Non è colpa tua!

di Emanuela Pidri

Se vuoi che gli altri siano felici, fai pratica di compassione, se vuoi essere felice tu stesso, fai pratica di compassione. Dalai Lama, 1995

La compassione viene definita come l’abilità: di esperire in modo accettante emozioni difficili; di osservare in modo mindful i nostri pensieri giudicanti, senza permettere loro di dominare le nostre azioni e i nostri stati mentali; di impegnarci in modo pieno con gentilezza e autovalidazione verso direzioni di vita ricche di valore; di cambiare in modo flessibile la nostra prospettiva verso un più ampio senso di sé. Tale definizione riprende gli insegnamenti del Buddismo Theravada, secondo il quale la compassione è la sensibilità verso la sofferenza propria e altrui, unita a un profondo impegno nel tentare di alleviarla e prevenirla, e si basa su studi provenienti dalle neuroscienze, dalla psicologia sociale e dall’approccio evoluzionistico connesso alla psicologia e alla neurofisiologia del comportamento di accudimento. Secondo Paul Gilbert, la compassione è definibile attraverso sei componenti che egli chiama “attributi”: cura degli altri, sensibilità alla sofferenza, partecipazione attiva, empatia, tolleranza alla sofferenza e atteggiamento non giudicante. Gilbert, professore di psicologia presso l’Università di Derby, si è interessato dello studio sul senso di colpa, sulla vergogna e sull’autocritica poiché considerati costrutti centrali e tipici di molti disturbi psicologici, dalla depressione alle psicosi. Dal  suo lavoro, nell’ambito della terapia cognitivo comportamentale della terza generazione, è nato un approccio psicoterapeutico basato sull’idea che la psicoterapia dovrebbe essere condotta in un modo compassionevole: la Compassion Focus Therapy (CFT). Il razionale della terapia è quello di costruire una relazione in cui punto centrale sia la compassione verso quei temi di vergogna e autocritica, in modo che il paziente possa interiorizzarla e utilizzarla verso di sé. La compassione, dunque, si può insegnare e si può apprendere. Ruolo centrale nella terapia è ricoperto proprio dal Compassionate Mind Training, un vero e proprio addestramento che insegna ai pazienti a esercitare le seguenti competenze: attenzione compassionevole, ragionamento compassionevole, comportamento compassionevole, immaginazione compassionevole, sensazione compassionevole, emozione compassionevole. Aiutando i pazienti a sviluppare la capacità di provare compassione, si incrementa la possibilità di affrontare in maniera diversa le esperienze dolorose, l’autocritica e la ruminazione, le sensazioni spiacevoli e le memorie di traumi passati, considerando come certi aspetti dolorosi della propria vita siano emersi senza che loro potessero farci nulla. Per i terapeuti, usare l’approccio focalizzato sulla compassione implica educare i pazienti a sviluppare tre tipi di compassione: l’auto-compassione, la compassione verso gli altri e l’apertura alla compassione da parte degli altri, in risposta alle avversità e alle situazioni minacciose. La compassione di sé permette di non considerare le performance come metro di valutazione del valore personale ma, discernendo la qualità delle prestazioni e mostrando motivazione a crescere, aiuterebbe a smussare gli aspetti nevrotici e dolorosi del perfezionismo, dove ciò che anima l’individuo è il terrore di fallire e di essere criticato piuttosto che la curiosità e il desiderio di migliorarsi. Gilbert integra moltissimi interventi standard della terapia cognitivo-comportamentale con interventi di terza generazione come la Mindfulness, che caratterizza l’esperienza del sé compassionevole e le tecniche finalizzate all’accettazione, che assomigliano sotto vari aspetti a quello di reparenting di Young e alle tecniche immaginative, con lo scopo di sviluppare specifici pattern di regolazione affettiva generando sensazioni di calore umano e vicinanza. Come Gilbert stesso ammette, le ricerche di validazione dell’efficacia sono ancora troppo poche, ma la CFT nella pratica clinica trova buoni risultati nel trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress, delle psicosi, dei disturbi dell’umore, dei disturbi alimentari e del dolore cronico.


Per approfondimenti:

Dalai Lama (1995). The Power of Compassion. India: Harper Collins.

Gilbert, P. (2018) La terapia focalizzata sulla compassione. Caratteristiche distintive. Edizione italiana a cura di Nicola Petrocchi. Edizione Franco Angeli.

