Comportamenti devianti in adolescenza

di Miriam Miraldi

Empatia e ragionamento morale prosociale nei giovani offenders e non-offenders

I comportamenti devianti in adolescenza sono da sempre oggetto di studio delle scienze sociali. Tuttavia, se si considerano unicamente i fattori sociali (es. stili genitoriali, contesto socio-culturale, ecc.), si riesce a spiegare solo in parte il comportamento aggressivo. Senza dimenticare tali variabili sociali, appare dunque più opportuno includere anche i processi cognitivi ed emotivi coinvolti.

In un recente studio spagnolo, Llorca-Mestre e colleghi sono partiti da un punto di vista teorico nel considerare quegli studi che evidenziano come l’emotività negativa e la bassa regolazione emotiva predicano comportamenti antisociali e disadattivi. Tra le loro premesse teoriche, gli autori includono anche gli studi sull’empatia e sul ragionamento prosociale. Per quanto concerne l’empatia, essi la considerano una risposta interpersonale che include sia componenti cognitive che affettive: l’empatia cognitiva, o capacità di “mettersi nei panni di”, rappresenta la capacità di comprendere lo stato interiore dell’altro, mentre l’empatia affettiva, o preoccupazione empatica, implica il condividere le emozioni osservate nell’altra persona. Le persone con una maggiore empatia rispondono meglio alle espressioni emotive degli altri; in particolare, la componente affettiva ha un ruolo importante nel controllare/inibire i comportamenti aggressivi e devianti, mentre bassi livelli di empatia correlano con la difficoltà di pensare in astratto e di comprendere la relazione tra causa ed effetto di un evento. Nella ricerca che indaga il rapporto tra empatia e comportamenti devianti, Llorca-Mestre si riferisce a quegli autori, come Eisenberg, che hanno sostenuto l’importanza di includere il ragionamento morale prosociale, definito come il ragionamento che precede la presa di una decisione quando dobbiamo stabilire se attivare o meno un comportamento di aiuto, soprattutto qualora vi sia un conflitto tra l’interesse personale e quello altruistico. Eisenberg ha definito cinque livelli nel ragionamento morale prosociale che si sviluppa durante l’infanzia e l’adolescenza: edonistico, orientato ai bisogni, orientato all’approvazione, stereotipato e interiorizzato (il più “evoluto”, che include il ragionamento basato sull’empatia). I primi sono presenti nella prima infanzia, mentre gli ultimi si sviluppano più tardi, durante l’adolescenza. In generale, il comportamento morale prosociale (aiutare senza la ricerca immediata di una ricompensa) è concettualmente correlato alle emozioni morali, come l’empatia. La ricerca sul ragionamento morale e la devianza sono state per lo più focalizzate sullo sviluppo e sulle diverse fasi del ragionamento morale: i risultati sottolineano che la competenza nel giudizio morale, intesa come livello di ragionamento morale, non è di per sé un fattore predittivo significativo del comportamento deviante in adolescenza; si rivelano più efficaci quegli studi che integrano la componente cognitiva morale (giudizio morale) e quella affettiva morale (empatia), e che analizzano come le componenti empatiche e l’impulsività (o la mancanza di autocontrollo) interagiscano con i diversi tipi di ragionamento prosociale nel predire comportamenti aggressivi o, viceversa, prosociali.

In questa ricerca sperimentale, di natura cross-sezionale, Llorca-Mestre e colleghi, confrontando un gruppo di adolescenti (n=220) con un altro gruppo di adolescenti autori di reato o offenders (n=220), hanno analizzato come processi cognitivi (ragionamento morale prosociale, perspective taking) e processi emotivi (preoccupazione empatica, instabilità emotiva, rabbia di stato e di tratto) interagiscono nell’influenzare le condotte. I risultati mostrano che non ci sono differenze di genere in nessuno dei livelli del ragionamento morale prosociale; tuttavia, come previsto, le ragazze risultano più empatiche dei ragazzi. Analizzando le differenze globali tra i due gruppi, gli offenders mostrano – sebbene in maniera marginale da un punto di vista statistico – livelli più elevati nel ragionamento morale edonistico (mosso dal beneficio personale) e orientato all’approvazione, quando devono decidere se attivare un comportamento di aiuto. Le variabili nelle quali le differenze risultano invece più marcate sono la disregolazione emotiva, la rabbia (stato e tratto) e l’aggressività (fisica e verbale), che sono maggiori nel gruppo dei giovani devianti. Gli adolescenti non-offenders mostrano più alti livelli di empatia (sia cognitiva che emotiva) e di comportamento prosociale. In entrambi i gruppi, il ragionamento morale prosociale ha poco peso nella previsione del comportamento, mentre la rabbia di stato è significativamente associata al comportamento aggressivo negli offenders e l’empatia correla positivamente col comportamento prosociale e negativamente con quello aggressivo; tuttavia, mentre nei non-offenders giocano un ruolo sia la componente affettiva che quella cognitiva dell’empatia, nei devianti, solo la perspective taking (e non la preoccupazione empatica per l’altro), sembrerebbe avere un ruolo protettivo rispetto alla messa in atto di comportamenti aggressivi.

