Costruire l’“adulto sano”

di Alessandra Mancini

Una prospettiva integrata di ACT, Mindfulness e Schema Therapy

 Io non l’ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.
Luigi Pirandello – Uno, Nessuno, Centomila

Nella terapia dei disturbi di personalità, ci si può trovare di fronte a un’impasse nel momento in cui, per usare un’espressione pirandelliana, “si squarcia il teatrino”, ovvero quando il paziente prende coscienza delle proprie modalità di coping disfunzionali o “mode” (risposte emotive, cognitive e comportamentali con cui il paziente fa fronte alla propria sofferenza e più in generale che utilizza per rapportarsi agli altri).

A questo punto egli potrebbe chiedersi: “Chi sono dunque io?”. Il concetto di Sé sembra perdere nitidezza e ciò potrebbe generare delle resistenze al cambiamento, poiché, anche se connotato negativamente, esso consentiva una certa prevedibilità.

Da dove attingere quindi per creare una rappresentazione di Sé più funzionale?

Per la Schema Therapy (ST) lo sviluppo del “mode Adulto Sano” (la parte funzionale del Sé del paziente) costituisce un obiettivo importante. Nonostante l’importanza di questo mode, i testi di ST si focalizzano più sulla descrizione del funzionamento del “critico interiore”, ovvero l’interiorizzazione dei messaggi critici e punitivi inviati dalle figure genitoriali, e sui già menzionati mode di coping disfunzionali.

Questo tema è stato approfondito da Eckhard Roediger, direttore dell’Istituto di Schema Therapy di Francoforte, Bruce Stevens, professore alla Charles Sturt University di Camberra in Australia, e Robert Brockman dell’Australian Catholic University di Sydney, durante uno dei workshop precongressuali del convegno internazionale di ST, appena conclusosi ad Amsterdam. Gli autori propongono l’integrazione delle prospettive dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), della Mindfulness e del Contestualismo Funzionale per identificare e sviluppare le qualità dell’Adulto Sano. In particolare, dopo aver spostato l’attenzione del paziente dalla rappresentazione negativa di Sé a una prospettiva osservante, viene proposto di definire l’Adulto Sano come uno stato di percezione del “qui ed ora” (per usare termini ACT: “Mindful”); emotivamente distaccato dal dialogo interno tipico del genitore critico (in ACT: “defuso”) e in grado di vedere se stesso come contesto delle proprie esperienze (“Sé come contesto”); di essere in contatto con i propri valori e di perseguire questi ultimi tramite comportamenti funzionali (“azione impegnata”).

Una serie di studi di trasversali (studi in cui i fattori di rischio/protezione e la presenza del disturbo sono controbilanciati tra i gruppi presi in esame) condotti da Brockman e collaboratori sembra confermare la correlazione tra il mode dell’Adulto Sano e le qualità di mindfulness, flessibilità psicologica, auto-compassione e azione impegnata al perseguimento dei valori.

Secondo i relatori del workshop, l’integrazione delle qualità tipicamente esperienziali della ST con le tecniche cognitive di terza generazione può portare alla costruzione di una rappresentazione e di una consapevolezza di Sé più funzionali al perseguimento dei propri valori e quindi, a lungo termine, al soddisfacimento dei propri bisogni.
Per approfondimenti:

Roediger, E., Stevens, B.A. and Brockman, R. (2018). Contextual Schema Therapy. An Integrative Approach to Personality Disorders, Emotional Dysregulation and Interpersonal Functioning. Oakland, CA: New Harbinger

I meccanismi psicologici degli interventi basati sulla mindfulness

di Giulia Armani
curato da Alberto Chiesa

La mindfulness può essere definita come la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione in maniera intenzionale e in assenza di giudizio, al momento presente.
Negli ultimi anni sono state sviluppate diverse tecniche basate sulla mindfulness, che hanno unito la tradizione orientale della meditazione con le conoscenze cliniche del mondo occidentale.
Nonostante sia stata ormai ampiamente dimostrata l’efficacia di tali interventi per una vasta gamma di disturbi, ancora poca chiarezza si è fatta sui meccanismi psicologici che ne sono alla base. Comprendere quali sono i fattori su cui agisce la mindfulness permetterebbe di identificare i principi che accomunano le varie tecniche e di affinarle, puntando su ciò che ha maggiore efficacia.