Gilbert, P. (ed) (2005a) Compassion: Conceptualisations, Research and Use in Psychotherapy. Routledge.

Gilbert, P., Irons, C. (2005b) Focused therapies and compassionate mind training for shame and self-attacking. In Compassion: Conceptualisations,Research and Use in Psychotherapy (ed P. Gilbert): 263–325. Routledge.

Gilbert, P., Procter, S. (2006) Compassionate mind training for people with high shame and self-criticism. A pilot study of a group therapy approach. Clinical Psychology and Psychotherapy; 13: 353–79.

Gilbert, P. (2009). The Compassionate Mind: Coping with the Challenges of Living. London: Constable Robinson.

Gilbert, P. (2009). Overcoming Depression: A Self-Guide Using Cognitive Behavioural Techniques. Third Edition. London: Robinsons.

Gilbert, P. (2009). An Introduction to Compassion Focused Therapy. Advances in Psychiatric Treatment, 15, 199-208.

Gilbert, P. (2009). Compassion focused therapy: Approach and practices. Healthcare Counselling and Psychotherapy Journal.

Un simposio sulla felicità

di Maurizio Brasini

Dalla tradizione edonica a una prospettiva eudaimonica del benessere

Una riflessione cruciale sul rapporto tra felicità e virtù ha dato inizio al simposio proposto dalla dr.ssa Claudia Perdighe durante l’ultimo congresso della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) a Verona. Se in una prospettiva clinica generalmente ci si concentra sull’eliminazione della sofferenza e nella tradizione psicodinamica si insiste sul conflitto tra la ricerca del piacere e i limiti imposti dalla realtà (morale compresa), esiste una solida tradizione filosofica secondo la quale la felicità invece coincide con la virtù.
I risultati preliminari dello studio della Perdighe, esposti nella sua relazione, mostrano che impegnarsi in azioni che corrispondono ai propri valori morali aumenta il senso di benessere, più che dedicarsi ad atti di altruismo o ad attività di svago.
La dr.ssa Marzia Albanese ha presentato, inoltre,  una ricerca svolta su un ampio campione internazionale, volta a indagare il rapporto tra la felicità (intesa come distanza percepita tra uno stato desiderato e la propria condizione attuale) e la soddisfazione rispetto ai propri standard morali, suddivisi in aspetti prosociali (l’altruismo) e aspetti più squisitamente morali (l’adesione ai principi morali): i risultati confermano che sentirsi in linea con i propri valori influisce positivamente sulla felicità.
La dr.ssa Teresa Cosentino ha aggiunto una riflessione sull’assertività, come strumento terapeutico che consente di creare le condizioni affinché il paziente riesca a vivere la propria esistenza in linea con le proprie preferenze, valori e scopi. In particolare, ha evidenziato come l’assertività non sia semplicemente un metodo per “farsi valere” né tantomeno per imporsi o avere successo, ma un modo per conquistare la propria autonomia attraverso una disciplina alla responsabilità e alla negoziazione.
La dr.ssa Caterina Villirillo, infine, si è soffermata sulla felicità in età evolutiva. Attraverso una rassegna degli studi sull’argomento, ha individuato alcuni fattori comuni che incidono sulla felicità nei bambini e negli adolescenti: oltre a un effetto generico e trasversale della socializzazione (avere rapporti soddisfacenti con gli altri), si può notare uno spostamento da aspetti più concretamente legati al piacere/divertimento nei bambini più piccoli, verso aspetti più valoriali in adolescenza. Una progressione, in altri termini, da una prospettiva più edonica verso una prospettiva più eudaimonica. Inoltre, la sensazione di essere riconosciuti come individui e la conquista dell’autonomia sono, a tutte le età, fondamentali per la felicità.
Nell’insieme, questo simposio invita a un cambiamento di prospettiva con importanti ricadute sulla clinica. A parere di chi scrive, la dr.ssa Perdighe e i suoi collaboratori hanno individuato una dimensione differente da quelle più comunemente adottate per orientarsi con pazienti: dolore/piacere o malessere/benessere o persino tristezza/felicità. Perché la felicità eudaimonica, di cui ci parlano queste riflessioni, somiglia molto alla gioia e la strada che ci invitano a perseguire è quella dell’autonomia intesa come capacità di accettazione, impegno costante e azione responsabile che restituisce senso e valore alla vita delle persone.