In sintesi, la regolazione della rabbia e lo sviluppo dell’empatia possono essere elementi di rilievo nell’intervento psicoeducativo rivolto ai giovani devianti, atto a favorirne il benessere psicologico e una migliore inclusione sociale.

 

Per approfondimenti

Llorca-Mestre, A., Malonda-Vidal, E., & Samper-García, P. (2017). Prosocial reasoning and emotions in young offenders and non-offenders. The European Journal of Psychology Applied to Legal Context, 9(2), 65-73.

Caprara, G. V., Gerbino, M., Paciello, M., Di Giunta, L., & Pastorelli, C. (2010). Counteracting depression and delinquency in late adolescence. The Role of Regulatory Emotional and Interpersonal Self-Efficacy Beliefs. European Psychologist.

Eisenberg, N. (1986). Altruistic cognition, emotion, and behavior. Hillsdale, Lawrence Erlbaum Associates.

Sentirsi alla pari

di Chiara Casali, Francesca Mira e Maurizio Brasini

Il miglior modo di incentivare la prosocialità

“Fairness is a more effective interpersonal motive than care for sustaining prosocial behaviour” [link]. In questo recente studio, condotto dal gruppo di ricerca della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC), sono stati adottati i metodi e la cornice teorica di riferimento della psicologia sociale per affrontare un tema fondamentale anche per la psicoterapia: quali motivazioni conviene promuovere per stabilire una solida relazione di alleanza? Meglio far uso di motivazioni squisitamente altruistiche, basate sull’empatia e sulla sollecitudine verso i bisogni dell’altro, o di motivazioni collaborative, basate sul senso di equità e di reciprocità? Una precedente ricerca comparsa su Nature [link] ha mostrato che è possibile distinguere funzionalmente i circuiti neurali attivi nei comportamenti prosociali (cioè orientati a vantaggio degli altri) basati sull’empatia da quelli basati su equità e reciprocità; inoltre, i circuiti basati su motivazioni di reciprocità risultavano più “evoluti” di quelli basati sull’empatia; infine, l’induzione di motivazioni empatiche aumentava i comportamenti pro-sociali nei soggetti con un orientamento di base più “egoista” mentre l’induzione di motivazioni orientate alla reciprocità era particolarmente efficace sui soggetti con un orientamento più prosociale. Nel presente esperimento, è stato adottato il paradigma del Dictator Game (DG), per cui i partecipanti dovevano decidere quale parte di una somma di 30 euro concedere a un (fittizio) altro partecipante in due differenti situazioni-tipo: in una bisognava dividersi una vincita, nell’altra ripartire una spesa (ripagare un danno). Nelle due diverse situazioni, l’altro poteva mostrarsi “egoista” (ad esempio dichiarandosi intenzionato a tenersi tutta la vincita), oppure equo (ad esempio proponendo di dividere a metà), oppure altruista (ad esempio offrendo l’intera vincita all’altro); in ogni caso, la decisione finale sarebbe spettata ai partecipanti. In aggiunta, per ciascuna decisione presa sono state considerate le motivazioni sottese, in particolare le motivazioni alla cura (care) e all’equità (fairness). Si è osservato che, nella condizione in cui bisogna suddividere un costo, quando l’altro si mostra altruista, i soggetti a orientamento più “egoista” tendono a ridurre la somma elargita, come se accettassero la generosità altrui o ne approfittassero. In questa condizione più critica, l’analisi delle motivazioni mostra che solo una mentalità orientata all’equità e alla reciprocità è in grado di sostenere un’equa ripartizione di un costo con una persona che si mostra altruista. Questi risultati sono in linea con la teoria dello psichiatra Giovanni Liotti, secondo il quale, in chiave evoluzionista, il senso di equità, che è una caratteristica distintiva del sistema motivazionale della collaborazione tra pari, fornisce un contesto interpersonale più favorevole al mantenimento di un assetto prosociale rispetto all’altruismo basato sull’empatia, che è invece indicativo di motivazioni di accudimento e invita l’altro a rispondere in termini di attaccamento (lasciarsi accudire) oppure di rango (impossessarsi di una risorsa limitata quando l’altro lo consente). Per concludere, cosa ci dicono questi risultati riguardo l’alleanza terapeutica e, in particolare, i momenti di rottura della relazione? Da una parte che in questi momenti risulta più difficile mantenere una mentalità prosociale, di condivisione e dall’altra che il senso di equità, e quindi il sistema motivazionale collaborativo-paritetico, è più efficace nel mantenere un comportamento di prosociale rispetto all’altruismo e quindi rispetto al sistema motivazionale dell’accudimento, in cui chi è oggetto dell’accudimento può esimersi dal sostenere un costo e dall’impegnare le sue risorse.

