Fermati, prendi un respiro, osserva e procedi

di Stefania D’Angerio

Mindfulness e balbuzie: nuove prospettive di intervento

La balbuzie è un disordine del ritmo della parola in cui la persona sa cosa vorrebbe dire ma non riesce a dirlo a causa di arresti, ripetizioni o prolungamenti del suono, che sono totalmente involontari da parte del soggetto.

Il recente film “Il discorso del re” ha mostrato come il fenomeno della balbuzie sia una problematica multidimensionale: cognitiva, legata alla difficoltà di fonazione; emotiva, perché la tensione emotiva influisce sulla produzione linguistica; relazionale, perché si sperimentano una serie di emozioni negative come vergogna, rabbia e ansia, che possono indurre a evitare situazioni sociali o a vivere le relazioni con gli altri con grande disagio. Dopo fallimentari terapie basate solo sulla riabilitazione linguistica, re Giorgio IV riesce a gestire la sua balbuzie attraverso l’incontro con il poco ortodosso terapeuta Lionel che lo aiuterà a evidenziare le difficoltà psicologiche che hanno origine in un’educazione rigida, nel rapporto con genitori freddi e anaffettivi e nel costante confronto con il fratello, più spavaldo e intraprendente di lui. Leggi tutto “Fermati, prendi un respiro, osserva e procedi”

Il suono del silenzio

di Elena Bilotta

Ricercare la quiete, soffrire la quiete, imparare dalla quiete

In un articolo pubblicato di recente sul settimanale inglese The Economist si affronta il tema del silenzio, descrivendolo nelle sue varie accezioni. L’espressione “religioso silenzio” non è stata formulata a caso, perché la sua pratica è associata principalmente al mondo religioso e al coltivare la pace e la quiete dell’anima. Nella fede, osservare il silenzio vuol dire avvicinarsi alla divinità, riflettere e onorare la sacralità e il mistero della vita. I cristiani solitamente lo scelgono perché credono che esso sia una modalità di ascolto della parola di Dio. Per i musulmani, è una pratica che aiuta a migliorarsi. “Ciascuno può impreziosire se stesso con due abitudini: le buone maniere e il prolungato silenzio”, dice Maometto. Per i buddhisti, è una quiete consapevole e intenzionale e insegna a dominare la mente. Non bisogna però avere per forza un credo religioso per poter apprezzare gli effetti benefici del silenzio. È esperienza abbastanza comune quella dell’assenza di rumori molesti come momento di resilienza e recupero dallo stress. Il rumore, definito come suono indesiderato, è infatti un elemento descritto in psicologia come particolarmente stressante quando è di alta intensità, ma anche quando è incontrollabile e imprevedibile. L’esposizione a un rumore con queste caratteristiche causa nella persona un incremento delle catecolamine, della pressione arteriosa e della conduttanza cutanea: tutti indicatori fisiologici di stress. Il rumore interferisce anche con l’esecuzione di compiti e con la memoria. Leggi tutto “Il suono del silenzio”

Meditando si impara: Mindfulness e consapevolezza del corpo

di Elena Bilotta

Le pratiche di consapevolezza corporea aiutano a coltivare la conoscenza e la saggezza attraverso l’esplorazione delle sensazioni fisiche sperimentate nel momento presente

 Nella vita quotidiana non si è abituati a prestare attenzione al corpo. Si tende a sottovalutarne il potenziale e a focalizzarsi automaticamente sull’esperienza della mente, come se il corpo non avesse abbastanza “peso”. Quando poi il corpo è la sede di un malessere, come accade quando si soffre di una malattia o di dolore cronico, sicuramente questo rapporto si complica e può diventare sfidante entrarci in contatto in modo amorevole ed equanime. Una delle esperienze più forti e rivelatrici per chi pratica la Mindfulness, cioè l’osservazione non giudicante di quello che accade nel momento in cui accade, è di tornare a percepire il proprio corpo e il proprio respiro così come sono, e attraverso questa esperienza, riprendere contatto con il proprio vivere.