Chiesa e collaboratori hanno messo in luce, passando in rassegna diversi studi recenti, alcuni punti chiave nel funzionamento degli interventi basati sulla mindfulness:
– La pratica di tali tecniche, indipendentemente dal tipo di intervento usato e dalla condizione clinica del soggetto, aumenta i livelli di mindfulness percepita soggettivamente. Mettendo a confronto gruppi che hanno ricevuto interventi basati sulla mindfulness, con gruppi di controllo di diverso tipo (sia condizioni aspecifiche, come l’inserimento in una lista d’attesa, la psicoeducazione o gruppi di supporto sociale, sia specifiche, come uso di antidepressivi o tecniche di rilassamento muscolare) emerge che l’incremento dei livelli di mindfulness è maggiore nei gruppi che usano gli interventi basati su di essa, rispetto agli altri. Questo sembra dimostrare che tale incremento della mindfulness sia da attribuire specificatamente alla pratica di questa e non a fattori generici, come l’aspettativa di un miglioramento, le cure di un professionista o il supporto del gruppo.
– L’aumento dei livelli di mindfulness sembra predire un miglioramento del quadro clinico dei pazienti, per una vasta gamma di sintomi: ansia, stress percepito, emozioni negative, sintomi depressivi. Anche in soggetti sani maggiori livelli di mindfulness sono connessi a un aumento del benessere percepito.
– Vi è una significativa relazione inversa tra mindfulness e ruminazione, dove all’aumentare della prima, si riduce la seconda. La diminuzione della ruminazione potrebbe quindi essere il meccanismo attraverso cui la pratica della mindfulness porta a così tanti benefici in pazienti e soggetti sani.
– Alti livelli di mindfulness sono legati a un aumento dell’auto compassione, il sentimento di gentilezza e cura verso sé stessi e la propria sofferenza. A sua volta, sembra che l’auto compassione abbia un ruolo importante nel determinare il miglioramento clinico.
– Emerge una relazione inversa tra i livelli di mindfulness e le strategie di evitamento esperienziale. Pare, cioè, che gli interventi basati sulla mindfulness agiscano riducendo l’evitamento delle situazioni che producono sentimenti negativi.
– La mindfulness sembra andare ad agire anche sulla reattività cognitiva, diminuendola. Per reattività cognitiva si intende il grado in cui uno stato emotivo disforico riattiva schemi di pensiero disfunzionali che fanno ricadere in un episodio depressivo.
– Vi è un’associazione tra alti livelli di mindfulness e maggiore intelligenza emotiva, che si traduce in una migliore regolazione delle emozioni.

Tali risultati, seppur da considerare con cautela per via dei limiti di alcuni studi, possono indirizzare la ricerca futura verso una maggiore comprensione del funzionamento della mindfulness.

Mindfulness, Controllo esecutivo e regolazione delle emozioni

di Daniele Ferrari
a cura di Mauro Giacomantonio

Nel corso degli ultimi decenni la particolare pratica meditativa chiamata Mindfulness ha stabilmente guadagnato popolarita’ nella cultura occidentale, diventando anche argomento di studi delle scienze psicologiche.
La Mindefulness comprende due sfaccettature: l’attenzione al momento presente e l’accettazione non giudicante di emozioni e pensieri.

I benefici sulla regolazione delle emozioni nel praticare la Mindfulness sono ben documentati, ma il come riesca a migliorare questa capacità non è ancora del tutto chiaro.

Un nuovo collegamento tra la Mindfulness e il miglioramento dell’abilità di regolazione emotiva potrebbe essere rappresentato dal ruolo svolto dal controllo esecutivo (la capacità di attuare un comportamento diretto verso l’obiettivo, mettendo in atto complessi processi mentali e abilità cognitive).

Nello specifico, il suggerimento è che l’attenzione al momento presente e l’accettazione non giudicante, coltivati dalla pratica meditativa, siano cruciali nella promozione del controllo esecutivo perchè icrementano la sensibilita’ ai piccoli segnali emotivi che vengono esperiti (ad es. la ‘fitta’ d’ansia,  rapida e sfuggente, preconscia, che si prova dopo aver commesso un errore). Questa raffinata sintonizzazione e apertura ai sottili cambiamenti favorisce il controllo. In che modo?

Meditare non è un processo di svuotamento della mente, una sospensione dal “sentire”, al contrario, tende a un sentire più chiaro,  l’adozione di una mentalità aperta e non giudicante agisce sulla relazione della persona con le proprie emozioni (considerate ora come eventi mentali transitori piuttosto che riflessi della realtà) e non sulla natura delle emozioni stesse, migliora la capacità di elaborare in modo più adattivo le informazioni emozionali ed a non utilizzare strategie di regolazione emozionale disfunzionali, come l’evitamento, il rimuginio o la soppressione.