Il lato oscuro dell’altruismo

di Maurizio Brasini

Quando i buoni sono ingiusti

Nel libro “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino, quando il Visconte Medardo di Terralba viene diviso in due da un colpo di cannone, inizialmente sembra sia sopravvissuta solo la parte cattiva: il “Gramo”. Il Gramo è privo di empatia, crudele e spietato, e getta la popolazione di Terralba nel terrore. Ma quando ricompare l’altra metà del Visconte, il “Buono”, si scopre che questa parte animata da intenti compassionevoli e altruistici finisce per fare altrettanti danni della sua metà crudele.

Alcune recenti ricerche sembrano dare ragione all’intuizione di Italo Calvino e suggerire che un’attitudine altruista ed empatica non sempre ci conduca alle decisioni migliori per il bene del nostro prossimo. Uno dei possibili motivi è che bontà d’animo e giustizia non sempre coincidono.

Vediamo come affrontano la questione gli studiosi. Il metodo forse più utilizzato dai ricercatori per valutare i comportamenti altruistici si chiama “gioco del dittatore”: si assegna una certa somma di denaro a un individuo e gli si dice che può suddividerla come vuole con un altro partecipante, che non potrà fare altro se non accettare la sua decisione; la somma assegnata all’altro può essere considerata una misura dell’altruismo di quell’individuo. Grazie a esperimenti come questo, l’idea che gli uomini agiscano esclusivamente in base al proprio interesse è stata sorpassata a favore di una visione in cui gli uomini tengono conto dei propri simili. Più complicato è stabilire quali motivazioni, quali leve spingano gli esseri umani a tener conto delle esigenze degli altri. Nel gioco del dittatore, per esempio, un individuo potrebbe cedere una parte del denaro perché gli sembra una cosa più equa, o perché si dispiace che l’altro rimanga senza niente, o perché donare una parte della somma lo fa sentire d’animo più nobile, solo per fare alcuni esempi di differenti leve morali sottostanti ai comportamenti altruistici.

Consideriamo ora una variante del gioco del dittatore, in cui prima di chiedere al nostro partecipante di suddividere la somma, facciamo in modo che si senta in colpa nei confronti dell’altro partecipante (che in genere è un complice dello sperimentatore). È stato dimostrato che, prevedibilmente, il senso di colpa fa aumentare la somma di denaro concessa all’altro, per una sorta di effetto di risarcimento. Ma facciamo ancora un passo avanti: cosa succede se il nostro soggetto sperimentale deve suddividere la somma con altri due partecipanti e si sente in colpa verso uno dei due? Anche questo è prevedibile, ed è stato dimostrato: si tenderà a favorire la persona verso la quale ci sentiamo in colpa, a discapito dell’altro. Ecco un chiaro esempio di come si possa essere buoni e ingiusti al tempo stesso.

È stato anche dimostrato che nelle persone animate da motivazioni di tipo empatico (la sensibilità alla sofferenza della “vittima” verso cui siamo colpevoli) aumenta questo effetto di distribuzione iniqua del denaro, mentre le persone motivate più in senso egalitario (sensibili a temi di equità e giustizia) tendono a bilanciare maggiormente le somme assegnate agli altri partecipanti.