Praticare la Mindfulness aiuta a sviluppare l’innata capacità umana di prestare attenzione, invitando a farlo senza giudizio, con gentilezza, osservando il corpo nel corpo. Cosa vuol dire “osservare il corpo nel corpo”? Vuol dire sviluppare l’abilità di “sentire” non attraverso la mente, come si è abituati a fare, ma attraverso quella parte di se stessi che è sempre presente, anche quando la mente non lo è: il corpo. Leggi tutto “Meditando si impara: Mindfulness e consapevolezza del corpo”

Praticare la Mindfulness uscire dalla corrente dei pensieri negativi

di Stefania d’Angerio

 La meditazione sta prendendo sempre più piede nei protocolli di terapia cognitiva. Ma quali sono gli effetti su chi la pratica?

“È davvero straordinario constatare quanto libero ti fa sentire il riuscire a renderti conto che i tuoi pensieri sono soltanto pensieri e non sono te stesso o la realtà”. Il biologo e scrittore statunitense Jon Kabat-Zinn riassume in maniera efficace il comune ritrovarsi immersi nei propri pensieri per poi scambiarli per realtà.

Lo psicologo Paul Watzlawick lo spiega attraverso una storiella: un uomo ha bisogno di un martello e decide di chiederlo al vicino; durante tutto il tragitto pensa che il giorno prima il dirimpettaio non l’aveva salutato perché forse aveva fretta oppure perché era arrabbiato con lui. Eppure, non gli aveva fatto proprio nulla e, se gli avesse chiesto qualcosa in prestito, gliel’avrebbe data di sicuro. Si ripete quanto solitamente lui è disponibile verso gli altri e pensa che se il vicino, invece, è così attaccato al suo martello, che se lo tenesse pure. Arriva e suona il campanello: “Buongiorno”, dice il vicino dopo aver aperto la porta. “Si tenga pure il suo martello, villano!”, risponde l’uomo.

Proprio così funziona la mente umana: non fa altro che costruire ipotesi, teorie, rappresentazioni, che non sempre corrispondono alla realtà. Leggi tutto “Praticare la Mindfulness uscire dalla corrente dei pensieri negativi”

“Che cosa hai detto?”. Ascolto consapevole e Mindfulness

di Erica Pugliese

Comprendere il proprio stile di comunicazione, i propri pensieri, emozioni e reazioni può essere un punto di partenza per la creazione e il mantenimento di buone e durature relazioni con gli altri

Quante volte capita di trovarsi distratti durante una riunione di lavoro o una discussione con un amico o con il proprio partner? Secondo Stephen R. Covey, autore di numerosi bestseller internazionali, la maggior parte delle persone intente in una conversazione ascolta più con l’obiettivo di rispondere che non con quello di accogliere e comprendere l’intenzione dell’altro. In uno scenario siffatto, immaginando due individui coinvolti in una discussione, ognuno motivato da rispettabili ragioni che sovrappongono l’uno all’altro, la probabilità che si giungerà a una soluzione realmente efficace e appagante per entrambe le parti è veramente molto bassa se non impossibile.

Sebbene si ritenga di trascorrere molto tempo ad assorbire informazioni, le ricerche dimostrano che, pochi minuti dopo una conversazione, ricordiamo solo il 25% di quello che sentiamo. I molti ai quali potrebbe sembrare una buona forma di scrematura dei dati in entrata non considerano il rischio di perdere informazioni importanti e la creazione di terribili incomprensioni il cui esito potrebbe essere un’escalation di rabbia e l’affermazione di pensieri di cui ci si potrebbe pentire immediatamente dopo. Leggi tutto ““Che cosa hai detto?”. Ascolto consapevole e Mindfulness”

Riflessioni sull’uso indiscriminato della meditazione

di Katia Tenore

Un uso eccessivo e aspecifico delle pratiche meditative può portare a esiti non auspicabili

La meditazione è una antica pratica spirituale, di cui si trova traccia già nei trattati vedici, antichissime raccolte sanscrite risalenti al 2000 a.C..