La percezione più nitida della discrepanza esistente tra la rappresentazione dello stato attuale e quella dello stato desiderato aiuta a reclutare il controllo esecutivo e, di conseguenza, la capacità di fare aggiustamenti e migliorare la gestione della nostra condotta, attraverso un lavoro di approssimazioni successive tra Attenzione e Accettazione.

Le persone in grado di sentire e accettare l’iniziale “fitta” emotiva saranno anche in grado di mobilitare più rapidamente le risorse di regolazione necessarie, minimizzando le conseguenze negative associate a reazioni emotive irruenti.
Se ad esempio una persona ha come scopo la gestione della propria rabbia, il riconoscimento (chiaro e in anticipo) dello stato fisiologico transitorio (battito cardiaco accelerato), segnala il possibile fallimento dello scopo “gestione rabbia”, innescando il veloce reclutamento delle necessarie risorse regolatorie.

Quali altre conseguenze ipotetiche ci possono essere come conseguenza  di un miglior controllo esecutivo?

Quando i segnali emotivi cessano di essere adattivi diventando reazioni  disadattive ?

La consapevolezza migliora l’esperienza emotiva o consente una maggiore precisione di lettura?

Tra i molteplici effetti della Mindfulness, considerando gli interrogativi che si generano nel tentativo di comprendere i meccanismi che la sottendono, possiamo includere, senza dubbio, lo stimolo alla ricerca scientifica.

 

Per l’ampia bibliografia riferirsi alla pubblicazione originale:

Teper, Segal, & Inzlich, Inside the Mindful Mind, 2013.
http://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/0963721413495869

Essere compassionevoli

di Antonella D’Innocenzo

La Compassion Focused Therapy applicata in un contesto di gruppo

La CFT (Compassion Focused Therapy) è un approccio psicoterapeutico nato nell’ambito delle terapie cognitivo-comportamentali della terza generazione, grazie al lavoro di Paul Gilbert, che conferisce particolare centralità al fenomeno dell’autocritica e alla necessità di sviluppare una relazione accudente e benevola nei propri confronti. Quel dialogo interiore che continuamente svaluta, denigra e commenta in tono sprezzante e freddo le esperienze del soggetto rappresenta una modalità tesa al monitorare e punire eventuali errori piuttosto che al validarsi, accudirsi e incoraggiarsi, e sembra rivestire un ruolo chiave nello sviluppo e nel mantenimento di diverse condizioni psicopatologiche. L’incapacità o la difficoltà di alcune persone di attivare verso sé o verso gli altri una motivazione compassionevole dipenderebbe da un peggiore funzionamento del soothing system (sistema calmante), un sistema di regolazione emotiva responsabile di emozioni di calma, tranquillità e appagamento che si sperimentano quando non ci si deve difendere da qualche minaccia, lottare per acquisire risorse o raggiungere standard e che, al livello fisiologico, deriverebbe dall’attivazione del sistema parasimpatico e del sistema delle endorfine e dell’ossitocina. Segnali affiliativi di sicurezza (inclusi il tono di voce, la velocità dell’eloquio, lo sguardo, la vicinanza fisica) avrebbero la capacità stimolare il soothing system, quando emessi verso altri, quando rilevati nell’ambiente, e quando prodotti a livello endogeno e rivolti a noi stessi. Il compassionate mind training (CMT) rappresenta dunque un training volto a riattivare il funzionamento di un sistema emotivo compromesso, attraverso l’insegnamento e la pratica di specifiche skills. Ogni sessione comprende: elementi di psico-educazione sul modello evoluzionistico e sul razionale delle varie pratiche; lo svolgimento di pratiche di mindfulness volte a coltivare la consapevolezza e la presenza mentale; lo svolgimento di esercizi, pratiche meditative e immaginative allo scopo di attivare e sviluppare i tre principali “flussi” della compassione (quella degli altri verso di noi, quella che scaturisce da noi, indirizzata verso gli altri e quella verso noi stessi); momenti di discussione e condivisione di gruppo, in un clima di scoperta condivisa e di mutua validazione, cruciale nel costruire le abilità target del training. In particolare, nella prima parte del training, la stimolazione del sistema calmante avviene attraverso pratiche che coinvolgono più direttamente il corpo (ritmo del respiro calmante, postura) e attraverso la produzione intenzionale di segnali affiliativi nei confronti di se stessi e degli altri (tecnica del mezzo sorriso, del tono di voce “interiore”); successivamente si procede esplorando come l’attivazione volontaria di un particolare sistema motivazionale, la compassione, possa “accendere” il soothing system in modo più stabile. A queste pratiche si affianca, inoltre, un lavoro specifico volto a comprendere l’origine e la funzione dell’autocritica e ad allenare una modalità alternativa di rapporto con se stessi. Un gruppo di CMT è implementabile in gruppi di pazienti che, pur avendo differenti diagnosi, presentano alti livelli di autocritica e vergogna. Il terapeuta conduttore, oltre ad avere un’esperienza personale di pratica mindfulness e delle diverse pratiche della CMT, deve sviluppare l’abilità di cogliere l’attivazione dei sistemi motivazionali nei partecipanti e in se stesso, in modo da poterli validare ed eventualmente ri-orientare verso una motivazione compassionevole.

