Non è colpa tua!

di Emanuela Pidri

Se vuoi che gli altri siano felici, fai pratica di compassione, se vuoi essere felice tu stesso, fai pratica di compassione. Dalai Lama, 1995

La compassione viene definita come l’abilità: di esperire in modo accettante emozioni difficili; di osservare in modo mindful i nostri pensieri giudicanti, senza permettere loro di dominare le nostre azioni e i nostri stati mentali; di impegnarci in modo pieno con gentilezza e autovalidazione verso direzioni di vita ricche di valore; di cambiare in modo flessibile la nostra prospettiva verso un più ampio senso di sé. Tale definizione riprende gli insegnamenti del Buddismo Theravada, secondo il quale la compassione è la sensibilità verso la sofferenza propria e altrui, unita a un profondo impegno nel tentare di alleviarla e prevenirla, e si basa su studi provenienti dalle neuroscienze, dalla psicologia sociale e dall’approccio evoluzionistico connesso alla psicologia e alla neurofisiologia del comportamento di accudimento. Secondo Paul Gilbert, la compassione è definibile attraverso sei componenti che egli chiama “attributi”: cura degli altri, sensibilità alla sofferenza, partecipazione attiva, empatia, tolleranza alla sofferenza e atteggiamento non giudicante. Gilbert, professore di psicologia presso l’Università di Derby, si è interessato dello studio sul senso di colpa, sulla vergogna e sull’autocritica poiché considerati costrutti centrali e tipici di molti disturbi psicologici, dalla depressione alle psicosi. Dal  suo lavoro, nell’ambito della terapia cognitivo comportamentale della terza generazione, è nato un approccio psicoterapeutico basato sull’idea che la psicoterapia dovrebbe essere condotta in un modo compassionevole: la Compassion Focus Therapy (CFT). Il razionale della terapia è quello di costruire una relazione in cui punto centrale sia la compassione verso quei temi di vergogna e autocritica, in modo che il paziente possa interiorizzarla e utilizzarla verso di sé. La compassione, dunque, si può insegnare e si può apprendere. Ruolo centrale nella terapia è ricoperto proprio dal Compassionate Mind Training, un vero e proprio addestramento che insegna ai pazienti a esercitare le seguenti competenze: attenzione compassionevole, ragionamento compassionevole, comportamento compassionevole, immaginazione compassionevole, sensazione compassionevole, emozione compassionevole. Aiutando i pazienti a sviluppare la capacità di provare compassione, si incrementa la possibilità di affrontare in maniera diversa le esperienze dolorose, l’autocritica e la ruminazione, le sensazioni spiacevoli e le memorie di traumi passati, considerando come certi aspetti dolorosi della propria vita siano emersi senza che loro potessero farci nulla. Per i terapeuti, usare l’approccio focalizzato sulla compassione implica educare i pazienti a sviluppare tre tipi di compassione: l’auto-compassione, la compassione verso gli altri e l’apertura alla compassione da parte degli altri, in risposta alle avversità e alle situazioni minacciose. La compassione di sé permette di non considerare le performance come metro di valutazione del valore personale ma, discernendo la qualità delle prestazioni e mostrando motivazione a crescere, aiuterebbe a smussare gli aspetti nevrotici e dolorosi del perfezionismo, dove ciò che anima l’individuo è il terrore di fallire e di essere criticato piuttosto che la curiosità e il desiderio di migliorarsi. Gilbert integra moltissimi interventi standard della terapia cognitivo-comportamentale con interventi di terza generazione come la Mindfulness, che caratterizza l’esperienza del sé compassionevole e le tecniche finalizzate all’accettazione, che assomigliano sotto vari aspetti a quello di reparenting di Young e alle tecniche immaginative, con lo scopo di sviluppare specifici pattern di regolazione affettiva generando sensazioni di calore umano e vicinanza. Come Gilbert stesso ammette, le ricerche di validazione dell’efficacia sono ancora troppo poche, ma la CFT nella pratica clinica trova buoni risultati nel trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress, delle psicosi, dei disturbi dell’umore, dei disturbi alimentari e del dolore cronico.


Per approfondimenti:

Dalai Lama (1995). The Power of Compassion. India: Harper Collins.

Gilbert, P. (2018) La terapia focalizzata sulla compassione. Caratteristiche distintive. Edizione italiana a cura di Nicola Petrocchi. Edizione Franco Angeli.

Gilbert, P. (ed) (2005a) Compassion: Conceptualisations, Research and Use in Psychotherapy. Routledge.

Gilbert, P., Irons, C. (2005b) Focused therapies and compassionate mind training for shame and self-attacking. In Compassion: Conceptualisations,Research and Use in Psychotherapy (ed P. Gilbert): 263–325. Routledge.

Gilbert, P., Procter, S. (2006) Compassionate mind training for people with high shame and self-criticism. A pilot study of a group therapy approach. Clinical Psychology and Psychotherapy; 13: 353–79.

