L’influenza degli obiettivi personali sui processi di autoregolazione

di Giulia Mangani

Come mai le persone spesso esibiscono differenti reazioni cognitive ed emotive rispetto ad eventi apparentemente simili? La nostra valutazione è influenzata da diversi fattori soggettivi, primi tra tutti gli obiettivi personali, capaci di produrre un effetto sulla nostra percezione di benessere psicologico. Più infatti riterremo importante il raggiungimento di una data meta, più proveremo disagio psichico e saremo condizionati da accadimenti che interferiscono con il perseguimento di quello specifico scopo piuttosto che da eventi avversi non collegati all’obiettivo.

Le mete personali influenzano quindi i nostri processi di autoregolazione che hanno lo scopo di aiutare l’individuo a monitorare, valutare ed adeguare i comportamenti al fine di raggiungere la meta. Il ciclo di autoregolazione si attiva in caso di discrepanza tra stato attuale e stato desiderato al fine di ridurre tale distanza e se ciò non è possibile, ci porta a disinvestire da tali scopi e ad indirizzare la nostra attenzione su nuovi obiettivi. Ciò risulta però difficile quando la meta è per noi molto importante in quanto influisce sul nostro senso di identità o di autostima. Cosa accade allora? Continuiamo a cercare di realizzare lo scopo senza riuscirci restando invischiati nel ciclo di autoregolazione che, con il suo processo a spirale, ha come conseguenza l’intensificarsi dell’attenzione focalizzata su di sé, della ruminazione e del senso di confusione rispetto all’identità, che possono culminare in uno stato depressivo.

Mentre l’automonitoraggio svolge un ruolo nel dare inizio al ciclo di autoregolazione, la ruminazione tenderebbe a rendere incapace l’individuo di uscire dal ciclo ed infine, il senso di confusione rispetto all’identità deriverebbe dal fatto che l’episodio negativo incide su valori che per noi occupano i livelli più alti della gerarchia (sistema dei concetti).

Esiste quindi un’associazione tra attenzione focalizzata su di sé e umore negativo? Per alcuni l’autofocus è una normale risposta di autoregolazione agli accadimenti avversi ma, nuovi risultati, tendono a dimostrare che sia il risultato delle differenze individuali. Ad esempio maggiore sarà la nostra capacità di etichettare correttamente gli stati d’animo, maggiore sarà l’aspettativa di realizzare la nostra meta, maggiori saranno le azioni correttive messe in atto. Al contrario maggiore sarà l’aspettativa di non riuscire a realizzare l‘obiettivo, minor efficacia avrà il processo di autoregolazione con la conseguenza di un aumento della ruminazione. Inoltre non è ancora chiaro se l’attenzione focalizzata su di sé sia maggiormente influenzata dalle caratteristiche dell’evento o da disposizioni stabili di personalità che influiscono sulla gestione dello stress e sulle strategie di coping.

Sicuramente l’automonitoraggio non può essere trattato come una variabile unitaria, per cui in futuro sarebbe utile distinguere tra processi e contenuti dell’autoregolazione e tra i diversi motivi e le diverse forme che sottendono il processo di focalizzazione su di sé. Questa infatti, sebbene sia implicata nel processo di autoregolazione, non sembra essere la sola responsabile del disagio psichico. Ruminazione, confusione di sé e differenze individuali sembrano in realtà essere maggiormente associate alla sofferenza psicologica.

Riferimenti bibliografici

Lavallee, L. F., & Campbell, J. D. (1995). Impact of personal goals on self-regulation processes elicited by daily negative events. Journal of Personality and Social Psychology, 69(2), 341-352.

 

L’autoregolazione degli obiettivi

di Giulia Mangani
curato da Mauro Giacomantonio

Un fattore utile per la prevenzione del suicidio

Secondo il World Health Organisation circa un milione di persone muore ogni anno per suicidio in tutto il mondo. Partendo da tale dato, alcuni ricercatori si sono chiesti se una maggior conoscenza del ruolo di alcuni meccanismi di rischio prossimali, potesse essere utile a prevedere comportamenti suicidari.

All’interno di tale ambito, numerosi studi, hanno già sottolineato come la capacità di saper rinunciare a perseguire obiettivi irraggiungibili, aiuti ad evitare sentimenti di fallimento associati al rischio suicidario. Tale disimpegno dagli scopi impossibili da realizzare, risulta tuttavia adattivo, solo quando è accompagnato alla possibilità di investire in nuove mete realizzabili. In particolare, nella popolazione più anziana, il disinvestire da scopi irraggiungibili, senza potersi impegnare in nuovi obiettivi, è associato ad un basso livello di benessere mentre nei giovani adulti si riscontra una maggior difficoltà a rinunciare a mete impossibili da perseguire con la conseguente accresciuta percezione di “sentirsi intrappolati” e la possibilità di mettere in atto atti autolesionistici.

Partendo da tali analisi, la ricerca ha individuato come fattore che aumenterebbe la probabilità di mettere in atto agiti suicidari la percezione di “sentirsi sconfitti ed intrappolati” in una situazione da cui non si riesce a fuggire (O’Connor, 20011). In particolare, lo studio ha esaminato la funzione di due processi coinvolti nell’autoregolazione degli obiettivi che aumenterebbero la sensazione di “non avere via di scampo”: il disimpegno da mete irraggiungibili e l’investimento in nuovi scopi (Wrosch, 2010 ; Wrosch e Scheier, 2003).