Cosa lega populismo e esclusione sociale?

di Luigi Leone e Mauro Giacomantonio

Chi si sente escluso dalla società potrebbe più facilmente propendere per posizioni politiche populiste

Quando si cerca di comprendere quali siano le cause del fenomeno politico del populismo, che si traduce, in estrema sintesi, nella tendenza a vedere la società chiaramente divisa tra élite malvagie e un popolo giusto altamente omogeneo, vengono di volta in volta evidenziati diversi fattori. Ai movimenti populisti “di destra” si associa una spiegazione in termini di razzismo o pregiudizio etnico. Ai movimenti politici “di sinistra” si associa una spiegazione in termini di nostalgia per società maggiormente integrate e solidali, e aspetti “irrazionali” o “anti-moderni” che traducono in irrealizzabili richieste di redistribuzione sociale.
Vengono spesso tralasciate le spiegazioni del fenomeno “populismo” basate su aspetti strutturali di diseguaglianza e sulla conseguente percezione di esclusione sociale.
La crisi del 2008 è certamente stata un motore importante di questa pervasiva percezione di disuguaglianza ed esclusione. Basti considerare che la ripresa economica seguita alla crisi è la più lenta e asfittica dal periodo delle guerre napoleoniche.  La maggioranza dei redditi è ancora bloccata o inferiore ai livelli raggiunti prima del 2008. Allo stesso tempo, però, la quota di ricchezza disponibile ai più ricchi è aumentata sia in valore assoluto, sia in valore relativo rispetto al periodo precedente alla crisi.
Si delinea, quindi, un contesto economico e sociale sempre più caratterizzato da un forte divario tra ricchi e non ricchi. L’ascensore sociale che permetterebbe di migliorare la propria condizione rispetto a quella dei propri genitori o anche di chi abbia solo dieci anni in più viene percepito come guasto o inesistente.  Non stupisce, quindi, che quote importanti della popolazione si sentano escluse, tagliate fuori, trattate iniquamente.

Partendo da questo quadro, quali sono le credenze che potrebbero spiegare come mai la percezione di esclusione sociale porti al populismo?

Innanzitutto, la percezione di esclusione potrebbe portare a cristallizzare una visione del tipo: “Io sono escluso, gli altri sono privilegiati perché ladri o malintenzionati”. Questo si traduce una concezione “manichea” della società, cioè nettamente divisa tra buoni e cattivi, tipica del populismo. In modo simile, l’esclusione potrebbe portare a pensare: “Coloro che mi dovevano proteggere (i politici) sono ladri o inetti”. Questa credenza ovviamente promuove l’anti-élitismo, cioè la chiave di volta del populismo. Infine, la credenza che se “io sono escluso e sono un buono” allora “anche gli altri esclusi saranno buoni” sostiene l’idea che esiste un popolo omogeneo di giusti. Solo la volontà di questo popolo potrà salvare la nostra società.

Oltre a queste specifiche credenze, la ricerca ha ampiamente dimostrato che l’esclusione sociale, da qualsiasi fonte provenga, riduce il senso di controllo che l’individuo ha sulla realtà. Conseguentemente si cercherà di riacquistarlo in vari modi, tra cui, ad esempio, aderendo a visioni unificanti, che semplificano la realtà e che permettono di individuare i colpevoli a cui attribuire le colpe. Ecco, quindi, che il populismo diventa uno strumento prezioso nelle mani di chi, sentendosi escluso, cerca un rimedio alla comprensibile frustrazione e angoscia che ne deriva.

