Comprendere e curare la depressione

di Katia Tenore

I trattamenti psicoterapeutici descritti nel volume “La mente depressa. Comprendere e curare la depressione con la psicoterapia cognitiva”, a cura di Antonella Rainone e Francesco Mancini

Al lettore che si affaccia al volume di recente pubblicazione “La mente depressa. Comprendere e curare la depressione con la psicoterapia cognitiva”, a cura di Antonella Rainone e Francesco Mancini, viene presentato un quadro completo del complesso fenomeno della depressione. Questo disturbo, definito dagli autori come “un’emergenza mondiale”, è descritto da differenti punti prospettici che fanno capo ai più accreditati modelli esplicativi, tra cui quelli degli psicoterapeuti statunitensi Aaron Beck e Martin Seligman, capifila rispettivamente del modello cognitivo di comprensione e cura della depressione e della teoria dell’impotenza appresa, transitata poi nella Hopelessness Depression.
Rainone e Mancini analizzano i fattori di mantenimento e la genesi del fenomeno depressivo, rispondendo al fondamentale quesito relativo alle ragioni per cui si passi da un dolore naturale per la perdita alla sofferenza patologica depressiva. In particolare, dopo aver descritto il ruolo della ruminazione depressiva, gli autori propongono un originale modello esplicativo dei paradossi della depressione, nel quale quelle che ci appaiono delle cocciute resistenze al cambiamento della persona depressa, sono illustrate e chiarite in termini di scopi perseguiti e di credenze disfunzionali.
Gli autori sottolineano che i meccanismi responsabili dell’accettazione di eventi avversi, quali perdite e fallimenti, risultano compromessi nella depressione. Tale modello è frutto del lavoro del gruppo clinico e di ricerca della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC) di Roma.
La cura della depressione è approcciata, oltre che con la descrizione degli interventi standard della Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT), anche attraverso gli approcci della terza ondata, con focus su Schema Therapy, Acceptance and Commitment Therapy, Compassion focused Therapy e Mindfulness.
Il lavoro presenta, inoltre, un’importante attenzione ad aspetti troppo spesso tralasciati nella concettualizzazione del funzionamento patologico, quali le risorse e i fattori che contribuiscono alla resilienza personale. Sulla stessa linea, il benessere psicologico e le sue dimensioni vengono approcciate attraverso la descrizione della Well-Being Therapy come strategia terapeutica per ridurre il rischio di ricadute sintomatologiche.
Il testo si chiude con un interessante approfondimento della Terapia Interpersonale e delle sue similitudini con la Terapia Cognitivo Comportamentale.
Oltre a distinguersi per un elevato valore scientifico, il libro si presta in maniera versatile a diversi usi e soddisfa diversi bisogni formativi. Costituisce sicuramente un manuale di riferimento nella sua globalità, ma allo stesso tempo i singoli capitoli possono soddisfare bisogni di approfondimento più circoscritti. Questa sua stessa natura fa sì che il volume sia fruibile da chi approccia per le prime volte il tema del fenomeno della depressione e chi, invece, necessita di un aggiornamento o di estendere la propria conoscenza ad approcci più recenti.

Per approfondimenti

A. Rainone, F. Mancini (a cura di), “La mente depressa. Comprendere e curare la depressione con la psicoterapia cognitiva”, Franco Angeli, 2018

E se domani: i rimpianti del sé

di Niccolò Varrucciu

I rimpianti più duraturi derivano da discrepanze tra il sé reale e quello ideale e fra il sé reale e quello dovuto

