alla presentazione della letteratura ad oggi esistente su questa classe di popolazione. I dati, sebbene ancora limitati, mostrano la presenza di esiti negativi, associati a questa esperienza, trasversali alle diverse aree di funzionamento (psicologico, fisico, sociale e scolastico). Di interesse, in tal senso, è stato il riferimento al modello dei fattori di rischio e di protezione, specifici per questi minori, elaborato da un gruppo di ricercatori australiani, il quale prevede una differenziazione degli stessi in tre categorie: fattori precedenti all’evento traumatico come l’esposizione a precedenti esperienze sfavorevoli, fattori circostanziali all’evento traumatico, quali l’essere testimone diretto della tragedia e le modalità di comunicazione della notizia, ed in ultimo, i fattori successivi all’evento, tra tutti la qualità del contesto di caregiving affidatario.
La dottoressa ha proseguito con la descrizione del percorso diagnostico-terapeutico implementato in Puglia per la presa in carico di questi minori, ispirato alla psicologia dell’emergenza e al protocollo cognitivo comportamentale per il trattamento del lutto traumatico di Cohen, Mannarino e Staron. Il piano di interventi è articolato in tre macro-fasi: la fase di emergenza, la quale prevede l’attivazione di un equipe di pronto soccorso psicologico, che accompagna il minore e la famigli affidataria dalla scoperta del cadavere al ripristino delle routine; la fase finalizzata alla valutazione degli adattamenti psicosociali conseguiti e alla stabilizzazione dei sintomi traumatici; la terza e ultima fase volta alla predisposizione del percorso di intervento psicoterapico per l’elaborazione del lutto traumatico e delle pregresse esperienze sfavorevoli. A conclusione dell’intervento vi è stato il riferimento ad un aspetto quanto mai saliente nel lavoro con questi bambini e le loro famiglie, che appare supportato tanto dalla teoria quanto dalla pratica clinica: la condizione di questi minori è caratterizzata da un’alta complessità assistenziale che impone la necessità di interventi integrati in setting multipli, interdisciplinari e intersettoriali, a partire dalla fase di emergenza e per l’intero ciclo di vita.

Il terzo contributo è stato quello della dottoressa Cecilia Laglia, psicologa  e psicoterapeuta, Equipe per l’Età Evolutiva APC-SPC di Roma e Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC) di Roma, la quale ha presentato l’applicazione della metodologia della Terapia Dialettico Comportamentale nel trattamento di un bambino di 7 anni, vittima di bullismo in contesto scolastico. Dopo una chiara descrizione del funzionamento del piccolo, con riferimento alle principali caratteristiche dei suoi contesti di vita, l’attenzione è stata volta alle peculiarità dell’intervento. Ne è stato messo in rilievo l’obiettivo cardine da perseguire nella fase iniziale, ossia relativo alla necessità di creare una buona relazione terapeutica con il piccolo così che questi potesse vincere l’emozione di vergogna frutto dell’esperienza traumatica, e generalizzata a tutti i contesti di vita, compreso quello terapeutico. L’applicazione di un approccio al trattamento orientato alla Terapia Dialettico Comportamentale ha permesso di perseguire con efficacia l’obiettivo di sostenere il bambino nell’acquisizione di più efficaci strategie di regolazione emotiva, altresì nel fronteggiamento del vissuto di vergogna, e la pianificazione di un kit di sopravvivenza per i momenti di sofferenza emotiva e dis-regolazione, a fronte di una presa di coscienza ed elaborazione graduale dell’evento traumatico.