S.O.S. Mobbing

di Emanuela Pidri

Il Mobbing sul lavoro: che cos’è, protagonisti e richiesta d’aiuto

Il Mobbing è un fenomeno che si manifesta attraverso episodi di violenza fisica, morale o psicologica in ambito lavorativo. Le diverse tipologie di Mobbing (Bossing, Mobbing orizzontale-verticale-trasversale, Comobber, Doppio Mobbing) si sviluppano lungo un processo a sei fasi. Durante le prime fasi viene individuata la vittima verso cui dirigere la conflittualità (conflitto mirato), gli attacchi da parte del mobber non causano ancora sintomi o malattie di tipo psico-somatico sulla vittima ma tuttavia le suscitano un senso di disagio e fastidio (Inizio del Mobbing), fino a quando la vittima comincia a manifestare problemi di salute protratti nel tempo (primi sintomi psico-sociali). Con la quarta fase (errori e abusi dell’amministrazione del personale), il Mobbing diventa pubblico e spesso viene favorito dagli errori di valutazione da parte dell’ufficio del personale che portano il mobbizzato a entrare in una situazione di vera disperazione, con forme ansiose e depressive più o meno gravi (serio aggravamento della salute psico-fisica della vittima). L’esito ultimo del Mobbing implica l’uscita della vittima dal posto di lavoro, tramite dimissioni volontarie, licenziamento, ricorso al pre-pensionamento o anche esiti traumatici quali il suicidio, lo sviluppo di manie ossessive, l’omicidio o la vendetta sul mobber (esclusione dal mondo del lavoro).
Il mobber, cioè colui che inizia e continua l’attacco, può avere vari motivi per assumere tale ruolo: paura di perdere il lavoro o la posizione duramente guadagnata; paura di essere surclassato ingiustamente da qualcun altro più giovane, più qualificato, più simpatico; ansia di carriera che porta a spazzare via qualsiasi ostacolo, vero o presunto, gli si palesi davanti; semplice antipatia o intolleranza verso qualcuno con cui è costretto a lavorare fianco a fianco ogni giorno. Per quanto riguarda i tratti di personalità del mobber, Field elenca quattro tipologie: Disturbo Antisociale, Bordeline, Paranoide, Narcisistico. I mobber possono essere, inoltre, persone caratterialmente difficili, colleriche, autoritarie, megalomani, criticone e tutta una gamma di frustrati al di fuori del lavoro che sfogano i propri istinti repressi sui colleghi. Il tratto tipico del mobbizzato, invece, è l’isolamento.
La vittima di Mobbing si sente incompresa e sola, in una situazione in cui non sa come è entrata e spesso nemmeno perché. Fra le conseguenze, rientrano: perdita d’autostima, depressione, insonnia, disturbi alimentari, disturbi d’ansia, disturbi psicosomatici. Inoltre il Mobbing è causa di cefalea, annebbiamenti della vista, tremore, tachicardia, sudorazione fredda, dermatosi. I mobbizzati possono presentare modalità paranoiche banali, più psicopatiche che psicotiche dovute a condizioni esogene contraddistinte da vessazioni e umiliazioni continue e persistenti. Chiedere un aiuto è spesso necessario per uscire dal circolo vizioso che caratterizza le vittime di Mobbing. L’intervento psicologico non può prescindere dalla definizione del fenomeno e dalla comprensione dei vissuti emotivi a esso correlati (solitudine, isolamento, spaesamento, umiliazione, impotenza, sensi di colpa, vergogna, vendetta, esclusione sociale). La terapia Cognitivo-Comportamentale risulta essere efficace  sia da un punto di vista psicofisiologico, con adeguate tecniche di rilassamento, sia comportamentale (tecniche di gestione dello stress, gestione del conflitto e training assertivo), nonché cognitivo, ristrutturando i pensieri automatici che contribuiscono a formare la credenza di base disfunzionali e sviluppando così una nuova modalità di approcciare ai problemi con il conseguente recupero dell’autostima. Il trattamento si basa sulla costruzione di una narrativa che spieghi perché la persona si sente in un modo particolare in concomitanza con alcune tecniche psicoterapiche di decondizionamento e l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing, ove la verbalizzazione è più limitata con l’obiettivo di ridurre i sintomi ansiosi e depressivi e superare il trauma correlato a tale esperienza.

Per approfondimenti:

Aksakal FN et al (2015).Workplace physical violence, verbal violence, and mobbing experienced by nurses at a university hospital. Turk J Med Sci. 45(6): 1360-8.

Benedetti M (2013). il Mobbing: tipologie del mobbing. Psicologia del Lavoro.

Beckers, Christine/Mertz, Hanne (1998): Mobbing-Opfer sind nicht wehrlos, Friburgo, Herder

Brinkmann, Ralf D. (1995): Mobbing, Bullying, Bossing. Treibjagd am Arbeitsplatz, Heidelberg, Sauer-Verlag

Ege, Harald (1996): Mobbing – che cos’è il terrore psicologico sul posto di lavoro, Bologna, Pitagora

Ege, Harald e Lancioni, Maurizio (1998): Stress e Mobbing, Bologna, Pitagora

Esser, Axel/Wolmerath, Martin (1997): Mobbing – Der Ratgeber für Betroffene und ihre Interessenvertretung, Colonia, Bund

Leymann, Heinz (1993): Mobbing. Psychoterror am Arbeitsplatz und wie man sich dagegen wehren kann, Reinbek, Rowohlt

Leymann H., (1996). The Content and Development of Mobbing at Work. European Journal of work and organizational psychology, 5 (2), 165-188.