Una recente ricerca sulle caratteristiche strutturali dei rimpianti delle persone ha evidenziato che quelli più duraturi riguardano l’aver agito o omesso di agire.
Rispetto alla loro connessione al concetto di sé, studi recenti hanno dimostrato come i rimpianti più duraturi della gente derivino più spesso da discrepanze tra il loro sé reale e quello ideale e fra il sé reale e quello dovuto.
Questa asimmetria sarebbe spiegata, almeno in parte, dalle differenze nel modo in cui le persone affrontano il rimpianto. Generalmente le persone sono più veloci ad affrontare i fallimenti inerenti ai propri doveri e alle proprie responsabilità (i propri rimpianti), piuttosto che quelli nel perseguire i loro obiettivi e le loro aspirazioni (rimpianti legati al sé ideale). Di conseguenza, i rimpianti relativi al sé ideale hanno più probabilità di rimanere irrisolti, lasciando le persone più propense a rimpiangere di non essere tutto ciò che avrebbero potuto essere.
Tutti hanno rimpianti: nel senso comune immaginiamo che i rimpianti principali ruotino attorno agli errori che pensiamo di aver fatto, come pentirsi di aver annullato il proprio matrimonio, di aver spostato la persona sbagliata. Forse vorremmo lasciare il lavoro e trasferirci in un altro “mondo”, per vivere una vita diversa, ma l’idea che possano essere scelte sbagliate ci impedisce di agire.
Un recentissimo studio pubblicato sulla rivista Emotion e intitolato “The Ideal Road Not Taken” indica che le persone non si pentono tanto di quelle scelte che hanno compiuto: sono piuttosto quelle che non hanno compiuto che possono rimanere irrisolte.
In questo studio, sono stati identificati tre elementi che costituirebbero il senso di sé di una persona: il sé reale, cioè le qualità che si crede di possedere, il sé ideale, cioè le qualità che si desidera avere e il sé “dovuto”, ossia la persona che, in base alle credenze e alle responsabilità personali, si pensa sia “opportuno” essere.
I risultati dell’indagine hanno mostrato un dato estremamente interessante: il 76% dei partecipanti alla ricerca, ai quali è stata sottoposta la differenza fra i tre sé, ha affermato di non essere soddisfatto del proprio sé ideale.
Ciò indica che le persone potrebbero avere un’idea inesatta di cosa rimpiangeranno e cercheranno di evitarlo in un modo scarsamente funzionale.
Molte persone pensano, infatti, di poter avere una vita soddisfacente (e alcuni sicuramente ce l’hanno) se ligi alle loro regole: quindi si impegnano nel fare le cose che la società si aspetta da loro, come sposarsi o fare un figlio al momento opportuno o guadagnare abbastanza per pagare tutti i conti.
Questo studio dimostrerebbe come, sebbene possano essere valori importanti per alcune persone, queste azioni siano legate al sé “dovuto” e che, in caso di fallimento, sembrerebbero portare a rimpianti limitati o comunque risolvibili in tempi relativamente brevi.
Quello che davvero farebbe soffrire le persone in modo prolungato sono i fallimenti rispetto ai sogni e alle aspirazioni (rimpianti legati al sé ideale): le persone sono più propense a lasciarli semplicemente andare alla deriva e questo è ciò che realmente induce sofferenza nel corso nella vita.
Lo studio prosegue evidenziando come le persone dovrebbero cercare di diventare ciò che veramente vorrebbero, seguendo il loro sé ideale.
I risultati, infine, indicano che non è sufficiente incoraggiare le persone a “fare la cosa giusta”: dobbiamo rimarcare l’importanza delle speranze e dei sogni, oltre alla pericolosità del lasciarli fuori dalla porta, come se fossero elementi di scarso valore.
Per concludere, nel breve periodo le persone si pentono più che altro delle loro azioni ma a lungo termine, i rimpianti del non aver agito restano più a lungo
Pertanto, secondo gli autori, dovremmo smettere di mettere da parte ciò che abbiamo dentro e iniziare ad agire: impariamo quella lingua che abbiamo sempre voluto studiare, prendiamo lo zaino in cantina e partiamo, scriviamo quel libro che abbiamo in testa da anni. Ciò che conta è il momento presente, a domani ci penseremo.

Per approfondimenti:

Davidai, Shai,Gilovich, Thomas (2018).The ideal road not taken: The self-discrepancies involved in people’s most enduring regrets. Emotion, Vol 18(3), 439-452.