Gilbert, P. (2009). The Compassionate Mind: Coping with the Challenges of Living. London: Constable Robinson.

Gilbert, P. (2009). Overcoming Depression: A Self-Guide Using Cognitive Behavioural Techniques. Third Edition. London: Robinsons.

Gilbert, P. (2009). An Introduction to Compassion Focused Therapy. Advances in Psychiatric Treatment, 15, 199-208.

Gilbert, P. (2009). Compassion focused therapy: Approach and practices. Healthcare Counselling and Psychotherapy Journal.

Stabile come una montagna

di Elena Bilotta

Una pratica di Mindfulness per aiutarsi nei momenti di instabilità emotiva e umorale

Claudia sperimenta spesso oscillazioni dell’umore durante le quali osserva le cose con occhi diversi. Ci sono giorni in cui si sente triste e abbattuta, tutto le sembra pesante e si vede come una persona di poco valore. Allora si chiude in casa, ritirandosi dal mondo. Altri giorni sente invece di potercela fare a superare tutte le difficoltà che la vita le propone, pensa che tutto sommato nella vita non sia tutto da buttare e prova a riprendere contatti con le persone che la circondano.
Marco si sente instabile emotivamente: prova spesso ansia e rabbia molto intense che lo portano ad agire d’impulso, pentendosi quasi sempre delle sue azioni. Ha sbalzi d’umore nel corso della giornata, che gli creano uno stato di confusione mentale, perché non riesce più a capire se lui è “quello triste”, “quello arrabbiato”, o “quello ansioso”.
A Giorgia capita spesso di avere improvvisi attacchi d’ansia all’idea che possa accadere qualcosa di brutto ai suoi figli. Una settimana fa ha dato un pugno alla porta in preda a una intensa ruminazione rabbiosa. Oggi è molto triste perché ha appena saputo che il colloquio di lavoro che ha fatto non è andato a buon fine, ma è anche arrabbiata perché pensa che sia un’ingiustizia. Per questo ha chiamato il datore di lavoro insultandolo pesantemente al telefono.
Tre esempi di storie frequenti, fatte di emozioni e umore altalenanti che spesso portano ad agiti impulsivi, che a loro volta creano nuove situazioni problematiche. Ma non sono solo le conseguenze comportamentali a creare problemi quando ci si sente instabili. L’instabilità emotiva e umorale genera anche confusione mentale. Se si ha la tendenza a identificarsi con ciò che si prova, sarà facile etichettarsi come “cattivo” quando si prova rabbia, “fifone” quando si prova paura, “inetto” quando si prova vergogna o tristezza, e così via. Sarà facile cioè confondere uno stato transitorio come l’emozione con un giudizio, che per sua natura è stabile e immutabile. Quando non si è consapevoli dell’effetto temporaneo dell’umore sullo stile di pensiero e la visione di sé, quest’ultima oscillerà insieme all’umore, amplificando la sofferenza.
Se ti capita di confondere le emozioni con giudizi su di te, di sperimentare emozioni intense che si alternano con velocità nel corso delle tue giornate, oppure ti trovi ad avere oscillazioni dell’umore che ti creano sofferenza, puoi provare a coltivare la stabilità con la pratica di Mindfulness della montagna.
Siediti comodamente e osserva il respiro per dieci minuti. È possibile che la mente venga distratta da pensieri, rumori, sensazioni fisiche. Ogni volta che la mente si distrae, torna al respiro senza giudicarti.
Ora immagina di avere davanti a te una montagna. Può essere una montagna che conosci e che hai frequentato, oppure una montagna che hai visto anche solo in fotografia. Osserva la sua forma, la vetta, i versanti, la base della montagna. Osservane la maestosità e la stabilità, perfettamente radicata. Forse la sua cima sarà innevata, o sulla sua superficie saranno presenti boschi e sentieri. Osserva come si alternano le giornate e le stagioni, e come la montagna cambi aspetto lentamente e gradualmente, accogliendo ogni mutamento, senza opporsi, permettendo che ciò avvenga.
Ora prova ad avvicinare lentamente l’immagine della montagna a te. Diventa montagna. I tuoi piedi diventano la base della montagna, le tue braccia i versanti, la tua testa la vetta. Incarna la stabilità della montagna. Osserva, ora che sei montagna, che le emozioni e i pensieri sono come le giornate e le stagioni, costantemente mutevoli, e tu puoi osservarli arrivare e andare via, proprio come fa la montagna, diventando testimone del cambiamento, accogliendolo momento per momento, senza identificarti con esso.
Continua a osservare il respiro e a coltivare il tuo senso di stabilità, nutrendoti dalla saggezza della tua montagna.

