L’amo o non l’amo?

di Roberta Trincas

Ci sono dubbi che vanno risolti, altri che non possono essere risolti, altri ancora che è meglio non risolvere. Roberto Gervaso

È la persona giusta per me? Sono innamorato di lei? È abbastanza carino per me? Sono attratto? È abbastanza intelligente per me?

Sono alcuni dei dubbi che possono presentarsi alla mente quando si è coinvolti in una relazione sentimentale. Normali incertezze attraverso le quali la persona compie delle valutazioni per giungere alla scelta di un partner. Tuttavia, vi sono casi in cui questi dubbi diventano estremamente frequenti, persistenti e intrusivi tanto da “ossessionare” la persona e generare un malessere che si ripercuote nella relazione con il partner: è quanto succede nella mente di chi soffre di Disturbo Ossessivo-Compulsivo da Relazione.

In questo tipo di disturbo, le ossessioni sono principalmente focalizzate sui difetti del proprio partner e su ciò che non va nella relazione: generalmente fanno riferimento a difetti fisici, abilità sociali, alla moralità o all’intelligenza del partner; mentre le ossessioni sulla relazione possono riguardare dubbi circa il proprio amore o quello del partner, o più in generale circa la validità o meno della relazione (“È la relazione giusta per me? Lo amo veramente?”).

Il DOC da Relazione ha caratteristiche e sintomi simili al Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Per esempio, il controllo (o checking) può esprimersi attraverso la messa alla prova delle capacità intellettive del partner, sottoponendolo a quesiti di fisica o matematica, oppure controllando continuamente se ha i capelli a posto o se è ben vestito. Può ricorrere a un continuo monitoraggio delle proprie sensazioni emotive al fine di provare la veridicità dei propri sentimenti d’amore (“Sono sempre emozionato quando lo/la vedo? Penso sempre a lui/lei quando non c’è? Mi attrae quando facciamo sesso?”). Può esserci la tendenza a confrontarsi con altre coppie per verificare se gli altri risultano più felici e appagati o se ci si possa sentire attratti da altri. Chi soffre di Disturbo Ossessivo-Compulsivo da Relazione può richiedere rassicurazioni, confidarsi con amici per capire quale decisione prendere in merito alla propria relazione; può attuare diversi evitamenti, per esempio evitare di guardare o parlare con altri/e uomini/donne, oppure evitare di investire e coinvolgersi nella relazione, di compiere gesti d’amore o di esprimere affetto perché non si sente sicuro dei propri sentimenti. Così come il DOC, anche quello da Relazione tende all’autocritica per incapacità nel controllare le proprie ossessioni, con la tendenza a colpevolizzarsi. Infatti, chi soffre del DOC da Relazione si sente estremamente responsabile della sofferenza del partner, teme di illuderlo e per questo motivo si tiene distante emotivamente o si colpevolizza facilmente rispetto ai propri dubbi sulla relazione.

Ciò che caratterizza nello specifico il DOC da Relazione è che gli effetti del malessere del singolo si ripercuotono sulla qualità della relazione stessa, creando un circolo vizioso per cui lo scarso impegno genera minore coinvolgimento e minore ricerca di comportamenti alternativi positivi.

Ma quali sono le motivazioni che spingono queste persone a investire così tante energie e tempo ossessionandosi su ciò che non va del partner e della relazione? Secondo alcuni psicologi israeliani, Doron e Derby, il DOC da Relazione ha come scopo fondamentale fare la scelta giusta, trovare la persona giusta, avere la relazione giusta. Secondo il loro modello teorico, alla base dello sviluppo del DOC da Relazione vi sarebbero fattori di vulnerabilità e specifiche credenze disfunzionali. La vulnerabilità consiste in una scarsa autostima e un ideale di relazione e di partner, per cui l’autostima di queste persone può dipendere dalla qualità della loro relazione sentimentale o dalle caratteristiche del partner. Per esempio, possono sentirsi sminuiti nel loro valore personale dai difetti del partner e vergognarsene. Inoltre, diversi studi hanno dimostrato che i DOC da Relazione hanno più credenze “estreme” sull’amore rispetto ai DOC e ai soggetti non clinici. Per esempio, sono convinti che “essere nella relazione giusta corrisponda a essere sempre felici”, o che “se ci si sente infelici ciò dipenda dalla propria relazione”, o ancora possono credere che “pensare sempre all’altro o sentirsi sempre emozionati con il partner sia un segno di amore”.

Spesso nella storia di vita di queste persone ritroviamo storie familiari con alta conflittualità tra genitori, per cui il bambino cresce con l’idea che il conflitto sia da evitare perché fortemente temuto; oppure hanno avuto genitori controllanti o gelosi. Le esperienze familiari possono fungere da modello e generare alcuni timori riguardanti la relazione, per esempio “ho paura di rivivere la relazione che hanno vissuto i miei genitori, ho paura di essere come loro”, “ho paura di non riuscire mai a uscire dalla relazione”.