In sanscrito, la pratica della meditazione è chiamata “Dharana” e si riferisce allo stato in cui un flusso attentivo intermittente si indirizza su un oggetto. Quando il flusso diviene continuo, viene definito “Dhyana”, stato che precede il “Samadhi” (letteralmente: “sono come il più alto”, cioè in unione con l’Assoluto).

Nella tradizione Buddhista, importata in maniera diffusa in Occidente insieme con la tradizione Zen, la meditazione “Samatha” ha lo scopo di conseguire una dimensione di pacificazione interiore ed è propedeutica alla meditazione “Vipassana” che, in lingua pali, allude a una “visione profonda, intensa e potente”, come una torcia che fa luce su qualcosa di opaco.

Ma cosa succede se si illumina qualcosa che non si è in grado di gestire? Può questo metodo essere idoneo per tutti?

Nell’uso moderno, con la parola “meditazione” ci si riferisce al fare esperienza di sé, al processo di autorealizzazione, ma anche a una pratica spirituale per raggiungere la verità ultima. Il risultato è che questo termine è divenuto un calderone in cui concetti come rilassamento, distacco, consapevolezza, autenticità, trascendenza, verità, benessere, si sfumano così tanto da diventare una miscellanea informe. Leggi tutto “Riflessioni sull’uso indiscriminato della meditazione”

La pratica della mindfulness può servire per il trattamento del Disturbo Ossessivo-Compulsivo?

di Barbara Barcaccia e Giuseppe Romano

Negli ultimi anni la mindfulness è stata utilizzata all’interno di diversi protocolli per il trattamento di alcuni disturbi mentali, dalla depressione al disturbo borderline di personalità. A oggi non sono stati ancora pubblicati studi clinici randomizzati controllati (RCT) che ne valutino l’efficacia per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), e sono disponibili solo dati preliminari. Considerata la difficoltà che i pazienti con DOC hanno nel lasciare andare pensieri, immagini mentali, sensazioni e impulsi, una volta che sono comparsi, gli interventi basati sulla mindfulness sembrerebbero particolarmente indicati, ma per lo stesso motivo è evidente quanto risultino impegnativi per chi è affetto da questo disturbo così invalidante. Nel DOC, infatti, è proprio la reattività alle ossessioni a dare origine a tentativi di soluzione disfunzionali, tentativi che possono essere rappresentati da rituali manifesti, come i rituali di lavaggio o di controllo, oppure nascosti, come nel caso dei tentativi di soppressione dei pensieri, della ripetizione mentale di formule, della ricostruzione in memoria dell’episodio “incriminato”, etc. Sappiamo che tutti i tentativi di soluzione, nascosti e manifesti, costituiscono potenti meccanismi di mantenimento del DOC. Ed è proprio in questo contesto che emerge uno spazio d’intervento significativo per la mindfulness, poiché può aiutare il paziente a prendere consapevolezza che quel pensiero/immagine mentale è un prodotto della propria mente (non necessariamente falso, o con nessuna attinenza alla realtà), sostenendolo, poi, nella fatica di accettare il disagio che si accompagna alla presenza di quel contenuto nella mente e, infine, supportandolo nel non reagire con la messa in atto di tentativi di soluzione controproducenti.

Inoltre la pratica della mindfulness può essere utilizzata per aumentare la compliance dei pazienti al trattamento di Esposizione/Prevenzione della Risposta (E/RP), un trattamento efficace per il DOC, ma percepito come estremamente difficile da affrontare, motivo per il quale viene spesso rifiutato dai pazienti; la mindfulness potrebbe essere quindi uno strumento atto a facilitare l’esposizione, diventando un addestramento a stare all’interno dell’esperienza emotiva dolorosa dell’ansia e della colpa, senza mettere in atto i consueti rituali. In questo senso, la mindfulness potrebbe costituire una via d’uscita da circoli viziosi auto-perpetuantisi, addestrando le persone alla non-reattività alle intrusioni ossessive: la pratica consente infatti di passare dalla modalità del fare, per diminuire la discrepanza tra mondo reale e mondo ideale, alla modalità dell’essere, in cui ci si rapporta con le esperienze interne in modo diretto, non spinti da uno scopo particolare, ma accettando ciò che si presenta momento dopo momento.