SITCC 2018 – La relazione terapeutica nella Terza Onda: nuove generazioni a confronto

di Maurizio Brasini

Lo scopo di questo simposio, realizzato nella giornata di sabato all’interno del XIX Congresso Sitcc di Verona, nelle intenzioni dei suoi promotori (il dr. Giuseppe Romano e il dr. Maurizio Brasini), era duplice: da una parte stimolare una riflessione sul ruolo della relazione terapeutica nell’ambito di quel variegato insieme di nuovi indirizzi epistemologici, metodi, tecniche e protocolli di intervento che viene denominato “terza onda” del cognitivismo; d’altro canto consentire uno scambio tra gli esponenti dell’attuale generazione di terapeuti cognitivi cresciuta all’interno di questo movimento per certi versi frastagliato e frammentario, nella auspicabile prospettiva di una integrazione.
La dr.ssa Elena Bilotta ha presentato una rassegna degli studi esistenti (non molto numerosi) sulla relazione terapeutica nei protocolli di Mindfulness. Al di là dei risultati non conclusivi circa il ruolo della relazione terapeutica nei protocolli di mindfulness (alcuni studi per esempio suggeriscono che l’effetto principale riguardi il committment piuttosto che l’esito), la dr.ssa Bilotta ha sottolineato un aspetto di notevole interesse riflettendo sul duplice ruolo del terapeuta/insegnante di Mindfulness: da una parte depositario di un sapere codificato di tipo tecnico/scientifico, dall’altra esempio incarnato di un modo di intendere la vita (il “Maestro”). Nel superamento di questa antinomia, profondamente radicata nella storia di tutta la psicoterapia, si intravede la strada per la conciliazione di metodi e relazione in psicoterapia.
Il dr. Emanuele Rossi ha illustrato i principi fondamentali della Acceptance and Commitment Therapy. Nell’individuare le matrici scientifiche e culturali su cui Ë sviluppato questo nuovo approccio, il dr. Rossi ha invitato a considerare l’ACT nella cornice più ampia dell’incontro tra il contestualismo funzionale (compatibile con l’approccio tradizionalmente comportamensita, ma non riducibile ad esse), la Relational Frame Theory, ed alcuni fondamenti degli orientamenti umanisti. A parere di chi scrive è proprio nel recupero di questa tradizione, preziosa ma non sempre riconociuta e valorizzata nell’ambito del cognitivismo, che risiede la chiave per comprendere la reale innovatività di questo approccio ed anche il suo ampio respiro in termini relazionali. L’importanza attribuita al modo di stare nella relazione e le caratteristiche del terapeuta (paritetico, equo, vulnerabile, compassionevole, genuino, rispettoso, aperto) ricordano molto da vicino l’approccio Rogersiano.
La dr.ssa Monica Dalla Valle ha introdotto alcuni principi di base della schema therapy ed ha mostrato con un esempio clinico le implicazioni del modello sulla relazione terapeutica. La dr.ssa Dalla Valle ha mostrato da una parte come alcuni costrutti centrali nella schema therapy, quali ad esempio i concetti di “bisogno emotivo”, di “schema” e “mode”, siano riferiti essenzialmente al mondo interpersonale del paziente; d’altra parte, il modello di intervento è fortemente basato sull’uso che il terapeuta fa della relazione (per esempio nel confronto empatico o nel reparenting) per “mettere in gioco” le dinamiche interpersonali del paziente. A parere di chi scrive, l’ispirazione transazionale della schema therapy contribuisce in modo decisivo a declinarla in senso relazionale. Inoltre, come evidenzia la dr.ssa Dalla Valle, il terapeuta informato alla schema therapy è chiamato ad un continuo monitoraggio di come i propri schemi entrano in gioco con il paziente, quello che Safran e Segal chiamerebbero “cicli interpersonali”.
La dr.ssa Ilaria Martelli Venturi ha mostrato, attraverso alcune tranches cliniche, la tensione dialettica propria della relazione terapeutica nel modello della dialectical behavior therapy (DBT), in cui il delicato equilibrio dinamico tra accettazione e cambiamento comporta che il terapeuta danzi insieme al paziente tra questi due poli opposti, con una costante attenzione al cambiamento degli stati dolorosi entro una sostanziale accettazione dei limiti imposti dalla realtà. Il terapeuta è dunque focalizzato primariamente sulla relazione, terapeutica, che gestisce integrando strategie e tecniche cognitivo-comportamentali con la pratica della mindfulness e dell’accettazione radicale, bilanciando interventi di reciprocità comunicativa propri della validazione emotiva e interventi di comunicazione irriverente, orientati al cambiamento.
Nell’insieme, i relatori di questo simposio sembrano offrire una incoraggiante risposta alla dibattuta questione se la terza onda apra la strada ad un cambiamento di paradigma o al contrario, per parafrasare il Vangelo, sia un po’ come “vino vecchio in otri nuove”. La sensazione è che la nuova generazione di terapeuti non si soffermi sulla patina “new age” né su altri aspetti della confezione dei modelli presentati, evidenziando invece connessioni ramificate non solo con il cognitivismo di prima e seconda generazione, ma anche con altri orientamenti esterni al cognitivismo (si vedano ad esempio le terapie di area umanista), la cui eredità era forse stata poco valorizzata dalle prime ondate. Questo fa ben sperare per un futuro in cui si potranno considerare parte dell’azione terapeutica aspetti quali ad esempio l’accettazione della condizione umana, la consapevolezza del presente, l’impegno orientato ai valori, e – naturalmente – la centralità della relazione con l’altro, all’interno di una cornice di riferimento forse meno esotica ma più radicata nella nostra cultura di riferimento: quella dell’umanesimo. D’altro canto, a recitare “Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere la differenza tra le une e le altre” è una preghiera di Tommaso Moro, anche se potrebbe sembrare un mantra tibetano!