 

La quiete dentro la tempesta

di Elena Bilotta

Una pratica di mindfulness per rallentare pensieri e impulsività nei momenti difficili

Quando si soffre, si è portati a immaginare che dolore, rabbia, paura, tristezza non avranno mai fine e che non sarà possibile ritornare alla normalità fino a quando non si farà qualcosa affinché la “tempesta emotiva” passi. Ciò che accade in quei momenti di alta intensità emotiva è una completa “fusione” della persona con ciò che pensa e prova, e una maggiore tendenza ad agire impulsivamente. Si interpretano con più facilità i propri pensieri come fatti e, di conseguenza, si agisce esclusivamente sulla base di essi. Dopo che la tempesta emotiva passa, però, ci si accorge che quegli stessi pensieri appaiono meno travolgenti perché l’emozione si è attenuata. Ci si pente così di ciò che si è fatto trascinati dall’emozione, perché magari quell’azione ritenuta salvifica ha causato un ulteriore problema.
Facciamo un esempio: Michela si trova fuori città per un importante impegno di lavoro e sente molto la mancanza di suo marito Lorenzo. Per questo prova a contattarlo per telefono più volte durante la mattinata, ma lui non risponde. “Gli sarà successo qualcosa di grave…”, pensa, e inizia a provare una forte ansia che si trasforma in paura nel giro di pochi secondi, mano a mano che le sue chiamate continuano a non trovare risposta: “Non è possibile che non risponda… Sicuramente avrà avuto un incidente!”, pensa. “Se fossi a casa potrei aiutarlo in qualche modo… Invece da qui sono impotente!”. I pensieri nella testa di Michela si moltiplicano e sono tutti di natura catastrofica, il suo corpo risponde agitandosi e lei non è in grado di vedere che in realtà non vi sono dei fatti concreti dietro il suo rimuginio. Michela è dentro un circolo vizioso. A questo punto, sull’onda della tempesta emotiva nella quale si trova, prende il primo biglietto per tornare a casa, rinunciando al suo impegno di lavoro importante. “Devo tornare subito a casa per capire cosa è successo!”, pensa, e fugge senza dare spiegazioni a nessuno. Sul treno riceve una chiamata dal marito che, vivo e vegeto, le spiega di aver dimenticato il suo telefono a casa e di essere rientrato nella pausa pranzo per recuperarlo. A quel punto Michela prova sollievo e felicità all’idea che suo marito stia bene e non gli sia accaduto niente, ma si rende conto di aver agito d’impulso e di aver anche perso un’occasione lavorativa. Entra in uno stato di tristezza da fallimento e inefficacia. In questo stato farà rientro a casa.
Quello di cui Michela aveva bisogno in quel momento era riconoscere di essere dentro uno stato mentale problematico, dentro una tempesta emotiva, appunto, e fermarsi. Se si fosse fermata e avesse riconosciuto di provare ansia e paura e di star facendo dei pensieri catastrofici, forse avrebbe potuto riconoscere la preoccupazione che tipicamente la assale quando si allontana da casa e dagli affetti, e avrebbe potuto così rallentare la sequenza dei pensieri e l’impulsività. In quel momento, però, Michela pensava di non avere altra scelta se non quella di tornare immediatamente a casa.
Cosa avrebbe potuto fare Michela per non essere travolta dalle emozioni? Fermarsi e ritornare al respiro può aiutare a recuperare quello spazio “neutrale” di cui si ha bisogno per riconnettersi con la propria libertà di scegliere cosa fare e come farlo, anche quando si è nel mezzo di una tempesta emotiva.
Se ti capita di ritrovarti dentro una “tempesta emotiva”, puoi provare a rallentare la velocità con la quale la tua mente viaggia e il tuo corpo risponde, ritornando al respiro con una pratica di mindfulness. Chiudi gli occhi e osserva il tuo corpo: che sensazioni stai provando? Riconnettiti con il tuo respiro a livello della pancia. Osserva l’addome che si alza e si abbassa al passaggio dell’aria. Se il respiro non è tranquillo, non ti allarmare, è normale che non lo sia quando sei dentro una tempesta! Lentamente, cambierà. Osserva la tua mente: a cosa stai pensando? Ricorda che i pensieri non sono fatti e che nei momenti di maggiore intensità emotiva pensiamo che stiano per accadere proprio le cose che più temiamo. Osserva l’emozione del momento. Che cosa stai provando? Continua a respirare e immagina di essere dentro una casa: quando fuori c’è la tempesta tutte le finestre e le porte vengono chiuse per non farle sbattere col vento e per non far entrare la pioggia. Anche tu, quando sei dentro una tempesta fatta di emozioni, hai bisogno di chiudere porte e finestre e tornare al centro della tua casa, il tuo respiro. Ripeti questa semplice pratica senza agire, continua a rallentare e solo dopo che avrai rallentato, solo allora, scegli cosa fare. Potrai sperimentare come a volte scelta più saggia sia non fare nulla.

