Vita di coppia: litigare con lealtà

di Sonia Di Munno

I valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono connessione, prendersi cura e collaborazione. La terapia di coppia con tecniche ACT

“Ci sono due tipi di coppie: quelle che non litigano mai e quelle che non conosci davvero bene”.  Così scrive argutamente Russ Harris, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e principale esponente della Acceptance and Commitment Therapy (ACT), sulle relazioni di coppia.
L’ACT è un approccio di terza generazione della psicoterapia cognitivo comportamentale che pone l’accento su due fattori cardine per il benessere psicologico: l’accettazione e l’impegno che conducono alla flessibilità psicologica. La ricerca scientifica sta dimostrando che più alto è il nostro livello di flessibilità psicologica, migliore sarà la nostra qualità di vita. La flessibilità psicologica è definita come “l’abilità di adattarsi a una situazione con apertura e consapevolezza, di focalizzarsi e di intraprendere un’azione efficace guidata dai propri valori”. Essa è composta da due aspetti: essere psicologicamente presenti (mindfulness) e intraprendere azioni efficaci (motivate, orientate, consapevoli, flessibili e adattabili).
Ricerche di John Gottman e Nan Silver su un cospicuo campione di coppie hanno trovato che ciò che rende una relazione salutare non è la quantità di litigi, ma il modo in cui si litiga; per cui quando il litigio è amichevole con un po’ calore e tenerezza, le ferite saranno lievi e guariranno velocemente.
I loro dati mostrano anche che uno dei fattori chiave per una relazione sana è la presenza dei “tentativi di riparazione”, cioè ogni gesto, parola e azione destinati a riparare la relazione. La ricerca di Gottman afferma che persino quando le coppie litigano molto, ma lo fanno lealmente e sono presenti tentativi di riparazione, la loro relazione può essere molto sana e gratificante. Affinché questi tentativi vadano a buon fine, entrambi devono capirne il valore del “dare” e del “ricevere”. Anche chi “riceve” deve essere in grado di apprezzare e non respingere i tentativi del partner. Il conflitto è inevitabile, ma lottare lealmente, riparare, praticare la compassione, chiedere con gentilezza, lo renderanno meno distruttivo.
Verrebbe da pensare: ma come si fa a litigare senza disprezzo e critica ma lealmente e in modo compassionevole? Su questo la terapia ACT, impostando lo stile di vita personale e di coppia su valori personali e obiettivi, attraverso tecniche che ci allontanano dall’essere troppo incentrati sui nostri pensieri (come la defusione e l’espansione) e guardando il momento presente (mindfulness), porta il suo cospicuo contributo. Molto importante è anche sfatare i falsi miti sull’amore proposti dai film e dalle favole, che non fanno altro che allontanarci dalla realtà dei fatti. Ci sono cinque modalità fondamentali che allontanano i partner: la disconnessione, la reattività impulsiva, l’evitamento, rimanere dentro la propria mente e trascurare i propri valori. Di contro, a queste comuni modalità che ci allontanano non solo dal nostro partner, ma anche da quello che idealmente vorremmo essere noi come partner, possiamo applicare altri sistemi più funzionali e soddisfacenti come: mollare la presa, aprirsi, dare valore e impegnarsi attivamente. Fondamentali nella terapia ACT sono i valori personali, dove per valori si intende i desideri più profondi rispetto a ciò che si vuole fare e al significato che si vuole attribuire al tempo passato su questa terra. Vivere una vita seguendo i propri valori ci fa sentire liberi, leggeri e aperti alla vita; questi sono anche comportamenti desiderati che riguardano un processo continuo nell’arco della propria vita, non sono una meta ma una direzione. Nelle relazioni, i valori principali per avere un rapporto soddisfacente sono essenzialmente tre: connessione, prendersi cura e collaborazione. Oltre a questi, ce ne sono tanti altri, ma avere una carenza in queste tre aree porta a lungo andare a un impoverimento della relazione e una sua rottura. Questi tre valori sono alla base dell’amore, del calore e dell’intimità e conducono a una maggiore connessione con il partner e ad un dialogo aperto, curioso e tollerante.
Tutto ciò non è così facile, bisogna imparare a tollerare delusioni, ansia, preoccupazioni, tristezza; emozioni che comunque fanno parte dell’esperienza umana. Fare spazio anche alle emozioni negative e non avere pregiudizi su di esse ci permette di vivere la vita nelle sue sfaccettature e non essere spaventati o arrabbiati quando le proviamo.
La terapia ACT, che si basa principalmente su un intervento esperienziale, propone tanti esercizi, tante situazioni in cui mettersi in gioco e tante riflessioni da applicare in maniera pratica. È un viaggio dentro di sé e verso l’altro. La disponibilità a imparare, crescere, adattarsi, abbracciare la realtà (anche quando è spiacevole), mettersi in discussione, affrontare le differenze, ecc., farà in modo che la flessibilità psicologica aumenti e che si possa vivere appieno la propria vita in tutte le sue umane sfaccettature.

