Clinica della Mente Ossessiva

di Valentina Silvestre e Cecilia Laglia

Secondo weekend del ciclo di workshop dedicato al disturbo ossessivo compulsivo

Nel secondo weekend del ciclo di workshop “Clinica della Mente Ossessiva”, tenutosi a fine marzo presso la sede della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Verona, Barbara Barcaccia, psicologa psicoterapeuta, ha introdotto e approfondito gli interventi di terza ondata della psicoterapia cognitiva.
La prima giornata è stata incentrata sull’applicazione della Mindfulness nel trattamento del paziente ossessivo. Il primo protocollo basato sulla mindfulness fu il programma Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), riduzione dello stress basato sulla mindfulness, descritto dal suo autore Jon Kabat-Zinn e indicato per la gestione dello stress in persone con malattie organiche e/o con difficoltà di coping rispetto al dolore e alla disabilità. Negli anni si sono sviluppati numerosi protocolli basati sulla mindfulness per i disturbi clinici, Mindfulness-Based Interventions (MBI), che ricalcano la struttura dell’intervento MBSR ma che presentano delle specificità a seconda del disturbo target. L’applicazione della mindfulness al trattamento di disturbi psicologici implica il divenire consapevoli di ciò che sta accadendo dentro di noi e ri-direzionare l’attenzione per non essere travolti dalla prepotenza dei contenuti mentali. La mindfulness è l’opposto dell’agire con il «pilota automatico», meccanicamente e inconsapevolmente. Per molti pazienti con DOC questo rappresenta un’abilità rilevante: è proprio la reattività automatica a intrusioni, emozioni e sensazioni a determinare l’innesco di circoli viziosi auto-invalidanti. In un contesto di Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT), i pazienti accettano di esporsi grazie al precedente addestramento alla mindfulness, in cui la pratica rende l’esposizione meno traumatica.
Nella seconda e terza giornata è stata messa in evidenza l’importanza dell’applicazione dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo.
Il tema dell’accettazione ha le proprie radici nella tradizione filosofica Occidentale che si è, poi, incontrata con quella Orientale e con i più recenti sviluppi degli interventi clinici basati su accettazione e mindfulness. L’ACT sottolinea l’importanza di due aspetti centrali: l’accettazione di ciò che non si può evitare e l’impegno a camminare in direzione dei propri desideri e valori. L’obiettivo dell’ACT non è quello di cambiare i contenuti dei pensieri disfunzionali ma il modo di rapportarsi ad essi, imparando a riconoscerli come prodotti della nostra mente. Nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) lo scopo è quello di aiutare il paziente ad accettare l’esperienza di colpa e confrontarlo con la possibilità di smettere di prevenire il rischio di essere moralmente imperfetto. Nel favorire l’accettazione della colpa, la rinuncia allo scopo di prevenire la colpa può implicare nel paziente con DOC una diminutio sul piano del valore morale: si ha una rinuncia senza diminutio quando il paziente valuta la possibilità di rinunciare a mettere in atto i tentativi di soluzione come qualcosa che può essere moralmente imperfetto ma compatibile con il mantenimento del proprio valore morale. L’identificazione dei propri valori personali è un passo fondamentale: rappresentano la bussola che indica la direzione, la direzione di vita prescelta. Sono il motore del cambiamento in terapia, ciò che consentirà al paziente di affrontare la sofferenza per poter vivere una vita degna di essere vissuta. Le giornate si sono strutturate in un’ottica esperienziale, per apprendere in prima persona le tecniche proposte. Come ha affermato Jon Kabat-Zinn: “L’insegnamento deve scaturire dalla pratica personale”.

“Se non ci penso più mi sento bene”

di Caterina Parisio

Arisa e la sua mindfulness: da Sanremo alle pratiche ACT

“C’è solo un tempo importante: adesso! – diceva Lev Tolstoj – È il tempo più importante perché è l’unico tempo su cui abbiamo potere”.
La citazione dello scrittore russo, vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, è un monito per ricordare che la vita si sta svolgendo ora, in questo momento, e che il passato e il futuro esistono solamente come pensieri che avvengono nel presente. Si può pianificare il futuro, ma questo pianificare avviene nel “qui e ora”; si può riflettere sul passato e imparare da questo, ma tale riflessione avviene nel presente. Questo momento è tutto ciò che abbiamo sempre.
Siamo nel 2019, alla 69esima edizione del Festival di Sanremo. Nel brano “Mi sento bene”, l’artista Arisa canta: “Se non ci penso più mi sento bene […]. Forse è tutto questo il mio vivere, quasi elementare, semplice. Adesso voglio vivere così”.

Oltre un secolo di storia, dalla letteratura alla musica, per tracciare uno dei principi fondamentali di quella che oggi chiamiamo “pratica mindfulness”.
Nel linguaggio comune, la parola “mindfulness” è diventata sinonimo di “essere nel momento”, “essere presente” o “vivere adesso”. Essere in contatto con il momento presente è, infatti, il cuore del concetto di mindfulness: il fatto di essere presente rappresenta l’elemento fondamentale per vivere una vita congruente con i propri valori.
“Guardo una serie tv e mi sento bene, leggo il giornale e mi sdraio al mare e prendo la vita come viene”, prosegue Arisa nel testo della sua canzone, che tanto assomiglia a una delle pratiche informali della mindfluness.

Ma cosa vuol dire veramente vivere nel momento presente?