Efficacia della Mindfulness nella riduzione di rabbia e stress nelle Forze dell’Ordine

di Daniele Ferrari
curato da Elena Bilotta

Quello delle forze dell’ordine è ampiamente considerato come uno dei lavori più stressanti.
Gli agenti si trovano spesso in situazioni di stress senza una preparazione specifica per affrontarne gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali.
Un contesto lavorativo che spesso rinforza la soppressione delle emozioni e la dimostrazione di controllo può favorire l’adozione di strategie di adattamento spesso inadeguate, con maggiori possibilità di incorrere in problematiche quali la depressione, l’abuso di sostanze, disturbo post-traumatico da stress, nonché l’aumento delle probabilità di suicidio.

Gli interventi basati sulla Mindfulness (MBI) si sono dimostrati efficaci nella riduzione dello stress e dell’ostilità, nell’attenuazione dei livelli di rabbia/aggressività e nel diminuire il rimuginio.
Alla luce di ciò, la ricerca si è interessata sulla valutazione dell’efficacia di tali interventi nella gestione delle situazioni stressanti ed emozioni negative che spesso gli ufficiali di polizia si trovano ad affrontare.
Uno studio recente (Bergman et al., 2016), ha esaminato gli effetti di un intervento specificamente pensato per le forze dell’ordine, il Mindfulness-based ResilienceTraining (MBRT) su un campione di ufficiali di Polizia, osservando la relazione tra specifici aspetti della Mindfulness di comprovata efficacia nella riduzione dello stress e della regolazione emotiva, quali: azione consapevole, non giudizio, non reattività, e alcune tra le variabili maggiormente problematiche nella pratica lavorativa delle Forze dell’ordine, vale a dire: rabbia,  stress operativo (sospetto, situazioni di pericolo,  esposizione a violenza e morte), stress organizzativo (cambiamenti, politiche, errori giudiziari, opportunità di carriera).

L’analisi dei risultati ha fornito importanti indicazioni.
Gli aspetti “agire con consapevolezza” e “non giudizio” sono risultati associati alla riduzione, statisticamente significativa, dei livelli di rabbia nel corso dell’intervento (8 settimane).
L’”agire con consapevolezza” mostra una associazione con la diminuzione della rabbia ed è anche l’unico aspetto che sembra efficace nel diminuire lo stress organizzativo.
Il “non giudizio” sembra in grado di disinnescare pensieri, eventi o situazioni che potrebbero contribuire al persistere dell’emozione di rabbia. Ed è risultato il solo aspetto tra i tre che mostra associazione con la diminuzione dello stress operativo.

Se i diversi aspetti della Mindfulness hanno impatti diversi su problematiche specifiche, questo potrebbe orientare l’intervento a seconda della particolare situazione da affrontare.
Poniamo ad esempio che la gestione della rabbia sia l’obiettivo primario da raggiungere:  la persona sarà chiamata a dedicare particolare attenzione, in tal caso, all’ “agire con consapevolezza” e al “non giudizio”. Allo stesso modo se, all’indomani di un incidente critico, la riduzione dello stress operativo dovesse essere l’obiettivo primario per la persona, allora questa sarebbe chiamata a porre il “non giudizio” come obiettivo strategico della propria pratica, e così via.

Gli studi futuri dovrebbero continuare ad esaminare i meccanismi con cui si verificano questi cambiamenti. Gli insegnanti MBRT, da parte loro, potrebbero affrontare direttamente i problemi di regolazione di rabbia e stress nei poliziotti partecipanti al programma partendo dalle componenti della pratica di Mindfulness che si mostrano più adatte a farlo.