Un’ipotesi esplicativa di questo fenomeno può essere ricavata dalla teoria evoluzionistica. La sensibilità alla sofferenza dei nostri simili è la base su cui sono fondati i comportamenti di cura della prole, ed è probabile che su questa stessa base si costruiscano forme più articolate e raffinate di moralità; per citare Darwin: “Qualunque animale, dotato di pronunciati istinti sociali, ivi inclusi i sentimenti parentali e filiali, acquisirà inevitabilmente un senso morale ovvero una coscienza non appena le sue facoltà intellettive si saranno sviluppate come nell’uomo”. D’altro canto, è naturale che questa forma di attenzione ai bisogni degli altri sia selettiva e non equamente distribuita: mentre il senso di giustizia e di equità ci invita a porre tutti gli altri sullo stesso piano, l’empatia ci porta a fare distinzioni a favore dei “nostri”.

 

Per approfondimenti:

Darwin, “The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex”, 1871 cap. IV. Trad. it.. Newton Compton Editori, 2011).

De Hooge, I. E., Nelissen, R., Breugelmans, S. M., & Zeelenberg, M. (2011). What is moral about guilt? Acting “prosocially” at the disadvantage of others. Journal of Personality and Social Psychology, 100, 462–473.

Feng, Q., Xu, Y., Xu, R., Zhang, E. (2017). Moral foundations tell us why guilt induces unfair allocation in multi‐party interactions. Asian Journal of Social Psychology, 20(3-4), 191-200.

Harry Potter: un maghetto contro gli stereotipi

di Mauro Giacomantonio

La lettura dei libri non influenza solo la cultura delle persone, ma anche i loro processi psicologici

Nel mondo circolano più di 450 milioni di copie dei libri che narrano le storie di Harry Potter, un giovane mago frutto della fantasia di J.K. Rowling.
Si sa che leggere un libro è un arricchimento culturale e personale e quindi, sin dalla più tenera età, i bambini sono incoraggiati a confrontarsi con la lettura. Ma, oltre ad un piacevole intrattenimento, quale può essere l’utilità di leggere le avventure di un maghetto che insieme ai suoi compagni affronta le insidie della magia nera?

Secondo alcuni ricercatori Italiani, chi legge Harry Potter, soprattutto se si identifica con il protagonista, tende ad avere meno pregiudizi nei confronti di gruppi che sono solitamente oggetto di stigma sociale come immigrati, omosessuali e rifugiati. Leggi tutto “Harry Potter: un maghetto contro gli stereotipi”

Sant’Agostino e l’interruttore dell’empatia

                                                                                                                               di Maurizio Brasini

Il male deriva da una mancanza di empatia?

Perché gli uomini a volte fanno cose malvagie contro i propri simili? Quello del male è sempre stato un autentico rompicapo. È un paradosso da un punto di vista religioso, perché incompatibile con l’assunto che tutto ciò che è creato provenga da una Divinità buona e debba quindi necessariamente essere buono. Infatti, se da una parte siamo abituati a considerare il male e il bene come forze opposte in conflitto tra loro, d’altro canto, in una visione religiosa, il male esiste solo per difetto, come assenza di bene. Sant’Agostino, nel suo saggio sulla “Natura del Bene”, sostiene che “il male non è altro che corruzione: della misura, della forma o dell’ordine naturale”, e difatti Lucifero è un Angelo corrotto.

Ma quello del male è un paradosso anche da un punto di vista evoluzionistico, perché la distruttività intra-specifica è evidentemente svantaggiosa per la sopravvivenza della specie. Leggi tutto “Sant’Agostino e l’interruttore dell’empatia”

Sex offender: un problema di empatia

di Alessandra Nachira

Le tecniche di imagery guidano il paziente nel ricordo dell’evento, acquisendo consapevolezza della motivazione interiore che precede l’azione e delle conseguenze dei propri comportamenti

 Con la categoria “sex offenders” si definisce un comportamento psicopatologico e insieme legalmente perseguibile, in cui rientrano stupratori, pedofili e stalkers. Se si tiene conto del rapporto tra detenuti per reati sessuali nei confronti di minori con la popolazione più generale dei detenuti condannati per reati sessuali, le regioni che registrano più alti numeri sono l’Abruzzo, le Marche, la Sicilia e la Liguria, con percentuali che variano tra il 55 ed il 65%.