Significa essere consapevolmente “in contatto con” e “partecipi di” tutto ciò che accade in questo momento. Gli essere umani trovano molto difficile rimanere nel momento presente: è esperienza comune farsi catturare dai propri pensieri e perdere il contatto con il mondo. Si può trascorrere un sacco di tempo assorti in pensieri sul passato o sul futuro, senza essere pienamente consapevoli dell’esperienza che si sta vivendo. Entrare in contatto con il momento presente significa riportare in modo flessibile la consapevolezza sia sul mondo fisico sia su quello psicologico. Significa anche prestare attenzione consapevolmente alla propria esperienza “qui e ora” invece che andare alla deriva sui propri pensieri o attivare il “pilota automatico” sulle proprie azioni.

È importante altresì sottolineare quanto sia impossibile impedire alla mente di far riemergere ricordi dolorosi o di raccontarsi storie spaventose sul futuro; si può però imparare a lasciare che questi pensieri vadano e vengano invece di attaccarsi a questi.

Arisa direbbe di svegliarsi presto il lunedì, godere delle strade piene a Natale, stare al telefono, andare a cena fuori.
Steven Hayes, professore all’università del Nevada e fondatore dell’Acceptance and Committment Therapy (ACT), terapia di terza generazione nata per modificare la relazione tra pensieri disfunzionali ed emozioni negative, in una delle sue pratiche più conosciute di defusione dai pensieri, così direbbe:

  1. Trova una posizione comoda e chiudi gli occhi o fissali su un punto.
  2. Immagina di essere seduto in riva a un gentile ruscello che scorre e che ci siano foglie che scorrono sulla superficie.
  3. Ora, prendi ogni pensiero che sorge nella tua testa, ponilo su una foglia e lascia che sia trasportato. Fallo senza badare al contenuto positivo o negativo del pensiero, piacevole o doloroso. Anche se ci sono molti pensieri piacevoli, ponili sulle foglie e lascia che siano trasportati via.
  4. Se i tuoi pensieri si fermano, osserva il ruscello. Prima o poi i pensieri ricominceranno.
  5. Permetti al ruscello di scorrere secondo il proprio ritmo. Non accelerarlo. Non stai cercando di far scivolare via le foglie, stai permettendo loro di andare e venire con il proprio tempo.
  6. Se la tua mente ti dice “Questo è stupido” o “Non posso farlo”, poni quel pensiero su una foglia.
  7. Se una foglia si ferma, lasciala lì attorno. Non forzarla a scorrere via.
  8. Se sorge una sensazione negativa, come noia o impazienza, semplicemente riconoscila. Dì a te stesso “ecco un sentimento di noia” o “ecco una sensazione di impazienza”. Poi poni quel pensiero su una foglia e lascia che scorra via.
  9. Di tanto in tanto, i tuoi pensieri si agganceranno e potrai perdere l’attenzione. Questo è normale e naturale e potrebbe succedere. Quando realizzi che sta succedendo, gentilmente riconoscilo e riprendi.
  10. E ora, porta l’attenzione verso una fine… E apri i tuoi occhi. Guardati attorno. Nota che cosa puoi vedere e sentire, sgranchisciti un po’. Bentornato!

Ora, una cosa potrà risultare sicuramente più chiara: quanto è cara questa felicità. E, di certo, Arisa o Hayes sarebbero due perfetti compagni di viaggio per godere a pieno del momento presente, sdraiati in riva al mare.

 

Per approfondimenti:
Russ Harris (2009), Fare ACT, Ed. Franco Angeli

Tu chiamale, se vuoi, emozioni

di Manuel Petrucci

L’importanza di trovare le parole per descrivere l’esperienza emotiva

«Spesso canta il lupo nel mio sangue

e allora l’anima mia si apre

in una lingua straniera».

Mariella Mehr (Ognuno incatenato alla sua ora)

 

Cercano di tenerci lontano dai pericoli, ci invitano a ribellarci ai torti subiti, ci fanno sorridere dei successi e degli incontri felici, sferzano il nostro corpo con energie, brividi, vampate, impulsi, dolori. Le emozioni ci guidano nelle nostre imprese con la loro conoscenza di ciò che per noi è importante, segnalando valori e implicazioni, suggerendo azioni, possibili soluzioni. Eppure, nel momento in cui ci troviamo a riflettere su di esse, o a raccontarle, spesso ci troviamo disorientati: potremmo non sapere quando si sono attivate, le cause, e nemmeno riuscire a dar loro un nome, esprimendo solo un generico “sto bene/male”. Questo perché l’emozione, per svolgere quella essenziale funzione di “bussola”, non ha bisogno della nostra consapevolezza, non completa almeno. E, non di secondario rilievo, spesso non siamo allenati a essere consapevoli e a riconoscere le emozioni, non abbiamo le coordinate, le abilità per farlo. Abilità che si rendono indispensabili quando vi è necessità di regolare o tollerare gli stati emotivi ad alta intensità. Il punto di partenza cruciale a tale scopo è proprio quello di trovare parole per definire, “etichettare” (labeling) l’emozione provata o che si sta provando. Gli approcci cognitivisti alla psicoterapia offrono numerosi strumenti per lo sviluppo di questa capacità, a partire da una delle colonne portanti, il modello ABC, che una volta appreso diviene per il paziente risorsa agevole e preziosa di comprensione non solo dell’emozione esperita, ma anche dei nessi tra eventi (A), valutazioni (B) ed emozioni (C). La Dialectical Behavior Therapy (DBT), specificamente disegnata per la costruzione di abilità di regolazione emotiva, prevede un modulo sulla denominazione delle emozioni, con schede da presentare al paziente in cui, oltre agli eventi attivanti, le credenze, le espressioni e le tendenze alle azioni tipiche, vi è per ciascuna emozione una “famiglia” di parole che afferiscono a tale emozione e ne descrivono variazioni e sfaccettature. L’attenzione alle parole per definire le emozioni nella DBT si inserisce all’interno di un più ampio approccio in cui la descrizione, intesa appunto come capacità di mettere in parola, costituisce una delle abilità nucleari della Mindfulness, supportando quindi in maniera fondamentale la possibilità di stare consapevolmente nel momento presente.