 

Per i dettagli della ricerca e la bibliografia fare riferimento a:

Changes in Facets of Mindfulness Predict Stress and Anger Outcomes for Police Officers, Bergman et al., in Mindfulness, August 2016, Volume 7, Issue 4, pp. 851-858.
https://link.springer.com/article/10.1007/s12671-016-0522-z

Avere cura di chi si prende cura

di Elena Bilotta

 Gli effetti della Mindfulness sulla salute del caregiver del malato terminale

Prendersi cura di chi ha una malattia allo stadio terminale è un’esperienza che può esporre a forte sofferenza e stress. La ricerca dimostra che la condizione di caregiver “informale” – ovvero quando chi si prende cura è un familiare o un partner – è associata a forte stress legato all’aspettativa di sofferenza e morte della persona amata, espone ad ansia, depressione, e aumenta le probabilità di sviluppare malattie mortali. La condizione di caregiver informale necessita di una serie di importanti abilità per l’accettazione e la gestione del carico emotivo cui la persona deve far fronte. Se da una parte la repressione o l’evitamento di emozioni negative possono essere meccanismi messi in atto con l’intento di proteggere se stessi e la persona malata, dall’altra parte possono esporre a una maggiore probabilità di sviluppare problematiche psicologiche, come ad esempio il disturbo post-traumatico da stress.
Oltre ai caregiver informali, le cure a un malato terminale vengono fornite da figure professionali  – caregiver “formali” – che lavorano all’interno di strutture specificamente pensate per le cure palliative di accompagnamento a fine vita, i cosiddetti “Hospice”. Nonostante gli specialisti che lavorano nell’accompagnamento a fine vita riportino che l’esposizione continua alla morte possa insegnare ad apprezzare e vivere il presente, a coltivare la spiritualità e la ricerca del significato dell’esperienza del vivere, accompagnare chi sta morendo è un’esperienza che può diventare emotivamente intensa. In generale, stabilire dei limiti professionali è un fattore protettivo importante. Tuttavia, basarsi esclusivamente su strategie auto-protettive può comunque mettere a rischio il benessere nel lungo termine. Inoltre, la qualità della cura ricevuta può essere compromessa dal distacco o mancanza di supporto del personale sanitario.
Un intervento che si possa dire efficace in questo contesto così delicato ha un obiettivo paradossale: proteggere il caregiver (formale o informale) dall’essere travolto dal dolore emotivo quando si confronta con la sofferenza della persona di cui si prende cura, ma allo stesso tempo facilitarlo nel coltivare le proprie qualità di sensibilità e presenza alla sofferenza altrui.
Alcuni studi hanno preso in considerazione gli effetti dei programmi basati sulla Mindfulness, mostrando come l’MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction Program) dopo otto settimane riduca i livelli di stress nel caregiver informale e aumenti i livelli di accettazione della malattia della persona amata. Per il personale sanitario, altri studi recenti si sono focalizzati su interventi basati sulla meditazione di gentilezza amorevole. La “Metta”, una pratica che consiste nel mantenere un atteggiamento di gentilezza, calore e protezione nei confronti di sé e degli altri, è associata a maggiore resilienza e capacità di regolazione emotiva in chi la pratica, unita a una riduzione della sofferenza indotta dal contatto col paziente terminale e a una promozione del contatto interpersonale. Questa pratica sembra essere particolarmente utile nel contesto della cura, perché aiuta a coltivare la motivazione e la presenza mentale necessarie nella messa in atto di comportamenti compassionevoli verso gli altri.
La ricerca in questo campo è promettente, mostrando come la pratica della Mindfulness aiuti a diminuire i livelli di stress, ansia e burnout percepito e favorisca un aumento di accettazione, compassione e presenza mentale nei caregiver. Si può sperare che questi aspetti, a loro volta, possano influenzare positivamente anche la qualità della cura ricevuta da chi viene accompagnato alla fine della vita.


Per approfondimenti:

Orelliana-Ros C. et al. (2018). Mindfulness and compassion-oriented practices at work reduce distress and enhance self-care of palliative care teams: a mixed-method evaluation of an “on the job“ program. BMC Palliative Care, 17:3. DOI 10.1186/s12904-017-0219-7

Chi, N. et al. (2015). Behavioral and Educational Interventions to Support Family Caregivers in End-of-Life Care: A Systematic Review. American Journal of Hospice & Palliative Medicine. DOI: 10.1177/1049909115593938

Ostaseski, F. (2006). Saper accompagnare. aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte. Milano: Mondadori.

 