Come è noto dalla letteratura, nello sviluppo delle manifestazioni aggressive del sex offender, la rabbia costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente a spiegarli. Lo stesso vale per la cecità verso l’elaborazione cognitivo-affettiva che può impedire al sex offender di collegare adeguatamente le sue risposte emotive agli stimoli esterni e interpersonali. Proprio per questo, l’atto aggressivo rappresenta la scarica di sensazioni di rabbia non comprese che, associate ad un deficit di comunicazione e di identificazione delle emozioni (alessitimia), caratterizzano la vita interiore dell’offender. Leggi tutto “Sex offender: un problema di empatia”

Che cos’è la commozione? Un’ipotesi cognitivo-evoluzionista

di Maurizio Brasini

La compartecipazione e la condivisione del significato dell’esperienza soggettiva. Un’opportunità di incontrare anche noi stessi: la commozione annuncia un’occasione di “sintesi personale”
Partiamo da una definizione di commozione (dal lat. muovere con, muovere insieme): è un sentimento intenso benevolo e amorevole di compassione, tenerezza, pietà o ammirazione, che può suscitare il pianto. La peculiarità della commozione è che le lacrime possono affiorare anche in situazioni che non sono tristi o dolorose. A volte, abbiamo gli occhi lucidi per la gioia o proviamo un sentimento misto di tristezza e felicità. Spesso, infatti, non sappiamo distinguere perché stiamo piangendo.
Se è vero che si piange quando si soffre o quando condividiamo empaticamente la sofferenza di qualcun altro, perché mai ci commuoviamo anche osservando qualcuno che sta bene o che è felice? Perché sentiamo un fondo di contentezza mentre ci si inumidiscono gli occhi?
Bisogna tenere presente che, fin dalla nascita, è parte della nostra natura ricercare la vicinanza protettiva dei nostri simili quando versiamo in condizioni di bisogno, ad esempio quando abbiamo paura, o proviamo un qualche tipo di sofferenza sia fisica sia emotiva. Questa propensione si chiama “attaccamento” ed è presente in tutte le specie che si prendono cura della prole. Il pianto è un comportamento innato che serve come segnale per i nostri simili, una specie di messaggio universale che significa: “Stammi vicino”. Leggi tutto “Che cos’è la commozione? Un’ipotesi cognitivo-evoluzionista”

Commento alla relazione “Il cervello empatico” di Christian Keysers – Congresso SITCC, Genova, 2014

di Francesco Mancini

Nella sua relazione, Keysers ha passato in rassegna una serie di ricerche su cosa accade nel cervello di una persona quando vede un’altra persona agire, provare sensazioni o emozioni.

La prima considerazione è che i neuroni specchio entrano in gioco non solo durante la percezione di un movimento dell’altro ma anche quando l’altro, ad esempio, è toccato (sensazioni) o, ad esempio, è socialmente escluso (dolore emotivo). Premesso che da sempre è ben noto che gli esseri umani hanno la capacità di essere empatici, l’interesse di questi risultati è, a mio avviso, triplice. In primo luogo, la scoperta dei neuroni specchio risolve un problema filosofico che era rimasto senza soluzione per centinaia di anni, il problema dei qualia: come è possibile accedere alla esperienza soggettiva, interna e privata di un’altra persona? In secondo luogo, ci dicono quali aree del cervello, e dunque quali variabili dipendenti, possono essere prese in considerazione per gli studi sull’empatia. In terzo luogo,è importante sapere che i neuroni specchio non entrano in gioco solo nel caso del movimento ma anche delle sensazioni e emozioni.