I risultati, in linea con l’ipotesi di ricerca, hanno mostrato come siano fattori predittivi del reiterarsi di atti autolesionistici la difficoltà ad investire in nuove mete, una storia di ospedalizzazione per agiti autolesionistici e l’ideazione suicidaria. Inoltre è stato dimostrato come il non riuscire a disinvestire da obiettivi irraggiungibili porti ad una percezione di basso livello di benessere e ad una maggior probabilità di agiti suicidari.

Nello specifico, la difficoltà ad impegnarsi in nuove mete, è risultata elevata nei giovani quando accompagnata ad una difficoltà a disinvestire da scopi impossibili da realizzare mentre negli anziani è risultata elevata anche quando sono stati abbandonati obiettivi irrealizzabili. La capacità di rinunciare a perseguire mete irraggiungibili, sembrerebbe quindi essere utile sia a non sprecare preziose risorse sia ad evitare sentimenti di fallimento associati al suicidio ma, risulterebbe adattiva, solo nel caso in cui siano disponibili altri scopi da perseguire.

Sebbene i ricercatori abbiano sottolineato alcuni limiti della ricerca, le conclusioni dello studio suggeriscono alcune linee guida per i futuri interventi terapeutici. In particolare, i trattamenti dovrebbero mirare da una parte all’autoregolazione degli scopi, valutando la disponibilità e la motivazione dei soggetti ad intraprendere nuovi obiettivi e dall’altra dovrebbero aiutare le persone ad esplorare il significato personale del disimpegno dalla meta e ad impegnarsi nel perseguimento di ulteriori scopi. Infine sarebbe utile approfondire ed analizzare il ruolo giocato dal disinvestimento da obiettivi irraggiungibili, rilevante nel predire la messo in atto di agiti suicidari.

Curare la fobia dei ragni

di Giulia Mangani
a cura di Brunetto De Sanctis

Il trattamento dell’aracnofobia: terapia dell’esposizione o controcondizionamento?

Il trattamento classico di esposizione per l’aracnofobia può essere migliorato? Partendo da questa domanda, uno studio ha utilizzato la tecnica del “controcondizionamento” per valutare se potesse incrementarne l’efficacia. In particolare, la ricerca, ha tenuto conto degli effetti del disgusto, della paura e della valenza negativa esperiti dai soggetti fobici nei confronti dei ragni.
Riguardo il disgusto e la paura di contaminazione, numerose ricerche hanno fornito sopporto alla tesi secondo cui tale avversione è alla base dell’aracnofobia, come dimostrato dalle prove ottenute dalla ricercatrice olandese Sandra Mulkens, secondo cui basta il contatto di un ragno con un prodotto alimentare per rendere tale cibo disgustoso. La fobia del ragno sembra quindi essere concettualizzata come “paura del contatto fisico con uno stimolo rivoltante”. 
Sebbene numerosi studi abbiano dimostrato l’efficacia del trattamento classico di esposizione, con una singola sessione in vivo di due ore e mezza, nel ridurre la paura dei ragni e il comportamento di evitamento, secondo Frank Baeyens e colleghi “la terapia di esposizione spesso non riesce a modificare la valenza intrinseca negativa dell’oggetto fobico”.
A partire da queste premesse, è stato ipotizzato che l’esperienza di controcondizionamento, potrebbe fornire l’unico modo sia per portare verso una maggior neutralità la valutazione negativa dei ragni sia per ridurre le proprietà disgustose di questi. Ciò, a sua volta, potrebbe limitare ulteriormente i comportamenti di evitamento delle persone, così come le loro risposte di paura, aiutando nel contempo a prevenire il ritorno di disturbi fobici.
I partecipanti selezionati (donne con una aracnofobia clinicamente diagnosticata) sono stati assegnati in modo casuale o alla normale condizione di esposizione di una sessione o alla condizione di controcondizionamento. Per quest’ultimo gruppo di soggetti, durante le esposizioni, sono stati usati i loro cibi preferiti ed è stata trasmessa la loro musica favorita.
In linea con la precedente ricerca, entrambe le condizioni di trattamento sono risultate molto efficaci nel ridurre il comportamento di evitamento e la paura dei ragni mentre, in contrasto con la previsione di Frank Baeyens, l’esposizione classica in vivo è apparsa abbastanza efficace nel modificare la valenza negativa dei ragni. Riguardo le proprietà contaminanti e disgustose, queste sono state fortemente ridotte dopo il trattamento, come indicizzato dallo spettrometro DQ (un questionario sul disgusto utilizzato per lo screening iniziale dei partecipanti) mentre gli esiti del “test dei cookie” (un test comportamentale che valuta quanto i soggetti siano ancora interessati a mangiare un biscotto dopo che quest’ultimo è venuto a contatto con un ragno), hanno rivelato risultati simili a quelli di Sandra Mulkens e colleghi.
La tecnica di controcondizionamento, dunque, non è risultata essere più efficace né nel modificare la valenza dei ragni a livello dell’esposizione né rispetto al trattamento a lungo termine a un anno di follow-up. Apparentemente quindi, la terapia classica risulta essere abbastanza efficiente nel correggere la componente valutativa a livello di aracnofobia, mentre rimane da valutare se sia possibile migliorarne ulteriormente il risultato attraverso procedure specificamente progettate per la riduzione della valutazione negativa dei ragni.