La morte (non esiste più)

di Laura Pannunzi

Le “normali” reazioni al lutto e le possibili complicazioni nel processo di accettazione della perdita

Francesco Bianconi, leader della band toscana Baustelle, nel 2013 scriveva un brano intitolato “La Morte non esiste più”. Con poche ed efficientissime parole, il cantautore senese, rivisita l’idea della morte e riassume tematiche profonde come il processo di accettazione di una perdita.
La perdita di una persona cara rappresenta uno di quegli eventi con cui gli esseri umani sono chiamati a confrontarsi nel corso della loro vita e attivano reazioni che gli psicologi potrebbero definire “disfunzionali e/o patologiche”, se non fossero risposte “normali a eventi eccezionali” (che creano, cioè, una frattura nella vita di una persona).
Ne consegue che, a fronte di eventi di vita “soggettivamente” gravi, la sofferenza e il disagio non appaiono criteri necessari per definire “disfunzionali o patologiche” le reazioni emotive e comportamentali dell’individuo che le sperimenta.
Se è vero che la morte è tra gli eventi classificabili come “normali”, è altrettanto vero che anche la reazione alla morte di una persona cara è tra gli eventi naturali e normali con cui ogni persona si confronta inevitabilmente: per ogni persona che muore, ce ne sono tante altre che soffrono e si trovano a fare i conti con quella che per loro è una perdita più o meno significativa.
Va precisato che il lutto in sé non è una patologia e non lo è neanche l’intensa sofferenza per la scomparsa di una persona cara. Entrando nel vivo del tema in un’ottica cognitivista, è possibile affermare che:

  1. il lutto non è un processo/fenomeno unico;
  2. la sofferenza emotiva e l’elaborazione non sono processi sempre presenti né necessari alla risoluzione;
  3. gli esiti patologici sono funzione (non della mancanza di reazioni necessarie) ma di vincoli e di “reazioni di contrasto” delle reazioni personali, ovvero di credenze personali e aspettative o richieste interpersonali che “creano o aumentano la critica verso i propri vissuti in relazione alla perdita” e ostacolano il cambiamento.

Non esistono quindi reazioni normali e obbligatorie al fine dell’accettazione, anche se appare evidente come il lutto sia un evento “scompensante”, che può mandare in crisi il normale funzionamento psicologico di una persona, attivando delle risposte emotive anche molto intense, e che richiede un cambiamento.
Il lutto comporta, quindi, la necessità di accettare una perdita. L’accettazione è un processo che a sua volta, per definizione, implica la tendenza al rifiuto, intendendo con rifiuto il desiderio del soggetto di credere che la perdita non si sia verificata.
In questo senso, accettare significa prendere atto di qualcosa che non si può far altro che accogliere, togliendo all’evento tutte le connotazioni di “problema” (cosa che implicherebbe una soluzione). Le complicazioni del processo di accettazione nascono, infatti, soprattutto dal trattare la perdita come una questione ancora aperta, passibile di cambiamento.
Alcuni tra i fattori che possono ostacolare il processo di accettazione della perdita sono:

a) gravità: tanto più la perdita  è percepita come significativa tanto più compromette la realizzazione di obiettivi esistenziali  fondamentali per l’individuo;
b) mancanza di sostegno sociale: non avere una rete di aiuto significa non avere persone che possano fornire supporto e sostituirsi, almeno parzialmente, alla persona perduta;
c) indisponibilità degli altri a parlare della perdita;
d) atteggiamenti di censura della manifestazione della sofferenza;
e) aspettative interpersonali e sociali su quelle che dovrebbero essere le reazioni e i comportamenti normali da adottare;

Appare importante, infine, sfatare alcuni miti che possono essersi creati attorno al fenomeno del lutto e considerare il processo di accettazione sia come l’insieme di reazioni a un evento di perdita sia l’esito, ovvero la risoluzione o l’adattamento, cioè la riduzione della sofferenza originata dalla perdita e la ripresa di un funzionamento confrontabile a quello pre-perdita. Per concludere con le parole dei Baustelle: “La Morte non è niente se l’angoscia se ne va”.
Per approfondire

Perdighe C., Mancini F. (2010), Il lutto: dai miti agli interventi di facilitazione dell’accettazione. Psicobiettivo, 30, 127- 146.

