Il trauma infantile

di Mauro Giacomantonio

Report del Simposio sul Trauma Infantile

Lo scorso 17 gennaio 2020 si è tenuto presso il Teatro Italia a Roma un simposio in memoria di Gianni Liotti, dedicato al tema del trauma infantile. La scelta dell’argomento è legata agli importanti contributi che il lavoro di Liotti ha dato alla comprensione e al trattamento del trauma. L’iniziativa ha visto la partecipazione di circa 500 persone tra studenti e professionisti nel campo della psicoterapia, della medicina e della formazione.

Ha aperto i lavori Francesco Mancini introducendo i quattro interventi dei relatori che vantano tutti una lunga esperienza di lavoro sul trauma, sia dal punto di vista clinico sia della ricerca.

La prima a intervenire è stata Maria Grazia Foschino Barbaro che ha trattato in modo approfondito gli aspetti interpersonali legati al trauma infantile. Anche attraverso la presentazione di alcuni casi clinici estremamente interessanti, la relatrice ha illustrato il ruolo centrale della relazione con il caregiver che, in determinati casi, può costituire una vera a propria fonte di trauma relazionale che può tradursi, tra le altre cose, in un attaccamento disorganizzato e quindi in una persistente vulnerabilità psicologica. 

Il secondo intervento è stato quello di Antonio Lasalvia che, in una prospettiva epidemiologica, ha trattato l’associazione tra trauma infantile e psicosi. Il relatore ha mostrato come la letteratura suggerisca chiaramente che esiste una relazione tra trauma e sviluppo di psicosi. Come nel caso della relazione tra fumo e cancro al polmone, la probabiltà di sviluppare psicosi cresce notevolmente con il crescere del numero di traumi significativi a cui la persona viene esposta nella sua vita. Infine Lasalvia ha illustrato interessanti modelli particolarmente recenti che sostengono un ruolo causale del trauma nella generazione delle psicosi. Il trauma non sarebbe quindi un mero evento stressante che agirebbe da slatentizzatore di una predisposizione genetica, ma un vero e proprio determinante del disturbo. 

Maurizio Brasini è stato il terzo relatore a prendere la parola e ha discusso il nesso tra trauma, attaccamento e ordine naturale delle cose. Dopo aver offerto interessanti spunti critici relativi al modo in cui il trauma è stato concettualizzato negli ultimi 150 anni, Brasini ha proposto una interessante e innovativa ipotesi che vede il trauma come una violazione delle aspettative che l’individuo ha nei confronti di cosa è giusto che accada (o non accada). In altre parole il trauma invalida l’ordine naturale delle cose della persona che lo subisce. Il pubblico ha assistito a una presentazione che, oltre ad essere densa di contenuti e innovativa, è stata particolarmente avvincente anche grazie ai tanti riferimenti al cinema e alla natura.

Infine Furio Lambruschi ha concluso i lavori con una relazione che ha offerto interessanti spunti relativi alle criticità che si possono incontrare nel setting terapeutico quando si ha a che fare con il trauma infantile. Lambruschi inoltre ha enfatizzato particolarmente il ruolo del contesto relazionale (ma non solo) che precede, accompagna e segue il trauma sottolineando come questo sia determinante nel cambiare l’esito in termini psicologici dell’evento avverso. 

Il simposio nel suo complesso è stato particolarmente stimolante sia per chi da anni si occupa di trauma, attaccamento e dei temi cari a Gianni Liotti, sia per chi sta iniziando a muovere oggi i primi passi in questi argomenti  particolarmente rilevanti nel trattamento della psicopatologia. Alcune riflessioni condivise col pubblico hanno anche sottolineato come lo studio e la conoscenza del trauma infantile sarebbe fondamentale, in termini di salute pubblica, anche per altre figure sanitarie, come ad esempio i medici di base. 

