Misofonia e dintorni

di Monica Mercuriu

Nell’ultimo decennio c’è stato un crescente interesse per la reazione di fastidio nei confronti di suoni specifici, che si traduce in un’estrema risposta emotiva

 Roberta è una ragazza di 13 anni affetta da Sindrome di Tourette. Frequenta la classe terza media e racconta che il momento peggiore della sua giornata è la cena insieme alla sua famiglia. Roberta è felice di ritrovarsi a tavola con suo fratello, suo padre e sua madre, ma appena si siede a tavola sa che inizierà a percepire dei fastidiosi suoni: è la mamma che, mangiando, secondo Roberta produce rumori odiosi e intollerabili.
Roberta inizia quindi a urlare e ad emettere una serie di tic per cancellare quei suoni insopportabili, ma questo non basta a far cessare il fastidio: la rabbia e l’insofferenza aumentano a dismisura. La madre smette di mangiare, è costretta ad alzarsi dalla tavola e Roberta resta lì, sola, arrabbiata, e allo stesso tempo si sente in colpa. Adora stare con la madre, eppure in quei momenti la odia profondamente.

Nell’ultimo decennio, c’è stato un crescente interesse per la misofonia, una condizione caratterizzata da una reazione di fastidio (miso-) per suoni specifici (-phonia), che si traduce in un’estrema risposta emotiva.
Qualsiasi suono può agire come trigger acustico, sebbene la maggior parte dei pazienti sia sensibile a suoni orali e suoni nasali (ad es. masticare, russare, canticchiare) o rumori ambientali (ticchettio, clic con penna, ecc.) .
I suoni trigger sono spesso specifici per una situazione o persona e le risposte emotive vanno dal disagio alle esplosioni gravi di  rabbia, con emozioni negative segnalate sia  verso l’individuo che produce il suono sia verso la situazione ambientale, unitamente a una sensazione di perdita di controllo, che può sfociare in aggressioni verbali e, nei casi peggiori, in  aggressioni fisiche.
Tale reazione è stata riscontrata molto frequentemente nei soggetti affetti da Disturbo ossessivo compulsivo, disturbi da tic, sindrome di Tourette, disturbo dello spettro autistico.

Uno studio molto recente, condotto da Francesco Cardona e collaboratori, ha messo in evidenza alcune caratteristiche fondamentali di questo fenomeno, analizzando le reazioni di giovani pazienti in età pediatrica, affetti da Disturbo cronico da tic.
Una prima differenziazione fondamentale dev’essere fatta con l’iperacusia, dove lo stimolo ambientale viene percepito dal soggetto come doloroso, producendo un disagio fisico importante; l’intensità della reazione è modulata dalle caratteristiche di quel suono (frequenza e volume).
Nella misofonia invece, la reazione emotiva non può chiaramente essere spiegata dalle caratteristiche fisiche del suono: molto spesso i pazienti riferiscono di reazioni a suoni quasi impercettibili (suoni durante la masticazione, suoni pronunciati all’interno o alla fine di una parola, suoni legati alla respirazione).
Il neuroscienziato Sukhbinder Kumar e altri hanno ipotizzato un’interferenza alterata con attivazione anormale della connettività funzionale della corteccia insulare anteriore (implicata nell’elaborazione emotiva) in risposta a stimoli misofonici, proponendo che ciò possa mediare l’eccitazione fisiologica e influenzare le emozioni associate con suoni altrimenti innocui.
La misofonia, all’interno di un disturbo neuro comportamentale come la Sindrome di Tourette, costituisce un’importante comorbidità che, aggiunta alla presenza di DOC, DDAI ed alle problematiche comportamentali legate alla gestione della rabbia, rende la situazione dei piccoli pazienti e delle loro famiglie, spesso critica e faticosa.