Lo strazio della scelta

di Daniela Fagliarone

Il lutto nell’interruzione terapeutica di gravidanza

“Cosa c’è di più naturale che avere un figlio per una coppia che si ama?”, “Quanto c’è di più innaturale nel decidere di togliergli la vita?”, “Meglio ora senza che se ne accorga o assistere comunque alla sua morte tra atroci sofferenze?”. Sono solo alcuni degli interrogativi che possono passare nella mente di una donna che deve prendere una decisione terribile: decidere o no di abortire dopo aver saputo che il bambino che aspetta è gravemente malformato o è affetto da una patologia genetica. Nella società odierna, da un lato le viene riconosciuto il diritto di scegliere il come e il quando della propria esperienza affettiva, dall’altro la pesante responsabilità della decisione di dispensare e togliere la vita ricade su di lei. L’aborto rappresenta l’esito di un conflitto insanabile tra due scelte: “Non voglio uccidere una vita” e “Non posso tenere questo figlio”. Un conflitto da cui non si può uscire senza una ferita profonda. Il lutto è una risposta naturale e fisiologica a tutte le situazioni di perdita in cui se ne esprime la sofferenza e il dolore.

La morte precoce di un bambino durante la gravidanza o dopo il parto, sia per aborto spontaneo sia per interruzione terapeutica o volontaria di gravidanza, determina sentimenti di lutto pari agli altri tipi di perdite. Si pensa spesso che una perdita perinatale per scelta non sia seguita da sofferenza emotiva, e quando ciò accade, spesso non è riconosciuta e individuata. Le emozioni sperimentate spaziano tra confusione, dolore, colpa, agitazione e rabbia. La reazione alla perdita spesso include difficoltà temporanee ad affrontare le attività di tutti i giorni, ritiro dalle attività sociali, pensieri intrusivi, sentimenti di apatia e insensibilità e indifferenza agli eventi esterni. Non necessariamente le emozioni ed i diversi passi del lutto avvengono nella stessa sequenza e hanno la stessa intensità e durata per tutti. Il percorso varia da persona a persona, e va da un minimo di sei mesi a un massimo di due anni, alternando fasi di benessere a ricadute in periodi più dolorosi e difficili. Il lutto è un profondo processo personale che segue un corso abbastanza predicibile, con tipiche fasi quali stordimento, ricerca e struggimento per la persona perduta, disorganizzazione e disperazione e riorganizzazione. La loro alternanza dipende dalle risorse personali, dalla presenza nella propria storia di altre esperienze luttuose, dalla presenza/assenza di risorse sociali, nonché dalla presenza di risorse familiari e di coppia. Per non lasciare conseguenze psicologiche e ferite profonde, il lutto dovrebbe essere lasciato libero di fare il suo corso, trovare spazi di sostegno e di condivisione, essere un momento di svolta e di maturazione personale e non l’espiazione segreta e silenziosa di una colpa per cui non c’è perdono. Il lutto accade nonostante l’aborto sia un evento “scelto”, programmato, non accidentale e, nelle donne e nelle coppie che compiono questa scelta, resta spesso un doppio lutto, di perdita e di scelta di perdita, intimamente vissuto e solo raramente condiviso e condivisibile.
Il dolore si trasforma in un evento traumatico e patologico nel momento in cui non si è capaci o non è possibile esprimere in maniera aperta la rabbia e la tristezza. Per elaborare il lutto è fondamentale accettare l’esperienza vissuta, accettare la sofferenza che ne consegue. Non si tratta di razionalizzare l’evento, ma di stare con il dolore mentale, viverlo e tenerlo accanto senza esserne sopraffatti. Eliminare totalmente il dolore, cercando di non provare più alcuna emozione negativa o razionalizzando, contribuisce a complicare il lutto. Rielaborare un aborto non è dimenticare, è far sì che una ferita profonda diventi accompagnatoria, ossia che il figlio, o i figli, che non sono più in vita, diventino una presenza non persecutoria e fonte di sofferenza, bensì una presenza che accompagna la vita successiva della donna.