Identificare un’emozione rappresenta già di per sé un atto di regolazione emotiva, come mostrano diversi dati di ricerca. Secondo la ricercatrice californiana Lisa Burklund, gli effetti del labeling affettivo sull’attivazione di aree cerebrali coinvolte nell’elicitazione e nella regolazione delle emozioni, come la corteccia prefrontale e l’amigdala, sono comparabili a quelli di altre strategie di regolazione, come la ristrutturazione cognitiva. Altri studi coordinati dallo statunitense Jason Lee mostrano, inoltre, che l’abilità di riconoscere e descrivere le emozioni in maniera dettagliata, differenziando non solo le diverse emozioni, ma anche le sfumature all’interno della stessa emozione (granularità emozionale) si associa a una migliore capacità di regolazione, come indicato dalla modulazione delle attivazioni neurali che segnalano l’allocazione dell’attenzione e il controllo cognitivo in risposta a stimoli emozionali.

Perché una semplice “etichetta”, senza alcun intervento concreto, senza alcuna strategia di problem solving ancora attuata, riesce di per sé a modificare un’emozione? La portata di questa influenza è spiegata dal fatto che le parole non possono essere considerate dei semplici input o output percettivi, né meri mezzi di trasmissione di informazioni. Mentre la percezione di un oggetto, ad esempio un libro, è sempre una percezione specifica, di quel libro in quel particolare momento, e la parola “libro” ha il potere di essere categoriale. Ad ogni livello di astrazione, la parola trascende la percezione, divenendo contesto, cornice all’interno della quale l’elaborazione delle informazioni è orientata. Le parole rappresentano dunque categorie dell’esperienza, lenti di significato attraverso cui leggere e vivere frammenti della complessa realtà che ci circonda, o di quella che portiamo dentro di noi come esseri pensanti e senzienti. Dare un nome all’emozione ne favorisce quindi l’accoglienza come qualcosa di comprensibile, accettabile e gestibile, contrastando una tendenza potente all’evitamento o alla soppressione che è innescata soprattutto dalle emozioni negative ad alta intensità, e che può condurre ad adottare strategie di regolazione con esiti molto dannosi sia per la salute psicologica che fisica. Per citare ancora la poetessa Mariella Mehr, “il linguaggio dell’inverno porta in giro le gemme”: della consapevolezza, della conoscenza, della padronanza.

 

Per approfondimenti

Burklund, L.J., Creswell, J.D., Irwin, M.R., & Lieberman, M.D. (2014). The common and distinct neural bases of affect labeling and reappraisal in healthy adults. Frontiers in Psychology, 5:221.

Lee, J.Y., Lindquist, K.A., & Nam, C.S. (2017). Emotional granularity effects on event-related brain potentials during affective picture processing. Frontiers in Human Neuroscience, 11:133

Lupyan, G., & Clark, A. (2015). Words and the world: predictive coding and the language-perception-cognition interface. Current Directions in Psychological Science, 24(4), 279-284.

Più ti giudichi peggio ti senti

di Emanuela Pidri 

L’effetto paradossale della valutazione negativa dei propri vissuti emotivi

La consapevolezza è uno stato mentale vigile che consente di osservare lo scorrere dell’esperienza interiore momento dopo momento e in modo non giudicante. Essere consapevoli significa orientare la propria attenzione a stimoli esterni e interni, nel “qui e ora”, in modo che nessuno sia sopraffatto dalla veemenza di pensieri, emozioni e sensazioni né sia guidato nelle proprie azioni e scelte dai propri contenuti cognitivi ed emotivi. Le pratiche di consapevolezza, conosciute con il termine “Mindfulness”, sono state applicate nel trattamento di pazienti con differenti quadri clinici, migliorandone la capacità di decentramento. Diversi studi hanno dimostrato che la consapevolezza è significativamente correlata al benessere emotivo; al contrario, avere un atteggiamento critico e giudicante verso i propri pensieri, emozioni, comportamenti è associato a psicopatologia. Le ricerche presenti in letteratura dimostrano come la ruminazione sia predittiva e mantenga il disturbo depressivo mentre la preoccupazione predice e mantiene il disturbo ansioso. Partendo da tali presupposti, si è studiato il ruolo della consapevolezza in correlazione con la ruminazione e la preoccupazione nello sviluppo di depressione o ansia. Uno studio guidato dalla psicoterapeuta Barbara Barcaccia esplora quali sfaccettature della consapevolezza siano implicate nell’associazione con ruminazione e preoccupazione, predicendo e mantenendo depressione e ansia. A 274 partecipanti di età compresa tra i 18 e i 74 anni sono stati somministrati il Five Facet Mindfulness Questionnaire, il Beck Depression Inventory, lo State-Trait Anxiety Scale, il Penn State Worry Questionnaire, il Ruminative Response Scale. Dall’analisi dei risultati si evince che la ruminazione e la preoccupazione sono strategie di coping disfunzionali coinvolte nell’esacerbazione e nel mantenimento di depressione e ansia. Anche la consapevolezza correla con ruminazione e preoccupazioni poiché il semplice atto di osservare i propri stati interiori può essere associato a un aumento di emozioni negative. Nello specifico, gli individui in grado di osservare i propri stati mentali tendono a preoccuparsi e ruminare in misura maggiore. Si nota una paradossalità: la consapevolezza aiuta le persone a riconoscere e, in seguito, a rompere i cicli ruminativi abituali, impedendo loro di rimanere intrappolati nella sofferenza; tuttavia, una sua componente aumenta la ruminazione e la preoccupazione e la probabilità di sviluppare ansia o depressione. Ciò significa che essere in grado di osservare i propri pensieri e sentimenti non equivale ad accettarli, né è di per sé vantaggioso, a meno che non si abbia un atteggiamento accettante e non giudicante. Individui consapevoli ma con atteggiamenti giudicanti verso le proprie esperienze interiori mostrano livelli più alti di ruminazione e preoccupazione. L’associazione tra autocritica o giudizio negativo verso sé e sviluppo di ansia o depressione è coerente con le teorie cognitive, rispetto le quali l’autocritica gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo della psicopatologia, mentre la consapevolezza in termini di riconoscimento, osservazione e accettazione non giudicante della propria vita interiore è legata al benessere. Quando le persone criticano sé stesse e i loro sentimenti, pensieri ed emozioni, sperimentano livelli più alti di sofferenza. Un’implicazione clinica interessante dei risultati dello studio di Barcaccia potrebbe riguardare la possibilità di considerare l’autocritica come un meccanismo transdiagnotico di predittività e cronicizzazione della sofferenza, a cui il clinico deve porre attenzione nel piano di intervento psicoterapeutico. Il trattamento dovrà prevedere una fase di normalizzazione e accettazione non giudicante dei pensieri negativi, immagini mentali, sentimenti ed emozioni, obiettivo che potrebbe essere raggiunto sia dalla ristrutturazione cognitiva classica che da interventi e pratiche Mindfulness.