I pazienti che presentano questa condizione sono portati a emettere numerosi tic in risposta al trigger acustico, con l’intento di cancellare il fastidio percepito e trovare sollievo rispetto alla situazione dolorosa in cui si trovano; altre volte, vi sono vere e proprie crisi comportamentali, caratterizzate da rabbia sia verbale che fisica, rivolta verso la persona fonte del suono, che  nella maggior parte dei casi è uno dei genitori. Tali reazioni sono a elevato impatto emotivo sia per il bambino sia per la famiglia, e portano all’instaurarsi di circoli viziosi che, invece di favorire una risoluzione o un parziale contenimento del problema, lo esasperano o mantengono nel tempo.
Non ci sono ancora studi completi sul trattamento di questo fenomeno, sia la farmacoterapia sia la psicoterapia cognitivo comportamentale, attraverso l’utilizzo di tecniche come l’Esposizione con Prevenzione della Risposta (ERP), possono risultare efficaci per alleviare il sintomo ed agire in maniera efficace sul paziente e sull’ambiente familiare.

 

Per approfondimenti

Misophonia in Children with Tic Disorders: A Case Series

Sally Robinson, PhD,* Tammy Hedderly, MD,* Giulia Conte, MD,† Osman Malik, MD,*

Francesco Cardona, MD†; (J Dev Behav Pediatr 0:1–7, 2018)

Bambini silenziosi

di Monica Mercuriu

Aspetti controversi del mutismo selettivo

Il mutismo selettivo è un disturbo legato all’ansia, caratterizzato dall’incapacità del bambino di parlare in determinate situazioni, le cui cause non sono ritardo mentale, deficit neurologico, linguistico o uditivo.

Questo tipo di disturbo è caratterizzato dall’uso appropriato della lingua parlata in alcune situazioni, con una totale e persistente assenza dell’uso del linguaggio altrove; molto spesso il bambino parla liberamente a casa mentre è muto a scuola e in altri contesti sociali.

Nel 1934, lo psichiatra infantile svizzero Moritz Tramer descrisse il caso di un bambino di otto anni che si rifiutava di parlare in determinate situazioni e introdusse l’espressione “mutismo elettivo”, che intendeva sottolineare la mancanza di contatto verbale, come una scelta consapevole delle persone affette da questo disturbo.
Negli anni ’90 si sono sviluppate in letteratura molte teorie al riguardo, alcune delle quali sottolineavano un atteggiamento di insubordinazione e di testardaggine delle persone con mutismo elettivo, o mettevano in evidenza la presenza  di un comportamento manipolatorio e di controllo da parte di genitori con stile di parenting iperprotettivo.

Nelle ultime edizioni del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV, DSM-IV-TR e DSM-5), l’espressione “mutismo elettivo” è stata sostituita da “mutismo selettivo” per evidenziare come il fenomeno del mutismo, che consiste nella selettività del parlato che si applica solo ad alcuni (selezionati) e non a tutti gli ambienti sociali, non può essere combinata con la manipolazione consapevole dell’ambiente agita. Inoltre, è stato rimosso dalla sezione dedicata ai “Disordini dell’infanzia e dell’adolescenza” e inserito in quella relativa ai “Disturbi d’ansia”. Ciò ha comportato due importanti cambiamenti in termini d’interpretazione dei sintomi del mutismo selettivo: da una parte evidenziando l’eziologia ansiosa del disturbo e dall’altra aprendo la possibilità alla diagnosi di mutismo selettivo anche negli adulti, come speciale categoria dei disturbi d’ansia.

Il mutismo selettivo è un disturbo poco diffuso, con una prevalenza che varia tra lo 0.03 e l’1%, e sembra avere una frequenza maggiore nelle femmine rispetto ai maschi con rapporto di 2 a 1. L’età dell’esordio varia dai 2 ai 6 anni, dopo una produzione del linguaggio nella norma, e viene solitamente diagnosticato dopo l’inserimento dei bambini nella scuola elementare, anche se è molto probabile che si sia già manifestato negli anni della scuola materna.