La meditazione di consapevolezza e la pratica di accettazione

di Sabrina Bisogno
revisionato da Barbara Barcaccia

 Mindfulness è la traduzione di sati, termine in lingua pali genericamente tradotto in italiano come consapevolezza. Il testo di Henepola Gunaratana “La pratica della consapevolezza in parole semplici” accompagna il lettore nell’approfondimento di uno stile specifico di meditazione, la meditazione vipassana. Questo termine viene da due radici: passana, che significa “vedere”, e vi, che significa “in maniera speciale/in profondità”. La consapevolezza è paragonabile a ciò che osserviamo con la visione periferica, in contrasto con la messa a fuoco della visione centrale.

Secondo Gunaratana consapevolezza è quell’attimo prima che la nostra mente produca pensieri sugli oggetti in esame, quell’attimo prima che la mente dica: “ecco un cane”. È osservazione non giudicante, è la capacità della mente di osservare senza etichettare in “buono/cattivo”, “giusto/sbagliato”. Il meditante osserva, al pari dello scienziato al microscopio, le esperienze così come sono, per quanto possibile senza pre-concetti.

L’autore mette in luce quanto sia complicato spiegare a parole la consapevolezza e quanto lo si comprenda bene solo con la pratica. Chi medita procede, nel tempo, alla coltivazione della consapevolezza o presenza mentale.

La meditazione vipassana è la capacità di ascoltare attentamente, vedere attentamente, gustare attentamente. Ma che cosa si ascolta, si vede, si gusta nella meditazione?

Gunaratana sottolinea che il campo di studio è la nostra stessa esperienza, i nostri pensieri, sensazioni, percezioni. Chi medita, nel tempo, diviene maggiormente capace di osservare, con calma, impulsi, pensieri ed emozioni nel momento in cui si presentano alla mente e diviene consapevole dell’impatto che hanno su di sé. Osservare le esperienze nel momento stesso del loro apparire è sicuramente difficile, stare alla presenza di un’emozione negativa o di un pensiero che ci turba o di una sensazione spiacevole è faticoso. Eppure non è possibile affrontare veramente qualcosa se siamo impegnati a negarne l’esistenza.

È importante accettare di essere spaventati per poter osservare e gestire la nostra paura, così come per la rabbia, la noia, la tristezza, etc. Accettazione intesa proprio come la disponibilità a rimanere presenti, consapevoli, in compagnia di qualsiasi esperienza si manifesti.

Gunaratana fa un interessante collegamento tra consapevolezza e salute mentale. Salute, ci dice, è la capacità di osservare ciò che sta realmente accadendo dentro di noi. Le sue parole aiutano a riflettere su quanto la sofferenza psichica non sia determinata da ciò che esperiamo, dalle emozioni o dai pensieri in sé ma da ciò che ce ne facciamo, dai nostri tentativi di negare, reagire, controllare. Sviluppare la consapevolezza dunque ci permette di comprendere come gli eventi ci fanno sentire, come reagiamo solitamente a essi, e magari aiutarci a trovare nuove strategie, più efficaci, per gestire le difficoltà.

La consapevolezza è un’attenzione “nuda”, osserva qualsiasi cosa così com’è. Mentre il pensiero cosciente “sovraccarica” la nostra esperienza di concetti e idee, la consapevolezza ci allena a cogliere la verità dell’esistenza imparando a vedere il continuo flusso, il movimento continuo e costante del cambiamento.