Per approfondimenti:

Barcaccia B. et al., (2019). The more you judge the worse you feel. A judgemental attitude towards one’s inner experience predicts depression and anxiety. Personality and Individual Differences 138, 33-39.

La gentilezza salverà il mondo

di Elena Bilotta

Una pratica di Mindfulness per coltivare la benevolenza verso sé e verso gli altri

 Luigi è un infermiere del reparto di oncologia di un grande ospedale: tutti i giorni ha a che fare con la sofferenza e la morte, e questo spesso mette a dura prova il suo stato psicofisico. A volte pensa che l’unico modo per poter sopravvivere in un ambiente del genere sia distaccarsi cinicamente da tutto.
Roberta è una psicoterapeuta ed è preoccupata per una persona che ha in cura: teme che il trattamento sia inefficace e si sente impotente di fronte alla sofferenza della paziente. Nonostante riconosca il suo grande impegno, giudica sé stessa e non si sente all’altezza della situazione.
Giorgia ha avuto un forte litigio con sua sorella. Sono state dette frasi molto pesanti che hanno ferito entrambe. Prova rabbia e avversione e, nonostante ne soffra, crede che il loro rapporto sia finito.
Tre situazioni di stress ed emozioni negative, con una difficoltà a regolarle e ad aiutarsi.
La cura di sé, l’auto-compassione, la gentilezza amorevole rivolta a sé stessi sono sinonimi di una modalità di rispondere ai fallimenti e alle difficoltà personali e interpersonali attraverso un atteggiamento gentile, amorevole e non giudicante o ipercritico verso sé e verso gli altri, riconoscendo e accettando il fatto che tutti gli esseri umani – noi inclusi – commettono errori. La ricerca testimonia come mantenere questo tipo di atteggiamento promuova la resilienza, ovvero l’abilità di recuperare da situazioni ed eventi negativi e stressanti, e si dimostri particolarmente efficace nelle professioni di cura (Leggi l’articolo Avere cura di chi si prende cura).

Se riconosci di avere un atteggiamento ipercritico verso te o gli altri, di essere immerso in sentimenti di avversione o invalidazione, puoi provare a fare un’azione opposta e in certo senso rivoluzionaria, praticando la gentilezza amorevole. Siedi comodamente e inizia a osservare il respiro per almeno dieci minuti. Non importa quante volte sarai distratto da pensieri, sensazioni somatiche o rumori esterni: ricomincia sempre dal respiro, senza giudicarti male per esserti distratto.
Comincia la pratica di gentilezza amorevole da te stesso, rivolgendoti una serie di auguri diretti al tuo benessere personale: “Che io possa guardare me stesso con gli occhi della comprensione e dell’amore”; “Che io possa essere al sicuro da pericoli interiori ed esterni”; “Che io possa vivere in buona salute, nel corpo e nella mente”;”Che io possa essere in pace, felice e a mio agio”.
Puoi adattare le frasi come meglio preferisci. Ripetile più e più volte. Anche se riscontrerai difficoltà o le troverai meccaniche o addirittura ridicole, ciò è del tutto normale: non si è abituati a rivolgersi frasi simili nella propria vita quotidiana. A volte potrà capitare che le frasi, anziché alimentare gentilezza e benevolenza verso di te, facciano emergere altre emozioni, anche negative. Osserva e pratica con ciò che emerge, senza giudizio.
Ora prova a estendere la meditazione di gentilezza amorevole agli altri. Scegli una persona a te cara, che nella tua vita ti ha dato amore e si è preso cura di te, e rivolgi a questa persona le stesse frasi, mantenendo la sua immagine in mente: “Che tu possa guardare te stesso con gli occhi della comprensione e dell’amore”; “Che tu possa essere al sicuro da pericoli interiori ed esterni”; “Che tu possa vivere in buona salute, nel corpo e nella mente”; “Che tu possa essere in pace, felice e a tuo agio”.
Continua a piantare i semi della benevolenza, ripetendo le frasi con gentilezza, qualunque sia la sensazione o emozione che stai provando, senza giudizio.
Ora includi una persona per la quale non provi un particolare sentimento – né positivo né negativo -, ma che incontri occasionalmente nella tua vita (ad esempio, il cassiere del supermercato dove fai la spesa, il portiere del tuo stabile, ecc.). Rivolgi a questa persona quasi estranea gli stessi auguri di gentilezza, salute e felicità.
Infine, includi nella tua meditazione una persona con la quale hai dei rapporti difficili e verso la quale provi emozioni negative. Augura anche a questa persona di ricevere gentilezza amorevole, pace, salute e felicità. In principio potrai sperimentare grande avversione, rabbia, senso di ingiustizia. Osserva tutte le emozioni che emergono da questa pratica rivoluzionaria dell’augurare pace, gioia e salute a chi consideriamo un nemico; continua, senza giudicare ciò che stai facendo. Gradualmente e lentamente ti calmerà la mente e ti aprirà il cuore.