Infine, l’ultimo intervento è stato presentato dalla dott.ssa Alessandra Sgaramella, psicologa psicoterapeuta in formazione presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva dell’AIPC di Bari. In questo contributo, il focus è su una classe di popolazione di nuovo interesse nell’ambito della psicoterapia cognitiva: i minori stranieri non accompagnati (MSNA). Questi minori sono esposti a traumi pre, peri e post-migratori con esiti sulla salute fisica e mentale, e una morbilità psichiatrica maggiore rispetto alle popolazioni paragonabili per età, in particolare per il Disturbo da Stress Post-Traumatico e il Disturbo Depressivo. La dottoressa ha presentato il protocollo di ricerca nato dalla stretta collaborazione tra l’Associazione Italiana Psicoterapia Cognitiva (AIPC) di Bari, il Servizio di Psicologia dell’Ospedale Giovanni XXIII, di Bari e l’Università degli Studi di Bari, finalizzato alla rilevazione degli elementi di vulnerabilità e resilienza che intervengono nella strutturazione o meno di un PTSD in questi minori, con particolare attenzione al background politico e socioculturale di appartenenza, alle motivazioni sottostanti il progetto migratorio e alle prospettive future di cui gli stessi sono portatori. L’obiettivo ultimo sarebbe quello di fare chiarezza sul funzionamento psicologico di questi minori e individuare quali elementi agiscono da fattori di protezione e di rischio rispetto all’insorgenza di risposte psicopatologiche al trauma. A conclusione si è discusso delle future linee di ricerca che dovranno necessariamente vertere sull’individuazione nell’ambito della Terapia Cognitiva di protocolli di trattamento efficaci anche per questa classe di popolazione.

L’innovatività dei temi trattati, la poliedricità delle metodologie di ricerca e cura presentate, trasversali all’intero ciclo di vita e a classi di popolazione molto diverse tra di loro, e non in ultimo la passione con cui ciascun professionista ha parlato del proprio lavoro, hanno reso questo simposio una preziosa occasione di apprendimento, riflessione e confronto professionale.

SITCC 2018 – Migrazione e psicoterapia: verso la costruzione di approdi sicuri

di Marzia Albanese

Il 22 settembre si è svolto a Verona, in occasione del XIX Congresso Nazionale SITCC , un simposio dedicato ad un tema estremamente attuale: “Migrazione e Psicoterapia: le sfide della multiculturalità”. Chairman il Dott. Maurizio Brasini (SPC Roma e Ancona) e discussant la Dott.ssa Maria Grazia Foschino Barbaro (AIPC Bari).

A rendere interessante l’argomento, non solo l’attuale diatriba politica sul tema, ma sopratutto la sfida che questo pone sul piano clinico e sociale. La migrazione rappresenta infatti un aspetto caratterizzante l’attuale demografia del nostro paese, ponendoci davanti ad un’importante compito di integrazione psicosanitaria che non può non tener conto di rilevanti vulnerabilità psicologiche: mancata realizzazione del progetto migratorio, stress transculturale, perdita dello stato sociale e discriminazione. Tutte problematiche alle quali si aggiungono spesso torture, abusi e fenomeni di violenza intenzionale estrema.

Quattro i lavori presentati.

Due si sono focalizzati sulla necessità di tenere separati i concetti di Trauma Complesso e Disturbo da Stress Post Traumatico Complesso, poiché solo una parte dei migranti sopravvissuti ad eventi traumatici interpersonali ripetuti o prolungati nel tempo sembra sviluppare in seguito il quadro clinico di cPTSD.

Esemplari, a conferma di questo, sono stati i casi clinici presentati dal Dott. Alberto Barbieri, psicoterapeuta specializzato presso la sede SPC di Grosseto e coordinatore del Centro MEDU Psychè di Roma, che attraverso la condivisione del percorso terapeutico di Alioum e Mohamed ha mostrato come, partendo da analoghe esperienze traumatiche complesse, i due ragazzi evolvono in psicopatologie differenti sia per caratteristiche che per gravità, ponendo infine l’attenzione su quelli che appaiono essere elementi predittivi importanti per l’evoluzione in un cPTSD: stili di personalità sensibili al rango ed alla competizione.

La Dott.ssa Federica Visco Comandini, psicologa del Centro Medu Psychè di Roma e psicoterapeuta in formazione presso la SPC di Grosseto, ha poi presentato i dati ottenuti in una ricerca condotta su 36 migranti forzati provenienti dall’Africa Subsariana, esposti a traumi nei paesi di origine e/o lungo la rotta migratoria. Quello che emerge è che solo una piccola parte del campione (19%) manifesta un corteo sintomatologico identificabile con il cPTSD, in accordo con i risultati di Ter Heide e collaboratori (2016), assegnando dunque un ruolo centrale per l’evoluzione in un quadro clinico complesso ad elementi di vulnerabilità individuale.