Il punto di vista della meditazione è che, solo attraverso l’accettazione della realtà delle cose così come sono, per quanto spaventose o dolorose possano essere, cambiamento, crescita e guarigione possono prodursi …”

 

Per approfondimenti:

Henepola Gunaratana, La Pratica della Consapevolezza in parole semplici, trad. it. di Neva Papachristou, Casa Editrice AstrolabioUbaldini Editore, Roma (1995).

Jon Kabat-Zinn, Vivere Momento per Momento, trad. it. A. Sabbadini, Corbaccio editore, 2016.

Commento critico dell’articolo di Chambers, Gullone e Allen (2009) – Mindful emotion regulation: An integrative review

di Alessio Congiu, specializzando 2° anno SPC Verona
a cura di Alberto Chiesa

Nel presente articolo, Chambers, Gullone e Allen (2009) passano in rassegna una gran mole di studi inerenti le pratiche basate sulla Mindfulness e gli interventi psicologici basati sulle tecniche cognitivo-comportamentali standard, mostrandone i fondamenti concettuali ed empirici. Nell’incontro tra ideologie di pensiero distinte, la scienza cognitiva, qui incarnata nel modello di regolazione emozionale di Gross (1998), viene posta quale spartiacque capace di delimitare le aree di divergenza tra queste due grandi prospettive d’intervento sul disagio emozionale. Da un lato troviamo gli psicologi cognitivisti che, rifacentisi agli assunti teorici materialisti di gran parte della cultura filosofica occidentale, esaltano il ricorso a tecniche finalizzate ad intervenire sul processo emozionale a livello dei processi di valutazione cognitivo-affettiva primari dell’esperienza emozionale (es., ristrutturazione cognitiva); dall’altra troviamo invece gli psicologi buddisti che, aventi negli assunti teorici metafisici della tradizione filosofica buddista il proprio quadro di riferimento concettuale, propongono tecniche di gestione dell’attenzione finalizzate ad intervenire a livello dei processi di valutazione cognitivo-affettiva secondari (es., atteggiamento accogliente e non giudicante). Ad un livello più superficiale di disputa, l’elemento di discussione diventa così il ruolo imputabile alla persona che si trovasse in balia di un’esperienza affettiva indesiderata, con i primi a rimarcare l’importanza della modifica strategica degli elementi cognitivi determinati la stessa esperienza emozionale (affective re-appraisal), ed i secondi a promuovere tanto l’inibizione della tendenza comportamentale della risposta emozionale (principio della non azione), quanto la modifica degli elementi cognitivi determinanti la “meta-emozione”, ossia l’esperienza emotiva dell’emozione stessa (principio dell’accettazione incondizionata). È parere di chi scrive che entrambe le prospettive omettano di riconoscere come un utilizzo dell’una o dell’altra tecnica che non si accompagni all’acquisizione dei fondamenti concettuali o degli scopi per cui queste fossero state proposte, possa far intendere entrambe le pratiche come forme di evitamento esperienziale.  Gli autori, a dire il vero, sottolineano questo particolare, ma soltanto in direzione della prospettiva della Mindfulness, non riconoscendo piuttosto come gli stessi esponenti della terapia cognitiva standard imputino un ruolo alla tecnica non slegabile dal fine più alto dell’accettazione incondizionata di ogni vissuto caratterizzante la propria esperienza (Ellis, 1962). Quanto infatti sembra differire tra le due prospettive sembra puramente il metodo utilizzato per la messa in discussione del giudizio che la persona starebbe attribuendo alla propria esperienza: mediante dialogo interiore, per la terapia cognitivo-comportamentale standard; mediante focalizzazione attentiva e distanziamento cognitivo, per i sostenitori delle pratiche di Mindfulness. Diversamente, come giustamente sottolineano gli autori, se una differenza rilevante potrà essere rintracciata, la si dovrà ritrovare nel modello di genesi dell’esperienza emotiva, con la prospettiva buddista riconoscente l’ontogenesi dei processi di valutazione cognitivo-affettiva primari nella presenza di una convinzione distorta circa colui che percepisce (Io), ciò che viene percepito (contenuto dell’Io) e processo percettivo stesso (processi dell’Io).

Nessuno mi può giudicare… Nemmeno io!

di Elena Bilotta

Una pratica di Mindfulness per imparare a modificare alcuni contenuti invalidanti della propria mente

 Non sono capace“, “Non valgo niente” , “Non sono intelligente“, “Non sono interessante“, “Sono un disastro“… Si potrebbe andare avanti per ore a elencare i giudizi che la nostra mente è in grado di formulare quando si sta attraversando un momento di difficoltà o si sta facendo esperienza di un’emozione difficile. Il giudizio che si attiva quando si prova una sensazione spiacevole che per qualche motivo è considerata sbagliata o fuori luogo, in clinica viene definito “problema secondario”. Il problema secondario non è chiamato così perché meno importante di quello “primario” (cioè l’emozione derivante da un evento scatenante), ma perché nasce proprio da esso, ne è cioè la valutazione diretta. Spesso, inoltre, rappresenta un importante fattore di mantenimento della problematica psicologica.