Gli studi di follow-up sono limitati ma indicano che una parte consistente di questi bambini ha problemi di comunicazione persistenti, sintomi nello spettro dell’ansia e bassa auto-efficacia.

I dati epidemiologici indicano, inoltre, che nei bambini con sintomi di mutismo selettivo si riscontrano frequentemente criteri per altri disturbi mentali, come depressione, disturbo di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo dissociativo o disturbi dello spettro autistico.

Nel 2000, Hanne Kristensen sottolineava come disturbi d’ansia non costituiscono la comorbidità dominante osservata in pazienti con mutismo selettivo. Secondo la psicoterapeuta danese, evitare il contatto verbale poteva essere un meccanismo per “mascherare” le difficoltà dovute anche alla presenza di vari deficit evolutivi o neurocognitivi: la studiosa affermava che gli effetti non adeguati della terapia possono derivare dal fatto che le terapie più comunemente utilizzate (farmacologica e comportamentale) per questo disturbo agiscono prevalentemente sulla componente ansiosa del disturbo e non intervengono sulle componenti associate a deficit di elaborazione uditiva, deficit neurocognitivi o deficit cognitivo-sociali, che possono presentarsi in un numero considerevole di bambini. Anche secondo gli studiosi israeliani Yael Henkin e Yair Bar-Haim, i deficit di elaborazione uditiva dovrebbero essere presi in considerazione nella diagnosi e nel trattamento del mutismo selettivo.

Allo stato attuale della ricerca sulla patogenesi e la psicopatologia di questo disturbo, il concetto di mutismo selettivo come tipologia di fobia sociale all’interno dello spettro del disturbo d’ansia è molto convincente (nel DSM-5, il mutismo selettivo viene interpretato come una forma estrema di fobia sociale).
All’interno di questa categoria, è possibile rintracciare un gruppo non omogeneo di disturbi diversi per eziologia e decorso. Tra gli aspetti psichiatrici del disturbo, la componente dell’ansia appare prioritaria, anche se è spesso possibile osservare un’importante presenza di comorbidità con deficit dello sviluppo o disfunzione dell’elaborazione uditiva che ne determinano un decorso tipico e ostacolano, a volte, l’efficacia delle terapie ad oggi più comunemente utilizzate per il trattamento del disturbo.

Per approfondimenti :

Holka-Pokorska1, A. Piróg-Balcerzak, M. Jarema. The controversy around the diagnosis of selective mutism – a critical analysis of three cases in the light of modern research and diagnostic criteria . Psychiatr. Pol. 2018; 52(2): 323–343

Un “like” che ti cambia la vita

di Monica Mercuriu

Studi sulle risposte neurali e comportamentali negli adolescenti ai social media

Elisa è una ragazza di 15 anni, bella e intelligente, ma questo lei lo ignora da tempo. Elisa trascorre gran parte della giornata al telefono, postando foto su Instagram, controllando quanti like riceve al minuto e cercando di capire come sorprendere i suoi followers con la prossima foto.

Molta della sua autostima dipende da quei like, che per lei rappresentano l’approvazione, l’ammirazione dei suoi pari, e poco importa se a volte ciò che mostra nella foto è sanzionabile o rischioso: un tornaconto in termini di  popolarità è ciò che lei si aspetta di ottenere.

Elisa è, come tanti altri adolescenti, un fruitore entusiasta e attento dei vari social media che spopolano nel web. Se circa il 90% dei giovani adolescenti americani si dichiara un utente attivo, molte domande sorgono circa gli effetti dell’uso dei social media su un cervello in via di sviluppo come quello di un adolescente. Tuttavia sono pochi gli studi che hanno effettivamente analizzato i meccanismi neurali alla base del loro uso.