Due lavori si sono invece occupati della sfida relativa all’individuazione e strutturazione, in psicoterapia, di interventi funzionali che tengano conto delle differenze multiculturali.

La Dott.ssa Antonella Stellaci, psicologa e psicoterapeuta (specializzata presso SPC di Ancona), che opera nel Cara Bari-Palese, ha sottolineato l’importanza di focalizzare l’intervento terapeutico con i migranti, non solo sulle risposte negative al trauma, ma anche sulla Crescita Post Traumatica (Post Traumatic Growth – PTG) proposta da Calhoun e Tedeschi nel 2006, attraverso l’assunzione di un ruolo attivo da parte del paziente grazie all’attivazione di risorse personali e strategie di coping, mediante la dimensione gruppale come sperimentazione di accoglienza e condivisione di esperienze negative e la ristrutturazione dell’ambiente fisico, dove anche l’uso di materiale riciclato diventa metafora di rinascita.

Successivamente, la Dott.ssa Leonarda Valentina Vergatti (AIPC Bari), psicologa e psicoterapeuta nel progetto SPRAR, ha spostato l’attenzione, attraverso la condivisione di video ed esperienze dirette, sulla cura del minore straniero non accompagnato e sull’enorme peso che le esperienze di vita traumatiche (condizioni di vita precarie e perdita delle figure significative) possono avere sul suo sviluppo, offrendo importanti informazioni metodologiche sulla strutturazione di un piano di intervento a componente transculturale, che abbia come obiettivo principale la possibilità di sperimentare la protezione e la sicurezza negate nelle precedenti esperienze di vita.

Il simposio, oltre che un’occasione formativa di grande rilevanza clinica per chi opera in questi contesti, ha rappresentato per tutti un piccolo percorso umano che ha permesso di essere testimoni di una nuova odissea di chi lascia il proprio paese, intimamente convinto di poter essere felice solo altrove.

Sono stato abusato? Forse no!

di Giuseppe Femia

I ricordi di un bambino nell’ambito di una triste vicenda collettiva di pedofilia, tra abusi irrisolti, disturbo post-traumatico da stress e protocolli violati

Tra il 1997 e il 1998, in due paesi dell’Emilia Romagna, Mirandola e Massa Finalese, sedici bambini vennero allontanati dalle loro famiglie e affidati ai servizi sociali della zona.

L’accusa, come ha raccontato il giornalista Pablo Trincia in questi mesi sul quotidiano “La Repubblica”, è delle più gravi: abusi reiterati da parte di genitori e parenti, nell’ambito di una lunga serie di rituali satanici all’interno di cimiteri. Gli adulti vennero condannati a decine di anni di carcere e non rividero mai più i loro figli; i bambini crebbero in nuove famiglie e non tornarono mai più a casa.

Tra quei bambini c’era Dario, ora trentenne, che agli albori della storia raccontava alla maestra e a una psicologa dei servizi sociali di alcuni gravi episodi che si verificavano durante le visite nella casa gialla, dove abitava la sua famiglia d’origine e dove, saltuariamente, continuava ad andare per far visita alla madre e al padre naturali. Riferiva di abusi, sia da parte dei genitori che del fratello maggiore; dichiarava, inoltre, di essere stato portato in alcuni appartamenti del paese e più volte al cimitero, dove era oggetto di pratiche sadomaso; diceva: “Ma non succede solo a me, nel giro ci sono anche altri bambini”.