Facciamo un esempio: Luigi è un impiegato apprezzato dai colleghi per le sue doti e capacità. Un giorno, durante una riunione, gli viene chiesto di presentare alcuni dati relativi al lavoro di cui si sta occupando: Luigi prova immediatamente una forte ansia e agitazione corporea, diventa rosso e un insieme di pensieri catastrofici si affastellano nella sua mente, del tipo: “Andrà male”, “Non sono in grado”. Insieme all’ansia, Luigi prova anche vergogna e ha pensieri come: “Farò una figuraccia”, “Tutti si accorgeranno che sono arrossito”. Nonostante le difficoltà, le emozioni e i pensieri intensi, Luigi riesce a presentare in modo chiaro i dati del suo lavoro. L’ansia e la vergogna si abbassano dopo la performance, ma a questo punto Luigi inizia a valutare ciò che è successo, dicendosi: “Non avrei dovuto provare ansia, in fondo le cose le sapevo”, “Sono un debole, continuo ad agitarmi e a vergognarmi per queste cose”; o ancora: “Sono proprio un incapace, non ho speranze”. Questa valutazione giudicante e autoinvalidante sull’evento appena trascorso amplifica l’effetto negativo del vissuto primario, aggiungendovi il peso della tristezza da fallimento e dell’impotenza di fronte alle emozioni. Giudizi che rappresentano un importante ostacolo all’accettazione e alla regolazione emotiva primaria, e con ogni probabilità rimarranno l’unica “verità” che Luigi si porterà dietro fino alla prossima esposizione.

Identificare i propri giudizi ricorrenti è un passo fondamentale per poter prendere una  distanza critica da essi, imparare a gestirli e per migliorare, così facendo, la gestione del problema primario. Si può provare a farlo attraverso una pratica di Mindfulness.

Siedi comodamente su una sedia o su un cuscino da meditazione e osserva il tuo respiro per almeno 10 minuti. Ogni volta che arriva un pensiero o un’immagine in mente, riporta l’attenzione al respiro; non importa quante volte ti distrarrai, l’importante è ricominciare sempre dal respiro. Ora porta alla mente una frase che spesso ti ripeti quando ti stai giudicando. Osserva l’effetto che fa, a livello del corpo e della mente, portare alla coscienza questo giudizio. Fai spazio e continua a osservare. Ora prova a generare un “antidoto” al tuo giudizio. Elabora una frase colma di pensieri salutari, anche se all’inizio ti sembra strano o forzato. Prova a dirti qualcosa che per te sia credibile e che rifletta il più possibile la realtà dei fatti. Se, per esempio, sei abituato a dirti “sono un incapace”, forse dirti “sono capace” potrebbe non funzionare. Elabora un antidoto più ampio e rispettoso di te, come ad esempio: “Mi sto impegnando al massimo”, “Metto tutto me stesso in quello che faccio”, “Vivrò la mia vita con fiducia”.

Osserva cosa succede nel tuo corpo e nella tua mente quando interrompi l’automatismo del giudizio e inizia a rispettarti e a prenderti cura di te.

 

Per approfondimenti:

Il cuore saggio di Jack Kornfield

Chi è dipendente sa scegliere?

di Sabina Marianelli

Dal marcatore somatico di Damasio alla Mindfulness come allenamento delle capacità decisionali

Un soggetto dipendente sceglie? Sa scegliere? Sembra essere questa la domanda a cui è importante rispondere sia da un punto di vista concettuale che pratico. La persona sceglie intenzionalmente, da un lato sulla base di presupposti e motivazioni, soddisfacendo i criteri minimi perché la sua azione possa definirsi intenzionale; dall’altro, però, sembra che gli strumenti che usa per decidere siano compromessi, e non può fare a meno di comportarsi assecondando la compulsione a usare una sostanza o, comunque, a seguire un certo schema. Questo accade, da un punto di vista psicologico, a partire dai “bias percettivi” e cognitivi, come il “bias attentivo” che rende maggiormente saliente alla mente del soggetto tutto ciò abbia a che vedere con l’abuso, oppure la tendenza a rispondere all’affettività negativa usando un pattern prestabilito, la ricerca e il consumo della sostanza.