Gli studi disponibili fino a questo momento non consentono di considerare la mindfulness come un intervento di provata efficacia per il DOC, anche se alcuni dati preliminari indicano le terapie basate su mindfulness e accettazione come promettenti per il suo trattamento. Sono in corso però studi clinici randomizzati controllati: i risultati di questi studi ci diranno se potremo considerare la mindfulness un intervento efficace per la cura del DOC.

Riferimento bibliografico

Barcaccia B. (2016). La mindfulness per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo. In F. Mancini (a cura di) La mente ossessiva, pp. 347-370, Raffaello Cortina Editore.

La mindfulness è una strategia di regolazione emotiva top down o bottom up?

di Graziella Pisano

La regolazione emotiva è un elemento importante per la  salute mentale ed un funzionamento adattivo, infatti un deficit di regolazione emotiva può essere riscontrato in molti disturbi psichiatrici. La mindfulness rappresenta una strategia di regolazione emotiva; diversi studi supportano la teoria secondo cui essa sarebbe un elemento che concorre alla rivalutazione cognitiva ( processo top down), mentre altri studi suffragano l’ipotesi secondo  cui la mindfulness sarebbe invece una strategia di regolazione emotiva a sé stante, indipendente dalla rivalutazione cognitiva (processo bottom up). La concezione di mindfulness come processo bottom up evidenzia che quando il soggetto presta attenzione alle esperienze presenti con attitudine non giudicante si manifesterebbe una riduzione dell’attivazione limbica in risposta a stimoli emotivamente salienti, senza l’attivazione concomitante della corteccia prefrontale. La review di Chiesa A. e coll. (2013)  prende in esame cinque studi che rivelano che un mindfulness training può essere correlato ad una minore reattività emozionale agli stimoli derivante da una strategia di regolazione emotiva non meditata dall’ aumento della regolazione top down da parte delle aree prefrontali sull’area limbica, come lo striato e l’amigdala. La seconda concezione (top down) considera la mindfulness come una strategia di regolazione emotiva che facilita la rivalutazione cognitiva; l’attivazione della corteccia prefrontale potrebbe, dunque, modulare l’attivazione limbica. Leggi tutto “La mindfulness è una strategia di regolazione emotiva top down o bottom up?”

Il trattamento Mindfulness-Based Relapse Prevention (MBRP) è efficace con pazienti che abusano di sostanze?

di Valentina Di Mauro1
1 Spc sede di Napoli, III anno

Lo studio di Bowen et al., (2009) è il primo studio randomizzato e controllato volto a valutare la fattibilità e l’efficacia iniziale di un programma ambulatoriale di Mindfulness-Based Relapse Prevention (MBRP) della durata di 8 settimane in aggiunta al trattamento usuale (TAU) rispetto al solo TAU su pazienti con disturbo da uso di sostanze.

Dopo il trattamento di pazienti che fanno abuso di sostanze, c’è un tasso di ricadute stimato oltre al 60% (McLellan et al., 2000).Inoltre, i disturbi da uso di sostanze sono spesso descritti come “condizioni croniche recidivanti” (Connors et al., 1996; Dixon et al., 1998).

I trattamenti più comunemente utilizzati sono i 12 passi o i gruppi di auto-aiuto (Room et al., 1998). Entrambi i programmi, presentano però delle difficoltà: nel primo caso, l’approccio non è indicato per tutti i tipi di individui, soprattutto se sono in conflitto con la filosofia dei 12 passi, nel secondo caso, invece, una percentuale molto alta di soggetti abbandona il trattamento.

La Mindfulness è descritta come il “prestare attenzione in modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente, e in modo non giudicante” (Kabat-Zinn, 1994). Leggi tutto “Il trattamento Mindfulness-Based Relapse Prevention (MBRP) è efficace con pazienti che abusano di sostanze?”