Leymann H., (2001). Mobbing at work and the development of post-traumatic stress disorders. European Journal of Work and Organizational Psychology, vol.5, N. 2, 251-275, 1996. vol. 92,  n.1.

La vita oltre il dolore cronico

                                                                                                     di Sonia di Munno

Interventi con le tecniche ACT sul dolore fisico cronico

Il dolore cronico è un grave problema di salute con un grande impatto emotivo e fisico sul funzionamento sociale dei pazienti. Quando nessuna terapia medica, chirurgica o farmacologica è in grado di rimuovere il dolore, si può solo cercare di affrontarlo con le sue correlate disabilità. In generale, il sollievo dal dolore è un obiettivo irrealistico e i trattamenti dovrebbero concentrarsi sul miglioramento della qualità della vita. L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) sottolinea la necessità dell’accettazione del dolore al fine di migliorare la vita della persona che e inoltre si focalizza sull’aumentare la flessibilità psicologica come obiettivo finale del trattamento. Nel contesto specifico del dolore cronico, aumentare la flessibilità psicologica significherebbe accettare le sensazioni dolorose, i sentimenti e i pensieri correlati al dolore e focalizzare l’attenzione sulle opportunità delle situazioni attuali, piuttosto che rimuginare sul passato perduto o su un catastrofico futuro, e orientare il comportamento alla realizzazione degli obiettivi importanti piuttosto che sul controllo del dolore. Nel 2016, Veehof, Trompetter e altri, hanno condotto uno studio di meta-analisi per indagare l’efficacia delle terapie basate sull’accettazione e la mindfulness per trattare i pazienti con dolore cronico. In questa meta analisi è emerso che ci sono stati, nei vari esperimenti, una serie di risultati positivi specialmente nel lungo termine. L’aumento del numero di studi sull’efficacia delle terapie basate sull’accettazione e consapevolezza per il trattamento di individui con dolore cronico ha permesso una valutazione più solida dei loro effetti sulla salute fisica e mentale dei pazienti. Venticinque studi randomizzati e controllati sono stati inclusi in questa meta-analisi. Sono stati valutati 1.285 pazienti adulti compresi tra i 35 e i 60 anni, per la maggior parte donne. I pazienti soffrivano di dolore cronico senza ulteriori specificazioni o muscoloscheletrico o con fibromialgia o con dolore specifico cronico (lombalgia cronica, mal di testa cronico) o con artrite reumatoide. Questi pazienti sono stati sottoposti alla Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT), terapia cognitiva basata sulla mindfulness, al protocollo Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR), per la riduzione dello stress mediante la consapevolezza, all’ACT, alla Cognitive-Behaviour Therapy (CBT), la terapia Cognitivo Comportamentale, o a nessuna terapia. Sono stati presi in considerazione gli effetti sull’intensità del dolore, sulla depressione, sull’ansia, sull’interferenza del dolore nella vita quotidiana, sulla disabilità dovuta al dolore e sulla qualità della vita. Nel post trattamento sono emersi effetti moderati per ansia ed effetti molto significativi sull’interferenza del dolore nella vita del paziente: ciò è congruente con i modelli del trattamento basati sull’accettazione e consapevolezza (MBCT, MBSR, ACT), poiché l’interferenza del dolore, al contrario dell’intensità del dolore, è un indicatore più coerente con l’obiettivo degli interventi basati sull’accettazione e consapevolezza, che presuppongono di continuare ad andare avanti con la vita anche con il dolore. La disabilità causata dal dolore cronico, sperimentata dai pazienti, dipende anche dal grado in cui i pazienti permettono alle sensazioni del dolore di interferire con la loro vita quotidiana. La maggiore accettazione delle sensazioni dolorose, invece di combatterle, può essere correlata a una maggiore diminuzione delle interferenza del dolore nella continuazione della vita. Da due a sei mesi dopo il trattamento, l’effect size per depressione, ansia e qualità della vita erano moderati, mentre l’effect size per l’interferenza del dolore era grande. Questi effetti nel follow up, indicano che i pazienti, anche in presenza di dolore persistente, riescono nel lungo termine ad applicare i principi dei trattamenti basati sulla consapevolezza e accettazione nella loro vita quotidiana. Questi interventi, possono avere effetti indiretti sull’intensità del dolore poiché una maggiore accettazione può tamponare le sensazioni dolorose vissute come eventi stressanti da evitare assolutamente. Nel complesso, si può riassumere che individui con dolore cronico rispondono abbastanza bene a interventi basati sull’accettazione e consapevolezza e che gli effetti benefici vengono mantenuti a lungo dopo il trattamento.