L’adolescenza è particolarmente importante per lo sviluppo cognitivo e sociale: è un periodo delicato della vita, durante il quale i giovani sono sintonizzati in modo univoco con la complessità delle relazioni interpersonali. Regioni sottocorticali funzionalmente associate all’elaborazione delle emozioni e alla ricompensa subiscono notevoli cambiamenti e riorganizzazione durante la pubertà; il sistema dopaminergico e
le regioni correlate nello striato sono potenziali meccanismi alla base di due caratteristiche importanti dell’adolescente: l’escalation nei comportamenti a rischio e l’aumento del desiderio di trascorrere del tempo con i pari e guadagnarne l’approvazione.

Uno degli strumenti dei social media è la possibilità di mettere un like a un’immagine, un  testo o altri tipi di informazione, consentendo una semplice e rapida misura di approvazione da parte dei pari. Per gli adolescenti, particolarmente attenti all’opinione pubblica, questa “sostenibilità sociale quantificabile” può fungere da potente motore.

Un interessante studio, condotto all’Università della California da Lauren E. Sherman e collaboratori, ha studiato i correlati neurali della visualizzazione di fotografie con molti o pochi like per valutare il ruolo dell’approvazione sociale quantificabile nell’influenza tra pari. Sono stati reclutati campioni di adolescenti per partecipare a un social network interno che simulava Instagram: i partecipanti hanno postato le proprie fotografie credendo che tutte le immagini sarebbero state viste e valutate dagli altri partecipanti. I ricercatori hanno ipotizzato che il numero di like visualizzato sotto ogni foto potesse influire sulle risposte dei partecipanti; in modo particolare, i partecipanti avrebbero dovuto gradire di più le foto che avevano ottenuto più like, astenendosi dal gradire le foto meno popolari. I ricercatori hanno inoltre ipotizzato un’attivazione neurale maggiore del nucleus accumbens negli adolescenti che guardavano le proprie foto con maggior numero di like.

E così è stato: i risultati dello studio hanno mostrato come gli adolescenti erano più propensi ad amare una fotografia – anche se raffigurante comportamenti rischiosi come fumare marijuana o bere alcolici – se aveva ricevuto più like dai coetanei e questo effetto era particolarmente forte per le foto che loro stessi avevano fornito.

L’adolescenza è un periodo della vita durante il quale l’auto-presentazione è particolarmente importante, anche sui social media, quindi questo effetto significativamente maggiore può riflettere l’importanza relativa alla presentazione di sé e fornire alcuni feedback agli altri. Le regioni di maggiore attività comprendevano aree implicate nella cognizione sociale e nei social memories, tra cui il precuneus, la corteccia prefrontale mediale e l’ippocampo così come il giro frontale inferiore, implicato nell’imitazione. Per le fotografie dei partecipanti e degli altri, è stata osservata una maggiore risposta della corteccia visiva a molti like. L’attivazione aumentata suggerisce che i partecipanti possono avere scansionato le immagini popolari con maggiore attenzione. Presi insieme, i risultati di imaging suggeriscono che gli adolescenti percepiscono le informazioni online in modo qualitativamente diverso quando credono che queste informazioni siano valutate più gradite dai pari.

Inoltre, quando gli adolescenti hanno osservato fotografie rischiose (rispetto a quelle non rischiose), l’attivazione nella rete di controllo cognitivo è diminuita. Questi risultati evidenziano i possibili meccanismi alla base dell’influenza dei pari durante l’adolescenza e costituiscono una base di ricerca importante per comprendere i fenomeni di adesione a comportamenti rischiosi attraverso la socializzazione non attiva ma virtuale.

Per  approfondimenti

The power of the “like” in adolescence: Effects of peer influence on neural and behavioral responses to social media

Lauren E. Sherman1,2, Ashley A. Payton3, Leanna M. Hernandez2,3, Patricia M. Greenfield1, and Mirella Dapretto.

Psychol Sci. 2016 July ; 27(7): 1027–1035. doi:10.1177/0956797616645673.