La Polizia comincerà a indagare e a effettuare perquisizioni; nella casa gialla dei genitori naturali di Dario verranno trovati dei giornaletti pornografici. Da una vicina, invece, gli inquirenti sequestreranno una macchina Polaroid. Dario riuscirà addirittura a fare dei nomi e a descrivere lineamenti, colori degli occhi, capelli e fogge delle persone coinvolte. Tutti i bambini ascoltati successivamente riferiranno descrizioni dettagliate: conosceranno i cimiteri a memoria, come fossero dei parchi a tema; racconteranno tutti la stessa storia. Il tribunale dei minori emetterà, allora, ordini di allontanamento per portare in salvo i bambini, i quali troveranno alloggio presso famiglie affidatarie o in un centro gestito da suore. I genitori, i parenti e i complici verranno trascinati sul banco degli imputati. Questa vicenda scatenerà processi lenti ed estenuanti: alcuni subiranno dure condanne; altri verranno assolti dopo sedici anni; altri ancora si suicideranno.

I bambini, nel frattempo, diverranno giovani adulti, ma nessuno di loro tornerà più a casa e la verità rimarrà avvolta nel mistero.

A distanza di vent’anni, il giornalista Pablo Trincia ricostruisce il caso intervistando gli attori della vicenda, tra cui Dario. Proprio lui, durante una conversazione con il giornalista, riferisce: “Per forza un bambino parla di fantasie, dopo otto ore di stress e pressione vorresti solo andare a dormire; mi dispiace per tutta la gente buona che è stata arrestata: fino a tre anni fa, credevo ancora a tutto quanto. Se molte cose non si riescono a ricordare, dopo arrivi a capire che ti hanno usato come volevano, o per i loro scopi. E me ne do una colpa, perché potevo essere allontanato, ok, ma senza mettere in mezzo gente innocente in una storia montata e rimontata da mille bambini, solo con nomi differenti. Più vai avanti e più speri solo che nessuno ti venga a dare la lezione che meriti; io è da più di un anno che ho seri dubbi su tutto e cerco di vivere senza dargli un peso eccessivo, ma con la rabbia verso la gente che mi ha usato”.

Il parziale rinnegamento delle proprie dichiarazioni, congiunto al fatto che tutte le testimonianze dei bambini hanno avuto pochi riscontri fattuali, pone inevitabili interrogativi che, se avessero una risposta, aiuterebbero la ricostruzione dei fatti.

Preliminarmente, infatti, sorge la necessità di chiedersi se nelle vittime, a causa del successivo allontanamento dalla comunità e dalla famiglia di origine, si sia innescato un meccanismo psicologico di malessere, proprio di un disturbo post-traumatico da stress a causa di stati dissociativi, amnesici e di negazione di eventi passati.

Il secondo quesito, messo in risalto da più parti nel corso delle indagini e dalla recente inchiesta di Trincia, riguarda invece la qualità degli ascolti protetti alla base dell’incidente probatorio condotti dagli psicologi allo scopo di verificare la veridicità dei fatti narrati. Ci si chiede, infatti, se durante i colloqui siano state ignorate le indicazioni dei protocolli internazionali per l’ascolto di un minore, che esistevano già da prima del 1997. Potrebbero essere stati proprio i professionisti, la polizia e i giudici, a stimolare nella mente dei bambini quelli che in realtà erano timori, ossia l’esistenza di sette e di pedofilia satanista?

Si potrebbe ipotizzare che i piccoli abbiano inconsapevolmente assorbito una paura collettiva sorta all’epoca, restituendo sotto forma di realtà fattuali delle fantasticherie deliranti, che hanno finito col diventare verità condivise. Se si fosse dunque trattato di un caso di “falso ricordo” causato da un innesto di immaginazione all’interno di un sistema cognitivo e mnestico debole e rinforzato da vicende psicologico/giudiziarie?

Dal momento che, oggi, alcuni dei protagonisti ritrattano o negano le proprie narrazioni passate e molti degli imputati sono stati assolti per mancanza di prove, il dubbio che i fatti non siano realmente accaduti appare legittimo.

In ogni caso, i report del giornalista sembrano svelare diverse irregolarità, prima tra tutte la mancanza di prove certe che giustificassero l’allontanamento dei bimbi dalla famiglia.

Durante gli ascolti protetti, riportati nell’inchiesta di “La Repubblica” in forma scritta e audio, le psicologhe comunicavano gli esiti delle visite ginecologiche e mediche ai bambini che si supponeva fossero state vittime di abusi, formulando frasi come: “Di sicuro qualcuno ti ha fatto male al sederino e alla patatina, questo è sicuro, perché lo dice la dottoressa…”.