Rome Workshop On Experimental Psychopathology 2015La seconda considerazione riguarda un tema di interesse clinico, gli psicopatici. Le teorie fino a oggi più accreditate, hanno sostenuto che alla base della psicopatia vi sia un deficit di capacità empatiche. Perché gli psicopatici si comportano in un modo che non tiene minimamente in considerazione la sofferenza dell’altro e i suoi diritti? Perché non sono frenati da quel meccanismo inibitorio che entra in gioco normalmente negli esseri umani quando si rendono conto di causare sofferenza ad altri esseri umani? La risposta tradizionale è che, appunto, la sofferenza dell’altro non risuonerebbe dentro di loro a causa di un deficit di empatia. Le ricerche citate da Keysers dimostrano, però, qualcosa di molto diverso: di fronte alla sofferenza di un’altra persona, a condizione di essere incoraggiati dallo sperimentatore, l’attivazione del cervello degli psicopatici è sovrapponibile a quella di chiunque altro. Ciò suggerisce con chiarezza che gli psicopatici non hanno un deficit di empatia ma, piuttosto, tendono di solito a non usare l’empatia anche se ne hanno la capacità. Del resto gli autistici hanno gravi difficoltà a essere empatici ma non sono psicopatici e in soggetti normali, soprattutto se maschi, la sofferenza dell’altro non attiva il substrato neurale della empatia, se l’altro è giudicato un mascalzone. Keysers, non essendo un clinico, non ha affrontato i determinanti della non propensione alla empatia e non ha suggerito alcuna risposta alla domanda: perché gli psicopatici, pur potendo essere empatici, normalmente non lo sono? (per una rassegna, non recentissima, degli studi sulla empatia in psicopatici e anti sociali e su una proposta di soluzione si può vedere in La moralità nel disturbo antisociale di personalità – F. Mancini, R. Capo, L. Colle, Cognitivismo Clinico, 6, 2, 2009,).

Un’implicazione, suggerita da questi risultati, è che anche in altri disturbi possa essere opportuno parlare di propensione a non usare determinate abilità piuttosto che di deficit.

La terza considerazione, che mi sembra rilevante per i clinici, riguarda le emozioni dello psicoterapeuta. Una tesi molto diffusa tra gli psicoterapeuti, anche cognitivisti, è che le emozioni che il terapeuta prova in seduta possano essere informative dello stato interno del paziente. Keysers ci ha mostrato un esperimento interessante: in soggetti normali il movimento del braccio di un’altra persona verso un oggetto attiva i neuroni specchio dell’osservatore, ma cosa succede se il braccio in questione è il braccio non di un’altra persona ma di un robot? Nel cervello dell’osservatore si attivano gli stessi neuroni specchio. Ciò, ha sottolineato Keysers , dimostra che la nostra intuizione circa gli stati interni dell’altro non dipende da una sorta di “lettura” della mente dell’altro ma è una proiezione, pertanto la sua accuratezza è inaffidabile.

Alla domanda “come si potrebbe migliorare la capacità empatica di uno psicoterapeuta?”, Keysers ha suggerito la possibilità che lo psicoterapeuta faccia le stesse esperienze del paziente, citando ad esempio la possibilità di toccare un ragno per facilitare la comprensione empatica di ciò che prova un fobico dei ragni. Anche senza voler invocare il principio per il quale l’esperienza è soggettivamente costruita, c’è da chiedersi come ciò sarebbe possibile nel caso, ad esempio, delle esperienze precoci di abuso di un paziente borderline.

Una quarta considerazione riguarda la possibile origine ontogenetica dei neuroni specchio. È opportuno ricordare la legge di Hebb la ripetizione di attivazioni contemporanee dei neuroni facilita l’instaurarsi di connessioni fra loro. Nel bambino spesso si attivano contemporaneamente i neuroni che, ad esempio, guidano il movimento della sua mano e quelli con cui percepisce il movimento della sua stessa mano. Ciò faciliterebbe la connessione fra questi due tipi di neuroni, motori e sensoriali e i neuroni specchio nascerebbero da questo processo.

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Christian KEYSERS è Professore Ordinario di “Social Brain”, Facoltà di Medicina, Università di Groningen e Direttore Social Brain Lab, Netherlands Institute for Neurosciences, Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences, Groningen (NL)

Si dice in giro che anche il topo sia “empatico”…

di Olga Ines Luppino

Qualche sera fa ricevo da una collega la segnalazione di un interessante lavoro di Decety e collaboratori, dell’Università di Chicago, che negli ultimi mesi ha fatto il giro del web.

Gli autori, hanno indagato la presenza nei ratti di comportamenti prosociali mossi, come sovente è per l’uomo, da una risposta empatica alla sofferenza  di un proprio simile. Leggi tutto “Si dice in giro che anche il topo sia “empatico”…”