Per approfondimenti

“Se la coppia è in crisi.Impara a superare frustrazioni e risentimenti per ricostruire una relazione consapevole”, 2011; Russ Harris, FrancoAngeli

Gottman J., Silver N. (1999), Intelligenza emotiva per la coppia, Milano, Rizzoli

“Perché non sono quando non ci sei”

di Caterina Parisio

Dipendenza: da fenomeno fisiologico a psicopatologia

 Nella notte tra l’11 e il 12 settembre 1902, Mathilde Tulla Larsen, amante del celeberrimo pittore Edward Munch, in seguito al suo ennesimo rifiuto a sposarla, fece giungere all’artista la notizia che ella era in fin di vita a causa di un’overdose di morfina. Quando Munch giunse a casa di Tulla, la trovò avvolta in un sudario e distesa in una bara, circondata da candele. Vedendolo, ella si sollevò stremata gridando: “Era l’unico modo per farti giungere a me!”.
Curiosa, a tratti comica, la scenetta di Tulla ed Edward, profondamente triste e tragica nella sua verità: quando una relazione si trasforma in qualcosa di tossico.

Esiste un momento preciso durante il quale una relazione approda a una dimensione patogena e patologica? Vari autori sottolineano la necessità di distinguere la dipendenza come fenomeno fisiologico dalla dipendenza intensa come Disturbo di Personalità. John Birtchnell considera la dipendenza negli adulti l’equivalente dell’attaccamento nei bambini e sottolinea come essa possa essere normale in alcune situazioni come le malattie invalidanti o nell’infanzia. L’autore evidenzia, come caratteristica del disturbo, l’incapacità di stabilire una propria identità separata da quelle delle figure di riferimento.
La dipendenza può, del resto, essere considerata come un atteggiamento etologicamente adattivo e appropriato in alcuni contesti, che spinge verso la ricerca di protezione da parte di un altro ritenuto più forte, ma che può determinare, in alcune situazioni cliniche, una grave menomazione del funzionamento personale e sociale.
La dipendenza problematica, legata alla stabilità di relazioni interpersonali disadattive, non configura sempre un Disturbo Dipendente di Personalità, ma è una dimensione comune a vari funzionamenti psicopatologici. La richiesta continua di rassicurazione, l’impossibilità di esprimere disaccordo e il prestarsi a compiti spiacevoli, sono modalità finalizzate al mantenimento della dipendenza dalle figure significative; sottomissione, l’essere facilmente feriti dalla critica e dalla disapprovazione, l’aggrapparsi alle relazioni sono, invece, manovre difensive tipiche del disturbo.

Gli stati mentali caratteristici di pazienti con DDP oscillano tra stati di autoefficacia, in cui il soggetto ha di sé un’immagine positiva, forte e adeguata, e stati di vuoto terrifico disorganizzato, in cui predomina una rappresentazione di sé inadeguato e fragile.