Il DOC da Relazione è un disturbo difficile da identificare e trattare, tuttavia recentemente Doron e Derby hanno sviluppato tecniche cognitivo-comportamentali al fine di intervenire specificatamente sul problema. Il trattamento prevede una prima fase di riduzione del circolo ossessivo, e quindi dei sintomi e delle credenze eccessive sull’amore. Successivamente, si aiuta la persona a sperimentare la relazione prima ancora di prendere qualsiasi decisione. In particolare, si aiuta la persona a distogliere l’attenzione da un ideale d’amore e fare i conti invece con una realtà fatta di pregi e difetti. Il percorso verso l’accettazione comprende l’elaborazione della perdita di un ideale, e il graduale impegno nella relazione che comporta anche la capacità di trovare un compromesso tra i propri valori e le caratteristiche del partner. Quindi si invita la persona a riflettere su quanto può essere disposta ad accettare che il partner non rispecchi determinati valori e, contemporaneamente a impegnarsi in comportamenti che favoriscano il coinvolgimento e l’esperienza della relazione stessa. In altre parole, il cammino verso la guarigione prevede il passaggio dal “ti amo o non ti amo?” verso il “ti amo anche se non sei bravo in matematica”.

Per approfondimenti:

Doron, G., & Derby, D. (2017). Assessment and treatment of relationship-related OCD symptoms (ROCD): A modular approach. In J. S. Abramowitz, D. McKay, & E. A. Storch (Eds.), The Wiley Handbook of Obsessive Compulsive Disorders, 547.

Tutta “colpa” di Freud e non solo!

di Annalisa Bello

 Un recente studio ha cercato di gettare luce sul ruolo della rabbia e dell’aggressività latente nel Disturbo Ossessivo Compulsivo. Si sarà riusciti nell’impresa?

Da sempre calamitante l’attenzione e la curiosità dei clinici, il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) non ha mancato a solleticare anche la mente freudiana che interpretava la spiccata moralità di questa categoria di pazienti come l’esito di una formazione reattiva a impulsi aggressivi e erotici repressi. Un’aggressività così prorompente da dover essere celata, insomma. In linea con le assunzioni di Freud, alcuni studi riportano punteggi elevati a misure self-report (autosomministrate) di rabbia in soggetti con sintomatologia ossessiva rispetto a quelli di controllo. L’intrigante accoppiata tra la rabbia e il DOC parrebbe assumere particolare rilevanza nella categoria dei checkers (controllori), sebbene le evidenze a tal riguardo sembrino essere contrastanti. All’interno di questo background alquanto confondente, sembrerebbe esserci un imputato: le misure self-report il cui svantaggio sarebbe proprio la scarsa puntualità dei resoconti soggettivi, inficiati ulteriormente da variabili come la desiderabilità sociale. La pensano così Claus e collaboratori che, in uno studio pubblicato su Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry nello scorso gennaio, hanno cercato di gettare luce sull’aggressività latente nel DOC, indagandola attraverso misure più implicite e affidabili, come l’Implicit Association Test (IAT). Gli autori si aspettano, infatti, di confermare la presenza di elevati tratti di aggressività in pazienti DOC rispetto ai controlli. A tal fine, hanno reclutato 58 pazienti con DOC e 28 partecipanti sani i quali, dopo un’iniziale fase di valutazione, atta a validare la diagnosi di DOC, erano chiamati a svolgere il compito sperimentale. Nella fattispecie, i partecipanti allo studio erano chiamati a svolgere un compito di doppia categorizzazione veloce di stimoli appartenenti a quattro categorie: ogni soggetto doveva associare, in tempi rapidi, parole non aggressive a se stesso e parole aggressive alla categoria “altro”; poi le coppie venivano invertite e la categorizzazione era in termini di “io/aggressivo” contro “altri/non aggressivi”.

Sorprendentemente per gli autori, i pazienti con DOC palesavano una rappresentazione di sé meno aggressiva rispetto ai controlli, come confermato ulteriormente dal pattern di correlazioni negative tra il test che misurava la sintomatologia ossessiva e il compito sperimentale, in linea con la fetta di letteratura che, ricorrendo a misure self-report, non aveva osservato il freudiano connubio tra aggressività e DOC. Le inaspettate risultanze hanno messo alla prova gli autori che hanno posto una riflessione: se da un lato la “scomoda” evidenza potrebbe essere dovuta a una differenza tra l’appraisal (valutazione) personale sull’aggressività dei pazienti ossessivi rispetto a quelli di controllo, dall’altro la chiave di volta, secondo Claus e collaboratori, risiederebbe nel senso di responsabilità inflazionata tipica del DOC, che porterebbe i pazienti a neutralizzare con le compulsioni i pensieri ossessivi associati a dannosità per sé o per gli altri. In tal senso, la rabbia e l’aggressività sarebbero gli esiti di un’opera di neutralizzazione non pienamente riuscita. O, ancora: l’aggressività del DOC potrebbe essere più congrua con concetti relati a un pattern più covert (non manifesto) e non esplicito come quello ritratto dalle parole target utilizzate nel compito. Oppure potrebbe essere che, sempre a detta degli autori, il medesimo senso di responsabilità inflazionata abbia portato i pazienti ossessivi ad aderire responsabilmente alla consegna sperimentale di svolgere il compito correttamente e nel minor tempo possibile.