Per approfondimenti:
Il cuore saggio di Jack Cornfield
Pratiche di consapevolezza di Tich Nath Hahn

Giovani detenuti e declino cognitivo

di Miriam Miraldi

L’intervento CBT e mindfulness sulla popolazione giovanile carceraria

La letteratura scientifica documenta bene quali siano alcuni degli effetti negativi della detenzione, come maggiori livelli di comportamento deviante nei figli, problemi di salute mentale e fisica, traumi, dipendenza da sostanze, recidiva. La maggior parte della ricerca si è concentrata sugli effetti psicologici e sociali, mentre sono pochi gli studi che indagano gli effetti della detenzione sul funzionamento cognitivo e neuropsicologico. La privazione dell’autodeterminazione e dell’autonomia, lo stress psicofisico sostenuto, la mancanza di stimoli, la vittimizzazione (fisica o psicologica) e la privazione del sonno sono potenziali mediatori in un percorso causale che collega l’esperienza detentiva al declino delle abilità cognitive.

Attraverso uno studio longitudinale svolto a New York su un campione di 197 giovani detenuti maschi, di età compresa fra i 16 e i 18 anni, Umbach e colleghi hanno dimostrato l’impatto negativo della detenzione su specifiche funzioni esecutive considerate, la cui compromissione sappiamo essere fattore di rischio per il comportamento antisociale. Le funzioni esecutive consistono, infatti, in abilità di decision making, pianificazione e controllo, tutte competenze che sono processi chiave del comportamento antisociale, e che correlano positivamente con la messa in atto di comportamenti prosociali.

Nello studio, in particolare, sono state prese in analisi le seguenti funzioni esecutive:

a) Controllo cognitivo. Scarsa inibizione e basso autocontrollo sono funzioni esecutive ben conosciute dalla letteratura sul comportamento antisociale. La teoria generale della criminalità di Gottfredson e Hirschi sostiene che il basso autocontrollo sia il principale predittore della devianza, sebbene vadano sempre incluse anche caratteristiche situazionali e di contesto;

b) Regolazione emotiva. La compromissione della capacità di gestire e modificare le proprie reazioni in modo appropriato è associata al comportamento antisociale;

c) Riconoscimento emotivo. Vi è un forte corpus di evidenze a sostegno di una relazione tra capacità di riconoscimento delle emozioni facciali e comportamento antisociale. L’ipotesi prevalente è che lo scarso riconoscimento di emozioni negative (in particolare dell’emozione di paura) si associ a uno svantaggio dello sviluppo empatico e quindi a una maggiore predisposizione al comportamento antisociale.

È stato somministrato a tutti un compito cognitivo pre-trattamento: si tratta della versione emotiva del classico compito “go/no-go”, in cui si richiedeva ai partecipanti di premere un pulsante quando veniva visualizzata una determinata espressione facciale (ad esempio, rabbia) e di astenersi dal premere se si vedevano altre espressioni (l’espressione “no go” o distrattore). Successivamente, gli adolescenti del campione sono stati assegnati casualmente a un programma CBT/MT (Cognitive behavioral therapy/mindfulness training) o a una condizione di controllo attivo (un altro tipo di trattamento evidence-based), per consentire di studiare gli effetti di un intervento di gruppo CBT/MT e comprendere se questo tipo di protocollo possa avere benefici sul funzionamento cognitivo, giacché il mantenimento di un buon funzionamento cognitivo in questi giovani sembra essere una variabile favorente la riduzione della recidiva.

La mindfulness coinvolge l’autoregolazione dell’attenzione e l’auto-osservazione del momento presente in un modo non giudicante e accettante; per quanto riguarda la cognizione, essa si associa a un miglior funzionamento esecutivo e ciò è supportato da studi di imaging cerebrale che trovano maggiore attivazione della corteccia prefrontale. Delle tre funzioni cognitive misurate nello studio qui presentato, è stato dimostrato che la pratica mindfulness influisce specificatamente sulla regolazione delle emozioni e sul controllo cognitivo; al contrario, non si è evidenziato alcun supporto per un effetto positivo della mindfulness sul riconoscimento emotivo. Un dato degno di nota è proprio questo declino nel tempo del riconoscimento delle emozioni, indicativo per entrambi i gruppi di adolescenti presi in esame, e la mancanza di effetti di buffering, anche marginali, della mindfulness per questa specifica abilità cognitiva. Una delle ragioni potrebbe essere relativa a quanto riportano alcuni studi qualitativi che suggeriscono che i detenuti utilizzino meccanismi di coping per adattarsi al “codice” informale praticato in carcere, si autoisolano o diventano emotivamente “anestetizzati” (emotional numbing) anche per evitare di mostrare debolezza o vulnerabilità ad altri detenuti; inoltre, se i detenuti sono esposti a una gamma limitata di emozioni per lunghi periodi di tempo, la loro capacità di identificare le emozioni può essere ridotta.