Il sé fragile è caratterizzato da temi di minaccia, solitudine, abbandono e perdita. La sensazione costante è quella di essere incapace a fronteggiare gli eventi da solo; è pervasiva la necessità di essere presenti nella mente dell’altro, di avere una profonda condivisione e sintonia. La fragilità si esprime nel timore costante di abbandono.

Se da un lato, il mantenimento della dipendenza consente la permanenza di una rappresentazione di sé come competente (ma non annulla quella di un sé debole), dall’altro, la rottura della dipendenza genera lo stato mentale temuto di vuoto disorganizzato. È caratterizzato da temi di pensiero di abbandono e perdita e da assenza di desideri attivi.

La dipendenza non è legata a un semplice bisogno di aiuto e rassicurazione contro le paure, ma è ciò su cui si basa la regolazione delle scelte, permette di percepire scopi e desideri, contrasta sensazioni terrificanti di vuoto: è la dipendenza che fa sentire vivo il soggetto! Combattere la dipendenza in questi pazienti è come voler riabilitare la muscolatura di un arto dopo la frattura, riducendo il funzionamento dell’arto sano. Sarà un lungo lavoro di potenziamento dei processi di riconoscimento dei propri scopi e di regolazione dei piani a equilibrare la dipendenza sintomatica versa una forma più funzionale.

Quando Munch, giunto a casa dell’amante, comprese l’inganno, sembra che disgustato decise di allontanarsi, ma ella, disperata, impugnò un revolver per uccidersi.

Ah Tulla, ad averti avuta in terapia chissà, forse avresti regolato meglio le tue scelte!

Per approfondimenti

Giancarlo Dimaggio, Antonio Semerari (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Ed. Laterza

Quiz: la vostra è una relazione sana?

di Erica Pugliese

Cosa definisce un amore sano? Ce lo spiega la nota psicologa, ricercatrice e scrittrice Sue Johnson con la sua Teoria Focalizzata sulle Emozioni, secondo la quale sentirsi sicuri, accettati e connessi emotivamente l’uno all’altro sono gli ingredienti fondamentali di una relazione soddisfacente

Amare è un bisogno primario, come l’ossigeno o l’acqua, un’esperienza meravigliosa ricca d’insegnamenti e stimoli alla crescita ma che può trasformarsi in una delle più devastanti fonti di dolore, come quando si viene lasciati mentre si ama oppure quando uno o entrambi i partner maltrattano l’altro o si dimostrano per niente o poco disponibili. Ci si può trovare, così, a lottare da soli nella relazione, nonostante i costi pagati più o meno consapevolmente. Questa condizione, definita come “dipendenza affettiva”, ha conseguenze anche gravi in diverse aree della vita della persona, come quella lavorativa, familiare e sociale. Ma la dipendenza non è sempre una caratteristica negativa, anzi, sentirsi legati a qualcuno è un’esperienza positiva e universalmente ricercata in tutte le culture.
Sue Johnson, psicologa clinica e fondatrice della Teoria Focalizzata sulle Emozioni, afferma che la chiave di una relazione intima positiva e duratura è quel senso di sicurezza provato da entrambi i partner, inteso come la loro capacità di connettersi e riconnettersi con lo stesso ritmo, come accade quando si danza.

Quando siamo sicuri con l’altro:

  • Ci sentiamo a nostro agio vicino a quella persona e sereni di poter dipendere dal nostro amato.
  • Siamo più disponibili a richiedere supporto e a offrirlo.
  • Siamo meno aggressivi e ostili quando ci arrabbiamo con il partner.
  • Siamo in grado di comprendere meglio ciò che desideriamo noi e gli altri.
  • Ci sentiamo più indipendenti e in grado di gestire meglio eventuali separazioni, risolvere i problemi e raggiungere traguardi.