Non resta che chiedersi: ma perché stupirsi tanto? Non risiede forse altrove il nucleo psicopatologico del DOC?

Che schifo! Sarò stato contaminato?

di Barbara Basile

Cosa è il disgusto? Che funzione ha nella nostra vita e cosa accade se siamo troppo sensibili ad esso?

 Il disgusto ci salva dall’ingestione di cibi andati a male o dal contatto con sostanze potenzialmente pericolose. Grazie alla sua intensa sgradevolezza, associata a una specifica espressione del viso, a sensazioni fisiologiche (come nausea e vomito) e a una risposta di repulsione e allontanamento, l’uomo è riuscito a evitare alimenti putrefatti, a sottrarsi al contatto con animali sporchi e potenziali vettori di malattia, a evitare il possibile contagio tramite ferite o manifestazioni corporee potenzialmente dannose. Tutte queste caratteristiche e manifestazioni sono descritte in modo molto evocativo nel libro “Il Profumo” di Patrick Süskind.

Un’altra accezione più evoluta e socialmente determinata è quella del disgusto socio-morale, inteso come regolatore delle relazioni tra le persone. Capita spesso di sentir dire: “Che persona disgustosa!”, “Quell’individuo mi fa schifo! Non ci voglio avere a che fare”, rispetto a soggetti che agiscono in modo immorale, per esempio pedofili, stupratori, dittatori politici o personaggi che in qualche modo ledono, usano o approfittano degli altri. In questo senso, il disgusto incoraggia risposte di rifiuto e repulsione e anche di punizione (come accade, ad esempio, per i condannati criminali che vengono sottoposti a una pena da scontare in carcere).

Il disgusto si apprende fin dai primi mesi di vita, quando i genitori usano manifestazioni verbali o smorfie per indicare al bambino di non toccare o raccogliere oggetti sporchi e potenzialmente dannosi. Le figure genitoriali hanno quindi un ruolo fondamentale nell’insegnare al bambino come approcciarsi a questa emozione e rappresentano un modello di apprendimento molto importante.

Nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) il disgusto gioca un ruolo chiave. Ciò è particolamente vero nel sottotipo da contaminazione, in cui si ha il timore di potersi sporcare o di essere contagiati da una possibile malattia. Queste paure molto intense spingono a comportamenti di evitamento (arrivando anche a non uscire più di casa), di controllo e soprattutto di lavaggio, con lo scopo di prevenire a tutti i costi qualsiasi possibile contaminazione. Il film francese “Supercondriaco – Ridere fa bene alla salute” rappresenta abbastanza fedelmente quali possono essere i timori e i comportamenti che una persona affetta da questo disturbo vive.

Trattare chi ha una elevata sensibilità al disgusto è molto difficile, soprattutto considerando il forte potere attivante che questa emozione racchiude. Il flooding rappresenta una possibile tecnica di intervento terapeutico, difficile da attuare poichè richiede una fortissima adesione del paziente. Si tratta di un approccio comportamentale, in cui l’individuo entra in contatto con le situazioni che generano ansia in modo non-graduale e prolungato. L’ipotesi è che nel soggetto esposto allo stimolo ansiogeno per molto tempo, pian piano la risposta d’ansia si attenui fino alla completa estinzione. Proprio questo, senza anticipare troppo il finale del film diretto da Dany Boon, è quello che sperimenta il protagonista. Altri interventi consistono nell’aiutare il paziente a esporsi gradualmente agli stimoli disgustosi o pericolosi, senza poi mettere in atto i comportamenti di lavaggio (Esposizione e Prevenzione della Risposta, E/RP). Ancora, si può chiedere all’individuo di associare più volte gli stimoli disgustosi con stimoli valutati da lui come molto gradevoli. Se correttamente applicato, questo processo di controcondizionamento dovrebbe depotenziare l’effetto attivante negativo degli stimoli disgustosi. Anche in ambito scientifico, purtroppo, gli studi volti a verificare l’efficacia di uno specifico trattamento psicoterapico sono ancora scarsi.

 

Per approfondimenti:

 – Questa et al., Cognitivismo Clinico (2013) 10, 2, 161-172

– Mancini F. (2016), a cura di “La mente ossessiva”. Raffaello Cortina Editore

L’essenziale è invisibile agli occhi

di Giuseppe Femia

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo relazionale

Il disturbo ossessivo di tipo relazionale sembra essere diventato un fenomeno sempre più diffuso e manifesto. Nello specifico, tale condizione viene definita R-OCD: Relationship Obsessive-Compulsive Disorder e richiede incessanti controlli a causa di pensieri intrusivi e ricorrenti, al punto da interferire nel funzionamento globale.

La ruminazione, meccanismo tipicamente implicato nei ragionamenti di pensiero prudenziale, si concentra sulla qualità dei propri rapporti affettivi e sul dubbio circa le proprie relazioni amorose.

I rapporti diventano terreno fertile per pensieri ricorrenti che angosciano e attivano sensazioni di ansia e sofferenza generalizzata.