Questo studio ha intenzionalmente incorporato elementi sia della CBT che della mindfulness, entrambi con forti corpus letterari che suggeriscono effetti positivi su vari esiti nella popolazione carceraria (p.es. recidiva, autostima); tuttavia, la fusione dei due interventi limita la possibilità di attribuire i risultati principalmente alla CBT o, viceversa, al mindfulness training.

Umbach e colleghi hanno dimostrato, empiricamente e longitudinalmente, gli effetti deleteri della detenzione sul funzionamento cognitivo e gli effetti positivi del trattamento CBT/MT; tali evidenze relative al fatto che la reclusione dei giovani alteri negativamente oltre che funzionamento psicosociale, anche quello più strettamente cognitivo (il cui declino – come detto – costituisce fattore di rischio per la recidiva futura), devono stimolare la possibilità di incrementare interventi preventivi rivolti alla popolazione giovanile carceraria, ma dovrebbero anche spingerci a continuare riflettere sui possibili benefici di forme alternative di giustizia, compresi gli approcci della giustizia riparativa.
Per approfondimenti

Umbach, R., Raine, A., & Leonard, N. R. (2018). Cognitive Decline as a Result of Incarceration and the Effects of a CBT/MT Intervention: A Cluster-Randomized Controlled Trial. Criminal justice and behavior, 45(1), 31-55.

Ogilvie JM, Stewart AL, Chan RC, Shum DH. Neuropsychological measures of executive function and antisocial behavior: A meta-analysis*. Criminology. 2011; 49(4):1063–1107.

Vita di coppia: litigare con lealtà

di Sonia Di Munno

I valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono connessione, prendersi cura e collaborazione. La terapia di coppia con tecniche ACT

“Ci sono due tipi di coppie: quelle che non litigano mai e quelle che non conosci davvero bene”.  Così scrive argutamente Russ Harris, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e principale esponente della Acceptance and Commitment Therapy (ACT), sulle relazioni di coppia.
L’ACT è un approccio di terza generazione della psicoterapia cognitivo comportamentale che pone l’accento su due fattori cardine per il benessere psicologico: l’accettazione e l’impegno che conducono alla flessibilità psicologica. La ricerca scientifica sta dimostrando che più alto è il nostro livello di flessibilità psicologica, migliore sarà la nostra qualità di vita. La flessibilità psicologica è definita come “l’abilità di adattarsi a una situazione con apertura e consapevolezza, di focalizzarsi e di intraprendere un’azione efficace guidata dai propri valori”. Essa è composta da due aspetti: essere psicologicamente presenti (mindfulness) e intraprendere azioni efficaci (motivate, orientate, consapevoli, flessibili e adattabili).
Ricerche di John Gottman e Nan Silver su un cospicuo campione di coppie hanno trovato che ciò che rende una relazione salutare non è la quantità di litigi, ma il modo in cui si litiga; per cui quando il litigio è amichevole con un po’ calore e tenerezza, le ferite saranno lievi e guariranno velocemente.
I loro dati mostrano anche che uno dei fattori chiave per una relazione sana è la presenza dei “tentativi di riparazione”, cioè ogni gesto, parola e azione destinati a riparare la relazione. La ricerca di Gottman afferma che persino quando le coppie litigano molto, ma lo fanno lealmente e sono presenti tentativi di riparazione, la loro relazione può essere molto sana e gratificante. Affinché questi tentativi vadano a buon fine, entrambi devono capirne il valore del “dare” e del “ricevere”. Anche chi “riceve” deve essere in grado di apprezzare e non respingere i tentativi del partner. Il conflitto è inevitabile, ma lottare lealmente, riparare, praticare la compassione, chiedere con gentilezza, lo renderanno meno distruttivo.
Verrebbe da pensare: ma come si fa a litigare senza disprezzo e critica ma lealmente e in modo compassionevole? Su questo la terapia ACT, impostando lo stile di vita personale e di coppia su valori personali e obiettivi, attraverso tecniche che ci allontanano dall’essere troppo incentrati sui nostri pensieri (come la defusione e l’espansione) e guardando il momento presente (mindfulness), porta il suo cospicuo contributo. Molto importante è anche sfatare i falsi miti sull’amore proposti dai film e dalle favole, che non fanno altro che allontanarci dalla realtà dei fatti. Ci sono cinque modalità fondamentali che allontanano i partner: la disconnessione, la reattività impulsiva, l’evitamento, rimanere dentro la propria mente e trascurare i propri valori. Di contro, a queste comuni modalità che ci allontanano non solo dal nostro partner, ma anche da quello che idealmente vorremmo essere noi come partner, possiamo applicare altri sistemi più funzionali e soddisfacenti come: mollare la presa, aprirsi, dare valore e impegnarsi attivamente. Fondamentali nella terapia ACT sono i valori personali, dove per valori si intende i desideri più profondi rispetto a ciò che si vuole fare e al significato che si vuole attribuire al tempo passato su questa terra. Vivere una vita seguendo i propri valori ci fa sentire liberi, leggeri e aperti alla vita; questi sono anche comportamenti desiderati che riguardano un processo continuo nell’arco della propria vita, non sono una meta ma una direzione. Nelle relazioni, i valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono essenzialmente tre: connessione, prendersi cura e collaborazione. Oltre a questi, ce ne sono tanti altri, ma avere una carenza in queste tre aree porta a lungo andare a un impoverimento della relazione e una sua rottura. Questi tre valori sono alla base dell’amore, del calore e dell’intimità e conducono a una maggiore connessione con il partner e ad un dialogo aperto, curioso e tollerante.
Tutto ciò non è così facile, bisogna imparare a tollerare delusioni, ansia, preoccupazioni, tristezza; emozioni che comunque fanno parte dell’esperienza umana. Fare spazio anche alle emozioni negative e non avere pregiudizi su di esse ci permette di vivere la vita nelle sue sfaccettature e non essere spaventati o arrabbiati quando le proviamo.
La terapia ACT, che si basa principalmente su un intervento esperienziale, propone tanti esercizi, tante situazioni in cui mettersi in gioco e tante riflessioni da applicare in maniera pratica. È un viaggio dentro di sé e verso l’altro. La disponibilità a imparare, crescere, adattarsi, abbracciare la realtà (anche quando è spiacevole), mettersi in discussione, affrontare le differenze, ecc., farà in modo che la flessibilità psicologica aumenti e che si possa vivere appieno la propria vita in tutte le sue umane sfaccettature.