Presupporre un danno arrecato potrebbe aver messo i bambini in una condizione di subalternità psicologica, inducendoli a essere d’accordo con l’asserzione appena formulata.

Dai racconti attuali di Dario emerge come, durante gli incontri presso i Servizi Sociali, venisse tenuto chiuso in una stanza per ore e tartassato di domande, anche in caso non rispondesse e continuasse a giocare. Questo modo di procedere, qualora corrispondesse alla realtà, sarebbe contrario a qualsiasi basilare regola deontologica. L’ascolto protetto dovrebbe essere eseguito evitando domande o comportamenti che in qualche modo possano compromettere la spontaneità, la genuinità e la sincerità delle risposte. Non possiamo stabilire cosa sia accaduto, ma certamente questa vicenda merita delle riflessioni da un punto di vista clinico e deontologico.

Spesso l’ascolto protetto diventa un trauma nel trauma: se eseguito senza cautela e in assenza di regole procedurali chiare, nel mancato rispetto di protocolli a tutela del minore, contamina il processo, esaspera la vulnerabilità psicologica intrinseca ai bambini e determina una confusione irreversibile. Occorre ricordare come sia doveroso condurre una valutazione prudente, evitando fermamente di partire dal presupposto secondo cui siano sufficienti alcuni indizi specifici per determinare una situazione di abuso, ma tenendo sempre in considerazione diversi fattori nella valutazione. Bisogna, soprattutto, astenersi dall’assumere un atteggiamento che possa innescare meccanismi di suggestionabilità.

Una corretta conduzione dell’ascolto protetto ha luogo solo a condizione che si garantiscano criteri comunicativi improntati alla neutralità del dialogo, quali:

  • evitare la formulazione di domande che costituiscano un fattore già di per sé condizionante e perturbante nell’orientare una risposta data o attesa;
  • evitare di creare condizioni spaziali di coercizione fisica nei confronti dei minori;
  • evitare di creare condizioni relazionali che vengano vissute come stati di coercizione psicologica;
  • evitare condizioni comunicative, ad esempio la promessa di una ricompensa, che vengano interpretate dal minore come un’indicazione relativa al corretto svolgimento di un compito e possono “indurre” stati mentali e vissuti emotivi nella mente dei bambini.

Il trauma sessuale, subìto o presunto che sia, se seguito da un allontanamento familiare e costellato da mille spostamenti di residenza affettiva, in assenza di protezione, innesca una situazione di trauma cumulativo, che non consente alla vittima di rielaborare lo scenario traumatico e il dolore che ne deriva. In effetti, nei personaggi intervistati, nei ragazzi e nelle famiglie sopravvissute, si rintracciano gli esiti di un trauma complesso caratterizzato da sentimenti di colpa, vissuti di dissociazione e amnesia, reazioni di allarme e/o evitamento rispetto alla vicenda, negazione, ambivalenza con emozioni di rabbia e fenomeni di confusione mentale.

Nello specifico, proprio “il bambino zero” sembra presentare ancora oggi i segnali di un disagio post-traumatico da stress, di uno stato di sofferenza psicopatologica, di confusione, lacerato dal dubbio, con manifestazioni di malessere diffuso, vissuti emotivi negativi e fenomeni di disorientamento rispetto all´accaduto: ho commesso degli omicidi? Sono stato vittima di abuso? Oppure ho innescato una catastrofe per aver coinvolto tutti in una non-verità? Non era certo compito di un bambino quello di stabilire la realtà dei fatti.

In ultimo appare fondamentale sollevare delle riflessioni circa la dubbia motivazione secondo cui anche i genitori non inquisiti siano stati allontanati dai loro figli in modo definitivo e sulla mancanza di un percorso psicologico a posteriori rivolto ai bambini coinvolti nella vicenda, divenuti ragazzi, dapprima “protetti” e alla fine “abbandonati” sino ad oggi, alla sofferenza, al dubbio e al dolore.