I pensieri tipici potrebbero essere: “Se non fossi innamorato? Se non fosse la persona giusta per me? E se stessi scegliendo male? Se non sono così sicuro, allora dovrei lasciarla/o? Non dovrei avere questi dubbi? Se gli facessi male? Forse non è il caso di creare un legame?

Queste domande richiedono continui controlli sulla relazione, su se stessi e sulle proprie emozioni.

Si assiste a una quasi inversione del sentire emotivo con una continua vigilanza cognitiva sui propri sentimenti, sulle sensazioni, comprese quelle concernenti la sessualità.

Questo tipo di fenomeni innescano processi di ragionamento emozionale che selezionano in modo arbitrario e selettivo dettagli, ricordi e sensazioni che andrebbero a confermare il rischio che la relazione non sia quella giusta.

Ad esempio, ci si concentra su ricordi in cui le interazioni amorose non sono state brillanti o momenti di attrazione anche solo transitoria per un’altra persona, oppure paragoni con rapporti precedenti, cercando di misurare il coinvolgimento emotivo attuale paragonato a quello del passato con un altro partner o durante i momenti iniziali di innamoramento. Alla base si rintracciano anche meccanismi dicotomici di pensiero in cui non si riesce a trovare una via di mezzo, una sorta di visone della coppia o bianca (ideale-perfetta) o nera (distruttiva, noiosa, deludente).

Tali manifestazioni spesso bloccano le persone, inibiscono l’avvio di una buona capacità di entrare in contatto con gli altri e la costruzione di legami di scambio reciproco e autentico, riducendo così la spontaneità delle interazioni.

Talvolta capita di trovarsi incastrati in relazioni non soddisfacenti per l’incapacità di chiudere il rapporto in corso, nonostante sia disfunzionale a causa della continua incertezza circa la scelta giusta o sbagliata su cui si “tribola” senza sosta.

Sembrerebbe instaurarsi una relazione con tratti di dipendenza emotiva e vissuti di colpa esperiti.

In particolare sembra essere presente il timore di poter ferire gli altri, un senso di colpa altruistico che anticipa il dolore che si potrebbe arrecare al partner: “Potrei farla/o stare male, potrebbe impazzire a causa mia”.

Alle volte capita di dover mettere sotto controllo anche la reazione dell’altro di fronte a tematiche di chiusura e abbandono, o si presenta l’impulso di dover chiudere la relazione, per sfuggire all’insorgenza di stati ansiosi incontrollabili. Il distanziamento viene dapprima prodotto per controllare i propri dubbi e, in un secondo momento, interpretato erroneamente come la conferma di come la relazione non funzioni (confirmation bias).

Spesso i dubbi riguardano anche il partner e l’attenzione si concentra su difetti fisici che non convincono, caratteristiche positive e negative: “Non mi piace una sua espressione! Forse non è abbastanza intelligente? Potrebbe non essere capace di costruire una famiglia!”; “È dolce, è una buona persona”.

In altri casi, si mette in atto una ricerca di rassicurazione coinvolgendo gli amici oppure un meccanismo di controllo “nascosto” attuato paragonando il proprio rapporto a quello di altre coppie.

Alcuni potrebbero arrivare a testare la propria fedeltà espandendosi a piattaforme sociali di incontri, per scongiurare la loro capacità di essere responsabili e ancora innamorati, o frequentare ex partner per confermarsi come la persona attuale sia migliore e più adatta.

Spesso questa sintomatologia si inserisce in momenti di transizione importanti in cui si assiste a un cambiamento di vita e di ruolo del soggetto coinvolto, in cui si attraversa un periodo di crescita e un aumento di responsabilità, per esempio nei momenti di passaggio da fidanzati a sposati, da compagno/a a marito/moglie o in situazioni in cui si ha la percezione di poter tradire le aspettative degli altri.

Da una valutazione qualitativa, in fase di assessment, le persone che presentano questa tipologia di Doc potrebbero presentare punteggi elevati ai test che valutano la sensibilità verso la responsabilità (Guilt Inventory) in associazione a punteggi elevati nell’area che registra il funzionamento ossessivo (sotto scala DOC).

Inoltre, potrebbero esibire temi di scarsa autostima e ambivalenza nei processi di adattamento interpersonale e funzionamento affettivo/relazionale; essi sembrano rilevabili mediante un’attenta analisi dei loro protocolli MMPI.

In questo test della personalità nei soggetti con Doc relazionale, si potrebbero rintracciare punteggi relativi a una scarsa capacità assertiva, vissuti di demoralizzazione secondaria, tematiche di dipendenza/compiacenza verso il mondo ambiente con un bisogno importante di conferme e rassicurazioni da parte degli altri.

Mi piace, e credo possa essere utile, l’idea di chiudere questa breve descrizione proponendo una vignetta che rappresenta un passo cruciale del racconto “Il piccolo principe”.

Il tema proposto nell’immagine sembra rappresentare in modo delicato e chiaro il tema del legame e la paura della responsabilità relazionale: “addomesticare”.

Proprio questo concetto preoccupa le persone che soffrono di un disturbo ossessivo a tematica relazionale.

