Collaborare per difendersi dai lupi

di Roberto Petrini

La cooperazione genera legami, aumenta fiducia e tolleranza, ma è un “bene” fragile molto facile da logorare e difficile da ricostituire

Se un comportamento perdura nel tempo, significa che è al servizio della sopravvivenza della specie che ne è depositaria. Negli animali, l’aggressività seleziona i migliori, regola la gerarchia all’interno dei gruppi, serve alla conquista e alla difesa del territorio. Essi, però, si accordano nel non superare certi limiti (aggressività ritualizzata): il lupo assale l’avversario ma non lo morde mai alla gola, il cervo non colpisce mai il fianco del rivale ma si scontra solo frontalmente.
L’animale più violento in natura è quello più vicino a noi, cioè la scimmia e come l’uomo ha poca pietà per i suoi simili. L’uomo, addirittura, compie massacri senza essere presente sui luoghi del crimine e così non è nemmeno più esposto al dolore e ai rimorsi.
Fortunatamente, competere non è stata mai l’unica soluzione per accedere alle risorse materiali, per risolvere i conflitti, per accedere ai ranghi superiori. Oltre alla selezione naturale e alla mutazione, ha operato come principio fondamentale dell’evoluzione la cooperazione.
La caccia al cervo è un esempio di come il gruppo degli uomini è cresciuto collaborando. Lo psicologo evoluzionista Michael Tomasello lo spiega così: “Nella caccia al cervo, ognuno preferisce collaborare in vista delle ricompense che questo porterà a ciascun individuo e al gruppo. Il problema è come poter arrivare al punto di unire le forze. E non è una faccenda da poco, dato che ciò che io faccio in situazioni del genere dipende da ciò che penso, farai tu e viceversa, ricorsivamente, il che significa che dobbiamo essere in grado di comunicare tra noi in modo soddisfacente e di fidarci l’uno dell’altro”.
Continua esponendo cosa occorre per passare al comportamento collaborativo, individuando tre condizioni essenziali:

  • abilità e motivazioni per l’intenzionalità condivisa;
  • tolleranza e fiducia reciproca;
  • presenza di norme sociali pubbliche.

Collaborare significa percepirsi di pari valore e lavorare insieme per un vantaggio comune e dimostrarsi cooperativi e pronti ad aiutare gli altri spesso porta a ricevere in cambio altre offerte di aiuto e collaborazione. Un altro fattore che spinge in direzione della cooperazione è costituito dalle norme e dai valori del gruppo come anche l’essere sottoposti al giudizio altrui.
È oramai chiaro che le disuguaglianze crescono insieme a tutti gli effetti collegati a essa, per primo la riduzione della mobilità sociale e l’accesso equo alle risorse. La norma ha perso potere e spesso non riesce a garantire che sia tutelata la giustizia, quindi diminuisce la fiducia nel prossimo: la nostra propensione all’altruismo e ai legami si logora, i circoli, gli oratori, le sedi di partito si svuotano.

La competizione falsata tipica delle politiche neoliberiste promuove economie consumistiche di cambiamento che rovinano i legami sociali e incoraggiano le rotture a discapito della mediazione e del ricongiungimento, con il risultato di un capitale sociale che s’impoverisce sempre di più.
La disuguaglianza viola la nostra aspettativa di giustizia e logora i beni relazionali.
Solo disponendosi in cerchio i cavalli selvatici si difendono dai lupi.

Per approfondimenti:

Tomasello M. (2010). “Altruisti nati”. Bollati Boringhieri

Tomasello M. (1999). “Le origini culturali della cognizione umana”. Tr. It. il Mulino, Bologna 2005

Liotti, Fassone, Monticelli (2017) “L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali” R. Cortina editore

S.O.S. cameretta: la vergogna

di Roberto Petrini

Uno spazio per pensare, per cercare di capire, ma anche per giudicare successi e insuccessi rispetto a un obiettivo

La vergogna è un’emozione spiacevole e intensa, da ridimensionare al più presto. Se ci vergogniamo, proviamo un forte stimolo a nasconderci, sentiamo anche forte rabbia e dolore, ci sentiamo inadeguati, indegni, incapaci. La vergogna sconvolge l’attività in corso e ci costringe a concentrarci su di noi.
Charles Darwin ha ripetutamente scritto che la vergogna dipende dalla sensibilità alle opinioni altrui, buone o cattive. Il non essere all’altezza di uno standard di condotta, di un modello, di una norma, genera questa emozione morale, dove ci si vede piccoli, impotenti, bloccati e feriti. Diveniamo consapevoli della nostra inadeguatezza e proviamo una sorta di disprezzo nei confronti della nostra immagine, la svalutiamo.
La vergogna viene spesso erroneamente confusa con la colpa. Se il messaggio è “attenzione, stai trasgredendo, devi rimediare!” si tratta indubbiamente di colpa perché nella vergogna il comando è molto più violento ed è un giudizio globale negativo che blocca o spinge a nascondersi o a fuggire.
Abbiamo modelli di riferimento e sistemi di valori che ci dicono quando trasgrediamo o se facciamo una determinata azione con successo. Ci sono persone che usano criteri troppo esigenti per giudicare sé stesse e altre che incolpano sempre gli altri per gli insuccessi e si prendono il merito dei successi.
Genitori con alte pretese crescono, a loro volta, figli che pretendono molto da sé stessi: quando non sono all’altezza, si sentono a disagio e se si considerano i responsabili del fallimento, provano vergogna. La vergogna è uno strumento efficace per far interiorizzare valori e modi di comportamento e di condotta, ma se indotta in modo eccessivo diviene motivo di disagio.
L’uso della mimica del disgusto-disprezzo per far sì che il bambino provi vergogna ha i suoi vantaggi (evita di alzare la voce e di fare scenate in pubblico, di usare punizioni corporali) come la minaccia del ritiro dell’amore paterno o materno, ma questi metodi generano attribuzioni globali negative, cioè l’ingrediente essenziale della vergogna.
Se questa emozione sgradevole è aggirata, negata, rimossa, eserciterà comunque la sua azione nociva intrapsichica poiché potremmo non capire quello che ci succede e utilizzare l’ideazione in modo eccessivo per prendere le distanze e cercare così di dissipare la spiacevole sensazione che proviamo. Nella vergogna riconosciuta avremmo l’inverso, cioè un’abbondante reazione emotiva e un’ideazione ridotta al minimo.
Nel caso dell’aggiramento della vergogna a una momentanea sensazione dolorosa segue un’ossessiva reiterazione della scena, dove cerchiamo di non concentrare l’attenzione su quello che sentiamo nel tentativo di ridurre il dolore e magari cerchiamo di porre l’attenzione su altro, su altre emozioni. Tali strategie di sostituzione emotiva hanno una funzione adattiva poiché ci proteggono dalla sofferenza, ma l’emozione continuerà a esistere e ci sentiremo confusi. Il modo migliore per fare i conti con questa emozione, come con le altre, è di accettarla, cioè farsene carico e poi lasciare che si dissolva col tempo. Alla fine finirà per affievolire e sarà sostituita da altre emozioni o pensieri.
Per approfondimenti:
Lewis M. (1992). “Il sé a nudo”. Giunti editore