Per approfondimenti

“Se la coppia è in crisi.Impara a superare frustrazioni e risentimenti per ricostruire una relazione consapevole”, 2011; Russ Harris, FrancoAngeli

Gottman J., Silver N. (1999), Intelligenza emotiva per la coppia, Milano, Rizzoli

Non è colpa tua!

di Emanuela Pidri

Se vuoi che gli altri siano felici, fai pratica di compassione, se vuoi essere felice tu stesso, fai pratica di compassione. Dalai Lama, 1995

La compassione viene definita come l’abilità: di esperire in modo accettante emozioni difficili; di osservare in modo mindful i nostri pensieri giudicanti, senza permettere loro di dominare le nostre azioni e i nostri stati mentali; di impegnarci in modo pieno con gentilezza e autovalidazione verso direzioni di vita ricche di valore; di cambiare in modo flessibile la nostra prospettiva verso un più ampio senso di sé. Tale definizione riprende gli insegnamenti del Buddismo Theravada, secondo il quale la compassione è la sensibilità verso la sofferenza propria e altrui, unita a un profondo impegno nel tentare di alleviarla e prevenirla, e si basa su studi provenienti dalle neuroscienze, dalla psicologia sociale e dall’approccio evoluzionistico connesso alla psicologia e alla neurofisiologia del comportamento di accudimento. Secondo Paul Gilbert, la compassione è definibile attraverso sei componenti che egli chiama “attributi”: cura degli altri, sensibilità alla sofferenza, partecipazione attiva, empatia, tolleranza alla sofferenza e atteggiamento non giudicante. Gilbert, professore di psicologia presso l’Università di Derby, si è interessato dello studio sul senso di colpa, sulla vergogna e sull’autocritica poiché considerati costrutti centrali e tipici di molti disturbi psicologici, dalla depressione alle psicosi. Dal  suo lavoro, nell’ambito della terapia cognitivo comportamentale della terza generazione, è nato un approccio psicoterapeutico basato sull’idea che la psicoterapia dovrebbe essere condotta in un modo compassionevole: la Compassion Focus Therapy (CFT). Il razionale della terapia è quello di costruire una relazione in cui punto centrale sia la compassione verso quei temi di vergogna e autocritica, in modo che il paziente possa interiorizzarla e utilizzarla verso di sé. La compassione, dunque, si può insegnare e si può apprendere. Ruolo centrale nella terapia è ricoperto proprio dal Compassionate Mind Training, un vero e proprio addestramento che insegna ai pazienti a esercitare le seguenti competenze: attenzione compassionevole, ragionamento compassionevole, comportamento compassionevole, immaginazione compassionevole, sensazione compassionevole, emozione compassionevole. Aiutando i pazienti a sviluppare la capacità di provare compassione, si incrementa la possibilità di affrontare in maniera diversa le esperienze dolorose, l’autocritica e la ruminazione, le sensazioni spiacevoli e le memorie di traumi passati, considerando come certi aspetti dolorosi della propria vita siano emersi senza che loro potessero farci nulla. Per i terapeuti, usare l’approccio focalizzato sulla compassione implica educare i pazienti a sviluppare tre tipi di compassione: l’auto-compassione, la compassione verso gli altri e l’apertura alla compassione da parte degli altri, in risposta alle avversità e alle situazioni minacciose. La compassione di sé permette di non considerare le performance come metro di valutazione del valore personale ma, discernendo la qualità delle prestazioni e mostrando motivazione a crescere, aiuterebbe a smussare gli aspetti nevrotici e dolorosi del perfezionismo, dove ciò che anima l’individuo è il terrore di fallire e di essere criticato piuttosto che la curiosità e il desiderio di migliorarsi. Gilbert integra moltissimi interventi standard della terapia cognitivo-comportamentale con interventi di terza generazione come la Mindfulness, che caratterizza l’esperienza del sé compassionevole e le tecniche finalizzate all’accettazione, che assomigliano sotto vari aspetti a quello di reparenting di Young e alle tecniche immaginative, con lo scopo di sviluppare specifici pattern di regolazione affettiva generando sensazioni di calore umano e vicinanza. Come Gilbert stesso ammette, le ricerche di validazione dell’efficacia sono ancora troppo poche, ma la CFT nella pratica clinica trova buoni risultati nel trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress, delle psicosi, dei disturbi dell’umore, dei disturbi alimentari e del dolore cronico.