La volpe dice: “Diventerai responsabile per sempre di quello che hai addomesticato, tu sei responsabile della tua rosa”.

Il personaggio della volpe sembra dunque recitare davvero alcuni timori nucleari presenti nella dimensione del Doc relazionale. In qualche modo reclama la responsabilità rispetto alla vulnerabilità altrui, rappresentata dalla rosa nella metafora, e dunque nei confronti del proprio partner.

Infine, anche la frase divenuta condivisa e collettiva “L’essenziale è invisibile agli occhi” potrebbe suggerire, a chi presenta i sintomi sopra descritti, come il continuo monitoraggio cognitivo dei pensieri non garantisca il successo rispetto al chiarimento circa le proprie emozioni, anzi, al contrario, potrebbe offuscare ulteriormente la visione dei propri sentimenti, creando confusione, incrementando gli interrogativi sulle relazioni, innescando ragionamenti viziati da vissuti di ansia e angoscia.

 

Per approfondimenti:

Abramowitz J. S., McKay D., Taylor S., Clinical handbook of obsessive-compulsive disorder and related problems. JHU Press, 2008.

De Saint-Exupéry A., Il Piccolo Principe, Bompiani, 2000.

Doron G., Derby D.S., Szepsenwol O., Relationship-related obsessive-compulsive phenomena: The case of relationship-centred and partner-focused obsessive compulsive symptoms, 2012.

Doron G., Derby D.S., Szepsenwol O., Talmor, D., Flaws and all: Exploring partner-focused obsessive-compulsive symptoms. Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders, 2012, 1(4), 234-243.

Doc: Schema Therapy e CBT, una sintesi possibile?

di Katia Tenore

 I risultati di una recente ricerca sul Disturbo Ossessivo Compulsivo

Una recente ricerca di Basile e colleghi ha esplorato il ruolo che gli Schemi maladattivi precoci, secondo il modello della Schema Therapy (ST), rivestono nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), provando a trovare un linguaggio comune con i modelli psicopatologici classici del DOC.

La ST è un approccio di terza generazione, nato per affrontare difficoltà a lungo termine, che mette insieme metodi cognitivi, comportamentali, gestaltici e dinamici. Secondo questo approccio, le difficoltà e i disturbi presentati dai pazienti sarebbero la risultante di bisogni emotivi non soddisfatti nelle prime fasi dello sviluppo. La frustrazione dei bisogni emotivi di base condurrebbe allo sviluppo di schermi maladattivi precoci (schemi), che sono dei temi generalizzati, costituiti da ricordi, sensazioni somatiche, emozioni e cognizioni, che hanno un contenuto negativo su di sé o sugli altri.

Gli schemi costituiscono delle aspettative negative e dunque delle minacce, che quando si attivano, possono essere affrontate attraverso delle strategie di coping maladattivo, che rispecchiano le tre modalità di riposta ad una minaccia: attacco, fuga o freezing. I mode rappresentano invece l’attivazione in uno specifico momento o contesto di uno o più schemi o di alcune risposte di coping.

La ST è stata progettata per trattare le difficoltà relazionali, ma si è dimostrata utile anche nei pazienti con disturbi dell’asse I. Basile e colleghi, partendo dal lavoro di Gross, che ha presentato un modello teorico del DOC e dalla letteratura scientifica che mostra l’efficacia di alcune tecniche della ST applicate al DOC, hanno fatto chiarezza sugli schemi, mode e stili di coping, che caratterizzano i pazienti con DOC. Gli autori hanno riscontrato la presenza in questa tipologia di pazienti rispetto ai controlli sani, di schemi di: isolamento sociale, vulnerabilità al pericolo, sottomissione, pessimismo, standard severi, sfiducia/abuso, dipendenza abbandono, deprivazione emotiva, inibizione emotiva e inadeguatezza/vergogna. Ma gli schemi che sembrano avere un ruolo più importante nella gravità del Doc sono: l’isolamento sociale, il fallimento, la sottomissione e la punizione. Inoltre, il mode e la strategia che si associano a una maggiore sintomatologia ossessiva sono il “genitore punitivo” e l’“evitamento comportamentale”. Coerentemente con altri studi, anche nel campione di Basile e colleghi, la colpa riveste un ruolo importante nella sintomatologia ossessiva. In poche parole, più una persona ha l’aspettativa di essere punita (schema di punizione e mode genitore punitivo) e più evita, più grave sarà la sua patologia ossessiva.