Per approfondimenti:

Veehof M.M., H. R. Trompetter, E. T. Bohlmeijer and K. M. G. Schreurs; Acceptance and mindfulness-based interventions for the treatment of chronic pain: a meta-analytic review; 2016; Cognitive Behaviour Therapy, VOL.45, NO.1, 5–31; http://dx.doi.org/10.1080/16506073.2015.1098724

Quando il terapeuta è ansioso

di Giovanbattista Andreoli
curato da Elena Bilotta

La letteratura scientifica recente ha dimostrato come la terapia cognitivo-comportamentale (TCC) sia efficace nel trattamento di differenti disturbi psicologici. Tuttavia, è noto come il medesimo trattamento possa non presentare gli stessi esiti positivi se effettuato in contesti clinici di routine, differenti da quelli rigorosamente controllati della ricerca scientifica.

Tra le diverse motivazioni che possono spiegare il “gap” esistente tra i trial di ricerca e la pratica clinica vi può essere anche l’ansia che il terapeuta prova durante l’esercizio della pratica clinica e l’applicazione dei diversi protocolli d’intervento che la TCC prevede. Tra questi ultimi, si è evidenziato come gli interventi basati sull’esposizione siano tra i metodi meno applicati dai clinici ansiosi, nonostante siano proprio i più efficaci secondo la ricerca. Ciò porta a una situazione paradossale nella quale è proprio il terapeuta il primo a evitare la correzione dei comportamenti di evitamento messi in atto dal paziente. Leggi tutto “Quando il terapeuta è ansioso”

La Terapia Dialettico Comportamentale: adattamento per i pazienti sordi – Prima Parte

di Stefania Fadda 

Le terapie che si avvalgono di materiali e protocolli scritti, la cui comprensione richiede familiarità con la cultura dominante, spesso pongono barriere linguistiche e culturali per i pazienti che appartengono a gruppi minoritari. Quanto affermato è applicabile anche alle persone sorde affiliate alla comunità sorda, per le quali la lingua dei segni rappresenta il metodo di comunicazione elettivo.

Il bisogno di adattare la terapia alle esigenze dei pazienti appartenenti a gruppi linguistici e culturali minoritari è stato palesato, per la prima volta, dal U.S. Surgeon General’s Report on Mental Health (USDHHS, 2001) e, in riferimento alla Terapia Cognitivo Comportamentale, dal Cognitive and Behavioural Practice Journal (Hofmann, 2006).

In questo e nei prossimi post verranno illustrati gli adattamenti della Terapia Dialettico Comportamentale (DBT) e la modalità di utilizzo della stessa con i pazienti sordi.

La DBT costituisce uno dei trattamenti maggiormente validati per la riduzione del rischio suicidario in pazienti con diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità (BPD). Con riferimento ai pazienti sordi, sebbene i dati sull’utilizzo di tale terapia siano limitati, alcuni studi riportano una più alta incidenza dei tentativi di suicidio e/o dell’ideazione suicidaria rispetto alla popolazione udente (Black e Glickman, 2006; Durland, 2004; Samar et at., 2007). Inoltre, le persone sorde presentano un più elevato rischio di sviluppare BPD.

La prospettiva socio-biologica della DBT suggerisce che gli individui con BPD presentano vulnerabilità emotiva sia su base biologica che come risultato di esperienze traumatiche. Tali individui, rispetto alla popolazione non clinica, dimostrano una maggiore sensibilità verso stimoli emotivamente rilevanti, più intense risposte emotive e un più lento ritorno ai valori di base.