Psiche e psichedelia: l’MDMA è una risorsa?

di Niccolò Varrucciu

L’impiego dell’MDMA nella cura del disturbo post-traumatico da stress: cavalcare le emozioni e rielaborare traumi grazie alla sostanza psicoattiva

Dopo anni di ricerche, la Food and Drug Administration – l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici – ha fatto un passo decisivo, dichiarando la molecola methylenedioxymethamphetamine, in gergo MDMA, terapia innovativa per il trattamento del Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS), in associazione con una psicoterapia.

Conosciuta in tutto il mondo come una droga ricreativa e come ingrediente principale dell’ecstasy, l’MDMA ha dimostrato di offrire un aiuto concreto ai pazienti affetti un disturbo invalidante come il DPTS.

Il possibile utilizzo delle droghe nel trattamento dei disturbi psichiatrici è stato discusso fin dagli anni ’40; tra le sostanze utilizzate, con risultati contrastanti, si ritrovano barbiturici, anfetamine, ossido nitroso e altre molecole. Leggi tutto “Psiche e psichedelia: l’MDMA è una risorsa?”

Come si manifesta il Disturbo Post Traumatico da Stress

di Ilaria Martelli Venturi

I sintomi all’esposizione a un evento stressante e traumatico che la persona ha vissuto direttamente o a cui ha assistito

Il Disturbo Post Traumatico da Stress ha un’incidenza tra il 5 e il 10% della popolazione. Si sviluppa in seguito all’esposizione a un evento stressante e traumatico che la persona ha vissuto direttamente o a cui ha assistito, e che ha implicato una minaccia per l’integrità fisica e psicologica propria o di altre persone. Si può trattare di incidenti o di malattie gravi, essere sopravvissuti al terremoto, ad alluvioni, ad atti di terrorismo, aver subito violenze o abusi sessuali, aver avuto un aborto, etc.
La risposta della persona all’evento traumatico comporta paura intensa, senso di impotenza e orrore, che nei bambini vengono espressi attraverso irritabilità, un comportamento disorganizzato o agitato, la pratica di giochi ripetitivi in cui vengono espressi temi o aspetti riguardanti il trauma, disegni e sogni spaventosi senza un contenuto riconoscibile.
Il disturbo si caratterizza, in particolare, per alcuni sintomi: la rievocazione dell’evento attraverso immagini, pensieri, percezioni ricorrenti e intrusive, il manifestarsi di incubi notturni e la sensazione di rivivere l’esperienza traumatica attraverso illusioni, allucinazioni e flashback; il persistente sottrarsi a stimoli associati all’evento come pensieri, sensazioni, conversazioni, attività, luoghi o persone che evocano ricordi legati al trauma; Leggi tutto “Come si manifesta il Disturbo Post Traumatico da Stress”

Cosa hanno in comune le psicoterapie per il PTSD?

di Graziella Pisano

Negli ultimi trent’anni, il campo della ricerca inerente la pratica clinica correlata ad eventi traumatici si è doviziosamente sviluppato e le psicoterapie rivolte al disturbo da stress post-traumatico sono divenute molteplici; pare interessante valutarne le componenti specifiche e definirne i punti in comune, importanti per il successo terapeutico. Nonostante le differenze, riscontrabili in termini di tempistiche, ordine cronologico nell’affrontare gli aspetti importanti e l’enfasi su alcuni elementi piuttosto che altri, è possibile estrapolare le componenti che in qualche misura permeano tutte le psicoterapie prese in esame. Di seguito esposti i punti in comune con, accanto a ciascuno, la psicoterapia che su esso si focalizza in misura particolare.

Psicoeducazione, allo scopo di ottimizzare la cooperazione del paziente e prevenire le ricadute. La Brief Eclectic Psychotherapy for PTSD (B.P.R. Gersons) è un trattamento che prevede che il paziente riceva la psicoeducazione in presenza di una persona di fiducia, ad essa seguono esposizione immaginativa e conferimento di significato all’evento traumatico. Leggi tutto “Cosa hanno in comune le psicoterapie per il PTSD?”