Gli autori aggiungono che il mode genitoriale critico/punitivo è di solito associato a schemi di sottomissione, sfiducia e abuso e di inadeguatezza, schemi risultati molto pervasivi nel campione analizzato. Il mode “genitore richiedente” rappresenta la pressione nel raggiungere dei risultati irrealistici o aspettative elevate ed è di solito associato alla presenza di schemi di standard severi, fallimento e autosacrificio. Inoltre, il mode “bambino vulnerabile”, presente nel campione, fa riferimento alle emozioni negative come la tristezza il senso di solitudine la colpa, la vergogna e altre emozioni negative che possono emergere in risposta a un senso di fallimento, di isolamento, di neglect emotivo o di comunicazioni punitive e critiche verso se stesso per aver commesso alcuni errori o per non aver raggiunto determinati standard. La sofferenza legata a questo tipo di esperienze conduce, secondo gli autori, al distacco e all’evitamento di emozioni e bisogni. Queste strategie di sopravvivenza sono definite come il “protettore distaccato”, un mode di coping, che include l’isolamento sociale, il ritiro emotivo e comportamentale e le strategie per auto calmarsi. Tutte queste strategie sono state ritrovate sia nello studio di Gross che nel campione di pazienti ossessivi di Basile e colleghi. Un’ulteriore modalità di combattere le esperienze negative è di contrattaccare e compensare possibili errori e emozioni negative, diventando estremamente ipercontrollanti e perfezionisti. Queste strategie ipercompensazione sono impiegate per creare una distanza dalla sensazione di vulnerabilità, coltivando un senso di controllo. Questo processo ha luogo attraverso il perfezionismo, i rituali, l’evitamento, il pensiero superstizioso e nel focalizzarsi sulle regole, a scapito del benessere e della connessione affettiva. I risultati confermano l’importante ruolo delle strategie evitanti e di distacco nel mediare o tra il fallimento e l’isolamento e la severità dei sintomi ossessivi. Aspetti impulsivi (mode “bambino indisciplinato”) sono anche stati individuati, associati all’impulsività osservata in alcuni comportamenti compulsivi.

Nel modello cognitivo del disturbo ossessivo di Mancini, un evento trigger, come entrare in contatto con oggetto contaminato o aver avuto un pensiero aggressivo, può essere interpretato come una possibile minaccia di errore per il quale ci si sente responsabile. Questa prima valutazione conduce a tentativi di soluzione, come lavaggi, rituali mentali o evitamento comportamentale, che generano poi autocritica. Questi pensieri ed emozioni possono intensificare altri comportamenti come l’evitamento e il controllo del pensiero. La Schema Therapy può fornire alcune risposte nella comprensione dello sviluppo e del mantenimento del DOC. Il modello spiega come le esperienze negative precoci possono dare origine alla sensibilità del bambino verso delle specifiche credenze ossessive. Abbastanza comune tra i pazienti DOC è il racconto di esperienze precoci negative con loro caregiver, che vengono descritti come particolarmente critici e punitivi e che manifestano una particolare espressione facciale verso il bambino (il muso) a seguito comportamenti disapprovati. Queste esperienze precoci possono contribuire allo sviluppo di una sensibilità verso la punizione e alla creazione di aspettative elevate associate ad eventuali errori e il desiderio di raggiungere degli standard eccessivamente severi, comportando emozioni di colpa e paura del fallimento. Queste esperienze precoci possono contribuire allo sviluppo di schemi disfunzionali come la punizione il fallimento l’inadeguatezza che standard elevati il pessimismo la vulnerabilità alla al danno.

Il lavoro di Basile e colleghi presenta il pregio di aver creato un ponte tra due approcci che, sebbene presentino una provenienza comune, si differenziano rispetto al focus con cui descrivono i fenomeni psicopatologici. Questo lavoro di sintesi infonde uno slancio ulteriore per la ricerca di metodi sempre più specifici per la cura degli aspetti di vulnerabilità del paziente ossessivo.

 

Per approfondimenti:

Basile, B., Tenore, K., Luppino, O. I., Mancini, F. (2017): Schema Therapy mode model applied to OCD. In: Clinical Neuropsychiatry, 14(6), pp. 407-414, 2017.

Mancini F (2016). La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo compulsivo. Raffaello Cortina Editore

Young JE, Klosko JS, Weishaar ME (2003). Schema therapy: A practitioner’s guide. Guilford, New York

Se fossi omosessuale? Aiuto!

Testo di Giuseppe Femia
Vignette di Elena Bilotta

Quando i pensieri proibiti prendono il sopravvento…

Il disturbo ossessivo compulsivo coinvolge sempre aspetti che si ritengono importanti e per tale ragione spesso riguarda la propria identità. Le ossessioni che ne scaturiscono, a volte, instillano dubbi sul proprio orientamento sessuale.
Da questo tipo di pensieri intrusivi, si innescano processi cognitivi che cercano di mettere sotto inchiesta la paura di essere gay, attraverso controlli sul piano comportamentale o evitamento di ambienti e situazioni in cui la paura potrebbe presentarsi maggiormente.

 
Diventano fonti minacciose le palestre, i film omosessuali e il contatto con persone ritenute affascinanti, su cui si potrebbe innescare più facilmente una ruminazione mentale ossessiva. Talvolta si assiste a un congelamento dell’attività sessuale, per paura di scoprirsi eccitati, o non eccitati, a causa di un’interferenza delle ossessioni durante i contatti intimi. Questa tipologia di DOC, definita omosessuale, ricorre sempre di più tra le richieste di aiuto.
Tale manifestazione potrebbe favorire un quesito, sia da parte del paziente che da parte del clinico: il paziente potrebbe pensare che il disturbo sia la copertura di un’omosessualità non accettata; il clinico, da parte sua, potrebbe chiedersi come fare a distinguere un DOC di tipo omosessuale da una condizione di omosessualità ego-distonica e non elaborata. Il confine fra le due condizioni potrebbe sembrare labile.
In realtà, vi sono delle caratteristiche capaci di guidare la valutazione delle due diverse condizioni, sino a discernere i fenomeni.
Il DOC omosessuale, normalmente, si contraddistingue per un funzionamento specifico, caratterizzato da pensieri indesiderati e ricorrenti circa la propria omosessualità, tentativi di soluzione, stati mentali di allarme e ruminazione, ricerche di rassicurazione e comportamenti di controllo.