Possiamo assumere che un processo di decision making deficitario possa essere alla base del passaggio tra un’assunzione casuale di sostanze e un comportamento compulsivo e incontrollabile. La capacità di operare la scelta più vantaggiosa tra quelle possibili è una dimensione neuro-comportamentale che, correlata al comportamento impulsivo, è un tratto tipico delle condizioni di dipendenza. Alterazione della capacità di decision making e impulsività aumentano la possibilità di operare scelte o intraprendere comportamenti rischiosi soprattutto nel caso in cui gli svantaggi delle scelte non siano immediati ed evidenti. Tale alterazione può quindi portare a una sorta di “miopia per il futuro”, caratteristica delle condizioni di dipendenza, in cui l’abuso della sostanza avviene nonostante conseguenze in ambito legale, sociale, occupazionale e familiare.
Il processo decisionale (ad esempio quello di compiere una scelta tra due o più alternative), secondo Antonio Rosa Damasio, è spesso ben lontano da quello di un’analisi che consideri minuziosamente i pro e i contro di ciascuna scelta. Il più delle volte, in special modo quando abbiamo a che fare con problemi complessi, dai molteplici risvolti personali e sociali, siamo portati a utilizzare una strategia diversa che fa riferimento agli esiti di passate esperienze, nelle quali riconosciamo una qualche analogia con la situazione presente. Dette esperienze hanno lasciato delle tracce, non necessariamente coscienti, che richiamano in noi emozioni e sentimenti, con connotazioni negative o positive. Damasio chiama queste tracce “marcatori somatici”: “somatici” perché riguardano i vissuti corporei, sia a livello viscerale a che quello non viscerale; il termine “marcatore” deriva invece dall’idea che il particolare stato corporeo richiamato costituisce una sorta di “contrassegno”, o etichetta.

 

Lo psicologo portoghese riporta il caso di pazienti con danni nella regione prefrontale (in particolare ventrale e mediale) che sembravano aver perduto le capacità di provare alcune delle più comuni emozioni connesse al vivere sociale, mantenendo integre le altre facoltà cognitive superiori (attenzione, memoria, intelligenza): ciò comportava per loro l’incapacità di decidere in situazioni che riguardano i propri interessi o quelli degli altri. Un problema nella decisione, processo che si pensa squisitamente razionale e cognitivo, emerge dunque da una compromissione a livello emotivo. Questo ha sicuramente costituito una rivoluzione paradigmatica dello studio della psicologia.

 

Secondo Otto Gross, le strategie di regolazione emotiva sono processi che influenzano, appunto, la decisione dell’individuo su quali emozioni avere, quando averle, come esperirle e come esprimerle e si situano a vari livelli del percorso, dalla selezione della situazione fino alla valutazione cognitiva e infine alla manifestazione comportamentale dell’emozione.

L’ipotesi del marcatore somatico sostiene che lo stato somatico influenza la presa di decisione e la memoria di lavoro: l’influenza nei contenuti mostrati in quest’ultima aiuta ad approvare o rifiutare oggetti e opzioni di risposta che arrivano alla mente durante il processo della scelta. Anche solo la rappresentazione mentale di un evento futuro può attivare uno stato somatico, e può essere processato consciamente o a livello inconscio.
Indipendentemente da come gli stati somatici sono attivati, se da induttori primari o secondari, essi si attivano nel corpo in una somma di stati positivi e negativi, fornendo segnali al cervello che poi fornisce il substrato del sentire e in un secondo momento il substrato per influenzare la decisione. L’influenza può avvenire a due livelli:

  • covert, a livello dello striato, la persona risponde in maniera inconsapevole, automatico, senza una vera e propria decisione;
  • overt, a livello della corteccia prefrontale orbitofrontale e del cingolato anteriore, quando la persona focalizza un pensiero e un piano d’azione ed ha il controllo conscio di essa.

La mindfulness agisce sulla dipendenza ri-allenando il processo decisionale a entrambi i livelli e funzionando come un meta-processo di regolazione emotiva centrata sulla consapevolezza e sull’accettazione: secondo Katie Witkiewitz, un training mindfulness può rompere il ciclo automatico stimolo-risposta, aumentando consapevolezza, accettazione del disagio fisico e affettivo, riducendo la reattività agli indicatori relativi al craving, favorendo risposte più adattive agli stressors e migliorando la regolazione emotiva, il controllo cognitivo e le funzioni esecutive. Questi cambiamenti aiutano la riduzione sia dell’interazione tra fattori di rischio che  all’immediata reazione ad essi.