L’ambiente dal quale i pazienti con BPD provengono, viene frequentemente definito invalidante in quanto non offre all’individuo rispetto, attenzione e comprensione verso i suoi vissuti cognitivi ed emotivi. Il caso estremo è la configurazione di un ambiente abusante. All’interno di un ambiente invalidante, l’individuo non impara a tollerare il distress, a regolare l’arousal, e a discernere quando fidarsi delle proprie risposte emotive. La Lineahan (1993) afferma che il BPD trae origine dall’interazione tra la vulnerabilità emotiva e l’ambiente invalidante.

L’ipotesi che le persone sorde siano ad alto rischio di invalidazione appare agli occhi di chi scrive convincente. Infatti, i pazienti sordi adulti frequentemente riferiscono di aver esperito limitate comunicazione e interazione con la famiglia d’origine e, più in generale, con le persone udenti. Spesso essi sono l’unica persona sorda a casa, a scuola, nei contesti socio-ricreativi e nel luogo di lavoro. Inoltre, la percentuale di persone udenti in grado di comunicare efficacemente con essi è estremamente bassa.

La capacità di tollerare il distress, lo sviluppo delle abilità di regolazione emotiva e la possibilità che i propri pensieri ed emozioni vengano validati dipendono in misura significativa da una adeguata comunicazione e interazione con gli altri.

Le persone sorde spesso non hanno avuto la possibilità di apprendere incidentalmente strategie di regolazione emotiva e di coping nei contesti familiari e, solo un numero limitato di esse, ha beneficiato di un apprendimento diretto. Complicano il quadro la limitata competenza nella lingua utilizzata dalla maggioranza della popolazione e la difficoltà ad accedere alle informazioni. Ne risulta che molti pazienti sordi arrivano in terapia con una difficoltà a identificare e regolare le emozioni (Glickman e Gulati, 2003). Fine prima parte.

Bibliografia

Black, P. A., & Glickman, N. S. (2006). Demographics, psychiatric diagnoses, and other characteristics of North American deaf and hard-of-hearing inpatients. Journal of Deaf Studies and Deaf Education, 11, 303–321.

Durland, B. (2004). [Preliminary analyses of National College Health Assessment data collected in the Fall of 2002]. Unpublished raw data.

Glickman, N., & Gulati, S. (Eds.). (2003). Mental health care of deaf people: A culturally affirmative approach Mahway, NJ: Lawrence Erlbaum.

Hofmann, S. G. (2006). Culturally sensitive CBT [Special Issue].Cognitive and Behavioral Practice, 13(4), 344.

Linehan, M. M. (1993a). Cognitive-behavioral treatment of borderline personality disorder. New York: Guiliford Press.

Samar, V. J., Pollard, R., O’Hearn, A., Lalley, P., Sutter, E., Klein, J. D., et al. (2007, March 13-14). Deaf young adults’ self-reported suicide attempt rate: role of reading and gender. Honolulu, Hawaii: Paper presented at the Pacific Rim Disability Conference.

U.S. Department of Health and Human Services. (2001). Mental health: Culture, race, and ethnicity—A supplement to Mental Health: A Report of the Surgeon General. Washington, DC: Author.

Terapia cognitiva e sordità

di Stefania Fadda

L’approccio cognitivo trova ampia applicazione nella terapia con pazienti appartenenti a diverse culture e che presentano difficoltà di comunicazione.
In riferimento ai pazienti sordi, per essere considerata efficace, la terapia cognitiva dovrà possedere una doppia valenza: essere in grado di rispondere alle problematiche che affliggono i pazienti sordi quanto quelli udenti, e mirare alla riduzione di sintomatologie peculiari rispetto alla condizione di sordità. Per raggiungere questi obiettivi, la terapia dovrà utilizzare tecniche visive ed essere culturalmente appropriata. Leggi tutto “Terapia cognitiva e sordità”

I dissidenti della psicoterapia

di Barbara Barcaccia

Davide Veale, psichiatra e psicoterapeuta presso il Maudsley Hospital e il Priory Hospital North London, past-president della Società Britannica di terapia cognitivo-comportamentale, docente presso il King’s College di Londra, ha scritto un breve articolo, estremamente interessante, sull’importanza della ricerca per fondare la clinica, sulla terapia basata su prove sperimentali di efficacia, e sulle false credenze diffuse a proposito della CBT. Leggi tutto “I dissidenti della psicoterapia”