 

In questi pazienti si riscontra una scarsa autostima, la tendenza a monitorare le proprie emozioni mediante meccanismi cognitivi, la presenza di vissuti di colpa e preoccupazione circa il rispetto di regole morali. Insomma, si contraddistinguono per una ricerca spasmodica tesa a trovare un’impossibile certezza (assoluta) anche in altri campi, o per rimanere in campo sessuale temono di essere pedofili, sadici e tutto quanto ritengono riprovevole. Spesso, i soggetti che soffrono a causa di un DOC omosessuale hanno altre fobie specifiche e altre ossessioni nella loro storia personale, come la paura della contaminazione o di poter perdere il controllo e fare del male agli altri, o compulsioni di ordine e simmetria. Non raramente, sono presenti credenze di inferiorità relative alle proprie caratteristiche fisiche o specificamente rispetto ai propri caratteri sessuali: gli uomini potrebbero avere la convinzione di essere ipodotati e le donne potrebbero pensare di essere poco femminili.

Alle volte, la paura di poter essere omosessuale nasce in seguito a una precedente condizione di DOC relazionale, in cui il rapporto con il partner veniva messo perennemente in discussione: “La amo abbastanza? Se non fosse la persona giusta? Se non mi sono eccitato, forse non mi piace davvero!”; queste prime manifestazioni in ambito affettivo potrebbero precedere il vortice di pensieri centrati sulla sfera sessuale.
Il punto centrale sembra essere la scarsa tolleranza del dubbio di essere gay o meno; domanda a cui diventa complesso o quasi impossibile rispondere.

Lo scopo ultimo sembra essere quello di uscire da uno stato di ansia perenne per scongiurare la possibilità di “non-esserlo” e della colpa connessa all’esserlo e non saperlo/dichiaralo a possibili partner, imbrogliando.

Nel caso di una omosessualità repressa, invece, non per forza sono presenti pensieri intrusivi uniti a compulsioni, anche se gli stati mentali sono comunque accompagnati da pensieri negativi e da stati emotivi di forte ansia e angoscia. Questa condizione sembra distinguersi dal DOC, sulla base degli scopi attivi nella mente della persona.
In questo caso, infatti, il focus non sarebbe il dubbio circa la propria sessualità, ma quello di cercare il modo per dichiarare la propria condizione e trovare le strategie più adeguate per viverla al meglio. Si impara a combattere contro situazioni sfavorevoli, sistemi familiari potenzialmente contrari o soggettivamente vissuti come tali, sino a sviluppare sentimenti di orgoglio e fierezza di natura quasi compensatoria.
I soggetti con DOC omosessuale si dichiarano non omofobi e riferiscono di avere diverse amicizie gay; tuttavia, ci si potrebbe chiedere come mai, nonostante l’omosessualità sia da loro concepita come una condizione normale, resti comunque inaccettabile. Quando viene loro chiesto di dare un parere da zero a dieci, in termini di colpevolezza o disgusto rispetto a un soggetto qualunque nella situazione temuta, rispondono: “Zero!”, ribadendo così la loro sensazione negativa: sentono di subire i pensieri intrusivi.
Se ci fosse, invece, la condivisone di un valore che vede l’omosessuale come intrinsecamente debole o riprovevole? Se ci fossero timori di stigmatizzazione sociale? O ancora esperienze traumatiche e non elaborate?
Queste domande potrebbero segnalare la necessità di riflettere circa il ruolo della vergogna, oltre che sui possibili timori di ostracismo culturale, associati alla presenza di rigidi stereotipi di riferimento: ricorrono sensi di colpa indotti, esperienze di bullismo subite e timori di giudizio e punizione.
Potrebbe essere comunque utile, durante le prime fasi di valutazione, prendere in considerazione la possibilità che dietro a una sintomatologia ossessiva vi possa essere un processo di non accettazione di una propria condizione di omosessualità.
Queste considerazioni andrebbero a limitare il rischio di applicare protocolli standard, senza prima essersi chiesti quanto il problema sia ascrivibile a una categoria diagnostica e non frutto di paure e fenomeni di negazione di sé, attivando terapie riparative e non risolutive. Potrebbe risultare vantaggioso tracciare una differenza fra gli stati mentali di chi è lacerato dal dubbio di essere omosessuale DOC e chi invece scopre di essere gay nel corso della propria crescita.
Non è detto che per i secondi la consapevolezza sia liberatoria, spesso è combattuta e difficile, comporta stati di agitazione e non accettazione di sé. Approfondire cosa scatta nella mente del paziente rispetto allo scenario temuto, in termini di scopi compromessi e immaginazioni catastrofiche, potrebbe aiutare il clinico e il paziente a comprendere l’origine della sofferenza. Infine, sembra fondamentale chiarire come il fulcro del percorso psicoterapico, rispetto a questo tipo di problematica, sia quello di condurre il paziente verso l’accettazione del rischio e del dubbio: istruirlo su come sia un chiaro limite definire un fenomeno, tanto complesso quanto dinamico come la sessualità, dentro schemi poco flessibili e intransigenti. Le tecniche di ristrutturazione cognitiva, assieme alla promozione di concetti come accettazione e de-fusione, appaiono indicate nel trattamento dei pensieri ossessivi ricorrenti: l’obiettivo mira a sostituire le ossessioni con pensieri più funzionali, al fine ultimo di abbassare i livelli di ansietà e angoscia presentati.