I sintomi depressivi possono essere utili

di Valentina De Santis
a cura di Mauro Giacomantonio

Autoregolazione e benefici emotivi dell’umore disforico in adolescenza

Il termine depressione viene troppo spesso utilizzato per indicare qualsiasi disturbo psichico, in realtà  è qualcosa di ben  preciso e connotato. Si tratta difatti di un disturbo del tono dell’umore, funzione psichica importante nei processi di adattamento. Essa ha la caratteristica di essere flessibile, vale a dire flette verso l’alto quando ci troviamo in situazioni positive e favorevoli mentre, invece, flette verso il basso nelle situazioni negative e spiacevoli. Nella depressione il tono dell’umore perde la sua flessibilità, si fissa verso il basso e non è più influenzabile da situazioni esterne favorevoli, di conseguenza influisce negativamente sugli aspetti motivazionali nonchè sul comportamento di una persona.
I sintomi depressivi possono contribuire anche alla disregolazione dei sistemi biologici ed influire sui problemi di salute fisica (maggior  secrezione di cortisolo, infiammazione sistemica, malattie cardiache ed altre condizioni).
Sebbene ci sia ampio consenso riguardo al fatto che la sintomatologia depressiva possa compromettere la qualità della vita, i ricercatori di diverse discipline hanno considerato la possibilità che i sintomi depressivi possano giocare talvolta un ruolo favorevole nell’auto-regolazione del comportamento. In particolare, è stato suggerito che l’umore depresso faciliterebbe l’abbandono di obiettivi irraggiungibili,  promuovendo in tal modo la qualità della vita nel lungo termine. Infatti, disinvestire a fronte di obiettivi particolarmente difficili (o impossibili da raggiungere) può essere una capacità di autoregolazione essenziale per gli individui.  Alcuni Autori (C. Wrosch, G. E. Miller, 2009) hanno testato questa ipotesi in uno studio che ha coinvolto un gruppo di ragazze adolescenti, in un arco di tempo di circa 19 mesi. Gli autori hanno ipotizzato che alti livelli di partenza di sintomi depressivi faciliterebbero lo sviluppo delle capacità di regolazione degli obiettivi (per esempio, le capacità di abbandonare degli obiettivi e le capacità di attivarne degli altri). Inoltre, gli Autori hanno supposto che i miglioramenti nelle capacità regolare adeguatamente i propri obiettivi prevedrebbero col tempo una diminuzione dei sintomi depressivi stessi.
I primi risultati dimostrano che i livelli di partenza dei sintomi depressivi predicono un aumento delle capacità disinvestimento rispetto ad obiettivi irraggiungibili, e la stessa capacità di disinvestire predice una riduzione dei sintomi depressivi successivi. Questa ricerca ci suggerisce quindi che i sintomi depressivi, e i ridotti livelli di attivazione che ad essi si associa, possono favorire il disinvestimento dagli obiettivi di vita costosi o irraggiungibili.
Questo effetto significativo è stato avvalorato dal fatto che i partecipanti che hanno mostrato maggiori aumenti delle capacità di abbandono degli obiettivi nel primo anno dello studio hanno poi sperimentato una riduzione più pronunciata dei sintomi depressivi nei successivi 6 mesi rispetto ai loro colleghi, che hanno riportato meno miglioramenti nelle proprie capacità di abbandono di un obiettivo.
Un umore basso dunque potrebbe essere paradossalmente benefico e come ha detto Joe Forgas, psicologo dell’università del New South Wales in Australia, ovvero “la tristezza leggera sembra avere una funzione di segnale di allarme, indicando che la situazione attuale non è familiare, difficile e rischiosa” e, più in generale, in determinate situazioni la tristezza spinge la persona ad attivarsi per trovare una soluzione alternativa.

Desistere dagli obiettivi irraggiungibili

di Giovanni Davì
a cura di Mauro Giacomantonio

Quando la ruminazione costituisce un ostacolo

You can’t always get what you want” cantano i Rolling Stone. Non sempre si può ottenere ciò che si vuole. Se la perseveranza e la tenacia sono due virtù molto apprezzate ed enfatizzate dall’odierna società, lo è anche una certa capacità di autoregolazione del proprio comportamento, che permetta di desistere dagli obiettivi che non vale più la pena di perseguire.

In un articolo pubblicato da Van Randenborgh e colleghi nel 2010 viene analizzato uno dei meccanismi che potrebbero ostacolare questa importante capacità di autocontrollo: la ruminazione, un modo di pensare associato al mantenimento di emozioni negative e caratterizzato da pensieri ripetitivi, focalizzati sui propri sintomi e sulle loro conseguenze. I ricercatori hanno dimostrato che le persone inclini a ruminare e che quindi presentano difficoltà a distogliere il proprio pensiero da obiettivi insoddisfatti e fallimenti del passato, mostrano difficoltà anche nel desistere da mete irraggiungibili nel presente. Per fare ciò hanno predisposto due studi. Nel primo i partecipanti hanno tentato di risolvere degli anagrammi, alcuni dei quali senza soluzione, ed è stata valutata la loro predisposizione ad attività di ruminazione. È risultato che i soggetti con una maggiore tendenza a ruminare presentavano al contempo una maggiore difficoltà a tralasciare gli anagrammi irrisolvibili. Il secondo studio prevedeva anch’esso la risoluzione di un set di anagrammi, alcuni dei quali impossibili da risolvere, ma i partecipanti sono stati assegnati a due differenti gruppi: nel primo (gruppo “ruminazione”), i soggetti, precedentemente lo svolgimento del compito, venivano indotti ad attività ruminativa attraverso la lettura di frasi elaborate in modo da dirigere i loro pensieri verso i loro sentimenti e la loro situazione personale (ad esempio, “pensa alle aspettative che la tua famiglia ripone in te”); nel secondo (gruppo “distrazione”), le frasi non avevano alcuna relazione con il sé (“pensa alle parti che compongono un’auto”). È stato riscontrato come i soggetti del primo gruppo abbiano avuto maggiori difficoltà a desistere dal risolvere gli anagrammi irrisolvibili.