L’autrice ha costruito un breve questionario – presentato di seguito – finalizzato a conoscere il grado di connessione emotiva dei partner. Il questionario è suddiviso in tre parti, per un totale di 15 affermazioni.

Per ciascuna di esse va indicato con “V” quando è vera o con “F” quando è falsa e assegnato un punto solo alle affermazioni vere. Il questionario può essere completato da soli e il partner rifletterà per conto suo sulla relazione. Oppure può essere compilato e discusso insieme al partner.


Dal tuo punto di vista, il tuo partner è accessibile?

  1. Posso ottenere facilmente le attenzioni del mio partner V F
  2. Il mio partner si connette facilmente con le mie emozioni V F
  3. Il mio partner mi dimostra che io sono la sua priorità V F
  4. Non mi sento sola o esclusa in questa relazione V F
  5. Posso condividere i miei sentimenti più profondi con il mio partner. Lui/Lei mi ascolta V F

Dal tuo punto di vista, il tuo partner risponde positivamente ai tuoi bisogni?

 

  1. Se ho bisogno di contatto e conforto, Lui/Lei me lo offre V F
  2. Il mio partner risponde positivamente quando sento il bisogno di averlo vicino V F
  3. Penso di potermi appoggiare al mio partner quando mi sento ansioso o insicuro V F
  4. Tutte le volte che noi litighiamo o che non ci troviamo in accordo, Io so di essere importante per il mio partner e che troveremo una soluzione insieme V F
  5. Quando ho bisogno di ricevere rassicurazioni su quanto sono importante per il mio partner so di poterle ottenere V F

Siete positivamente connessi dal punto di vista emotivo?

  1. Mi sento molto a mio agio quando sono vicino al mio partner, mi fido di Lui/Lei V F
  2. Posso confidare al mio partner quasi tutto V F
  3. Mi sento al sicuro, anche quando siamo lontani, so che siamo connessi l’uno/a con l’altra/o V F
  4. So che il mio partner si prende cura della mia felicità, dei miei dolori e delle paure V F
  5. Mi sento abbastanza sereno nel rischiare di espormi emotivamente con il mio partner V F

Se la somma delle affermazioni vere è maggiore o uguale a 7, vuol dire che tu e il tuo partner avete un legame abbastanza sicuro e positivo.

Se invece hai raggiunto un punteggio inferiore a 7, vuol dire che il vostro legame va meglio approfondito: comprendere i confini tra te e il tuo partner e condividere come lo vedi è il primo passo per iniziare a creare la connessione della quale entrambi avete bisogno. La percezione di quanto il tuo partner è accessibile, responsivo e connesso emotivamente e quanto la relazione è stata valutata sicura coincide con la sua di percezione? Prova a ricordare che il tuo partner sta descrivendo quanto si sente sicuro ora nella relazione con te e non se tu sia un partner più o meno perfetto. Potete parlare a turno di ciascuna affermazione o risposta che sembra importante per voi. L’ideale sarebbe parlare circa cinque minuti a testa.
Se ti senti a tuo agio, prova a esplorare le affermazioni e le risposte che ti hanno attivato emozioni intense. Prova a farlo con lo spirito di aiutare il tuo partner a sintonizzarsi con i tuoi sentimenti.
Lui/Lei non sarà capace di farlo se entri in una modalità negativa, quindi evita critiche e colpevolizzazioni. Anche in questo caso, è indicato parlare cinque minuti a testa senza interruzioni dell’altro.

Ora che hai un’idea di ciò che l’amore e la dipendenza positiva sono, sai anche se ti trovi in una relazione patologica.

Se sei in una relazione intima negativa e non sai come uscirne, chiedi aiuto. Parlarne è il primo passo per ritornare a stare bene.

 

Per approfondimenti

Johnson, S. (2011). Hold me tight: your guide to the most successful approach to building loving relationships. Hachette UK.