P.S.: Se avete letto questo articolo per cercare di capire se avete un DOC  omosessuale o se siete un omosessuale ego- distonico, siete immancabilmente DOC e questa lettura è stata proprio una delle strategie per risolvere il dubbio ossessivo.

 

Per approfondimenti:

Cass V.C. (1979). Homosexual identity formation: A theoretical model. Journal of Homosexuality, 4, 3: 219-235.

Castelfranchi, C., Che figura. Emozioni e immagine sociale, Il Mulino, 2005.

Doron, G., Derby, D., & Szepsenwol, O. (2014). Relationship obsessive-compulsive disorder (ROCD): A conceptual framework. Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders, 3, 169-180.

Doron, G., Szepsenwol, O., Karp, E., & Gal, N. (2013). Obsessing about intimate-relationships: Testing the double relationship-vulnerability hypothe-sis.Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 44, Issue 4, 433-440.

Mancini, F., La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo- compulsivo, Cortina Raffaello, 2016.

Montano, A. (2007), L’omofobia interiorizzata come problema centrale nel processo di formazione dell’identità sessuale. In: Rivista di Sessuologia, 31 (1).

 

Mi rubi la bici? Ti uccido!

di Giuseppe Grossi

Quando il disturbo ossessivo-compulsivo genera rabbia, affrontarlo diventa ancor più complesso

È facile pensare a un paziente ossessivo ansioso, spaventato dai contenuti dei propri pensieri, attento a proteggersi tanto dalle minacce quanto dalla vergogna a cui i rituali e i vari tentativi di soluzione lo espongono.
Difficile, invece, immaginare un paziente con disturbo ossessivo-compulsivo rabbioso, aggressivo, con pensieri cattivi, punitivi e di morte per gli altri, noncurante delle conseguenze delle proprie azioni e completamente orientato al suo scopo, che rimane pur sempre lo stesso: proteggersi dalla colpa di poter fare e di non aver fatto.

Così si presenta P., ragazzo di 13 anni, inviato in terapia dal servizio TSRMEE, con una diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo. Leggi tutto “Mi rubi la bici? Ti uccido!”

Il DOC si fa novel: “Il Nao di Brown”

di Giuseppe Femia

Una Graphic Novel giapponese illustra il disagio ossessivo-compulsivo, in bilico tra storytelling e terapia

Un paziente, appassionato di fumetti, mi suggerisce la lettura di “Il Nao di Brown”, una Graphic Novel che descrive la psicologia di una ragazza anglo-giapponese affetta da disturbo ossessivo compulsivo. La novel illustra il disagio della protagonista in una ambientazione transculturale, mediante una chiave narrativa originale e coinvolgente.

Nao ha continui pensieri intrusivi e indesiderati, durante i quali ha paura di fare del male agli altri in modo aggressivo, teme di perdere il controllo e mette in atto dei dialoghi a carattere ruminativo per scongiurare la possibilità di essere realmente una cattiva persona.

Leggi tutto “Il DOC si fa novel: “Il Nao di Brown””

Conferenza Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC): comprendere come funziona per scegliere come curarsi

di Roberta Trincas

Il 10 Ottobre, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, si è tenuta a Roma una conferenza sul Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) dedicata alla cittadinanza, organizzata dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma (SPC) e patrocinato dalla SITCC Lazio.

Massimi esperti sul disturbo, della Scuola di Psicoterapia Cognitiva, ne hanno chiarito i meccanismi di funzionamento, i fattori di vulnerabilità e sviluppo, i cicli interpersonali di mantenimento e le linee di trattamento cognitivo comportamentale.

L’intervento introduttivo del Dott. Francesco Mancini ha approfondito i meccanismi di funzionamento della mente ossessiva, le caratteristiche dei pensieri ossessivi e delle compulsioni per arrivare alla tesi secondo cui i rituali del DOC avrebbero lo scopo di prevenire o annullare una colpa associata ad un elevato senso di responsabilità. Da parte del pubblico si manifesta l’interesse sul ruolo dell’ansia nel DOC, sulla comorbilità con disturbi psicotici, sul trattamento farmacologico. Leggi tutto “Conferenza Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC): comprendere come funziona per scegliere come curarsi”