Schema Therapy per la Depressione e il Disturbo Post-traumatico da Stress

di Barbara Basile

Nel workshop tenuto da Remco Van der Wijngaart l’8/9 aprile 2016 a Basilea (Svizzera), il terapeuta olandese del Riagg di Maastricht si è concentrato sull’applicazione del modello della Schema Therapy (ST) alla Depressione e al Disturbo Post-traumatico da Stress (DPTS).
In parte integrandosi naturalmente con la Terapia cognitivo-comportamentale, la ST si è mostrata utile nel trattamento della depressione (Brewin & Wheatley, 2007; 2008; Bamelis et al., 2101; Renner et al., 2013; Brewin et al., 2009), intervenendo sulle parti genitoriali esigenti o colpevolizzanti, soddisfacendo i bisogni del mode del Bambino (i.e., accudimento, senso di competenza e di identità, libertà di esprimere emozioni e bisogni di spontaneità e gioco) e arginando i coping mode disfunzionali (i.e., il protettore evitante).
D’altro canto, diversi studi mostrano l’efficacia della sola tecnica dell’Imagery with rescripting (IwR) nel trattamento del DPTS (Sumcker et al., 2007; Arntz et al., 2007; 2013), e non solo.  Questa tecnica esperienziale permette al paziente di identificare e soddisfare, tramite immaginazione, i bisogni emotivi fondamentali frustrati in età infantile, inclusi quelli di sicurezza e protezione, violati nelle situazioni traumatiche. L’immaginazione rappresenta una ottima strategia di intervento rispetto a eventi passati dolorosi poiché questi vengono trattati dal nostro cervello come equivalenti ad un evento reale. Ovvero, i processi neuronali coinvolti sono simili, sia se immaginiamo un evento (o la sua ri-elaborazione, come avviene nell’IwR), sia se lo viviamo realmente. Inoltre, anche la ristrutturazione del trauma è più efficace se affrontata tramite immaginazione, anziché solamente sul piano verbale-cognitivo (Holmes et al., 2009). In particolare, Van der Wijngaart  evidenzia l’efficacia di un protocollo specifico per il DPTS basato su 12 sedute di 90 minuti ciascuna, dove la sola tecnica che viene utilizzata è quella dell’immaginazione “con ri-scrittura”. In una prima parte del protocollo sarà il terapeuta ad intervenire nell’evento traumatico rievocato (avvenuto entro i 16 anni), in modo da fermare l’abuso e proteggere il paziente bambino nella scena; in seguito, in una fase finale della terapia, è il paziente stesso (da “Adulto sano e funzionante”) che interviene, per fermare l’abuso e accudire in modo adeguato il bambino. In questo modo si raggiunge un duplice obiettivo: da una parte il paziente Adulto sano impara ad aumentare il proprio potere e le proprie capacità di intervento, e dall’altro i bisogni del Bambino trovano finalmente risposta e sollievo sul piano emotivo.

L’applicazione del causal modeling al DPTS

di Walter Sapuppo

Dopo il puntuale articolo della Dott.ssa Fadda, in riferimento al “causal modeling” (Morton & Frith, 1995; Morton, 2004), vado ad illustrare – in maniera riassuntiva – l’applicazione di tale framework a un disturbo specifico: il Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS). Il lavoro di integrazione dei modelli è il frutto di un project di ricerca coordinato dal Dott. Leonardo Fava in collaborazione con il gruppo classe dell’attuale III anno della SPC-sede di Napoli. Per elaborare un’ipotesi causale del disturbo in oggetto è stata condotta un’analisi descrittiva di differenti ipotesi teoriche relative agli aspetti eziopatogenetici e di mantenimento del DPTS e, in particolare, sono stati valutati i contributi di maggiore rilevanza scientifica inerenti le principali dimensioni del disturbo. Dopo aver integrato i principali aspetti emersi da ciascun approccio, è stata formulata una cornice teorica (causal modeling) comprensiva dei fattori implicati. Nello specifico, tale operazione ha permesso di identificare: Leggi tutto “L’applicazione del causal modeling al DPTS”