La vita oltre il dolore cronico

                                                                                                     di Sonia di Munno

Interventi con le tecniche ACT sul dolore fisico cronico

Il dolore cronico è un grave problema di salute con un grande impatto emotivo e fisico sul funzionamento sociale dei pazienti. Quando nessuna terapia medica, chirurgica o farmacologica è in grado di rimuovere il dolore, si può solo cercare di affrontarlo con le sue correlate disabilità. In generale, il sollievo dal dolore è un obiettivo irrealistico e i trattamenti dovrebbero concentrarsi sul miglioramento della qualità della vita. L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) sottolinea la necessità dell’accettazione del dolore al fine di migliorare la vita della persona che e inoltre si focalizza sull’aumentare la flessibilità psicologica come obiettivo finale del trattamento. Nel contesto specifico del dolore cronico, aumentare la flessibilità psicologica significherebbe accettare le sensazioni dolorose, i sentimenti e i pensieri correlati al dolore e focalizzare l’attenzione sulle opportunità delle situazioni attuali, piuttosto che rimuginare sul passato perduto o su un catastrofico futuro, e orientare il comportamento alla realizzazione degli obiettivi importanti piuttosto che sul controllo del dolore. Nel 2016, Veehof, Trompetter e altri, hanno condotto uno studio di meta-analisi per indagare l’efficacia delle terapie basate sull’accettazione e la mindfulness per trattare i pazienti con dolore cronico. In questa meta analisi è emerso che ci sono stati, nei vari esperimenti, una serie di risultati positivi specialmente nel lungo termine. L’aumento del numero di studi sull’efficacia delle terapie basate sull’accettazione e consapevolezza per il trattamento di individui con dolore cronico ha permesso una valutazione più solida dei loro effetti sulla salute fisica e mentale dei pazienti. Venticinque studi randomizzati e controllati sono stati inclusi in questa meta-analisi. Sono stati valutati 1.285 pazienti adulti compresi tra i 35 e i 60 anni, per la maggior parte donne. I pazienti soffrivano di dolore cronico senza ulteriori specificazioni o muscoloscheletrico o con fibromialgia o con dolore specifico cronico (lombalgia cronica, mal di testa cronico) o con artrite reumatoide. Questi pazienti sono stati sottoposti alla Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT), terapia cognitiva basata sulla mindfulness, al protocollo Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR), per la riduzione dello stress mediante la consapevolezza, all’ACT, alla Cognitive-Behaviour Therapy (CBT), la terapia Cognitivo Comportamentale, o a nessuna terapia. Sono stati presi in considerazione gli effetti sull’intensità del dolore, sulla depressione, sull’ansia, sull’interferenza del dolore nella vita quotidiana, sulla disabilità dovuta al dolore e sulla qualità della vita. Nel post trattamento sono emersi effetti moderati per ansia ed effetti molto significativi sull’interferenza del dolore nella vita del paziente: ciò è congruente con i modelli del trattamento basati sull’accettazione e consapevolezza (MBCT, MBSR, ACT), poiché l’interferenza del dolore, al contrario dell’intensità del dolore, è un indicatore più coerente con l’obiettivo degli interventi basati sull’accettazione e consapevolezza, che presuppongono di continuare ad andare avanti con la vita anche con il dolore. La disabilità causata dal dolore cronico, sperimentata dai pazienti, dipende anche dal grado in cui i pazienti permettono alle sensazioni del dolore di interferire con la loro vita quotidiana. La maggiore accettazione delle sensazioni dolorose, invece di combatterle, può essere correlata a una maggiore diminuzione delle interferenza del dolore nella continuazione della vita. Da due a sei mesi dopo il trattamento, l’effect size per depressione, ansia e qualità della vita erano moderati, mentre l’effect size per l’interferenza del dolore era grande. Questi effetti nel follow up, indicano che i pazienti, anche in presenza di dolore persistente, riescono nel lungo termine ad applicare i principi dei trattamenti basati sulla consapevolezza e accettazione nella loro vita quotidiana. Questi interventi, possono avere effetti indiretti sull’intensità del dolore poiché una maggiore accettazione può tamponare le sensazioni dolorose vissute come eventi stressanti da evitare assolutamente. Nel complesso, si può riassumere che individui con dolore cronico rispondono abbastanza bene a interventi basati sull’accettazione e consapevolezza e che gli effetti benefici vengono mantenuti a lungo dopo il trattamento.

Per approfondimenti:

Veehof M.M., H. R. Trompetter, E. T. Bohlmeijer and K. M. G. Schreurs; Acceptance and mindfulness-based interventions for the treatment of chronic pain: a meta-analytic review; 2016; Cognitive Behaviour Therapy, VOL.45, NO.1, 5–31; http://dx.doi.org/10.1080/16506073.2015.1098724

Costruire l’“adulto sano”

di Alessandra Mancini

Una prospettiva integrata di ACT, Mindfulness e Schema Therapy

 Io non l’ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.
Luigi Pirandello – Uno, Nessuno, Centomila

Nella terapia dei disturbi di personalità, ci si può trovare di fronte a un’impasse nel momento in cui, per usare un’espressione pirandelliana, “si squarcia il teatrino”, ovvero quando il paziente prende coscienza delle proprie modalità di coping disfunzionali o “mode” (risposte emotive, cognitive e comportamentali con cui il paziente fa fronte alla propria sofferenza e più in generale che utilizza per rapportarsi agli altri).

A questo punto egli potrebbe chiedersi: “Chi sono dunque io?”. Il concetto di Sé sembra perdere nitidezza e ciò potrebbe generare delle resistenze al cambiamento, poiché, anche se connotato negativamente, esso consentiva una certa prevedibilità.