Per approfondimenti:

Dalai Lama (1995). The Power of Compassion. India: Harper Collins.

Gilbert, P. (2018) La terapia focalizzata sulla compassione. Caratteristiche distintive. Edizione italiana a cura di Nicola Petrocchi. Edizione Franco Angeli.

Gilbert, P. (ed) (2005a) Compassion: Conceptualisations, Research and Use in Psychotherapy. Routledge.

Gilbert, P., Irons, C. (2005b) Focused therapies and compassionate mind training for shame and self-attacking. In Compassion: Conceptualisations,Research and Use in Psychotherapy (ed P. Gilbert): 263–325. Routledge.

Gilbert, P., Procter, S. (2006) Compassionate mind training for people with high shame and self-criticism. A pilot study of a group therapy approach. Clinical Psychology and Psychotherapy; 13: 353–79.

Gilbert, P. (2009). The Compassionate Mind: Coping with the Challenges of Living. London: Constable Robinson.

Gilbert, P. (2009). Overcoming Depression: A Self-Guide Using Cognitive Behavioural Techniques. Third Edition. London: Robinsons.

Gilbert, P. (2009). An Introduction to Compassion Focused Therapy. Advances in Psychiatric Treatment, 15, 199-208.

Gilbert, P. (2009). Compassion focused therapy: Approach and practices. Healthcare Counselling and Psychotherapy Journal.

Stabile come una montagna

di Elena Bilotta

Una pratica di Mindfulness per aiutarsi nei momenti di instabilità emotiva e umorale

Claudia sperimenta spesso oscillazioni dell’umore durante le quali osserva le cose con occhi diversi. Ci sono giorni in cui si sente triste e abbattuta, tutto le sembra pesante e si vede come una persona di poco valore. Allora si chiude in casa, ritirandosi dal mondo. Altri giorni sente invece di potercela fare a superare tutte le difficoltà che la vita le propone, pensa che tutto sommato nella vita non sia tutto da buttare e prova a riprendere contatti con le persone che la circondano.
Marco si sente instabile emotivamente: prova spesso ansia e rabbia molto intense che lo portano ad agire d’impulso, pentendosi quasi sempre delle sue azioni. Ha sbalzi d’umore nel corso della giornata, che gli creano uno stato di confusione mentale, perché non riesce più a capire se lui è “quello triste”, “quello arrabbiato”, o “quello ansioso”.
A Giorgia capita spesso di avere improvvisi attacchi d’ansia all’idea che possa accadere qualcosa di brutto ai suoi figli. Una settimana fa ha dato un pugno alla porta in preda a una intensa ruminazione rabbiosa. Oggi è molto triste perché ha appena saputo che il colloquio di lavoro che ha fatto non è andato a buon fine, ma è anche arrabbiata perché pensa che sia un’ingiustizia. Per questo ha chiamato il datore di lavoro insultandolo pesantemente al telefono.
Tre esempi di storie frequenti, fatte di emozioni e umore altalenanti che spesso portano ad agiti impulsivi, che a loro volta creano nuove situazioni problematiche. Ma non sono solo le conseguenze comportamentali a creare problemi quando ci si sente instabili. L’instabilità emotiva e umorale genera anche confusione mentale. Se si ha la tendenza a identificarsi con ciò che si prova, sarà facile etichettarsi come “cattivo” quando si prova rabbia, “fifone” quando si prova paura, “inetto” quando si prova vergogna o tristezza, e così via. Sarà facile cioè confondere uno stato transitorio come l’emozione con un giudizio, che per sua natura è stabile e immutabile. Quando non si è consapevoli dell’effetto temporaneo dell’umore sullo stile di pensiero e la visione di sé, quest’ultima oscillerà insieme all’umore, amplificando la sofferenza.
Se ti capita di confondere le emozioni con giudizi su di te, di sperimentare emozioni intense che si alternano con velocità nel corso delle tue giornate, oppure ti trovi ad avere oscillazioni dell’umore che ti creano sofferenza, puoi provare a coltivare la stabilità con la pratica di Mindfulness della montagna.
Siediti comodamente e osserva il respiro per dieci minuti. È possibile che la mente venga distratta da pensieri, rumori, sensazioni fisiche. Ogni volta che la mente si distrae, torna al respiro senza giudicarti.
Ora immagina di avere davanti a te una montagna. Può essere una montagna che conosci e che hai frequentato, oppure una montagna che hai visto anche solo in fotografia. Osserva la sua forma, la vetta, i versanti, la base della montagna. Osservane la maestosità e la stabilità, perfettamente radicata. Forse la sua cima sarà innevata, o sulla sua superficie saranno presenti boschi e sentieri. Osserva come si alternano le giornate e le stagioni, e come la montagna cambi aspetto lentamente e gradualmente, accogliendo ogni mutamento, senza opporsi, permettendo che ciò avvenga.
Ora prova ad avvicinare lentamente l’immagine della montagna a te. Diventa montagna. I tuoi piedi diventano la base della montagna, le tue braccia i versanti, la tua testa la vetta. Incarna la stabilità della montagna. Osserva, ora che sei montagna, che le emozioni e i pensieri sono come le giornate e le stagioni, costantemente mutevoli, e tu puoi osservarli arrivare e andare via, proprio come fa la montagna, diventando testimone del cambiamento, accogliendolo momento per momento, senza identificarti con esso.
Continua a osservare il respiro e a coltivare il tuo senso di stabilità, nutrendoti dalla saggezza della tua montagna.