Per approfondimenti:

Cantelmi T., Cacace C. (2008) Aborto Volontario e salute mentale della donna: una review della letteratura internazionale, Google Scholar, Studia Bioethica,1(2): 1-13

Di Stefano R. (2013). L’interruzione volontaria di gravidanza. Psicoterapeuti in formazione, 12: 53-93.

Righetti P.L. (a cura di), (2010) Gravidanza e contesti psicopatologici. Dalla teoria agli strumenti di intervento, Franco Angeli, Milano.

Il lutto in adolescenza: quale supporto offrire?

di Giulia Panarelli

“Il dolore è ancor più dolore se tace” Giovanni Pascoli

L’adolescenza è una fase di vita molto complicata che, come afferma la psicologa e psicoterapeuta Anna Rita Verardo, è caratterizzata da “cambiamenti che coinvolgono il corpo, la sessualità, l’identità e il modo di percepire sé e gli altri”. Non si è più bambini, ma neanche maturi. Il genitore viene spogliato dell’idealizzazione precedente e il ragazzo sente forti spinte all’autonomia, ma nello stesso tempo prova ancora un forte senso di bisogno e dipendenza verso i genitori. L’adolescenza rappresenta così un periodo pieno di contraddizioni, insicurezze, instabilità e spesso fragilità dell’identità. Per questo, l’adolescente è spesso rabbioso. Quella rabbia diffusa e improvvisa che il genitore è chiamato a fronteggiare quotidianamente e lo esaspera perché non la comprende, gli appare irrazionale e immotivata. In adolescenza, inoltre, la consapevolezza che sta emergendo fa comprendere appieno cosa sia la morte e per questo motivo la perdita di una persona cara, a maggior ragione se essa sia un genitore, incide notevolmente sullo sviluppo psicologico ed emotivo. “Nel caso del lutto, infatti, l’adolescente deve combinare il processo di cambiamento evolutivo con quello relativo alla perdita della persona cara”, aggiunge Verardo. Tale processo può risultare molto complicato e può creare scompensi, aumentando la fragilità e la vulnerabilità. Quando il lutto avviene in adolescenza, bisogna prestare molta attenzione ai segnali che i ragazzi esprimono non sempre esplicitamente. Leggi tutto “Il lutto in adolescenza: quale supporto offrire?”

Il lutto nell’infanzia: quale supporto offrire?

di Giulia Panarelli

Una perdita significativa segna l’inizio di una vita diversa per i sopravvissuti”. Anna Rita Verardo

Anche se è una parte naturale della vita, il lutto rappresenta sempre un’esperienza particolarmente difficile da affrontare che cambierà inevitabilmente e radicalmente il modo di vivere, sentire e pensare. Se vissuto in fase precoce o in adolescenza, ha un peso emotivo maggiore, soprattutto se chi viene a mancare è il genitore. Supportare un bambino o un adolescente che vive un lutto genera sempre molta incertezza, preoccupazione e paura. Inoltre, se si sta vivendo per primi una perdita, è difficile occuparsi del dolore del bambino o del ragazzo, offrendogli conforto e vicinanza. È importante, dunque, avere una buona rete familiare o degli amici su cui ci si possa appoggiare, seguire alcune indicazioni e, in alcuni casi, chiedere aiuto a uno psicologo. Di frequente, invece, accade che convinzioni errate su questo tema inducano a compiere azioni che rallentano o ostacolano il processo di elaborazione del lutto e possono avere effetti negativi sullo sviluppo evolutivo. Sono da evitare comportamenti come: nascondere la verità, non dire subito che la persona è deceduta, non far “salutare” il defunto; se la perdita è successiva a una malattia, non preparare il bambino o il ragazzo alla morte del proprio caro; non nominare mai il defunto; non farsi vedere tristi e non mostrare la propria fragilità.

Il percorso di elaborazione del lutto tra adulti, bambini, adolescenti, è simile, ma non uguale. Il bambino manifesta il lutto attraverso sentimenti intensi, ma con tempi brevi di elaborazione, poiché si difende dal dolore distogliendo il pensiero dalla perdita e distaccandosi dalla realtà dolorosa. La perdita di una persona cara compromette il senso di sicurezza del bambino, generando ansia e paura. Leggi tutto “Il lutto nell’infanzia: quale supporto offrire?”