Da dove attingere quindi per creare una rappresentazione di Sé più funzionale?

Per la Schema Therapy (ST) lo sviluppo del “mode Adulto Sano” (la parte funzionale del Sé del paziente) costituisce un obiettivo importante. Nonostante l’importanza di questo mode, i testi di ST si focalizzano più sulla descrizione del funzionamento del “critico interiore”, ovvero l’interiorizzazione dei messaggi critici e punitivi inviati dalle figure genitoriali, e sui già menzionati mode di coping disfunzionali.

Questo tema è stato approfondito da Eckhard Roediger, direttore dell’Istituto di Schema Therapy di Francoforte, Bruce Stevens, professore alla Charles Sturt University di Camberra in Australia, e Robert Brockman dell’Australian Catholic University di Sydney, durante uno dei workshop precongressuali del convegno internazionale di ST, appena conclusosi ad Amsterdam. Gli autori propongono l’integrazione delle prospettive dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), della Mindfulness e del Contestualismo Funzionale per identificare e sviluppare le qualità dell’Adulto Sano. In particolare, dopo aver spostato l’attenzione del paziente dalla rappresentazione negativa di Sé a una prospettiva osservante, viene proposto di definire l’Adulto Sano come uno stato di percezione del “qui ed ora” (per usare termini ACT: “Mindful”); emotivamente distaccato dal dialogo interno tipico del genitore critico (in ACT: “defuso”) e in grado di vedere se stesso come contesto delle proprie esperienze (“Sé come contesto”); di essere in contatto con i propri valori e di perseguire questi ultimi tramite comportamenti funzionali (“azione impegnata”).

Una serie di studi di trasversali (studi in cui i fattori di rischio/protezione e la presenza del disturbo sono controbilanciati tra i gruppi presi in esame) condotti da Brockman e collaboratori sembra confermare la correlazione tra il mode dell’Adulto Sano e le qualità di mindfulness, flessibilità psicologica, auto-compassione e azione impegnata al perseguimento dei valori.

Secondo i relatori del workshop, l’integrazione delle qualità tipicamente esperienziali della ST con le tecniche cognitive di terza generazione può portare alla costruzione di una rappresentazione e di una consapevolezza di Sé più funzionali al perseguimento dei propri valori e quindi, a lungo termine, al soddisfacimento dei propri bisogni.
Per approfondimenti:

Roediger, E., Stevens, B.A. and Brockman, R. (2018). Contextual Schema Therapy. An Integrative Approach to Personality Disorders, Emotional Dysregulation and Interpersonal Functioning. Oakland, CA: New Harbinger

I meccanismi psicologici degli interventi basati sulla mindfulness

di Giulia Armani
curato da Alberto Chiesa

La mindfulness può essere definita come la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione in maniera intenzionale e in assenza di giudizio, al momento presente.
Negli ultimi anni sono state sviluppate diverse tecniche basate sulla mindfulness, che hanno unito la tradizione orientale della meditazione con le conoscenze cliniche del mondo occidentale.
Nonostante sia stata ormai ampiamente dimostrata l’efficacia di tali interventi per una vasta gamma di disturbi, ancora poca chiarezza si è fatta sui meccanismi psicologici che ne sono alla base. Comprendere quali sono i fattori su cui agisce la mindfulness permetterebbe di identificare i principi che accomunano le varie tecniche e di affinarle, puntando su ciò che ha maggiore efficacia.

Chiesa e collaboratori hanno messo in luce, passando in rassegna diversi studi recenti, alcuni punti chiave nel funzionamento degli interventi basati sulla mindfulness:
– La pratica di tali tecniche, indipendentemente dal tipo di intervento usato e dalla condizione clinica del soggetto, aumenta i livelli di mindfulness percepita soggettivamente. Mettendo a confronto gruppi che hanno ricevuto interventi basati sulla mindfulness, con gruppi di controllo di diverso tipo (sia condizioni aspecifiche, come l’inserimento in una lista d’attesa, la psicoeducazione o gruppi di supporto sociale, sia specifiche, come uso di antidepressivi o tecniche di rilassamento muscolare) emerge che l’incremento dei livelli di mindfulness è maggiore nei gruppi che usano gli interventi basati su di essa, rispetto agli altri. Questo sembra dimostrare che tale incremento della mindfulness sia da attribuire specificatamente alla pratica di questa e non a fattori generici, come l’aspettativa di un miglioramento, le cure di un professionista o il supporto del gruppo.
– L’aumento dei livelli di mindfulness sembra predire un miglioramento del quadro clinico dei pazienti, per una vasta gamma di sintomi: ansia, stress percepito, emozioni negative, sintomi depressivi. Anche in soggetti sani maggiori livelli di mindfulness sono connessi a un aumento del benessere percepito.
– Vi è una significativa relazione inversa tra mindfulness e ruminazione, dove all’aumentare della prima, si riduce la seconda. La diminuzione della ruminazione potrebbe quindi essere il meccanismo attraverso cui la pratica della mindfulness porta a così tanti benefici in pazienti e soggetti sani.
– Alti livelli di mindfulness sono legati a un aumento dell’auto compassione, il sentimento di gentilezza e cura verso sé stessi e la propria sofferenza. A sua volta, sembra che l’auto compassione abbia un ruolo importante nel determinare il miglioramento clinico.
– Emerge una relazione inversa tra i livelli di mindfulness e le strategie di evitamento esperienziale. Pare, cioè, che gli interventi basati sulla mindfulness agiscano riducendo l’evitamento delle situazioni che producono sentimenti negativi.
– La mindfulness sembra andare ad agire anche sulla reattività cognitiva, diminuendola. Per reattività cognitiva si intende il grado in cui uno stato emotivo disforico riattiva schemi di pensiero disfunzionali che fanno ricadere in un episodio depressivo.
– Vi è un’associazione tra alti livelli di mindfulness e maggiore intelligenza emotiva, che si traduce in una migliore regolazione delle emozioni.