I risultati ottenuti consentono, inoltre, di approfondire la comprensione del ruolo della ruminazione nello sviluppo e nel decorso di condizioni psicopatologiche come la depressione. L’attività ruminativa, ostacolando il disimpegno da obiettivi irrealizzabili, impedisce che l’individuo possa impegnarsi su mete più realistiche e magari più gratificanti; il mancato disinvestimento da mete irraggiungibili potrebbe contribuire all’insorgere di una condizione depressiva. Interessante è anche la possibile funzione moderatrice che la ruminazione svolgerebbe tra la depressione e il disimpegno dagli obiettivi non raggiungibili. Per gli individui non inclini a ruminare, la depressione può rivelarsi utile nel disimpegnarsi dalle mete irraggiungibili. Il contrario accade con i soggetti che presentano una forte tendenza alla ruminazione; di conseguenza, non ci sarà un reinvestimento degli sforzi in obiettivi più realistici, impedendo loro di sperimentare un possibile successo ed ostacolando in tal modo una ripresa dalla sintomatologia depressiva.

Ad esempio, a volte ci si innamora non essendo ricambiati. Una condizione che porta a fare l’esperienza del rifiuto, la quale alimenta un sentimento di tristezza (depressione). La tendenza a ruminare porta a farsi costantemente domande del tipo “perché è successo a me?”, “perché nessuno mi vuole?”, “perché questa persona non ricambia i miei sentimenti?”, impedendo di disinvestire da un obiettivo che si rivela irraggiungibile e non concedendo a sé stessi, ad esempio, l’opportunità di conoscere nuove persone che sarebbero in grado di far provare quelle esperienze gratificanti che potrebbero contribuire ad una ripresa dalla condizione depressiva.

Per approfondimenti:

Van Randenborgh A., Hüffmeier J., LeMoult J. e Joormann J. (2010), Letting go of unmet goals: does self-focused rumination impair goal disengagement? Motivation and Emotion 34: 325-332.

L’autoregolazione degli obiettivi

di Giulia Mangani
curato da Mauro Giacomantonio

Un fattore utile per la prevenzione del suicidio

Secondo il World Health Organisation circa un milione di persone muore ogni anno per suicidio in tutto il mondo. Partendo da tale dato, alcuni ricercatori si sono chiesti se una maggior conoscenza del ruolo di alcuni meccanismi di rischio prossimali, potesse essere utile a prevedere comportamenti suicidari.

All’interno di tale ambito, numerosi studi, hanno già sottolineato come la capacità di saper rinunciare a perseguire obiettivi irraggiungibili, aiuti ad evitare sentimenti di fallimento associati al rischio suicidario. Tale disimpegno dagli scopi impossibili da realizzare, risulta tuttavia adattivo, solo quando è accompagnato alla possibilità di investire in nuove mete realizzabili. In particolare, nella popolazione più anziana, il disinvestire da scopi irraggiungibili, senza potersi impegnare in nuovi obiettivi, è associato ad un basso livello di benessere mentre nei giovani adulti si riscontra una maggior difficoltà a rinunciare a mete impossibili da perseguire con la conseguente accresciuta percezione di “sentirsi intrappolati” e la possibilità di mettere in atto atti autolesionistici.

Partendo da tali analisi, la ricerca ha individuato come fattore che aumenterebbe la probabilità di mettere in atto agiti suicidari la percezione di “sentirsi sconfitti ed intrappolati” in una situazione da cui non si riesce a fuggire (O’Connor, 20011). In particolare, lo studio ha esaminato la funzione di due processi coinvolti nell’autoregolazione degli obiettivi che aumenterebbero la sensazione di “non avere via di scampo”: il disimpegno da mete irraggiungibili e l’investimento in nuovi scopi (Wrosch, 2010 ; Wrosch e Scheier, 2003).

I risultati, in linea con l’ipotesi di ricerca, hanno mostrato come siano fattori predittivi del reiterarsi di atti autolesionistici la difficoltà ad investire in nuove mete, una storia di ospedalizzazione per agiti autolesionistici e l’ideazione suicidaria. Inoltre è stato dimostrato come il non riuscire a disinvestire da obiettivi irraggiungibili porti ad una percezione di basso livello di benessere e ad una maggior probabilità di agiti suicidari.