Tali risultati, seppur da considerare con cautela per via dei limiti di alcuni studi, possono indirizzare la ricerca futura verso una maggiore comprensione del funzionamento della mindfulness.

Mindfulness, Controllo esecutivo e regolazione delle emozioni

di Daniele Ferrari
a cura di Mauro Giacomantonio

Nel corso degli ultimi decenni la particolare pratica meditativa chiamata Mindfulness ha stabilmente guadagnato popolarita’ nella cultura occidentale, diventando anche argomento di studi delle scienze psicologiche.
La Mindefulness comprende due sfaccettature: l’attenzione al momento presente e l’accettazione non giudicante di emozioni e pensieri.

I benefici sulla regolazione delle emozioni nel praticare la Mindfulness sono ben documentati, ma il come riesca a migliorare questa capacità non è ancora del tutto chiaro.

Un nuovo collegamento tra la Mindfulness e il miglioramento dell’abilità di regolazione emotiva potrebbe essere rappresentato dal ruolo svolto dal controllo esecutivo (la capacità di attuare un comportamento diretto verso l’obiettivo, mettendo in atto complessi processi mentali e abilità cognitive).

Nello specifico, il suggerimento è che l’attenzione al momento presente e l’accettazione non giudicante, coltivati dalla pratica meditativa, siano cruciali nella promozione del controllo esecutivo perchè icrementano la sensibilita’ ai piccoli segnali emotivi che vengono esperiti (ad es. la ‘fitta’ d’ansia,  rapida e sfuggente, preconscia, che si prova dopo aver commesso un errore). Questa raffinata sintonizzazione e apertura ai sottili cambiamenti favorisce il controllo. In che modo?

Meditare non è un processo di svuotamento della mente, una sospensione dal “sentire”, al contrario, tende a un sentire più chiaro,  l’adozione di una mentalità aperta e non giudicante agisce sulla relazione della persona con le proprie emozioni (considerate ora come eventi mentali transitori piuttosto che riflessi della realtà) e non sulla natura delle emozioni stesse, migliora la capacità di elaborare in modo più adattivo le informazioni emozionali ed a non utilizzare strategie di regolazione emozionale disfunzionali, come l’evitamento, il rimuginio o la soppressione.

La percezione più nitida della discrepanza esistente tra la rappresentazione dello stato attuale e quella dello stato desiderato aiuta a reclutare il controllo esecutivo e, di conseguenza, la capacità di fare aggiustamenti e migliorare la gestione della nostra condotta, attraverso un lavoro di approssimazioni successive tra Attenzione e Accettazione.

Le persone in grado di sentire e accettare l’iniziale “fitta” emotiva saranno anche in grado di mobilitare più rapidamente le risorse di regolazione necessarie, minimizzando le conseguenze negative associate a reazioni emotive irruenti.
Se ad esempio una persona ha come scopo la gestione della propria rabbia, il riconoscimento (chiaro e in anticipo) dello stato fisiologico transitorio (battito cardiaco accelerato), segnala il possibile fallimento dello scopo “gestione rabbia”, innescando il veloce reclutamento delle necessarie risorse regolatorie.

Quali altre conseguenze ipotetiche ci possono essere come conseguenza  di un miglior controllo esecutivo?

Quando i segnali emotivi cessano di essere adattivi diventando reazioni  disadattive ?

La consapevolezza migliora l’esperienza emotiva o consente una maggiore precisione di lettura?

Tra i molteplici effetti della Mindfulness, considerando gli interrogativi che si generano nel tentativo di comprendere i meccanismi che la sottendono, possiamo includere, senza dubbio, lo stimolo alla ricerca scientifica.

 

Per l’ampia bibliografia riferirsi alla pubblicazione originale:

Teper, Segal, & Inzlich, Inside the Mindful Mind, 2013.
http://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/0963721413495869