Nello specifico, la difficoltà ad impegnarsi in nuove mete, è risultata elevata nei giovani quando accompagnata ad una difficoltà a disinvestire da scopi impossibili da realizzare mentre negli anziani è risultata elevata anche quando sono stati abbandonati obiettivi irrealizzabili. La capacità di rinunciare a perseguire mete irraggiungibili, sembrerebbe quindi essere utile sia a non sprecare preziose risorse sia ad evitare sentimenti di fallimento associati al suicidio ma, risulterebbe adattiva, solo nel caso in cui siano disponibili altri scopi da perseguire.

Sebbene i ricercatori abbiano sottolineato alcuni limiti della ricerca, le conclusioni dello studio suggeriscono alcune linee guida per i futuri interventi terapeutici. In particolare, i trattamenti dovrebbero mirare da una parte all’autoregolazione degli scopi, valutando la disponibilità e la motivazione dei soggetti ad intraprendere nuovi obiettivi e dall’altra dovrebbero aiutare le persone ad esplorare il significato personale del disimpegno dalla meta e ad impegnarsi nel perseguimento di ulteriori scopi. Infine sarebbe utile approfondire ed analizzare il ruolo giocato dal disinvestimento da obiettivi irraggiungibili, rilevante nel predire la messo in atto di agiti suicidari.

Cosa lega populismo e esclusione sociale?

di Luigi Leone e Mauro Giacomantonio

Chi si sente escluso dalla società potrebbe più facilmente propendere per posizioni politiche populiste

Quando si cerca di comprendere quali siano le cause del fenomeno politico del populismo, che si traduce, in estrema sintesi, nella tendenza a vedere la società chiaramente divisa tra élite malvagie e un popolo giusto altamente omogeneo, vengono di volta in volta evidenziati diversi fattori. Ai movimenti populisti “di destra” si associa una spiegazione in termini di razzismo o pregiudizio etnico. Ai movimenti politici “di sinistra” si associa una spiegazione in termini di nostalgia per società maggiormente integrate e solidali, e aspetti “irrazionali” o “anti-moderni” che traducono in irrealizzabili richieste di redistribuzione sociale.
Vengono spesso tralasciate le spiegazioni del fenomeno “populismo” basate su aspetti strutturali di diseguaglianza e sulla conseguente percezione di esclusione sociale.
La crisi del 2008 è certamente stata un motore importante di questa pervasiva percezione di disuguaglianza ed esclusione. Basti considerare che la ripresa economica seguita alla crisi è la più lenta e asfittica dal periodo delle guerre napoleoniche.  La maggioranza dei redditi è ancora bloccata o inferiore ai livelli raggiunti prima del 2008. Allo stesso tempo, però, la quota di ricchezza disponibile ai più ricchi è aumentata sia in valore assoluto, sia in valore relativo rispetto al periodo precedente alla crisi.
Si delinea, quindi, un contesto economico e sociale sempre più caratterizzato da un forte divario tra ricchi e non ricchi. L’ascensore sociale che permetterebbe di migliorare la propria condizione rispetto a quella dei propri genitori o anche di chi abbia solo dieci anni in più viene percepito come guasto o inesistente.  Non stupisce, quindi, che quote importanti della popolazione si sentano escluse, tagliate fuori, trattate iniquamente.

Partendo da questo quadro, quali sono le credenze che potrebbero spiegare come mai la percezione di esclusione sociale porti al populismo?

Innanzitutto, la percezione di esclusione potrebbe portare a cristallizzare una visione del tipo: “Io sono escluso, gli altri sono privilegiati perché ladri o malintenzionati”. Questo si traduce una concezione “manichea” della società, cioè nettamente divisa tra buoni e cattivi, tipica del populismo. In modo simile, l’esclusione potrebbe portare a pensare: “Coloro che mi dovevano proteggere (i politici) sono ladri o inetti”. Questa credenza ovviamente promuove l’anti-élitismo, cioè la chiave di volta del populismo. Infine, la credenza che se “io sono escluso e sono un buono” allora “anche gli altri esclusi saranno buoni” sostiene l’idea che esiste un popolo omogeneo di giusti. Solo la volontà di questo popolo potrà salvare la nostra società.

Oltre a queste specifiche credenze, la ricerca ha ampiamente dimostrato che l’esclusione sociale, da qualsiasi fonte provenga, riduce il senso di controllo che l’individuo ha sulla realtà. Conseguentemente si cercherà di riacquistarlo in vari modi, tra cui, ad esempio, aderendo a visioni unificanti, che semplificano la realtà e che permettono di individuare i colpevoli a cui attribuire le colpe. Ecco, quindi, che il populismo diventa uno strumento prezioso nelle mani di chi, sentendosi escluso, cerca un rimedio alla comprensibile frustrazione e angoscia che ne deriva.